Nero, il passeggino è nero. “La barra di protezione e il maniglione sono rivolti all’insù, il cestello portaoggetti due metri più in là, due come gli anni di Tom Biran”. Ma c’è anche un kway. “Rosso. Bordato di blu”. E pure un “astuccio bianco e rosa”. “Era di Mattia Zorloni, morto a sei anni? Forse”, si chiede e si risponde il cronista. E la scarpa bianca “con l’interno arancione fluorescente, di marca giapponese”? Chi la portava? Magari Alessandro Merlo, il fidanzato di Silvia? E la felpa a quadretti di chi era? L’inviato avanza un’ipotesi: “Può darsi che Roberta Pistolato se la fosse legata intorno alla vita.
Il sopralluogo sul luogo della tragedia della funivia è finito, ma il bottino è ricco. C’è anche lo spazio per tre foto, la scarpa, il passeggino, l’astuccio, cerchiati di rosso. Non è un giornale di gossip, è Repubblica. D’altronde, a poche ore dalla tragedia, un pezzone di Gabriele Romagnoli su La Stampa raccontava di sé piccolo e la funivia, mettendo ego nel momento in cui bisognava tirarsi indietro. A seguire, ieri, l’articolo grondante emozioni di Michela Marzano sull’abbraccio del padre che avrebbe protetto il piccolo, ipotesi che però nessuno ha confermato e ancora, sempre su La Stampa, una paginata per raccontare tutti quelli che avrebbero dovuto prendere la funivia e non l’hanno fatto, con tanto di foto delle “non vittime” (!). Di chi fosse la felpa, e la scarpa, noi non lo sappiamo. Ma una cosa è certa. Quella non è cronaca. È sciacallaggio. E il problema è che chi scrive non è neanche più in grado di capirlo. Ma forse i lettori sì. Quei lettori che già si chiedono perché le foto sorridenti dei morti prese da Facebook vengano pubblicate ovunque. Aggiungendo dolore a chi resta, togliendo rispetto a chi non c’è più.