Le bonifiche dei siti inquinati in Italia, come tutti sanno, non si fanno quasi mai. E allora, avranno pensato al ministero della Transizione ecologica, perché non trovare il modo di non farle per legge o di farle un po’ meno difficili o magari solo in parte? Lo si può desumere dall’articolo 22 della bozza di decreto Semplificazioni, che dovrebbe andare in Consiglio dei ministri tra oggi e domani, dedicato alle “Misure di semplificazione per la riconversione dei siti industriali” (e chi pensa all’Ilva non sbaglia).
Quel testo mira ad “accelerare le procedure di bonifica dei siti contaminati e la riconversione di siti industriali da poter destinare alla realizzazione dei progetti individuati nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)” e prevede, tra le altre cose, che “in caso di aree con destinazione agricola secondo gli strumenti urbanistici ma non utilizzate per la produzione agricola e l’allevamento” si possano applicare le soglie sulla presenza di elementi inquinanti (la cosiddetta concentrazione di soglia di contaminazione del suolo e sottosuolo, CSC) riservate agli spazi residenziali o addirittura industriali. Può sembrare un’astrusa questione tecnica, ma non lo è.
Prendiamo come misura dei siti contaminati i 42 SIN italiani (siti di interesse nazionale): da Bagnoli a Brescia Caffaro, da Gela a Marghera, tutte plastiche rappresentazioni dei danni che il (pur necessario) sogno industriale può lasciarsi alle spalle. Nei SIN spesso i terreni considerati agricoli “secondo gli strumenti urbanistici” sono già stati abbandonati proprio per l’inquinamento (aree, appunto, “non utilizzate per la produzione agricola e l’allevamento”): per 20 km attorno all’Ilva, ad esempio, il prefetto ha vietato il pascolo. Cosa dice il decreto? Che se il terreno non viene più coltivato lo si può considerare non agricolo e dunque bonificarlo “meno” o affatto: il livello di CSC tollerato, cambiando tabella da “agricolo” a “industriale”, aumenta da 10 a 100 volte a seconda della sostanza o dei composti inquinanti. Risultato: se va bene la bonifica sarà meno impegnativa e costosa, se va male non sarà proprio necessaria grazie a questa sorta di automatico cambio di destinazione d’uso dei terreni.
Ma a cosa serve questo articolo? Ce lo dice non il decreto Semplificazioni in via d’approvazione, ma il Pnrr, che a sua volta ingloba obiettivi e progetti elaborati nell’ambito del Piano nazionale per l’energia e il clima (Pniec), che prevede di usare i grandi SIN per installare – con autorizzazioni semplificate e, a volte, senza nemmeno Valutazione d’impatto ambientale – impianti necessari per gli obiettivi fissati appunto dal Piano per il clima: come abbiamo scritto nei giorni scorsi, un po’ di tutto, dagli inceneritori ai rigassificatori fino alle rinnovabili vere e proprie.
Proprio questo progetto illumina di luce sinistra un altro comma delle future “semplificazioni”: quello che consente di ottenere il certificato di compiuta bonifica “anche se in parte” dell’area inquinata (cioè mentre il resto rimane inquinato) e senza neanche più l’obbligo di presentare un’analisi del rischio nella zona. Il pericolo è che si bonifichi solo la parte di terreno che poi sarà messa a frutto per i nuovi impianti, peraltro comunque impattanti sull’ambiente, specie se di grandi dimensioni.
Un meccanismo che si era già messo in moto col governo Conte-2 (le rinnovabili nei SIN), trova ora piena realizzazione in un vero e proprio Far west col governo Draghi e il ministro Roberto Cingolani.
Meno di un anno fa, quando si discusse il precedente decreto Semplificazioni, la norma sugli impianti con autorizzazione veloce nei SIN fu giustificata dal governo in alcune riunioni di maggioranza come “necessaria per la riconversione dell’Ilva”. Affermazione coerente col piano industriale presentato col ritorno dello Stato (via Invitalia) nel capitale del gruppo siderurgico: riassumendo, siccome si prevede di alimentare i forni a gas per abbattere un po’ le emissioni e di far partire una sperimentazione per l’idrogeno (da fossili) dopo il 2025, probabilmente si pensa di costruire impianti energetici a servizio dell’acciaieria a ridosso della fabbrica così da abbattere il costo, oggi troppo alto, sia del gas che dell’idrogeno.
Questa, si dirà, non è tutela dell’ambiente, ma d’altra parte se si voleva tutelarlo si manteneva il relativo ministero…