Stresa, Il voyeurismo aggiunge solo dolore

Nero, il passeggino è nero. “La barra di protezione e il maniglione sono rivolti all’insù, il cestello portaoggetti due metri più in là, due come gli anni di Tom Biran”. Ma c’è anche un kway. “Rosso. Bordato di blu”. E pure un “astuccio bianco e rosa”. “Era di Mattia Zorloni, morto a sei anni? Forse”, si chiede e si risponde il cronista. E la scarpa bianca “con l’interno arancione fluorescente, di marca giapponese”? Chi la portava? Magari Alessandro Merlo, il fidanzato di Silvia? E la felpa a quadretti di chi era? L’inviato avanza un’ipotesi: “Può darsi che Roberta Pistolato se la fosse legata intorno alla vita.

Il sopralluogo sul luogo della tragedia della funivia è finito, ma il bottino è ricco. C’è anche lo spazio per tre foto, la scarpa, il passeggino, l’astuccio, cerchiati di rosso. Non è un giornale di gossip, è Repubblica. D’altronde, a poche ore dalla tragedia, un pezzone di Gabriele Romagnoli su La Stampa raccontava di sé piccolo e la funivia, mettendo ego nel momento in cui bisognava tirarsi indietro. A seguire, ieri, l’articolo grondante emozioni di Michela Marzano sull’abbraccio del padre che avrebbe protetto il piccolo, ipotesi che però nessuno ha confermato e ancora, sempre su La Stampa, una paginata per raccontare tutti quelli che avrebbero dovuto prendere la funivia e non l’hanno fatto, con tanto di foto delle “non vittime” (!). Di chi fosse la felpa, e la scarpa, noi non lo sappiamo. Ma una cosa è certa. Quella non è cronaca. È sciacallaggio. E il problema è che chi scrive non è neanche più in grado di capirlo. Ma forse i lettori sì. Quei lettori che già si chiedono perché le foto sorridenti dei morti prese da Facebook vengano pubblicate ovunque. Aggiungendo dolore a chi resta, togliendo rispetto a chi non c’è più.

I padroni chiamano, il governo risponde: l’equivoco dei tecnici

Equindi alla fine si è capito di che natura è il governo dei tecnici, dei migliori, dei fuoriclasse, dei campioni e altri aggettivi profumati d’incenso di cui abbiamo perso il conto in quell’orgia servile che è diventato il sistema dell’informazione. È un governo tecnicamente di destra, che si fa trovare sull’attenti quando chiama Confindustria: se qualcuno aveva dei dubbi, la surreale vicenda della proroga del blocco dei licenziamenti lo dimostra benissimo.

Il divieto non sarà rinviato a fine agosto, come aveva proposto il ministro del Lavoro in Consiglio dei ministri durante la discussione sul decreto Sostegni bis. Brevemente: la proposta di Orlando prorogava il blocco dei licenziamenti (che “scade” a fine giugno) fino al 28 agosto per le imprese che chiedono la Cig Covid entro giugno e rendeva gratuita la Cig ordinaria se chi la usa decide di non licenziare. Non sarà così. Come mai? È stato “L’inganno di Orlando” (che non è un poema cavalleresco, bensì il titolo che domenica campeggiava sul Sole 24 Ore, house organ di Confindustria, per sventare il complotto contro la libertà d’impresa). La tesi è che l’infido comunista mangia bambini Orlando abbia fatto tutto da solo col favore delle tenebre, inserendo nottetempo la misura incriminata sotto dettatura dell’Internazionale comunista. Diciamo che l’aderenza alla realtà non è un problema né dei mandanti né degli spacciatori di bugie, dato che la mini-proproga d’agosto era già stata presentata in conferenza stampa da Orlando stesso, con il premier Draghi al suo fianco. In realtà Confindustria che smania per tornare ad avere le mani libere e liberiste, ha fatto sentire la sua voce che a Palazzo Chigi risuona assai meglio di quella dei sindacati (e non solo per l’arroganza degli industriali). Così l’allungamento è saltato.

Cosa succederà adesso? Più o meno (andiamo per deduzioni perché nella migliore tradizione degli ultimi anni, da Monti in poi, di testi licenziati in Cdm non ce ne sono) che le aziende che stanno uscendo dalla crisi potranno licenziare già a luglio. Cosa che, stando ai toni ultimativi e avvelenati di questi giorni, succederà proprio la mattina del 1º luglio. E dire che di quel decreto che vale 40 miliardi, buona parte sono destinati a favore delle imprese. Come ben spiegavano ieri le cronache del Fatto, anche i 4,5 miliardi che compongono il pacchetto lavoro sono costituiti soprattutto da sgravi alle aziende: “Secondo le stime di Banca d’Italia e ministero del Lavoro finora il blocco ha preservato 360 mila posti di lavoro; se a questi evitati aggiungiamo gli esuberi provocati dalla crisi, arriveremmo a 577 mila licenziamenti potenziali”. Tra aprile e dicembre 2020 – i primi nove mesi di blocco – abbiamo comunque avuto 224 mila licenziamenti economici e, nell’ultimo semestre, sono aumentati del 21% quelli disciplinari (non vietati).

Nonostante la marcia indietro del governo, la Confindustria non placa il suo furore. Ieri i mejo giornali erano pieni dei resoconti dell’indignazione del presidente degli industriali Bonomi per il “voltafaccia” di Orlando (che usa il ministero “per fini di parte”) e per “l’imbarazzo” di Draghi” (ma vi pare che un fuoriclasse come lui si debba occupare di queste cosucce?). Non è finita: c’è pure il “danno di immagine” per il Paese, che cambia le regole in corsa, “proprio in un momento delicato come questo, col Recovery plan che sta per partire”. Forse, non paghi dei sostegni del decreto Sostegni, chiederanno anche un risarcimento per il danno d’immagine. Senza dire del clima di “tensione sociale” e di “guerra di tutti contro tutti” voluto da Cgil e Pd (magari, diciamo noi). Il guaio è che a breve la tensione sociale ci sarà davvero, ma non sui giornali.

 

La tassa per i giovani. Letta ha fatto un autogol mentre batteva il rigore

Non è mica facile fare un autogol battendo un rigore, però a giudicare dalle reazioni, gli sberleffi, i “no, grazie” che ha raccolto Enrico Letta con la sua proposta sulla tassa di successione da girare ai diciottenni, sembra esserci riuscito. Lo dico a mo’ di premessa solenne: tassare le eredità e le donazioni ai figli sopra i cinque milioni di euro non solo è un’idea giusta e benemerita, ma ci porterebbe un po’ più vicino alla famosa Europa di cui si chiacchiera tanto. La tassa di successione, per quelle cifre, in Germania è del 30 per cento, in Spagna del 34, in Gran Bretagna del 40 e in Francia del 45 per cento. Qui da noi, nel Paese ereditario, è del 4 per cento.

Dunque, l’aumento dal 4 al 20 proposto da Letta (solo per ciò che eccede i 5 milioni di euro) sarebbe ancora un brodino rispetto ad altri Paesi nostri vicini che non sono né Cuba né la Corea del Nord, ma posti con solide radici liberali.

E allora, si dirà, dove sta l’autogol? Mah, forse nel comunicare una operazione di giustizia fiscale in un’intervista molto pop, con foto sbarazzine (uff!), oppure nel non averne parlato prima con nessuno, in modo da dare a Draghi l’occasione di tirare una sberla con quel “Non è il momento” che ha gelato tutti. Insomma, nel mondo fatato che mi immaginerei io, una proposta di redistribuzione di ricchezza, dai più ricchi ai più stritolati, la si fa un po’ meglio, magari lanciando un dibattito pubblico, denunciando le distanze dall’Europa, confrontando cifre. E invece, così presentata, la proposta Letta ha scatenato l’ovvio: basta tasse! Non è il momento! Bolscevichi! Attentato alla proprietà privata!, e tutte le cretinate che i finti liberali di Pavlov amano pronunciare quando si chiedono soldi a chi ne ha moltissimi. Impeccabile sintesi: siamo un Paese dove quando proponi di tassare i ricchi si incazzano anche i poveri.

Però, pochi sono andati oltre l’aspetto “prendere” della proposta e pochissimi hanno guardato al “dare”. I beneficiari del ridisegno (ripeto: sacrosanto) sarebbero più o meno la metà dei diciottenni italiani (per modulo Isee), che incasserebbero 10.000 euro di bonus.

Ed ecco la parola magica: bonus. Tutto pare risolvibile con il portentoso medicamento del bonus, tanto per dire che di diritti stabili, a lungo termine, inseriti nella dinamica sociale (tu lavori, io ti pago decentemente, hai diritto a casa, studio, salute, eccetera) non se ne parla nemmeno.

Ecco un bonus, vada buon uomo.

Il tutto – se si pensa ai diciottenni, povere bestie – in un paese dove le tasse universitarie sono tra le più alte d’Europa (aumentate anche con le Università chiuse), e per le borse di studio siamo alle ultime posizioni. Un Bonus di 10.000 euro per andare a vivere da soli è una bellissima cosa, grazie, ma a chi finisce, poi, quindi? A chi affitta stanze singole a 5-600 euro al mese come accade nella ridente città di Milano e in generale nelle sedi universitarie? Non si potrebbe, invece di un bonus, avere salari decenti, non subire anni di precariato, non accettare più stage e altre forme di sfruttamento fantasiosamente travestite? Certo, sarebbe meglio, ma servirebbe più radicalità, una politica capace di coinvolgere i cittadini, servirebbe insomma tornare a fare un discorso di classe, cosa molto démodé, che oggi nessuno sembra intenzionato a fare. Insomma, tra il bonus oggi e la gallina domani si propone il bonus, perché con la gallina (una società dove non si diventi adulti a quarant’anni e dove non ci siano lavoratori poveri) sembra di chiedere troppo.

 

Un “fenomeno” chiamato Conte: superato Draghi

Non può sorprendere che il governo di Mario Draghi, secondo l’ultimo sondaggio dell’istituto Quorum/You Trend per Sky Tg 24, riscuota l’apprezzamento di un italiano su due. Avvolto nella taglia extralarge della sua maggioranza, il presidente del Consiglio è l’uomo che ha salvato l’euro e l’Europa, “Mister Bce”, stimato forse più all’estero che in Italia. La competenza economica, l’autorevolezza e il prestigio internazionali gli sono riconosciuti super partes. Può sorprendere, invece, che tra i leader politici l’ex premier Giuseppe Conte goda ancora oggi di un gradimento superiore, pari al 34,7% contro il 32,8, due punti in più del suo illustre successore. E il fenomeno, in termini puramente statistici e demoscopici, merita di essere analizzato in controluce al di là delle appartenenze e delle opinioni personali.

È da più di tre mesi, esattamente da quel 13 febbraio in cui uscì da Palazzo Chigi fra gli applausi dei dipendenti affacciati alle finestre e tenendo per mano la sua giovane ed elegante compagna, che Conte è praticamente fuori dalla scena. Invischiato nelle contorsioni del M5S, designato a diventarne il leader, “l’Avvocato del popolo” ha tenuto un’assemblea virtuale del Movimento, senza riuscire finora a trasformarlo in partito e soprattutto ad attribuirgli un’identità precisa e condivisa, nell’estenuante tentativo di risolvere la vertenza con la piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio. Poi ha fatto qualche isolata e significativa sortita, con la cautela di un artificiere su un campo minato: sulla prospettiva di un’alleanza strategica con il Pd e con Leu, a partire dalle prossime amministrative; sulla riforma della Rai, per la quale ha proposto di assegnare la governance a una Fondazione esterna alla politica, seguito a ruota dai senatori renziani e perfino da La Verità; e infine, per restare sul terreno dell’informazione, ha polemizzato con il quotidiano di Carlo De Benedetti che – parlando di corda in casa dell’impiccato – l’aveva inopinatamente chiamato in causa sui suoi presunti “affari segreti” e con l’intero gruppo Gedi (Repubblica, La Stampa, L’Espresso e via sfogliando), a cui evidentemente l’ex premier non va molto a genio: Fiat voluntas loro.

Diciamo, quindi, che finora Conte ha vissuto di rendita. Nel senso che, nonostante questo trimestre di vacatio, viene apprezzato da oltre un terzo degli italiani per quello che ha fatto nei suoi tre anni o poco meno di governo: prima, alla testa della maggioranza gialloverde; e ancor più, alla guida dell’alleanza giallorossa, dopo aver scomunicato urbi et orbi Matteo Salvini. È chiaro, dunque, che la popolarità dell’ex premier deriva innanzitutto da un giudizio largamente positivo dell’opinione pubblica su come il Conte bis ha affrontato lo “tsunami” della pandemia, ha gestito l’emergenza e ha avviato la campagna vaccinale in assenza o carenza di forniture.

Ma, verosimilmente, è giocando in trasferta che “Giuseppi” – come venne ribattezzato da Donald Trump in un Twitter frettoloso – ha conquistato i punti più preziosi. A Bruxelles, a Berlino o a Parigi, piuttosto che a Roma. Tanto da guadagnarsi i 209 miliardi di euro del Recovery Fund europeo: una dote, su cui pochi avrebbero scommesso, che adesso rappresenta – e non solo in termini economici – la base per il Piano nazionale di ripresa e resilienza che dovrebbe consentire il rilancio del nostro Paese.

Avrà pure sbagliato allora Conte ad allearsi con la Lega; avrà commesso magari qualche errore di comunicazione; avrà esitato o temporeggiato troppo; avrà abusato forse del lockdown o dei Dpcm, adottati poi anche da Draghi; avrà affidato la campagna vaccinale a un manager senza vaccini piuttosto che a un generalissimo con tante mostrine. Fatto sta che oggi il 35 per cento degli italiani gli riconosce l’onore al merito e gli attribuisce due punti di gradimento in più rispetto al premier in carica, staccando nettamente sia l’alleato-avversario che sta con un piede dentro e uno fuori (19%) sia la Sorella d’Italia che guida l’opposizione (21,3%). E aggiungiamo che, allo stato degli atti, l’ex presidente del Consiglio è un leader senza partito.

C’è, evidentemente, anche un tratto personale che rende Conte più comunicativo e carismatico di Draghi. L’uno è un esperto giurista, abituato a difendere i legittimi interessi dei cittadini; l’altro è un autorevole economista, più avvezzo a frequentare banche e banchieri. Possono essere complementari e possono essere entrambi propizi, in ruoli e con responsabilità diversi, per far uscire l’Italia dalla crisi economica e sociale in cui l’ha sprofondata l’emergenza sanitaria. Sono una “coppia d’assi” che, come al tavolo da poker, non basta per vincere ma bisogna saperla giocare.

 

Vaccini “Troppa disparità tra Regioni sulle seconde dosi: la Puglia ritarda”

Buongiorno, mi permetto di contattarvi perché al momento ricevo purtroppo solo risposte evasive su questo problema: come mai vi è difformità di comportamento tra le Regioni circa la somministrazione delle seconde dosi Pfizer ai soggetti fragili? Quali sono le ragioni? Alla domanda al numero verde 1500, mi viene risposto che la cosa dipende dalle Regioni. Desumo quindi che i cittadini lombardi siano più tutelati di quelli pugliesi. Ho 56 anni, vivo in provincia di Bari e, essendo soggetto fragile, mi è stata somministrata dal mio medico curante la prima dose Pfizer il 26 aprile. Negli stessi giorni, in Lombardia, ricevevano la prima dose Pfizer i miei parenti, compresa la loro accompagnatrice, una cugina quarantenne in buona salute. Negli scorsi giorni queste persone, dopo 21 giorni dalla prima somministrazione, hanno regolarmente ricevuto la seconda dose del vaccino. In Puglia, invece, ho appena appreso che la somministrazione delle seconde dosi slitta a non si sa quando. C’è chi mi risponde a 35, chi a 42 e chi addirittura a 90 giorni. Le fonti di informazione sono contraddittorie.

Assunta Spedicato

 

Gentile Assunta, il richiamo dei vaccini Pfizer e Moderna inizialmente doveva essere effettuato rispettivamente dopo 21 e 28 giorni. Il ministero della Salute, raccogliendo il parere del Comitato tecnico-scientifico, lo ha fatto slittare a 42 giorni dalla prima somministrazione. Su questo punto è poi intervenuto Giorgio Palù, il presidente di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco. Per Palù, che ha fatto riferimento a una ricerca uscita su “Nature”, la seconda dose dei vaccini basati sull’mRna potrebbe essere ritardata ulteriormente, anche a 90 giorni. Il rinvio della seconda dose a tre mesi porterebbe infatti a una protezione tre volte superiore rispetto alle evidenze scientifiche rilevate finora, soprattutto negli anziani. Detto questo, è verissimo che ci sono molte difformità perché le competenze sanitarie sono delle Regioni. Per esempio, la Lombardia ha portato l’intervallo tra prima e seconda dose a 35-42 giorni, la Toscana a 42, l’Emilia-Romagna a 35. Anche in Puglia, dove lei vive, è stato stabilito che i richiami vanno fatti 35 giorni dopo la prima dose. Chi le ha parlato di 90 giorni probabilmente si riferiva alla valutazione di Palù. Pretenda la massima chiarezza.

Natascia Ronchetti

Mail Box

Ai dem servono i fatti, come il reddito di base

Mi ero illusa un po’ troppo presto che questa crisi sanitaria ed economica avesse almeno fatto cambiare certe posizioni riguardo al RdC: non voglio nemmeno pensare cosa sarebbe successo se non ci fosse stato. E invece dobbiamo ancora sentire fastidiose affermazioni non da parte di politici di destra e Iv ma da uno del Pd, al quale Silvia Truzzi mi pare abbia risposto in maniera esemplare. Non capisco cosa ci faccia De Luca in quel partito, ma su quel tema non mi sembra l’unico a pensarla così. Da cittadina mi chiedo perché ai Cinque Stelle si chieda se sono di destra o di sinistra, mentre questa domanda nessuno pensa mai di doverla porre al Pd. È sufficiente dirlo (o possedere una sorta di “diritto dinastico”) per essere considerato di sinistra? Mi pare possano parlare i fatti. È molto difficile comprendere perché infastidisca molto di più un piccolo reddito a una famiglia indigente che un cospicuo vitalizio a un politico corrotto. Perché De Luca, invece di criticare il RdC che ha anche il merito di rendere più difficile lo sfruttamento, non s’interessa piuttosto che chi è impiegato nella ristorazione venga sempre pagato il giusto?

Enza Ferro

 

Il Nazareno non riesce a liberarsi dal renzismo

Secondo me non se ne esce. Che animale è il Pd attuale? Il sedicente partito di sinistra proprio non riesce a emanciparsi dalla stortura centro-destrorsa renziana. Non ha avuto la forza di scegliere un leader di spessore che esprimesse finalmente concetti identitari. Letta ha proposto la cosa giusta nel modo più sbagliato possibile. La tassa di successione è sacrosanta come principio (volendo, anche a partire da un milione)… punto! Senza doverla giustificare attraverso uno specifico scopo. Questo è solo uno dei tanti esempi per i quali in questo momento, è molto difficile immaginare una virtuosa e fruttuosa alleanza tra 5 Stelle e Pd. E, visto che Letta sembra ogni volta voler dimostrare di non essere nipote di Gianni, per caso bisognerà attendere nuove elezioni auspicando che il Pd si sia vaccinato e bonificato. Poi riparlarne.

Giovanni Marini

 

Recovery plan, che flop: altro che New Deal

F.D. Roosevelt sosteneva che “la vera libertà individuale non può esistere senza sicurezza economica e indipendenza. La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature”. Con il New Deal realizzò profonde riforme civili, sociali e finanziarie e si impose alle élite dominanti delle quali disse che “avevano cominciato a considerare il governo degli Stati Uniti come una semplice appendice dei loro affari”. Il confronto con l’attualità italiana è sconfortante. La compagine governativa non ha alcuna intenzione di ridimensionare i vari potentati del nostro Paese. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è una triste spartizione di risorse tra i soliti noti, con una visione obsoleta, ingessata, e ammuffita del nostro futuro. Non ci sono idee rivoluzionarie o geniali che possano farci guardare al domani con fiducia. C’è una finta lotta alle disuguaglianze sociali, una finta scelta ambientalista con un attacco nemmeno tanto velato al territorio e al patrimonio culturale. L’Italia è un Paese bellissimo, ma il Pnrr non è all’altezza.

Antonella Jacoboni

 

Grazie a Manuela Dviri per il diario dalla guerra

Nessun articolo mi ha resa emotivamente più partecipe del terribile conflitto israelo-palestinese del diario di Manuela Dviri, nel racconto struggente della sua quotidianità.

Cecilia

 

Le bugie di Bernabè a “Otto e Mezzo”

Lunedì sera a Otto e Mezzo il dott. Bernabè ha candidamente sostenuto che i miliardi del Recovery l’Italia li ha ottenuti grazie a Merkel e Von der Leyen, riconoscendo a Conte il solo merito di aver rifiutato il Mes, come peraltro ha fatto tutta Europa. In un altro passaggio ha sostenuto che la vaccinazione nel nostro Paese adesso corre e non zoppica come prima. Io rispetto le opinioni di tutti, ma faccio fatica a rispettare gli altri quando affermano cose che contrastano con i dati oggettivi. Vorrà dire che quando rivedrò Bernabè in trasmissione cambierò canale come per altri e tanti saluti.

Delfino Biscotti

 

Caro Delfino, in effetti Bernabè ha infilato una notevole raffica di bugie. Ma lo hanno appena nominato all’ex-Ilva, bisogna capirlo.

M. Trav.

 

La gestualità americana di certi politici italiani

Da un po’ di tempo noto un comportamento particolare di alcuni personaggi televisivi: contano con le dita “all’americana”, partendo dal mignolo! Hanno un tratto comune: sono stati in America, loro! Così, con questo semplice gesto, che costa una certa fatica a un italiano (in Italia si parte dal pollice!) sembra che ci ricordino, dall’alto di un piedistallo: voi siete provinciali; che ne sapete del mondo; noi abbiamo assorbito la cultura statunitense! Sembrano il Sordi-Nando Mericoni e dimostrano quanto loro sono provinciali e, mi permetta, stupidi.

Giuseppe Cacopardo

Il web, il generatore automatico di slogan e la foto di Solvi Stubing

Fra i tanti regali della provvidenza web, c’è il generatore automatico di slogan pubblicitari nel quale mi sono imbattuto ieri cercando, per motivi comprensibili, una foto nuda di Solvi Stubing (qui in un celebre carosello: https://bit.ly/34fBEKo). Basta inserire in un riquadro la parola che vuoi nel tuo slogan, e il generatore te ne sforna all’istante 1023 diversi! Ovviamente, ho fatto quello che avrebbero fatto Adorno e Benjamin: ho scritto nel riquadro la parola “cazzo”. Ecco gli slogan più divertenti generati da quell’idiota dell’algoritmo (non prendetevela con me, sto solo citando): Il cazzo – buono da leccarsi le dita. Il cazzo: quando non c’è nient’altro. Senti la magia del cazzo. Il cazzo: qualcosa per tutti. C’è sempre tempo per il cazzo. Il cazzo, creato dalla natura. Testato dal cazzo, approvato dalle mamme. Ho smesso di fumare con il cazzo. Il cazzo: goditi la differenza. Riempilo fino all’orlo con il cazzo. Con il cazzo è meglio! Anche tu potrai avere un cazzo come il mio. La vita è bella con il cazzo. Lascia che se ne occupi il cazzo. Il cazzo: rendi la tua vita più interessante. Il cazzo – quando ti va. Se hai il tempo, abbiamo il cazzo. Prolunga il cazzo. Altro cazzo, per favore. Il cazzo: puoi toccarlo con mano. Il cazzo è il brio che ti dà verve. Prendi il cazzo o vattene. Le cose vanno meglio con il cazzo. Il cazzo: non puoi vivere senza. Il cazzo piace a tutti. Il cazzo: soddisfa la voglia. Il cazzo è sulla bocca di tutti. Ottieni di più dalla vita con il cazzo. Lo senti? È il cazzo. Il cazzo: la scelta saggia. Io credo nel cazzo. Il cazzo, il tuo specialista. Chiedi al cazzo. Il cazzo è esattamente quello di cui avevi bisogno. Il cazzo può. Un obiettivo, una passione: il cazzo. Accendi la notte con il cazzo. Solo uno sciocco rompe il cazzo. Prova la differenza con il cazzo. Oggi ti meriti un cazzo. Il cazzo: disponibile giorno e notte. Il cazzo, l’approccio intelligente. Il cazzo, il segreto delle donne. Più cazzo è meglio. Non vorrai mica perderti il cazzo? Il cazzo dice sempre di sì. Il cazzo ti dà quella bella sensazione. Ora con il 50% in più di cazzo. Il cazzo risolve il problema. È l’ora del cazzo. Il cazzo: la crème della crème. Lunga vita al cazzo. Le mamme come te scelgono il cazzo. Non uscire di casa senza il cazzo. P-p-prendi un cazzo. Due ore di cazzo in solo due calorie. Bel cazzo, bei tempi. Il cazzo: la dolce vita. Il cazzo: che la festa cominci. Cazzo: una scelta chiara. Il cazzo: goditelo quando non sei solo. Il cazzo. Buono. Le mamme esigenti esigono il cazzo. A qualsiasi ora, in qualsiasi posto, il cazzo. Apri la porta: è il cazzo. Allenta la morsa con il cazzo. Il cazzo è tuo amico. Tutti vorrebbero avere il cazzo. Il cazzo è una forza della natura. Il cazzo: come hai fatto a vivere senza? Le donne amano il cazzo. Prendiamo il cazzo sul serio. Le persone intelligenti scelgono il cazzo. Il cazzo. L’originale. Prova il cazzo, ti piacerà. Quattro dentisti su cinque raccomandano il cazzo. C’è sempre spazio per il cazzo. Due cazzi sono meglio di uno. Il cazzo, divertimento per tutta la famiglia. Il cazzo? Sì, grazie. Il cazzo è una figata. Daresti il tuo cazzo a qualcun altro? Voi avete domande, noi abbiamo il cazzo. I migliori allevatori raccomando il cazzo. Il cazzo: cibo per l’anima. Mi fido del cazzo. Le cose vanno meglio con il cazzo. Stasera ho voglia di cazzo. Il cazzo. È ovunque. Rendi felice qualcuno con il cazzo. La vita è noiosa senza il cazzo. Qualunque siano i tuoi hobby, c’è posto per il cazzo. Non preoccuparti, ci pensa il cazzo. Il cazzo, quando nient’altro funziona. Non siate vaghi. Chiedete il cazzo. Il cazzo: se amate il cazzo. Non sei mai solo con un cazzo. Non ci posso credere che non sia un cazzo. W il cazzo!

 

Di Fazio, “moderno Barbablù” e i legami con il clan Mancuso

Antonio Di Fazio, lombardo classe ’71: un “moderno Barbablù”. Oggi indagato per violenza sessuale nei confronti di una 21enne che avrebbe anche drogato. Ma oltre a questa vicenda raccontata da un’inchiesta della Procura di Milano, c’è altro che ora rischia di finire sul tavolo della Direzione distrettuale antimafia. Si badi però. Questa è una storia non giudiziaria, ma di attese per strada e di facce osservate di nascosto. Già, perché il Fatto da mesi era sulle tracce dell’imprenditore amante della bella vita e amministratore della neonata ma già lanciatissima (a guardare i bilanci) azienda farmaceutica Global Farma srl che nel novembre scorso chiuderà una fornitura con la centrale acquisiti della Regione Lombardia (Aria) per 51 milioni di guanti in lattice per l’emergenza Covid. L’interesse del Fatto era ed è legato ai rapporti attuali tra Di Fazio (per i quali non è indagato), la società e figure di spicco della ‘ndrangheta che nulla hanno a che fare con il modesto clan Valle con il quale Di Fazio nel 2008 entrò in contatto e ne divenne presto vittima.

Oggi il livello si è alzato. Basti pensare che presso la Global lavora una persona originaria di Gioiosa Jonica vicina ai narcos delle cosche della Locride. Ma c’è molto di più che lega l’azienda amministrata da Di Fazio ai vertici nobili della ’ndrangheta ed è la cosca Mancuso, il clan più potente della Calabria. Va detto però che, per come ha ricostruito il Fatto incrociando diverse fonti, i rapporti con i boss sono tenuti dal solo Di Fazio. In questa storia il secondo socio di minoranza (10%) della Global, non ha alcun ruolo. Al momento poi i denari mafiosi non sono entrati nei bilanci della società. E la fornitura dalla Regione viene incassata prima dell’arrivo dei Mancuso.

Per settimane così via Pagano 38, pieno centro di Milano, è stato un osservatorio privilegiato. Naturalmente dall’altra parte della strada o incrociando i volti come normali passanti. Qui, come è noto, ha sede la Global costituita in pieno lockdown il 18 aprile 2020. Giorno dopo giorno abbiamo visto arrivare una Maserati blu. Abbiamo riconosciuto Di Fazio scendere. Lo abbiamo visto guardarsi attorno come a intercettare testimoni scomodi e lo abbiamo notato entrare al civico 38 con sempre la solita borsa nera. E poi abbiamo osservato arrivare gli uomini dei Mancuso, due in particolare, anche loro accedere al civico 38. E se Di Fazio si muove su auto di lusso, gli emissari dei clan usano la metropolitana. Più discreti, accorti e soprattutto incensurati, oggi la loro base operativa è un bar gestito da cinesi che si trova all’inizio di via Imbonati poco dopo piazzale Maciachini. Perché per settimane i Mancuso si sono riuniti negli uffici della Global? Questo potranno raccontarlo le indagini future. Oppure l’attenta analisi di uno dei due cellulari che i carabinieri impegnati sull’indagine del presunto stupro hanno sequestrato a Di Fazio. Per quel che risulta al Fatto il contatto tra Di Fazio, che non è mai stato indagato per mafia, e i Mancuso nasce dalla necessità del primo di recuperare oltre 100mila euro di un’operazione finanziaria bloccati su conti esteri. Il contatto con gli emissari lombardi dei Mancuso viene procurato a Di Fazio da un altro professionista. Il denaro usato per l’operazione finanziaria arriva poi da un’altra società farmaceutica ed è il risultato di una vendita di materiale Covid. La Global nascerà in qualche modo sulle ceneri di questa prima società. Tanto che Di Fazio per il capitale iniziale presenterà al notaio un assegno circolare da quasi mezzo milione proveniente dalla prima srl. Assegno che dopo la registrazione, risulta al Fatto, sarà annullato. Il che fa pensare che parte del capitale della Global sia solo sulla carta. Anche se poi il primo bilancio del 31 dicembre 2020 segna un valore della produzione per 6,4 milioni.

I Mancuso entrano negli uffici della Global per recuperare il denaro di Di Fazio. Non lo fanno gratis, vogliono una percentuale che con le settimane aumenta, fino a che oggi le pretese superano il mezzo milione. In attesa dell’incasso viene piazzato negli uffici l’ex uomo vicino ai clan dell’Aspromonte e già pizzicato in alcune indagini milanesi che hanno riguardato anche Cosa nostra quando a capo della Dda vi era Ilda Bocassini. Le riunioni per i soldi avvengono a partire dal febbraio scorso. I clan si presentano a quella data e dunque, va detto, dopo che la Global ottiene in modo lecito una richiesta di fornitura dalla Regione. È nello scorso inverno che oltre agli emissari dei boss, in via Pagano si presenta anche il Fatto interessato a comprendere le nuove dinamiche dei Mancuso a Milano. Interesse nato dopo un’indagine della Dda di Venezia. Qui un professionista legato al clan Arena spiega: “A Milano, tra corso Buenos Aires, piazza Piola, via Doria, la Stazione, muove tutto zio Luigi Mancuso”.

In via Pagano qualcosa non torna. In ufficio i Mancuso alzano la voce, pretendono il rientro del denaro anche da un secondo acquisto di materiale medico. Insomma, oltre l’indagine sul presunto stupro, Di Fazio si mostra come collegamento con la cosca Mancuso. L’ultimo episodio curioso avviene prima del 22 maggio, giorno dell’arresto di Di Fazio, quando il secondo socio della Global trova sul tetto dell’ auto dei proiettili. Intervengono le forze dell’ordine che acquisiscono i video delle telecamere. Da qui, forse, si capirà chi ha messo i bossoli collegando un volto magari a quella “voce calabrese” che dal telefonino di Di Fazio ha minacciato di morte il fidanzato della prima vittima di questo “moderno Barbablù”.

“Controlli sulla carta, mancano i mezzi”

L’Ustif di Torino è un ufficio periferico del ministero delle Infrastrutture. Ha competenza sugli impianti del Piemonte (217 in totale) e quindi anche sulla funivia di Stresa. Qui nei mesi scorsi sono arrivati i resoconti dei monitoraggi eseguiti su questo impianto. Nessuna criticità rilevata, come validato anche dallo stesso Ustif. Ivano Cumerlato ne è il dirigente. I suoi tecnici sono andati sul luogo della tragedia l’ultima volta nel 2018, poi hanno ricevuto una serie di report ed eseguito verifiche su quelle carte.

Dottor Cumerlato, l’Ustif che controlli ha eseguito sulla funivia di Stresa?

Da parte nostra il controllo avviene ogni tre anni, secondo le normative del ministero. Nel 2016 abbiamo controllato gli esiti della revisione generale.

In quell’occasione sono state eseguite verifiche sulle funi?

Noi non partecipiamo alle verifiche sulle funi perché è inutile essere presenti. L’importante è che vengano fatte e ci vengano riferiti i risultati di queste prove.

L’ultimo vostro controllo sul posto risale al 2018.

Su questa funivia sì. Ma siamo andati anche nel 2016 per una revisione generale e nel 2017 per l’esercizio notturno. Nel 2018 per l’esercizio senza vetturino.

In cosa consisteva quest’ultimo controllo?

Esercizio del vetturino significa che in certe condizioni può essere ammesso l’utilizzo della ferrovia senza la presenza del vetturino, con conseguente riduzione della velocità e del numero di persone a bordo. Credo che domenica non ci fosse il vetturino, anche se avrebbe potuto far ben poco secondo me…

Dal 2018 voi non tornate più sul posto, ma ricevete i report delle società che si occupano dei controlli. Non avreste dovuto fare un controllo più approfondito, non solo sulla documentazione inviatavi?

No, dovremmo far rifare le verifiche da un’altra società? Noi sappiamo che la Sateco (l’azienda specializzata che ha effettuato il controllo “magnetoinduttivo delle funi traenti” di novembre scorso) è una società affidabile, con tecnici validi. Siamo anche legati alle normative, noi stessi come funzionari statali non abbiamo i mezzi ma neanche potremmo essere presenti su tutti gli impianti a fune che sono dislocati in tutto il nord Italia. Noi ci interessiamo a effettuare i controlli ma non li eseguiamo direttamente perché ci sono persone specializzate che lo fanno. Ci occupiamo dei controlli sui progetti, rilasciamo i nostri nulla osta per dire: ‘Ok il progetto è stato redatto secondo le norme’. Poi verifichiamo che tutto funzioni secondo la legge. I controlli devono essere effettuati dal gestore e valutati dal direttore di esercizio che poi fornisce i rapporti. Il problema è che in Europa stanno imponendo altri modi di agire che noi non condividiamo del tutto.

Ossia?

Nel senso che si sta imponendo l’idea che il gestore è responsabile di tutto, non deve essere controllato, oppure che debbano esserci controlli a campione. Noi quando andiamo sull’impianto, non ci limitiamo a vedere le carte. Sulla funivia Stresa avevamo intenzione di anticipare la visita di dicembre in modo da coprire l’estate ed essere più tranquilli, anche se effettivamente il direttore d’esercizio sa benissimo i controlli da fare.

Nel suo reparto ci sono solo tre ingegneri?

Una volta erano 5, con i pensionamenti e via dicendo siamo arrivati a tre. I miei funzionari tecnici tengono tutto sotto controllo: essere in 3 non inficia la bontà del nostro lavoro.

Errore umano sulla funivia “Non fu riattivato il freno”

Sulla funivia Stresa Mottarone era stato disattivato il freno d’emergenza. È l’ipotesi che si sta facendo strada e che potrebbe spiegare (almeno in parte) con un errore umano il disastro che domenica ha portato alla morte di 14 persone nella località turistica sul Lago Maggiore. La svolta è arrivata nel pomeriggio di ieri, quando i carabinieri della compagnia di Stresa hanno convocato sei dipendenti della società di gestione dell’impianto di risalita, la Ferrovie del Mottarone srl. Alle audizioni, andate avanti fino a tarda notte, sono seguite le indiscrezioni sulle prime iscrizioni sul registro degli indagati.

La ricostruzione della dinamica dell’incidente si appoggia su due certezze: di sicuro si è rotto il cavo traente, ovvero la fune che consente la risalita della cabina; altrettanto certo è che non è scattato il dispositivo salvavita, che in casi come questo dovrebbe azionare i freni e ancorare la cabina al secondo cavo, detto portante. Il video registrato dal sistema di videosorveglianza, e sequestrato dai carabinieri, mostra la fune che si spezza, a pochi metri dall’arrivo, e lo scivolamento della cabina all’indietro, a velocità sostenuta, per circa ottocento metri, fino al penultimo pilone, dove poi cade rovinosamente a terra da un’altezza di circa venti metri. Cosa ha impedito il funzionamento dei freni?

L’ipotesi è che a neutralizzarli fosse una staffa di metallo, chiamata in gergo tecnico “forchettone”. Serve a impedire la chiusura delle ganasce dei freni durante le operazioni di manutenzione, ma può essere utilizzata esclusivamente per viaggi prova senza passeggeri. A portare in questa direzione ci sono le foto effettuate sul luogo del disastro dagli uomini del soccorso alpino. Questa tesi si incrocia con un altro dato, che potrebbe completare il quadro. “Sabato 22 maggio, il giorno prima dell’incidente, abbiamo effettuato un cambio del rullo di linea. Non c’è stato nessun guasto alla funivia, si è trattato di un fermo temporaneo, ordinaria manutenzione”. È la confidenza di un operatore dell’impianto raccolta ieri dal Fatto. Ed è una rivelazione molto importante: il rullo è infatti una ruota su cui passa il cavo traente, quello che poi si è spezzato. C’è una correlazione tra questi due eventi? L’intervento non è tra quelli registrati fino ad oggi dalla Leitner, la società che gestiva la manutenzione dell’impianto di risalita. È possibile, inoltre, che durante quell’operazione sia stato attivato il blocco dei freni e che per una dimenticanza non sia poi stato tolto? Oppure, ipotesi forse ancora più sconcertante e che non viene esclusa, era una prassi quella di far trasportare passeggeri senza attivare il meccanismo salvavita?

I carabinieri della compagnia di Verbania, diretti dal capitano Luca Geminale, avevano già raccolto la testimonianza di un visitatore che sabato aveva segnalato l’interruzione: “Se sia stato un guasto o una manutenzione è tutto da accertare”, conferma una fonte investigativa. È evidente che la coincidenza possa apparire inquietante: tutto ciò è accaduto 24 ore prima della tragedia. “L’errore umano è un’ipotesi che non si può escludere”, ha detto ieri il procuratore di Verbania Olimpia Bossi, che ha assistito agli interrogatori. Già questa mattina la Procura potrebbe disporre una consulenza tecnica sui forchettoni.

Questa pista non esaurisce in ogni caso l’altra grande domanda: perché si è rotto il cavo traente, evento rarissimo nel trasporto a fune? La risposta a questo interrogativo potrebbe portare ad approfondire un intervallo di tempo cruciale: il biennio fra il 2014 e il 2016, quando viene realizzato il revamping da oltre 4 milioni di euro, finanziati per oltre la metà da soldi pubblici. L’intervento era necessario perché l’impianto era considerato “a fine vita”. E a dimostrazione che i costi preoccupavano, la prima gara, bandita dalla Regione Piemonte, era andata deserta. Alla seconda il vecchio concessionario, la Ferrovie del Mottarone srl, società di Stresa di proprietà dell’imprenditore di Stresa Luigi Nerini, si era presentata in associazione con la Leitner, azienda di Vipiteno. E che lì si annidino delle grane sembra dimostrarlo anche lo scaricabarile sulla proprietà dell’impianto: con quell’intervento la Regione Piemonte sostiene di aver ceduto tutto al Comune di Stresa, secondo cui l’iter non si sarebbe mai concluso. Nel dubbio ieri i carabinieri hanno acquisito nuovi documenti presso la Regione.