Quel poker sovranista mette in gioco la nostra pelle

La tragedia di Stresa è qualcosa che va al di là del disastro stesso. È il contesto, che la definisce. Ossia, il punto di non ritorno in cui è precipitata la nostra società, disorientata da messaggi contraddittori, ottimisti e di disperazione, intrecciati ed onnipresenti. Incombe un’equazione inquietante. Trasversale. Detto brutalmente, si sacrificano vite per guadagnare di più, sia in termini economici, sia in quelli politici. Ad esempio, battersi e scatenare polemiche per aprire a tutti i costi bar e ristoranti, quando moltissimi dei loro gestori non rispettano più di tanto le regole anti-Covid, è un indizio di questa deriva. Si concedono i benefici della “ripresa” a chi spesso e volentieri elude ed evade le imposte, impone il lavoro nero, non rispetta le norme di sicurezza. Non scordiamo quel che successe un anno fa nella Bergamasca, quando le attività economiche e commerciali rimasero in funzione, accontentando imprenditori grandi e piccoli, fregandosene del contagio e favorendo i picchi dei decessi.

I morti del Covid sono invisibili numeri cui ci siamo assuefatti. I cadaveri del Mottarone, accartocciati e dilaniati sono invece lì davanti ai nostri occhi. Ci riportano alla realtà, come il corpo inerte della bimba sulla battigia libica. Ma l’una e gli altri, sono il frutto velenoso delle stesse dinamiche. In questi mesi di pandemia e di scontri di potere spesso insensati, certi politici giocano a poker sovranisti con le nostre vite, irresponsabilmente spacciando costanti rassicurazioni pur di favorire i propri elettori in barba ai controlli, anche a chi avrebbe avuto timori nell’ignorare precauzioni e regole, comprese le essenziali procedure di sicurezza per evitare incidenti nel mondo del lavoro, nelle strutture di servizio o in quelle turistiche. Per il pokerista il rischio è accettabile. Ma per noi?

Massimo ribasso, minima sicurezza: sai che impresa…

Nel leggere l’accusa per gli arresti di Stresa – avere manomesso i freni d’emergenza per non bloccare l’impianto, e avere dunque provocato la tragedia del Mottarone – insieme al disgusto mi è venuta in mente questa frase: l’Italia del massimo ribasso. Procedura che probabilmente non c’entra nulla con la criminale decisione d’inserire sulla funivia il letale “forchettone” (termine molto italiano), ma che molto invece ha a che fare con quella cultura, diciamo così, d’impresa, che pur di aggiudicarsi un appalto – o di garantirsi gli incassi di giornata – non bada a spese. Nel senso che riduce i costi all’inverosimile, comprimendo i salari e favorendo il lavoro in nero.

Ma è soprattutto sulla minima sicurezza che si rivale il massimo ribasso, come dimostrano i numeri assurdi degli infortuni sul lavoro: 554.340 denunciati all’Inail nel 2020, leggermente in calo nell’anno della pandemia, ma con 1.270 morti, più 16,6% rispetto al 2019. Senza contare il problema delle infiltrazioni mafiose che nella deregulation trovano sempre un terreno più che fertile. Principio quello di risparmiare su tutto il risparmiabile sul quale si preferisce non sottilizzare troppo nel momento in cui l’Italia riprende a camminare. Infatti, se qualcuno prova a obiettare che la giusta necessità di accelerare il processo produttivo, evitando le lungaggini burocratiche, non può avvenire a discapito dell’incolumità dei dipendenti e degli utenti, apriti cielo. Nel migliore dei casi le osservazioni prudenziali sulla indispensabile incolumità delle persone saranno catalogate come “ideologiche” (ovvero stataliste e dunque anti-industriali). Come se chiedendo verifiche più rigorose avessi parlato male di Garibaldi.

Speriamo che dopo le aspre critiche di sindacati, Pd e sinistra sulla bozza del decreto Semplificazioni – con costi abbattuti in eccesso, subappalti a volontà e controlli affidati ai controllati – non si debba un giorno parlare del governo Draghi come del governo del massimo ribasso. E che l’auspicata ripresa non debba mai più consentire che le vite umane siano giocate sulla ruota della fortuna. Fino a quando succede che un cavo si spezza.

Toti e Brugnaro svuotano FI rimasta al verde senza B.

Di scossoni interni, nella sua storia, Forza Italia ne ha dovuti sopportare tanti. L’ultima scissione, benedetta in queste ore dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e dal governatore ligure Giovanni Toti, è però un problema politico ed economico. Politico, perché se il precedente progetto di Toti (Cambiamo) non era mai decollato, questo nuovo “Coraggio Italia” raccoglie già l’adesione di oltre 30 parlamentari. Ma anche economico perché la fuoriuscita di 10-15 forzisti è un duro colpo per le disastrate casse del partito di Silvio Berlusconi, alle prese coi morosi.

L’ultimo bilancio di FI, relativo al 2019, racconta di un rosso da 99 milioni, aumentato di 2 milioni e mezzo nell’anno in esame per colpa soprattutto della “riduzione dei versamenti provenienti dai parlamentari e dai consiglieri regionali”. Oggi la situazione non è migliorata e molti continuano a ignorare l’obolo da 900 euro mensili preteso da B. L’onorevole Dario Bond, per dirne uno, tre anni fa ha versato 5 mensilità, nel 2020 solo 1.020 euro e nel 2021 non ha ancora donato nulla. Anche Mauro D’Attis si è fermato a 1.800 euro nel 2020, senza alcun contributo ad anno nuovo. E così Sandra Lonardo (poco più di 2.000 nel 2020 e nulla nel 2021) e Anna Carmela Minuto, ferma ai 5 mila euro donati nel 2019. Casi simili a quelli di alcuni parlamentari con la valigia in mano. Come Roberto Novelli, che negli ultimi anni ha pagato poco più della metà del dovuto; o Felice Maurizio D’Ettore, fermo a 6 quote mensili da inizio 2020. Poi ci sono i casi estremi di Sandro Biasotti e Cosimo Sibilia, che dal 2019 non hanno pagato un euro. Con una fuga di massa, per FI svanirà la possibilità di recuperare anche solo in parte questi soldi. Il tutto mentre al consueto versamento da 100 mila euro di Fininvest si è dovuto aggiungere Antonio Angelucci, che ne ha appena sborsati 80mila.

Tutti problemi che Toti e Brugnaro contano di non avere. Oggi nascerà il nuovo gruppo parlamentare, con 24 deputati e 7 senatori. Tra i transfughi azzurri ci sono Stefano Mugnai e Marco Marin, già coordinatori di FI in Toscana e Veneto, Michaela Biancofiore, Simona Vietina, Guido Pettarin, Matteo Dall’Osso e i già citati Biasotti, Sibilia, Novelli e D’Ettore. Dal M5S arriveranno poi Fabio Berardini, Carlo De Girolamo e Franco Tizzone, con Tiziana Piccolo in arrivo dalla Lega.

Ieri Brugnaro e Toti si sono incontrati a Roma, definendo il comitato promotore del nuovo partito di cui faranno parte i due fondatori oltre a Marin e Gaetano Quagliariello. Nasceranno poi due commissioni per redigere l’organizzazione e il programma di Coraggio Italia entro 60 giorni; poi, a luglio, potrà nascere ufficialmente il partito. Il simbolo c’è già: scritta su sfondo fucsia e tricolore in bellavista. Con subito un bel dilemma: chi, tra Brugnaro e Toti, farà il leader? Qualcuno dice che il sindaco “ci metterà i soldi” e l’altro farà il capo politico. Ma non sarà così semplice.

L’ultima idea: dare il malloppo in base ai reati commessi

Benvenuti al gran bazar del Senato dove prende quota il dibattito sul vitalizio ad personam. Perché ora che è stato restituito il malloppo ai condannati per loro non si parla più di revoca dell’assegno. Al massimo, e proprio volendo, gli ex inquilini di Palazzo con la fedina penale sporca rischiano una misera sforbiciata, sempre che sia ragionevolmente modesta e proporzionata. E tale comunque da non privarli di quanto necessario per una vita dignitosa, naturalmente stando agli standard di Palazzo.

Le eventuali nuove regole dovranno infatti tenere conto dei paletti dettati dal Consiglio di garanzia nelle motivazioni con cui ha annullato la delibera del 2015 che negava l’assegno ai condannati con l’effetto immediato di ripristinare da subito l’assegno a corrotti, tangentari, mafiosi e terroristi. Che possono stare sereni anche per il futuro perchè l’organo di “giustizia” interna nella sentenza pro Formigoni&Co così ha stabilito: “Vero è che la gravità dei reati commessi da rappresentanti del popolo italiano appare maggiore in ragione del tradimento del rapporto fiduciario con il corpo elettorale nel rispetto dei parametri di proporzionalità e ragionevolezza nonché nel rispetto della dignità dell’uomo di cui all’articolo 3 della Costituzione”.

Come? Il taglio sarà progressivo “in ragione dell’entità e della gravità del reato”. La sentenza come è ormai noto è stata vergata a maggioranza: da una parte Luigi Vitali di Forza Italia e Ugo Grassi e Pasquale Pepe della Lega, dall’altra Alberto Balboni di FdI e Valeria Valente del Pd. Che si era presentata con un’ipotesi alternativa: fatto salvo il vitalizio di Ottaviano Del Turco, era stata prospettata la possibilità di una decisione sul solo caso di Roberto Formigoni sì caro alla Lega. Il Celeste avrebbe insomma riavuto l’assegno ma sarebbe rimasta in piedi la delibera sullo stop ai vitalizi per tutti gli altri condannati. Poi però è prevalsa l’opzione del suo annullamento erga omnes già decisa in primo grado (relatore il salviniano Pillon), anche nel collegio di appello. Che dopo il vespaio sulla sentenza sui condannati ha deciso di aggiornarsi di 15 giorni per decidere sulla legittimità del taglio per tutti gli ex senatori deciso nel 2018.

“Quei soldi ci spettano per status, non siamo dei cittadini comuni”

“Ipocriti, ipocriti”, grida in aula Luigi Vitali, presidente del collegio del Senato che ha appena restituito il vitalizio ai condannati. Ora però gli amici della Lega e persino quelli di Forza Italia, il suo partito, si sfilano: si battono in petto e giurano che adesso Palazzo Madama rimedierà alla sentenza che ha vergato insieme a due senatori salviniani e che ha fatto felice Roberto Formigoni e tutti gli altri condannati. Lasciando a lui, “zio vitali-zio”, a giocare con gli anagrammi e gli sputi.

Oggi sono tutti contro i vitalizi ai condannati e paiono addirittura scandalizzati dalla decisione che lei ha preso insieme a Grassi e Pepe della Lega.

Questo è un Parlamento di ipocriti, non aggiungo altro.

No, anzi parli. Vuol dire mica che adesso che ha fatto il lavoro sporco la scaricano.

Sia chiaro: ho agito in base alle mie convinzioni, mica sono come altri che maneggiano i principi costituzionali come fossero palle da biliardo. Eppure non mi rassegno a questi livelli di populismo degenerato.

Non dica così, lei ha due dita di pelo sullo stomaco.

Nella pugna mi esalto ma somatizzo. Sa quanti insulti e minacce mi sono beccato in questi giorni sui social? Mi dicono che dovrei vergognarmi, mi chiedono come faccia a guardarmi ancora allo specchio. Temo pure che qualche testa calda faccia di peggio. Ma io ho applicato la legge e la Costituzione e non si poteva fare altrimenti.

Ma alla Camera hanno deciso l’esatto contrario.

Leggerò la sentenza dei colleghi come cultura generale. Ma io sono sicuro del fatto mio.

Eppure per 13 volte in passato i ricorsi dei condannati che rivolevano il malloppo sono stati respinti. Ora che si tratta di Formigoni improvvisamente si cambia orientamento.

Nessuno ma proprio nessuno può essere privato di quanto necessario ad una vita dignitosa. Abbiamo applicato la legge sul reddito di cittadinanza, che io neppure avevo votato. Ricordo che quel sussidio non viene negato a chi sia condannato per certi reati. Perché a Formigoni dovevamo applicare un altro principio?

E allora invece di ridargli un vitalizio da migliaia di euro non si poteva dire all’indigente Formigoni di chiedere il reddito di cittadinanza?

Vabbè ma allora dove andremo a finire? Gli ex parlamentari dovrebbero vivere del reddito di cittadinanza? A questo punto i parlamentari prendiamoli dall’ufficio di collocamento o estraiamoli a sorte. E dopo che hanno fatto questo 13 al totocalcio, una volta finito il mandato, diamo loro un bel calcio in culo e li facciamo tornare nell’anonimato da dove sono venuti.

Quindi il vitalizio serve a conservare uno status, al di là del bene e del male e delle condanne.

Alt: il vitalizio non è una elemosina che si fa o si nega. Serve a indennizzare chi abbia svolto una alta funzione. Io stesso ho accettato di ricandidarmi perché il vitalizio mi ricompenserà delle perdite subite durante il mandato elettorale nella mia professione di avvocato. Se avessi saputo di non poterne godere, fatti due conti, non mi sarei ricandidato: tengo famiglia anche se la politica resta la mia passione.

Qualcuno dice che con la decisione sui condannati e quella che state per fare che potrebbe annullare il taglio dei vitalizi, lei abbia staccato un biglietto per la rielezione.

Macché, sono all’ultimo giro…

Non le piace più questo Parlamento?

Vedo molta ipocrisia. Chiedo: se è vero che sono tutti d’accordo da LeU a Forza Italia, passando per Pd, Lega e M5S, a revocare i vitalizi ai condannati e a abolire ogni altro vero o presunto privilegio compreso il sistema di giustizia interna per cui oggi io mi piglio gli sputi, facessero una bella legge. Ci vogliono tre mesi. Scommetto quel che vuole che non la faranno.

Farsa in Senato: sì unanime contro i vitalizi

Una burla, una recita gattopardesca: tanto fiato per nulla. Il Senato – che con Mario Draghi non tocca palla sulle questioni di sostanza – si riunisce per la prima volta sui vitalizi ai condannati, dopo che gli organi di giustizia interna hanno restituito l’assegno a Roberto Formigoni e a diversi colleghi che si sono macchiati di reati contro lo Stato.

Una seduta perfettamente inutile. In aula si fa solo fuffa, l’intervento sui vitalizi, in caso, dovrà spettare al consiglio di presidenza di Palazzo Madama. Al termine di una discussione a tratti surreale, il Senato approva, sullo stesso argomento, tre mozioni diverse. Firmate da gruppi che in teoria hanno posizioni molto differenti. I senatori – con maggioranze variabili e astensioni incrociate – dicono sì a tutto: al testo dei “giallorosa” (M5S, Pd e LeU), a quello di Italia Viva e pure al centrodestra. E quindi agli stessi partiti (Lega e Forza Italia) che hanno fatto restituire il vitalizio ai condannati col voto dei propri rappresentanti nella Commissione contenziosa e nel Consiglio di garanzia del Senato.

 

Cosa dicono le tre mozioni? Più o meno la stessa cosa, con qualche sfumatura. Quella di centrosinistra chiede che gli uffici del Senato trovino una soluzione per applicare la Legge Severino e revocare il vitalizio ai condannati; quella delle destre vuole “rivalutare” la direttiva del Senato del 2015 (firmata da Piero Grasso, toglieva i vitalizi agli ex senatori condannati). Infine c’è il testo bizantino dei renziani, che impegna il Senato “ad adottare tutte le opportune determinazioni, volte a disciplinare i casi di revisione o revoca del vitalizio dei senatori, cessati dal mandato, che siano stati condannati in via definitiva per delitti di particolare gravità”.

Fuffa, fuffa e ancora fuffa. Come denuncia il 5Stelle Primo Di Nicola, votando in dissenso dal suo gruppo: le mozioni sono inutili, un atto d’ipocrisia istituzionale. L’iniziativa appartiene al Consiglio di presidenza del Senato, scavalcato in modo illegittimo dalla sentenza dell’organo di giustizia interna (“Come se un tribunale avesse cancellato una legge ordinaria”). “Il Consiglio di presidenza – secondo Di Nicola – ha il dovere di sollevare un conflitto di attribuzione di fronte alla Corte costituzionale. Altrimenti è meglio uscirne”.

Il resto del dibattito è un lungo palleggio retorico. Le mozioni sono di facciata: i partiti di centrodestra – da Italia Viva fino alla Lega – votano per risolvere il problema dei vitalizi ai condannati, ma parlano esplicitamente in difesa delle prerogative parlamentari. Di tutti i parlamentari, compresi i Formigoni. I senatori di Salvini – che un tempo metteva il faccione sui proclami “anti Casta” – hanno cambiato versione da un pezzo. Persino nel Pd (come si vedrà nelle parole di Anna Rossomando) la difesa delle prerogative “repubblicane” è al di sopra di ogni cosa.

La maggioranza degli eletti ha intenzioni evidenti, nonostante provi ad annacquarle nel bicchiere di una retorica parlamentare terribile. L’argomento magico di chi difende l’assegno per chi ha disonorato la sua funzione pubblica, paradossalmente, è la Costituzione.

 

Luigi Vitali (Forza italia) – I diritti umani e la dignità della persona – “Secondo due sentenze della Corte costituzionale, la n. 3 del 1966 e la n. 78 del 1967, non è sufficiente la semplice condanna o la semplice interdizione dai pubblici uffici per perdere un vitalizio, una pensione, un assegno, uno stipendio, ma si deve guardare alla gravità del fatto, alla tutela della dignità e al rispetto dei diritti umani e della dignità della persona”.

 

Giuseppe Cucca (italia Viva) – E allora il reddito di cittadinanza? – “Ho difficoltà oggettivamente a pensare che possiamo privare del sostentamento una persona che vive in condizioni di indigenza totale in un sistema nel quale un condannato per reati gravissimi, come può essere l’omicidio o qualsiasi altro reato, continua serenamente a godere della propria pensione, dei propri emolumenti per sopravvivere. Ciò maggiormente in un sistema che ha introdotto degli istituti che sono quantomeno strani, se è vero come è vero (la cronaca è piena di esempi), che talvolta dei condannati per fatti gravissimi hanno goduto del reddito di cittadinanza”.

 

Anna Rossomando (Pd) – I tribunali speciali e il patriottismo repubblicano – “Vogliamo dire che siamo qui in una democrazia rappresentativa a rappresentare un’altissima funzione? È soltanto per questo motivo che abbiamo delle prerogative, a difesa della libertà del Parlamento, perché non è un caso che la Costituzione sia nata all’uscita dal fascismo, quando c’erano i tribunali speciali e chi dissentiva veniva messo in carcere. La prerogativa è nata esattamente con quel tipo di funzione e in quel senso (…). Ho visto sottolineare molto i termini ‘onore’ e ‘tradimento’. Ne vorrei aggiungere uno, con il quale ci troviamo anche molto bene, ‘il patriottismo repubblicano’. Ed è in questo che ci richiamiamo alla Costituzione, alle sue libertà e al suo inquadramento”.

 

Stefania Craxi (Forza Italia) – L’orda giacobina – “Una premessa: non cogliere la differente natura della pensione e del vitalizio dei parlamentari – spiegata anche in una sentenza della Corte costituzionale – dice già tutto di coloro che urlano e strepitano (…). Questo, a mio avviso, è anche frutto dell’orda giacobina e del moralismo imperante che da oltre vent’anni si sono abbattuti sulla vita civile e democratica del Paese (…). È il risultato di una lunga stagione di demonizzazione della democrazia rappresentativa, nella quale abbiamo sostituito coloro che vivevano per la politica con l’improvvisazione e il dilettantismo e con alcuni che, sì, senza arte né parte, vivono oggi solo di politica e la usano per carriere e destini personali.

 

Massimiliano Romeo (Lega) – Sullo stesso piano – “A un cittadino condannato in via definitiva per terrorismo o per mafia non si può toccare o sospendere la pensione o il reddito di cittadinanza; ma se c’è un politico condannato, a lui bisogna per forza toglierla. C’è qualcosa che stona (…). Si tratta semplicemente di mettere tutti sullo stesso piano”.

 

Giacomo Caliendo (Forza Italia) – Robespierre dove sei? – “Mi limito, in conclusione, ad osservare che si tenta di fare come nel peggior periodo della Repubblica francese, quello della rivoluzione, quando si pretendeva di imporre, attraverso la piazza, le regole del processo e di imporre ai giudici di rispettare la volontà del popolo”.

Mini-Alitalia al via ad agosto: non durerà

Per i dettagli c’è da attendere e qualcosa è ancora sul tavolo (ad esempio chi e come subentra nella gestione dei biglietti pre-pagati), ma il governo italiano ieri ha trovato un accordo di massima – o una sottomissione di massima – con l’Ue su Ita, la compagnia che dal 1° agosto dovrebbe subentrare ad Alitalia, ma che, facile previsione, non lo farà a lungo.

“La nuova compagnia dovrà stare sul mercato”, dice il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, che peraltro non pare aver avuto il ruolo preminente che la sua poltrona gli assegnerebbe nella trattativa con la Dg Competition guidata da Margrethe Vestager (a Bruxelles preferiscono avere a che fare con la grisaglia del collega del Tesoro Daniele Franco). Il problema è che, date le condizioni, sul mercato ci starà poco e quel poco solo perché parte con una dote di 3 miliardi pubblici (1,35 miliardi di capitalizzazione con la prima tranche da 700 milioni necessaria per avere la licenza).

Il motivo per cui è un fallimento già scritto è pienamente industriale, visto che si ripetono – in peggio – gli errori fatti coi “salvataggi” dei capitani coraggiosi di Berlusconi (2008) e degli emiri amichevoli di Renzi (2015), solo in peggio. La futura Ita – a quanto risulta al Fatto – partirà con 49 aerei (da 130) e 5.500 dipendenti (cioè lasciando a casa esattamente la metà dell’attuale personale Alitalia), dovrà prendersi il vecchio brand, i servizi di assistenza a terra (handling) e di manutenzione comprandoli in una gara per dimostrare a Vestager e soci di non essere la vecchia azienda ridipinta. Per sovra-mercato lascerà per strada oltre metà degli slot (i diritti di traffico, per così dire) a Fiumicino e quasi il 15% di quelli a Milano Linate. Dopo la riunione, viste le dichiarazioni un po’ generiche dei ministri di Mario Draghi, da Bruxelles hanno pure sentito il bisogno di spiegare via agenzia che su Alitalia è stata una vera e propria resa: Ita, mettono per iscritto fonti della Commissione sull’Ansa, avrà “meno della metà della flotta attuale e un taglio significativo del personale, che avrà anche nuovi contratti”. Pure sui tempi, fanno sapere da Bruxelles, niente è deciso: prima Roma deve chiarire per iscritto i prossimi passaggi tecnici (dalle richieste per le licenze ai bandi per il trasferimento degli asset Alitalia).

Una compagnia leggera come una piuma, ridotta dalla Commissione europea e dagli ultimi due governi a operare come se si fosse sempre in epoca Covid e che non ha alcuna speranza di sopravvivere in un mercato competitivo: di fatto Ita avrà il 5% circa degli aerei giornalmente in volo sulle rotte da e per l’Italia e non potrà affrontare una guerra commerciale né coi giganti, né con le low cost che in Italia prima del Covid muovevano 600 aerei ogni giorno e presto torneranno a farlo. Per questo il destino di Ita è già segnato: fallimento o rapida acquisizione (previo accollo di altre “esternalità negative” allo Stato) da parte di una compagnia straniera interessata a quel poco che resta a Ita del mercato italiano.

Per questo, e per il prevedibile costo sociale immediato dell’operazione, sembrano lunari le dichiarazioni felici dei ministri e della politica da comunicato stampa, tra cui non si può non citare la più spericolata, quella della presidente della commissione Trasporti della Camera, la renziana Raffaella Paita: “Questa intesa sulla discontinuità tra Ita e Alitalia è un’altra svolta impressa a un dossier fondamentale da Draghi”. Parole che invecchieranno assai male.

Cdp e Ferrovie, si cambia: un altro schiaffo ai 5Stelle

Parafrasando un grande autore, tutti i partiti prendono schiaffi, ma qualcuno ne prende più di altri. L’assaggio di nomine, il più pesante, che apre il valzer nelle grandi partecipate pubbliche (500 i posti tra cda, collegi sindacali etc.) chiude anche nelle poltrone di Stato la breve stagione gialloverde. Cambiano i vertici di Cassa Depositi e Prestiti e pure delle Ferrovie, i due pezzi da novanta. Via Fabrizio Palermo e Gianfranco Battisti, manager scelti nel 2018 dal governo Lega-M5S e, nello specifico (e forse non è un caso), in quota 5Stelle. Furono i primi atti di un cambio della guardia interrotto dal Papeete.

Nessuna trattativa, nessun manuale Cencelli. La decisione è stata presa dall’azionista, il ministero del’Economia, cioè dal ministro Daniele Franco e da Mario Draghi. Partiti sentiti, ma non accontentati. Le nomine sono state un affare del premier. Alle forze di maggioranza potrebbe essere riservato l’umiliante osso dei posti in cda (in quello delle Fs non spiccano particolari affiliazioni, però) e, forse, il vertice della Rai e di qualche partecipata minore.

In Cdp si chiude la parentesi di Palermo. E qui il cambiamento assume i contorni di una rivalsa. Nel 2018 era il direttore finanziario della Cassa, il candidato meno blasonato, molto meno del vicepresidente Dario Scannapieco, alto dirigente al Tesoro ai tempi in cui Draghi era direttore generale e con lui in ottimi rapporti. Era il nome designato dal ministro Giovanni Tria, gradito al Pd e probabilmente anche a Conte, ma gli uomini di Luigi Di Maio, con l’ok di Matteo Salvini, imposero Palermo al posto di Scannapieco. Che adesso ne prenderà il posto. Il presidente, che spetta alle Fondazioni azioniste resta Giovanni Gorno Tempini, cooptato a fine 2019.

Nelle Ferrovie anche Battisti lascia dopo soli tre anni. Fu nominato a luglio 2018, quando con un blitz l’allora ministro dei Trasporti Danilo Toninelli fece decadere l’intero cda e il renzianissimo ad, Renato Mazzoncini, colpito da un rinvio a giudizio per truffa che aveva fatto scattare la clausola etica nello statuto, che il consiglio goffamente aveva cercato di aggirare con un parere legale. Il nome di Battisti, manager interno, arrivò a sorpresa, frutto del tentativo di chiudere la stagione renziana nelle Fs, in continuità con quella del padre padrone Mauro Moretti. Al suo posto arriva Luigi Ferraris, manager cresciuto in Enel, dove entrò nel 1999 fino a diventare Cfo (direttore finanziario) nel 2009, carica che ha poi assunto in Poste nel 2015. Manager non sgradito al Pd, nel 2017 Gentiloni lo nominò alla guida di Terna, la società della rete elettrica, carica non rinnovata dal Conte 2, che gli preferì (in quota 5Stelle) l’ad di Acea Stefano Donnarumma. Una mossa, si racconta, che la tecnostruttura del Tesoro ha vissuto come un affronto, oggi sanato con la designazione nelle Fs. Alla presidenza, Gianluigi Castelli (quota Lega) lascia il posto a Nicoletta Giadrossi, già nel cda di Fincantieri.

Come accade nei migliori blitz partitocratici, nemmeno il governo Draghi si prende la sbriga di motivare queste nomine. Il risultato non conta. “È stata scelta la discontinuità” è stata la frase comunicata ai diretti interessati (ieri è toccato alle Fs, oggi c’è l’assemblea di Cdp).

Scannapieco, una vita da dirigente pubblico, è un profilo che disegna un ruolo, per così dire, più tradizionale della Cassa, nata per fornire liquidità agli enti locali e diventata negli anni, a partire dalla stagione renziana, un conglomerato di partecipazioni – dall’agroalimentare agli alberghi di lusso – in cui è difficile intravedere una strategia industriale (solo di recente si sono aggiunte il gestore di Borse Euronext, che avrà in pancia anche Piazza Affari, poi Tim, Open Fiber e a breve anche Autostrade dopo l’uscita di Atlantia).

Ferraris è un manager finanziario a digiuno di ferrovie (che saranno il principale destinatario dei fondi del Recovery per 40 miliardi) e con qualche potenziale di conflitto d’interessi, visto che siede nel cda di Psc, colosso delle costruzioni e grande fornitore proprio di Fs. Deve la sua nomina a un atto di imposizione del Tesoro e al suo legame con Paolo Scaroni, oggi presidente del Milan ed ex Eni e Enel, assai legato e ascoltato da Mario Draghi. Forse anche per questo dato fino all’ultimo in pole per il ruolo di presidente, nomina che avrebbe avuto qualche difficoltà visto che nel ’96 patteggiò 16 mesi per tangenti.

Fanghi tossici nei campi: “Penso a chi mangia qui…”

Tra il 1º gennaio 2018 e il 31 maggio 2019 hanno venduto 150mila tonnellate di gessi di defecazione spacciati per fertilizzanti. Eppure non erano mai stati trattati: erano rifiuti, venduti per oltre 12 milioni di euro e poi utilizzati in terreni agricoli del nord Italia.

Nel mirino della Procura di Brescia sono finiti i vertici della Wte srl, azienda con tre impianti di trattamento rifiuti nel Bresciano ora posti sotto sequestro. Gli indagati sono 15. La Procura aveva chiesto l’arresto in carcere per sei e i domiciliari per due. Il gip ha però rigettato le richieste sostenendo che dopo una perquisizione dei carabinieri forestali nell’agosto 2019, “non vi è prova inequivocabile che il metodo organico e coerente del traffico illecito di rifiuti che era attuato in modo pedissequo nell’arco temporale 1 gennaio 2018-6 agosto 2019, in epoca successiva e fino alla data odierna sia stato perpetuato con eguale valenza delittuosa”.

Per gli inquirenti in carcere sarebbe dovuto andare anche Antonio Carucci, laureato in Scienze geologiche e assunto in Wte a partire dal settembre 2017. È l’uomo che il 31 maggio 2019 in una telefonata intercettata e ora agli atti dell’inchiesta al suo interlocutore dice: “Io ogni tanto ci penso, cioè, chissà il bambino che mangia la pannocchia di mais cresciuto sui fanghi”. Chi c’è dall’altra parte del telefono risponde: “Non è vero che non avete fatto male a nessuno, perché l’ambiente l’avete disintegrato voi”. Per il gip “Carucci anche per le sue competenze tecniche, non ignorava il grave pregiudizio per l’ambiente e la salute umana cagionato dallo sversamento degli pseudogessi di Wte. Però, lungi dal rimeditare la sua condotta e vergognarsene, ne faceva argomento per battute sarcastiche con i suoi interlocutori al telefono”. Come quando, in merito ai fanghi non trattati, una collega gli dice al telefono: “Lo facciamo per il bene dell’azienda” e lui replica ridendo: “Siamo talmente aziendalisti da non avere più pudore”.

È lo stesso dipendente dell’azienda bresciana che secondo le indagini “si spendeva anche in prima persona per contattare, con insistenza, i singoli agricoltori più diffidenti per persuaderli ad accettare lo spandimento dei fittizi gessi di defecazione di Wte srl sui propri terreni”.

La Wte srl è una realtà da anni al centro di polemiche e contestazioni di residenti a Calcinato e Quinzano d’Oglio e ambientalisti anche e soprattutto per via degli odori derivanti dalla produzione dei finti gessi di defecazione “L’odore è putrefatto di gas che ti fa bruciare la gola e piangere gli occhi. Purtroppo se ti entra in casa impregna i vestiti e bisogna aspettare un po’ di tempo prima che vada via” racconta un residente il 19 ottobre 2018 sentito dagli inquirenti. “Dormiamo e ci svegliamo come se fossimo in una fogna” scrivevano gli abitanti di Calcinatello il 16 aprile 2015. Nell’ordinanza del Gip si legge che “a partire dal 2011 e fino ad aprile 2020 si susseguivano numerosissimi e costanti segnalazioni all’Arpa e in Procura da parte della cittadinanza esasperata per l’acredine, l’inesauribilità e la persistenza degli effluvi, fonte di inaccettabile disagio”.

La scelta di non trattare i fanghi di depurazione per chi indaga era una “frutto di una consapevole strategia aziendale ideata dal titolare della Wte Giuseppe Giustacchini al fine di ottenere una serie di indebiti vantaggi, riassumibili in un unico obiettivo: Riduzione al minimo dei costi sostenuti per il trattamento, in modo tale da massimizzare il profitto derivante dall’accettazione di un quantitativo più cospicuo di fanghi da parte dei vari fornitori”.

“Ambiente svenduto”. Taranto avrà la sua sentenza dopo 5 anni

Cinque anni di dibattimento, decine di imputati, centinaia di udienze, quasi mille parti civili. Sono i numeri del maxi processo “Ambiente svenduto” sul disastro ambientale e sanitario di Taranto su cui a breve arriverà la sentenza di primo grado. Da quasi una settimana la Corte d’assise è rinchiusa in Camera di consiglio nei locali blindati della Scuola sottufficiali della Marina militare: i giudici, togati e popolari, stanno analizzando tutti gli elementi emersi nel corso del dibattimento per stabilire la colpevolezza o l’innocenza dei 47 imputati di cui 44 persone fisiche e 3 società. Per la procura ionica, che ha chiesto 35 condanne per quasi 400 anni di galera, quel disastro è stato causato dalle emissioni nocive della fabbrica gestita tra il 1995 e il 2012 dalla famiglia Riva.

Disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro: sono solo alcuni dei reati contestati dall’accusa ed è su questo e su altro che ora la corte d’assise sta valutando se, in base alle prove raccolte nel processo, si potrà confermare che i veleni che hanno ammorbato la città, causando malattia e morte, siano stati sprigionati dallo stabilimento siderurgico come hanno certificato i periti del tribunale durante le indagini. Per l’accusa non c’è alcun dubbio. La procura ritiene di aver dimostrato come attraverso la logica del massimo profitto con il minimo sforzo economico sull’ammodernamento degli impianti, la gestione Riva abbia tutelato la produzione a danno dell’ambiente e della salute di operai e cittadini.

Il collegio difensivo ha invece sostenuto, attraverso una serie di consulenze, che gli inquinanti ritrovati nei terreni, nelle pecore abbattute e nelle acque intorno allo stabilimento non sarebbero di provenienza Ilva, ma sprigionate da altri impianti industriali presenti nel territorio tarantino. I difensori, oltre ai documenti, hanno portato in aula anche alcune testimonianze come quella di un ex consulente della procura che ha parlato dell’insabbiamento di un fascicolo di indagine che indicava nelle attività della Marina militare le azioni che avrebbero avvelenato il Mar Piccolo di Taranto.

La sentenza che sarà emessa nei prossimi giorni dovrà accertare anche se ai Riva sia stato fornito un appoggio determinante da parte della politica locale e regionale. A processo, infatti, oltre a Fabio e Nicola Riva – che rischiano rispettivamente 28 e 25 anni di carcere – sono finiti anche l’ex sindaco di Taranto Ippazio Stefano, l’ex presidente della Provincia Gianni Florido e l’ex Governatore di Puglia Nichi Vendola. E se per l’ex primo cittadino il reato è ormai prescritto, per Florido e Vendola la procura ha chiesto la condanna rispettivamente a 4 e 5 anni di carcere.

Per Vendola, in particolare l’accusa è di aver fatto pressioni su Giorgio Assennato, ex direttore generale di Arpa Puglia, affinché ammorbidisse la sua linea nei confronti della fabbrica. Anche Assennato, che ha sempre negato quelle pressioni, è finito a processo: accusato di favoreggiamento a Vendola rischia la condanna a un anno di carcere. L’ex dg Arpa per i dirigenti Ilva era l’uomo “da distruggere” perché per limitare la diffusione di un inquinante cancerogeno come il benzo(a)pirene, propose alla Regione di limitarne la produzione. Nel suo ultimo intervento in aula, Assennato ha spiegato di voler rinunciare alla prescrizione perché certo di aver “sempre difeso la salute degli abitanti del quartiere Tamburi” e poi ha lanciato un duro attacco alla Regione guidata allora dall’ex leader di Sinistra Ecologia e Libertà sostenendo che nel 2010 avrebbe potuto cambiare la gestione della vicenda Ilva riducendo la produzione di acciaio nei giorni di vento, ma scelse una strada diversa. “È come se l’autorità politica – ha spiegato alla Corte – avendo un vaccino in mano rinunciasse a usarlo per contenere un’epidemia”.

Il verdetto dovrà inoltre chiarire se davvero i dirigenti Ilva versarono una tangente di 10mila euro all’ex consulente della procura Lorenzo Liberti per “aggiustare” una perizia. E poi stabilire se gli incidenti mortali in cui hanno perso la vita gli operai Francesco Zaccaria e Claudio Marsella siano stati causati da negligenze aziendali e se allevatori di bestiame, di cozze e centinaia di altre persone offese costituite in giudizio, abbiano o meno diritto a un risarcimento. La Corte d’assise, insomma, ha il compito di spiegare se questa terra sia stata violentata da polveri e gas, tenuta sistematicamente sotto il ricatto occupazionale, avvelenata al punto da raggiungere livelli impressionanti di malattie anche nei bambini con pochi mesi di vita, solo per il denaro.