Ilva e le altre: bonifiche farsa sui terreni agricoli inquinati

Le bonifiche dei siti inquinati in Italia, come tutti sanno, non si fanno quasi mai. E allora, avranno pensato al ministero della Transizione ecologica, perché non trovare il modo di non farle per legge o di farle un po’ meno difficili o magari solo in parte? Lo si può desumere dall’articolo 22 della bozza di decreto Semplificazioni, che dovrebbe andare in Consiglio dei ministri tra oggi e domani, dedicato alle “Misure di semplificazione per la riconversione dei siti industriali” (e chi pensa all’Ilva non sbaglia).

Quel testo mira ad “accelerare le procedure di bonifica dei siti contaminati e la riconversione di siti industriali da poter destinare alla realizzazione dei progetti individuati nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)” e prevede, tra le altre cose, che “in caso di aree con destinazione agricola secondo gli strumenti urbanistici ma non utilizzate per la produzione agricola e l’allevamento” si possano applicare le soglie sulla presenza di elementi inquinanti (la cosiddetta concentrazione di soglia di contaminazione del suolo e sottosuolo, CSC) riservate agli spazi residenziali o addirittura industriali. Può sembrare un’astrusa questione tecnica, ma non lo è.

Prendiamo come misura dei siti contaminati i 42 SIN italiani (siti di interesse nazionale): da Bagnoli a Brescia Caffaro, da Gela a Marghera, tutte plastiche rappresentazioni dei danni che il (pur necessario) sogno industriale può lasciarsi alle spalle. Nei SIN spesso i terreni considerati agricoli “secondo gli strumenti urbanistici” sono già stati abbandonati proprio per l’inquinamento (aree, appunto, “non utilizzate per la produzione agricola e l’allevamento”): per 20 km attorno all’Ilva, ad esempio, il prefetto ha vietato il pascolo. Cosa dice il decreto? Che se il terreno non viene più coltivato lo si può considerare non agricolo e dunque bonificarlo “meno” o affatto: il livello di CSC tollerato, cambiando tabella da “agricolo” a “industriale”, aumenta da 10 a 100 volte a seconda della sostanza o dei composti inquinanti. Risultato: se va bene la bonifica sarà meno impegnativa e costosa, se va male non sarà proprio necessaria grazie a questa sorta di automatico cambio di destinazione d’uso dei terreni.

Ma a cosa serve questo articolo? Ce lo dice non il decreto Semplificazioni in via d’approvazione, ma il Pnrr, che a sua volta ingloba obiettivi e progetti elaborati nell’ambito del Piano nazionale per l’energia e il clima (Pniec), che prevede di usare i grandi SIN per installare – con autorizzazioni semplificate e, a volte, senza nemmeno Valutazione d’impatto ambientale – impianti necessari per gli obiettivi fissati appunto dal Piano per il clima: come abbiamo scritto nei giorni scorsi, un po’ di tutto, dagli inceneritori ai rigassificatori fino alle rinnovabili vere e proprie.

Proprio questo progetto illumina di luce sinistra un altro comma delle future “semplificazioni”: quello che consente di ottenere il certificato di compiuta bonifica “anche se in parte” dell’area inquinata (cioè mentre il resto rimane inquinato) e senza neanche più l’obbligo di presentare un’analisi del rischio nella zona. Il pericolo è che si bonifichi solo la parte di terreno che poi sarà messa a frutto per i nuovi impianti, peraltro comunque impattanti sull’ambiente, specie se di grandi dimensioni.

Un meccanismo che si era già messo in moto col governo Conte-2 (le rinnovabili nei SIN), trova ora piena realizzazione in un vero e proprio Far west col governo Draghi e il ministro Roberto Cingolani.

Meno di un anno fa, quando si discusse il precedente decreto Semplificazioni, la norma sugli impianti con autorizzazione veloce nei SIN fu giustificata dal governo in alcune riunioni di maggioranza come “necessaria per la riconversione dell’Ilva”. Affermazione coerente col piano industriale presentato col ritorno dello Stato (via Invitalia) nel capitale del gruppo siderurgico: riassumendo, siccome si prevede di alimentare i forni a gas per abbattere un po’ le emissioni e di far partire una sperimentazione per l’idrogeno (da fossili) dopo il 2025, probabilmente si pensa di costruire impianti energetici a servizio dell’acciaieria a ridosso della fabbrica così da abbattere il costo, oggi troppo alto, sia del gas che dell’idrogeno.

Questa, si dirà, non è tutela dell’ambiente, ma d’altra parte se si voleva tutelarlo si manteneva il relativo ministero…

Così anche la mafia calabrese ha le sue menti raffinatissime

Gotha e menti raffinatissime. Un processo che potrebbe segnare uno spartiacque nella lotta alla ’ndrangheta e che va oltre i tre mandamenti, ai quali fa riferimento già negli anni 30 del secolo scorso Antonio Musolino, fratello del famoso bandito, descrivendo un’organizzazione strutturata su tre macro-aree: Matrice, Piana e Montagna, le stesse individuate e riscontrare ottanta anni dopo dal processo Crimine.

Per la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, esiste una componente invisibile e segreta della ‘ndrangheta: un organismo che sta al di sopra dei tre mandamenti e dei clan che operano sul territorio. Quella descritta dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo è un’organizzazione molto più complessa nella sua struttura, coordinata da almeno sette persone indicate dai tre mandamenti con il compito di “collegare il sovramondo con il sottomondo in una sorta di terra di mezzo in cui il visibile territoriale si collega all’invisibile strategico”. È una componente sconosciuta ai ranghi più bassi che si propone anche e soprattutto di costruire in vitro politici, imprenditori e professionisti capaci di governare il territorio, di riciclare gli enormi profitti generati dal traffico internazionale di droga, e di incanalare e smistare le fonti di reddito derivanti dalla spesa pubblica.

È la chiusura del cerchio. Nel 1869, l’anno in cui viene sciolto il consiglio comunale di Reggio Calabria, la picciotteria reggina guidata da Francesco De Stefano rappresentava il braccio armato delle fazioni politiche che si contendevano l’esito delle tornate amministrative. L’arrivo dell’eroina bianca e della cocaina segnano la fine dell’economia della sussistenza e l’inizio del reinvestimento dei capitali che necessariamente richiede competenze e alleanze al di fuori dell’organizzazione. Sono queste alleanze che portano la ’ndrangheta a radicarsi anche lontano dai territori d’origine, grazie a politici e imprenditori che agiscono secondo logiche di convenienza. Ed entrati nel frattempo nelle logge deviate della massoneria, gli ’ndranghetisti sovvertono la storica subalternità nei confronti della politica: da fenomeno di controllo sociale diventano agenzia di servizi. La terza fase, quella che la Procura di Reggio Calabria sta cercando di dimostrare, riguarda la creazione di professionalità all’interno della stessa organizzazione, gente creata appunto in vitro, come si fa con la procreazione assistita. Principale imputato del processo in corso con l’accusa di far parte della direzione strategica della ‘ndrangheta è l’avvocato Paolo Romeo, ex parlamentare, descritto dai collaboratori di giustizia come massone d’alto rango, piduista e uomo di Gladio, ma anche responsabile – per sua stessa ammissione – della latitanza del terrorista Franco Freda a Reggio Calabria. Un altro dei componenti apicali individuato dai pm reggini è l’avvocato Giorgio De Stefano, già condannato in primo grado e in appello con il rito abbreviato per lo stesso reato.

Quella che emerge dal processo Gotha è una ’ndrangheta che, pur rimanendo realtà criminale, si evolve per rafforzarsi, per crescere e per aumentare la sua potenza, tentando di creare prima e di sfruttare poi circuiti relazionali sempre più estesi e, correlativamente, sempre più riservati. Reggio è ormai diventata un laboratorio, in cui si affinano strategie tipiche dei sistemi criminali integrati, quelle in cui il potere più forte è anche quello meno visibile.

Gotha, “sistema Reggio”. I pm: condanne per oltre 250 anni

Politica, ’ndrangheta, affari e “pagliacciate”. Ma anche un “laboratorio criminale” che ha trasformato Reggio Calabria in un “mondo di mezzo” tra mafiosi, massoni e pezzi deviati dello Stato. Con il processo “Gotha”, la Dda non vuole solo sostenere l’esistenza della ’ndrangheta, ma anche della sua componente riservata capace di infiltrarsi negli enti locali dettandone gli indirizzi politici. È quello che è successo in riva allo Stretto dal 2002 al 2014. Erano gli anni della “Reggio da bere” con il sindaco Giuseppe Scopelliti, “inventato” e messo lì dall’avvocato Paolo Romeo, l’ex parlamentare del Psdi per il quale ieri il procuratore Giovanni Bombardieri e l’aggiunto Giuseppe Lombardo hanno chiesto 28 anni di carcere. Romeo è imputato, con altri, con l’accusa di associazione mafiosa e associazione segreta. Ieri la Procura di Reggio Calabria ha chiesto in totale per 19 imputati 251 anni e 8 mesi di carcere. 11 invece sono state le richieste di assoluzione.

Assieme all’avvocato Giorgio De Stefano, già condannato, sarebbe stato proprio Romeo, secondo i magistrati, il principale protagonista di quel direttorio che crea politici e li cresce per farli diventare strumento a uso e consumo dei “riservati” della ’ndrangheta. Romeo e De Stefano, dicono i pm, sono “il motore immobile del sistema criminale” che nel 2002 ha puntato sull’ex sindaco Scopelliti (indagato nell’ambito di un altro procedimento ma non imputato in questo processo) che, dalle carte della Dda, ne esce a pezzi. Se per la città era l’uomo forte di An, destinato a diventare nel 2010 governatore della Calabria, per la Procura era la marionetta di Romeo che lo considerava un “braciolettone”, uno che “deve fare il cane da mandria”.

Al suo fianco c’erano soggetti “funzionali allo scopo” come l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra e l’ex senatore Antonio Caridi, per i quali ieri i pm hanno chiesto 20 anni di carcere. Il “grande burattinaio” era sempre Romeo, già condannato per concorso esterno nel processo “Olimpia” e ritenuto la vera testa pensante delle cosche: “compone le liste, individua candidati, fissa strategie e garantisce i programmi”, con l’obiettivo di soddisfare la “fame della ’ndrangheta”, il desiderio dei clan di mettere le mani sulla pioggia di milioni di euro piovuti in quegli anni sulla città. Miliardi sporchi che dovevano “essere messi a sistema” con un enorme operazione di riciclaggio attraverso le società miste, gli appalti del decreto Reggio e il controllo di settori strategici”. La ’ndrangheta è entrata a Palazzo San Giorgio dalla porta principale. Lo ha fatto anche in Provincia e in Regione “prendendo il controllo totale di organi di rilevanza istituzionale”. “È un disegno eversivo – ha detto l’aggiunto Lombardo – che a Reggio è stato attuato per circa 15 anni”. Ogni politico era espressione di una delle tre principali cosche del mandamento di centro: “De Stefano è Scopelliti, Condello è Sarra, Caridi è molto vicino ai Tegano”. Tutti e tre sono stati i protagonisti del progetto politico-criminale che il 16 gennaio 2014 ha consentito a Romeo di essere ricevuto al Senato, dall’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali per discutere della “Città Metropolitana”.

Durante il processo si è parlato anche del finto attentato del 2004, quando in un bagno del Comune sono stati trovati alcuni panetti di tritolo grazie a tre informative del Sismi firmate dall’attuale 007 Marco Mancini. Per il procuratore Lombardo, quella è stata “una pagliacciata” per superare una crisi che Scopelliti stava affrontando dentro e fuori il palazzo. Il direttorio delle cosche ha compreso che serviva una scossa per far capire al pupo che c’è un disegno “più grande di lui”. Occorreva ricordargli i patti: “Tu finisci quando lo diciamo noi e diventi il numero uno, se noi decidiamo in quel senso”. Come? Con una messinscena che serviva a creargli l’immagine di “sindaco antimafia” e allo stesso tempo a mandare un messaggio per fargli capire “che non è padrone di niente, torna a essere e a fare il cane da mandria”.

Il colpo di teatro va in onda il 6 ottobre 2004. Politica, “riservati” della ’ndrangheta, pezzi delle istituzioni e apparati di sicurezza sono tutti scritturati per la sceneggiata. Ognuno recita la sua parte e nei bagni di palazzo San Giorgio spunta il tritolo senza innesco. Per scoprirlo il Sismi ha pagato circa 300mila euro. Dopo quasi 17 anni, non solo non si sa chi è stato a piazzare quei panetti ma neanche quali cosche volevano attentare alla vita di Scopelliti.

Nuovi dubbi su AZ per under 60. L’Ue: 45 miliardi di danni

La “sicurezza della somministrazione di Vaxzevria nei soggetti di età inferiore a 60 anni rimane un tema ancora aperto, e sul quale vi sono margini di incertezza”. Così scrive l’Aifa in un documento sulle complicanze tromboemboliche post-vaccinazione. Nonostante le incertezze, l’Agenzia raccomanda comunque la seconda.

La notizia giunge nel giorno in cui l’Europa dichiara ufficialmente guerra ad Astrazeneca, a cui chiede 10 euro a dose per ogni giorno di ritardo accumulato. La battaglia legale è iniziata ufficialmente ieri al Tribunale di Bruxelles, dove gli avvocati dei Paesi Ue hanno esplicitato la richiesta di danni nei confronti della multinazionale anglo-svedese. Se dovesse essere accettata, la sanzione rischia di mandare al tappeto la compagnia guidata da Pascal Soriot.

Il contratto firmato lo scorso 27 agosto con la Commissione europea prevedeva infatti che entro la fine del giugno 2021 Astrazeneca avrebbe fatto “il massimo sforzo possibile” (best reasonable effort) per consegnare 300 milioni di dosi così dilazionate: 30 milioni a dicembre, 40 a gennaio, 30 a febbraio, 20 a marzo, 80 ad aprile, 40 a maggio, 60 a giugno. Al momento il pallottoliere delle consegne, basato sui dati ufficiali della Ue, è fermo a 53,2 milioni di dosi. Facendo un conto di massima – non si conoscono i numeri esatti di consegna mese per mese – a fine aprile mancavano all’appello circa 150 milioni di dosi: calcolando un ritardo di 30 giorni per ciascuna, la multa si aggirerebbe al momento intorno ai 45 miliardi di euro. Una cifra che distruggerebbe la compagnia.

Ieri invece alla Borsa di Londra il titolo ha chiuso in lieve ribasso, con una perdita inferiore all’1% rispetto al prezzo di apertura: segno che la partita giudiziaria è ancora lunga e molti trader credono che alla fine il colosso farmaceutico se la caverà. Di certo gli avvocati di Astrazeneca punteranno tutto su quel “massimo sforzo possibile” che fin dai primi ritardi, a gennaio, il numero uno Soriot ha sottolineato. Come dire: non abbiamo nessun obbligo legale di rispettare la tempistica. La Commissione evidentemente non la pensa allo stesso modo e punta a dimostrare che i ritardi accumulati non dipendono solo da complicazioni produttive, come ha sempre dichiarato l’azienda. Rafaël Jeffareli, uno degli avvocati Ue, ieri davanti ai giudici di Bruxelles ha accusato AstraZeneca di aver commesso una “manifesta violazione” del contratto poiché “50 milioni di dosi” prodotte nello stabilimento olandese Halix di Leida, in territorio Ue, “sono state dirottate verso Paesi terzi”.

È l’accusa che già da tempo la Commissione ha rivolto alla compagnia anglo-svedese: aver usato gli stabilimenti europei per produrre vaccini destinati soprattutto al Regno Unito, che li avrebbe pagati più dei 2,9 euro versati dalla Ue e sarebbe stata quindi servita in tempi più celeri.

Niente di più falso, ha sempre ribattuto la multinazionale: “Non dirottiamo i vaccini degli europei ad altri Paesi che, secondo questa ricostruzione ingiusta, ci pagherebbero”, ha detto lo scorso gennaio Soriot in un’intervista rilasciata al network giornalistico Lena. L’Ue chiede inoltre di comminare ad Astrazeneca un multa aggiuntiva da 10 milioni di euro per ogni violazione del contratto che il giudice riuscirà ad accertare.

La sentenza di primo grado è attesa il mese prossimo. Intanto Bruxelles ha già fatto intendere che per il futuro non intende più affidarsi al gruppo anglo-svedese. Nelle scorse settimane il commissario al Commercio interno, Thierry Breton, ha annunciato che la Commissione europea non ha rinnovato il contratto con Astrazeneca. “Non abbiamo rinnovato l’ordine dopo giugno, vedremo cosa succederà”, ha detto Breton.

Dosi in ferie, Figliuolo non decide

Dal presidente del Veneto Luca Zaia a quello della Liguria Giovanni Toti. Ieri anche Attilio Fontana (Lombardia). Aumentano i governatori che premono per vaccinare chi trascorre le ferie fuori dalla propria regione. E ieri le Regioni, dopo il vertice con il governo, avrebbero più o meno trovato l’accordo sulla soluzione da adottare: vale a dire “garantire il vaccino a chi va in vacanza per periodi lunghi, almeno dalle tre settimane in su”. Ipotesi sulla quale sembra esserci convergenza.

Resta da capire cosa deciderà il commissario all’emergenza, il generale Francesco Paolo Figliuolo. Per giorni ha ripetuto che è bene che i cittadini programmino le vacanze in base alla data fissata per la seconda dose. Poi ha spiegato di non essere contrario, che non ci sono pregiudiziali, dato che la priorità è vaccinarsi: “Se ci sono le condizioni la Conferenza delle Regioni può fare delle proposte ma voglio un quadro armonico”. Anche se per Figliuolo l’idea potrebbe essere applicata solo a casi particolari, a situazioni limitate. Del resto i fattori che lo frenano sono tanti, dicono ora i suoi fedelissimi.

Va considerato che “ci sono anche tante località turistiche molto piccole”, dove è difficile mettere in moto la macchina vaccinale. “L’idea in sé – spiegano – non è peregrina ma deve essere calata su un territorio nazionale vasto e molto vario. Se il sistema sanitario è flessibile è un bene per i cittadini ma la flessibilità deve fare i conti con i vincoli imposti dalla logistica. Ed è difficile stimare quanta gente si muoverà, dove andrà e per quanto tempo”.

Il confronto con le Regioni è aperto. A partire da Piemonte e Liguria, che attendono il via libera all’intesa per garantire il richiamo ai piemontesi che andranno in vacanza in Liguria e viceversa ai liguri che sceglieranno le località montane del Piemonte. Accordo che prevede di allineare i sistemi informativi delle due regioni, per farli dialogare, sempre a patto che la vacanza abbia una durata che rende difficoltosa la somministrazione del richiamo nel luogo di residenza.

Ora le Regioni sembrano aver trovato la quadra su un periodo che parte da un minimo di tre settimane. E Toti ribadisce l’opportunità di fare del protocollo d’intesa firmato con il presidente del Piemonte Alberto Cirio “una traccia per tutti coloro che lo vogliono fare”. Quanto a Fontana, che si è accodato, attende la decisione di Figliuolo: “Siamo sempre stati molto rispettosi delle indicazioni che arrivavano dal generale, che è abbastanza titubante nel dire di sì a questa richiesta. Noi aspettiamo. Se il generale dovesse dire sì, noi saremmo pronti a offrire anche questo servizio. Se per questioni organizzative, invece, il generale dovesse ritenere non fattibile questa ipotesi ci adegueremo”.

Rivolevano il coprifuoco: Salvini frena le sue Regioni

I presidenti delle Regioni che lunedì saranno le prime a diventare zona bianca – Massimiliano Fedriga del Friuli-Venezia Giulia, Christian Solinas della Sardegna e Donato Toma del Molise – avrebbero voluto evitare il rischio dell’“effetto Sardegna”. Ovvero: essere costretti a riaprire tutto e a richiudere con altrettanta velocità, come successe a marzo quando la prima regione bianca passò subito in rosso. Così martedì sera, dopo settimane di pressioni sul governo per aprire tutto e subito, i tre governatori di centrodestra erano intenzionati a chiedere al governo di mantenere alcune restrizioni: il cosiddetto coprifuoco dalle 24 – come sarà nelle Regioni gialle dal 7 al 20 giugno – e l’obbligo di stare ai tavoli dei ristoranti all’aperto per limitare la movida. Tant’è che martedì la proposta era stata concordata in una telefonata con toni preoccupati proprio tra Toma e Fedriga. Oggi, aveva detto il leghista Fedriga che guida la Conferenza delle Regioni, ne avrebbero parlato con gli altri. Poi però Matteo Salvini ha fermato tutto: “Non si può fare, dopo settimane che lottiamo per abolire il coprifuoco con che faccia poi potremo chiedere di aprire di più?”. Del resto anche i governatori del centrodestra erano spaccati: nella riunione di ieri Luca Zaia e Giovanni Toti contro il coprifuoco, più timidi i presidenti di Umbria e Abruzzo, Donatella Tesei e Marco Marsilio, che pure diventeranno bianche dal 7 giugno. Alla fine Fedriga ha fatto marcia indietro, la proposta è sparita. In serata il leader della Lega esulta: “Bellissima notizia, via tutte le restrizioni e le chiusure in zona bianca”.

È l’accordo concluso ieri da Fedriga con i ministri Mariastella Gelmini e Roberto Speranza: nelle Regioni che andranno in zona bianca (tre settimane sotto i 50 contagi in sette giorni ogni 100 mila abitanti, ieri la media nazionale era 49) il calendario delle riaperture potrà essere anticipato. Cioè ad esempio le piscine al chiuso e gli stadi, le sale scommesse, i congressi e le fiere, i centri sociali e i ricreativi, la cui riapertura è fissata al 1° luglio dall’ultimo decreto legge, in zona bianca potranno riaprire prima, ovviamente nel rispetto delle linee guida validate dal Comitato tecnico scientifico. Che ieri ha confermato alcuni paletti: no all’uso delle docce e degli spogliatoi nelle palestre. C’erano già anche per matrimoni e cerimonie varie (dal 15 giugno, ma in zona bianca anche prima): servirà il cosiddetto green pass che attesti l’avvenuta vaccinazione o la guarigione dal Covid da non più di sei mesi o il tampone negativo nelle ultime 48 ore.

Non è stato sciolto il nodo delle discoteche, finite nell’occhio del ciclone dopo i contagi seguiti al “liberi tutti” dell’estate 2020. Una data per riaprirle nel decreto non c’è, le Regioni e la Lega insistono ma un accordo non è stato trovato neppure ieri sera. Bisognerà trovarlo perché dal 1° luglio saranno aperti centri culturali e ricreativi dove spesso si balla. Alcuni membri del Cts ipotizzano di fare, oltre ai tamponi, le vaccinazioni agli ingressi delle discoteche. Sarebbe un modo per invogliare i giovani a immunizzarsi in un momento in cui, con i dati epidemiologici in netto miglioramento, la tensione è scesa e molti potrebbero rinunciare al vaccino.

“La fune è a terra”. Poi la mail ai pm inviata dal tecnico

Domenica 23 maggio, ore 12.09. Nell’immediatezza dell’incidente, Enrico Perocchio, responsabile tecnico dell’impianto, riceve una chiamata da Gabriele Tadini, capo degli operai della funivia: “Enrico, ho una fune a terra. La fune è giù dalla scarpata. La vettura aveva i ceppi”. La chiamata si interrompe subito e a Perocchio, ingegnere con 25 anni di esperienza alle spalle nel settore, si gela il sangue nelle vene. È nella sua casa nel biellese, in quel momento. Si mette immediatamente in macchina. E alle 12.20, mentre è già in auto verso Stresa, il cellulare suona una seconda volta. È ancora Tadini. È agitatissimo e gli ripete la stessa cosa: “La vettura aveva i ceppi”. I “ceppi” sono un altro termine gergale per indicare le “forchette” o i “forchettoni”.

L’ingegnere impiega un’ora per arrivare sul posto. Il pendio del Mottarone è diventato il teatro di una strage. C’è la cabina accartocciata, con cinque corpi intrappolati. Ci sono altri cadaveri disseminati lungo la collina, sbalzati fuori dalla vettura. Perocchio incrocia altri operatori, in prossimità della stazione intermedia di Alpino, lo scambio è concitato. Secondo la versione fornita da Tadini ai carabinieri (lo assiste l’avvocato Marcello Perillo), il fatto che la cabina girasse con i freni disattivati era un fatto noto ai superiori. Questa ricostruzione viene negata in modo perentorio dal legale del responsabile dell’impianto, l’avvocato Andrea Da Prato: “Portare persone con i forchettoni è una pratica suicida, una circostanza che il mio cliente respinge nel modo più assoluto. Non ne aveva idea”.

C’è anche una mail che potrebbe avere un peso rilevante nelle indagini. Nella tarda mattinata di martedì, quando non è ancora indagato, Perocchio è pronto a collaborare con gli inquirenti. Il suo legale invia una Pec alla Procura di Verbania. Nel testo scrive di avere “elementi” potenzialmente utili alle indagini, avendo appreso da un dipendente della società di gestione informazioni riguardo “all’utilizzo improprio del sistema frenante”. Non c’è il tempo per chiarirlo, nella notte fra martedì e mercoledì. Le dichiarazioni di Tadini sono di una “gravità tale”, per gli inquirenti, da trasformare in indagati Perocchio e il proprietario Nerini (assistito dall’avvocato Pasquale Pantano). Nerini, imprenditore molto noto a Stresa, gestisce l’impianto da molti anni. La storia della famiglia si intreccia al collegamento fin da quando a collegare Stresa al Monte Mottarone era ancora una cremagliera. Perocchio, dipendente della Leitner, si occupa da 25 anni di sistemi di trasporto a fune, tema a cui ha dedicato anche la tesi di laurea. Sarebbe stato proprio lui a imporre l’utilizzo del colore rosso sui forchettoni: proprio perché l’impianto era vetusto, senza cioè un sistema di sensori, lasciava agli operatori la responsabilità di non dimenticarsi mai di disinnescare il sistema salvavita. Colorare la staffa che provocava il disinnesco, serviva proprio a evitare dimenticanze. Ad amici e conoscenti, nei giorni scorsi, Perocchio ha ripetuto come fosse impensabile che qualcuno avesse caricato persone con il forchettone. Tadini, molto cattolico, si è rifugiato nella preghiera, eroso dall’enormità di quanto accaduto, racconta chi lo ha visto negli ultimi giorni.

“Me li avete ammazzati e questo, mi spiace, non ci sarà mai nessun tipo di perdono”, scrive su Instagram Angelica Zorloni, figlia di Vittorio morto insieme alla compagna Elisabetta Persanini e al figlio Mattia, di 5 anni. Per il presidente della Camera Roberto Fico: “Siamo di fronte a fatti inaccettabili”. Don Gianluca Villa, parroco di Stresa, ha ricordato le vittime durante una messa ieri sera: “Siamo vicini al dolore delle famiglie”.

Il Supertestimone: “Abbiamo disattivato i freni, bisognava riaprire in fretta”

Per un intero mese, prima della strage del Mottarone, la funivia che collega Stresa al monte ha sofferto di interruzioni a intermittenza. L’impianto si bloccava e scattavano i freni d’emergenza. Le avarie erano note alla società di gestione, la Ferrovie del Mottarone srl, ed erano state segnalate alla ditta che si occupava della manutenzione, la Leitner. Di sicuro erano stati effettuati due interventi, uno il 3 maggio e l’altro il giorno prima dell’incidente, sabato 23 maggio. Nessuno dei due era stato risolutivo, insomma non si era capito a cosa erano dovute e il problema si era ripresentato. Così, dopo un anno di fermo forzato per via del lockdown, per evitare di interromperne il funzionamento, forse per non aggravare il danno economico, la funivia era stata rimessa in funzione, senza il sistema d’emergenza che provocava le interruzioni: su una delle due cabine erano stati apposti i cosiddetti “forchettoni”, staffe di metallo che impediscono alle ganasce dei freni di chiudersi. Così, alla rottura del cavo, evento rarissimo in questo tipo di impianti (“impensabile”, secondo gli stessi indagati), il sistema salvavita, disattivato, non è entrato in funzione. E 14 delle 15 persone a bordo sono morte.

La svolta nelle indagini sul disastro si è materializzata a poco più di 48 ore dai fatti. Decisivo l’interrogatorio andato avanti fino alla tarda notte di martedì del capo del servizio tecnico della funivia, Gabriele Tadini, 63 anni. Convocato come testimone nella caserma della stazione dei carabinieri di Stresa, Tadini si trasforma presto in indagato. Quando i militari gli mostrano le foto con i forchettoni montati sulla funivia, condizione assolutamente vietata quando si trasportano persone, l’operaio si autoaccusa: “Li avevamo tolti per evitare che la cabina si bloccasse di continuo”. E chiama in causa i suoi superiori che, racconta, erano stati informati del problema, che “andava avanti dalla riapertura”, e cioè dal 26 aprile del 2021. Queste dichiarazioni, fra le 3 e le 4 del mattino di mercoledì, fanno scattare i fermi per altre due persone, anch’esse convocate come testimoni: Luigi Nerini, 56 anni, amministratore e proprietario della società Funivie del Mottarone srl, ed Enrico Perocchio, 51 anni, ingegnere dipendente della Leitner, che in questo caso risponde per il ruolo di responsabile tecnico dell’impianto. Queste le accuse contenute nelle tre pagine del decreto di fermo: “Tadini, Perocchio e Nerini omettevano di rimuovere il cosiddetto forchettone bloccafreni, tenendo così aperte le ganasce”, un’iniziativa che “rendeva inattivo il sistema frenante”. Comportamenti che, secondo la Procura, “facevano derivare il disastro” e “cagionavano la morte di 14 persone” e il ferimento del piccolo Eitan Biran, 5 anni, salvo per miracolo, e ora aggrappato alla vita nell’ospedale Santa Margherita di Torino. Questa sequenza di fatti, rimessa in fila in questo modo, muta completamente il quadro come era stato conosciuto finora. Per chi indaga non è più solo un evento colposo (le accuse formulate nell’immediatezza erano di omicidio colposo plurimo, disastro colposo e lesioni colpose). A monte della tragedia c’è anche una contestazione dolosa: la neutralizzazione dei freni, che viene qualificata come una rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, reato punibile fino a dieci anni. I tre indagati sono stati portati nel cuore della notte nel carcere di Verbania.

Secondo il procuratore capo di Verbania Olimpia Bossi, l’azzardo di quel viaggio, terminato nel sangue, non è stato l’unico: “Confidavano nella buona sorte. Avevano trasportato altri passeggeri con i forchettoni inseriti, dobbiamo ancora valutare nel dettaglio quante volte è accaduto”. Non è l’unico elemento da accertare: c’è da capire il perché sia stata presa quella decisione, un azzardo costato la vita a 14 persone, e da chi. Il cavo traente, quello che trainava la cabina, si è spezzato a pochi metri dall’arrivo. E la cabina, non fissata dal sistema salvavita, invece di agganciarsi al secondo cavo, detto portante, è scivolata all’indietro e si è staccata rovinando a terra decine di metri più in basso.

Rimangono aperti molti misteri. Primo su tutti: perché si è rotta la fune? Se si sia trattato di deterioramento o di una lesione, andrà chiarito dai consulenti della Procura. Tra gli elementi da valutare c’è la sostituzione di un rullo (ovvero di una ruota attraverso cui passava il cavo), avvenuto il giorno prima dell’incidente ed effettuato da una ditta esterna, la Monterosa. Gli accertamenti investiranno inevitabilmente il ruolo di chi effettuava la manutenzione. Altro aspetto cruciale: l’intervento straordinario di revamping effettuato fra il 2014 e il 2016, su un impianto che era “a fine vita”. Viene finanziato da Regione Piemonte, Comune di Stresa e dal concessionario, le Ferrovie del Mottarone srl in associazione con la Leitnee: ora bisognerà capire cosa è stato fatto.

Processo a punti

Abbiamo sempre sostenuto che questo governo non dovrebbe neppure sfiorare la Giustizia, visti i guai con la medesima dei leader di tre partiti che lo sostengono: il pregiudicato e plurimputato B., l’imputato Salvini e l’indagato Innominabile, senza contare il resto della truppa. Ma ora, lette le proposte sul processo penale della commissione Lattanzi voluta dalla cosiddetta ministra Cartabia, un’altra formidabile ragione sconsiglia a lorsignori qualunque iniziativa: il pericolo che, quando le autorità europee le leggeranno, muoiano dal ridere. Già il fatto che l’Europa possa darci lezioni sui processi brevi è esilarante: la Corte europea dei diritti dell’uomo ha impiegato otto anni per esaminare il ricorso di B. contro la sua condanna definitiva del 2013 e non l’ha né accolto né respinto, ma due settimane fa ha chiesto al governo italiano di spiegare se il processo a B., iniziato nel lontano 2004, fosse giusto o no. Una barzelletta. È noto però che l’Ue ha più volte minacciato di sanzionare l’Italia per la sua prescrizione, fatta apposta per garantire l’impunità, per esempio agli evasori e frodatori fiscali. Quindi, se c’è una riforma che non va toccata è quella di Bonafede che blocca la prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Infatti la commissione Lattanzi precisa, bontà sua, che non è urgente. Poi però, siccome non è urgente, fa due proposte per cancellarla. Geniale.

Per sveltire i processi, altra ideona: si stabilisce per legge che le indagini devono durare da 6 mesi per i reati minori a 1 anno e 6 mesi per i più gravi, con una sola proroga semestrale; e i processi 3 anni in primo grado, 2 in appello e 1 in Cassazione. E se sforano? In caso di condanna, l’imputato ha uno sconto di pena proporzionato al ritardo. Cioè ha tutto l’interesse a scatenare i suoi avvocati per farli durare di più, sempreché possa permettersi di pagarli in eterno. Così una norma concepita per abbreviare i tempi finirà per allungarli: più sono lunghi, più ci guadagni. Una specie di patente a punti all’incontrario. Notevole anche la norma, copiata dal piano di Rinascita democratica di Gelli, del Parlamento che detta alle Procure le “priorità nell’esercizio dell’azione penale”, cioè quali reati perseguire e quali no, “tenuto conto della realtà criminale territoriale”. Così la Lega escluderà il sequestro di migranti e il razzismo, FI la corruzione e la frode fiscale, Iv i finanziamenti illeciti alla fondazione Open e gli appalti truccati di Consip e così via. La comica finale è l’“archiviazione meritata” targata Pd: l’indagato può evitare il processo se chiede scusa alla parte lesa e risarcisce il danno o effettua lavori di pubblica utilità. Quindi: se non lo beccano, non rischia nulla; se lo beccano, neppure.

“A Milano ci sono tanti comunisti, specie i ricchi. Roma è la capitale mondiale del pranzo”

Milano è una cittadina piuttosto affascinante. Un bel duomo, L’ultima cena, una prestigiosa stazione ferroviaria voluta da Mussolini, la Scala e un sacco di altre splendide cose da vedere. Ci sono due categorie di persone, qui. Quelli che lavorano per i vari Vogue e gli altri. Quelli che lavorano per i vari Vogue sono molto socievoli e amano uscire. Quelli che non lavorano per i vari Vogue potrebbero anche essere altrettanto socievoli, ma con tutta probabilità non parlano un granché di inglese. Le persone che incontro sono quasi tutte comuniste, in particolare i ricchi. Milano è un posto parecchio politicizzato: la città è piena di graffiti che inneggiano al comunismo e di militari. Vestono tutti molto bene…

In Italia c’è grave carenza di spiccioli. Quando fai un acquisto e il negoziante dovrebbe darti qualche monetina di resto, al loro posto ti dà delle caramelle o dei francobolli. Dovesse capitare anche a voi, non sottovalutate per nessun motivo l’importanza dei francobolli. Pare infatti che in Italia non esistano uffici postali, quindi se avete bisogno di francobolli questa è la vostra occasione migliore. A Milano lavorano tutti, e se piove danno la colpa a Roma.

A Roma non lavora nessuno, e se piove – sempre che se ne accorgano – danno la colpa a Milano. La gente passa la maggior parte del tempo a pranzare. Sono piuttosto bravi: Roma è senza ombra di dubbio la capitale mondiale del pranzo. Dal punto di vista architettonico la città è ricchissima e ci sono parecchie opere d’arte. I romani sono molto gentili e sempre interessati alle opinioni altrui. Uscendo dai Musei Vaticani, si può notare alla propria destra una cassetta delle lettere per i suggerimenti. Io ho proposto di montare dei pannelli fonoassorbenti sul soffitto della Cappella Sistina, per tentare di smorzare il frastuono che fanno i turisti tedeschi. Potrebbero anche riprodurre i dipinti di Michelangelo in vernice acrilica, così da preservarne la forma e aggiungere un tocco funzionale.

Sono rimasta a Roma circa due settimane, e nel frattempo ci sono stati cinque grandi scioperi. Non so cosa chiedessero i manifestanti, né se lo abbiano ottenuto, ma con tutta probabilità non era quello l’importante. Scioperare, a Roma, è una questione di stile più che di dinamiche economiche. È una città folle, sotto tutti i punti di vista. Basta passarci un’ora o due per rendersi conto che Fellini gira documentari.

© Fran Lebowitz. Testi da “Metropolitan Life”, “Social Studies”, “Interview” di Warhol e “Mademoiselle”. Pubblicato in accordo con MalaTesta Lit. Ag. © Giunti/Bompiani