Diamante, cuore, sole: realtà parallele dietro i “simboli”

“Il simbolismo è una scienza esatta”, scrisse René Guénon, iniziatore del teosofismo e dell’esoterismo: c’è una corrente impalpabile che fa corrispondere tra loro le cose più eterogenee, ciò che sarà la base dell’irrazionalismo e dello spiritismo novecentesco. Ma su cosa si fondano la poesia, dai suoi vagiti millenari, l’algebra, l’alfabeto, e in definitiva il sapere universale, se non sulla legge per la quale ogni cosa ne significa, ne contiene, ne imita, ne suggerisce, ne evoca o ne sostituisce un’altra? “Una lancia è sempre una lancia, che sia esposta in una teca, sepolta sottoterra, oppure conficcata nel corpo di un uomo o di una fiera, ma il suo significato emotivo cambierà di volta in volta”, scrive Juan Eduardo Cirlot, l’autore di questo miliare Dizionario dei simboli, appena edito da Adelphi con la tradizione di Maria Nicola.

Cirlot – poeta, iconografo, artista dadaista e surrealista, etnomusicologo e spiritualista – diede alle stampe il Dizionario nel 1958, inseguendo l’intuizione – non irrazionalistica, piuttosto allucinata e innamorata – che nelle metafore ci fosse “qualcosa di più” di una “sostituzione ornamentale della realtà”, che in esse dormisse un mistero, una legge di costante osmosi tra le parole e le cose, e che questo nucleo enigmatico fosse comune a tutte le culture, sebbene con alcune variazioni affascinanti.

Il simbolo è un’entità-ponte, un “essere duale” e pieno di tensione, sostanziato nell’anelito alla riconciliazione tra quel che esso appare e ciò che esso davvero significa. Ma come è fatto un simbolo? Un oggetto, un disegno, una pietra, un segno zodiacale, un glifo, un astro, un organo, un personaggio del mito, un frutto della natura: cosa devono avere per essere simboli? Devono essere attaccati a una radice segreta di analogie, appartenere a una matrice primigenia. Il mondo simbolico è un regno intermedio “tra il mondo dei concetti e quello dei corpi fisici”, costruito dall’essere umano dagli albori del tempo come una riserva aurea di significati. Così si scopre che il simbolo di un’onorificenza inglese, un fiocco, ha lo stesso significato che nel relativo geroglifico egizio; che la mano dell’amuleto marocchino vuol dire la stessa cosa che la mano in un talismano siberiano e il palmo del signum del legionario romano. Agli stessi simboli hanno guardato culture simultanee e lontanissime, che non potevano essersi consultate o imitate a vicenda: per vie misteriose, il diamante è velenoso e viene dalle fauci dei serpenti nelle credenze indù, ellenistica e araba, e in generale le pietre preziose vengono dalla cristallizzazione della bava dei serpenti per le culture primitive di luoghi distanti, dall’Estremo Oriente all’Inghilterra. Il corpo pure è pieno di simboli (noi siamo simboli fatti di un intrico di simboli): i denti, scrive Cirlot, sono “merlature, mura difensive dell’uomo interiore”: di qui il simbolismo negativo della caduta dei denti o del fratturarseli; il cuore, viscere inestirpabile per gli Egizi, è Sole e motore immobile, dunque simbolo dell’eterno, per i Greci e dunque per noi. Cirlot scava nei giacimenti dell’antropologia, della mitologia, della psicoanalisi (specie junghiana), della teologia, dell’occultismo e dell’alchimia per penetrare il “labirinto luminoso” dei simboli e restituirne una mappa favolosa. Il risultato è una inebriante tassonomia di allegorie, bestiari, lapidari, manuali di magia, temi astrologici, Tarocchi, analisi dei sogni, folclore, dall’India all’Estremo Oriente, dalla Caldea all’Egitto, dalla Grecia gravida di dèi a Roma. I simboli si tengono, nel loro universo parallelo in cui talvolta alberga la nostra anima: anche senza crederli squarci sulla verità, conoscerli e contemplarli, se non si ha “lo spirito corazzato”, può fornirci la chiave per comprendere meglio sogni, opere d’arte, poemi, leggende e infine la nostra interiorità: per farci intelligenti del mondo e partecipi del suo mistero.

Lebowitz, pastorale americana. Ridere con Fran a New York

A 5 anni capisce di voler fare la scrittrice per emulare Dio; a quasi 71 non ha ancora scritto niente, tranne due raccolte giovanili: sono quarant’anni che Fran Lebowitz, scrittrice per mancanza di scrittura, non usa più la sua Bic. Ma finalmente oggi escono per la prima volta in Italia quasi tutti i suoi testi – La vita è qualcosa da fare quando non si riesce a dormire –, editi da Bompiani con la traduzione di Giulio D’Antona, che firma anche l’intervista finale all’autrice, raggiunta telefonicamente a New York durante il lockdown: “La cosa più insopportabile di tutte sarebbe stata vivere in isolamento con qualcuno. È stata una fortuna essere da sola”.

Più che sola, unica, una voce unica: Fran è il grillo parlante di Manhattan; ironica, fumantina, geniale; aforista e umorista ancor prima che penna avvelenata. Come Woody Allen, ma più incazzata. A 19 anni, cacciata dal liceo per “generica scontrosità”, Lebowitz si trasferisce dal New Jersey nella Grande Mela: è il 1969, la metropoli brulica di artisti ed eroinomani; lei cerca un lavoretto per mantenersi e poter un giorno accedere ai salotti intellettuali. Fa la taxista, la venditrice di cinture e di spazi pubblicitari, la pornografa in anonimato, la signora delle pulizie. Riesce a pubblicare le prime recensioni a 21 anni, debuttando anche con una rubrica – I Cover the Waterfront (“Inviata dal fronte mare”) – su Interview, la rivista di Andy Warhol, per poi passare a Mademoiselle. I suoi unici libri escono nel 1978 – Metropolitan Life – e nell’81 – Social Studies –: un successo, dopodiché il diluvio. In questi ultimi 40 anni, Fran è ospite quasi fissa degli show di Letterman & C., si converte a public speaker nei teatri, entra “nel business delle cose divertenti” e recita persino: l’ultima sua apparizione è in Una vita a New York, serie dell’amico Martin Scorsese, che la omaggia su Netflix.

Dunque, “la vita è qualcosa da fare quando non si riesce a dormire. Pertanto, ciò che chiamiamo ‘civiltà’ sono solo i resti accumulati di un numero agghiacciante di nottatacce”. La giornata tipo di Lebowitz: dormire tutto il giorno (“una morte senza responsabilità”), difendersi dagli editor e dalle scadenze, chiacchierare amabilmente e meditare vendetta. Leggere; possiede oltre 100 mila volumi. Fumare. Andare alle cene. Fran ama l’arte, i mobili, le belle case e New York, nel bene e nel male: “Non sono il tipo che vuole tornare alla campagna: sono il tipo che vuole tornare all’hotel”. È chiaro: sono molte di più le cose che Fran odia. Elitaria, snob, intellettualmente aristocratica, è nemica del “bene comune: con la democrazia c’è davvero il rischio di esagerare”. Così stila la sua personale lista di pro e contro durante l’oppressione-repressione e in regime di libertà-permissività, in quest’ordine. Neri: pro, “l’aver preservato nella nostra cultura un vivo interesse per la vendetta”; contro, “l’ammissione senza selezione”. Omosessuali: pro, “il vero gossip”; contro, “i parrucchieri eterosessuali”…

Il suo è squisito black humour, anche emotivamente: “La pace interiore non esiste. Ci sono solo ansia e morte… In quanto a stati mentali ho sempre avuto una decisa inclinazione per il coma, faccio davvero fatica a sopportare l’attuale mania per l’autoconsapevolezza”. Il suo motto è “preferirei di no”, come un Bartleby che ha letto tutto Wilde, ha studiato con Kraus ed è parente di Flaiano (leggere il tour in Italia qui sotto per credere). Lebowitz è contro il dilettantismo, le aspirazioni artistiche, il narcisismo creativo: “Se sentite l’urgenza cocente di scrivere o dipingere, limitatevi semplicemente a mangiare qualcosa di dolce: vedrete che la sensazione svanirà”. Contro “la scienza moderna, in larga parte concepita come risposta al problema dei domestici”. Contro le previsioni meteo: “È il denaro a influenzare il clima”. Contro lo sport, le piante d’arredamento, gli animali domestici “da vietare per legge”.

Fran indossa da sempre una uniforme di classe: giacca, jeans, camicia bianca e gemelli, camperos. Oltre al cattivo esempio, sa dispensare buoni consigli: consigli per diventare papa; test per verificare se si è dittatori; suggerimenti agli adolescenti (“un ragazzino che non sappia fare le divisioni in colonna non merita di fumare”); guida alla dieta a base di sigarette (“L’insalata non è un pasto. È uno stile”); manuali per incontrare i poveri a Manhattan; pareri per scrittori in erba: non scrivete; “scrivere è un ergastolo”.

Sciacall@, cantanti e social: il calcio “buono” è una finta

Una storia su Instagram ed è venuto giù tutto. Proprio alla vigilia della “Partita del cuore” – evento di beneficenza – giocata all’Allianz Stadium di Torino ieri sera e trasmessa su Canale5. I fatti sono brevi, le reazioni, a catena, incredibili. Aurora Leone dei The Jackal fa un post per raccontare che, durante una riunione con la Nazionale Cantanti, Gianluca Pecchini, direttore generale della Nazionale Cantanti, insieme a un altro dirigente, avrebbe invitato la stessa Aurora, insieme al collega Ciro Priello, ad andarsene, perché donna. Inutili le obiezioni di lei, che ha spiegato a Pecchini di essere stata formalmente invitata, tanto che le avevano persino chiesto la taglia dei completini. Niente da fare. I due sono stati fatti uscire, le donne non giocano a calcio e il completino se lo mettesse in tribuna.

L’intelligente mossa di Pecchini – resa nota grazie ai social, a cui anche le donne hanno accesso, ma forse lui non lo sapeva – ha generato una catena di solidarietà: della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, di Eros Ramazzotti, che ha deciso di non scendere in campo, dello stesso Enrico Ruggeri, presidente con Ramazzotti della Nazionale Cantanti, che ha invitato (invano) Aurora Leone a partecipare. I commenti ilari sui social non si sono fatti attendere, tanto che è partito subito lo slogan “non guardare #lapartitadelcuore ma dona al 45527”. Alla fine sono arrivate le dimissioni di Gian Luca Pecchini. Il comunicato stampa che ne segue è un piccolo capolavoro: il comunicato con l’annuncio delle dimissioni si apre con un’ambigua dichiarazione sul fatto che ogni “100.000 euro raccolti in meno significano 15 morti”, e si conclude con l’inutile precisazione secondo cui “nessuno degli artisti presenti si sarebbe accorto dell’episodio”. A ogni modo, Pecchini si è dimesso portando via, come ha scritto qualcuno su Twitter, il “Medioevo della Nazionale Cantanti”. E un po’ è vero. Ma soprattutto, è bastato poco. Rendere pubblica la frase sbagliata di un dirigente maschio canuto. Non partecipare all’evento, in modo da rendere ancora più visibile il fatto che in campo erano solo uomini (ma gli arbitri donne, eh).

La vicenda di Aurora Leone ricorda da vicino quella di Rula Jebreal, e la sua recente decisione non prendere parte al programma Propaganda Live per gli ospiti tutti uomini tranne lei. A dispetto di chi l’ha criticata perché la sua assenza avrebbe tolto una presenza femminile, la sua assenza ha invece reso visibile quello che era incredibilmente invisibile. E cioè che pure una trasmissione liberal, che parla di giustizia sociale, può essere maschilista. Concetto ribadito da un’autorevole Barbara Serra, invitata la volta successiva a parlare del conflitto tra israelo-palestinese, e che ha approfittato del suo spazio per ricordare che l’argomento delle competenze non c’entra (d’altronde, se si sceglie per competenza e il risultato è che sono tutti maschi o le donne non sono competenti oppure anche il libero mercato dell’informazione porta a storture, a sinistra dovrebbero saperlo). Ma il paragone col calcio regge? Le donne non sanno mica palleggiare. Ma chi l’ha detto, hanno scritto le madri delle ragazzine che a calcio ci giocano. L’assenza di Aurora ha messo luce su una ferita, che c’è tutte le sere, tutte le domeniche, tutte le volte che le nostri figlie e i nostri figli accendono la tv e vedono solo maschi. La cosa nuova è che, forse, le donne hanno scoperto (con un po’ di colpevole ritardo) che cambiare le cose è facile. Che basta un tweet, perché le basi del maschilismo sono sempre più fragili. E non si tratta di #metoo, ma solo di difendere il pluralismo. Partendo, visto che le donne sono la metà del cielo, da quello di genere.

 

Protasevich, oltre al sequestro il regime mostra la “confessione”

“Sono nel primo centro di detenzione di Minsk, non ho problemi di salute, sono colpevole di aver organizzato le proteste”. Sono brevi le frasi del giornalista Roman Protasevich, durante una confessione forzata trasmessa sui canali della propaganda bielorussa. Sull’aereo di linea Ryanair su cui c’era il giovane redattore di Nexta – partito da Vilnius per Atene e dirottato da un caccia bielorusso per permettere al Kgb il suo arresto a Minsk – “volavano 4 cittadini russi: una di loro è la fidanzata di Roman, Sofia Sapega. Si dovrebbe indagare se gli altri tre non abbiano legami con l’Fsb, servizi segreti russi, e capire perché non hanno continuato il viaggio: perché la loro missione era compiuta?”. Il quesito lo pone nei suoi uffici di Varsavia, sotto sorveglianza della polizia polacca, Stefan Putilo, il fondatore di Nexta, unico canale di news indipendente. Ieri sera è spuntato sul canale Telegram pro-governativo “Prugne Gialle” un video di Sofia Sapega, compagna di Protasevich, in custodia cautelare. Sapega, 23 anni, condannata a due mesi di carcere, confessa di gestire il canale Telegram “Libro nero della Bielorussia”. Dopo il fermo del compagno, in coro l’Unione chiede un’indagine su quello che Ryanair ha definito “un atto di pirateria aerea” e il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, uno “scandalo internazionale che minaccia la sicurezza e la vita di cittadini europei”. Dalla vicenda di Roman è stata toccata anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, commossa dalla dichiarazione dei genitori, convinti che il loro figlio sia stato pestato e costretto a leggere falsità: “Dovremmo usare tutti i canali a disposizione per ottenere la sua liberazione” ha detto ieri al vertice Ue a Bruxelles. Chiusi i cieli di Minsk: l’Ue ha anche sanzionato uomini del regime. Dalla Russia i commenti sono sarcastici: “Non pensavo di poter invidiare la Bielorussia”, ma Lukashenko “ha giocato in maniera bellissima” ha detto Margherita Symonian, fra i capiredattori del colosso delle comunicazioni Rt.

Macron youtuber risale i sondaggi

Potremmo chiamarla “operazione giovani”. A febbraio, Macron aveva lanciato una sfida improbabile a due youtuber, star dei giovanissimi, McFly e Carlito: “Fate un video per spiegare i gesti anti-Covid e se sarà visionato 10 milioni di volte, vi accoglierò all’Eliseo”. I due avevano accettato e il video, con la canzone Je me souviens aveva superato le 11 milioni di visualizzazioni in 24 ore.

Macron ha mantenuto la promessa e aperto l’Eliseo ai due, partecipando a una “gara di aneddoti”: a turno si raccontava una storiella curiosa e l’altro doveva indovinare se era vera o falsa. Il video di 36 minuti è stato pubblicato domenica e, anche questa volta, ha superato le 10 milioni di visualizzazioni in poche ore. Macron in giacca e cravatta sembra a suo agio con i due in maglietta che gli parlano di cannabis. Da mesi il presidente moltiplica i messaggi per i giovani. Le Presidenziali sono tra meno di un anno, primavera 2022, e questa fascia di elettorato interessa anche a quella che potrebbe essere la sua principale rivale all’Eliseo, Marine Le Pen. Il Rassemblement National sta diventando il primo partito soprattutto nella fascia 25-34 anni, i più colpiti dalla crisi economica post-epidemia: secondo un recente sondaggio Ifop il 29% di loro dice che voterà Le Pen ai prossimi scrutini (comprese le regionali di giugno), mentre erano il 23% nel 2017. Macron ha annunciato la generalizzazione del Pass Culture per i diciottenni, dopo due anni di test. Ha preso diverse iniziative per aiutare gli studenti durante i lockdown: ha introdotto la formula a un euro nelle mense universitarie, l’assegno per lo psicologo per gli studenti, e lanciato il piano “Un jeune, une solution” per incitare le aziende ad assumere personale con meno di 26 anni. Secondo il ministero del Lavoro, da agosto, sarebbero stati creati così 60 mila posti. La strategia paga. Anche grazie al buon umore legato alle riaperture, la popolarità di Macron, che stagnava da tempo intorno al 37%, è salita al 40%, secondo Ipsos. Il 51% dei giovani tra i 18 e i 21 anni si è detto “soddisfatto” della sua politica, così il 42% dei 25-34 anni (+8 punti). La sfida ai due youtuber, a fini elettorali fin troppo evidenti, per molti è stata uno scivolone. Il giornale online Slate: “Macron su Youtube: Giove è caduto nella piscina del Grande Fratello”. “Non è girando dei clip che si aiutano i giovani”, ha commentato l’ambientalista Yannick Jadot. Un analista politico di Le Figaro, giornale conservatore, ha criticato: “Un video che non fa onore né alla politica né ai giovani”.

Mali, presidente destituito. Il “rimpasto” con il mitra

Si trovano da ieri in un centro militare a Kati, a circa 15 chilometri dalla capitale Bamako, il presidente ad interim del Mali Bah N’Daw e il primo ministro Moctar Ouane, arrestati e deposti lunedì da soldati disertori. A guidare l’operazione è stato il vicepresidente del governo di transizione che ha giurato a settembre scorso, Assimi Goita. In un discorso alla radio Goita – insoddisfatto dal rimpasto di governo avvenuto poche ore prima in seguito alle consultazioni tra N’Daw e gruppi della società civile che hanno escluso due sostenitori della giunta legata al golpe dell’agosto 2020 –, ha assicurato che le elezioni previste per il 2022 si terranno regolarmente.

A scatenare le richieste della popolazione che ha aveva cacciato con le proteste il precedente governo di Ibrahim Boubaca Keïta è stata la mancanza di cambiamento nei posti di potere negli ultimi mesi. Il sindacato principale ha indetto la seconda settimana di scioperi minacciando di paralizzare l’economia già in crisi. Motivo per il quale il governo ha accettato di nominare un nuovo gabinetto con una base più ampia: ad essere estromessi sono stati i colonnelli Sadio Camara e Modibo Kone, rispettivamente ministri della Difesa e della Sicurezza. A essere infuriato per non essere stato premiato con posizioni ministeriali è anche il gruppo di opposizione che guidò le proteste dello scorso anno, M5 Rfp. D’altra parte sta calando anche la fiducia dei cittadini nella capacità dei leader dell’esercito di affrontare l’insurrezione islamista che si è riversata nel vicino Burkina Faso e Niger. Motivo per cui la nuova crisi ha allertato la comunità internazionale – dall’Onu agli Usa, alla Germania, alla Francia – che ha condannato con forza l’arresto dei due leader richiedendone l’immediato rilascio in modo che “la transizione politica riprenda il suo corso e si concluda nella prevista cornice temporale”. L’instabilità politica, infatti, fa temere per ulteriori passi indietro nel contenimento dei militari legati ad al Qaeda e allo Stato islamico. Gli estremisti islamici, infatti, hanno preso il controllo di varie città nel nord del Paese, dopo il golpe del 2012 e un intervento militare guidato nel 2013 dalla Francia, ex potenza coloniale, li aveva cacciati. Francia e Onu hanno continuato gli sforzi contro gli estremisti, attivi nelle zone rurali e responsabili di attacchi a strade e città. Per non parlare della crisi migratoria che una nuova guerra civile in Mali provocherebbe alle porte d’Europa. È di mercoledì scorso la missione del ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini, in Mali, per discutere “il rafforzamento della posizione dell’Italia in una regione piena di sfide” e della “necessità che il nostro Paese combatta insieme all’Europa per stabilizzare la regione del Sahel”. Regione nella quale la crescente violenza ha ucciso migliaia di persone e provocato la fuga di centinaia di migliaia di sfollati nonostante la presenza di truppe regionali e internazionali. Solo a gennaio almeno 100 persone sono state uccise nei villaggi occidentali del Niger, mentre a marzo, una serie di attacchi ai villaggi vicino al travagliato confine del Niger con il Mali ha provocato la morte di almeno 137 persone. E proprio dal Sahel partono profughi e migranti per imbarcarsi dalle coste libiche alla volta dell’Italia e della Spagna. Dal 1° gennaio in Italia sono arrivati 447 migranti dal Mali. Mentre sulle coste spagnole i profughi malesi sono al terzo posto per nazionalità con 1.350 richieste d’asilo e 72 rimpatriati dalle isole Canarie. Intanto a Bamako sono in corso negoziati per il rilascio dei leader. I colloqui vedono coinvolti anche membri della Rfp e una delegazione di Ecowas, che ha svolto un ruolo chiave nella costituzione del governo di transizione.

 

Gli Usa e il nodo dei soldi per Gaza

È tornato in Israele il Segretario di Stato americano, Antony Blinken, per annunciare che l’Amministrazione Biden aiuterà la ricostruzione di Gaza senza tuttavia aiutare Hamas. Considerato che il gruppo estremista islamico controlla con pugno di ferro tutto ciò che accade nella Striscia – che guida con metodi dittatoriali dal 2007 – non si capisce come gli Stati Uniti potranno riuscire a concretizzare questa mission impossible. Nella prima tappa del proprio tour regionale, Blinken ha promesso di “avere intenzione di raccogliere il sostegno internazionale” per aiutare Gaza devastata dai bombardamenti israeliani e senza più acqua potabile, come denuncia un report di Oxfam.

“Niente di tutto questo però sarà facile come schiacciare un interruttore”, ha detto Blinken ispirandosi al principio di realtà. A Gaza infatti non si muove foglia senza che Hamas non voglia. La guerra di 11 giorni ha ridotto in macerie il territorio costiero palestinese già distrutto e impoverito dalle precedenti guerre. La tregua entrata in vigore venerdì finora sembra reggere, ma non ha minimamente risolto alcuna delle questioni alla base del secolare conflitto israelo-palestinese, evidenza che Blinken ha riconosciuto dopo l’incontro con il premier israeliano uscente Benjamin Netanyahu.

“Sappiamo che per prevenire un ritorno alla violenza, dobbiamo innanzitutto alleviare la grave situazione umanitaria a Gaza e iniziare a ricostruire”, ha ribadito Blinken.

Secondo il massimo rappresentante della diplomazia Usa, gli Stati Uniti lavoreranno con i propri partner “per garantire che Hamas non tragga vantaggio dall’assistenza alla ricostruzione”. Come non è dato saperlo. Blinken, ovviamente, non incontrerà Hamas che non riconosce il diritto di Israele di esistere e che Israele e gli Stati Uniti considerano un’organizzazione terroristica. Ma il diplomatico dovrà superare gli stessi ostacoli che hanno soffocato il processo di pace con Hamas per quasi due decenni: una leadership israeliana sempre più di destra, oltranzista e religiosa; le sanguinose divisioni tra i rais palestinesi ; le tensioni profondamente radicate circa lo status di Gerusalemme Est e i suoi luoghi santi. L’Amministrazione Biden aveva inizialmente sperato di evitare di essere trascinata nell’intrattabile conflitto e di concentrarsi su altre priorità di politica estera, in primis il contenimento della Cina. La tregua comunque rimane fragile poiché le tensioni sono ancora alte a Gerusalemme e il destino delle famiglie palestinesi della zona orientale della Città Santa sotto sfratto illegale per mano dei coloni non è ancora risolto. Gli sgomberi sono stati sospesi poco prima che scoppiassero i combattimenti a Gaza, ma il processo legale dovrebbe riprendere nelle prossime settimane. Una dimostrazione della forte tensione ancora in essere è l’accoltellamento di un soldato israeliano e di un civile a Gerusalemme Est (deputata dall’Onu a diventare la capitale di un sempre meno probabile Stato di Palestina, ndr) perpetrato da un giovane palestinese poi ucciso dalla polizia. Blinken si è recato a Ramallah, capitale provvisoria dell’Autorità Nazionale Palestinese, per incontrare l’indebolito e impopolare presidente Mahmoud Abbas nel tentativo di ridargli vigore. Blinken ha promesso che gli Usa verseranno 5,5 milioni di dollari per un aiuto immediato a Gaza e 32 milioni all’Unrwa, l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi. Blinken ha anche annunciato che intende sbloccare al Congresso Usa 75 milioni di dollari per i palestinesi. Ma intanto chi sovvenziona Hamas in termini di armi e di soldi ? Per quanto riguarda le prime soprattutto l’Iran tramite il partito armato sciita libanese Hezbollah.

I finanziamenti finora sono arrivati direttamente da altri paesi arabi come il Qatar e l’Arabia Saudita e indirettamente anche dagli Usa e dall’Unione Europea, secondo una ricerca pubblicata da Forbes. Sempre secondo l’autorevole periodico, incredibilmente, anche Israele ha fornito denaro ad Hamas trasferendo camion carichi di denaro a Gaza dopo l’insediamento di Hamas nel 2007. Il primo trasferimento di oltre 51 milioni di dollari (consegnato in shekel israeliani) avrebbe dovuto però rafforzare l’influenza del presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas nella Striscia di Gaza. e pagare gli stipendi di 35.000 dipendenti dell’Autorità Palestinese allora presumibilmente a lui fedeli. Tra questi dipendenti, tuttavia, c’erano Ismail Haniye, il primo ministro nominato da Hamas a Gaza e ora suo leader dal suo esilio a Doha, e Mahmoud Zahar, il ministro degli esteri di Hamas. Se l’obiettivo era rafforzare la posizione di Abbas, il denaro avrebbe dovuto essergli consegnato nella sede dell’Anp a Ramallah in Cisgiordania. Da lì avrebbe potuto trasferire i soldi a Gaza, come ha fatto in passato, e rivendicarne il merito.

Non grame parole anti-vaniloquio

Se il vaniloquio fosse un virus, bisognerebbe chiamare il generale Figliuolo in tuta mimetica e chiedergli di preparare un piano vaccinale di massa per i talk show. Conduttori e opinionisti tutti in fila alla nuvola di Fuksas, salvo qualche rara eccezione dotata di anticorpi per conto suo, come Le parole della settimana in onda su Rai3, che sta chiudendo la quinta stagione con ascolti in crescita. Un tempo la tv toglieva uomini alla carta stampata; oggi – il che è più grave – ne dà, notava Achille Campanile mezzo secolo fa; Massimo Gramellini è invece un cavallo di razza prestato alla tv e si vede, perché ha fatto rinascere in video uno di quei gloriosi rotocalchi che si trovavano in edicola quando si trovavano le edicole, quei settimanali capaci di parlar di cose serie in modo lieve, e delle cose leggere in modo serio; un roto-talk show dal volto umano nella durata e nel tono affettuoso – Gramellini è uno strano caso di giornalista sentimentale.

Il lessico della settimana diviene riflessione, gioco, promozione (nessuno è perfetto); il salotto è ridotto al minimo; sempre nello spirito dei roto-talk, gli ospiti sono titolari di rubrica: Veronica Pivetti al Costume, Antonella Viola alla Virologia, Saverio Raimondo alla Satira… Roberto Vecchioni si cimenta nell’enigmistica con l’entusiasmo del debuttante, mentre il giovane storico dell’arte Jacopo Veneziani interpreta le immagini da cui siamo sommersi, ne risale la china secolare e le traduce in parole, insomma, fa il contrario di quello che facciamo tutti. Come Gramellini è l’ultimo dei Mohicani della carta stampata prestati al video, il suo roto-talk show è l’erede dello spirito del primo servizio pubblico, la Rai del professor Cutolo, del maestro Manzi o, meglio ancora, di Angelo Lombardi, “l’amico degli animali”. Oggi tutti siamo animalisti, ma in compenso le parole sono diventate animali selvatici, ci vorrebbe qualcuno che insegni a conoscerle e amarle. Il sabato sera, dalle 20.20 su Rai3, qualcuno c’è.

Il Pallone ostaggiodel “dio denaro”

Domenica si è giocata la partita Napoli-Verona decisiva per la partecipazione alla Champions League non solo della squadra partenopea ma anche, per uno straordinario intreccio di combinazioni, del Milan e persino della Juventus che dopo nove scudetti a fila rischiava addirittura di non entrare nelle prime quattro squadre del Campionato italiano (a dimostrazione che essere stato un grande giocatore, come Pirlo, non è una garanzia per essere un buon allenatore, del resto c’è il disastroso precedente di Van Basten e dubbi ci sono anche su Zidane molto contestato a Madrid).

Nella partita al Diego Maradona, bloccata sullo 0 a 0, il calciatore partenopeo Rrahmani, kosovaro, segna un gol importantissimo perché significa per il Napoli la partecipazione matematica alla Champions. Ma non esulta. Nel Verona ha giocato, molti dei calciatori veneti sono suoi amici, della città conserva un buon ricordo. Nel talk post-partita di Sky l’ineffabile Fabio Caressa commenta: “È intollerabile, inaccettabile. Il giocatore è pagato dal Napoli, un comportamento del genere è inammissibile”. Una squadra di calcio compra le qualità tecniche, tattiche, fisiche di un giocatore, non compra, né può, i suoi sentimenti, non compra le sue passioni, non compra la sua anima (“Ni se compra ni se vende el cariño verdadero” dice una canzone spagnola). Del resto l’esultanza o meno esce dal perimetro del campo di calcio ed entra in quello dei diritti costituzionalmente garantiti, cioè nella libertà di esprimere il proprio pensiero, la propria sensibilità, la propria personalità (art. 21). Il giocatore deve rendere per quanto è pagato. Il resto sono fatti suoi. Rrahmani ha segnato il gol? Sì. E questo deve bastare.

Peraltro di moralisti viscidi alla Fabio Caressa (che più che di calcio si intende di regole del Var) il mondo del pallone è zeppo. Fabio Quagliarella, cresciuto nel vivaio granata, è un vero “cuore Toro”, ha portato la Primavera a due finali, poi ha giocato un paio d’anni in A. Ma era troppo forte e il Torino, squadra outsider per eccellenza che allora non aveva il becco di un quattrino, dovette cederlo. Girò varie squadre fra cui la Juventus e il Napoli di cui è originario (è nato a Castellammare di Stabia). Poi in finale di carriera torna alla “casa madre”, il Torino. Proprio il primo anno in un Toro-Napoli ai granata viene assegnato un rigore. Tira ovviamente Quagliarella che dal dischetto è infallibile. Segna. Ma non esulta. Il Napoli è stata una delle sue squadre e poi lui di Napoli è. Apriti cielo. Gli scagliarono contro i tifosi (che pur di passioni dovrebbero saperne qualcosa), l’allenatore, la società e il presidente, quell’Urbano Cairo che vorrebbe fare il Berlusconi ma lui, che i quattrini li ha ma paga i collaboratori del Corriere 20 euro a pezzo, i migliori giocatori li vende: l’Inter gioca con i due terzini del Torino, D’Ambrosio e Darmian, Benassi, ex capitano dell’Under 21, l’ha dato alla Fiorentina, Immobile alla Lazio, se poi si tratta di giocatori di classe proprio non li tollera, Ljajicć lo ha ceduto al Besiktas, di Iago Falque si è persa traccia, eppure erano i due soli a poter dialogare tecnicamente con Belotti che oggi è costretto a farsi tutto il campo per ricevere un pallone. Risultato dell’“operazione Quagliarella” che Caressa avrebbe volentieri deferito a qualche tribunale sportivo: Quaglia è passato alla Samp dove in una squadra modesta continua a segnare a grappoli, anche quest’anno è in “doppia cifra”, 13 gol, 2 soli su rigore, e peraltro a 38 anni, con 205 gol, è il più prolifico attaccante italiano in attività. Pur con caratteristiche fisiche diverse, meno robusto, è il nostro Robert Lewandowski. Una bella lezione per Caressa e tutti i Caressa che riconoscono solo la legge del denaro e si impipano dei sentimenti.

Nel bacchettonismo italiano è diventato normale che le società di calcio controllino la vita privata dei giocatori. E anche questa è una violazione, oltre che della privacy, della libertà personale. Se uno gioca male lo mandi in panca, in tribuna, lo escludi dalla rosa. Cosa fa fuori dal campo sono fatti suoi. Idem se gioca bene. Con questa mentalità da preti non ci sarebbe mai stato Maradona.

Per contratto gli allenatori e i giocatori devono prestarsi alle interviste di Sky nel dopopartita. Ne esce una melassa indigeribile. Uno ha segnato cinque gol? “È merito del gruppo”. La squadra ha preso cinque gol? “I ragazzi sono stati bravissimi, questa sconfitta sta nel nostro progetto di crescita” e altre banalità del genere (da qualche tempo nel mondo del pallone c’è un ossessivo parlar di “progetto”, ora secondo me il termine “progetto” si adatta più a un’azienda che a una squadra di calcio). Peraltro un allenatore non può dire che Caio ha giocato bene altrimenti il giorno dopo i media sportivi, che riescono a essere anche peggiori di quelli, diciamo così, normali, titolano che tutti gli altri hanno giocato male. È tutto un complimentarsi a vicenda. E a Sky, Caressa si è anche lamentato che un giocatore, come domenica Cristiano Ronaldo, rilasci interviste a un altro network. Oltre che il monopolio del gioco vorrebbero avere anche quello delle opinioni. Però proprio domenica, Juricće Mihajlovicć hanno rotto quest’ammoina insopportabile. Juricć ha letteralmente mandato affanculo il suo intervistatore e Mihajlovic vić ha detto che la sua squadra, il Bologna, era fatta di brocchi ed era già tanto che si fosse salvata. Ci volevano due balcanici per uscire dai soliti schemi.

Ma il problema di fondo è un altro e riguarda le pay-per-view. Il calcio è un grande sport nazionalpopolare come il ciclismo. È giusto, è equo, è sociale che le partite in tv le possano vedere solo quelli che hanno il denaro per pagarsele? Il ciclismo lo dà la Rai e lo possono vedere tutti, ma è uno sport povero che dal punto di vista economico interessa poco. Il calcio televisivo muove miliardi di euro e proprio questa sua abnorme enfiagione è all’origine del suo collasso prossimo venturo. Ma i Caressa e tutti i Caressa del mondo del pallone, e non solo, questo collasso che li travolgerà non lo vedono o non lo vogliono vedere. Deus dementat quos vult perdere. Io ho scritto Denaro. Sterco del demonio, Papa Francesco, che ha un po’ più autorità di me, ha detto che oggi esistono solo due Iddii: il Dio del sacro, che è in caduta verticale e, sono parole sue, “il Dio Denaro”.

 

Funivia, l’indignazione e poi l’oblio

La tragedia italiana prevede tre atti, ma spesso non un epilogo. Atto primo: il cordoglio. È un dolore collettivo e profondo. L’identificazione con quelle cinque famiglie che in quella splendida giornata e in quel luogo da favola hanno avuto quattordici secondi per passare dal sorriso al terrore alla morte ci è insopportabile. Ci chiediamo sgomenti cosa ne sarà del piccolo Eitan, rimasto solo e che invoca la mamma. “A stracciarci le vesti dopo ogni disastro siamo bravissimi, e per fortuna lo siamo anche a correre, talvolta eroicamente al soccorso” (Salvatore Settis, La Stampa). Atto secondo: lo scaricadisastro. Di chi è la funivia? Non si sa. “Avevamo fatto un accordo nel 2016 e la proprietà è passata al Comune di Stresa” (Aldo Reschigna, all’epoca assessore della giunta Chiamparino). “Vero è che manca l’accatastamento. E la sindaca di Stresa, Marcella Severino, dice ‘quell’accordo non è mai stato perfezionato’” (Repubblica). L’impianto era obsoleto? No, dice il gestore. Sì, visto che nel 2015 era stata indetta una gara d’appalto per la ristrutturazione cui partecipa l’Alfar di Milano che ritenendo necessaria una ristrutturazione totale, e con costi molto più elevati, si ritira. Dopo un “esposto a Comune e Regione perché prendessero atto di quella situazione a nostro avviso pericolosa” (Ferdinando Paglia, legale dell’Alfar, Repubblica). Chi doveva vigilare? “L’Ustif di Torino, l’ufficio speciale trasporti a impianti fissi, un organo periferico del ministero delle Infrastrutture”. “L’ultimo controllo risale al 18 dicembre 2018. Per il resto le verifiche sulla manutenzione dell’impianto vengono gestite da altre società private. Sui loro report il ministero esegue solo controlli cartolari, ossia in base alla documentazione ricevuta” (il Fatto Quotidiano). Si affaccia anche l’ipotesi di un attentato, per la presenza tra le vittime di un cittadino israeliano addetto alla sicurezza (qualcuno che mentre il vagone saliva ha tagliato il cavo e manomesso il freno, elementare Watson). Atto terzo: l’oblio. Per esempio, oggi chi si ricorda più del disastro ferroviario di Andria-Corato (12 luglio 2016, 23 morti e 51 feriti)? O di Pioltello (25 gennaio 2018, tre morti e 46 feriti)? “Lo Stato sapete che fa?/S’indigna s’impegna/ Poi getta la spugna con gran dignità” (Fabrizio De André).