L’allarme del Colle sul “green”: “Niente offese al paesaggio”

“Gli insulti al paesaggio e alla natura, oltre a rappresentare un affronto all’intelligenza, sono un attacco alla nostra identità”. Nella settimana che anticipa i festeggiamenti per i 75 anni della Repubblica, il capo dello Stato Sergio Mattarella scrive una lettera a Vanity Fair (in edicola da oggi) per ricordare la centralità della cultura nel nostro sviluppo. Una sottolineatura che, visto il momento storico, assume un significato tutto politico, perché da giorni il governo è spaccato proprio sulla tutela paesaggistica: da una parte il ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, che vuole svuotare i poteri delle Soprintendenze per facilitare l’installazione di pale eoliche e pannelli senza badare troppo all’interesse artistico dei luoghi; dall’altra il ministro della Cultura Dario Franceschini che non ci sta a sacrificare i controlli in nome dell’energia pulita.

La parole di Mattarella sembrano allora indicare una strada: non c’è transizione ecologica senza rispetto per la nostra ricchezza culturale e paesaggistica. Il principio, scrive il presidente della Repubblica, ha le sue radici nella nostra Costituzione: “Quante volte abbiamo ascoltato il vocabolo ‘bellezza’ associato a ‘Italia’? Per dare profondità a questo straordinario abbinamento di parole occorre fare ricorso al senso che i nostri Padri Costituenti seppero dare a una terza parola: cultura. Accanto alla cultura c’è il valore della ricerca, del paesaggio, del patrimonio storico e artistico, tutti beni da promuovere e tutelare”.

Il riferimento più evidente è quello all’articolo 9 della Carta, quello, appunto, che protegge i beni artistici e paesaggistici, da interpretare però con gli occhi del presente, leggendo la Costituzione “non come libro inerte bensì come documento vitale e fertile capace di proporre un’etica pubblica”. Questo, insomma, deve essere il faro per impostare anche il più grande progetto per le prossime generazioni, ovvero il Pnrr.

Una risposta indiretta alle polemiche tra ministeri, divisi da una diversa concezione dello sviluppo e delle sue priorità. Un ridimensionamento del ruolo delle Soprintendenze, secondo le bozze del dl Semplificazioni, consentirebbe la costruzione degli impianti green – piuttosto invasivi dal punto di vista estetico – in tutte le aree che non siano già indicate come protette, comprese quelle confinanti con i luoghi tutelati. Il tutto impedendo alle strutture del Mibact le consuete valutazioni archeologiche preventive sui siti. Nel mezzo di questo dibattito non è casuale allora la domanda che Mattarella pone nella lettera: “La cultura ha un ruolo nella ripresa del Paese?”. La risposta, indica il capo dello Stato, sarà positiva in caso “la cittadinanza attiva” riuscirà a instaurare una cooperazione proficua con le istituzioni pubbliche, nella convinzione che il nostro immenso patrimonio culturale sia “costitutivo della stessa identità italiana e merita di essere vissuto con piena consapevolezza del suo valore storico, estetico, economico”.

Economico, appunto, dunque anche energetico. Un concetto rafforzato dalle parole pronunciate da Carlo Azeglio Ciampi nel 2003 e oggi richiamate da Mattarella: “La stessa economia si deve ispirare alla cultura. La promozione della sua conoscenza, la tutela del patrimonio artistico non sono dunque attività fra le altre per la Repubblica, ma una delle sue missioni più proprie, pubblica e inalienabile per dettato costituzionale e per volontà di una identità millenaria”. Segno che nessuno snellimento burocratico può significare contraddire una parte della nostra storia.

Vi serve un disegnino?

C’è chi le cose le intuisce subito, chi dopo un po’ e chi mai. Eppure non era difficile capire perché Conte non doveva gestire i soldi del Recovery Fund che lui stesso (non la Von der Leyen o la Merkel, come raccontava l’altroieri a Ottoemezzo quel furbacchione di Bernabè, insieme a varie balle sui vaccini) aveva portato a casa il 21 luglio: perché il suo governo non obbediva a Confindustria e agli altri padroni del vapore, tutti puntualmente tornati a trafficare dopo la sua caduta, ben nascosti dietro il supercurriculum di SuperMario. Il bello è che molti continuano a non capirlo neppure ora che i Migliori hanno gettato la maschera. Non basta nemmeno che si parli di Paolo Scaroni – che nel ’96 patteggiò 16 mesi per le tangenti Techint al Psi in cambio di appalti Enel – alle Fs al posto dell’incensurato Battisti. Né che sia sufficiente un titolo del Sole 24 Ore contro il ministro Orlando – accusato di “inganno” per la proroga del blocco dei licenziamenti, annunciata in conferenza stampa con Draghi – per indurre il governo all’immediata retromarcia al fine di non contrariare troppo il padrone delle ferriere Carlo Bonomi, che si crede pure il padrone del governo e in effetti lo è.

Questo curioso esemplare di imprenditore senza impresa (non ne ha neppure una) si permette di accusare di “imboscata” il ministro del Lavoro senza che nessuno – tipo il premier – lo rimetta al posto suo. Silenzio di tomba, a parte la solidarietà a Orlando da un frammento del suo partito e da Patuanelli e le proteste dei tre leader sindacali (bentornati sulla terraferma: due mesi fa erano tutti a cena chez Brunetta, ora è arrivato il dessert). Cosa deve ancora accadere perché i giallorosa prendano atto di far parte non di un governo di unità nazionale, ma di centrodestra, dove comanda la minoranza Lega-Forza Italia Viva e la maggioranza M5S-Pd-Leu si limita a metterci i voti? Oggi, se tutto va bene, la Commissione di Indecenza del Senato, che ha già restituito il vitalizio ai ladri, lo ridarà anche agli ex senatori, per ribadire la prima legge della Restaurazione: la legge è uguale per gli altri. Nel 1993, per 4 autorizzazioni a procedere su 5 contro Craxi negate dalla Camera al pool di Milano, il Pds ritirò i suoi ministri dal neonato governo Ciampi. Non perché il voto della Camera fosse colpa del governo, ma perché Occhetto e persino Rutelli ritennero che allearsi con partiti che calpestavano il principio di eguaglianza fosse complicità. Ci pensino, 5Stelle, Pd e Leu, se oggi i loro alleati forzaleghisti compieranno l’ennesimo scempio sui vitalizi. Nel ’93 il governo Ciampi stava in piedi anche senza il Pds, mentre il governo Draghi senza i giallorosa va a casa: quando si ricorderanno di essere la maggioranza, sarà sempre troppo tardi.

Maserati o Rolls Royce? I dubbi del povero Lenin

Croce. Nei Quaderni di Gramsci, Lenin è citato 32 volte, Benedetto Croce 347.

1989. Alle elezioni europee del 1989, le ultime in cui corre con il proprio nome e simbolo, il Pci raccoglie oltre nove milioni e mezzo di voti, più del 27% degli elettori, e ha ancora un milione e quattrocentomila iscritti. Per fare un confronto, il Partito comunista francese non andrà mai oltre i trecentomila iscritti.

Ascensori. A Botteghe Oscure c’era un ascensore riservato ai dirigenti e uno per tutti gli altri.

Lenin. “Una figura minuta e tarchiata dalla grossa testa calva e rotonda piantata tra le spalle, gli occhi piccoli, il naso camuso, la bocca larga e generosa, le gote cascanti. Cominciava già a spuntargli quella barba caratteristica nel suo futuro. Indossava un abito consunto, con i calzoni troppo lunghi per lui. Figura di nessun rilievo apparente, che doveva essere l’idolo della folla, amato e rispettato, come forse pochi capi lo sono stati nella storia. Strano capo popolare, solo per virtù dell’intelletto (senza colorita apparenza, senza allegria, inflessibile, staccato, senza pittoresche insofferenze), ma con il potere di chiarire in termini semplici idee profonde, e di analizzare una concreta situazione, unendo all’astuzia la più grande audacia intellettuale” (ritratto di Lenin del giornalista americano John Reed, autore nel 1919 del libro sulla rivoluzione russa I dieci giorni che sconvolsero il mondo, diventato un classico).

Auto. Lenin nel 1922 si fece comprare la Silver Gnost della Rolls Royce. Tra le cinquanta automobili di Brežnev: una Cadillac Eldorado regalata da Nixon, una gigantesca Lincoln Continental, molte Mercedes. Diceva che la sua macchina più bella era una Maserati 107 a quattro porte, dono dei comunisti italiani.

Capriccioso. “È troppo rude, capriccioso, sleale” (Lenin a proposito di Stalin, dalla lettera del gennaio 1923 inviata al comitato centrale del Partito comunista).

Prete. La madre di Stalin, Ekaterina, mai rassegnata all’idea che il figlio non si fosse fatto prete.

Ercoli. Palmiro Togliatti sbarca a Napoli da un mercantile inglese il 27 marzo 1944, barba lunga e maglione da marinaio. Va subito in via Medina, alla federazione del partito. Maurizio Valenzi, che sarà sindaco di Napoli negli anni Settanta: “È pallido e smagrito, più vecchio e stanco dei suoi 51 anni. Ha gli occhiali, con un’antiquata montatura di metallo. In mano una pipa di radica. Una giacca marrone di tweed sopra un pullover a girocollo grigio gli dà un’aria trasandata e un po’ straniera. L’avessi incontrato sul lungomare di Napoli alla marina di Tunisi l’avrei ottimisticamente scambiato per un ufficiale britannico in borghese in attesa di fortuna”. Per un mese intero indossò lo stesso vestito, finché il pittore Paolo Ricci non convinse un compagno sarto a confezionargliene uno nuovo in cambio di un quadro. Togliatti poté così indossare anche un doppiopetto di lana blu scuro.

Filastrocca. Filastrocca che circolava tra i corridoi di Botteghe Oscure dopo l’incontro tra Togliatti e la Iotti: “Togliatti ha offerto in dono/ all’amante il partito./ Egli è tre volte buono/ oppure rimbambito”.

Anni. La volta che il giornalista del New York Times Robert Doty, non avendo ricevuto risposte da Berlinguer, chiese: “Mi dica almeno quanti anni ha”. E Berlinguer: “Credo che se lei si rivolge all’ufficio stampa del mio partito potrà ottenere l’informazione che le interessa”.

Notizie tratte da: Mario Pendinelli e Marcello Sorgi, “Quando c’erano i comunisti”, Marsilio, 240 pagine, 17,10 euro

 

Woolf, Ferlinghetti, Balzac: autori travestiti da editori per soldi, libertà e visibilità

Il 25 gennaio 1915, nei suoi diari ancora inediti, Virginia Woolf seduta col marito al Buszard’s Tea Rooms in Oxford Street per festeggiare il suo trentatreesimo compleanno, annota: “Abbiamo fatto tre propositi, confermare l’acquisto della nuova casa – Hogarth House; acquistare una macchina per stampare libri; prendere un cane per noi”. Di lì a due anni, dalla neonata Hogarth Press esce Two stories (racconti di Virginia e di Leonard) e nel ’18 Prelude di Katherine Mansfield.

Come racconta Ambrogio Borsani in Autori in cerca di autori. Quando artisti, architetti e scrittori diventano editori (Editrice Bibliografica), Leonard fonda la casa editrice da un lato per curare la depressione della moglie, distogliendola dall’idea del suicidio e “forse aveva trattenuto quel gesto per 24 anni”, ma soprattutto perché la coppia è il centro di un gruppo di intellettuali, il Bloomsbury Group, che cerca un editore disposto a sposare il loro rinnovamento del romanzo nel 900. In trent’anni di attività, la casa editrice che ha rifiutato l’Ulisse di Joyce pubblica Auden, Isherwood, Bunin, Sackville-West, Freud, Rilke Svevo, e ovviamente i maggiori libri di Virginia. Proprio come Balzac che, lui perché inseguito dai debitori, iniziò a pubblicarsi nella sua imprimerie.

Accanto a loro, Borsani ci narra l’avventura editoriale e umana di Ferlinghetti nella San Francisco Anni 50. Appena sposatosi con la sua Kirby, scrive per il San Francisco Chronicle, dipinge, insegna, compone versi, traduce poeti francesi e italiani (la sua ossessione è Jacques Prévert), ma fatica a imporsi. Un giorno, sfoglia per caso la rivista City Lights di Peter Martin. Gli piace e scrive al direttore. Da quell’incontro, con soli 1.000 dollari nasce City Lights Book – editore, libreria e locale underground aperto tutta notte – che intercetta un febbrile stato della cultura americana: la Beat Generation, che proprio da quel covo al 251 di Columbus Street rivoluziona la poesia mondiale con Ginsberg & C. Di Ginsberg, Ferlighetti nel ’56 pubblica il capolavoro The Howl.

Non solo scrittori, però. Anche artisti quali Gio Ponti (con Edizioni di Via Letizia), Ettore Sottsass e la moglie Fernanda Pivano (con East 128), e ancora il pittore Francesco Clemente e il designer William Morris fondarono un marchio editoriale. Dai ritratti di Borsani, oltre agli spaccati di storia privata di 800 e 900, una linea comune si erge: la tenacia e la visionarietà di voci che, non riconoscendosi in un sistema culturale omologato, hanno lottato per la propria identità. Una lezione mai démodé.

Marianne, mon amour: la musa segreta di Cohen

Marianne Ihlen morì nell’estate del 2016. Pochi mesi prima che si spegnesse, Leonard Cohen (1934-2016) riuscì a farle avere una lettera, in cui le scriveva che l’avrebbe raggiunta presto: Goodbye old friend. Endless love, see you down the road (“Addio mia vecchia amica. Infinito amore, ci vediamo in fondo alla strada”). Il 7 novembre se ne andò anche il grande cantautore, narratore e poeta canadese. Raggiunse così down the road Marianne, la donna norvegese con la quale aveva vissuto negli anni Sessanta una intensa storia d’amore, cominciata sull’isola greca di Hydra, dove fiorì una comunità di artisti e intellettuali cosmopoliti. Durò circa sette anni, lui la cantò in poesie e in canzoni. Marianne disse in seguito di avere sognato Leonard per quarant’anni dopo la fine del rapporto.

Il legame fra Leonard e Marianne è al centro del romanzo Un amore a Hydra (Scritturapura) della scrittrice Tamar Hodes. Nata in Israele da genitori sudafricani, da bambina (è del 1961) abitò a Hydra con suo padre e sua madre, che facevano parte di quel gruppo di bohémien. Tutto finì con il colpo di Stato dei militari fascisti greci del 1967, che frantumò la democrazia. La comunità si dovette sciogliere e tutti decisero di partire. Il papà di Tamara ebbe allora dal cantautore il diario che aveva tenuto in quegli anni, in cui raccontava di Marianne e di Hydra.

Per diverso tempo la Hodes pensò a scrivere un libro su quel periodo. “Ma è stato solo quando mio padre, prima di morire, mi ha dato il diario di Leonard”, ha spiegato, “e quando anche Marianne e Leonard sono morti a soli quattro mesi l’una dall’altro, nel 2016, che ho deciso di farlo”. Ne è nata una narrazione agile e fresca, nostalgica, che restituisce la voglia di libertà e di peace and love che caratterizzò una generazione di giovani, come Leonard e Marianne, che presto sarebbe scesa nelle piazze degli Stati Uniti e dell’Europa, battendosi nelle manifestazioni contro la guerra in Vietnam e nelle occupazioni delle Università.

Un amore a Hydra esce grazie a Scritturapura, una coraggiosa realtà editoriale di Asti che propone soprattutto opere straniere di qualità. Come La madonna col cappotto di pelliccia del turco Sabahattin Ali (1907-1948). Si tratta di un romanzo d’amore molto bello, che è stato riscoperto dalle ragazze e dai ragazzi di Gezi Park, a Istanbul: i giovani ribelli che, nel 2013, diedero vita a vibranti proteste per la costruzione di un centro commerciale nel parco di piazza Taksim.

La storia si è arresa. Giro d’Italia. Ora decidono gli sponsor

Metti una tappa del Giro flagellata dalla pioggia. Dal freddo delle alte quote. Dalla neve che copre i passi (ma non le strade) delle Dolomiti, storici appuntamenti della corsa rosa. Poi, aggiungi che la diretta Rai via elicottero non è garantita per via delle nuvole basse, e che la torre di controllo vieta di decollare agli aerei “ponte” delle trasmissioni. Dulcis in fundo, le incredibili difficoltà di connessione tra le moto al seguito dei corridori e la centrale operativa. Perciò decidi che tanto vale tagliare la tappa, eliminare i rischi e le polemiche. Errore. Le polemiche sono fioccate, assai più della neve. Vincenzo Nibali che vinse nel 2013 il suo primo Giro nonostante il freddo, la neve, il ghiaccio, avrebbe affrontato l’incognita del maltempo. Alberto Bettiol, vincitore del Giro delle Fiandre due anni fa, ha scritto sui social che in tanti nel gruppo volevano correre lo stesso. Hugh John Carthy, terzo in classifica, pensa che in questo modo la corsa sia già finita, e che Egan Bernal l’abbia vinta grazie alla paura degli organizzatori. E alle pressioni di quelle squadre che temevano incidenti e cadute. I corridori sono un patrimonio.

Così Mauro Vegni, il direttore del Giro, ha preso la mappa e l’ha sforbiciata, togliendo 69 chilometri ai 212 previsti da Sacile a Cortina d’Ampezzo, soprattutto addomesticando i dislivelli, ridotti da 5700 metri a 2700. Mica male. Un regalone per la maglia rosa che ha vinto facilmente a Cortina. E per la potente Ineos Grenadier, il Manchester City delle due ruote, ex Team Sky, lo squadrone britannico che in dieci anni di dominio (e di sospetti) ha pappato sette Tour de France, due Vuelta, due classiche monumento e si sta portando via il terzo Giro.

A tanti la cautela di Vegni e della Rcs Sport è parsa esagerata e generosa. Dai passi sono arrivati filmati via Twitter, e pure dai telefonini degli appassionati che stavano ai bordi della strada: bersagliati dal freddo, ma percorribili. Dalla Rai, invece, sono arrivate le immagini fisse del traguardo di Cortina d’Ampezzo, più qualche spezzone di corsa, il che ha trasformato la corsa in qualcosa di surreale, per il rammarico degli sponsor e soprattutto dei teleutenti. Pareva d’essere tornati ai tempi di Coppi e Bartali, delle prime complicate telecronache.

Dunque l’estenuante tappone dolomitico si è trasformato in tappina, smosciando ogni attesa. C’è da dire che sinora i rivali di Bernal non hanno dimostrato d’essere in grado, se non di batterlo, almeno di contrastarlo. La classifica è un baratro di distacchi. Il giovane vincitore del Tour di due anni fa vuol dimostrare al mondo che la sua non è stata gloria effimera. Che oggi è più forte di allora. Che è lui il numero uno delle grandi corse a tappe. Si è sbarazzato con poche decise pedalate degli avversari, sulla lunga salita al passo Giau, nuova Cima Coppi di quest’anno (2233 metri). Ma senza mortificarli. Li ha sfiancati un poco alla volta. Non c’è dubbio che la salita al passo Giau sia stata difficile e selettiva, ma senza Pordoi e Fedaia era un’altra cosa. Dal Giau a Cortina c’era solo discesa, diciassette chilometri e mezzo. Chi aveva gambe ha limitato i danni, come Romain Bardet e l’ottimo Damiano Caruso, oggi secondo in classifica, che sono arrivati staccati di onorevoli 27 secondi. È pur vero che spesso le corse si vincono anche in discesa, se non ci si arrende in salita. Ma con un Bernal così imperioso sulle pendenze, ci sono solo sentenze. E tuttavia, il successo di Bernal passerà in secondo piano. Colpa della fatidica data. Già. Il 24 maggio del 1915 l’Italia entrava in guerra e il Piave mormorava. Avremmo vinto, sfidando gli inverni più gelidi del secolo, la neve sul fronte delle Alpi, pioggia e fango nelle trincee. Il 24 maggio di 106 anni dopo, il Giro passava lo stesso Piave, perdendo invece la guerra del clima. Arrendendosi alle “avverse condizioni meteorologiche”. Cancellato il mitico Pordoi, dove Fausto Coppi transitò cinque volte in splendida solitudine, perché al passo il termometro segnava cinque gradi. Via il perfido Fedaia, un grado più freddo, dove si sono decisi un sacco di Giri. Altro che “momento della verità”. A rileggere le enfatiche presentazioni, sembra di scorrere i bugiardini delle medicine…

Che avrebbe fatto freddo e piovuto a catinelle lo sapevamo da almeno una settimana. Che a duemila metri di quota ci sarebbe stata tanta neve, pure questo era noto e ben documentato. Il maltempo è sempre stato il sale di ogni grande corsa a tappe ed è il brand del Giro, il suo biglietto da visita. Suggellato dalle drammatiche immagini del monte Bondone, quando l’8 giugno 1956 si abbatté sugli ultimi chilometri dell’ascesa una bufera di neve e ci furono cinque gradi sotto zero. Ogni anno c’è stato qualche spruzzo di neve e i corridori hanno sofferto il freddo, ma oggi, rispetto a una volta, l’abbigliamento sportivo protegge molto bene, utilizza materiali sofisticati e allo stesso tempo, leggeri. La mantellina che lo ha protetto sul Giau e in discesa, Bernal se l’è sfilata a duecento metri dall’arrivo, se l’è avvolta e infilata dietro la schiena. Per tagliare il traguardo a braccia aperte, esibendo la maglia rosa e la sua lampante superiorità.

“In Bielorussia il vero terrorista ha un nome: si chiama Lukashenko”

Il dirottamento dell’aereo di linea Ryanair, partito da Atene per Vilnius e costretto ad atterrare a Minsk, così da permettere al Kgb l’arresto del giornalista dissidente Roman Protasevich, “è un atto senza precedenti, che conferma che chi oggi governa la Bielorussia è un terrorista internazionale”.

A dirlo con rabbia al telefono è Pavel Latushko, ex ambasciatore ed ex ministro della Cultura nel governo del presidente bielorusso fino al 2012, scappato a Varsavia prima di essere a sua volta incarcerato

Signor Latushko, cosa è successo esattamente nei cieli di Minsk?

Lukashenko ha usato l’aviazione militare nazionale per i suoi scopi e ha dato il comando per far levare il Mig che ha minacciato l’abbattimento, in caso di mancato atterraggio sul suolo bielorusso, al velivolo civile, con a bordo cittadini di altri governi. Lukashenko è un terrorista.

Lei lo conosce personalmente.

Sono rimasto faccia a faccia da solo con lui più volte: è un fanatico, un malato di potere alla guida di un Paese intero nell’Europa del XXI secolo. Dice cose che una persona psicologicamente sana non potrebbe pronunciare mai, come: “anche dopo la mia morte, il potere rimarrà tra le mie mani”. Ha appena emesso un documento su come gestire la nazione dopo il suo decesso.

Il dirottamento aereo è stato organizzato per arrestare Protasevich, redattore del canale indipendente Nexta, adesso accusato dalle autorità di terrorismo.

Il giornalista è in una lista di terroristi in cui siamo tutti. La punizione è la fucilazione. Gli oppositori vanno liquidati fisicamente o come abbiamo visto domenica, fermati ad ogni costo: è quello che ha detto il Kgb. Nella lista ci sono anche io, che dovrei essere rapito qui in Polonia, messo nel bagagliaio per finire davanti a un giudice a Minsk. Parliamo di un Paese dove ci sono centinaia di prigionieri politici in carcere, migliaia di persone hanno condanne penali per aver partecipato alle marce, nessuna indagine è stata aperta, nemmeno per l’omicidio di un dimostrante nella scorsa estate. Non ci sono colpevoli. I prigionieri politici portano un segno giallo, come gli ebrei sotto il regime nazista. È appena morto in cella Vitold Ashurak, leader dell’opposizione, e l’ultimo giornale indipendente, Tyt.by, è stato chiuso. Nessun reporter straniero ha permesso di lavorare sul territorio. Il più grande fattore di sostegno dell’apparato al presidente è la paura.

Lei fa parte del Consiglio di coordinamento dell’opposizione assieme a Svetlana Tikhanovskaya: ha chiesto all’Unione di fermare il traffico aereo sulla Bielorussia finché non sarà condotta un’indagine, che siano emesse sanzioni e che Lukashenko sia riconosciuto come terrorista.

Questo è un test per l’Unione: se l’Europa vuole essere ciò che dice di essere, deve dimostrarlo ora. In particolare il governo italiano ci stupisce, tra tutti mantiene la posizione più morbida. Voi ci chiedete cosa succede in Bielorussia, ma noi ci chiediamo cosa succede in Europa, che non ha fatto niente realmente: ha stilato liste per vietare l’ingresso agli uomini di Lukashenko, ma sapete chi è il primo a vietare ai suoi uomini di andare in Europa? Proprio Lukashenko, che di questo tipo di misure restrittive ride, come di un morso di zanzara. Noi bielorussi abbiamo storia e tradizioni comuni all’Europa, di cui facciamo parte da secoli. Siamo amici della Russia, con cui condividiamo enormi volumi di scambi economici. Il generale Charles de Gaulle parlava di un’Europa estesa da Lisbona agli Urali, il mio sogno è che arrivi fino a Vladivostock.

A proposito, quale ruolo può giocare la Federazione russa nell’emergenza in corso?

La Russia non minaccia l’indipendenza bielorussa, lo fa Lukashenko. Ho paura che l’Europa voglia giustificare la sua inazione con lo spauracchio della Russia. L’Unione ha paura della reazione di Putin, ma vi preoccupate più della relazione con il presidente russo o della vita delle persone? Io non sono certo un idealista: sono un diplomatico, ma parliamo di persone ammazzate di botte, private di cibo, sonno e contatti con il mondo esterno, torturate giorno e notte in carcere.

È per questo che lei ha supportato le proteste la scorsa estate abbandonando il regime di Lukashenko?

Mi sono trovato a un bivio: dovevo servire un dittatore o la mia coscienza. Ho scelto la coscienza.

 

Tra i due Franco, la Spagna libera ha scelto Battiato

Per la Spagna sono esistiti due Battiato. E due Franco. Ora che Franco Battiato non c’è più in diversi angoli del paese in molti hanno fatto una sintesi: “Viva Franco… Battiato!”, aggiungendo il cognome del cantautore italiano ai graffiti inneggianti al Franco cattivo, il dittatore. Era il 1982 – ricorda Marco Tardelli – quando prima di ogni partita del Mondiale di Spagna gli italiani si caricavano ascoltando “Cuccurucucù Paloma”. Allora, l’altro Franco, quello “malo” era morto da 7 anni, dopo 36 di regime; la flebile voce della democrazia era da poco stata messa alla prova da un golpe militare e la Spagna ascoltava musica liberamente e ballava.

Nella capitale, a Malasaña, il quartiere della movida che segna la rinascita dal nero della dittatura, i giovani si lasciano trascinare dalle canzone dei cugini liberi. Dall’Italia arrivano Raffaella Carrà, i Ricchi e Poveri, Angelo Branduardi e Franco Battiato. Cerco un centro di gravità permanente fa muovere parecchio. “Alzi la mano chi negli anni 80 non si sia buttato in un ballo con Franco Battiato”, ricordava la rivista culturale Jot Down in un’intervista al “dandi italiano (ascot al collo, giacca di velluto, occhiali di plastica e scarpe da ginnastica) in realtà, un tipo classificabile”. A Eurovision, dell’1984, Battiato rappresenta l’Italia con I treni di Tozeur in duetto con Alice e la Spagna gli concede il massimo punteggio. Lui è cosciente di piacere. Nell’87, dopo gli album in castigliano Ecos de Danzas Sufíe Nomadas, si concede un’intera raccolta: Battiato en español.

Non è solo il suo ritmo a incantare gli spagnoli. L’eleganza, la ricercatezza dei versi e la “poliedricità” (musicista, compositore, letterato, cineasta, mistico, intellettuale, vegetariano, agitatore di coscienze e finanche politico se pur per breve tempo, lo definiscono i media iberici) “italiane”, novello Leonardo, affascinano gli spagnoli impegnati, anche quando le discoteche della movida lasciano spazio ai bar in cui il ritmo non è necessario. Sono gli anni ’90, il Paese va ricostruito, immaginato: i cantautori spagnoli passano dai teatri alle piazze. Il Franco cattivo è lontano, la Spagna ha bisogno di sentirsi al pari dei vicini. È entrata in Europa dall’86, il socialismo è al governo dall’anno di Cuccurucuccù Paloma: Felipe Gonzalez guida il Paese nel ritorno al futuro. L’Italia è sempre più vicina, ma la Spagna ha i suoi miti. I giovani ballano con tutt’altra musica. Nel ‘96 il Paese si vota a destra: José Maria Aznar va al governo. Sembra finita per l’intellighenzia, il pensiero, la riflessione. Sembra. Franco, sempre quello buono, resiste. Nel ‘97 è ospite alla tv galiziana a cantare La cura. Poi gli anni Duemila e il nuovo corso. Nel 2003, al governo sta per tornare il socialismo di José Luis Zapatero, nei bar ancora si può fumare e nelle discoteche arriva la musica elettronica del trio italiano Prezioso&Marvin, con Voglio vederti danzare: il successo di Battiato diventa “hit”. A ballare quel “ritmo italiano” è una nuova generazione, quella che non ha mai conosciuto il Franco dittatore, appena adolescente, figlia del boom economico e della libertà scontata, ma soprattutto quella proiettata verso un nuovo Millennio. “Volevano vedere ballare il mondo”, come diceva la canzone. Anni dopo quella stessa generazione – che in Spagna ora piange Franco Battiato, come la sindaca di Barcellona Ada Colau che al “maestro” ha dedicato appena scomparso un post su Instagram e “amore infinito” – seppe che la voce sconosciuta era quella del “mistico siciliano”. “Senza averne il minimo sospetto – scrive nel suo ricordo il giornalista del Nacional Pep Antoni Roig – Battiato divenne parte della colonna sonora della nascita di quella nuova generazione che scoprì che quell’italiano dal naso prominente e aria da professore di letteratura in pensione, con i suoi gilet eleganti degni di un contabile di una fabbrica tessile” aveva scritto ben altre canzoni. “Finché un giorno, all’improvviso su un muro di Spagna cominciammo a vedere che qualcuno aveva aggiunto la scritta ‘Battiato’ sotto a quella ‘Viva Franco’”. In mezzo c’è la tournée del 2017: da Malaga a Madrid, strizzando l’occhio alla movida e alla libertà degli anni 80.

Le sorelle Pilliu,lo stato siamo noi

Non tutte le storie hanno un lieto fine, signori (…). Maria Rosa e Savina Pilliu pagheranno con i loro risparmi le tasse al posto del costruttore Pietro Lo Sicco. Andranno in banca a fare il loro bollettino F24 da sole, come in fondo tante volte sono andate da sole in procura, in prefettura, al Tar e in comune negli ultimi trent’anni.

Certo, stavolta le sorelle cominciano a sentire gli acciacchi degli anni e delle troppe battaglie non sempre vittoriose. Certo, Maria Rosa è malata e Savina deve portarla con sé non avendo nessuno a cui lasciarla. Certo, sono sempre più sole e la vita si farà più dura in futuro. Come tante volte facciamo noi giornalisti, scrittori o documentaristi potremmo riprendere il nostro cammino, Marco Lillo verso un’altra inchiesta e Pif verso un’altra puntata del Testimone. Il nostro dovere di narratori lo abbiamo fatto. Ma gli autori di questo libro non la pensano così. A noi piace di più la “solidarietà attiva” rispetto a quella passiva. Anche perché la morale nelle storie conta. Come riassumereste in poche immagini questa storia?

Alla fine la scena madre, quella con la sliding door che decide tutto, è la prima. C’è il costruttore nel cantiere davanti alle casette delle sorelle. Tutti hanno trent’anni di meno. Lui ha il giubbotto di pelle e l’aria sparviera quando dice alle sorelle: “Sloggiate di qui ché devo costruire il mio palazzo”. Cosa dovevano fare le sorelle Pilliu? Cedere come hanno fatto tanti? Il costruttore avrebbe apprezzato il gesto di “rispetto” e il film sarebbe cambiato. Magari, come il professor La Manna (…) che ha tenuto il punto per un po’ ma poi ha ceduto, avrebbero spuntato un buon prezzo. Magari avrebbero avuto un appartamento in permuta, con l’atto registrato e dunque valido. Invece le sorelle Pilliu non hanno ceduto. Sono andate in procura dal giudice Paolo Borsellino. Dopo averlo sentito parlare alla Biblioteca comunale, forse hanno tenuto duro seguendo anche le sue parole. Rileggiamo quello che il giudice disse negli ultimi giorni della sua vita, quando “perdeva” ore ad ascoltare la storia di Savina e Maria Rosa: “La lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. Ecco perché questa storia non può finire così. Non ce lo possiamo permettere.

Gli scrittori di favole sanno bene che non sempre è necessario il lieto fine. Però la morale della storia è legata al finale. Così quando sul Fatto Quotidiano nell’agosto del 2010 è uscito un articolo che paragonava la storia delle sorelle Pilliu a una favola, sapevamo bene qual era la morale di quello che sembrava allora il finale. (…) In quell’articolo del 2010 si leggeva: “Nelle ultime settimane ci sono state due importanti novità in questa lunga storia. Da un lato i giudici della Corte d’Appello di Palermo, il 21 luglio scorso, hanno confermato il verdetto di primo grado del 2002: il palazzo costruito in piazza Leoni, di fronte al parco della Favorita, dal costruttore Pietro Lo Sicco nel 1992, poi arrestato per mafia nel 1998 e condannato con sentenza definitiva nel 2008, deve essere arretrato di 2,25 metri e quindi abbattuto almeno in parte per rispettare le distanze con la proprietà delle Pilliu. La seconda notizia è che le casupole delle sorelle […] saranno risanate a spese dello Stato. […] In piazza Leoni bisognerebbe portare le scolaresche per mostrare quanto è difficile distinguere l’antimafia e la mafia. Da un lato si vede un palazzo grande e bello, costruito nel 1992 dalla Lopedil di Pietro Lo Sicco […], dall’altro lato ci sono due casette sghembe e diroccate. Le hanno imprigionate in una rete per nascondere una realtà sconcia. Alla scolaresca bisognerebbe infatti chiedere: dove sta la mafia? Tutti punterebbero il dito sulle casette, e allora bisognerebbe spiegare ai piccoli che la mafia è dall’altra parte: nel palazzo illegale ma ricco rimasto in piedi grazie a politici e avvocati. Mentre quelle case abbandonate da tutti sono in realtà la cosa più pulita della città. (…) La Corte d’Appello il 21 luglio ha scritto la parola ‘fine’ su questo monumento alla prepotenza composto di tre scale e nove piani che profuma di mafia dalle fondamenta al tetto. In ossequio alle nuove norme e a una diversa interpretazione – la parte illegale da abbattere si riduce in Appello da 8 metri a 2,25 metri. Resta però il principio […] e si parla di un progetto ambizioso: le case distrutte da Lo Sicco potrebbero essere ricostruite e unite a quelle delle Pilliu. Il filare antico risusciterebbe per ospitare i negozi di prodotti tipici delle sorelle, più un presidio dell’Agenzia che organizzi attività antimafia. Per ricordare a tutti che la legge vale anche a Palermo, anche se dall’altra parte c’è lo studio Schifani. E per dimostrare che, anche senza palloncini, le casette talvolta possono volare”.

Negli 11 anni trascorsi da quando è stato scritto questo articolo sono successe tante brutte cose. Non solo lo Stato non ha ricostruito le casette. Non solo la Lopedil, ormai di proprietà dell’Agenzia dei beni confiscati alla mafia, non pagherà i danni alle Pilliu per quasi 780 mila euro più interessi, ma ora saranno loro, le “sorelle coraggio” che si sono opposte alla mafia, a dover pagare il “pizzo” del 3 per cento allo Stato su quel risarcimento negato. (…) Oggi, se portassimo una scolaresca in piazza Leoni per mostrare ai bambini il palazzo costruito dall’imprenditore legato alla mafia contrapponendolo alle casette delle eroine antimafia, cosa potremmo dire? Quale morale potrebbe trarre la scolaresca dalla fine che si sta delineando in questa favola nera? Cosa succede alle due donne che dicono no al costruttore? E alle casette? E al palazzo? E ai suoi inquilini, soprattutto a quelli magari legati al crimine, che succede? Questo si chiederebbero i ragazzi. E allora, se la risposta fosse: il palazzo resta in piedi, le casette vanno in malora e le sorelle non prendono un euro di risarcimento per i danni subiti, se questa fosse la risposta, che morale ne trarrebbero i ragazzi? Se l’insegnante in piazza Leoni fosse costretto a dire: “Cari ragazzi, la storia finisce male: lo Stato abbandona le due sorelle e le sbeffeggia chiedendo loro pure 23 mila euro di tasse, mentre vi ricordate quei soggetti arrestati in passato che abitano alcuni appartamenti? Bene, i loro parenti li compreranno all’asta con lo sconto, grazie alla causa pagata dalle sorelle”. Ecco, se fosse questo l’epilogo (…), cosa sarebbero portati a fare nella loro vita questi ipotetici studenti? Non sarebbero forse invogliati a scegliere “il puzzo del compromesso morale” scendendo a patti con il Lo Sicco di turno piuttosto che seguire “il fresco profumo della libertà”? Ecco la ragione per cui, cari lettori, questo è un libro che non racconta una storia ma che vuole cambiarla. Abbiamo deciso di raccontarvi nel dettaglio l’incredibile odissea delle sorelle Pilliu solo perché non ci piaceva il finale. (…) A noi non piace la scena delle sorelle che entrano in banca da sole e pagano 22 mila e 842 euro a uno Stato che prima non le ha difese e ora non le considera nemmeno vittime di mafia. In fondo abbiamo pensato che lo Stato non è solo la prefettura che ha detto no alla loro richiesta di risarcimento. Non è solo quel giudice amministrativo che ha dato ragione a Pietro Lo Sicco nel 1995. Non è nemmeno quell’assessore che ha concesso la licenza a un costruttore sapendo che non ne aveva diritto. Lo Stato alla fine siamo noi. Noi che scriviamo questo libro e voi che lo state leggendo. Perché questa triste storia potrebbe finire qui, a meno che noi tutti non decidiamo di intervenire e cambiare il finale. Direte voi: ma in che modo? Raggiungendo tre obiettivi. Il primo: attraverso la vendita di questo libro raccogliere 22 mila e 842 euro, cioè la cifra necessaria per pagare quel famoso 3 per cento dell’Agenzia delle entrate che le sorelle Pilliu sono costrette a versare. E, nell’eventualità che superassimo la somma necessaria, utilizzare il resto in attività antimafia. Ovviamente, noi due autori del libro cediamo in toto i nostri diritti d’autore. Il secondo: far avere lo status di “vittime di mafia” alle sorelle Pilliu. (…) Il terzo e ultimo obiettivo: ristrutturare le palazzine semidistrutte e concederne l’uso a un’associazione antimafia. (…)

 

Salvini, da leader a solo reggimoccolo della lanciata Meloni

Vi è capitato di vedere di recente Salvini? Fa quasi pena, e il “quasi” ovviamente non è a caso. Le sue colpe politiche sono molteplici, ma lo è ormai anche la sua smisurata pochezza. Mi direte ora che Salvini è sempre stato politicamente poca cosa. Avete ragione: certo non è mai stato De Gasperi o Churchill. Eppure, fino a due anni fa, qualche dote ce l’aveva. Mediatica, rabdomantica, strategica. Fate voi. Ma ce l’aveva. Dopo il suicidio del Papeete, no: disastro totale. Un’agonia continua, un calvario tragicomico costante. Al punto tale che, a guardarlo e sentirlo adesso, fa appunto quasi pena. Pare un pugile suonato. Suonatissimo.

La sua “alleata”, Giorgia Meloni, grazie alla sua furbetta opposizione strategica cresce di brutto nei sondaggi. Donna Giorgia è pure leader di vendite tra i best-seller di saggistica, col suo libro autobiografico per nulla scalfito da chi desiderava assurdamente “boicottarlo” (regalandogli in realtà visibilità ulteriore).

Anche in tivù Meloni droga in positivo gli ascolti, per esempio venerdì scorso a La Confessione su Nove, mentre Salvini vale ormai quanto Calenda. Cioè poco, o se preferite niente.

La crescita costante di Donna Giorgia è per il pugile suonato Salvini ulteriore motivo di sconcerto. Accrescendone quindi la pochezza, il senso (involontario) per il ridicolo e quella sua sorta di ostinata nonché scellerata “volgare irrilevanza”.

Come si caratterizza, oggi, il Salvini politico? Il suo presente pare roba da trivio minore, da avanspettacolo: da caratterista fallito in un film sbagliato con Jerry Calà. Qualche esempio. Il vitalizio ridonato a Formigoni. I quasi venti punti (venti!!!) persi in un anno. La guerra santa al ddl Zan, la guerra grulla al coprifuoco. Le tortoiate prese da Giorgetti e Zaia, pronti a far presto la festa di quel che politicamente resta del cosiddetto Capitano. Le mascherine non messe, gli assembramenti provocati, i selfie regalati con buona pace della pandemia. Gli attacchi scomposti a Galli e Crisanti, dall’alto forse della sua laurea in rutti alla Sorbona di Pontida. Quel suo “senso” per la vittoria che ricorda da vicino Crisantemi, indimenticato panchinaro della Longobarda. I geroglifici disegnati sulla sabbia, mostrando fiero la nobile trippa. Il suo avere in mano due estati fa il Paese, quando oggi tra le dita stringe al massimo un Nutella Biscuit. Il suo senso per la democrazia mutuato un po’ da Orbán, un po’ da Putin e un po’ dal Poro Schifoso. Che triste declino, per il povero e sbattuto eroe dei prodi Porro & Giletti!

Ieri leader della Lega e oggi ameno reggimoccolo della Meloni, Salvini sarebbe per distacco – se non ci fosse Renzi – il peggior Matteo politico nella storia del mondo. E invece gli tocca arrivare secondo pure in quella gara lì, perché l’ultima volta che ha vinto qualcosa nel Milan c’era ancora Rivera.

Questa sua perdurante fase politica, che potremmo definire “maceria becera di se stesso”, non stimola neanche più la satira. Al massimo, guardandolo e ascoltandolo, ne deriva un mix distratto di fastidio e misericordia.

Se due anni fa mi ispirò un libro intero, Il cazzaro verde, oggi mi stimolerebbe al massimo un sonetto breve. Pieno, come sempre, di rispetto e affetto. Magari intitolato così: “Quel che politicamente resta di un pesce lesso. Anzi bollito”.