Nel presentare il monumentale volume, 2.640 pagine, in cui è racchiusa l’opera omnia di Gianni Vattimo, Antonio Gnoli nella intensa presentazione, ricorda i sentimenti di “dolore e leggerezza” che hanno segnato la vita del filosofo italiano. L’opera lo consacra tra i grandi della filosofia italiana, riconosciuto come tale a livello mondiale e degno certamente di tanto riconoscimento.
Del resto Vattimo è stato forse tra i primi a popolarizzare in Italia l’immagine del filosofo, come in forma ancora maggiore era accaduto in Francia a pensatori come Michel Foucault o Jacques Derrida. Un “filosofo-star” che dice oggi che quella modalità gli è piaciuta moltissimo e un po’ gli manca. Il conio dell’espressione “pensiero debole” lo accompagna da una vita e lo sovrasta più di quanto sia dovuto, per quanto a quella definizione ancora oggi non rinuncia e, come vedremo, quelle due parole vanno inserite in un pensiero molto più strutturato e rilevante.
Sfogliando il libro, soffermandosi sulla sua struttura e leggendo accuratamente la presentazione, quella di Vattimo è un’impresa filosofica coerente fino alla fine. C’è un fil rouge che lo accompagna per tutta la vita anche nelle contraddizioni in cui si inerpica e nelle istanze irrisolte che lo determinano.
Fedele e leale fino agli attuali suoi 85 anni a Martin Heidegger e Friedrich Nietzsche, legame che fonda la sua ermeneutica che dovrà saper difendere dalle critiche quando la definisce “comunista”. I due grandi pensatori tedeschi fanno da riferimento spesso a correnti conservatrici (ma poi sul finire del ‘900 vengono ripresi molto a sinistra) e, nel caso di Heidegger, presentano un legame scabroso con il nazismo, una contraddizione per Vattimo e i vari heideggeriani di sinistra che hanno cercato di trarre dal filosofo di Friburgo idee e ispirazioni per una filosofia dell’emancipazione e della liberazione.
Vattimo continua a trovarla nella dissoluzione della metafisica, delle strutture di dominio che derivano dalla ricerca di forme assolute, certe, obiettive. L’interpretazione, l’ermeneutica heidegerriana, e poi di Hans Gadamer che Vattimo traduce in italiano, ma anche la rivoluzionaria espressione nietzschiana “non esistono fatti, solo interpretazioni” viene presentata come un progetto di emancipazione, di libertà: “Un ribelle che si rivolta contro ogni pretesa di stabilità e legittimità dell’ordine esistente in quanto esistente”. L’ermeneutica è alla base della democrazia e Vattimo succhia dalla concezione di Heidegger dell’Essere come linguaggio la forza della relazione tra gli umani, le interpretazioni – che sostituiscono la verità oggettiva, assoluta, metafisicamente obbligante – sono molteplici, frutto di tanti soggetti minori che vogliono emanciparsi.
La scommessa è ardita, ma è in questo solco che si sviluppa il conio della sua espressione più nota, quel pensiero debole che, come scrive nella prefazione all’omonimo saggio, è soprattutto “un paradosso” non certo “la sigla di qualche filosofia”, ma che si presenta come dissoluzione del soggetto idealizzato, contestazione dell’evidenza metafisica come strumento di dominio.
Il pensiero debole, però si situa in quell’avvento del “post-moderno” – a cui dà un forte contributo italiano – che segna il passaggio di fase politica a livello internazionale, dagli anni 70 agli anni 80. Il “debole” si sovrappone a una fase neo-liberista che associa indebolimento del soggetto – e l’unico soggetto forte in fondo è il “proletariato” – con l’indebolimento delle ragioni di un’alternativa. Il pensiero debole non ha fortuna a sinistra, viene contestato e in parte deriso, anche se una parte del pensiero filosofico italiano, quello che Roberto Esposito chiama Italian Thought, si forma nel solco dell’heideggerismo, nodo cruciale del Novecento anche per chi, su posizioni marxiste o hegelo-marxiste, lo contrasterà a fondo.
Difficile anche il collegamento tra Heidegger e Marx, accomunati, secondo Vattimo, dalla “dissoluzione della metafisica” e fatti incontrare attraverso la filosofia della prassi. Impresa ardita – di Heidegger si relativizza il passato nazista e non si citano praticamente mai i Quaderni neri, con il loro antisemitismo “metafisico” –, ma che contribuisce a fondare l’approdo coerente di Vattimo, “il comunismo ermeneutico”, ideato insieme al filosofo Santiago Zabala e che colloca l’ultimo Vattimo a fianco degli esperimenti socialisti dell’America Latina, da Hugo Chavez a Lula ed Evo Morales.
Nel comunismo ermeneutico ritorna, come già in Lutero e in Freud, la forza ribelle dell’interpretazione, la sua genesi libertaria – e infatti Vattimo parlerà anche di “ermeneutica come anarchia” – e il “debole” come attenzione ai “deboli”, agli ultimi, agli “scarti” e sembra di sentire papa Francesco, in una parabola di vita del filosofo che comincia da giovane nell’Azione cattolica – e nelle preghiere ogni mattina, anche quando divideva l’appartamento con Umberto Eco e Furio Colombo, amici e colleghi nella Rai negli anni 50 – e si chiude con una idea dell’azione politica come amore per il prossimo. “Cristianesimo e provvidenzialismo si legano alla disperazione e al bisogno di un riscatto”, scrive Gnoli. Una debolezza che si nutre del dolore dell’esistente, ma anche di una leggerezza che vuole farsi ancora stupire dall’accadere dell’essere, che poi è l’accadere della vita.