Regeni, a processo i quattro 007 egiziani Il pm: “La sfida è portare i testimoni in aula”

“Un buon traguardo e un buon punto di partenza”. L’avvocato Alessandra Ballerini parla a nome di Claudio e Paola Regeni, che a caldo scelgono il silenzio. Poche parole, nessuna domanda. Non è “soddisfazione” la parola chiave, per ora, ma “speranza”, quella che per il legale, “dopo 64 mesi, almeno il diritto alla verità non venga violato”. Sono le 17 e il gip di Roma PierLuigi Balestrieri ha appena rinviato a giudizio i quattro agenti nella National Security egiziana, accusati a vario titolo di aver sequestrato, torturato e ucciso nel febbraio 2016 il ricercatore italiano Giulio Regeni. Il processo nei confronti del generale Sabir Tariq, dei colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e del maggior Magdi Ibrahim Abdelal Sharif (a quest’ultimo viene contestato il concorso in omicidio aggravato) inizierà così il 14 ottobre davanti alla Terza Corte d’Assise di Roma

Il giudice ha accolto in pieno tutte le richieste formulate dal pm Sergio Colaiocco. Nel lungo e dettagliato dispositivo, sono state ripercorse le tappe di un’inchiesta durata cinque anni, dai depistaggi egiziani alla scarsa collaborazione, passando dalle deposizioni degli otto testimoni messe agli atti grazie alle investigazioni dei carabinieri del Ros e dello Sco della polizia di Stato. Le ultime due, pubblicate il 21 aprile scorso in esclusiva da Il Fatto, quelle decisive dei detenuti che hanno visto e sentito Giulio mentre veniva “interrogato” nel carcere di Nasr City al Cairo, poco prima che il suo cadavere venisse ritrovato alla periferia del capitale egiziana. Non solo. Gli avvocati d’ufficio dei quattro 007 – che a oggi sono classificati come “irreperibili” – avevano chiesto il rinvio dell’udienza, sostenendo che gli imputati non erano stati messi nelle condizioni di conoscere le accuse nei loro confronti, ma il gip Balestrieri ha ritenuto inammissibile la richiesta. “La copertura mediatica capillareha fatto assurgere la notizia della pendenza del processo a fatto notorio”, ha spiegato il giudice, secondo cui l’assenza all’udienza è stata una “volontaria sottrazione dal processo”. In vista del processo, ora la “nuova sfida”, come detto dal pm Colaiocco, sarà quella di “ottenere” che i testimoni vengano in Italia a raccontare quanto detto nel corso delle indagini. Le deposizioni sono registrate e agli atti, ma il fatto che possano essere ribadite (e approfondite) in aula darebbe loro la forza decisiva. “Non è scontato”, ha detto il magistrato, alludendo ai rapporti con la Procura egiziana, deterioratisi dopo le accuse a Roma, da parte del Cairo, di aver “occultato prove utili alle indagini egiziane.

Preso Morabito, boss numero uno della Locride

Non si è accorto di nulla ed è rimasto stupito quando si è trovato di fronte i carabinieri del Ros e la polizia brasiliana pronti ad ammanettarlo. Si è conclusa così la fuga di Rocco Morabito, broker della ’ndrangheta e narcotrafficante internazionale di cocaina. Dopo l’evasione del 2019, dal carcere di Montevideo, dove era stato rinchiuso in seguito alla cattura del 2017, il latitante di Africo pensava di essere ormai al sicuro a Joao Pessoa.

Il blitz è scattato lunedì sera, intorno alle 20 italiane. Morabito condivideva un’abitazione con un altro latitante, Vincenzo Pasquino, di origini calabresi ma trapiantato a Torino. Anche lui è stato arrestato per traffico di sostanze stupefacenti. Entrambi facevano una vita normale, frequentavano la spiaggia e i locali pubblici. Nell’appartamento dove sono stati arrestati, i carabinieri hanno trovato documenti, cellulari e schede telefoniche sui quali adesso le Procura di Reggio Calabria e Torino hanno disposto gli accertamenti per ricostruire la rete che ha consentito a Rocco Morabito, detto “Tamunga”, di diventare un fantasma. Gli investigatori non hanno dubbi: il boss non ha mai smesso di fare il suo business. Lo hanno ribadito più volte il capo della Dna Federico Cafiero De Raho e il procuratore di Reggio Giovanni Bombardieri.

Cugino di secondo grado del boss Giuseppe Morabito detto “Il Tiradritto”, il latitante ha iniziato la sua carriera criminale ha cavallo tra gli anni 80 e 90, nel periodo in cui gli hanno ucciso il fratello. Da giovane, “Tamunga” era attivo nel Nord Italia tra Bologna e Milano da dove organizzava i traffici di droga, entrando in contatto con i narcos sudamericani ed esponenti di primo piano della Camorra come Alberto Beneduce detto “A cocaina”. Dal 1994 al 2017 è stato latitante in Sudamerica dove è sfuggito a tre arresti e a una condanna definitiva a 30 anni di carcere. Che adesso dovrà scontare dopo l’estradizione dal Brasile.

Doping ai braccianti: “Lavorano di più” Arrestato un medico nell’Agro Pontino

Ha prescritto false ricette di un farmaco stupefacente con il principio attivo dell’ossicodone a 222 braccianti indiani non per curare delle patologie, ma per riuscire a fargli sostenere i gravosi turni di lavoro nei campi. È quanto accaduto a Sabaudia, nell’Agro Pontino (Latina), dove un medico è stato arrestato al termine dell’operazione “No Pain” dei Carabinieri del Nas. Sono scattate anche tre misure cautelari interdittive della sospensione dai rispettivi pubblici servizi, per 1 anno all’indirizzo del dottore, di un farmacista e di un avvocato del posto, e una misura cautelare del divieto di dimora nella provincia di Latina a carico di una donna marocchina. I quattro destinatari dei provvedimenti sono indagati a vario titolo per illecita prescrizione di farmaci ad azione stupefacente, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, frode processuale, falso e truffa ai danni dello Stato. Secondo quanto accertato dai Nas, il medico ha prescritto indebitamente 3.727 ricette del Ssn indicando falsamente il codice di esenzione ticket a favore di 891 pazienti provocando un danno all’Erario per 146.052,89 euro.

Si fa presto a dire Green pass a luglio: in Italia (per ora) o è cartaceo o niente

Il Green pass, la certificazione verde con lo stato di salute dei cittadini europei, sarà pronto a metà giugno. Parola del premier Mario Draghi che, al termine del Consiglio europeo di ieri, ha confermato così la timeline fornita dall’Ue la scorsa settimana: il meccanismo entrerà in vigore il 1° luglio, in tempo per le vacanze estive. Insomma, dopo un anno e mezzo di limitazioni e divieti chi è vaccinato, guarito dal Covid o è stato tamponato potrà tornare a viaggiare liberamente dentro e fuori l’Itali, tra i 27 Paesi dell’Unione. Il Green pass servirà anche dal 15 giugno per le visite in case di riposo e per partecipare alle feste, inclusi i banchetti da cerimonia come matrimoni e comunioni. Bene, benissimo. Mica tanto. Non solo perché, come ha sottolineato Draghi, “ci sono ancora questioni aperte su cui si dovrà pronunciare l’Agenzia europea per i medicinali, in particolare sulla durata di questo passaporto” che dovrebbe andare da un minimo di 48 ore per chi ha fatto il tampone, ai 6 mesi per chi è guarito dal Covid fino ai 9 mesi per chi ha ricevuto la prima dose di vaccino. Ma a complicare tutto c’è la solita giungla burocratica/amministrativa e una pessima annuncite governativa che hanno fatto di questa “certificazione verde” il solito bailamme. Andiamo, almeno noi, con ordine.

Il Green pass è già attivo in Italia ed è solo cartaceo. Facile e immediato ottenere il risultato negativo di un tampone effettuato presso Asl, farmacie o centri specializzati. Un incubo richiedere la certificazione dell’avvenuta vaccinazione o il certificato di guarigione dal Covid. Si deve, infatti, passare per il Fascicolo sanitario che, nato nel lontano 2009, è quasi totalmente sconosciuto agli italiani, scontando un forte ritardo nella realizzazione dei servizi digitali e nello scambio di informazioni sui dati sanitari con abissi da Regione a Regione sull’effettivo livello d’uso e di diffusione sia da parte dei medici che dei pazienti. Come se non bastasse, i pochi fortunati che possono richiedere il certificato devono avere obbligatoriamente lo Spid o la Carta d’identità elettronica (Cie). Ma lo Spid, che fino ad oggi è stato richiesto solo da 20,8 milioni di italiani, va attivato con procedure poco agevoli (ed è un eufemismo), mentre per la Cie molti Comuni danno appuntamenti tra 6 mesi.

Che succederà, quindi, dal 1º luglio con l’entrata in vigore del Green pass europeo?

Per ora c’è l’annuncio del ministro per l’Innovazione tecnologica Vittorio Colao che l’altroieri ha spiegato che “il Green pass non è un certificato, non è un passaporto” e che “forse non dovremo neppure scaricarlo ma arriverà una notifica, e chi ha l’app Io o Immuni, l’avrà lì dentro”. Parliamo, per capire meglio, di due applicazioni che hanno fatto molto discutere negli scorsi mesi. “Io” è l’app della Pa utilizzata dal governo Conte-2 per richiedere il cashback e che aveva sollevato numerose critiche quando nel giorno del debutto della misura è andata in crash. Ma oggi anche il governo di Draghi l’ha scelta per rendere disponibile il Green pass in formato digitale. Stesse polemiche e stessa scelta anche per Immuni, che scaricata da 11 milioni di persone, è la tanto contestata applicazione per il contact tracing , il cui risultato non è stato dei migliori. Ovviamente per accedere a entrambe le app serve sempre lo Spid o la Cie.

Importare il Covid è facile: zero controlli in aeroporto

Sono tornato in Italia la scorsa settimana dopo un viaggio di lavoro in Costa d’Avorio. La procedura prevede un tampone molecolare da effettuare tre giorni prima della partenza. Ho fatto il test la mattina di lunedì 17 maggio, nel centro di Abidjan, quartiere Plateau, sotto un tendone bianco frequentato quasi solo da chi deve lasciare il Paese. Pagati 25 mila franchi africani (40 euro circa, quello che un ivoriano guadagna mediamente in due settimane), l’infermiere mi ha infilato nel naso il tipico bastoncino bianco (una sola narice) e mi ha lasciato andare. Risultato: negativo. Prima di prendere l’aereo per tornare a casa, ho trascorso altri due giorni e mezzo nel Paese.

In Costa d’Avorio le mascherine sono un optional, quasi nessuno le indossa. Se si vuole uscire di casa per fare qualsiasi cosa, dalla spesa a un pranzo, gli assembramenti sono praticamente inevitabili. Alle 21.25 di mercoledì sera mi sono imbarcato su un Boeing Air France con destinazione finale Milano Malpensa. Alla partenza il personale di volo ha verificato due volte il mio certificato del tampone. È stato l’unico controllo a cui sono stato sottoposto. Né durante lo scalo a Parigi, né tantomeno all’arrivo in Italia, qualcuno mi ha più chiesto di mostrare il risultato del test. Nè mi è stata chiesta l’autocertificazione.

A Malpensa, giovedì alle 11.40, mi sono unito alle centinaia di altri viaggiatori in arrivo dall’estero. In quel momento stavano atterrando altri tre voli internazionali: da Minsk, Bielorussia; da Mosca, Russia; da Bassora, Iraq. La procedura è stata uguale per tutti. Nessun controllo da parte delle autorità italiane. Nessuno ci ha provato la febbre, nessuno ci ha chiesto il certificato del tampone. Soprattutto, nessun viaggiatore è stato obbligato a sottoporsi a un tampone prima di uscire dall’aeroporto. Non è sciatteria, non è responsabilità del personale addetto ai controlli doganali: sono le regole scritte dal governo a non prevedere tutto questo. All’aeroporto di Malpensa, subito fuori dall’area bagagli, in realtà è stato allestito un punto per i tamponi rapidi. È privato, gestito dal Gruppo San Donato, ma non essendo obbligatorio il test (50 euro, quasi il doppio rispetto al prezzo applicato dalle farmacie comunali) quasi nessuno lo fa: quando sono passato, non c’era nemmeno una persona in fila.

A 16 mesi dall’inizio della pandemia, con 125.501 morti accertati e oltre 4,1 milioni di contagiati, questo è il modo che l’Italia sta usando per gestire l’arrivo quotidiano di persone dall’estero. Tutto basato sulla buona volontà degli individui, che a seconda del Paese d’arrivo e del tempo trascorso all’estero devono fare la quarantena fiduciaria e sottoporsi a tampone. Le uniche eccezioni sono previste per Brasile, Bangladesh, India e Sri Lanka: chi rientra è tenuto a fare il tampone in aeroporto o entro 48 ore dall’arrivo. Il 1º luglio dovrebbe entrare in vigore il green pass, certificato che consente di spostarsi liberamente se si è vaccinati, guariti dal Covid o negativi a un tampone effettuato due giorni prima della partenza. Il green pass riguarda però solo i viaggi all’interno dell’Unione europea, dove il tasso delle persone vaccinate continua ad aumentare. Restano fuori tutti gli altri Paesi del mondo, comprese le nazioni in cui i vaccini scarseggiano e, sebbene non per turismo, è possibile recarsi per motivi di lavoro, salute, studio, abitazione o residenza. Paesi in cui sono nati milioni di residenti in Italia.

Come la Costa d’Avorio, dove i contagi non mancano ma la vita scorre più o meno come prima dello scoppio della pandemia, con tanti assembramenti e pochissime mascherine. Come è possibile minimizzare il rischio di importare nuovi contagiati e relative varianti se nessuno controlla chi arriva dall’estero? È stato proprio questo uno dei motivi alla base della seconda ondata, quella scoppiata in autunno: un focolaio sviluppatosi in Spagna, all’inizio dell’estate, tra i lavoratori agricoli nel nord-est del Paese, che si è poi allargato rapidamente alla popolazione locale e ai tanti turisti presenti in quel momento nella Penisola iberica. Gli stessi turisti che, tornati a casa senza controlli, hanno inondato nuovamente di Covid l’Europa rendendo vani mesi di lockdown totale. Secondo Emma Hodcroft, genetista evoluzionista presso l’Università di Basilea e responsabile dello studio pubblicato lo scorso ottobre su MedRxiv, “dalla diffusione di 20A.EU1 (il nome della variante spagnola, ndr) sembra chiaro che le misure di prevenzione del virus spesso non sono state sufficienti per fermare la trasmissione delle varianti introdotte quest’estate”. A sei mesi da questa scoperta, le cose non sembrano essere cambiate molto.

Statali. Il tetto agli stipendi ora può saltare? Lo chiede l’Aran, ma il governo tace

Il limite dei 240 mila euro agli stipendi pubblici? “Ormai sta funzionando come un tappo (…) Andrebbe quantomeno rivisto”.

La dichiarazione di Antonio Naddeo, presidente dell’Aran – l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, l’ente che si occupa per parte statale della contrattazione collettiva del pubblico impiego – è destinata a riaprire il dibattito sui tetti alle retribuzioni dei dirigenti della Pa. In un’intervista rilasciata ieri al Messaggero, Naddeo è andato dritto al punto: la soglia dei 240 mila euro – introdotta dal governo Renzi nel 2014 – avrebbe generato un livellamento verso l’alto che ha schiacciato le differenze tra le posizioni, facendo emergere “il paradosso del tetto alle retribuzioni”. Con i rinnovi dei contratti, “man mano si è ristretta la forbice tra chi già era al limite dei 240 mila euro e chi invece partiva più in basso”. Così, il tetto avrebbe finito per svantaggiare le posizioni apicali, rendendo “più difficile l’attribuzione di incarichi di alta responsabilità”, meno convenienti per il limite alla retribuzione di posizione. Resta da capire se la posizione espressa da Naddeo rappresenti l’orientamento prevalente nel governo Draghi, ma certo la sua presa di posizione avrà un peso in vista della riapertura del tavolo per il rinnovo del contratto agli statali (“tra una decina di giorni”). Solo pochi mesi fa, il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, era stato duramente attaccato per il riconoscimento retroattivo di un aumento a 150 mila euro dei suoi compensi. Ma forse il vento sta cambiando. E la percezione del limite, anche.

Licenziare si può, Draghi: “Norma simile in tutta l’Ue”

“Uno a uno, palla al centro”. Dalle parti del Pd, la mediazione finale sulla questione licenziamenti la sintetizzano così. Il blocco resta fissato al 30 giugno e salta la proroga al 28 agosto per chi usa la Cassa integrazione Covid (gratuita); è confermata invece la possibilità per le imprese di utilizzare la Cig ordinaria sempre in modo gratuito fino alla fine del 2021 se si impegnano a non licenziare. Andrea Orlando, che era arrivato a minacciare le dimissioni per difendere la norma, è stato accusato da Confindustria di aver violato i patti, grazie a una sorta di colpo di mano all’interno del Cdm.

Il ministro del Lavoro s’è difeso in tv, parlando di “polemica ingiustificata e priva di fondamento”: “La norma è stata trasmessa nelle forme dovute al Consiglio dei ministri, illustrata in una conferenza stampa. Si tratta di una norma ispirata esclusivamente dal buon senso”. La riforma degli ammortizzatori sociali, invece, non arriverà prima di luglio. Mario Draghi – che pure aveva presentato l’estensione del divieto di licenziare ad agosto in conferenza stampa accanto a Orlando – difende la modifica finale: “L’intervento che abbiamo previsto – spiega a Bruxelles – è in linea con tutti gli altri Paesi Ue che hanno preso questa strada. È quella di garantire la cassa integrazione gratuita, anche dopo il 1º luglio, in cambio dell’impegno di non licenziare. Diversamente da ora, quindi, da luglio non c’è più un divieto assoluto di licenziare, perché un’azienda che non voglia chiedere la cassa può licenziare, ma c’è un forte incentivo a non farlo”.

I sindacati, che erano già scontenti per la sola proroga a fine agosto, ora sono decisamente irritati: “La partita non è chiusa”, dice il segretario della Cgil, Maurizio Landini.

In realtà, gli strascichi di questa vicenda sono ancora tutti da valutare. C’è un problema sul “metodo dei Cdm” di cui Il Fatto ha scritto nei giorni scorsi: si discute poco e niente, i ministri vedono i provvedimenti in maniera parziale, in genere non ci sono neanche i pre-consigli. All’irritazione di alcuni ministri (specie giallorosa), si aggiungono poi le fibrillazioni all’interno del Pd.

Enrico Letta sta tentando di portare avanti una svolta a sinistra del partito. Ha cominciato col ddl Zan e lo ius soli, ma poi è passato alle questioni economiche, arrivando a proporre di dare una dote di 10mila euro ai 18enni alzando le tasse di successione dei patrimoni oltre i 5 milioni di euro. Su questo, ha ricevuto il brusco, e pubblico, no di Draghi, che negli stessi giorni ha rigettato le richieste dei dem sui licenziamenti. Se in Italia non va benissimo, Letta cerca sponde europee: è andato a Bruxelles a incontrare Ursula von der Leyen e lunedì al pre-vertice del Pse. Un modo per cercare di fare asse sui migranti e portare avanti “da sinistra” la battaglia per rendere permanente il Next Generation Eu, su cui gioca di sponda col presidente dell’Europarlamento, David Sassoli.

Per ora, il partito tiene, ma l’impressione è che questa sorta di tregua abbia le ore contate. Dentro la corrente Base Riformista, la pattuglia degli ex renziani è su tutt’altra linea: la svolta a sinistra non piace e – per esempio – la tassa di successione viene vista come un’iniziativa da inquadrare semmai in una riforma più complessiva del fisco (la stessa cosa sostiene il premier, peraltro). Una battaglia interna che sarà influenzata dall’azione del governo: da vedere, ad esempio, come finirà con le modifiche al codice appalti del decreto Semplificazioni (la Lega vuole cancellarlo, il Nazareno no). Per ora, Draghi non ha tenuto particolarmente conto delle esigenze del partito tradizionalmente perno del sistema. Letta non riesce a imporre la sua agenda. Ma almeno per quel che riguarda la gestione dei dossier, un filo diretto con Palazzo Chigi ce l’ha, visto che il segretario generale di Palazzo Chigi, Roberto Garofoli, è uomo a lui vicino.

Ormai l’italia produce soprattutto lavori da fame

Ci sono oltre cinque milioni di lavoratori in Italia che guadagnano mediamente meno di 10 mila euro all’anno. Per rendere meglio l’idea, vivono con appena 830 euro lordi al mese. Per le statistiche sono occupati. Nella realtà sono poveri in cerca di impieghi con paghe più dignitose. Non solo: tra loro, quelli che si fermano attorno ai 5.600 euro annui di stipendio, sono ben 1,7 milioni. Pur lavorando, portano a casa quello che prenderebbero con un Reddito di cittadinanza pieno.

A giudicare dal report diffuso ieri dalla Fondazione Di Vittorio (Cgil), sembra che la galassia del lavoro povero abbia resistito alla grande alla pandemia. Oltre alle 900 mila persone che hanno perso il posto, o sono finite in cassa integrazione a zero ore, c’è un esercito di “sottoccupati” che ha continuato a lottare per uno stipendio appena superiore alla soglia di povertà relativa. Anzi, la situazione si è pure aggravata perché le chiusure intermittenti hanno accorciato le ultime due stagioni turistiche, riducendo così il numero di giornate per gli addetti della ristoranti e degli alberghi.

Se questa è la realtà del lavoro in Italia, ce n’è un’altra di segno opposto che anima gli allarmi degli imprenditori che anche quest’anno, con l’inizio della stagione estiva, hanno tirato fuori il pianto greco dei giovani non sarebbero disposti a rimboccarsi le maniche e lavorare come camerieri. Questo genere ormai letterario ha sempre notevole eco sulla grande stampa italiana e, manco a dirlo, in larghe fette dello spettro politico.

I dati ovviamente mostrano una realtà diversa. Il settore alberghiero e della ristorazione è il penultimo nella classifica delle retribuzioni – fa peggio solo l’agricoltura, altro comparto incline ad accusare i disoccupati di essere fannulloni – e ai primi posti per utilizzo di personale irregolare. Tra pizzerie e strutture ricettive è un florilegio di part time, a volte solo sulla carta: le imprese turistiche, dice il Rapporto sul mercato del lavoro 2020, occupano il 28,7% dell’organico con contratti a tempo parziale e, di questi, il 70% sono involontari. L’esatto contrario della narrazione confindustriale: i lavoratori che vogliono lavorare di più, sono le aziende che offrono loro opportunità solo per brevi periodi dell’anno o comunque per poche ore settimanali. Ed è questo il motivo principale per cui le ricerche di camerieri diventano problematiche.

Nel 2020, anno dello scoppio del Covid, il part time involontario ha raggiunto l’incidenza massima sul totale, arrivando al 64,5%: coinvolge 2,7 milioni di persone che si accontentano di galleggiare con “mezzo” stipendio in attesa di trovare di meglio. L’altro mito da sfatare è quello che vuole i giovani “allergici” alle mansioni manuali e a bassa qualifica. Anche qui, le realtà è nei numeri elaborati dalla Fondazione Di Vittorio: in Italia la percentuale di lavoratori che si concentra nei mestieri a basse qualifiche è del 34%, contro il 27,8% della media dell’Eurozona. Il tessuto produttivo italiano, insomma, crea sempre di più occupazione che non richiede un alto livello di specializzazione e anche questo contribuisce al fenomeno della sovra-istruzione: persone che accettano lavori non in linea con i propri titoli di studio. Mentre nell’Eurozona il 20,6% della forza lavoro è nelle professioni intellettuali e scientifiche, da noi la percentuale si ferma al 14,2%. Questa tendenza non è estranea allo scontro feroce sul blocco dei licenziamenti. In genere, infatti, i lavoretti part time e a basso valore aggiunto rappresentano – almeno per chi ci riesce – l’ultima spiaggia per chi è stato espulso dall’industria o comunque dalle imprese più grandi. Circostanza che si può verificare facilmente con i rider spesso improvvisati a 50 anni dopo una crisi aziendale.

Proprio nelle ultime ore il tentativo del ministro Andrea Orlando di aggiungere una mini-proroga al divieto è stata affossata dall’attacco incrociato della Confindustria e della Lega. Risultato: le aziende che hanno a disposizione la cassa integrazione ordinaria potranno licenziare a partire dal 1º luglio. Il risultato previsto sarà l’inizio di un’ecatombe occupazionale. Finora il regime emergenziale ha permesso di evitare 360 mila tagli, ai quali andrebbero sommati gli almeno 200 mila esuberi generati dalla crisi. In pratica, consentendo grosse ristrutturazioni si andrebbe inevitabilmente verso un massiccio aumento della disoccupazione, che da noi conta già 2,5 milioni di persone ed è un numero assolutamente sottostimato. E qui si torna al discorso sul part time involontario: una statistica più realistica dovrebbe contare anche i sottoccupati, considerando che anche loro sono in cerca di un posto migliore rispetto a quello che hanno, oltre a quella componente di inattivi “scoraggiati” e che quindi rappresenta una forza lavoro potenziale. Su questo ha spesso insistito negli ultimi anni la Banca centrale europea, facendo notare che questo eccesso di offerta di lavoro contribuisce alla mancata crescita dei salari. Uno scenario diametralmente opposto alla leggenda della carenza di manodopera del turismo.

Un disastro occupazionale dove pesa ancora di più l’assenza di un salario minimo. L’Italia è tra i pochi Paesi Ue a non averlo, ma il tema è talmente divisivo che Orlando lo ha tolto dal Piano di ripresa (Pnrr). Non lo vogliono i sindacati e la Confindustria, decisi a non voler cedere prerogative della contrattazione collettiva. Il Movimento 5 Stelle sta agendo su due fronti: quello europeo, con un sostegno alla direttiva presentata a ottobre dalla Commissione Ue, e che i pentastellati stanno provando a rendere più stringente; e quello italiano, con una proposta di legge dell’ex ministra Nunzia Catalfo che prevede una soglia minima di 9 euro per tutti, un meccanismo per misurare la rappresentatività sindacale e l’estensione a ogni lavoratore dei contratti nazionali certificati. Orlando ha scelto una via molto più prudente, rimuovendo per il momento il salario minimo dalle priorità, così da non far agitare le parti sociali con le quali sta trattando la riforma degli ammortizzatori sociali. Dovrebbe garantire la cassa integrazione per tutti, ma per il momento è ferma e non vedrà la luce prima di ottobre. Nel frattempo, come detto, i licenziamenti stanno per essere sbloccati, almeno per le imprese medi grandi. Nell’incertezza di quali saranno i tempi e gli effetti del Pnrr, in un Paese con una domanda di lavoro molto debole, i primi mesi saranno un “si salvi chi può”.

“Non toccate il taglio ai vitalizi. Ma fermate le doppie pensioni”

Comunque vada sarà un successo. Perché al Senato il ripristino dei vitalizi pare vicino: il taglio deciso nel 2018 per ragioni di equità sociale potrebbe essere spazzato via già nelle prossime ore, come se non fosse mai esistito. Con tanti saluti all’austerity, piccolo e momentaneo incubo per gli inquilini di Palazzo. E tanto per gradire continueranno indisturbati pure a maturare anche i contributi previdenziali sempre a spese della collettività. Un macroscopico privilegio che nessuno sembra intenzionato a rimuovere, come sostiene l’economista Tito Boeri che quando era a capo dell’Inps ce l’aveva messa tutta per far assomigliare i vitalizi alle pensioni attraverso l’applicazione del metodo contributivo. E soprattutto a imporre lo stop all’accredito dei contributi figurativi per il periodo di aspettativa non retribuita di cui godono i parlamentari durante lo svolgimento del mandato e che frutta loro un’altra pensione pagata dai contribuenti. E invece no: gli “eletti” si tengono stretti gli assegni vitalizi, preferibilmente senza tagli e pure i contributi figurativi. Un capolavoro.

E sì che nel 2018 si era partiti con il piede giusto. Ma poi come è andata?

Sui vitalizi abbiamo proposto alle Camere di dotarsi di un sistema di ricalcolo contributivo per valorizzare i versamenti effettivi e cioè uniformando le regole previdenziali che valgono per i comuni mortali anche ai parlamentari.

Eccellente…

Si chiama equità sociale. Noi dell’Inps ci eravamo offerti di fare anche i calcoli, ma poi i presidenti di Camera e Senato non ci hanno trasmesso le singole posizioni da adeguare al nuovo schema e hanno preferito procedere autonomamente.

Cosa ne è venuto fuori?

Mi pare che si sia operato in una maniera un po’ rozza, diciamo così. Forse allora si ritenne che fosse più importante dare un certo segnale all’esterno.

Che l’aria era cambiata per la casta?

Sì, c’è stato anche questo, anche se qualcuno potrebbe anche aver scommesso sul fatto che la delibera alla fine sarebbe stata bocciata. A ogni modo si ha l’impressione di un’operazione di facciata.

Cosa glielo fa credere?

Guardi la delibera sui tagli presenta alcune criticità che potevano essere evitate come per esempio la penalizzazione dei trattamenti in regime di reversibilità. Ma l’aspetto più significativo è un altro secondo me.

Quale?

Vede, una volta che si è deciso di assimilare i vitalizi alle pensioni non esiste più motivo per continuare ad accreditare gli oneri contributivi ai parlamentari che ne facciano richiesta. Invece niente: si è continuato e si continua a consentirlo pure adesso che il ministero del Lavoro, interpellato sulla vicenda del bonus Covid che avevano chiesto anche alcuni parlamentari, ha chiarito che non spetta agli eletti perché godono di un trattamento previdenziale, ossia il vitalizio. Ma allora perché possono pure farsi accreditare i contributi figurativi?

Già, perché?

Non lo chieda a me. Posso dire solo che è ben strano che nessuno apra bocca su questo tema. Nonostante l’esborso a carico dell’Inps e il rischio di possibili contestazioni, per esempio della Corte dei Conti.

Ma serve una legge per eliminare questo privilegio?

Macché. In autodichia basterebbe che i presidenti delle due Camere si rifiutassero di raccogliere le richieste degli eletti per evitare che maturino nei fatti una doppia pensione.

Ma la politica fa spallucce. In passato qualcuno ha pure sostenuto che privare i parlamentari in aspettativa della contribuzione figurativa sarebbe un’ingiustizia.

Ognuno può sostenere ciò che vuole. Ma…

Ma?

Ci sono centinaia di parlamentari o di ex parlamentari che versando appena il 9 per cento dei contributi ottengono che l’Inps versi per loro conto quasi il triplo, il 24 per cento. E che grazie a questo sistema sono andati o andranno in pensione per il lavoro da cui sono in aspettativa con pensioni più alte che paghiamo tutti noi. Questo mentre maturano anche il vitalizio.

Dicono che non sia un privilegio neppure questo. Qualcuno dice di rimetterci a stare in Parlamento a servire la Patria…

Rimetterci? Esiste più di uno studio, alcuni fatti anche dall’Inps che dimostrano che dopo la fine del mandato i parlamentari registrano un incremento dei loro redditi. In buona sostanza il seggio per loro è un ottimo biglietto da visita per il futuro, altro che rimetterci.

Parola di tecnici: non è urgente rifare la Bonafede

C’è un colpo di scena sul fronte giustizia e prescrizione. La commissione presieduta da Giorgio Lattanzi ha consegnato le sue proposte alla ministra Marta Cartabia in cui scrive, nero su bianco, che non c’è alcuna fretta di riformare la legge Bonafede che, dal 1º gennaio 2020 blocca la prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Roba da orticaria fredda per renziani, forzisti, almeno metà dei pidini e così via. Musica per le sole orecchie del M5S, ma respiro di sollievo un po’ per tutti quelli che non vogliono rischiare una crisi di governo, tanto è rognoso e divisivo il tema. Certo, stiamo parlando della proposta della Commissione tecnica e non del pacchetto di emendamenti alla riforma penale – l’unico che farà fede – che Cartabia potrebbe presentare già la prossima settimana.

Leggiamo a pag. 51 della relazione: anche se “l’intervento sulla disciplina della prescrizione sembrerebbe suggerito dalla ritenuta opportunità di intervenire senza indugio” sulla legge Bonafede per evitare “il paventato processo ‘senza fine’, la Commissione rileva, impregiudicata ogni valutazione politica che a essa non compete, che dal punto di vista tecnico non vi sono ragioni che rendono urgente anticipare la riforma della prescrizione: gli effetti della riforma si produrranno infatti a partire dal 1° gennaio 2025, per le contravvenzioni, e dal 1° giugno 2027, per i delitti”. Quindi, secondo la Commissione, la cosa migliore sarebbe che ci fosse “la delega legislativa” al governo anche in tema di prescrizione perché altrimenti, se si approva a stretto giro una nuova riforma, sarebbe subito applicabile. Invece, sarebbe opportuno che “una riforma della prescrizione si accompagni a una riforma del processo, diretta a incidere sulla durata del medesimo” dato che “la prescrizione del reato dipende dall’assetto normativo del processo penale”.

Alla commissione Lattanzi, comunque, la legge Bonafede non piace anche se riconosce che la previsione del blocco dopo la sentenza di primo grado “è stata animata dall’apprezzabile intento di evitare la prescrizione del reato nei giudizi di impugnazione (Appello, Cassazione, ndr) quando il processo penale è ormai a uno stadio avanzato e la sua interruzione” per prescrizione, “impedisce l’accertamento dei fatti e delle eventuali responsabilità”. Ma questo blocco “espone l’imputato al rischio di un processo di durata irragionevole nei giudizi di impugnazione; ancor più intollerabile nei confronti di chi sia stato assolto” in primo grado. Non va bene neppure il cosiddetto lodo Conte approvato dal governo precedente e ora in Parlamento, che prevede il blocco della prescrizione dopo il primo grado solo in caso di condanna. La Commissione ritiene il doppio binario un meccanismo troppo farraginoso ed ecco che avanza le sue proposte, già illustrate ai capigruppo della commissione Giustizia della Camera il 10 maggio scorso.

“Ipotesi A”: prescrizione sospesa per 2 anni in primo grado, per un anno in Appello e in Cassazione. Se i tempi non vengono rispettati la prescrizione riprende dall’inizio. “Ipotesi B”: interruzione “definitiva del corso della prescrizione con l’esercizio dell’azione penale” ma la “non procedibilità” se non vengono rispettati i tempi prestabiliti: 4 anni per il primo grado, 3 per l’Appello e 2 in Cassazione. Enrico Costa di Azione ribadisce la sua preferenza per “l’ipotesi A” che “manda in archivio lo stop targato M5S”. Vedremo se, invece, la ministra sulla prescrizione seguirà i consigli del suo maestro, in Corte costituzionale, Giorgio Lattanzi e sulla prescrizione chiederà la delega, guadagnando tempo, politicamente prezioso. Proprio stamattina Cartabia incontrerà una delegazione M5S per un confronto diretto prima di presentare il suo pacchetto giustizia. Punto sensibile, oltre a quello della prescrizione anche la riforma dell’Appello proposta dalla Commissione, con non pochi contrasti al suo interno e che non piace al M5S. Vorrebbe il divieto per il pm di appellare sia le sentenze di assoluzione che quelle di condanna. Invece, solo qualche paletto per le impugnazioni dell’imputato condannato. Il pm, però, in certi casi può rivolgersi alla Cassazione e se gli dà ragione, si torna all’Appello.