Vattimo, la forza debole di un comunista coerente

Nel presentare il monumentale volume, 2.640 pagine, in cui è racchiusa l’opera omnia di Gianni Vattimo, Antonio Gnoli nella intensa presentazione, ricorda i sentimenti di “dolore e leggerezza” che hanno segnato la vita del filosofo italiano. L’opera lo consacra tra i grandi della filosofia italiana, riconosciuto come tale a livello mondiale e degno certamente di tanto riconoscimento.

Del resto Vattimo è stato forse tra i primi a popolarizzare in Italia l’immagine del filosofo, come in forma ancora maggiore era accaduto in Francia a pensatori come Michel Foucault o Jacques Derrida. Un “filosofo-star” che dice oggi che quella modalità gli è piaciuta moltissimo e un po’ gli manca. Il conio dell’espressione “pensiero debole” lo accompagna da una vita e lo sovrasta più di quanto sia dovuto, per quanto a quella definizione ancora oggi non rinuncia e, come vedremo, quelle due parole vanno inserite in un pensiero molto più strutturato e rilevante.

Sfogliando il libro, soffermandosi sulla sua struttura e leggendo accuratamente la presentazione, quella di Vattimo è un’impresa filosofica coerente fino alla fine. C’è un fil rouge che lo accompagna per tutta la vita anche nelle contraddizioni in cui si inerpica e nelle istanze irrisolte che lo determinano.

Fedele e leale fino agli attuali suoi 85 anni a Martin Heidegger e Friedrich Nietzsche, legame che fonda la sua ermeneutica che dovrà saper difendere dalle critiche quando la definisce “comunista”. I due grandi pensatori tedeschi fanno da riferimento spesso a correnti conservatrici (ma poi sul finire del ‘900 vengono ripresi molto a sinistra) e, nel caso di Heidegger, presentano un legame scabroso con il nazismo, una contraddizione per Vattimo e i vari heideggeriani di sinistra che hanno cercato di trarre dal filosofo di Friburgo idee e ispirazioni per una filosofia dell’emancipazione e della liberazione.

Vattimo continua a trovarla nella dissoluzione della metafisica, delle strutture di dominio che derivano dalla ricerca di forme assolute, certe, obiettive. L’interpretazione, l’ermeneutica heidegerriana, e poi di Hans Gadamer che Vattimo traduce in italiano, ma anche la rivoluzionaria espressione nietzschiana “non esistono fatti, solo interpretazioni” viene presentata come un progetto di emancipazione, di libertà: “Un ribelle che si rivolta contro ogni pretesa di stabilità e legittimità dell’ordine esistente in quanto esistente”. L’ermeneutica è alla base della democrazia e Vattimo succhia dalla concezione di Heidegger dell’Essere come linguaggio la forza della relazione tra gli umani, le interpretazioni – che sostituiscono la verità oggettiva, assoluta, metafisicamente obbligante – sono molteplici, frutto di tanti soggetti minori che vogliono emanciparsi.

La scommessa è ardita, ma è in questo solco che si sviluppa il conio della sua espressione più nota, quel pensiero debole che, come scrive nella prefazione all’omonimo saggio, è soprattutto “un paradosso” non certo “la sigla di qualche filosofia”, ma che si presenta come dissoluzione del soggetto idealizzato, contestazione dell’evidenza metafisica come strumento di dominio.

Il pensiero debole, però si situa in quell’avvento del “post-moderno” – a cui dà un forte contributo italiano – che segna il passaggio di fase politica a livello internazionale, dagli anni 70 agli anni 80. Il “debole” si sovrappone a una fase neo-liberista che associa indebolimento del soggetto – e l’unico soggetto forte in fondo è il “proletariato” – con l’indebolimento delle ragioni di un’alternativa. Il pensiero debole non ha fortuna a sinistra, viene contestato e in parte deriso, anche se una parte del pensiero filosofico italiano, quello che Roberto Esposito chiama Italian Thought, si forma nel solco dell’heideggerismo, nodo cruciale del Novecento anche per chi, su posizioni marxiste o hegelo-marxiste, lo contrasterà a fondo.

Difficile anche il collegamento tra Heidegger e Marx, accomunati, secondo Vattimo, dalla “dissoluzione della metafisica” e fatti incontrare attraverso la filosofia della prassi. Impresa ardita – di Heidegger si relativizza il passato nazista e non si citano praticamente mai i Quaderni neri, con il loro antisemitismo “metafisico” –, ma che contribuisce a fondare l’approdo coerente di Vattimo, “il comunismo ermeneutico”, ideato insieme al filosofo Santiago Zabala e che colloca l’ultimo Vattimo a fianco degli esperimenti socialisti dell’America Latina, da Hugo Chavez a Lula ed Evo Morales.

Nel comunismo ermeneutico ritorna, come già in Lutero e in Freud, la forza ribelle dell’interpretazione, la sua genesi libertaria – e infatti Vattimo parlerà anche di “ermeneutica come anarchia” – e il “debole” come attenzione ai “deboli”, agli ultimi, agli “scarti” e sembra di sentire papa Francesco, in una parabola di vita del filosofo che comincia da giovane nell’Azione cattolica – e nelle preghiere ogni mattina, anche quando divideva l’appartamento con Umberto Eco e Furio Colombo, amici e colleghi nella Rai negli anni 50 – e si chiude con una idea dell’azione politica come amore per il prossimo. “Cristianesimo e provvidenzialismo si legano alla disperazione e al bisogno di un riscatto”, scrive Gnoli. Una debolezza che si nutre del dolore dell’esistente, ma anche di una leggerezza che vuole farsi ancora stupire dall’accadere dell’essere, che poi è l’accadere della vita.

Il regime contro i Maneskin: “L’Occidente è nell’abisso”

“Un bestiario di pervertiti, omosessuali, degenerati, spazzatura che sa di Aids. Per fortuna non hanno trasmesso l’Eurovision in Bielorussia”. Il presentatore Ryhor Azaronak sul canale Ctv Belarus ha pronunciato queste parole parlando dei Maneskin, mentre la band italiana alzava il trofeo della vittoria sul palco di Rotterdam domenica scorsa. Nelle stesse ore il giovane giornalista del canale telegram Nexta, Roman Protasevich, veniva arrestato dopo il dirottamento dell’aereo di linea Ryainair, diretto a Vilnius e costretto ad atterrare a Minsk. I Maneskin hanno rappresentato l’Italia al concorso internazionale che ha deciso di vietare l’esibizione dei Galasy Zmesta, cantanti bielorussi che avrebbero voluto intonare “Ti insegnerò”, una canzone a favore del presidente Lukashenko, scritta contro i manifestanti che si sono ribellati a lui la scorsa estate. “Il mondo sprofonda nell’abisso, ma la Bielorussia è un’isola di libertà” ha continuato Azaronak, giovane e biondo propagandista di punta del mastodonte mediatico statale gestito dal regime bielorusso. “Il mondo moderno della democrazia avanza verso la demenza totale, verso perversioni e individui in tanga, dobbiamo separarci con la cortina di ferro. Preferiamo la dittatura”. Già accusato di minacciare la sicurezza dello Stato ucraino per la diffusione di false informazioni negli anni passati, Azaronak è autore e presentatore del programma “La settimana”, che va in onda ogni domenica in uno Stato dove l’opposizione è in carcere o in esilio, e dove l’ultimo giornale indipendente, Tyt.by, è stato chiuso. All’offesa in arrivo da Minsk l’Italia ha reagito. È un “attacco intollerabile al mondo libero e all’Europa”, secondo Yuri Guaiana della segreteria di Più Europa. Intanto il presidente Lukashenko ha ribadito la sua linea: l’Occidente, ha ribadito, vuole “destabilizzare” la Bielorussia e poi passare “alla fraterna” Russia Inoltre, Protasevich era “un mercenario”, con esperienza di combattimento nel Donbass “Era sulla lista dei ricercati per terrorismo, arrestarlo era un diritto”.

Un presidente per l’oscurantismo

Dopo aver atteso la registrazione di tutti gli aspiranti presidenti della teocrazia, leggasi dittatura spietata del clero sciita, islamica iraniana, nell’ultimo giorno utile ha presentato la propria candidatura anche il capo del sistema giudiziario iraniano. Parliamo di uno degli ayatollah più oscurantisti dell’Iran, ovvero il magistrato sessantenne Ebrahim Raisi, fedelissimo della Guida Suprema, l’immarcescibile Ali Khamenei, in carica ininterrottamente dalla morte del predecessore Khomeini, nel 1989, l’uomo che tutto può nell’ex Persia. E pertanto l’ultraconservatore Ebrahim Raisi, già indicato come possibile successore dell’82enne Khamenei, è ormai di fatto considerato il vincitore delle consultazioni che si terranno il 18 giugno. L’esecutore in ambito giudiziario dei desiderata – molto spesso la spedizione sul patibolo di oppositori politici e donne che si ribellano alla parossistica misoginia del regime – della Guida Suprema si è addirittura presentato di persona al ministero dell’Interno per firmare i moduli della candidatura. Un modo per tentare di spacciarsi per un candidato uguale a tutti gli altri, compresi quelli cosiddetti progressisti che, infatti, sono stati spazzati via, tranne due, nel senso che la loro candidatura non è stata accettata ufficialmente per cavilli procedurali.

In tutto correranno sette candidati. Ebrahim Raisi, aveva già corso per le presidenziali del 2017, quelle vinte dall’attuale presidente, il cosiddetto riformatore Hassan Rouhani. Come si è potuto constatare dalla incapacità di Rouhani di generare cambiamenti in senso progressista durante i due mandati , la figura del presidente della Repubblica islamica è solo la foglia di fico della Guida Suprema per far credere che a Teheran siedano istituzioni democratiche. La facoltà di andare alle urne non è di per sè una garanzia di democrazia. La candidatura del pupillo di Khamenei è stato l’ultimo colpo alla tempia dei tanti giovani iraniani che vorrebbero vivere in uno stato libero. Di conseguenza molti non andranno a votare, come accaduto in passato. “Il cuore delle elezioni è la competizione. Se togliete quella, avrete un cadavere” ha detto Hassan Rohani. In una delle ultime riunioni del suo gabinetto prima del voto, il capo del governo uscente – fuori dalla corsa avendo raggiunto il limite dei due mandati consecutivi – dà voce alla delusione popolare per l’ennesima mancata occasione. Raisi, sotto sanzioni americane per violazione dei diritti umani, ha dichiarato di candidarsi sulla scia di una forte “richiesta pubblica.” Il fronte conservatore e quello ultraconservatore hanno già annunciato di appoggiarlo. Il capo del settore giudiziario ha promesso di ingaggiare “una battaglia contro la povertà, la corruzione, l’umiliazione e la discriminazione”.

Usa e Russia, amarcord a Ginevra come nel 1985

Ritorno sulla scena del delitto, anzi del successo: Ginevra. Per il loro primo Vertice, Joe Biden concede a Vladimir Putin il fondale del primo incontro tra Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov. Nella lettura della Cnn, la scelta di Ginevra è una sorta di carota diplomatica di Biden a Putin: dà l’impressione che questo appuntamento abbia l’importanza di quelli del passato, quando i due Paesi erano le Super-Potenze; e dovrebbe così lenire il risentimento della Russia verso gli Usa, che, vinta la Guerra Fredda, non avrebbero mostrato abbastanza rispetto per i russi sconfitti. Sarebbe lì l’origine del progetto politico di vent’anni di potere di Putin, restaurare il prestigio di Mosca offuscando quello di Washington. Ginevra è terra di Vertici.

Il primo Summit Est – Ovest dopo la morte di Stalin vede protagonisti, nel 1955, il premier sovietico Nikolai Bulganin, il presidente Usa Dwight Eisenhower, il premier britannico Anthony Eden e il ministro degli Esteri francese Edgar Faure. Ma l’appuntamento che conta, quello che segnò ‘l’inizio della fine’ della Guerra Fredda, fu quello del 19 e 20 novembre 1985, il primo tra i presidenti Usa Reagan e sovietico Gorbaciov.

All’incontro, i due arrivarono senza essersi troppo provocati. Biden, invece, a metà marzo ha dato del “killer” a Putin: non il viatico ideale per il Vertice del 16 giugno, subito dopo un G7 in Gran Bretagna e i Vertici Nato e Ue/Usa a Bruxelles. Il peggio che Reagan disse a Gorbaciov fu l’intimazione “Signor Gorbaciov!, abbatti questo muro”, pronunciata a Berlino il 12 giugno 1987, alla Porta di Brandeburgo, dove, 24 anni prima, John F. Kennedy aveva emozionato il Mondo libero dicendo in tedesco “Ich bin ein berliner” il 26 giugno 1963, di fronte al muro da poco tirato su. Dopo il Vertice di Ginevra, Reagan fece tappa a Bruxelles alla Nato e, ai leader dei Paesi alleati, confidò l’impressione che il dialogo con Gorbaciov fosse “possibile”: un’ora di briefing e poi domande e risposte. Il cancelliere tedesco Helmut Kohl ne uscì convinto le porte si erano “riaperte”. Stavolta, a Ginevra Biden e Putin non parleranno solo di disarmo, ma “discuteranno l’intera gamma delle questioni urgenti”, cercando di “ripristinare prevedibilità e stabilità dei rapporti Usa-Russia”, riferisce la Casa Bianca. Per il Cremlino, Putin e Biden vogliono “discutere lo stato e le prospettive di ulteriore sviluppo delle relazioni russo-americane, questioni di stabilità strategica e, inoltre, questioni attuali dell’agenda internazionale, tra cui la risoluzione dei conflitti regionali e l’interazione nella lotta contro la pandemia”. Non si prevedono decisioni: Biden e Putin non avranno sul tavolo documenti da firmare. Molta attenzione sarà riservata al ‘body language’ fra l’empatico Joe e il gelido Vladimir, uniti, però, dal pragmatismo. L’obiettivo è di allentare le tensioni, stabilire un dialogo e tastare collaborazioni su terreni comuni, dal disarmo al nucleare iraniano, dalla pandemia al clima. Biden ha un cahier de doléances da presentare: le preoccupazioni per gli ammassamenti di truppe al confine con l’Ucraina e i focolai di guerra nel Donbass, le interferenze elettorali, l’avvelenamento e l’arresto dell’oppositore Alexej Navalny, i ripetuti cyber-attacchi. Per alcune vicende, gli Usa hanno già imposto sanzioni alla Russia.

“Sono morti a migliaia per l’incompetenza del governo Johnson”

Trattandosi di Dominic Cummings, l’ex consigliere plenipotenziario di Boris Johnson cacciato da Downing Street, rivelazioni esplosive e imbarazzanti erano ampiamente previste. Lui stesso ne aveva pubblicato anticipazioni in un thread di 64 tweet sul proprio account. Ma la sua deposizione di fronte alla Commissione parlamentare Scienza e Salute che indaga sulla gestione della pandemia, oltre 6 ore di diretta trasmesse ieri dal canale del parlamento e riprese dai media, è stata un’autopsia del governo in vita. Cummings ha esordito con una spettacolare ammissione di responsabilità. “La verità è che nessuno di noi è stato all’altezza che la popolazione aveva il diritto di aspettarsi. Alle famiglie che hanno perso i loro cari chiedo scusa per gli errori che sono stati commessi, compresi i miei”. Il resto è stato uno stillicidio di accuse impietose e precise, anche se tutte da verificare. Ecco le più gravi.

 

L’impreparazione di Bojo

La denuncia generale, ripetuta più volte, è che il governo non fosse preparato alla crisi. Ma Cummings scende nei dettagli della colpevole sottovalutazione della pandemia nelle settimane in cui il suo impatto aveva già colpito altri paesi, fra cui l’Italia. Ricorda di aver avuto una chiacchierata sul Covid con Johnson a gennaio, ma che l’esecutivo non avrebbe dato priorità a una strategia di contrasto fino alla fine di febbraio, quando molte persone erano “letteralmente sulle piste da sci”, con lo stesso Johnson in vacanza per due settimane. Prima di partire, avrebbe liquidato il Covid definendolo “influenza suina”. Il 25 gennaio Cummings avrebbe mandato al ministro della Salute Hancock un messaggio per essere aggiornato sullo stato dei preparativi, ricevendo la risposta che i piani erano aggiornati e in fase di stress test. Salvo scoprire troppo tardi, a fine febbraio, che era tutto falso, e che non c’era alcun piano né di salute pubblica né di sostegno all’economia. “Zero. Nada”. Anche perché Johnson era distratto dalla Brexit e dal suo divorzio.

 

Il primo lockdown

Cummings ha ribadito che il piano ufficiale del governo è stato a lungo la strategia di ‘mitigazione’, cioè lasciare che il virus si diffondesse presso la popolazione fino al raggiungimento naturale dell’immunità di gregge. Boris Johnson avrebbe addirittura chiesto al Medical Chief Officer Chris Whitty di iniettargli il virus in diretta tv per “tranquillizzare la popolazione”. Tanto che l’ipotesi di un lockdown non è stata presa in considerazione fino a 10 giorni prima dell’annuncio ufficiale, il 23 marzo 2020. A riprova, ha postato un’immagine dello stato di preparazione del lockdown al 13 marzo: una lavagna magnetica con i suoi appunti, fra cui la raggelante domanda: “Chi non salviamo?”. Inoltre, ha rivelato che, fino ad aprile 2020 la linea guida ufficiale era che chiudere i confini non facesse alcuna differenza.

 

Le bugie delle Rsa

Per Cummings Matt Hancock è uno dei grandi responsabili del disastro. Cummings sostiene di averne chiesto le dimissioni direttamente a Boris, più volte, per evitare che la sua inadeguatezza provocasse ancora più vittime. Hancock avrebbe mentito in diverse occasioni e su decisioni cruciali. Una delle più devastanti: garantire che gli anziani avrebbero ricevuto un tampone prima di essere trasferiti dagli ospedali alle case di cura. Falso: una menzogna che, se provata, potrebbe costare ad Hancock una imputazione penale. Downing Street ha difeso l’operato del ministro. Scaricarlo ora, del resto, equivarrebbe a una ammissione di corresponsabilità.

 

Premier inadeguato

Cummings ha definito Johnson unfit, inadeguato a governare, ossessionato dai media, irresoluto e fuori controllo come “un carrello della spesa lanciato fra gli scaffali di un supermercato”. E ha raccontato un aneddoto allarmante. A luglio 2020 avrebbe affrontato Johnson annunciandogli le proprie dimissioni a settembre e rimproverandogli il caos della sua gestione. Il primo ministro avrebbe risposto ridendo: “Temo più i tuoi tentativi di fermare il caos del caos stesso, perché nel caos tutti guardano a me per trovare la soluzione”.

 

Pile di cadaveri

Lo ha confermato di fronte al Parlamento: lo scorso ottobre Cummings ha sentito Johnson dichiarare che avrebbe preferito vedere pile di cadaveri piuttosto che portare il paese in un terzo lockdown.

 

Un sistema disfunzionale

“È folle che uno come me si sia trovato in una posizione di così grande potere, così come è folle che ci sia arrivato uno come Johnson e che la scelta alle ultime elezioni fosse fra lui e Jeremy Corbyn. C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un sistema che seleziona mediocri, mentre la fuori ci sono migliaia di persone meravigliose e molto migliori di questi due”. Sui meccanismi di governo l’ex consigliere speciale ha aggiunto che sono costruiti per essere disfunzionali e per impedire processi decisionali efficaci e, di conseguenza, qualsiasi assunzione di responsabilità.

 

La tragica conclusione

Per Cummings, a causa dell’incompetenza del governo e di un sistema disfunzionale, sono morte “decine di migliaia di persone che non avrebbero dovuto morire”.

“Vorrei essere sposato con Chiara Ferragni: risolve tutti i problemi”

Mi piacerebbe incontrare Salvini dalla Gruber, osservarlo dal vivo e studiare la comunicazione non verbale, come quando vai a trovare i genitori anziani e li guardi di sbieco, vedi se hanno le macchie sulle mani, le rughe…”. Fabio Volo è sempre l’uomo degli aneddoti, ma con qualcosa in più. Prima la sua vita la raccontava per parlarci di sé, oggi per parlarci degli altri.

Intanto posso chiederti come mai ultimamente vai in un programma a parlare di politica?

Per vari motivi: perché andare in tv mi tiene allenato a farla, perché lì mi fanno parlare e perché secondo me c’è bisogno di umanizzare la tv.

Cioè?

La tv è disumanizzata. Ci sono solo ruoli fissi: il comico, il presentatore, il politico… Tutti giudicanti o giudicati. Manca chi va lì a raccontare le cose da un punto di vista semplicemente “umano”.

Quindi non vuoi domande “troppo tecniche” sulla politica?

Guarda, giorni fa Lilli mi ha chiesto “si è comportato bene questo governo?”, io ho risposto che non ho strumenti per avere opinioni su tutto. So di radio, di libri, trovo assurdo che tutte le mattine apra il computer e debba decidere che maglietta indossare.

C’è qualcuno che non vuoi incontrare a Otto e mezzo?

No, anzi. Vorrei incontrare Salvini.

Perché mai?

L’ho incontrato solo una volta al Parco Sempione, eravamo con i figli, lui sul trenino e io sulle altalene, ci siamo salutati.

Rapporti cordiali.

Io non ho niente di personale contro di lui.

E allora perché lo vuoi incontrare?

Per vedere che energia emana, che faccia fa, lo vorrei esaminare come quando vai a trovare i genitori che sono vecchi e mentre guardano la tv osservi le loro macchie sulla mani, le rughe…

Non pensavo avessi un’opinione così moderata su Salvini.

Guardando la storia del mondo, alla fine le civiltà sono avanzate quando c’erano punti di vista diversi. Attraverso la frizione ci si evolve, lui intercetta un sentimento di molti che è l’opposto del mio, però è interessante confrontarsi. In fondo sia io che Salvini e i suoi elettori vogliamo il bene del mondo, è la visione del come ottenerlo che cambia. Lui pensa che dobbiamo essere tutti cattolici, bianchi, con le famiglie tradizionali? Io non lo penso, ma non lo critico.

Su nulla?

Non mi piace quando fa cose sleali, quando sulle sue pagine ci sono cose false, ecco, quello è abbassare il livello del confronto.

Parli un po’ come Salvini: no al pensiero unico.

Ma io su questo sono d’accordo.

Sai che sui social metterà una cartolina con la tua foto e il virgolettato di quello che mi stai dicendo, vero?

Ah già, ora fa quelle robe lì.

Finirai come la Zanicchi…

Mi userà per darsi ragione, sì. Spero aggiunga pure il passaggio “tranne quando è sleale”.

Dalla Gruber non hai risposto alla domanda su Fedez e la Rai.

Vuoi che ti dica qualcosa su Fedez?

C’è una querela della Rai ormai, deciderà la legge.

Deciderà sua moglie forse. Dirà “mettete like se ha ragione mio marito!” È pazzesca questa cosa di lei che gli risolve tutto. Non so se hai tu quelle giornate in cui non te ne va bene una e dici “ma perché non sono sposato con la Ferragni che gli ha fatto vaccinare la nonna, che lo fa votare a Sanremo!”.

Che mi dici di Draghi?

Draghi secondo me ha questa cosa che non deve dimostrare niente a nessuno e si vede. Vive di credito acquisito, non ha questa attitudine un po’ pop di farci il resoconto. Pensa: sono Draghi, non rompetemi i coglioni, la mia risposta è il risultato. Conte arrivava sporco di vernice come un operaio, aveva la faccia di chi “vi giuro che oggi ho lavorato”, di chi deve dimostrare.

La sindrome del- l’impostore.

Esatto, Draghi non ce l’ha, Conte sì, io sì. Mio padre faceva il panettiere ma vivevamo in un quartiere di gente che stava bene. I miei amici avevano il Rolex, io in un anno e mezzo di risparmi ero riuscito a comprarmene uno. Quello della banca quando mi ha visto il Rolex mi fa: “Oh sembra vero”. Io: “È vero”. Mio padre mi diceva: “Tu dovrai sempre dire che è vero, mentre uno ricco può comprarlo falso e nessuno dubiterà mai del fatto che sia vero”.

L’uscita di Conte ti è dispiaciuta?

Quando il piccolino di Firenze ha visto la goccia di sangue gli ha dato la pugnalata secca. Credo che Conte fosse stanco e che non avesse voglia di mediare, lì si è visto che non era uno con alle spalle una vita di politica.

Un altro che appare poco per fare resoconti è il ministro Speranza.

Lui è un po’ come quei mariti che non parlano più, quelli che “tanto se faccio una lavatrice dice che l’ho caricata male, se non la faccio non faccio mai niente, sai che c’è, io mi chiudo in cantina e faccio le mie cose”.

Hai detto che ti comprerai un Nokia per stare meno sui social.

Spengo anche il telefono alle nove di sera, non lo guardo più fino a dopo la colazione.

Perché?

Perché sento che è come era con le sigarette, stesso rapporto. Non mi piace quando non uso un oggetto, ma è lui a usare me.

Vuoi commentare l’ascesa della Meloni?

È in atto un’operazione simpatia: “Io sono Giorgia”, “Mio papà non mi voleva”… è come quando Berlusconi finiva su Chi con Dudù.

Come certi virologi in questi giorni.

Lì c’è qualcuno che non ha saputo gestire le luci della ribalta. Io ci ho messo anni ad avere successo, questi hanno avuto l’effetto Grande fratello. Perché un virologo fa un servizio abbracciato alla moglie? Sei un medico. Non è il tuo momento, non hai vinto una gara.

Su Rula che rifiuta un invito in tv perché è l’unica donna che mi dici?

Mi devo fare un’opinione in un secondo, aspetta che qui poi se sbaglio è più grave della cosa su Salvini. La verità è che io queste cose non le capisco molto.

Be’ “non le capisco” è un buon punto di partenza.

Dico che “più donne” è come dire “più giovani”. Ma perché? Diamo spazio ai bravi! Però poi penso che forse serve perché il mondo è così maschilista che è necessario creare uno spazio per le donne.

Ecco, l’hai detto da solo.

Ve bene, allora se l’imposizione è pedagogica ben venga, ci sto.

Cosa ti ha lasciato l’anno passato?

Mi sono guardato dentro perché oltre alle focacce non c’era molto altro da fare e ho trovato una grande calma interiore.

Sei diventato riflessivo quando è di moda la polarizzazione, eri estremo quando andava di moda il contrario.

Vado sempre dalla parte opposta rispetto a come gira il mondo, porca miseria. Ero povero quando era figo essere ricchi, ora che ho fatto i soldi sei uno stronzo se c’hai i soldi. Sbaglio i tempi, vedi?

Le ceneri di Proietti al Verano. Ma ancora 600 urne in coda

La sua Nina, Fabrizio De André l’aveva “vista volare”. Quella che da giorni a Roma cerca la tomba di Gigi Proietti, invece, somiglia più al Mimmo di Carlo Verdone, che con la nonna Sora Lella cercava una lapide con inciso “un nome tipo Sorriso, Riso, Risata, Come me viè da ride”. E invece “qui c’è poco da ridere”, avrebbe risposto un personaggio dello stesso film. Perché è vero che a quasi 7 mesi dalla sua scomparsa, le ceneri del Maestro sono state “appoggiate” nella tomba di famiglia ad Amelia, in provincia di Terni. Ma il motivo non è la – reale – difficoltà del Comune di Roma di seppelire i propri morti. Bensì la necessità della famiglia di trovare un posto “consono” alla personalità di Proietti, legato all’affetto incondizionato non solo dei suoi familiari, ma di tutta la sua città. A confermarlo al Fatto è stato lo stesso entourage della famiglia Proietti, che ha spiegato come da novembre scorso siano iniziati dei sopralluoghi congiunti con l’amministrazione capitolina presso i cimiteri storici di Roma – il Verano in primis, ma anche quello acattolico di Testaccio, dove riposano Antonio Gramsci e John Keats – per provare a tirare fuori qualcosa più di un quadratino di marmo che a malapena contenesse la dicitura “Luigi Proietti”. Nessun caso, dunque, come hanno provato a polemizzare ieri, in clima elettorale, Pd e centrodestra. “La scorsa settimana, i familiari hanno individuato e scelto la soluzione più idonea tra quelle visionate”, ha detto Stefano Zaghis, presidente di Ama Spa, la società capitolina che gestisce i servizi cimiteriali. La richiesta riguarda la concessione di un’area per edificare una cappella, collocata nella parte nuova del cimitero Verano, vicino al Sacrario militare. “Ora inizierà il percorso in Assemblea capitolina per la concessione in comodato gratuito”, fanno sapere dal Campidoglio. Non solo. Al Fatto risulta che di fianco a quello dedicato a Proietti, verrà realizzato un memoriale che ospiterà anche le spoglie di Ennio Morricone, l’altro grande romano scomparso nel corso del 2020. Insomma, il luogo “consono” è stato trovato e uno dei più amati “figli di Roma” potrà essere celebrato in maniera dignitosa. Un iter concluso, come detto, al termine di una lunga ma ragionata scelta da parte di tutte le parti in causa.

Ciò non toglie che nella Capitale il problema delle sepolture sia abbastanza grave, molto sentito dai romani. Il Covid, da questo punto di vista, non c’entra nulla. Il problema, semmai, riguarda quello atavico (a Roma) del personale operativo. A cavallo fra il 2020 e il 2021, gli addetti alle sepolture negli undici camposanti capitolini sono scesi fino a 33, da qualche settimana risaliti fino a 58. A giugno ne arriveranno altri 20, dopo l’ultimo concorso Ama. Ancora pochissimi. Solo l’anno scorso erano 78. Operai che – a differenza dei tanti impiegati Ama in smart working – nei loro turni di lavoro devono effettuare operazioni di sepoltura, tumulazione, esumazione e riduzione per centinaia di salme ogni giorno. Così nel corso dei mesi, complice l’aumento dei decessi, i feretri in “attesa” si sono accumulati. “Ama ha dato indicazione di dare priorità alle operazioni indispensabili sul fronte igienico – spiega Alessandro Bosi, segretario nazionale Feniof, Federazione italiana onoranze funebri – e la tumulazione delle ceneri in questo fa eccezione: una volta cremate, le spoglie rappresentano un materiale inerte, dunque non pericoloso”. Il problema è semmai emotivo. “I familiari non trovano conforto – dice – Non percepiscono la conclusione del lutto. E questo dà una brutta sensazione ai cittadini di abbandono da parte delle istituzioni”. I casi che hanno fatto più rumore li hanno sollevati ad aprile Andrea Romano, deputato del Pd, che ha dovuto attendere oltre 2 mesi per seppellire il proprio bambino; e ieri il giornalista Pierluigi Battista che su Twitter ha scritto che “a due mesi dalla morte di mia madre l’urna con le sue ceneri giace in un deposito stracolmo senza possibilità di ritirarla o di darle sepoltura”. Attualmente le urne “in fila” sono circa 600, anche se alcune associazioni di pompe funebri ne contano addirittura 2.000.

Di pari passo, c’è un altro tema cardine. Che riguarda anche le “celebrità” come Proietti. Roma non seppellisce i suoi defunti, ma non li dissotterra nemmeno. “Non ci sono spazi dove tumulare – spiega Bosi – perché tombe e loculi non vengono liberati. Scadute le concessioni si attendono in media altri 10 anni per avvisare le famiglie e recuperare le spoglie. E così non si liberano i posti”. Chi dovrebbe fare queste operazioni? Semplice, gli stessi 58 operai che fanno già fatica a sotterrare chi muore, figuriamoci il resto. E così i cimiteri invece di “rinnovarsi” devono allargarsi. “Roma meriterebbe un posto dove accogliere i suoi figli più celebri”, avverte Valeria Campana, portavoce del comitato cimiteri capitolini. Un’ottica in cui il Campidoglio, nel prossimo omaggio a Gigi Proietti, rilancerà l’idea del Verano “cimitero delle personalità”.

La morsa dei debiti (e di Raiola): Inter e Milan tagliano Conte e Donnarumma

Due divorzi, due storie. Il Milan rinuncia al portiere titolare, Gianluigi Donnarumma, classe 1999, perché, a fine contratto, ha preferito dar retta a Mino Raiola, il suo procuratore-squalo, e non al cuore o a Paolo Maldini. Antonio Conte si sfila dall’Inter dopo due stagioni e uno scudetto da demiurgo assoluto perché insofferente ai tagli decisi dalla proprietà cinese di Suning. In gergo: “Risoluzione consensuale. Al Diavolo hanno già risolto il problema pescando il sostituto nel Lilla, neo-campione di Francia: Mike Maignan. Una scelta di principio, quasi tafazziana, da giù il cappello: se di questi tempi sette milioni più uno di bonus ti sembrano pochi, vattene pure. E abbasso il codice Raiola.

All’Inter devono risolverlo. Il prestito Oaktree di 250 milioni è ossigeno che aiuta a sopravvivere ma, nello stesso tempo, toglie aria, moltiplica i debiti. L’era dei mecenati è finita da un pezzo, il messaggio che Steven Zhang ha lanciato attraverso stipendi “sospesi” ed elemosine assortite porta alla cessione della società. Un Massimo Moratti, tanto per rimanere in tema, avrebbe fatto l’impossibile per trattenere Conte; i cinesi no. Buona uscita (di sette milioni) e via, uno in meno. Dopo Conte, toccherà alla rosa: bisogna rientrare, bisogna potare. Che ne sarà di Lau-Toro Martinez e di Romelu Lukaku? A patto che non ci sia sotto qualcosa, qualcuno. Ora il popolo interista deve far fronte a una svolta clamorosa, sì, anche se non del tutto inattesa. Succedono, questi “frontali”, quando una forte turbolenza incontra un vuoto di cassa. Se i soldi sono lo sfondo, dal quadro emerge la personalità di Conte, un martello da dodici milioni (netti) a stagione. Scappò dalla Juventus al terzo anno (e al terzo scudetto) perché, disse, con dieci euro non si può mangiare nei ristoranti da cento. Lasciò il Chelsea dopo due: e comunque, vinse (e litigò) anche lì. Sono sempre stati epiloghi burrascosi. Avanti un altro. Si parla di Massimiliano Allegri, Maurizio Sarri, Simone Inzaghi o Sinisa Mihajlovic. L’allenatore è importante, che discorsi, ma in Italia, soprattutto, gli diamo troppa importanza. Trascuriamo o ci dimentichiamo dei giocatori finché un mister non molla proprio perché rischia di perderli o teme che non gli comprino quelli che desidera. Conte appartiene alla categoria dei geni che vorrebbero però allenare solo Einstein. Non gli resta, dunque, che tornare nella Super-Premier.

“Stordita con la droga? No, solo con alcol”. I giudici dimezzano la pena agli stupratori

Non fu sciolta droga nel bicchiere, la vittima fu stordita solo con l’alcol, e la pena per lo stupro di gruppo si dimezza. È questo il succo delle 40 pagine di motivazioni con le quali la Corte d’appello di Napoli ha abbattuto le condanne a carico di cinque ex camerieri e baristi dell’Hotel Alimuri di Meta, ritenuti colpevoli di aver violentato una signora inglese, in vacanza con la figlia, nella notte tra il 6 e il 7 ottobre 2016.

Quattro dei cinque imputati, Antonino Miniero, Fabio De Virgilio, Francesco Ciro D’Antonio, Gennaro Davide Gargiulo erano stati condannati in primo grado con pene dai 7 ai 9 anni e le hanno viste ridurre a 4 anni (tranne Gargiulo, 4 anni e 8 mesi). Per il quinto imputato, Raffaele Regio, la condanna è scesa da 4 a 3 anni. Presto potrebbero riguadagnare, con la buona condotta, la libertà. La misura cautelare, infatti, fu eseguita nel maggio 2018. E riempì pagine di giornali e di servizi televisivi, perché la storia descritta nelle 24 pagine di un’ordinanza firmata dal Gip di Torre Annunziata Emma Aufieri su richiesta del pm Mariangela Magariello era da brividi. Il narrato della signora inglese fu ritenuto credibile: raccontò di aver bevuto molto – vino, shottini, un cosmopolitan – e di essere stata condotta, barcollante, nella piscina coperta dell’albergo dalle stesse persone che le avevano versato i drink. Qui il primo stupro di gruppo, poi proseguito in una dépendance. La donna fu fotografata durante lo stupro e le foto circolarono su alcune chat. Dagli esami tossicologici sui capelli della signora non è emersa la certezza della datazione degli psicofarmaci assunti. La perizia dice “tra il settembre e il dicembre 2016” e la vittima peraltro ha confermato di aver preso quel tipo di farmaci anche in un periodo precedente alla violenza. Dunque, è caduta l’aggravante – contestata in primo grado a tre imputati – dell’aver sciolto sostanze nei bicchieri. Le motivazioni però ribadiscono che gli imputati erano consapevoli che la vittima “era in una situazione di incapacità” perché aveva bevuto. “L’assunzione di vino, liquori, superalcolici, avveniva sotto gli occhi dei camerieri e che gli stessi vi contribuivano attivamente, versando ripetutamente cocktail per l’intera serata”, si legge. Secondo l’avvocato Francesco Tiriolo “la sentenza di Appello avvicina la verità giudiziaria a quella dei fatti realmente accaduti”.

Raggi assolta definitivamente per il caso nomine

Virginia Raggi non sarà più a processo per le nomine dei dirigenti al Comune di Roma. La sua assoluzione è definitiva. Si chiude così, al tramonto del suo mandato da sindaca, la vicenda processuale che l’ha interessata per tutto il suo primo quinquennio da sindaca. La procura generale della Corte d’Appello non ha presentato alcun ricorso in Cassazione facendo passare in giudicato i due gradi di giudizio. “Ho sempre avuto fiducia nella Giustizia. Questa notizia è la conferma che ho agito con la massima trasparenza e con l’amore che provo nei confronti della mia città e dei cittadini. Sono sempre andata avanti a testa alta”, ha commentato la prima cittadina su Facebook. Raggi era stata accusata dalla Procura di falso per la nomina, avvenuta nel 2016 e poi ritirata, di Renato Marra, fratello dell’allora capo del Personale del Campidoglio Raffaele, a capo del dipartimento turismo del Comune. In 1º grado la sindaca era stata assolta, nel novembre 2018, con la formula “perché il fatto non costituisce reato”.