“Il simbolismo è una scienza esatta”, scrisse René Guénon, iniziatore del teosofismo e dell’esoterismo: c’è una corrente impalpabile che fa corrispondere tra loro le cose più eterogenee, ciò che sarà la base dell’irrazionalismo e dello spiritismo novecentesco. Ma su cosa si fondano la poesia, dai suoi vagiti millenari, l’algebra, l’alfabeto, e in definitiva il sapere universale, se non sulla legge per la quale ogni cosa ne significa, ne contiene, ne imita, ne suggerisce, ne evoca o ne sostituisce un’altra? “Una lancia è sempre una lancia, che sia esposta in una teca, sepolta sottoterra, oppure conficcata nel corpo di un uomo o di una fiera, ma il suo significato emotivo cambierà di volta in volta”, scrive Juan Eduardo Cirlot, l’autore di questo miliare Dizionario dei simboli, appena edito da Adelphi con la tradizione di Maria Nicola.
Cirlot – poeta, iconografo, artista dadaista e surrealista, etnomusicologo e spiritualista – diede alle stampe il Dizionario nel 1958, inseguendo l’intuizione – non irrazionalistica, piuttosto allucinata e innamorata – che nelle metafore ci fosse “qualcosa di più” di una “sostituzione ornamentale della realtà”, che in esse dormisse un mistero, una legge di costante osmosi tra le parole e le cose, e che questo nucleo enigmatico fosse comune a tutte le culture, sebbene con alcune variazioni affascinanti.
Il simbolo è un’entità-ponte, un “essere duale” e pieno di tensione, sostanziato nell’anelito alla riconciliazione tra quel che esso appare e ciò che esso davvero significa. Ma come è fatto un simbolo? Un oggetto, un disegno, una pietra, un segno zodiacale, un glifo, un astro, un organo, un personaggio del mito, un frutto della natura: cosa devono avere per essere simboli? Devono essere attaccati a una radice segreta di analogie, appartenere a una matrice primigenia. Il mondo simbolico è un regno intermedio “tra il mondo dei concetti e quello dei corpi fisici”, costruito dall’essere umano dagli albori del tempo come una riserva aurea di significati. Così si scopre che il simbolo di un’onorificenza inglese, un fiocco, ha lo stesso significato che nel relativo geroglifico egizio; che la mano dell’amuleto marocchino vuol dire la stessa cosa che la mano in un talismano siberiano e il palmo del signum del legionario romano. Agli stessi simboli hanno guardato culture simultanee e lontanissime, che non potevano essersi consultate o imitate a vicenda: per vie misteriose, il diamante è velenoso e viene dalle fauci dei serpenti nelle credenze indù, ellenistica e araba, e in generale le pietre preziose vengono dalla cristallizzazione della bava dei serpenti per le culture primitive di luoghi distanti, dall’Estremo Oriente all’Inghilterra. Il corpo pure è pieno di simboli (noi siamo simboli fatti di un intrico di simboli): i denti, scrive Cirlot, sono “merlature, mura difensive dell’uomo interiore”: di qui il simbolismo negativo della caduta dei denti o del fratturarseli; il cuore, viscere inestirpabile per gli Egizi, è Sole e motore immobile, dunque simbolo dell’eterno, per i Greci e dunque per noi. Cirlot scava nei giacimenti dell’antropologia, della mitologia, della psicoanalisi (specie junghiana), della teologia, dell’occultismo e dell’alchimia per penetrare il “labirinto luminoso” dei simboli e restituirne una mappa favolosa. Il risultato è una inebriante tassonomia di allegorie, bestiari, lapidari, manuali di magia, temi astrologici, Tarocchi, analisi dei sogni, folclore, dall’India all’Estremo Oriente, dalla Caldea all’Egitto, dalla Grecia gravida di dèi a Roma. I simboli si tengono, nel loro universo parallelo in cui talvolta alberga la nostra anima: anche senza crederli squarci sulla verità, conoscerli e contemplarli, se non si ha “lo spirito corazzato”, può fornirci la chiave per comprendere meglio sogni, opere d’arte, poemi, leggende e infine la nostra interiorità: per farci intelligenti del mondo e partecipi del suo mistero.