Trattativa, udienze finali in appello. E si rivede Dell’Utri

“Ci sono stati comportamenti opachi e anche delittuosi da parte di appartenenti allo Stato, alcuni dei quali sono rimasti nell’ombra, ma alcune scelte di politica criminale e alcune attività, ovvero incomprensibili omissioni, sono state guidate da logiche rimaste estranee al corretto circuito istituzionale”.

L’inizio della requisitoria del processo di appello del processo della trattativa Stato Mafia coincide con il ritorno in aula del senatore Marcello Dell’Utri, condannato a 12 anni in primo grado, che aveva disertato tutte le udienze. Il procuratore generale Giuseppe Fici cita Giovanni Falcone (“Nessuno di noi dubita dell’esistenza di menti raffinatissime, di pupari che hanno agito nell’ombra con evidenti gravi condotte che appaiono non comprensibili e certamente non giustificabili”) e parte dalle incongruenze logiche emerse in questi 29 anni di antimafia investigativa e giudiziaria, dalle ragioni, ancora oscure, del depistaggio delle indagini sulla strage Borsellino alla incomprensibile restituzione alla famiglia del boss Napoli, favoreggiatore di Provenzano, dei cellulari sequestrati dai Ros: “Siamo di fronte a un sistema a cui bisogna credere per atto di fede – ha detto Fici – se ci venisse spiegato il perché del più grande depistaggio della storia o magari della restituzione dei cellulari a Giovanni Napoli saremmo in grado di valutare e magari avviare una riconciliazione con chi invece chiede ancora oggi giustizia e verità. Invece, si preferisce tacere o dichiarare il falso piuttosto che raccontare la verità”.

E ha concluso: “Chi ha agito violando le regole lo ha fatto per la salvezza di un determinato assetto di potere. Anche a costo di calunniare degli innocenti, distruggendo famiglie e seminando dolore. Noi invece vogliamo capire. Lo dobbiamo a tutti i familiari delle vittime”. La requisitoria del pg Fici e Sergio Barbiera proseguirà per altre due udienze nell’aula bunker del carcere di Pagliarelli.

Amministrative, slitta l’accordo nel centrodestra

L’accordo nel centrodestra in vista delle elezioni amministrative non c’è ancora. E per conoscere i candidati bisognerà aspettare il nuovo vertice che si terrà la prossima settimana quando Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani torneranno a vedersi e dovranno presentare la propria rosa di nomi su cui trovare una quadra. Intanto ieri pomeriggio, dopo tre mesi e mezzo di polemiche a distanza, i leader del centrodestra si sono ritrovati alla Camera per parlare proprio del voto di autunno nelle grandi città. La riunione – a cui erano presenti anche Giovanni Toti per Cambiamo!, Antonio De Poli per l’Udc e Maurizio Lupi di Noi con l’Italia! – è durata poco più di un’ora, senza scontri. La decisione è stata quella di puntare su candidati civici e non politici. A Roma i due nomi in lizza sono quelli del giudice Simonetta Matone (spinta da Forza Italia e Lega) e l’avvocato-conduttore radiofonico Enrico Michetti, vicino ai centristi ma che piace molto a Fratelli d’Italia. In questi giorni i due saranno testati nei sondaggi e in base a quelli sarà scelto il candidato. Perde quota quindi l’ipotesi del forzista Maurizio Gasparri. A Milano invece, come ammette chi era presente al vertice, “la situazione è un po’ più acerba”. Si fa il nome della presidente di Federfarma LombardiaAnnarosa Racca (“la mia candidatura non ha concretezza” ha detto però lei), degli imprenditori Fabio Minoli e Riccardo Ruggiero mentre non è esclusa la candidatura di Maurizio Lupi. Per Milano è stato chiesto qualche giorno in più. Meloni ha non sarebbe convinta del ticket Michetti-Racca. Nel vertice si è parlato anche di Bologna dove correrà un civico ancora tenuto coperto, mentre il ristoratore ex M5S Giovanni Favia è la seconda scelta. Chiuso l’accordo a Torino con Paolo Damilano e a Napoli con il pm Catello Maresca. “Sono usciti 4/5 nomi civici nuovi” ha detto Salvini, mentre Meloni ha spiegato che “saranno fatte le verifiche e poi sceglieremo i migliori”.

Ryanair & C., maxi-multa dell’Antitrust per il mancato rimborso dei voli cancellati

Mancato rimborso dei voli cancellati dopo il 3 giugno 2020, ostacoli ai clienti nel ricevere i rimborsi in denaro e campagna pubblicitaria scorretta e ingannevole. Queste le accuse che hanno spinto l’Antitrust a multare Ryanair per 4,2 milioni di euro. Ma nei giorni scorsi l’Authority per gli stessi motivi ha sanzionato anche Easyjet (2,8 milioni) e Volotea (1,4 milioni). Secondo l’Autorità, le compagnie hanno tenuto “una condotta gravemente scorretta quando, terminate le limitazioni agli spostamenti, hanno proceduto a numerose cancellazioni di voli programmati e offerti in vendita utilizzando sempre la motivazione dell’emergenza sanitaria e continuando a rilasciare voucher senza invece procedere al rimborso del prezzo pagato per i biglietti annullati”. Una grave accusa dopo che la stessa Antitrust lo scorso anno aveva già bacchettato le compagnie ricordando che i clienti, ai quali era stato cancellato il volo prenotato, potevano scegliere il voucher o il rimborso in denaro. Ma per mesi Ryanair ha ostacolato il rimborso cash anche attivando la richiesta da formulare tramite call center a pagamento.

“Tra le braccia del papà: Eitan si è salvato così”

Sono abituati quasi a tutto, gli uomini e le donne chiamati a intervenire in queste contesti. Ma forse la verità è che non esiste un addestramento in grado di preparare alla morte e alle sue mille facce. E qui, ripete più volte un soccorritore, “ci sono di mezzo i bambini”. “Prima abbiamo trovato quei corpi, chi intrappolato nella cabina e chi invece sbalzato a trenta a o quaranta metri, poveri resti sparsi sulla montagna. Poi è continuata l’angoscia di lasciarci indietro altri piccoli: i bimbi non venivano registrati alla biglietteria e per qualche ora non è stato chiaro nemmeno a noi se ce ne fossero altri dispersi. Avevamo paura di andarcene e lasciare indietro qualche vita”.

Matteo Gasparini è il coordinatore del soccorso alpino di Verbania, intervenuto sulla strage della funivia Stresa Mottarone: “Ci capita di operare in situazioni più complesse di questa. Qui la difficoltà sta nel gestire il lato emotivo. La prima chiamata parlava di persone bloccate sull’impianto, poi di cinque vittime, più ci avvicinavamo e più diventava brutta. Quando ho visto la cabina ho pensato all’effetto di una bomba: sembrava esplosa”. Per questo una squadra di psicologi della protezione civile, racconta, è stata già messa a disposizione anche dei soccorritori, oltre che delle famiglie delle 14 vittime. “Il nostro lavoro è sostanzialmente finito”. Lo dice con una punta di amarezza, Gasparini. Perché di sopravvissuti, in questo disastro, ce n’è uno solo. Una luce di speranza. Il piccolo Eitan Biran, 5 anni, aggrappato alla vita in una stanza dell’ospedale Regina Margherita di Torino, dove è sedato e intubato. “Forse l’abbraccio del padre ne ha attutito la caduta, ma non è che un’ipotesi”, dicono i soccorritori. Lo schianto si è portato via tutta la sua famiglia, originaria di Tel Aviv e residente a Pavia: il papà Tom, la mamma Tal, il fratellino Tom. Ieri i familiari sono comparsi alla camera mortuaria allestita nell’obitorio dell’ospedale di Verbania insieme al console israeliano. Nella confusione dell’emergenza c’è stato persino il dubbio che ci fosse abbastanza posto per ospitare tutto questo dolore. Durante la prima ondata di Covid il parroco di San Giuseppe aveva già messo a disposizione la chiesa. “Per fortuna siamo riusciti a organizzare tutto – dice il procuratore capo Olimpia Bossi – contiamo di restituire tutti i corpi alle famiglie il prima possibile”. Il magistrato sa di avere tra le mani, insieme alla sua polizia giudiziaria, “un nuovo Ponte Morandi”. Le analogie in effetti non mancano. E non riesce a trattenere l’angoscia di ciò che ha visto nel primo sopralluogo, nel primo pomeriggio di domenica: “Queste persone hanno avuto il tempo di provare terrore, la caduta è durata diversi secondi. Adesso dovremo occuparci delle responsabilità”. Fra le prove raccolte dai carabinieri ci sono i video delle telecamere di sorveglianza. Ogni stazione – sono tre in tutto – aveva un circuito. E l’incidente è avvenuto proprio a pochi metri dall’arrivo. Ecco perché chi ha visto quelle immagini le ha trovate impressionanti. Il cavo che si rompe, la cabina che scivola all’indietro e infine si schianta.

Sembra quasi impossibile, a pensarci adesso. La cima del Monte Mottarone sembra avvolta da un clima surreale. Nebbia e pioggia sono un teatro perfetto di questa atmosfera plumbea che ha spezzato ogni entusiasmo. Avevano appena riaperto la stagione turistica, sperando di lasciarsi alle spalle gli sconquassi della pandemia: “Non riesco ancora a crederci”, dice Fabrizio Bertoletti. La sua famiglia è proprietaria del Bar albergo Eden da tre generazioni: “Questo è una delle prime località sciistiche costruite in Italia, abbiamo ospitato il primo slalom gigante d’Europa”. Qui sono stati celebrati trofei sportivi nell’Italia di Mussolini e la verità che questa tragedia, adesso, mette paura anche per il futuro. Adesso che per arrivare alla vetta occorre passare attraverso una strada di proprietà della famiglia Borromeo, se lo chiedono in tanti: “Come faremo? – mormora l’esercente – Ciò che è accaduto è terribile, e il primo pensiero va a queste famiglie. Ma qualcuno dovrà aiutare anche noi”.

Funivia, il ministero controllava da lontano

Icontrolli da lontano dell’Ustif di Torino, l’ufficio speciale trasporti a impianti fissi, un organo periferico del ministero delle Infrastrutture, sulla funivia Stresa-Mottarone. Le ultime verifiche sui freni dei veicoli dell’impianto di appena tre settimane fa. E un arco di tempo fondamentale: il biennio fra il 2014 e il 2016, quando la Regione Piemonte mette a gara, con fondi in parte pubblici, il revamping dell’impianto. L’impianto era arrivato a fine vita e l’accordo tra pubblico e privato prevedeva che un’associazione di imprese mettesse mano al portafogli per coprire parte di un intervento da 4 milioni di euro. Un investimento ripagato poi dalla concessione fino al 2028.

Sono questi i primi tasselli ricostruiti dagli investigatori sul crollo della funivia che ha domenica scorsa ha ucciso 14 persone. È ancora tutto da comporre il quadro delle verifiche, quelle che sono state condotte dal gestore o dalle società che si occupano della manutenzione, e anche dagli uffici periferici del ministero delle Infrastrutture che sul luogo ci vanno ogni tre anni. Secondo quanto ricostruito dal Fatto, sarebbero dovuti tornare a dicembre di quest’anno. L’Ustif competente su quel territorio avrebbe voluto addirittura anticipare la visita per i controlli a giugno proprio alla luce dell’apertura della stagione estiva. Il tempo però ha fatto il resto della storia. Eppure in questa vicenda ciò che si ripete oggi all’unisono è: i monitoraggi, frequenti, non hanno rilevato criticità. Come “validato dall’Ustif”. Che però dà seguito a controlli propri ogni tre anni. L’ultimo da parte di questi uffici risale al 18 dicembre 2018. Per il resto le verifiche sulla manutenzione dell’impianto vengono gestite da altre società private. Sui loro report il Ministero esegue solo controlli cartolari, ossia in base alla documentazione ricevuta. Ma in questo sistema ci sono crepe che hanno portato alla tragedia di Stresa? La risposta verrà fornita nel- l’ambito dell’indagine della procura di Verbania, che ha aperto un fascicolo per omicidio plurimo colposo, disastro colposo e lesioni colpose.

Le verifiche dei magistrati acquisiti i video

Intanto, per usare le parole del procuratore capo Olimpia Bossi, “l’evidenza empirica” riguarda due dati: “Il cavo si è tranciato e il sistema di freni di sicurezza, pacificamente, non ha funzionato”. Spetterà ai consulenti tecnici spiegare le cause tecniche di questo doppio fallimento. Intanto i carabinieri della compagnia di Verbania, guidati dal capitano Luca Geminale, hanno anche consegnato in Procura una prima informativa preliminare. Ieri i militari hanno acquisito le telecamere di videosorveglianza e tutti i documenti presso la società Ferrovie del Mottarone srl. È il gestore dell’impianto, che sarebbe di proprietà del comune di Stresa. Il condizionale è d’obbligo perché ieri il sindaco Marcella Severino ha precisato che non si è ancora completato il passaggio di proprietà cominciato nel 2015 dalla Regione Piemonte. Ci sono poi altre due società: la Leitner, specializzata in tecnologie funiviarie a livello mondiale che risulta essere l’affidatario della manutenzione annuale dell’impianto e la Sateco Srl, azienda che si occupa di verifiche di sicurezza attraverso controlli non distruttivi e che ha effettuato il controllo di novembre scorso. Al momento non ci sono indagati.

La gara indetta nel 2014 andata deserta

La storia della funivia si scopre oggi è parecchio complessa. Come emerge da un’interpellanza regionale presentata nel 2015 – firmata dall’ex consigliere di Fd’I Maurizio Marrone – fu sottoscritto tra la Regione e il comune di Stresa un “accordo di programma per la realizzazione di interventi di messa in sicurezza e revisione dell’impianto funiviario”. Nel 2014 poi il Comune conferisce le funzioni di stazione unica appaltante a Scr Piemonte. Ma la prima gara andò deserta. Il nodo stava proprio negli alti costi richiesti dai lavori di revamping.

L’incognita. La pagina facebook non raggiungibile

Al secondo giro l’appalto ritorna alla Ferrovie del Mottarone srl, che dopo averlo vinto la gara con un’associazione temporanea con la Leitner, sottoscrive con quest’ultima un contratto di manutenzione. La Leitner oggi si dice “a completa disposizione con i propri tecnici per cercare di individuare al più presto le cause della tragedia”. Secondo la Leitner tra marzo e maggio di quest’anno sono stati fatti diversi controlli, l’ultimo proprio sui freni circa tre settimane fa. Tra il 4 e il 5 marzo, dunque, vi è stata “la lubrificazione e controlli dei rulli e delle pulegge delle stazioni”. Il 18 marzo, “prove di funzionamento dell’intero sistema d’azionamento”. Proprio l’8 marzo, sulla pagina Facebook “Funivia Stresa-Alpino-Mottarone” viene annunciato: “La funivia verrà chiusa fino a venerdì 12 per lavori di manutenzione”. Pagina Facebook che però oggi non risulta più raggiungibile. Ma torniamo ai controlli. Tra il 29 marzo e il primo aprile – continua la ricostruzione della Leitner – sono stati anticipati “i controlli non distruttivi su tutti i componenti meccanici di sicurezza dell’impianto previsti dalla revisione quinquennale, in scadenza ad agosto 2021”. Il 3 maggio, tre settimane fa, vi è stata poi la “manutenzione e controllo delle centraline idrauliche di frenatura dei veicoli”.

Ma ci sono state anche verifiche precedenti, come quella di novembre scorso che riguardava un “Controllo periodico magneto induttivo delle funi traenti”. Chi ha svolto questo controllo è un’azienda specializzata, la Sateco srl. La Sateco nel corso dei controlli per l’esame delle funi usa una tecnica magneto induttiva, che “consiste – si spiega sul sito della società – nel far scorrere la fune metallica attraverso un’apparecchiatura magneto-induttiva che genera un campo al suo interno”. È questo il momento in cui viene fatta una sorta di radiografia delle funi. Il 1º dicembre, come ricostruisce ancora la Leitner, viene fatta un’ulteriore verifica su fune traente e attivazione del freno d’emergenza”. Gli esiti delle verifiche in ogni modo sono sempre positivi e finiscono in report inviati anche all’Ustif, l’organo del Mit, che mette un timbro finale validando il tutto, senza rilevare criticità. L’Ustif, come detto, controlla in quella fase sulla carta.

Ora sulla manutenzione indaga la Procura di Verbania, che dovrà capire le cause del cavo tranciato e del sistema dei freno che non ha funzionato. È stata anche istituita anche la commissione ispettiva creata dal Mit. E sul caso sono stati accesi anche i fari della Dgfema, la direzione generale per le investigazioni ferroviarie, un organismo indipendente previsto dalle norme europee.

Usa-Cina: scontro sul coronavirus

Tre ricercatori del laboratorio cinese di virologia a Wuhan si ammalarono nel novembre del 2019 a tal punto da farsi ricoverare in ospedale: le nuove rivelazioni di un rapporto d’intelligence Usa finora top secret rilanciano i sospetti che il SarsCov2 possa essere frutto di un incidente di laboratorio e rafforzano le crescenti richieste di una più ampia indagine indipendente sulle sue origini, ora chiesta anche dalla Casa Bianca non più di Trump ma a guida Biden.

Lo scoop è del Wall Street Journal e arriva in coincidenza con l’Assemblea mondiale della sanità a Ginevra, l’organo legislativo dell’Oms che dovrebbe discutere di una nuova inchiesta sul coronavirus nonché di un trattato per garantire più cooperazione e trasparenza a livello internazionale anche in vista di nuove pandemie. Secondo il quotidiano, i dettagli degli 007 vanno oltre il documento diffuso dal Dipartimento di Stato nei giorni finali dell’amministrazione Trump, che parlava di diversi ricercatori dello stesso laboratorio ammalatisi nell’autunno 2019 “con sintomi compatibili sia con il Covid-19 che con le comuni malattie stagionali”, come l’influenza. Ora c’è un numero preciso di ricercatori, un periodo più circostanziato e la notizia dei ricoveri, nel mese antecedente al primo caso confermato di Covid in Cina e nel mondo, l’8 dicembre 2019. Anche se manca la diagnosi e non è inusuale per i cinesi andare in ospedale quando non si sentono bene, o per scarso accesso ai medici generici o perché possono avere cure migliori.

Le fonti del Wsj divergono però sulla solidità delle informazioni. Secondo una persona, sono state fornite da un partner internazionale e sono significative ma richiedono ulteriori accertamenti. Secondo un’altra, provengono da vari interlocutori e sono molto precise. Pechino ha reagito indignata sollecitando Washington a farla finita con le teorie del complotto: “Gli Usa continuano a promuovere la teoria della fuga dal laboratorio, ma il rapporto non è veritiero. Sono davvero interessati a individuare l’origine del virus o a distogliere l’attenzione?”, ha chiesto il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, rilanciando gli interrogativi sulla base militare di Fort Detrick in Maryland e “sugli oltre 200 biolab gestiti dagli Stati Uniti”.

Il team dell’Oms che ha indagato a Wuhan ha concluso che il virus si è propagato molto probabilmente da un pipistrello all’uomo attraverso un altro animale e che una fuga da laboratorio è “estremamente improbabile”. Tuttavia il capo dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus ha ammesso che il team non ha indagato adeguatamente e ora il noto immunologo americano Anthony Fauci dice: “Non sono convinto dell’origine naturale, non si può escludere nulla, bisogna indagare”.

Scuola, protesta sindacati per l’anticipo degli scrutini

Si fanno sentire i sindacati per l’ordinanza ministeriale che, in virtù della straordinarietà del momento pandemico, anticipa gli scrutini di fine anno scolastico. “Così è una corsa contro il tempo” dicono. Alcuni Uffici scolastici regionali, come il Lazio, hanno chiarito che se è vero che sono gli istituti a decidere sul calendario degli scrutini, rimane il fatto che “le scuole statali dovranno svolgerli, quando possibile, tra il 1° (data da cui possono partire, ndr) e l’8 giugno nei casi in cui lo svolgimento successivo richiederebbe la proroga del contratto di lavoro di almeno un docente”. Scrive il provveditore, Rocco Pinneri: “Le scuole sono invitate a completare le verifiche degli apprendimenti degli alunni in tempo utile per lo svolgimento degli scrutini”. E se non ce la si fa, il preside dovrà chiedere la proroga dei contratti del personale scolastico precario, “motivandola adeguatamente”. Anche nel Veneto il direttore generale Carmela Palumbo ha fissato la conclusione degli scrutini entro la fine delle lezioni “laddove nei consigli di classe siano presenti docenti assunti a tempo determinato”.

“Quella appenainiziata sarà sostanzialmente l’ultima settimana di lezioni. Un danno per gli studenti che avranno minori opportunità di sottoporsi a valutazione nelle fasi finali dell’anno scolastico, dicono Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda di Roma e Lazio, per i quali, tra l’altro, non è difficile prevedere che gli studenti avranno un minor numero di valutazioni e che ciò potrà essere fatto valere in una eventuale sede di contenzioso”. Per Unicobas è “un’inversione a U” in un anno “di frequenza a singhiozzo, uso della dad, slalom fra quarantene”.

Si tratta invece di una “tempesta in un bicchier d’acqua” secondo il presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli. “È vero che la legge stabilisce che gli scrutini vengano fatti dopo la fine delle lezioni – spiega al Fatto – ma in pandemia un decreto ha stabilito che possono essere anticipati. Ovviamente è scontato che si continui comunque a fare lezione fino alla fine dell’anno e che i docenti acquisiranno tutte le verifiche necessarie a scrutinare gli studenti. Il destino dell’alunno certo non si decide negli ultimi giorni”.

Sulla scuola d’estate invece è chiaro che si parla di tutt’altro che recuperi. “Non è scuola nel senso stretto del termine – dice Giannelli –. Questa estate ci saranno attività extracurricolari e a frequenza volontaria. Sport, musica, teatro: non ha a che fare con lezioni tradizionali”. Impegni comunque gravosi per presidi e docenti, già sotto pressione tra scrutini, valutazioni. “Sono meno disponibili alle altre attività – dice Giannelli – e i presidi devono così trovare personale esterno”. E le segreterie faticano “tra personale Ata ridotto e segreterie sotto organico e spesso senza competenze idonee per queste richieste”.

Dal ministero, però, i dati suggeriscono altro. Le richieste degli istituti per le scuole aperte in estate sono state 5.888 (per i fondi Pon, europei, una delle fonti di finanziamento). In particolare, hanno fatto domanda per ricevere i fondi 5.162 scuole statali, 667 paritarie, 59 Centri di istruzione per gli adulti. La richiesta è per oltre 400 milioni sui 320 disponibili. La prossima settimana sarà pubblicata l’assegnazione delle risorse (510 milioni in tutto) per il Piano estate: nei giorni scorsi gli istituti hanno ricevuto 18mila euro in media dal primo decreto sostegni. Ora bisognerà capire quanti li useranno a giugno, quanti solo a settembre o addirittura durante l’anno.

“Quell’assegno non è una pensione. Così sei anni fa suggerii la revoca”

Aconsigliare all’allora presidente del Senato, Pietro Grasso, di revocare il vitalizio ai condannati per reati gravi fu, tra gli altri, il professor Giancarlo Ricci. Docente di Diritto del lavoro all’Università di Catania, Ricci inviò un parere a Palazzo Madama in cui metteva nero su bianco le ragioni per cui il Senato avrebbe potuto tagliare gli assegni ai pregiudicati, come l’ex governatore lombardo Roberto Formigoni.

Ma nelle prossime ore, dopo che il Consiglio di garanzia ha già restituito il vitalizio ai condannati, potrebbe saltare persino il ricalcolo contributivo voluto nel 2018 e valido per tutti gli ex eletti. Entrambe le decisioni, ci dice il professor Ricci, hanno origine dallo stesso vulnus: “Ed è quello che scrissi nel mio parere. Il vitalizio non può essere considerato un trattamento previdenziale, rientrando così sotto la tutela dell’articolo 38 della Costituzione”. Come invece hanno fatto sinora le commissioni del Senato, che lo hanno equiparato alle normali pensioni: “La Contenziosa, nel bocciare il ricalcolo contributivo, richiama due ordinanze della Corte di Cassazione del 2019, sostenendo che sarebbero la prova della natura previdenziale dell’assegno per gli ex parlamentari. In realtà non è così, la Cassazione semmai si limita a dire che l’indennità per gli eletti e l’assegno successivo corrispondono a una compensazione per una serie di presunte privazioni. Ma non dice nulla sulla natura previdenziale”.

Motivo per cui il ricalcolo sarebbe possibile e, a maggior ragione, non dovrebbe essere in discussione per i condannati: “Che si possa intervenire sull’assegno per i condannati, a mio parere, è certo. Nel testo che inviai a Grasso nel 2015 citavo la legge Severino, con cui si può fare un parallelo. Nel momento in cui interviene una sentenza passata in giudicato per reati gravi, è del tutto indiscutibile che si possa rivedere il trattamento”.

E invece così non è stato e ora si sta tornando indietro su tutto: “Sui vitalizi si erano fatti passi avanti importanti, lasciando che rimanesse solo una parte in base ai contributi versati. Senza dimenticare che il regolamento del 2018 già prevedeva alcune tutele per i casi limite di persone in difficoltà economica, dunque questo argomento non c’entra con la restituzione generalizzata dell’assegno pieno”.

“È desolante vedere i partiti sulle barricate per i vitalizi”

Dei tanti modi per analizzare la politica, un dato generale aiuta a comprendere gli avvenimenti particolari: “Ogni sondaggio certifica che la classe politica gode di un enorme tasso di discredito, il peggiore tra i soggetti pubblici”. A ricordarlo è Alberto Vannucci, professore di Scienza Politica all’Università di Pisa, che riconduce a questa lettura eventi molto diversi. Tra oggi e domani, per esempio, il Senato potrebbe restituire una volta per tutte il vitalizio a tutti gli ex eletti, eliminando il ricalcolo voluto dai 5 Stelle tre anni fa. Ma anche sulla gestione del Pnrr i primi segnali non sono incoraggianti.

Professor Vannucci, la battaglia contro i privilegi della politica sembra già una stagione conclusa.

La questione dei vitalizi è il segno che questa classe politica ritiene il valore dell’onore perduto inferiore alle somme che potrà continuare a rastrellare ogni mese grazie a questi benefici arcaici. Ai tentativi di dare messaggi di giustizia sociale stanno rispondendo in modi sempre più sofisticati.

Persino ai condannati è stato restituito l’assegno.

Il nobile principio dell’autodichia è diventato la barricata dietro cui difendere privilegi assurdi. Bisognerebbe fare attenzione ai messaggi che si mandano ai cittadini, ma mi pare che invece si confermi l’immagine desolante di una politica profondamente screditata. E su questo le forze politiche trovano compattezza.

Come mai è rimasto solo il M5S a parlarne?

Per due motivi. Il primo è che questo ormai è un impegno politico riconoscibile che subito si collega al Movimento, dunque impugnare una bandiera sventolata da altri non conviene. Ma credo anche che questa battaglia richiederebbe una credibilità e una energia che in questo momento i partiti, ridotti allo stato gassoso e ognuno diviso in piccoli feudi, non hanno. E allora ognuno guarda alle proprie convenienze.

Lei si è spesso occupato di corruzione. A questo proposito, che idea si è fatto dell’impostazione del Pnrr e delle norme inserite nel dl Semplificazioni ?

Se l’emergenza diventa una condizione strutturale è un pericolo, perché in Italia l’emergenza è sempre stata capace di suscitare grande appetiti. Mi riferisco al fatto che ci si affidi a strutture commissariali per le grandi opere, in deroga alle consuete norme sugli appalti. Questo è significato il modello della cricca della Protezione civile.

Tutti però chiedono procedure più snelle.

Ma l’emergenza è il grimaldello attraverso cui penetrano gli interessi criminali. Conosciamo esattamente le patologie del sistema: l’inflazione normativa, la scarsa qualificazione dei soggetti chiamati a svolgere i controlli, l’eccessivo numero di stazioni appaltanti.

Lei non abolirebbe il Codice degli appalti?

Invece che bruciarlo in pubblica piazza, come vorrebbe Salvini, si potrebbe lavorare col bisturi. Al contratio mi pare che gli imprenditori potranno fare quello che vogliono, si torna all’appalto integrato, al meccanismo pericoloso del massimo ribasso, che favorisce gli accordi tra i privati e ci illude di risparmiare, perché poi subentrano varianti d’opera, correzioni eccetera. E poi c’è un tema che ci lega a quanto detto sui vitalizi.

Cioè?

Perché non coinvolgere i cittadini nel processo decisionale? Si eviterebbe poi di ritrovarsi i vari comitati contrari ai lavori, ma soprattutto se le opere rispondessero davvero alla comunità, i cittadini eserciterebbero un ruolo di vigilanza naturale anche contro il malaffare.

Le mani di Draghi sulla Rai: sceglierà l’ad

È una partita che Mario Draghi sta gestendo in prima persona in queste ore. Vuole scegliere il nuovo amministratore delegato della Rai che, secondo il timing, dovrà essere poi indicato dal ministro dell’Economia Daniele Franco all’assemblea dei soci, convocata in prima istanza l’8 giugno, anche se poi probabilmente si andrà al 14. Nonostante gli impegni della campagna vaccinale e del Recovery plan, il premier ha già messo la testa sul risiko delle nomine. Sono oltre 50 le caselle da riempire da qui all’autunno, a partire da Cdp e Ferrovie dello Stato. Ma Draghi è molto interessato anche alla Rai, il cui vertice è già scaduto. Fonti bene informate dicono che voglia togliersi questo dente in fretta per poi dedicarsi ad altro. Così il dossier con i nomi selezionati dall’agenzia di cacciatori di teste Egon Zehnder giace sulla sua scrivania già da qualche giorno. La decisione, si assicura, verrà presa a brevissimo. E il nome verrà tenuto coperto fino alle comunicazioni ufficiali di Franco.

Si dice anche che Draghi alla guida della tv di Stato vorrebbe una persona di sua estrema fiducia. Che conosce bene. Per questo nelle ultime ore sono salite le quotazioni della vicedirettrice generale di Bankitalia, Alessandra Perrazzelli. Nata a Genova nel 1961, la manager ha un curriculum economico-internazionale che piace molto al premier; ha avuto modo di apprezzarla a Palazzo Koch. Una donna di conti che ricorda la scelta nel 2012 di Luigi Gubitosi. Come alternative restano in campo anche Elisabetta Ripa (ad di Open Fiber) e Laura Cioli (ex Gedi e Rcs). Ma c’è anche chi ipotizza un altro nome: un manager già passato per un periodo a Viale Mazzini. Poi si sta valutando un nome interno all’azienda, che però non sarebbe tra quelli più gettonati (Paolo Del Brocco e Marcello Ciannamea su tutti), ma una persona più defilata, considerata più estranea ai giochi politici e all’imprimatur dei partiti. Un interno, agli occhi del premier, avrebbe il vantaggio di conoscere già l’azienda e di non dover passare i primi sei mesi a capirci qualcosa. Ma per Palazzo Chigi non è un fattore dirimente. Se Draghi vorrà un esterno, sarà esterno. Dalla scelta dell’ad, poi, dipenderà quella del presidente. E anche su questo nome il premier vorrà dire la sua. In pole ci sono Simona Agnes (spinta da Gianni Letta) e Paola Severini Melograni. Ferruccio De Bortoli ha rinunciato. Il premier dovrà però avere un gradimento politico, visto che dovrà poi passare le forche caudine del voto (per due terzi) in Vigilanza.

Quello di cui Draghi non si occuperà – anche perché non gli compete – è il Cda che sarà il campo di battaglia dei partiti. E qui le incognite non mancano. Se Lega e Fdi confermeranno i loro consiglieri uscenti, Pd e 5 Stelle brancolano nel buio. I pentastellati non hanno ancora deciso e, se aspettano un altro po’, rischiano di ritrovarsi fuori dai giochi. Mentre nel Pd i candidati non mancano: da Francesca Bria a Flavia Barca, da Stefano Menichini alla stessa Agnes. I tempi sono stretti: il Parlamento deve votare i quattro consiglieri (due alla Camera e due al Senato) prima dell’8 giugno. Mentre il giorno prima, il 7, i dipendenti di mamma Rai sceglieranno il consigliere interno, dove Riccardo Laganà non dovrebbe avere rivali. Anche perché, dopo la convergenza dell’Usigrai sul suo nome, i candidati scarseggiano: sono solo in cinque (Laganà compreso).