Voli di Stato, i pm: “Nessuno spreco”. Salvini archiviato

L’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini non ha commesso abusi: durante il suo mandato al Viminale ha utilizzato i voli di Stato rispettando “i criteri di economicità, celerità di spostamento e di impiego razionale delle risorse” e sempre “nell’esercizio delle proprie funzioni di ministro dell’Interno”. Lo scrive la Procura della Repubblica al tribunale ordinario di Roma (collegio per i reati ministeriali), chiedendo l’archiviazione e spazzando via i dubbi sui voli effettuati da Salvini con mezzi del Dipartimento di Pubblica sicurezza o dei Vigili del fuoco. “A distanza di circa due anni, emerge la verità”, sottolinea la Lega. “Nessun danno erariale”, scrive la Procura, anche perché i costi sostenuti “non appaiono essere palesemente superiori a quelli che l’amministrazione dell’Interno avrebbe sostenuto per il legittimo utilizzo di voli di linea da parte del ministro e di tutto il personale trasportato al suo seguito”. Soprattutto, l’analisi della documentazione “ha confermato che l’utilizzo dei velivoli è avvenuto nell’esercizio delle proprie funzioni”.

Mail Box

 

La transizione ecologica ha bisogno di vere svolte

Risulta del tutto evidente a chi conosce i principi e le leggi fondamentali della Fisica che tutto questo frastuono su transizione ecologica, green economy, energie rinnovabili, sviluppo compatibile e altre amenità sul genere, non è altro che una bufala colossale, una mera trovata di marketing per accaparrarsi fette di mercato per molto abbienti e/o benestanti, con incluso “lavaggio di coscienza”. Le leggi della termodinamica non sono opinioni politiche. Con oltre 7 mld di individui che popolano il pianeta, tutti inquadrati – salvo rare e irrilevanti eccezioni – nella società dei consumi di massa alimentata dal capitalismo liberista globalizzato, parlare di green economy o transizione ecologica è semplicemente ridicolo. Prima bisognerebbe realizzare la green society, cioè, per intenderci, quella dei pellerossa d’America o degli Indios amazzonici, società a bassa o bassissima densità, adattate a vivere in perfetto equilibrio con l’ambiente circostante, al punto di essere in grado di preservarlo e non modificarlo per centinaia di anni. La spiegazione è semplicissima: il sistema Terra-Sole è sostanzialmente un sistema isolato, in cui l’energia totale U essenzialmente si conserva. La legge della termodinamica è F = U – TS. U è costante, per cui mano a mano che T (la temperatura) ed S (la quantità di rifiuti che produciamo per avere l’energia F) crescono, la quantità di energia “buona” di cui possiamo disporre per vivere cala, fino ad annullarsi. Se non usciamo dalla società dei consumi di massa, se non saremo in grado di creare una nuova green society, con un consumo di energia libera pro-capite enormemente più basso di quello attuale, la transizione ecologica e la green economy sono soltanto parole vuote, bufale colossali: di verde vedremo solo i sorci! E anche tra non molto, purtroppo!

Roberto Soldati
Già prof. di Fisica Teorica all’Università di Bologna

 

Moussa Balde, in Italia le vite nere non contano

L’altro giorno negli Usa hanno ricordato la morte (quando era sotto la custodia della polizia di pelle chiara) di Floyd George (di pelle scura). Io vorrei ricordare Moussa Balde (di pelle scura), che pochi giorni fa, a Ventimiglia, ha subito un durissimo pestaggio con spranghe/bastoni da parte di tre energumeni italiani (di pelle più chiara) e poi si è suicidato dopo essere stato arrestato (presumibilmente perché considerato un “immigrato illegale”) e messo in isolamento nel Centro permanenza rimpatri di Torino. A mio modesto parere qualcosa non va se Moussa Balde, che è stato picchiato duramente, finisce in isolamento e invece i tre picchiatori sono a piede libero. Chissà, magari verranno anche premiati per aver aiutato ad arrestare un immigrato illegale? Se negli Usa “Black Lives Matter” anche in Italia le Vite delle Persone con la Pelle Scura (anche se classificati come immigrati illegali) devono contare! Abbasso il razzismo e l’ingiustizia.

Claudio Trevisan

 

M5S, se Conte fa in fretta non ce n’è per nessuno

Sono una signora ottantenne, ancora abbastanza vitale e sveglia, laureata, pensionata benestante, leggo molto, seguo con attenzione la politica e rimpiango i governi Conte. Non ho un innamoramento senile per Conte, ma vedevo nella sua azione un percorso verso una società diversa, verso un mondo più equo e migliore in cui una società giovane spingeva verso il cambiamento del nostro povero Paese e dando, al povero Paese, frequenti spiegazioni comprensibili. Forse si chiama visione? Ora sono sconcertata. Draghi ignora, nelle sue capriole, l’esistenza del nostro potere legislativo, disfacendo e facendo come pare a lui e a tutti i gruppi di pressione che lo hanno posto su quella poltrona. Farei una nota per Giuseppe Conte: deciditi in fretta. Se i 5S ti vogliono, anche un primo drappello qualificato, parti, vai avanti, dichiara, fatti sentire. I 5S che cercano il pelo nell’uovo su problemi di lana caprina sanno che, tra loro, non c’è nessuna statura che possa sostituirti per continuare a guidarli nella tempesta. Non c’è molto tempo. È come se il Mar Rosso si stesse richiudendo.

Annamaria Bardzki

 

Quanti mali affliggono la nostra povera patria

Caro direttore, il segretario della Cisl e Renzi sbeffeggiano Report, Masi vuol diventare consigliere della Rai che danneggiò, Letta è ridicolizzato da Draghi su una proposta di buon senso… Perché questo Paese dovrebbe andar bene, se è guidato da una manica di furbi che si creano rendite di posizione e spadroneggiano in barba al buon senso?

Paride Antoniazzi

 

Caro Paride, l’unica ricetta che conosco è quella di denunciare tutto, sempre, sperando che prima o poi cambi qualcosa.

M. Trav.

 

Io, illuso da Draghi faccio oggi “mea culpa”

Caro direttore, sono una persona che non rinuncia a fare critiche quando lo ritiene opportuno, e te le feci quando tu fosti contrario a questo governo Draghi, sostenendo io che i 5S avrebbero avuto l’opportunità di orientare la destinazione del Recovery fund. Mal me ne colse, al tuo editoriale detti un voto scarso, oggi con i fatti squadernati sul tavolo sono io che mi merito un bel 4. Mi cospargo il capo di cenere e ti saluto.

Stefano Strano

 

Caro Stefano, perdonato!

M. Trav.

Olimpiadi, sole cadente. I giapponesi ormai temono il contagio straniero

 

Ho letto che un importante quotidiano giapponese ha lanciato un appello per la cancellazione delle Olimpiadi di Tokyo, previste dal 23 luglio all’8 agosto. I timori legati al Covid spingerebbero buona parte della popolazione giapponese verso questa soluzione. Ho pensato cosa sarebbe mai potuto accadere se una situazione del genere si fosse verificata in Italia con la nostra classe politica: altro che dibattiti sulle riaperture e sul coprifuoco! Ma al di là di questa considerazione, rimango comunque: da quel che so, in Giappone l’impatto della pandemia è stato meno forte che da noi.

Michela Balzani

 

Gentile Michela, impossibile paragonare Italia e Giappone. Sono due mondi opposti. Vittime, entrambi, degli effetti collaterali dell’economia post-industriale in cui lo sport business ha un ruolo importante. Ma se in Italia per lo sport si imbrogliano le carte, in Giappone, paese tanto prospero quanto cauto, nessuno è disposto a morire per la vetrina dello sport, ossia per le Olimpiadi, già rinviate di un anno per il Covid. Infatti, in un sondaggio promosso da “Kyodo news”, il 59,7% degli intervistati ha detto no ai Giochi. In un altro sondaggio, la percentuale è stata più feroce: 81%. Col suo appello, il quotidiano “Asahi Shimbun”, ha catturato il dilagante disagio della popolazione, ostile a un evento più atteso fuori dal paese del Sol Levante, che non dai suoi 126,3 milioni di abitanti. La paura del Covid, a prima vista, appare assurda, in una nazione che ha avuto (dati al 26 maggio) 12.556 vittime (113mila meno che da noi, con una popolazione doppia dell’Italia) e appena 730.487 contagiati. Però, dopo tre mesi di calma pandemica, Tokyo ha visto nelle ultime settimane aumentare le positività. E questo ha cominciato a preoccupare anche le autorità. Le potenti associazioni mediche hanno invitato il governo a cancellare i Giochi. Il timore è che le delegazioni sportive straniere possano veicolare le perniciose nuove varianti del virus. Preoccupazioni comprensibili: il Giappone è il paese più “vecchio” del mondo, oltre il 26% della popolazione ha più di 65 anni. Dunque, molta fragilità anagrafica. Senza dimenticare la tradizionale diffidenza nei confronti degli stranieri. Il Giappone ne ospita pochissimi.

Leonardo Coen

Burgnich, la “roccia” di un calcio sparito

Gli eroi della nostra infanzia nerazzurra, umili difensori capaci di trasformare la nostra metà campo in trincea inespugnabile, applicando le direttive del Mago HH (Helenio Herrera), potevano fregiarsi di bei nomi popolari all’antica che non si usano più: a destra c’era Tarcisio (Burgnich), a sinistra Giacinto (Facchetti), al centro Aristide (Guarneri) e il capitano Armando (Picchi). Di quella formidabile retroguardia, solo il portiere Giuliano (Sarti) e il mediano Gianfranco (Bedin) portavano nomi più comuni. La tradizione fu in seguito sporadicamente riproposta da un portiere di riserva, Astutillo (Malgioglio), e dal terzino Ezechiele (Schelotto) passato come una meteora, il tempo sufficiente a farsi ricordare per il gol decisivo nei minuti di recupero di un derby. Nomi suggestivi, adatti alle canzoni di Jannacci che purtroppo era però milanista. Proviamo nostalgia, oggi che anche Burgnich la Roccia ci ha lasciato raggiungendo in cielo l’alter ego di una coppia di terzini leggendaria, dell’Inter e della Nazionale. Burgnich-Facchetti, venivano pronunciati in un fiato solo dai radiocronisti, come entità indissolubile. La loro sportiva durezza di marcatori feroci, capaci d’imprigionare gli attaccanti avversari rilanciando quel contropiede in cui solo Facchetti era autorizzato a cimentarsi con le sue sgroppate, troverà eredi nella grinta di Marco Materazzi e nell’unico altro grande capitano dopo Picchi, Javier Zanetti. Ma nessuno potrà cancellare dalla nostra memoria l’impressione di solidità, prestanza atletica, dedizione alla causa dei mastini Burgnich-Facchetti che permisero alla grande Inter degli anni Sessanta di raggiungere le vette mondiali. I tifosi che ieri protestavano sotto la lussuosa sede di una proprietà cinese alle prese coi tagli di bilancio appena vinto lo scudetto e che ha scelto di perdere Conte con un anno di anticipo, portano la gloria di quei nomi impressa nel cuore.

Lacci, lacciuoli e cavi d’acciaio

Com’è noto,bisogna stare attenti a quel che si desidera perché potrebbe avverarsi. E, nel caso nostro, oggi o domani dovrebbe arrivare l’ennemila dl Semplificazioni, che in molti casi – come sarà possibile notare allorché le bozze si transustanzieranno in Gazzetta Ufficiale – semplificano il precedente dl Semplificazioni del 2020, che a sua volta semplificava le precedenti semplificazioni. Ogni riga di quel testo ci dice che il dopo-Covid non sarà all’insegna di una ripresa equa e sostenibile, ma una feroce ristrutturazione del sistema di produzione con una spruzzata di green che taciti la coscienza del ceto medio riflessivo, almeno quello con la pancia piena (di prodotti bio). In Italia questo avverrà – e non siamo affatto sicuri che non sarebbe avvenuto con qualunque governo – nelle forme di un laissez-faire che viene incontro più agli spiriti criminali che a quelli animali del capitalismo: il decreto a venire travolgerà, in buona sostanza, il sistema dei controlli a colpi di fast-track, silenzio-assenso e autocertificazioni nella convinzione ottocentesca che l’unica cosa che serve all’economia sia lasciar libero l’imprenditore demiurgo dai lacci e lacciuoli della burocrazia, salvo poi accorgersi – come sul Mottarone – che ci si libera pure dei cavi d’acciaio. Battuta forse estrema, ma non estranea alla cruda realtà: “Ogni tanto ci penso… Chissà il bambino che mangia la pannocchia di mais cresciuta sui fanghi…”, dice – intercettato – il geologo di una ditta del Nord a proposito delle 150mila tonnellate di materiali tossici sversate nei terreni agricoli di mezza Pianura padana. Anche questa è “economia circolare” e nel prossimo dl un provvidenziale comma pensato al ministero dell’Energia, ex Ambiente, eliminerà per il cosiddetto end of waste pure i fastidiosi controlli a campione dell’Ispra: non sia mai si scopra qualcosa che non va, bisogna correre, correre, correre e meritarsi la mancetta europea e il plauso dei brasseur d’affaires travestiti da imprenditori e dei loro ricchi avvocati travestiti da insigni giuristi. Come dice Cingolani: “È una maratona col ritmo dei 100 metri”, poco importa che sia impossibile da correre. E la pannocchia cresciuta sui fanghi tossici? Pazienza: bisogna pensare al green, mica al mais.

Gaza, il problema non sono solo le bombe: non c’è acqua

Dove fermeremo l’asticella dei diritti negati e su questo limite ci batteremo tutti assieme? Il fuoco si è fermato a Gaza. Si sono contate le vittime: 12 civili israeliani e 250 palestinesi uccisi, 60 dei quali bambini, 1.200 feriti che intasano ospedali di Gaza già collassati dal Covid e danneggiati dalle bombe. È finita. Pochi giorni di attenzione e i media non ne parleranno più. Ma a Gaza si continuerà a morire per queste bombe, per quelle di prima e di prima ancora, in attesa delle prossime.

Si muore e si morirà sempre di questo a Gaza. Il tasso di mortalità infantile è tra i più alti del mondo ed è per l’acqua infetta. Perché Gaza è Gaza. Non entrano i materiali per riparare le reti idriche, fognarie ed elettriche, la falda è esaurita e assorbe acqua salata e infetta dalle fogne. Nessuno costruisce infrastrutture che portino l’acqua dall’esterno. Impossibile a Gaza rispettare le norme igieniche di lavarsi le mani più volte al giorno. Non vogliamo sottrarci alle analisi sulle vecchie e sulle nuove responsabilità, su come distribuirle tra Netanyahu e Hamas con i loro progetti criminali che si intrecciano. Non vogliamo parlare di geopolitica, tutto è stato già detto e discusso. Forse è solo necessario esprimere l’indignazione ragionata per la politica capace di “usare” i numeri e le statistiche delle vittime per fingere un interesse, simulare un diritto internazionale morto da tempo. A Gaza le bombe si sovrappongono e si confondono con l’assenza di tutti i diritti umani che ognuno di noi continua a elencare da tempo: la democrazia, l’autodeterminazione, la dignità, le libertà e… infine l’acqua. Sempre in fondo, aggiunta all’ultimo momento. Forse, va invertita la scala delle priorità, va fermata l’asticella su ciò che vogliamo susciti ancora qualche passione universale: l’acqua pulita e la salute i diritti umani fondamentali, i più violati e dimenticati. L’acqua è il più materiale, il più sacro dei diritti, antico come la Genesi, salvaguardato nelle guerre greche, eppure dimenticato. A Gaza questi fondamentali diritti alla vita sono negati. Gaza è la metafora dello scarto portata all’estremo, è un occhio su come si prospetta il mondo futuro.

Una striscia di terra lunga 36 chilometri e larga 10, una delle più alte concentrazioni demografiche del mondo. Un pericolo pandemico per il Mediterraneo e la stessa Israele. È una discarica umana chiusa, dalla quale non si fugge a nuoto o coi gommoni, nemmeno quando piovono le bombe.

Il diritto all’acqua: nemmeno la guerra lo dovrebbe distruggere. È stato affermato da una Risoluzione dell’Assemblea delle Nazioni Unite nel 2010. Ma non lo sa nessuno, nemmeno le vittime e non c’è protocollo tra nazioni e nessun tribunale internazionale che sanzioni chi non lo rispetti. C’è bisogno di memoria per ricordare che la società civile, nel passato, riconoscendo che il crimine più grave e impunito è il silenzio, si è data uno strumento come un tribunale: sul Viet Nam 1966/67 e sulle dittature dell’America Latina 1974/76, con personalità come Bertrand Russell, Jean Paul Sartre, Lelio Basso. E dal 1979 opera il Tribunale Permanente dei popoli e un Tribunale Russell sulla Palestina. Non si tratta di inventare nulla di nuovo. O forse sì, per immaginare relazioni internazionali diverse. C’è un Forum dei movimenti dell’acqua italiano e internazionale. Si tratta di mettere la lente d’ingrandimento su due diritti negati, premessa e indicatori di ogni altro diritto. Rilanciarli in quanto parlano alle nuove generazioni del futuro del nostro mondo. Ci parlano della crisi dell’acqua e delle guerre da essa generate, di pandemie, vaccini, multinazionali, farmaci negati. Ci parlano delle diseguaglianze, di indifferenza e di impegno.

 

Dacia Maraini, Piero Basso, don Virginio Colmegna, Emilio Molinari, Stefano Nespor, Moni Ovadia, Armando Spataro, Gianni Tognoni

Cingolani, il grande equivoco “verde” nel governo Draghi

Il più grande equivoco del governo Draghi si chiama Roberto Cingolani. Ognuno può dare il giudizio che vuole sull’operato dei Migliori, ma nessuno potrà negare che i fatti del ministro della Transizione ecologica sono quantomeno sfasati, incongruenti, contraddittori rispetto alle promesse con cui Cingolani è stato catapultato al governo. Doveva essere il protagonista della svolta, la novità radicale, il mutamento epocale, la rivoluzione verde. È stato la giustificazione del sostegno dei Cinquestelle a Draghi. Si sta dimostrando invece il più grosso errore di Beppe Grillo (dopo il video sul figlio). E lo possiamo ormai sostenere anche andando oltre il suo curriculum, che non lo qualifica certo come uomo del rinnovamento.

Ha gestito per anni un centro di ricerca a Genova (Iit) finanziato non per i suoi meriti, con modalità competitive, ma per concessione dall’alto del governo. Ha avuto così tanti soldi da non riuscire a spenderli, nell’Italia in cui la ricerca ha finanziamenti scarsi e insicuri. Il risultato più esibito è stato un robottino dalla faccia carina che non abbiamo ancora capito bene a che cosa serva. Cingolani ha poi garantito a Matteo Renzi il suo “progetto petaloso”: la partenza a Milano, per coprire il vuoto progettuale del dopo-Expo, di Human Technopole, per fortuna subito strappato a “Cingo” per l’immediata insurrezione del mondo dell’università e della ricerca. Come risarcimento è stato mandato a fare il manager a Leonardo, dove ha piazzato anche il suo uomo-comunicazione. E infine, eccolo qua, a incarnare la promessa green del governo Draghi. Ma i fatti, purtroppo, smentiscono le promesse. Più che ministro della Transizione ecologica, sembra il ministro del greenwashing. Qualche esempio.

Nel Piano nazionale energia e clima è prevista una corsia preferenziale per i “nuovi impianti per la produzione di energia e vettori energetici da fonti rinnovabili, residui e rifiuti”. Le ultime due paroline (“residui e rifiuti”) significano inceneritori, i cari, vecchi, inceneritori. Resta pesante la presenza del gas, tanto che perfino John Kerry, inviato speciale per il clima del presidente Usa Joe Biden, ha osservato: “Il ministro Cingolani mi ha mostrato le mappe dei gasdotti, esistenti e in discussione. Ma attenzione: il gas naturale è comunque un combustibile fossile, composto all’87 per cento circa di metano, quando lo bruci crei Co2 e quando lo sposti possono esserci perdite molto pericolose”. Per non spremersi le meningi a inventare progetti verdi, “Cingo” e il governo hanno preso i progetti già pronti delle aziende: Eni, Snam, Enel, che per la natura del loro business non hanno proprio una spontanea vocazione verde. Così finanzieranno con i soldi del Pnrr (quelli dell’Europa per fare cose nuove e green) il vecchio progetto “waste to fuel” (dai rifiuti al carburante) già avviato dall’Eni a Gela e a Marghera. E quello, sempre dell’Eni, a Ravenna, per riconvertire “impianti finalizzati a ridurre le emissioni da parte del settore industriale, ivi compresa la cattura, il trasporto, l’utilizzo e/o stoccaggio della Co2”. Avanti tutta, così, con le trivelle in Adriatico, che invece di essere dismesse continueranno a operare. A Enel sarà concesso di operare nei suoi impianti con meno controlli. A Snam via libera per i suoi gasdotti, quelli che lasciano perplesso finanche l’inviato di Biden. In generale, pochi soldi alla ricerca pubblica (solo 11 miliardi dei 60 a disposizione del ministero da qui al 2027). E meno controlli per tutti, via libera a interventi rapidi e finanziati con una cascata di soldi pubblici, nella terra della corruzione e delle mafie. Le organizzazioni criminali si stanno già preparando. L’esperienza ci insegna che ne vedremo delle belle. Poi, al primo scandalo – ci scommetto – la politica comincerà a strillare che la magistratura deborda e frena lo sviluppo.

 

Ambiente, siamo tornati ai disastri del B. premier

Sarà un governo ambientalista dichiarava Draghi il 13 febbraio, il giorno del giuramento del suo governo, ma in realtà l’uomo che doveva portare in Italia l’aria dell’Europa come il rispetto delle regole e delle procedure si è subito adeguato alla brezza italica. Le iniziali promesse si sono rivelate solo propaganda all’atto della presentazione del suo Pnrr, un piano che non ha una visione e un progetto per la transizione ecologica e la giustizia sociale. Non è un caso che le uniche realtà che il premier il 13 aprile ha ritenuto dover incontrare e ascoltare insieme al ministro Cingolani nella fase di stesura del piano di ripresa e resilienza, sono stati il presidente di Stellantis, e gli amministratori delegati di Eni, Enel, Snam, e Terna. La porta chiusa di Palazzo Chigi invece l’hanno trovata i sindacati, le associazioni ambientaliste e del terzo settore e i rappresentanti delle imprese green che hanno avuto la possibilità di leggere il piano il giorno della sua presentazione. Il piano è costruito per proteggere i ritardi dell’industria automobilistica e dell’industria petrolifera le cui assenze di strategie rallentano la conversione ecologica dell’economia verso la mobilità elettrica e le rinnovabili, facendo pagare un duro prezzo all’Italia in termini di competitività industriale sui mercati globali e per il raggiungimento degli obiettivi sul clima. Non c’è nessuna svolta verde se comparata anche alle decisioni di paesi europei come la Francia e la Germania che su un totale di fondi rispettivamente assegnati, pari a 41 e 27,8 miliardi di euro, le risorse destinate alla transizione ecologica sono del 49% e del 40% contro il 30% dell’Italia.

Il governo ha rinunciato a investire sul trasporto pubblico nel nostro Paese che ha solo 5,3 km per milioni di abitante di rete attrezzata per la mobilità a differenza dei 23,3 km della Germania, con un Pnrr che cambia solo l’11 della flotta circolante di treni regionali e autobus in circolazione, sulle reti idriche che perdono acqua in una misura tale che potremmo dare da bere ad una popolazione di oltre 40 milioni di abitanti e sulla depurazione delle acque reflue motivo per cui l’Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia europea ad una sanzione di 80 mila euro al giorno.

Arrivano le semplificazioni di Draghi, la parola magica e ricorrente nel dibattito politico italiano. Nella bozza del decreto legge su 44 articoli oltre la metà riguardano la velocizzazione delle procedure autorizzative su ambiente e paesaggio alcuni dei quali sono stati modificati appena pochi mesi fa con un’altra legge semplificazioni la 120/2020. Che l’Italia abbia il record di procedure d’infrazioni ambientali evidentemente non interessa al governo a tal punto che non ha ritenuto usare i fondi europei per risolvere un problema gravissimo del nostro paese come la carenza preoccupante di personale del sistema nazionale di protezione dell’ambiente. La filosofia è la seguente: velocizzare senza controlli. Pensate che lo Stato investe sui controlli ambientali sull’aria, acqua e suolo solo 13 euro ad abitante mentre per le spese sugli armamenti si arriva a 417 euro.

La deregulation presente nel dl Semplificazioni rende possibile demolire e ricostruire gli edifici nei centri storici aumentando i volumi, anche in altezza, degli edifici non rispettando le distanze tra un edificio e un altro, si favorirebbe così la speculazione immobiliare nei centri storici e il caos consentendo la manomissione dell’identità di quei luoghi: una barbarie! Volutamente non si inserisce una norma che è quella sullo stop sul consumo di suolo che procede al ritmo di 2 mq al secondo e che per l’Ispra tra il 2021 e il 2026 e se il consumo non aumenterà accumuleremo una spesa pubblica figurativa di 17 miliardi di euro che rappresentano l’8,8% dei 191,5 miliardi del Pnnr. Le commissioni Via e le soprintendenze sono commissariate mentre il governo non punta sulle rinnovabili ma sull’idrogeno blu di Eni e Snam e sostiene i progetti di Eni come il deposito della CO2 a Ravenna, mentre il ministro Cingolani ci informa che l’auto elettrica avrà senso solo quando in Italia si raggiungerà il 70% di produzione di energia rinnovabile ovvero sempre secondo il ministro dovremo attendere 10 anni. Il dl Semplificazioni e i primi provvedimenti del governo Draghi sono l’espressione di una deregulation e di iniziative che ricordano quelle di Silvio Berlusconi, dalla proposta di fare il ponte di Messina a quella di Lunardi sugli appalti.

La scelta del governo di inviare al Parlamento la relazione favorevole al ponte sullo Stretto, senza i pareri dei tecnici del ministero dell’Ambiente dà la misura di cosa si vuole fare del nostro Paese. È un governo dalla tecnocrazia grigia, non verde, e senza anima che ci fa capire anche quanto la politica oggi sia debole.

*Coordinatore nazionale dei Verdi

 

Dalla Cartabia a Di maio e Carfagna: ecco quali sono i sogni dei politici

Il successo politico può riempire le giornate con sogni di gloria e di fortuna, ma aiuta a dormire meglio? Per scoprirlo, il vostro coraggioso inviato ha chiesto ai membri dell’attuale governo di quasi-competenti: “Qual è il vostro incubo ricorrente?”

Marta Cartabia (Giustizia): “Ero in un negozio di antiquariato dove c’era una guantiera d’argento che mi piaceva. Chiedo quanto costa, e l’antiquario mi fa: ‘Con o senza pastiera?’ Riguardo, e sulla guantiera c’era una pastiera. Ma una pastiera strana, che si espandeva e si ritraeva come se stesse respirando. E aveva una proboscide che mi frugava dappertutto”. Patrizio Bianchi (Istruzione): “Sogno che tento di giocare a biliardo con in mano una corda”. Renato Brunetta (Pubblica amministrazione): “Ho questo incubo ricorrente dove un grande millepiedi peloso corre sopra di me mentre sto cercando qualcosa per ucciderlo. E mi sveglio fra le urla, scuotendomi il mio orsacchiotto di dosso”. Luigi Di Maio (Affari esteri): “Sogno di fare una bolla col chewing gum e ci finisco dentro e non riesco a uscire. Per questo non faccio mai le bolle quando mastico il chewing gum”. Stefano Patuanelli (Politiche agricole): “Sono ospite a Porta a Porta, ma Vespa è in calze nere, reggicalze, mini e tacco 12”. Luciana Lamorgese (Interno): “Ogni tanto sogno che divorzio perché ho conosciuto uno spagnolo simpatico. Non sono sicura che sia un incubo”. Elena Bonetti (Pari opportunità): “Sogno che mi hanno dato la cittadinanza umbra, purché me ne stia in un eremo a fare cip cip”. Dario Franceschini (Attività culturali): “Ho sognato che vincevo l’Oscar, ma a ritirarlo ci andava mia moglie”. Mara Carfagna (Sud): “Sogno che lavoro in uno zoo dove raddrizzo serpenti”. Giancarlo Giorgetti (Sviluppo economico): “Nel mio incubo ricorrente non sono più ministro e campo pulendo le finestrelle trasparenti delle buste commerciali”. Vittorio Colao (Innovazione tecnologica): “Sogno che sono sposato con Asia Argento”. Lorenzo Guerini (Difesa): “Inseguito da qualcuno, entro correndo in una stanza arredata in stile Luigi XIV dove c’è una porta chiusa, la apro, c’è un’altra stanza identica con una porta chiusa, la apro, c’è un’altra stanza identica con una porta chiusa, la apro, c’è un’altra stanza identica con una porta chiusa, la apro, c’è un’altra stanza identica con una porta chiusa…”. Daniele Franco (Economia): “Sogno che mi affeziono a un cagnolino, ma non posso tenerlo perché Confindustria non vuole”. Fabiana Dadone (Politiche giovanili): “Ho due incubi. In quello piacevole vengo brutalizzata da un tipo magro e repellente che sembra tutti i Rolling Stones messi insieme. In quello raccapricciante sono parente di Fabio Fazio”. Roberto Speranza (Salute): “Sogno spesso una donna esuberante e chiassosa. Non so chi diavolo sia”. Enrico Giovannini (Infrastrutture e Trasporti): “Mi capita di sognare incidenti aerei. La loro probabilità è molto scarsa, ma in due occasioni ho cancellato la mia partenza su voli che poi sono precipitati”. Maria Cristina Messa (Università): “Sogno che mi rubano i capelli, oppure che allatto piccioni nel parco”. Massimo Garavaglia (Turismo): “Sono a un funerale e il corteo funebre è tutti seduti dentro un autobus”. Andrea Orlando (Lavoro e Politiche sociali): “Prendo in prestito la moglie di Franceschini e poi gliela perdo”. Mariastella Gelmini (Affari regionali): “Ogni sogno che faccio mi spaventa. Spesso sono a un funerale e mi arrabbio perché la defunta ha il mio stesso vestito”. Roberto Cingolani (Ambiente): “Sogno spesso di essere ministro dell’Ambiente”. Mario Draghi (Presidente del Consiglio): “Si è detto e scritto che non sogno mai. Mi sia consentito di essere d’accordo”.

 

La pandemia ci lascia la rabbia in eredità

Credo che tutti e, in particolar modo chi ha perduto affetti, abbiamo già pagato un costo molto alto a causa di questa pandemia. Purtroppo ci è negata anche la triste rassegnazione che davanti a ineluttabili disgrazie naturali, con il tempo, placa gli animi. Monta invece la rabbia. I dati che stanno emergendo vanno in questo senso. I sospetti dei ritardi che avrebbero arginato e forse prevenuto la pandemia, stanno diventando certezze. È lecito, a ognuna di queste acquisizioni, chiedersi quanti morti sia costata. È stato scoperto che già nell’ottobre del 2019 in Cina si erano avute strane polmoniti mortali per cause non definite. La mancanza di un piano pandemico aggiornato (è stato più volte ribadito) ci ha fatti trovare inermi, senza i primi importanti mezzi di difesa quali mascherine, respiratori, con le conseguenze che noi tutti conosciamo. A parte qualche blando invito, l’Oms ha sollecitato che venisse aggiornato? Proprio l’Oms ha ritardato a dare l’allarme, mentre un medico cinese veniva minacciato, perché avrebbe voluto avvertire il resto del mondo. Eppure ha in Cina un’importante sede. Non abbiamo avuto notizie sulla sua collaborazione all’inizio della pandemia. Ridicolo il report della commissione di indagine sull’origine di SarSCoV2. È un dato di fatto che la Cina sia uno dei maggiori sponsor dell’Oms. Ciò può dare una spiegazione a queste vicende? Abbiamo bisogno e subito di una Oms “libera” da sponsorizzazioni e legacci politici. Subito, perché i microrganismi non ci danno tregua. A proposito, in India ci sono già circa 100 decessi a causa di un’epidemia dovuta al cosiddetto “fungo nero”. Un’infezione molto contagiosa con una mortalità pari al 50%! Quali provvedimenti si stanno prendendo, visto che la situazione potrebbe sfuggire al controllo, soprattutto perché i governanti indiani non vogliono dichiarare l’epidemia?

direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano