Ci sono oltre cinque milioni di lavoratori in Italia che guadagnano mediamente meno di 10 mila euro all’anno. Per rendere meglio l’idea, vivono con appena 830 euro lordi al mese. Per le statistiche sono occupati. Nella realtà sono poveri in cerca di impieghi con paghe più dignitose. Non solo: tra loro, quelli che si fermano attorno ai 5.600 euro annui di stipendio, sono ben 1,7 milioni. Pur lavorando, portano a casa quello che prenderebbero con un Reddito di cittadinanza pieno.
A giudicare dal report diffuso ieri dalla Fondazione Di Vittorio (Cgil), sembra che la galassia del lavoro povero abbia resistito alla grande alla pandemia. Oltre alle 900 mila persone che hanno perso il posto, o sono finite in cassa integrazione a zero ore, c’è un esercito di “sottoccupati” che ha continuato a lottare per uno stipendio appena superiore alla soglia di povertà relativa. Anzi, la situazione si è pure aggravata perché le chiusure intermittenti hanno accorciato le ultime due stagioni turistiche, riducendo così il numero di giornate per gli addetti della ristoranti e degli alberghi.
Se questa è la realtà del lavoro in Italia, ce n’è un’altra di segno opposto che anima gli allarmi degli imprenditori che anche quest’anno, con l’inizio della stagione estiva, hanno tirato fuori il pianto greco dei giovani non sarebbero disposti a rimboccarsi le maniche e lavorare come camerieri. Questo genere ormai letterario ha sempre notevole eco sulla grande stampa italiana e, manco a dirlo, in larghe fette dello spettro politico.
I dati ovviamente mostrano una realtà diversa. Il settore alberghiero e della ristorazione è il penultimo nella classifica delle retribuzioni – fa peggio solo l’agricoltura, altro comparto incline ad accusare i disoccupati di essere fannulloni – e ai primi posti per utilizzo di personale irregolare. Tra pizzerie e strutture ricettive è un florilegio di part time, a volte solo sulla carta: le imprese turistiche, dice il Rapporto sul mercato del lavoro 2020, occupano il 28,7% dell’organico con contratti a tempo parziale e, di questi, il 70% sono involontari. L’esatto contrario della narrazione confindustriale: i lavoratori che vogliono lavorare di più, sono le aziende che offrono loro opportunità solo per brevi periodi dell’anno o comunque per poche ore settimanali. Ed è questo il motivo principale per cui le ricerche di camerieri diventano problematiche.
Nel 2020, anno dello scoppio del Covid, il part time involontario ha raggiunto l’incidenza massima sul totale, arrivando al 64,5%: coinvolge 2,7 milioni di persone che si accontentano di galleggiare con “mezzo” stipendio in attesa di trovare di meglio. L’altro mito da sfatare è quello che vuole i giovani “allergici” alle mansioni manuali e a bassa qualifica. Anche qui, le realtà è nei numeri elaborati dalla Fondazione Di Vittorio: in Italia la percentuale di lavoratori che si concentra nei mestieri a basse qualifiche è del 34%, contro il 27,8% della media dell’Eurozona. Il tessuto produttivo italiano, insomma, crea sempre di più occupazione che non richiede un alto livello di specializzazione e anche questo contribuisce al fenomeno della sovra-istruzione: persone che accettano lavori non in linea con i propri titoli di studio. Mentre nell’Eurozona il 20,6% della forza lavoro è nelle professioni intellettuali e scientifiche, da noi la percentuale si ferma al 14,2%. Questa tendenza non è estranea allo scontro feroce sul blocco dei licenziamenti. In genere, infatti, i lavoretti part time e a basso valore aggiunto rappresentano – almeno per chi ci riesce – l’ultima spiaggia per chi è stato espulso dall’industria o comunque dalle imprese più grandi. Circostanza che si può verificare facilmente con i rider spesso improvvisati a 50 anni dopo una crisi aziendale.
Proprio nelle ultime ore il tentativo del ministro Andrea Orlando di aggiungere una mini-proroga al divieto è stata affossata dall’attacco incrociato della Confindustria e della Lega. Risultato: le aziende che hanno a disposizione la cassa integrazione ordinaria potranno licenziare a partire dal 1º luglio. Il risultato previsto sarà l’inizio di un’ecatombe occupazionale. Finora il regime emergenziale ha permesso di evitare 360 mila tagli, ai quali andrebbero sommati gli almeno 200 mila esuberi generati dalla crisi. In pratica, consentendo grosse ristrutturazioni si andrebbe inevitabilmente verso un massiccio aumento della disoccupazione, che da noi conta già 2,5 milioni di persone ed è un numero assolutamente sottostimato. E qui si torna al discorso sul part time involontario: una statistica più realistica dovrebbe contare anche i sottoccupati, considerando che anche loro sono in cerca di un posto migliore rispetto a quello che hanno, oltre a quella componente di inattivi “scoraggiati” e che quindi rappresenta una forza lavoro potenziale. Su questo ha spesso insistito negli ultimi anni la Banca centrale europea, facendo notare che questo eccesso di offerta di lavoro contribuisce alla mancata crescita dei salari. Uno scenario diametralmente opposto alla leggenda della carenza di manodopera del turismo.
Un disastro occupazionale dove pesa ancora di più l’assenza di un salario minimo. L’Italia è tra i pochi Paesi Ue a non averlo, ma il tema è talmente divisivo che Orlando lo ha tolto dal Piano di ripresa (Pnrr). Non lo vogliono i sindacati e la Confindustria, decisi a non voler cedere prerogative della contrattazione collettiva. Il Movimento 5 Stelle sta agendo su due fronti: quello europeo, con un sostegno alla direttiva presentata a ottobre dalla Commissione Ue, e che i pentastellati stanno provando a rendere più stringente; e quello italiano, con una proposta di legge dell’ex ministra Nunzia Catalfo che prevede una soglia minima di 9 euro per tutti, un meccanismo per misurare la rappresentatività sindacale e l’estensione a ogni lavoratore dei contratti nazionali certificati. Orlando ha scelto una via molto più prudente, rimuovendo per il momento il salario minimo dalle priorità, così da non far agitare le parti sociali con le quali sta trattando la riforma degli ammortizzatori sociali. Dovrebbe garantire la cassa integrazione per tutti, ma per il momento è ferma e non vedrà la luce prima di ottobre. Nel frattempo, come detto, i licenziamenti stanno per essere sbloccati, almeno per le imprese medi grandi. Nell’incertezza di quali saranno i tempi e gli effetti del Pnrr, in un Paese con una domanda di lavoro molto debole, i primi mesi saranno un “si salvi chi può”.