Alcuni parlano apertamente di “processione”, altri di “codazzo”. Le versioni convergono, però, nel descrivere un certo affollamento di fronte all’ufficio che il professor Francesco Giavazzi occupa presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Ufficio che, a quanto riferiscono fonti coinvolte dai dossier economici del governo, sarebbe addirittura quello duramente contestato a Rocco Casalino, ex portavoce dell’ex premier Giuseppe Conte, anche se le versioni sono contraddittorie, assegnando quest’ultimo ufficio al capo di gabinetto, Antonio Funiciello. A parte la nota di colore rappresentata dalla collocazione, che in ogni caso dimostra la centralità della posizione di Giavazzi a fianco di Mario Draghi, quello che conta sono i colloqui con i manager di Stato.
Giavazzi avrebbe infatti visto Fabrizio Palermo, ad di Cassa Depositi e Prestiti, ma anche Gianfranco Battisti, capo azienda delle Ferrovie, e presumibilmente gli altri dirigenti delle partecipate. Come se si trattasse di un esame per conto di Draghi.
Il rinnovo delle nomine delle grandi partecipate – Fs, Cdp, Enel, Anas, Rai, etc. – è imminente e all’appuntamento il presidente del Consiglio vuole farsi trovare preparato, ben sapendo che si tratterà di un passaggio burrascoso nel rapporto con le ansie dei partiti che compongono la maggioranza.
Tra le ultime voci di palazzo circola l’ipotesi per le Ferrovie di Paolo Scaroni, ex dirigente Enel, Eni e Saipem, attualmente presidente del Milan che avrebbe sulle spalle il peso di un patteggiamento nel 1996 di un anno e 4 mesi per tangenti dal Psi quando era dirigente Enel. Un curriculum certamente non invidiabile per un manager di Stato, soprattutto se dovesse andare a sostituire un dirigente come Gianfranco Battisti, che deve la sua nomina del 2018 anche al gradimento del Movimento 5 Stelle.
L’altra casella, più delicata, riguarda invece Cassa Depositi e Prestiti, dove l’attuale ad Fabrizio Palermo gode di stima traversale, ma deve fare i conti con due variabili. L’uomo a cui soffiò la poltrona tre anni fa, Dario Scannapieco, attuale vicepresidente della Banca europea degli investimenti è un fedelissimo di Draghi. Nei gradimenti di Giavazzi, inoltre, potrebbe esserci anche Matteo Del Fante, attuale amministratore delegato di Poste Italiane, sponsorizzato da Matteo Renzi, ma capace di farsi benvolere anche da Luigi Di Maio.
Al di là dei nomi, c’è ovviamente la mission che un tale incarico dovrebbe garantire. Da questo punto di vista, le idee di Giavazzi sono chiare. Come annotato in uno dei suoi rari editoriali per il Corriere della Sera dell’anno in corso (gennaio 2021), il professore della Bocconi pensa che il ruolo dello Stato debba essere sostanzialmente quello di “regolatore”: “Il settore privato produce beni e servizi regolato dallo Stato, il cui compito è assicurare che non vi siano distorsioni” né “monopoli e posizioni di rendita a danno dei cittadini stessi”.
In Italia 13 delle 50 più grandi aziende (escluse le banche) “sono partecipate, direttamente o indirettamente, dallo Stato, in Francia sono altrettante, in Germania la metà”. E i manager di queste aziende – sottolinea Giavazzi – nominati dalla politica “finiscono per condividerne gli obiettivi”. Insomma, il modello di “nuova Iri” di cui si è parlato durante i due governi Conte non è quello più gradito. In particolare per Cassa Depositi e Prestiti “diventata il braccio operativo dello Stato nell’economia” soprattutto attraverso il “Patrimonio destinato” previsto dal decreto Rilancio del febbraio scorso, 44 miliardi di risorse pubbliche da investire per il rilancio delle imprese.
Ma, spiega Giavazzi, “lo Stato non è l’azionista adatto in un Paese, come l’Italia, che per crescere deve saper sviluppare tecnologia originale”. L’esame del professore può quindi essere riassunto nello slogan “più mercato e meno Stato”, anche se solo nei termini di un’assoluta indipendenza manageriale. Che poi l’indipendenza dei manager dalle scelte politiche si traduca in dipendenza assoluta dalle logiche del mercato capitalistico, in Italia particolarmente intossicato, questo non preoccupa il duo Draghi-Giavazzi. Anzi, lo motiva.