Referendum, le motivazioni delle bocciature. “Il sì all’eutanasia era legalizzare l’omicidio”

Se la Corte costituzionale avesse dichiarato ammissibile il referendum sull’eutanasia avrebbe reso legale l’omicidio del consenziente e privato la vita “della tutela minima richiesta dalla Costituzione”. Lo si legge nelle motivazioni della sentenza di inammissibilità, relatore Franco Modugno. Quell’abrogazione parziale dell’articolo 579 del codice penale, avrebbe reso “penalmente lecita l’uccisione di una persona con il consenso della stessa al di fuori dei tre casi di ‘consenso invalido’: quando è prestato da minori di 18 anni; da persone inferme di mente, per un’altra infermità o per l’abuso di alcool o stupefacenti; oppure è estorto con violenza, minaccia o suggestione o carpito con inganno”. Ma, ad avviso della Consulta, quelle esclusioni non erano sufficienti. Con l’abrogazione sarebbe stata sancita “la piena disponibilità della vita da parte di chiunque sia in grado di prestare un valido consenso alla propria morte, a prescindere dai motivi, dalla qualità dell’autore del fatto e dai modi in cui la morte è provocata”.

La Corte ha depositato, inoltre, le motivazioni dell’inammissibilità del quesito sulla responsabilità civile, diretta, dei magistrati. Attualmente è indiretta: un cittadino si rivale sullo Stato, che a sua volta si rivale sul magistrato. I promotori del referendum, invece, spiega la Corte, relatore Augusto Barbera, “mediante la tecnica del ritaglio abrogativo” avrebbero voluto ricavare “una disciplina giuridica nuova, non voluta dal legislatore, frutto di una manipolazione non consentita”. Il quesito non era neppure chiaro: “Sarebbero rimasti oscuri le condizioni e i termini di procedibilità” della responsabilità civile diretta. Infine, le motivazioni dell’inammissibilità per il referendum sulle droghe, relatore Giovanni Amoroso. La richiesta referendaria “avrebbe condotto alla depenalizzazione della coltivazione di tutte le piante da cui si estraggono sostanze stupefacenti” non solo leggere ma anche pesanti, “con ciò ponendosi in contrasto con gli obblighi internazionali”. Inoltre, “il risultato perseguito neppure sarebbe stato raggiunto, in quanto sarebbero rimaste altre norme” sanzionatorie. Il quesito ha pure “un profilo di manifesta contraddittorietà perché l’abrogazione della pena detentiva per le condotte aventi ad oggetto le sole droghe leggere avrebbe determinato una stridente antinomia con il trattamento sanzionatorio di analoghi fatti, ma di ‘lieve entità’” per i quali sarebbe rimasta in vigore “la pena congiunta della reclusione e della multa”.

Formigoni show al cinema: “Grazie a me il povero si cura nell’ospedale del ricco”

“Ma l’idea del film non è mica mia! È di un grandissimo personaggio della cultura italiana, che tra l’altro non conoscevo nemmeno”. Roberto Formigoni vive la sua serata di gloria (nelle due ore di permesso dai domiciliari) alla presentazione milanese di Roberto F., il documentario sulla vita del Celeste. Il “grandissimo personaggio della cultura” a lui sconosciuto fino a poco fa è Pino Farinotti, suo scudiero al Mic di Milano. Ma la “star”, come la chiama il direttore della Cineteca Matteo Pavesi, è lui, Formigoni. “Ah, siete del Fatto: i mitra dove li avete?”. Formigoni fa sold out (anche se poi in sala qualche poltrona vuota c’è), come annuncia un cartello sopra la locandina del film all’ingresso. Applaudono tutti, compreso l’ex sindaco Gabriele Albertini, che invece è accolto tiepidamente. Farinotti si lamenta: “Quando ho fatto il film ho bussato alle porte di tutti i cinema e degli esercenti, ma ci hanno chiuso le porte in faccia”. Chissà perché. Il film è una riabilitazione assoluta dell’ex governatore, di cui si esaltano le gesta indelebili (“ho fatto la riforma della sanità che ha permesso al povero di farsi curare nell’ospedale del ricco”) e si denuncia la persecuzione giudiziaria (“critiche che mi sono state rivolte per fatti che non ho mai compiuto”). Ma Formigoni giura che non è “un’agiografia”: “Racconta la situazione ingiusta in cui vivo”. Il Celeste ringrazia gli “amici” in stile Cl e parla di sé in terza persona, anche quando racconta di ricevere visita da diversi giovani : “Tutti vengono a trovare Formigoni. Io faccio da coach perché la passione per la politica non andrà mai via”.

Prima dell’inizio del documentario, scorre beffardo il trailer di un vecchio film di Marco Bellocchio: Sbatti il mostro in prima pagina. Fuori dalla Cineteca invece, qualcuno ha lasciato un adesivo a metà tra il goliardico e la rivendicazione politica: “I ricchi devono uscire i soldi”. Sprazzi di simbolismo per chi non crede alle coincidenze. Anche se Formigoni piange miseria: “Mi hanno pignorato tutto, vivo in povertà”. Un francescano qualunque. Ma un giorno, giura Albertini, sarà fatta giustizia: “La parabola di Roberto non è finita. Ha avuto solo un incaglio grave (5 anni e 10 mesi per corruzione, ma come può uno scoglio arginare il mare? ndr). Ma la Corte europea affermerà che è stato un errore giudiziario”. Poi la chiosa: “Quando vedrete il film vi sentirete orgogliosi di appartenere al genere umano”. E menomale che non era un’agiografia.

Marc il “russo” sparisce dal Tg1

Avolte si verificano strane coincidenze. Da quando Marc Innaro è finito nell’occhio del ciclone per le considerazioni pronunciate durante uno speciale del Tg2 Post, venerdì scorso, il corrispondente Rai da Mosca è sparito dal Tg1 e dagli speciali curati dal telegiornale della rete ammiraglia. “Basta guardare la cartina geografica per capire che, negli ultimi 30 anni, chi si è allargato non è stata la Russia, ma la Nato”, sono le parole di Innaro che hanno scatenato un putiferio politico poiché tacciate di filo-putinismo. Tanto che lo stesso Gennaro Sangiuliano, in diretta, era intervenuto per sottolineare “chi è l’aggressore, ovvero la Russia di Putin, e chi è l’aggredito, l’Ucraina”. Considerazioni, quelle di Innaro, fatte in maniera diversa da più parti, per esempio dall’ex ambasciatore Sergio Romano o da Barbara Spinelli.

Le parole del corrispondente Rai da Mosca, però, hanno suscitato una levata di scudi, con l’intervento di condanna di Enrico Letta e addirittura un’interrogazione del Pd in commissione di Vigilanza che chiede a Viale Mazzini di “ruotare i corrispondenti”.

Fatto sta che da quattro giorni Innaro, che è anche capo sede Rai a Mosca, è sparito dai radar del Tg1, mentre continua a lavorare per tutte le altre testate: Tg2, Tg3, Gr radio e Rainews. Si preferisce evitarlo per le sue presunte posizioni filo-russe? Siamo di fronte a un caso di censura? “Macché censura”, risponde la direttrice del Tg1, Monica Maggioni. Che la spiega così: “Da qualche giorno abbiamo a Mosca anche l’inviato del Tg1, Alessandro Cassieri, ex capo sede a Parigi con un passato da corrispondente in Russia. Avendo un nostro inviato, è normale che ci colleghiamo con lui”.

E infatti negli ultimi giorni (come ieri sera) il tg della rete ammiraglia dalla Russia si collega con Cassieri da Mosca e con Sergio Paini, altro corrispondente Rai, da Rostov sul Don. Fatto sta, però, che Innaro, il capo sede, dopo le polemiche su Raiuno non è più andato in onda.

La tv pubblica sul fronte di guerra è giunta con 12 giornalisti, tra corrispondenti e inviati. Ma a volte vengono utilizzati anche ucraini che riescono a mandare immagini e cronisti esterni, come Valerio Nicolosi di MicroMega, usato da Kiev per il Tg1. “Sono troppi e senza alcun coordinamento. Ce ne volevano di meno, ma organizzati meglio, senza doppioni tra i vari tg”, l’accusa di Michele Anzaldi, che rispolvera l’idea della newsroom unica. “Se ne mandiamo pochi, veniamo attaccati. Se ne mandiamo troppi, lo stesso. Ma la guerra la stiamo coprendo bene”, fa notare un cronista di mamma Rai.

“Pensiero critico: nessuno è più intollerante dei liberali”

Luciano Canfora – storico, filologo, professore dal lunghissimo curriculum, autore prolifico sia per il sacro (l’accademia) che per il profano (noi), oggi emerito all’Università di Bari – ha il guaio dell’autorevolezza nell’epoca buia del pensiero unico. Un cortocircuito non nuovo, acuito in questi giorni dall’emotività suscitata dall’invasione russa in Ucraina. Lo chiamano in tivù per parlare della storia dell’Ucraina e poi, se poco poco esprime un’opinione dissonante o anche solo laterale, lo tacciano (quando va bene) di veterocomunismo nostalgico. Non sarà invece che è il “luogocomunismo” il problema del dibattito? La prima risposta del professore è questa: “Premessa: quella in corso è una guerra tra potenze. Le guerre tra potenze non sono ideologiche. Le persone dotate di pensiero critico hanno il diritto di farsi delle domande. E chiedersi se una potenza ha provocato l’altra”.

Questa affermazione, conoscendo l’italiano, non dovrebbe tradursi in un appoggio alla Russia di Putin.

Esatto: dire questo non significa schierarsi, significa fare un’analisi. Solo gli stupidi dicono che gli ex comunisti, o i tuttora comunisti, sono automaticamente filorussi o antiamericani. È un pensierino da gallina, se le galline non si offendono dato che oggi si offendono tutti. Quello che rivendico è la possibilità di osservare e analizzare lucidamente i fatti per come si sono succeduti. Da quando è caduta l’Urss il metodo dell’Occidente è stato demolire tutto il blocco ex sovietico, pezzo per pezzo, facendo avanzare minacciosamente il confine della Nato fin sotto Pietroburgo. Questo è accaduto, perché la Russia è l’unica altra potenza che ha un deterrente atomico pari a quello americano. Aggiungo che in Siberia c’è uno dei giacimenti di terre rare – cioè minerali preziosi e, appunto, rari – più importanti del mondo e quindi ovviamente fa gola.

Perché non si tollerano analisi e posizioni diverse?

Nessuno è più intollerante dei cosiddetti liberali. A questo proposito mi torna alla mente una felice battuta di Gabriel García Márquez che una volta parlò di “fondamentalismo democratico”. Sembra un ossimoro, eppure è ciò con cui ci confrontiamo ogni giorno. L’intervista al grande scrittore colombiano, cui mi riferisco, apparve su un giornale certamente non “ultrasinistro” come la scalfariana Repubblica.

In Italia esiste ancora un movimento pacifista?

Sì, ma lo vorranno ridimensionare perché non è aria. Ma torniamo sul problema delle responsabilità. Della guerra del 1914 ebbero responsabilità tutti, ma nei Paesi che poi furono vincitori si accusarono gli imperi centrali: perché persero. Fu anche quella una guerra di cui tutti ebbero colpa, a partire dall’Inghilterra che la volle fortissimamente (come recita il titolo di un celebre libro) e infatti la ebbe. Nel momento in cui si entra in guerra, arriva sempre (sempre!) il momento in cui si denuncia il “nemico interno”. Ricordiamo il “taci, il nemico ti ascolta”, collocato persino nei bar: i fascisti non inventarono nulla. Ma, a proposito di ossimori, l’intolleranza, quando è supportata dal pensiero liberale, è ancora più intollerante.

Nel ’14 gli interventisti hanno avuto, in gran parte, il buon gusto di arruolarsi. I commentatori che oggi auspicano un intervento armato non sembrano intenzionati a sperimentare in prima persona la linea del fronte.

È probabile, ma questa isteria è talmente volgare che passa anche la voglia di discutere. Qualche giorno fa al Tg2 il ministro Daniele Franco escludeva con toni perentori l’eventualità di un blocco del sistema Swift. Poi Biden ha dettato la linea – “sanzioni o terza guerra mondiale” – e tutto è cambiato. Ma queste cose si possono dire, o no?

C’è un vaccino all’incapacità di sopportare un pensiero critico?

Non lo so. Chiedo, piuttosto, razionalità e possibilità di verificare i fatti. Ricordiamo il bel libro di Marc Bloch, La guerra e le false notizie. E Bloch in guerra ci era andato davvero! False notizie pullularono anche all’epoca del conflitto nei Balcani. Ne abbiamo viste molte. La coniugazione televisiva tra immagini e parole è perfetta per creare falsi. Ci indigniamo a giorni alterni. Vuole un esempio? Al Sisi. Non è un dittatore? Il suo regime non processa Zaki? Non ha ucciso Giulio Regeni? Eppure, a parte qualche stilettata di prammatica, abbiamo e coltiviamo intensi rapporti con l’Egitto. Ci dicono ora che avremo il gas dall’Algeria: il governo militare algerino mise fuori legge, a suo tempo, il partito che aveva vinto le elezioni (esattamente come ha fatto Al Sisi in Egitto). Evviva i modelli di democrazia con cui facciamo affari!

Sabato a Roma un nuovo corteo per la pace

Si terràsabato 5 marzo a Roma una grande manifestazione nazionale per chiedere lo stop delle ostilità in Ucraina e promuovere la pace. L’iniziativa è stata presentata da Rete italiana Pace e disarmo e ha già ricevuto l’adesione della Fiom-Cgil e dell’Arci. I gruppi pacifisti formeranno un corteo che, a partire dalle 13.30, si muoverà da piazza della Repubblica alla volta di piazza San Giovanni, dove sarà allestito un palco per gli interventi. Gli organizzatori, reduci dal grande successo del raduno tenutosi sabato scorso in piazza Santi Apostoli a Roma, puntano a replicare in grande e a coinvolgere fette ancora più ampie della società civile. “Si tratta di mettere in campo nel Paese una larga mobilitazione di lavoratori, donne, uomini, giovani e pensionati, per scongiurare una escalation militare europea e globale foriera di nuovi drammi tra le popolazioni civili, rivendicando con forza la sospensione della guerra in corso e l’individuazione di idonee soluzioni diplomatiche tra Russia e Ucraina per una pace duratura”, ha dichiarato in una nota la Fiom.

Salvini: “Missione con Sant’Egidio e Caritas”. E viene subito smentito

L’ultima dimensione del Capitano, forse la più onirica, è quella del peacekeeper. O meglio del “combattente per la pace”. Matteo Salvini, sempre in fuga dalle vestigia della sua sbandierata ammirazione per Putin, ora si propone come forza umanitaria in Ucraina. E si candida addirittura alla guida di una missione per separare gli eserciti in guerra.

Ieri ha dato l’annuncio in una conferenza stampa: “Sto valutando la possibilità tecnico-logistica di partire per l’Ucraina, perché al di là delle manifestazioni un conto è invocare la pace un conto è esserci in presenza”, ha detto il capo della Lega. L’obiettivo di Salvini non è chiarissimo, a dire la verità, ma lo racconta con parole piene di emozione e con retorica quasi gandhiana: “Un grande movimento per la pace a livello continentale che vada a frapporsi in Ucraina fra il popolo e le bombe. C’è un flusso in uscita di donne e bambini, e in entrata di combattenti. Ecco, a me piacerebbe che in entrata ci fosse anche un flusso di combattenti per la pace. È una ambizione eccessiva, un sogno? Sì, ma ogni giorno che passa è un passo in più verso il baratro”.

Il leghista sostiene di avere già preso contatti per la sua impresa arcobaleno: “Ho inviato messaggi al premier polacco e ungherese per avviare dei corridoi di pace. Sto ragionando con l’ambasciata italiana, la Caritas e Sant’Egidio”. Peccato che nei due enti citati dall’ex ministro, nessuno lo abbia ancora sentito bussare per esporre il suo progetto. “Alla Caritas nessuno ha parlato con Salvini”, fanno sapere dagli uffici dell’organismo pastorale della Cei. “Non conosciamo il merito della proposta e quindi non possiamo esprimerci”, fanno sapere. Non ci sono preclusioni: “Le azioni di promozione per la pace vanno tutte bene, eventualmente le valuteremo”, ma insomma, nonostante l’annuncio Salvini non l’ha sentito nessuno. Parole quasi identiche anche dalla comunità di Sant’Egidio: “Nessuno ha ancora parlato con Salvini, non ne sappiamo niente”.

Difficile ignorare il dubbio malizioso che si trattasse solo di una trovata propagandistica, in un momento così delicato per un leader che ha rivendicato per anni il legame con la Russia e il suo autocrate. D’altra parte la pace non si fa su Instagram e viene difficile immaginare Salvini in un contingente “che vada a frapporsi fra il popolo e le bombe”. Anche se ai colpi di teatro della politica e della storia non è il caso di porre limiti.

“Armi, risoluzione discutibile. Adesso il Parlamento vigili”

Il costituzionalista che è stato anche parlamentare lo premette subito: “Siamo su un terreno scivoloso”. E comunque “io questa risoluzione non l’avrei votata”. Massimo Villone, professore emerito di Diritto costituzionale all’Università Federico II di Napoli, più volte senatore prima per il Pds e poi per i Ds, si sarebbe astenuto sulla mozione con cui il Parlamento ha autorizzato il governo a inviare armi all’Ucraina.

Una risoluzione per inviare armi a un Paese estero, costruita come un ponte tra il decreto legge del governo e i decreti interministeriali. Da un punto di vista giuridico, che giudizio ne dà?

È un modo di procedere un po’ discutibile. Il punto è che alla fine c’è stata un’autorizzazione che non voglio definire in bianco, perché non sarebbe tecnicamente giusto definirla così, ma che di fatto ha consentito ad alcuni ministeri di decidere quando e quali armi mandare. Vedo una certa disattenzione al ruolo del Parlamento su decisioni molto delicate anche dal punto di vista istituzionale, e non mi soddisfa.

Il Parlamento potrà solo guardare?

Potrà provare a tenere sotto pressione il governo, visto che nella risoluzione si parla dell’obbligo di tenere costantemente informati i parlamentari. Ciò apre la via a possibili risoluzioni, non vincolanti, ma che rappresentano comunque strumenti che arrivano all’opinione pubblica. Serve vigilanza democratica: un conto è il sostegno al governo, altro è vigilare su di esso. Anche se di questi tempi sembra che ogni critica all’esecutivo sia un tentativo di farlo cadere.

L’articolo 11 della Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. La risoluzione non stride con queste parole?

La nostra Carta non è per il pacifismo a prescindere. Per esempio, l’articolo 52 prevede “la difesa della patria come sacro dovere del cittadino”. La guerra difensiva è assolutamente consentita per il nostro Paese.

Ma queste armi serviranno per difendere una nazione straniera. Il fatto che l’Ucraina sia stata aggredita quanto pesa?

Per la Costituzione chi aggredisce ha sempre torto, su questo non vi è alcun dubbio. Detto questo, se avessimo previsto l’invio di una forza di peacekeeping che si dovesse frapporre tra due Paesi in guerra non avrei visto problemi, visto che l’obiettivo sarebbe stato la pace. Sull’invio delle armi invece nutro dubbi: in sostanza, lo scopo in questo caso è guadagnare tempo per la trattativa. Onestamente non sono convinto, se mi fossi trovato in Parlamento con ogni probabilità mi sarei astenuto.

Secondo una legge del 1990, l’esportazione e il transito di armamento sono vietati “verso i Paesi in stato di conflitto armato, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere”. La risoluzione approvata sull’Ucraina si baserebbe sugli articoli 3 e 4 del Trattato Nordatlantico che consentono alle parti di aiutarsi per accrescere “la loro capacità di resistere a un attacco armato”. Non può essere una base giuridica sufficiente per giustificare la risoluzione?

Ma siamo sempre in ambito Nato. Sono strategie di difesa tra Paesi che ne fanno parte, ma l’Ucraina non è tra i membri dell’alleanza. Ed è una questione centrale in questa vicenda.

L’invio delle armi rappresenta uno snodo per la storia del nostro Paese?

Lo è per noi e per tutta Europa. Basti guardare la Germania, con il suo cambiamento di rotta sulle spese militari. Sta cambiando l’assetto degli equilibri globali, e questo influirà anche sulla lettura delle carte costituzionali.

Dublino: “Niente razzi, mandiamo a Kiev materiale solo sanitario”

Di fronte all’invasione russa in Ucraina la Repubblica d’Irlanda gioca una partita prudente: partecipa al fondo militare europeo da 500 milioni di euro in supporto al governo di Zelensky, ma il suo contributo non sarà in materiale bellico.

Lo ha confermato lunedì il primo ministro (Taoiseach) Micheál Martin, chiarendo che “il principale contributo irlandese sarà la fornitura di materiale medico”.

Rispondendo alle domande di alcuni giornalisti, ha detto di considerare questo tipo di supporto “sufficiente” e ha smentito decisamente l’ipotesi di un possibile coinvolgimento irlandese nell’invio di armi da combattimento.

Il ministro irlandese degli Esteri, Simon Coveney, ha spiegato come, in base a quanto previsto dal meccanismo dell’European Peace Facility che ha consentito di sbloccare i fondi, Paesi come l’Irlanda che non intendano inviare armi possono fornire aiuto militare in altre forme: “L’Irlanda farà la sua parte con un fondo di circa 9 milioni di euro, pari all’1,9% del totale. Il nostro denaro verrà destinato alla fornitura di elmetti, giubbotti anti proiettile, combustibile, equipaggiamento medico”.

Per Coveney questo contributo non mina la neutralità militare di Dublino, perché “non stiamo finanziando la difesa del Paese, visto che contribuiremo con forniture mediche e umanitarie”. Politicamente, ha sottolineato il ministro, “non siamo neutrali, e non lo siamo mai stati visto che difendiamo valori e principi democratici. Del resto sarebbe impensabile impedire ai nostri colleghi europei di rispondere all’appello ucraino che si difende di fronte a un attacco brutale e ingiustificato”.

Sul fronte degli ucraini in fuga dal loro Paese, l’Irlanda si espone un po’ di più: è pronta ad accoglierne circa 20mila, riconoscendo loro lo status speciale di rifugiati e la possibilità di vivere e lavorare con gli stessi diritti garantiti ai cittadini dell’Ue.

Armi no, anzi sì: slalom Spagna, governo va in tilt

Anche la Spagna invierà armi alla resistenza ucraina. Ad annunciarlo, ieri, nel discorso alle Camere, è stato il premier Pedro Sanchez, smentendo il se stesso di poche ore prima, in una giravolta che rischia di aprire la crisi nel governo rosso-viola, e che già ne ha prodotta un’altra: quella interna agli alleati di sinistra di Izquierda Unida e Podemos.

“Non forniremo materiale bellico offensivo a Kiev”, aveva dichiarato solo lunedì in un’intervista alla tv pubblica il leader socialista, ribadendo la posizione espressa dalla ministra della Difesa, Margarida Robles. “La Spagna sosterrà gli ucraini con materiale umanitario, 20 tonnellate di materiale sanitario e per la difesa e nuovi permessi di soggiorno”, aveva assicurato Sanchez, ricordando come il Paese iberico fa ampiamente la sua parte come quarto contributore del Fondo europeo per la Pace. “Quanto alle armi, la Spagna ne manderà solo all’attivazione di tale fondo. Crediamo nella pace e la pace non si fa con le armi”, aveva aggiunto sicuro. Ma la notte, si sa, porta consiglio.

Nonostante una delle giornate più buie per l’Europa e per l’Ucraina sotto le bombe di Vladimir Putin si fosse conclusa con un’altra intervista, quella dell’Alto Rappresentante della politica estera europea, lo spagnolo e barone socialista Josep Borrell, già ministro degli Esteri del governo Sanchez-1 all’emittente Cadena Ser. Borrell, parlando di aiuti militari a Kiev da parte dei singoli Paesi, spiegava che “ognuno lo fa a suo rischio e pericolo”. “Non potevo accettare che gruppi parlamentari sostenessero che la risposta del mio governo alla crisi ucraina fosse timida e visto che per me l’unità è importante, vi annuncio che la Spagna invierà alla resistenza ucraina materiale offensivo”, ammette il premier spagnolo l’indomani nel suo discorso, lasciando trapelare il disaccordo tra socialisti e Podemos non solo nell’emiciclo, ma anche nell’esecutivo.

I deputati socialisti applaudono alzandosi in piedi, mentre le ministre di Podemos, da Ione Belarra, titolare dei Diritti sociali e leader dei viola, a quella delle Pari opportunità nonché moglie dell’ex leader, Pablo Iglesias, Irene Montero, si mostrano visibilmente adirate per l’annuncio inatteso. In casa Podemos, infatti, persino la partecipazione all’invio di armamenti in seno all’Europa non era stato accolto favorevolmente. “Nessun cenno a iniziative diplomatiche”, critica il portavoce di Unidas Podemos, Pablo Echenique. Ma a sostenere il ripensamento del premier spagnolo resta la pedina di area viola più importante di Sanchez, la ministra del Lavoro e vicepresidente del governo, Yolanda Diaz, che compatta l’esecutivo. “Sanchez può contare sul nostro pieno appoggio”, commenta a conclusione della sessione parlamentare. “Ogni mezzo per far cessare questa guerra è pienamente condiviso in seno al governo”, assicura Diaz, che, come Sanchez, prova a dissimulare il disaccordo tra gli alleati di governo.

Per i ministri di sinistra il premier si sarebbe lasciato tirare per la giacca dai Popolari che fremono per aumentare le spese militari. “In una democrazia liberale fatta da pluralità e diversità, c’è chi – il riferimento è proprio ai Popolari – ci accusa di avere posizioni diverse su temi importanti come l’invio di armi. A me sembra che in un dibattito aperto c’è chi come Unidas Podemos considera che non sia giusto, anche se io credo che si sbagli”, ha ribattuto Sanchez. “Il problema dell’Europa è Putin non è Podemos”, ha concluso poi il premier spagnolo cercando con un’involuzione di retorica di mettere a tacere le voci di crisi di governo.

I missili entrano solo con i contractor

Missili, mortai, bombe, mitragliatrici, equipaggiamenti: l’Italia è pronta a fare la propria parte per difendere l’Ucraina. Rifornimenti per quella che, a detta di diversi esperti di tattiche militari, non sembra ancora una “guerra”, almeno per la forza offensiva dispiegata e il numero delle vittime di cui si ha notizia. Ma la scelta dell’Europa e della Nato di armare l’Ucraina, senza scendere direttamente in campo, pone le condizioni perché sia comunque una “guerra sporca”, anche sul fronte occidentale, quello che da sette giorni si stringe attorno ai valori più alti della democrazia. Nella quale si riaffaccia, però, l’ombra dei contractor.

Sul terreno ucraino non ci sono solo i temi del soverchiante squilibrio delle forze in campo, dell’uso di armi non convenzionali. C’è anche quello di “armare la guerra” senza sporcarsi le mani, senza lasciare l’impronta sul campo. Tema per gli alti comandi, e non solo, è anche come farle arrivare a destinazione, possibilmente integre, fino alle linee impegnate sui vari fronti. Ufficialmente gli accordi, anche quelli presi a Roma, prevedono una consegna diretta cui provvederà la Nato per la parte logistica. Un ponte areo alla frontiera, per poi procedere con un convoglio terrestre, giacché aereo sarebbe militarmente esposto. Il punto di contatto “lecito”, spiegano fonti qualificate, potrebbe essere ovunque, basta guardare la carta militare: le frontiere d’Europa non sono sigillate ma “porose” e i punti in cui immettere colonne di armi e di aiuti sono dappertutto, dall’Ungheria, dalla Romania, fino al Nord. Il problema è proprio come scortarle in un viaggio di mille chilometri fino a Kiev, che in tempo di pace impiegherebbe un giorno per arrivare a Charkiv. Il tutto sotto l’occhio vigile dei satelliti, dell’aeronautica e delle colonne di Putin. La questione non è banale, da ché l’anshluss pianificato dal Cremlino si è infranto, per la resistenza opposta dagli ucraini e le difficoltà logistiche incontrate sul campo: operazioni di supporto come queste, non possono che procedere lungo un “corridoio” organizzato, protetto, affidabile.

La Nato potrà certo vigilare, ma non entrerà mai in Ucraina per fare la consegna. L’esercito di Zelensky difficilmente potrà arrivarci e attraversare il Paese. Potrebbero entrare in campo allora i famosi contractor, le compagnie paramilitari private che non hanno insegne, fungono da avamposti degli eserciti e portando le armi quando legalmente non si può. In Afghanistan le portavano le ambulanze. Del resto sono già lì. Appena la situazione si è fatta incandescente aziende private e governi occidentali hanno ingaggiato società specializzate per garantire ai propri dipendenti un “lasciapassare”, quando salire su un’auto o un aereo era già rischioso e i canali delle ambasciate non promettevano certezze. L’inglese Stam, notizia di ieri, si è adoperata per questo e un ex paracadutista italiano intervistato da Today ha raccontato di essere stato ingaggiato da una società che lavora per un governo straniero per portare al sicuro quaranta persone. Ma qui non si tratta di evacuare civili, si tratta di portare armi alla guerra che nessuno dice di volere.

Il costo dell’aiuto rischia di essere ben più alto di quello che viene dichiarato. I “mediatori” si fanno pagare il 30% del valore di carico per il loro “servizio.” “A volte anche il 70%, se diventano esosi e la situazione lo consente”, conferma Fabio Mini, un tempo capo di Stato Maggiore del Comando Nato per il Sud Europa, ora in pensione. Anche lui ritiene molto delicata la fase della consegna delle armi, la cui modalità – per ovvie ragioni – non si conosce. Da una parte potrebbero finire nelle mani del nemico, dall’altra diventare un “pozzo senza fondo”, se il conflitto continuasse con questo grado di intensità.

L’ex generale non ha dubbi sul fatto che la guerra vera debba ancora cominciare. “Abbiamo visto quel convoglio di 65 chilometri ma è fermo. Abbiamo assistito ad azioni mirate nelle città, sui ripetitori. Sono poi entrati in azione i parà, ma quelli agiscono per obiettivi specifici, sono incursori tattici, non è ancora uno scenario di guerra, al netto delle sofferenze che sta provocando”. Da giorni si discute anche del bollettino di caduti. È dell’ordine delle centinaia, quando nel ’91 in Iraq partirono 10 mila missioni di bombardamento in otto ore, con decine di miglia di morti. “È evidente che Putin – rimarca Mini – poteva radere al suolo l’Ucraina senza metterci piede, ma l’obiettivo era diverso: era rovesciare il governo di Zelensky e crearne un altro per fermare le adesioni alla Nato”. Non è andata così. La profferta di armi pone anche un altro problema. Al di là degli annunci che la enfatizzano, nessuno oggi può dire quante ne serviranno. Non solo perché non si vede una fine, ma perché c’è un’altra variabile sconosciuta ed è la reale consistenza delle forze in campo. L’esercito regolare ucraino si è detto possa contare anche su 150 mila uomini, al netto dei civili, ma i militari sanno che quelli sono numeri solo ipotetici, perché il rapporto tra chi combatte e chi lo sostiene è di 1 a 7. Per un soldato che spara, ce ne sono sette che portano munizioni, fanno rifornimenti, si occupano della logistica. Così, 200 mila soldati sulla carta diventano 30 mila. Ogni numero rischia di essere insufficiente e al tempo stesso eccessivo: una volta finita la guerra, dove andranno a finire quelle armi? È accettabile poi che passino dai governi in mani private? Non sfugge agli osservatori di scenari bellici il risvolto della drammatiche immagini dei profughi: perché l’esercito russo non aggredisce i convogli? E la risposta “tattica” è che Putin ha tutto l’interesse a non colpirli, non solo o tanto per evitare ulteriori accuse di incendiario del mondo senz’anima, ma anche e soprattutto perché, così facendo, le città sotto assedio si svuotano; che è poi la condizione necessaria perché le forze appostate possano entrare e colpire i propri obiettivi. Anche perché lo stesso Putin, è convinzione diffusa, non saprebbe poi come gestire, concretamente (ma anche a livello di immagine internazionale), una devastazione che procedesse dall’alto. Pur avendo dispiegato in campo forze in grado di radere al suolo mezza Ucraina, non lo fa.

Le analisi portano alcuni esperti a confidare, o temere, più gli effetti destabilizzanti dell’altra guerra, quella che non si fa laggiù, sul campo, ma che stiamo facendo solo noi: a parte l’immaginabile scontento degli oligarchi russi, quanto sono efficaci le sanzioni, per mettere in ginocchio l’economia e la finanza di Mosca? I negoziati a salve, mentre cadono le bombe, dimostrano che l’effetto dell’una e dell’altra guerra non sono chiari neppure a chi li fa. Ma che in ogni caso il prezzo sarà alto. E quello dei contractor sembrerà accettabile.