Libertà di pensierino, Spinelli e Dostoevskij ecco i nuovi Demoni

Abbiamo letto dodici volte (nel senso letterale del termine, non tanto per dire) il pezzo di Barbara Spinelli, pubblicato sabato sul nostro giornale e retwittato dall’Ambasciata russa (reato di citazione russa). Da giorni le piovono addosso accuse di ogni genere, talvolta con pudica circospezione, che immaginiamo dipendere dalla sua autorevolezza (anche gli opinionisti-juke boxe hanno reminiscenze di autoconsapevolezza) e talvolta perfino con squallide capriole genealogiche (qualcuno l’ha accusata di tradire la memoria del padre Altiero). Di tutte le nefandezze di cui è accusata non abbiamo trovato traccia nel suo scritto. Peraltro al centro della pagina il catenaccio del pezzo spiegava benissimo il senso di tutto: “La prevedibile aggressione russa e la cecità di Stati Uniti e Unione europea: ecco perché cominciare ad ammettere i nostri errori è il primo punto per costruire la pace”. Non risponderemo alle obiezioni sulla difesa della ditta perché questo disgraziato giornale, così pieno di difetti pubblicamente vivisezionati ogni dì, ha il grande pregio di difendersi da solo (ed è sicuramente il peggiore in commercio, eccetto tutti gli altri). Ma qui il punto non è il Fatto. Il punto è quanto in basso siamo caduti se a un direttore d’orchestra viene chiesta la pubblica abiura per poter dirigere alla Scala, e se l’Università Bicocca (poi tornata sui suoi passi) voleva rimandare un corso di Paolo Nori su Dostoevskij (Signore perdonali) per “evitare polemiche in un forte momento di tensione”: non è Il sogno di un uomo ridicolo, è proprio successo. Marc Innaro, corrispondente da Mosca per la Rai dal 2014, viene messo all’indice per aver guardato una cartina geografica: “Gli europei scontano una totale assenza di memoria storica e di comprensione delle dinamiche più profonde che ha subito la Russia nell’ultimo secolo e negli ultimi trent’anni”, ha detto al Tg2 Post. “Basta guardare la cartina geografica per rendersi conto che chi si è allargato negli ultimi trent’anni non è stata la Russia, è stata la Nato”. Tanto è bastato per chiedere la sua rimozione: raus! Oltre il buono/cattivo non c’è nulla: brutto Putin!

L’intolleranza al pensiero critico forse dipende dal fatto che la complessità impegna troppo l’attenzione in un’epoca in cui la riusciamo a dedicare solo al cellulare (e ai fatti nostri). Questo ha prodotto un dibattito pubblico infantile, ridotto alla libertà di pensierino del fu maestro Arbasino: il guaio è che ci va bene così. Capire e sapere non sono più un’aspirazione: ci basta ascoltare qualche frasetta di pseudo buon senso (qualcuno potrebbe dire che è una buona cosa uccidere i bambini? O invadere una nazione?). È incomprensibile l’ostilità all’ascolto e al confronto. È incomprensibile che non si vedano i rischi di questo totalitarismo del pensiero, che si rinunci alla curiosità di sapere di più, di studiare, capire e ricordare. Per esempio ricordiamo che l’Italia, all’articolo 11 della Costituzione, “ripudia” la guerra? Meuccio Ruini, in una seduta della Commissione dei 75 nel marzo 1947, disse che il verbo scelto (preferito ad altri, come “condannare”) ha “un accento energico e implica così la condanna come la rinunzia alla guerra”. Ci possiamo ancora dire pacifisti senza passare per filo putiniani, per gente che plaude alle invasioni e ai genocidi? Ormai ogni tentativo di discorso articolato incappa nel fastidio di chi ha sempre un “fate presto” da sbandierare come ultima, incontrovertibile, istanza e che dunque non ha tempo per ascoltare un’idea altra? “E nella guerra per la pace vince sempre il voto moderato”, recita una vecchia canzone dello Stato Sociale (contenuta nell’album Turisti della democrazia). S’intitola “Mi sono rotto il cazzo”.

 

Amato si scusi sul referendum: nelle motivazioni scelta politica

In occasione del giudizio sui referendum, il presidente della Corte costituzionale Giuliano Amato si è lanciato in una guerra mediatica, e quindi politica, che non ha fatto del bene all’istituzione che presiede. Le motivazioni alla sentenza, appena pubblicate, confermano la gravità del danno.

Tutto è nato dal fatto che molti cittadini non avevano preso bene la decisione della Corte costituzionale di non ammettere gli unici referendum di iniziativa popolare, con 2 milioni di sottoscrittori, su eutanasia e cannabis. Se ne devono essere accorti anche alla Consulta, quando si sono ritrovati una valanga di messaggi di contestazione. Hanno forse intuito che le opinabili motivazioni giuridiche – opinate anche da alcuni giudici della stessa Corte che erano per l’ammissibilità – non sarebbero bastate a convincere i più. Il presidente Giuliano Amato ha così scelto di scendere in campo in prima persona. Ha convocato una conferenza stampa per annunciare lui stesso gli esiti, spiegare le decisioni, ma soprattutto attaccare gli avversari, cioè i promotori. La motivazione usata è stata la meno sottile possibile: non è stata colpa della Corte, erano i referendum a esser “scritti male”. Il registro era: noi su eutanasia e cannabis non saremmo nemmeno pregiudizialmente contro, ma proprio non potevamo fare altrimenti. Il politico, più volte presidente del Consiglio e ministro, sosteneva che la Corte da lui presieduta non avesse fatto una scelta politica. Ha deciso di farlo a favor di telecamere e senza possibilità di replica, accusando i promotori di incapacità e/o di aver ingannato gli elettori. E nella foga di “spiegare” ha infilato due patenti falsità. Dice che i referendum se fossero stati ammessi avrebbero consentito l’omicidio dell’amico un po’ ubriaco che ve lo avesse chiesto, e che avrebbero aperto alla legalizzazione della droghe pesanti, ma non della cannabis.

Il messaggio avrà forse fatto centro nello screditare i promotori, ma non risponde a verità. La norma residua sull’omicidio del consenziente, infatti, avrebbe lasciato intatta la condanna per chi agiva contro una persona il cui consenso fosse viziato da “l’abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti”. E, in merito alla cannabis, per Amato il quesito non toccherebbe la tabella relativa. Anche qui: falso. Non ha letto (solo lui, pure gli altri giudici?) correttamente i commi della legge sulle droghe. Un errore materiale grave che meriterebbe la rivisitazione del giudizio, almeno in un Paese dove vige lo Stato di diritto.

Le motivazioni della Corte pubblicate ieri confermano la scelta politica di impedire il referendum sulla base di rilievi che avrebbero potuto essere sanati dopo il voto, da parte del Parlamento o della Corte stessa. Nelle motivazioni, però, ci si guarda bene dall’includere gli errori commessi del Presidente. Dulcis in fundo, il Presidente ha invitato i promotori a trovare un’altra strada, a sollevare in Corte costituzionale la legittimità dell’art. 579 del Codice penale sull’omicidio del consenziente, cosicché “magari, chissà” non ci scappi un giudizio di incostituzionalità parziale. Insomma, velatamente invita qualcuno a farsi processare per omicidio del consenziente per vedere se “magari” gli si possano estendere le condizioni previste per l’aiuto al suicidio. Se poi a quel qualcuno andasse male, pazienza, si beccherebbe solo 15 anni di carcere. Vista la composizione e gli orientamenti della Corte costituzionale di oggi, diversi da quella di tre anni fa, l’invito può trasformarsi in una trappola.

Lo scontro mediatico-politico è così compiuto, e si passa oltre. Qualcuno ha creduto ad Amato, altri no, per i più la questione è troppo complicata. Noi promotori abbiamo dovuto batterci per difendere la nostra reputazione e il diritto al referendum. La reputazione della Corte costituzionale, invece, avrebbe bisogno di un Presidente che la sottragga dalla polemica invece che trascinarcela per i capelli. Avrebbe bisogno, dunque, di un Presidente che non sia Giuliano Amato. E intanto il popolo non potrà decidere su temi che riguardano la vita di tutti.

 

La guerra giusta non c’è 9 vittime su 10 sono civili

Pubblichiamo qui un estratto del libro postumo di Gino Strada, da oggi in libreria, Una persona alla volta

(Feltrinelli): il racconto in prima persona di una missione durata tutta la vita: “Non un’autobiografia, un genere di cosa che proprio non mi piace, ma le cose più importanti che
ho capito guardando il mondo dopo tutti questi anni in giro”.

La guerra è morti, e ancora di più feriti, quattro feriti per ogni morto, dicono le statistiche. I feriti sono il “lavoro incompiuto” della guerra, coloro che la guerra ha colpito ma non è riuscita a uccidere: esseri umani che soffrono, emanano dolore e disperazione. Li ho visti, uno dopo l’altro, migliaia, sfilare nelle sale operatorie. Guardarne le facce e i corpi sfigurati, vederli morire, curare un ferito dopo l’altro mi ha fatto capire che sono loro l’unico contenuto della guerra, lo stesso in tutti i conflitti. (…)

“La guerra piace a chi non la conosce”, scrisse 500 anni fa l’umanista e filosofo Erasmo da Rotterdam. Per oltre trent’anni ho letto e ascoltato bugie sulla guerra. Che la motivazione – o più spesso la scusa – per una guerra fosse sconfiggere il terrorismo o rimuovere un dittatore, oppure portare libertà e democrazia, sempre me la trovavo davanti nella sua unica verità: le vittime. (…)

C’è stato, nel secolo più violento della storia umana, un mutamento della guerra e dei suoi effetti. I normali cittadini sono diventati le vittime della guerra – il suo risultato concreto – molto più dei combattenti.

Il grande macello della Prima guerra mondiale è stato un disastro molto più ampio di quanto si sarebbe potuto immaginare al suo inizio. Una violenza inaudita. Settanta milioni di giovani furono mandati a massacrarsi al fronte, più di 10 milioni di loro non tornarono a casa. Per la prima volta vennero usate armi chimiche, prima sulle trincee nemiche, poi sulla popolazione. Circa 3 milioni di civili persero la vita per atti di guerra, altrettanti morirono di fame, di carestia, di epidemie.

Trenta anni dopo, alla fine della Seconda guerra mondiale, i morti furono tra i 60 e i 70 milioni. Quest’incertezza sulla vita o la morte di 10 milioni di persone è la misura del mattatoio che si consumò tra il ‘39 e il ‘45: così tanti morti da non riuscire neanche a contarli.

Gli uomini e le donne di quel tempo conobbero l’abisso dell’Olocausto e i bombardamenti aerei sulle città. Era l’area bombing, il bombardamento a tappeto di grandi aree urbane, Londra, Berlino, Dresda, Amburgo, Tokyo…. Non esisteva più un bersaglio militare, un nemico da colpire: il nemico era la gente, che pagava un prezzo sempre più alto (…). E poi le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, che cambiarono la storia del mondo: l’uomo aveva creato la possibilità dell’autodistruzione.

Nella Seconda guerra mondiale le vittime civili furono più del 60 per cento; in pratica, due terzi non avevano mai imbracciato un’arma. Sono proprio queste vittime, in maggioranza persone disarmate, a testimoniare la follia della guerra e l’assoluta incapacità di controllarla.

Howard Zinn si era arruolato volontario nell’aviazione nel 1943, convinto di combattere una battaglia giusta. Era disgustato da quello che aveva letto della Prima guerra mondiale, quella carneficina orrenda, eppure pensava che la guerra per liberare l’Europa dal nazifascismo fosse necessaria, inevitabile. Dal suo B-17 sganciò bombe su tante città. “Quando sganci bombe da 8 chilometri di altezza non vedi quello che accade sotto. Non senti urla, non vedi sangue. Non vedi bambini fatti a pezzi dall’esplosione delle tue bombe. In tempo di guerra, le atrocità vengono commesse dalla gente comune, che non vede le vittime come esseri umani, li vede soltanto come il nemico, anche se il nemico ha 5 anni”.

Sceso da quel bombardiere, capì che non esiste una guerra giusta e spese la sua vita per farlo capire al mondo.

Dopo il 1945 hanno insanguinato il pianeta altri 265 conflitti interni o internazionali, con una percentuale di vittime civili che ha continuato a salire.

Sparito il campo di battaglia, eserciti e gruppi ribelli, fazioni in lotta con o senza divisa si sono affrontati nel mezzo delle città, tra le scuole e le case, tra i mercati e gli ospedali. Tra i cittadini.

Il risultato è stato che più di venticinque milioni di esseri umani hanno perso la vita nelle guerre del cosiddetto “secondo dopoguerra”. Le vittime non combattenti, una ogni dieci all’inizio del Novecento, erano diventate nove su dieci alle soglie del Duemila.

I dati sui feriti di Kabul – oltre il novanta per cento civili – che avevo ricavato dai registri dell’ospedale non erano conseguenza di una situazione particolare: rappresentavano la realtà delle guerre di oggi, non solo del conflitto afgano. (…)

Ogni giorno, migliaia di persone soffrono le conseguenze di guerre di cui ignorano le ragioni. Ma allora qual è il senso della guerra, contro chi si sta combattendo, se si dichiara di combattere contro dittatori e terroristi e poi il risultato finale è che nove volte su dieci è un civile a perdere la vita? Quale medico prescriverebbe un farmaco che nove volte su dieci uccide il paziente? In un ospedale, quel farmaco verrebbe proibito, e chi si ostinasse a somministrarlo sarebbe denunciato.

 

© Giangiacomo Feltrinelli Editore
Milano, marzo 2022
QUESTO LIBRO SOSTIENE EMERGENCY

 

Ora cerchiamo di non imitare Putin il censore

Come tanti, quando sono in auto, tengo sempre la radio accesa per ascoltare le dirette sulla guerra e anche le opinioni degli ascoltatori che spesso fanno le domande più sensate, magari le stesse che avrei fatto io. Per esempio, ieri mattina, a Tutta la città ne parla

(Radio3) si parlava del carico di armi pesanti che l’Italia si accinge a inviare a Kiev e qualcuno, assai pessimista sulla durata della resistenza ucraina, ha chiesto: e se poi questo gigantesco arsenale di missili, bombe, mitragliatrici dovesse finire nelle mani dei russi? Non corriamo il rischio di armare gli aggressori? Poi si è passati a considerare l’ipotesi di una possibile sollevazione popolare contro Vladimir Putin, alla luce delle proteste di piazza mostrate in tv. È stato risposto, attenzione a non confondere Mosca e San Pietroburgo – grandi metropoli europeizzate dove soprattutto i giovani sono molto simili ai loro coetanei di Berlino, Parigi o Londra – con la Russia profonda nella quale l’uomo del Cremlino gode ancora di vasta popolarità (cerco di riassumere le valutazioni del corrispondente Rai, Alessandro Cassieri). A proposito di questa idea di un Putin in difficoltà mi è venuto in mente che molto si è parlato di quella riunione del Consiglio di sicurezza russo nella quale Putin ha gelato il capo dei servizi segreti che chiedeva più tempo per i negoziati. È la prova, hanno commentato gli “esperti”, che il dissenso si allarga e che lo Zar Vlad potrebbe presto saltare. Ho pensato io (più terra terra): se qualcuno dovrà saltare sarà, se non sta attento, quel burocrate avventato. Quindi su Radio 24 sono trasecolato alla notizia che l’Università Bicocca di Milano aveva rinviato il corso dello scrittore e traduttore Paolo Nori su Dostoevskij (“evitiamo polemiche in un momento di forte tensione”). Poi, fortunatamente, la rettrice ha fatto marcia indietro, anche se questo episodio si somma alla richiesta di abiura fatta del sindaco di Milano e che ha portato Valerij Gergiev (solida fama di putiniano) a dare le dimissioni della direzione del Teatro alla Scala. Così come il soprano russo, Anna Netrebko (assai apprezzata da Putin) anche lei attesa alla Scala, ha preferito rinunciare dicendo che “non è giusto costringere gli artisti a denunciare la patria”. Chiedo sommessamente: non ci hanno insegnato che la superiorità della democrazia consiste nel non abbassarsi a discriminare chi la pensa diversamente? Come invece fanno le dittature?

Ville e megayacht dei magnati russi: sanzioni lontane

Lena è il nome di uno yacht: 40 metri, ormeggiato nel porto di Sanremo, riconducibile a Gennady Timchenko, oligarca con tripla cittadinanza (armena, russa e finlandese) e azionista del gruppo di investimento privato – con interessi nei settori chiave dell’economia russa – Volga Group. Timchenko “è una conoscenza di vecchia data del presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin”. È anche “azionista della Banca Rossiya, considerata la banca personale degli alti funzionari della Federazione russa”, istituto di credito che a sua volta “detiene importanti quote del National Media Group, che a sua volta controlla emittenti televisive” filo-governative. A 40 km circa di distanza, al porto di Imperia, si trova un altro yacht, battente bandiera Isole Cayman, di 65,5 metri, dotato di una pista di atterraggio per elicotteri: è il Lady M. ed è riconducibile ad Alexey Mordaschov, presidente della “Severgroup”, società “azionista della Banca Rossiya, di cui Mordaschov deteneva circa il 5,4 % delle quote nel 2017”. Anche la “Severgroup detiene importanti quote azionarie nel National Media Group”.

Timchenko e Mordaschov, dunque, sono nella lista delle 26 figure di spicco dell’inner circle del potere putiniano destinatari delle sanzioni decise dall’Ue, parte di un elenco più ampio che comprende 680 persone fisiche e 53 società. Sono indicati come responsabili “del sostegno ad azioni e politiche che compromettono l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina”. E in quella lista c’è anche un’altra conoscenza italiana, Alisher Usmanov, magnate russo-uzbeko “con interessi nel settore del ferro, dell’acciaio, dei media e di Internet” e “con legami particolarmente stretti con Putin”. Sarebbe riconducibile a lui il Dilbar. 156 metri di lunghezza, valore stimato di 600 milioni di euro, è il quarto yacht più grande al mondo. L’ultimo tracciamento dà conto di uno spostamento del Dilbar da Monaco ad Amburgo, a poca distanza dall’enclave russa di Kaliningrad. Usmanov godeva della fiducia delle istituzioni anche italiane: cittadino onorario di Arzachena, mecenate del restauro di monumenti romani, su proposta (secondo quanto ricostruito dal Sole24ore) dell’ex premier Matteo Renzi, ratificata nel 2017 da Sergio Mattarella, è stato nominato commendatore.

Le sanzioni europee nei loro confronti per ora non attecchiscono: le loro imbarcazioni sono in Italia e per adesso non è stato apposto alcun sigillo. Ci vorrà tempo per concretizzare ciò che chiede l’Europa. L’Italia in questo caso dovrà stilare un inventario dei beni russi: yacht, ville, ricchezze di ogni genere. È un lavoro che sta già svolgendo il Comitato di sicurezza finanziaria, un organismo del ministero dell’Economia composto da rappresentati di vari settori: oltre a rappresentanti del Mef e ministero della Giustizia e dell’Interno, anche di Banca d’Italia, della Guardia di Finanza, carabinieri e della Direzione investigativa antimafia. La mappa dei beni potrebbe risultare complessa: molti di questi potrebbero non essere intestati ai soggetti menzionati nel documento europeo, ci si potrebbe trovare davanti ad aziende in paradisi fiscali o scatole cinesi. E vale anche per gli yacht: bisognerà capire che tipo di bandiera battono (ad esempio il Lena conduce alle Isole Vergini) e chi sono i reali proprietari. Una volta completata la lista, sarà la Finanza (il Valutario di Roma è il Nucleo che riceverà le deleghe) a mettere materialmente i sigilli. E infine, il bene passerà all’agenzia del Demanio.

Oltre agli yacht ci sono dunque anche le ville. Igor Sechin, “uno dei consiglieri più fidati di Putin” e anche lui nella black list delle sanzioni Ue, secondo quanto raccontato in passato da alcuni articoli di stampa, ha fatto shopping di ville in Costa Smeralda, ne possiederebbe attraverso alcune società sei al Pevero e più di recente avrebbe acquistato Villa Maramozza a Lerici (La Spezia). Usmanov, invece, in Costa Smeralda avrebbe acquistato a Romazzino la mega villa appartenuta al re delle cucine Antonio Merloni. Sono tutti beni sui quali lavorerà il Comitato di sicurezza finanziaria del ministero dell’Economia. La lista potrebbe diventare davvero lunga.

Timori per le “garanzie” Sace esposta per 5 mld

I contraccolpi interni delle pesantissime sanzioni alla Russia preoccupano il governo italiano, ma qualcuno di più per l’impatto diretto sulle casse dello Stato. S’intende l’esposizione della pubblica Sace, la società che assicura le commesse estere dei gruppi italiani e che in Russia copre investimenti enormi, pesantemente sbilanciati sugli idrocarburi. In questi giorni di fuga dei colossi dal Paese, al ministero dell’Economia s’è acceso un campanello d’allarme.

Nel giugno del 2020 – segnala l’Ong ambientalista Re Common – i numeri di Sace evidenziavano un’esposizione di 4,3 miliardi. La Russia è il settimo Paese per impegni finanziari, che solo nel 2018-2019 valevano 2,1 miliardi (108 le operazioni siglate). Un anno dopo, al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, l’Ad Pierfrancesco Latini spiegava che “la Russia è un’importante destinazione per le esportazioni italiane, il nostro portafoglio qui vale circa 3,2 miliardi”. In realtà, risulta al Fatto, la cifra effettiva è di quasi 5 miliardi, di poco inferiore al limite massimo consentito dalle politiche di rischio dell’agenzia (Risk-appetite framework) che oscilla tra i 5,5 e i 6,5 miliardi.

Le agenzie di credito all’export garantiscono i progetti esteri, specie quelli più a rischio, delle imprese nazionali. La garanzia può coprire l’investimento o, più spesso, i finanziamenti, quasi sempre erogati da banche italiane o dalla pubblica Cassa Depositi e Prestiti, che peraltro ha controllato Sace fino al mese scorso quando è passata sotto il controllo del Tesoro (operazione in realtà non ancora conclusa). Se i progetti vengono annullati o i prestiti non rimborsati, la garanzia viene escussa e Sace paga. O meglio, paga il ministero perché le operazioni sono co-assicurate al 90% dal Tesoro e il restante 10% è contro-garantito direttamente dallo Stato.

Sace non fornisce numeri. Re Common ha chiesto alla società di chiarire la sua posizione e fermare i nuovi progetti in Russia, come ha fatto l’omologa tedesca Euler Herme. Anche perché quasi tutti riguardano gli idrocarburi, settore che assorbe metà delle garanzie totali di Sace e 230 dei 237 milioni di euro di operazioni garantite in Russia nel solo 2020.

L’agenzia, per dire, avrebbe raggiunto il tetto massimo se nei giorni scorsi non fosse stata sospesa la partecipazione italiana al progetto Arctic Lng2 in Russia, in cui Sace garantiva un prestito di 500 milioni di Cdp e Intesa Sanpaolo. Il progetto di trivellazione a cui sta lavorando l’italiana Saipem (che non dovrebbe avere contraccolpi perché i lavori sarebbero stati già pagati) è inviso agli ambientalisti ed è controllato al 60% dalla russa Novatek, con cui l’agenzia ha siglato a fine 2018 un memorandum di cooperazione strategica e già coinvolta nel mega-progetto di gas Yamal LNG che vede impegnata Sace come garante di parte di un prestito da oltre 700 milioni di Intesa. Di recente, Sace è stata coinvolta nel progetto Amur Gas Chemical Complex del colosso russo Gazprom.

La lista, insomma, è lunga. Sace è in attesa di aver istruzioni dal Tesoro sul da farsi per evitare guai peggiori. Il ministero, però, non commenta.

Prezzi di gas e petrolio alle stelle. E i rincari saranno pure peggio

Il costo del gas continua a salire. “L’impatto della crisi ucraina sull’energia e l’inflazione è notevole. I prezzi resteranno alti più a lungo del previsto nel 2022” ha detto ieri il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, ribadendo che la settimana prossima Bruxelles presenterà una comunicazione proprio sull’energia per dotare l’Ue di un toolbox per stock comuni di gas naturale europeo e lasciando intendere che difficilmente la clausola generale di salvaguardia (che ha sospeso il Patto di Stabilità, ndr) sarà ripristinata nel 2023. Pesa soprattutto il caro energia.

I prezzi hanno già raggiunto punte record. Ieri, quello del contratto Ttf del gas ad Amsterdam ha registrato il massimo intraday di 185 euro a tonnellata. Il greggio Brent si è avvicinato ai 114 dollari al barile. A dicembre si era raggiunto un massimo di 184,95 euro quando i flussi russi del principale gasdotto Yamal avevano iniziato a dirigersi verso Est. I prezzi crescono in parallelo ai timori che le sanzioni dell’Ue contro la Russia possano coinvolgere anche le spedizioni di gas (finora escluse), così come potrebbero essere influenzati dallo scioglimento di molti accordi commerciali, soprattutto con Gazprom. Alcune navi con carichi di Gnl, spiega Reuters, sono stati dirottati e martedì il Parlamento Ue ha chiesto di chiudere i porti europei alle navi russe (giova ricordare che la Russia fornisce la media del 40% del gas naturale europeo). Il contemporaneo rivolgersi a nuovi Paesi fornitori aumenterà domanda, competizione e prezzi col paradosso che, a parità di flussi dalla Russia, possa essere Putin stesso a giovare della situazione e, nella peggiore delle ipotesi, a poter anche decidere di ridurli spingendo in su i prezzi. Cresce il rischio di non riuscire ad assicurare gli stoccaggi e le riserve per il prossimo inverno e crescono anche i prezzi, sui quali neanche il rarissimo annuncio dell’Agenzia internazionale per l’energia di rilasciare 60 milioni di barili di petrolio dalle riserve globali ha potuto far nulla. Il governo tedesco, che dipende dal gas russo per il 55%, ha annunciato di essere pronto a investire 1,5 miliardi per i rifornimenti di gas liquido, mentre cerca di potenziare i rifornimenti dalla Norvegia. Il ministero dell’Economia tedesco ha anche assicurato lo sblocco di parte delle riserve strategiche del petrolio per calmierare i prezzi.

A doversi muovere per arginare il caro bolletta è anche il governo italiano. Il premier Draghi non può evitarlo, deve solo decidere se farlo in deficit con uno scostamento di bilancio che finora ha sempre escluso. Famiglie e piccole imprese non ce la farebbero a sopportare i maxi-rincari dei prossimi mesi viste le bollette che stanno già ricevendo in questi giorni. Nonostante 15,7 miliardi stanziati dalla scorsa estate per calmierare i rincari, nell’ultimo anno luce e gas sono aumentati del 131% e del 94%.

Serviranno molte risorse, insomma, e non è un caso che – come rivelato dalla Reuters – la Commissione europea proporrò ai Paesi di tassare gli extra-profitti registrati dai produttori nazionali. Una partita tutta aperta – vanno capiti meccanismi, prezzi e rendimenti – ma più concreta della possibilità che l’Ue possa dare un ulteriore sostegno straordinario ai Paesi, i cui governi sono già intervenuti per per calmierare le bollette con speciali misure. Ai poco meno di 16 miliardi stanziati dall’Italia, secondo due report elaborati dall’Osservatorio Conti pubblici italiani e Selectra.net, si affiancano i quasi 20 miliardi della Francia che ha ridotto le tasse nella bolletta della luce e ha chiesto a Edf, il colosso dell’energia partecipato da Parigi, di vendere più elettricità ai concorrenti a un prezzo calmierato. La Spagna ha stanziato oltre 5 miliardi di euro tagliare le tasse sulle luce dal 5,1% allo 0,5%, tagliando l’Iva e aumentando i bonus sociali. La Germania con 8,7 miliardi taglierà la tassa che sostiene le rinnovabili. Infine, il Regno Unito con 11 miliardi di euro ha alleggerito la bollette delle famiglie, in particolare, di quelle a basso a reddito.

Obbligo over 50, sì con la fiducia. Ma il Pass divide

È passata con 193 voti, al Senato, la conversione in legge del decreto che ha introdotto l’obbligo vaccinale per gli over 50 e allargato le maglie nelle scuole, dettando regole diverse per i bambini e i ragazzi vaccinati e non. Sono pochini 193 voti, ma il 16 febbraio su un altro decreto Covid erano scesi a 139. Ieri i contrari sono stati 35, i 18 di Fratelli d’Italia e 17 del gruppo Misto. Nessun astenuto, ma 40 assenti ingiustificati, tra i quali il capogruppo leghista Massimiliano Romeo, che poco prima aveva dichiarato che “se non ci fosse stata la fiducia, non l’avremmo votato”. Assenti altri 10 leghisti, 15 del Misto, 7 del Movimento 5 Stelle, tra cui la vicepresidente del Senato, Paola Taverna, 4 di Italia Viva compreso Matteo Renzi e due di Forza Italia (una è la capogruppo Annamaria Bernini).

A questo punto l’obbligo è legge, chi ha più di 50 anni dovrà mostrare il Super green pass per lavorare almeno fino al 15 giugno, sempre che la magistratura non scelga in modo univoco la strada dell’annullamento della sanzione consistente nella perdita dello stipendio, già sospesa in alcuni casi dal Tar Lazio. Il decreto era già passato alla Camera, anche lì con la fiducia e con l’astensione della Lega in alcune votazioni. Sul Covid, del resto, la maggioranza scricchiola anche sul versante M5S. Ieri ha parlato il prudente Giuseppe Conte: “Ho invitato Draghi e Speranza a un confronto per un piano di revisione di tutte le misure”, ha detto l’ex presidente del Consiglio. Poi a domanda esplicita sul Super green pass ha precisato: “Non dico sì o no, perché ho avuto una grande responsabilità e so cosa significa esercitarla”.

Il governo dovrà decidere prima del 31 marzo quando scadrà lo stato d’emergenza e Mario Draghi ha già detto, prima che il mondo si concentrasse sull’Ucraina, che non sarà prorogato. Aggiungendo però ben poco: la rinuncia al super pass per alcune attività all’aperto, la fine del sistema dei colori che tanto ormai conta poco e forse arriverà con tutte le Regioni già in bianco, un ulteriore allentamento nelle scuole dove si spera che il governo metta mano anche ai sistemi di aerazione e agli interventi strutturali necessari in caso di recrudescenza autunnale del virus. Difficilmente basterà a tutta la maggioranza

Istat-Iss: Meno morti da quando ci sono i vaccini

I numeri continuano a scendere e ieri è uscito un nuovo rapporto Istat-Istituto superiore di sanità. Per dire che nel gennaio 2022 con la più trasmissibile variante Omicron abbiamo avuto oltre 4,5 milioni di casi che sono il 42% dei quasi 11 milioni registrati dal febbraio 2020 al 9 febbraio scorso; che dei 145 mila decessi al 31 gennaio il 53% risale al 2020, il 41% al 2021 e il 5,8% al primo mese di quest’anno; che l’eccesso di mortalità rispetto agli anni precedenti nel 2021 si è concentrato nel primo quadrimestre (82%) quando i vaccinati erano pochissimi e da luglio è sceso sotto la media europea; che su un campione di 6.530 schede di morte del 2021 riportate al sistema di sorveglianza Covid-19 il virus è stato causa o concausa di morte nel 90% dei casi (come nel 2020: 89%), per il 23% era l’unico responsabile del decesso, per il 29% c’era una concausa e per il 48% ce n’erano almeno due.

Catasto, il governo ricatta e la maggioranza si ribella

Con una guerra in corso il governo torna a vacillare, sulla riforma del catasto. Norme come micce, racchiuse nella legge delega sul Fisco: quelle di una riforma che “va approvata così com’è” secondo la linea di Palazzo Chigi. Perché “è dirimente per la tenuta del governo” come spiega la sottosegretaria all’Economia Maria Cecilia Guerra (LeU) ai deputati allibiti della commissione Finanze della Camera. Tanto che in serata, a sentire fonti trasversali ai partiti, circolano voci su dimissioni ventilate da Mario Draghi in caso di stop alla riforma. Può sembrare surreale, in giorni come questi. Ma neanche troppo, se si torna a paio di settimane fa quando era stato il Migliore in persona, Draghi, ad ammonire ed avvertire i capi-delegazione dei partiti a suo avviso troppo discoli: “Siamo qui per fare le cose, altrimenti non si va avanti”. E deve averlo preso alla lettera Guerra, che ieri in commissione lo ha detto in faccia ai rappresentanti dei vari gruppi: “L’approvazione dell’articolo 6 della riforma fiscale (quello sul catasto, ndr) è dirimente per la continuazione del governo”. Per questo, Guerra ha chiesto ai partiti di centrodestra di ritirare tutti gli emendamenti, partendo da quello della Lega che vorrebbe stralciare l’intera riforma del catasto, ossia quell’articolo 6 che prevede la mappatura di tutti gli immobili e la revisione degli estimi catastali entro il 2026. Ma l’effetto è stato di far infuriare quasi tutti i partiti, con il centrodestra che per qualche ora si è vagamente ricompattato contro l’ultimatum, ribadendo il sospetto che dietro alla mappatura ci sia l’obiettivo di mettere nuove tasse sulle case.

Una valanga di reazioni che ha costretto il presidente della commissione Finanze, Luigi Marattin (Italia Viva) ad aggiornare i lavori ad oggi, così da consentire “una mediazione”. Inevitabile, con la Lega che urla contro “un aut aut inaccettabile, un ricatto dietro a cui c’è la volontà di tassare le case”. Mentre Giorgia Meloni, anche lei contrarissima alla riforma, vede il varco e invita i presunti alleati, Fi e Carroccio, “a riflettere, visto che fanno parte del governo”. Ma anche il M5S è infuriato e con il vicepresidente dei senatori Marco Pellegrini parla di “parole e pressioni irricevibili dal governo, visto che il Parlamento è pienamente legittimato a modificare ciò che ritiene inopportuno”. Mentre il Pd con Gian Mario Fregomeli cerca di limitare i danni ed esorta: “Noi siamo disponibili al confronto di merito sull’articolo 6 della legge delega, sempre che le forze politiche che hanno sottoscritto l’emendamento soppressivo lo ritirino. E mi rivolgo soprattutto a chi in Consiglio dei ministri ha votato a favore della legge, anche perché Guerra parlava a nome del governo”. E il punto è ovviamente questo, la volontà di Draghi di andare dritto. “Nessun compromesso al ribasso” fanno filtrare da Palazzo Chigi. Tradotto meglio, sulla mappatura degli immobili “non si tornerà indietro”. Per questo nei Palazzi si parla di un Draghi pronto a tutto. Ma un punto di caduta serve, è indispensabile, soprattutto in una fase come questa, con l’Ucraina in fiamme e l’Italia che si interroga su nodi come l’approvvigionamento energetico. E la strada potrebbe essere quella di chiarire nero su bianco, “con un impegno forte”, che la misura non porterà a nuove imposte sulle case. Perché è vero, “nel testo già si parla di misura a invarianza finanziaria”, ricorda un deputato. Ma c’è bisogno di una formula più dritta, pare. Ed è questo il cuore della trattativa a cui lavorano Marattin e gli sherpa di Palazzo Chigi, assieme al ministro del Turismo, il leghista Massimo Garavaglia, e a esponenti di Forza Italia. Ma il filo è difficile da riannodare, anche sulla scorta delle tensioni delle scorse settimane tra Draghi e i partiti di maggioranza.

Così il grillino Francesco Silvestri, membro del Direttivo della Camera, lo dice dritto: “Minacciare la caduta del governo da parte di Guerra in un momento come questo è stato irresponsabile”. Volano sospetti e cattivi pensieri, in una fredda serata romana. Il 5Stelle Giovanni Currò, vicepresidente della commissione Finanze, sospira: “Serve una soluzione, i cittadini aspettano tutta la riforma fiscale e non solo la parte sul catasto”. Ma nulla è semplice, per questa maggioranza.

Milano, 18 candidature per il posto di aggiunto

Sono 18 le candidature per il posto di procuratore aggiunto a Milano che dal 15 di aprile sarà scoperto poiché Riccardo Targetti, ora alla guida della procura come facente funzione, andrà in pensione. Mentre si avvicina la nomina del nuovo procuratore milanese chiamato a guidare uno degli uffici più importanti d’Italia ma che si trova “dilaniato” dalla bufera legata al caso dei verbali di Piero Amara e dalle divisione sorte per la gestione di Francesco Greco, oggi è stato pubblicato l’elenco dei magistrati per la poltrona di vice. Tra i nomi ci sono i procuratori di Verbania e Cremona, Olimpia Bossi e Roberto Pellicano e gli aggiunti Marcello Tatangelo (Torino), Tiziano Masini (Alessandria) e Sergio Demontis (Palermo).