Manager e nomine, tutti in ginocchio da Giavazzi

Alcuni parlano apertamente di “processione”, altri di “codazzo”. Le versioni convergono, però, nel descrivere un certo affollamento di fronte all’ufficio che il professor Francesco Giavazzi occupa presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Ufficio che, a quanto riferiscono fonti coinvolte dai dossier economici del governo, sarebbe addirittura quello duramente contestato a Rocco Casalino, ex portavoce dell’ex premier Giuseppe Conte, anche se le versioni sono contraddittorie, assegnando quest’ultimo ufficio al capo di gabinetto, Antonio Funiciello. A parte la nota di colore rappresentata dalla collocazione, che in ogni caso dimostra la centralità della posizione di Giavazzi a fianco di Mario Draghi, quello che conta sono i colloqui con i manager di Stato.

Giavazzi avrebbe infatti visto Fabrizio Palermo, ad di Cassa Depositi e Prestiti, ma anche Gianfranco Battisti, capo azienda delle Ferrovie, e presumibilmente gli altri dirigenti delle partecipate. Come se si trattasse di un esame per conto di Draghi.

Il rinnovo delle nomine delle grandi partecipate – Fs, Cdp, Enel, Anas, Rai, etc. – è imminente e all’appuntamento il presidente del Consiglio vuole farsi trovare preparato, ben sapendo che si tratterà di un passaggio burrascoso nel rapporto con le ansie dei partiti che compongono la maggioranza.

Tra le ultime voci di palazzo circola l’ipotesi per le Ferrovie di Paolo Scaroni, ex dirigente Enel, Eni e Saipem, attualmente presidente del Milan che avrebbe sulle spalle il peso di un patteggiamento nel 1996 di un anno e 4 mesi per tangenti dal Psi quando era dirigente Enel. Un curriculum certamente non invidiabile per un manager di Stato, soprattutto se dovesse andare a sostituire un dirigente come Gianfranco Battisti, che deve la sua nomina del 2018 anche al gradimento del Movimento 5 Stelle.

L’altra casella, più delicata, riguarda invece Cassa Depositi e Prestiti, dove l’attuale ad Fabrizio Palermo gode di stima traversale, ma deve fare i conti con due variabili. L’uomo a cui soffiò la poltrona tre anni fa, Dario Scannapieco, attuale vicepresidente della Banca europea degli investimenti è un fedelissimo di Draghi. Nei gradimenti di Giavazzi, inoltre, potrebbe esserci anche Matteo Del Fante, attuale amministratore delegato di Poste Italiane, sponsorizzato da Matteo Renzi, ma capace di farsi benvolere anche da Luigi Di Maio.

Al di là dei nomi, c’è ovviamente la mission che un tale incarico dovrebbe garantire. Da questo punto di vista, le idee di Giavazzi sono chiare. Come annotato in uno dei suoi rari editoriali per il Corriere della Sera dell’anno in corso (gennaio 2021), il professore della Bocconi pensa che il ruolo dello Stato debba essere sostanzialmente quello di “regolatore”: “Il settore privato produce beni e servizi regolato dallo Stato, il cui compito è assicurare che non vi siano distorsioni” né “monopoli e posizioni di rendita a danno dei cittadini stessi”.

In Italia 13 delle 50 più grandi aziende (escluse le banche) “sono partecipate, direttamente o indirettamente, dallo Stato, in Francia sono altrettante, in Germania la metà”. E i manager di queste aziende – sottolinea Giavazzi – nominati dalla politica “finiscono per condividerne gli obiettivi”. Insomma, il modello di “nuova Iri” di cui si è parlato durante i due governi Conte non è quello più gradito. In particolare per Cassa Depositi e Prestiti “diventata il braccio operativo dello Stato nell’economia” soprattutto attraverso il “Patrimonio destinato” previsto dal decreto Rilancio del febbraio scorso, 44 miliardi di risorse pubbliche da investire per il rilancio delle imprese.

Ma, spiega Giavazzi, “lo Stato non è l’azionista adatto in un Paese, come l’Italia, che per crescere deve saper sviluppare tecnologia originale”. L’esame del professore può quindi essere riassunto nello slogan “più mercato e meno Stato”, anche se solo nei termini di un’assoluta indipendenza manageriale. Che poi l’indipendenza dei manager dalle scelte politiche si traduca in dipendenza assoluta dalle logiche del mercato capitalistico, in Italia particolarmente intossicato, questo non preoccupa il duo Draghi-Giavazzi. Anzi, lo motiva.

Il cda, il dg, la segreteria: ecco chi e come deciderà sui soldi

L’ormai famosa governance, ovvero il meccanismo di gestione e controllo del Piano di ripresa e resilienza (Pnrr), inizia a prendere la sua forma definitiva: il relativo decreto dovrebbe essere approvato entro questa settimana assieme a quello – ben più rilevante e preoccupante (vedi supabbalti, grandi opere e finto green) – dedicato alle semplificazioni. Al di là degli aspetti politici, la struttura di potere immaginata dal governo, così necessaria visto che bisognerà procedere a passo di carica, sembra quella di un’impresa: in sostanza c’è un consiglio d’amministrazione con un presidente che ha tutti i poteri, una segreteria del cda che si occupa degli aspetti tecnici, una sorta di direzione generale operativa e anche un organo per le relazioni esterne (più “sotto”, per così dire, ci sono i comitati tematici, i ministeri e le varie amministrazioni coinvolte).

La cabina di regia. Sarebbe il cda, ma non avrà composizione fissa: a parte Mario Draghi (e Daniele Franco, che tiene il portafoglio) parteciperanno i ministri competenti per le varie missioni di spesa inserite nel Pnrr (possono essere inviati a partecipare, ma senza diritto di voto, anche esterni come i presidenti di Regione, eccetera). Sarà la guida politica del Piano e, come tale, anche la camera di compensazione dei contrasti che dovessero nascere tra i soggetti coinvolti: un’eventualità già formalmente prevista, ad esempio, nelle bozze del dl semplificazioni per quanto riguarda le grandi opere infrastrutturali da realizzare a passo di carica (anche se nelle ultime versioni attenuata da un coinvolgimento del Cdm). Se il ruolo della cabina di regia sarà quello di guida e arbitro politico, non è senza effetti che la composizione non sia fissa, ma affidata alle poltrone occupate nell’esecutivo (vedi l’articolo che apre questa pagina).

La segreteria tecnica. È l’organo che predispone i documenti che arriveranno sul tavolo del “consiglio d’amministrazione” e dunque anche quello che terrà i rapporti con gli enti coinvolti dal Recovery Plan: un fiume di carte in entrate e in uscita che sarà gestito da uomini che il capo del governo ha voluto a Palazzo Chigi e dipendenti dalla presidenza del Consiglio con poteri nei fatti enormi (nei testi in via di scrittura la segreteria tecnica, spesso, “propone” alla cabina di regia di fare questo o quello, ha dunque un elevato livello di discrezionalità).

L’unità di missione al Mef.È una sorta di direzione generale: deputata al coordinamento del Pnrr, al controllo della sua attuazione e a tenere i complessi – e si presume in futuro burrascosi – rapporti con l’Ue. La presiede Carmine Di Nuzzo, ispettore della Ragioneria generale dello Stato, cioè dell’organo che l’attuale ministro Franco ha guidato fino al 2019, e sarà coadiuvata – oltre che dal personale interno del Tesoro – anche dai famosi 300 consulenti da assumere all’uopo per il tempo necessario. Qui come negli altri ministeri, sia detto en passant, non mancherà il contributo dei big della consulenza tipo McKinsey.

Il tavolo. Si occuperà delle relazioni esterne, per così dire, perché deciderà poco o più probabilmente niente: serve a tenere i contatti tra il cda del Piano e gli stakeholders (enti locali, sindacati, imprese, società civile e in generale chiunque abbia un interesse in gioco).

I comitati. Un ruolo non secondario lo avranno anche i comitati tematici istituiti col decreto di riordino dei ministeri: uno è dedicato alla Transizione ecologica, l’altro alla Transizione digitale. Teoricamente li presiede Draghi, in pratica la delega è ai ministri Stefano Cingolani per il primo e Vittorio Colao per il secondo. Funzioneranno come la cabina di regia di Draghi, nel senso che parteciperanno i ministri di volta in volta coinvolti nei progetti di spesa: di qui passerà il 65% circa dei fondi del Piano.

Poteri sostitutivi. Servono in caso di ritardi nell’attuazione del Pnrr, visto che gli esborsi arriveranno da Bruxelles solo rispettando anche le tappe intermedie. Quando e se attivarli (per i dettagli bisognerà aspettare il testo finale) lo deciderà la cabina di regia su proposta della segreteria tecnica, ma l’applicazione dei poteri sostitutivi sarà diffusa. Nelle bozze di dl Semplificazione li hanno, ad esempio, la Soprintendenza speciale voluta da Franceschini, il Comitato speciale dei lavori pubblici (che può pure commissariare le opere) e – in maniera assai estesa – il ministro Colao, che ha persino il potere di punire i dirigenti che non attuano il piano di digitalizzazione della P.A.

Ora il governo si sconfessa sullo stop ai licenziamenti

Si trattava solo di una mini-proroga del blocco dei licenziamenti di appena due mesi scarsi e peraltro non imposta a tutte le aziende, ma solo a quelle che useranno la Cassa integrazione gratuita. Eppure ha talmente mandato in fibrillazione la Confindustria e l’ala destra della maggioranza da spingere Palazzo Chigi a un parziale passo indietro che sconfessa se stesso e imbarazza il ministro Andrea Orlando. Uno schiaffo al Pd e ai 5Stelle che sostenevano la misura venuta fuori dal Consiglio dei ministri di giovedì, approvata all’unanimità e presentata in conferenza stampa dal ministro del Lavoro con al suo fianco il premier che annuiva.

Il passo indietro, dopo due giorni di colpi bassi, è presto detto. Giovedì Orlando ha fatto inserire in extremis una misura nel dl Sostegni Bis in due parti: la prima prorogava il blocco dei licenziamenti (che scade a fine giugno) al 28 agosto per le imprese che chiedono la Cig Covid entro giugno; la seconda rendeva gratuita la Cig ordinaria se chi la usa decide di non licenziare. Apriti cielo. Prima è partita Confindustria, che ha definito Orlando “inaffidabile” (“L’inganno di Orlando”, titolava domenica il giornale di casa, il Sole 24 Ore), poi la Lega. Ieri la sottosegretaria leghista Tiziana Nisini dalle pagine del Messaggero sconfessava il suo ministro. Critiche “ingenerose”, secondo il segretario del Pd Enrico Letta, che ha difeso Orlando, così come i 5Stelle.

Alla fine il dietrofront è arrivato. In serata Palazzo Chigi dirama una nota per spiegare che: “sulla base delle proposte avanzate da Orlando in Cdm” (dove è stato in sostanza deliberato un testo in bianco), “è stata definita una proposta che mantiene la possibilità per le imprese di utilizzare la Cassa integrazione ordinaria, anche dal primo di luglio, senza pagare addizionali fino alla fine dell’anno impegnandosi a non licenziare”. Tradotto: via la prima parte, cioè la mini proroga ad agosto. Il Pd finge che sia stata “mantenuta l’impostazione di Orlando”, ma è il centrodestra a incassare il punto. Eppure, come detto, si trattava di una misura tampone che scontentava anche Cgil, Cisl e Uil, per le quali quell’intervento è ancora troppo poco.

Il blocco dei licenziamenti generalizzato è stato introdotto a marzo 2020, all’avvio del lockdown e accompagnato da una massiccia iniezione di ammortizzatori sociali disponibili senza costi per tutte le imprese, anche quelle con un solo dipendente. È stato sempre prorogato, anche perché l’emergenza sanitaria (ed economica) non è ancora terminata. A marzo 2021, con il primo decreto Sostegni, è stato individuato un calendario per lo sblocco a due velocità: il divieto generalizzato sarebbe rimasto fino al 30 giugno. Dal primo luglio, i licenziamenti economici sarebbero stati permessi alle imprese che per legge hanno diritto alla Cig ordinaria, quindi industria ed edilizia. Per il terziario, ben più colpito dalla crisi Covid, la moratoria è stata invece estesa al 31 ottobre. Una soluzione che non è piaciuta ai sindacati, per almeno due ragioni. La prima è che la crisi morde ancora, quindi si rischia un’ondata di licenziamenti. La seconda è che l’annunciata riforma universale degli ammortizzatori sociali è ancora in alto mare, non dovrebbe arrivare prima dell’autunno inoltrato, quindi ancora non ci sono gli strumenti per affrontare un’ecatombe occupazionale.

La questione è anche politica: M5S aveva chiesto un blocco generalizzato fino al 31 ottobre e una proroga per le piccole e piccolissime imprese fino a fine 2021. La mossa di Orlando è stata una modifica molto leggera, giustificata dal fatto che su un nuovo posticipo “non c’era la maggioranza”.

Dell’impianto licenziato dal Cdm, a quanto pare (perché testi non ce ne sono), resta la possibilità di non pagare le addizionali sugli ammortizzatori sociali ordinari attivati dopo il primo luglio a patto di non licenziare durante l’utilizzo. Più che un divieto, era uno scambio, in un decreto che vale 40 miliardi, per buona parte destinati a favore delle imprese. Anche i 4,5 miliardi che compongono il pacchetto lavoro, infatti, sono costituiti soprattutto da sgravi alle aziende, come il contratto di rioccupazione e le decontribuzioni per turismo e commercio.

Secondo le stima di Banca d’Italia e ministero del Lavoro, finora il blocco ha preservato 360 mila posti di lavoro. Se a questi evitati aggiungiamo gli esuberi provocati dalla crisi, arriveremmo a 577 mila licenziamenti potenziali. Ma esistono stime sindacali che parlano di un milione di posti. Tra aprile e dicembre 2020 – i primi nove mesi di divieto – abbiamo comunque avuto 224 mila licenziamenti economici, e nell’ultimo semestre sono aumentati del 21% quelli disciplinari (non vietati).

Draghi, i “suoi” tecnici e pezzi di centrodestra: chi comanda sul Pnrr

Mario Draghi in cima a tutto, poi i ministri tecnici – voluti da lui e benedetti dal Quirinale – infine qualche pezzo di centrodestra. La catena di comando del Piano nazionale di ripresa (Pnrr) che si sta delineando è – e come era scontato in un governo dove le leve dell’amministrazione sono in mano a figure non espresse dalle forze parlamentari – il trionfo della tecnica sulla politica, intesa come partiti.

A giorni l’Italia avrà l’atteso decreto sulla governance del Piano che destina i 190 miliardi e dispari (più 30 del “fondo complementare) da qui al 2026. Arriverà in Consiglio dei ministri in settimana insieme al contestatissimo decreto sulle semplificazioni, ma le forze politiche non hanno ancora visto il testo. Ieri Draghi ha convocato una riunione a Palazzo Chigi: c’erano Daniele Franco (Economia), Vittorio Colao (Transizione digitale), Roberto Cingolani (Transizione ecologica), Andrea Orlando (Lavoro, Pd), Massimo Garavaglia (Turismo, Lega), Mariastella Gelmini (Affari regionali, FI), Elena Bonetti (Famiglia, Iv), Roberto Speranza (Salute, Leu) e Stefano Patuanelli (Agricoltura, M5S). È stato il sottosegretario Roberto Garofoli a illustrare sbrigativamente una sintesi del provvedimento. La riunione è durata meno di un’ora e i presenti non hanno avuto più che uno schema. Ne sanno di più a Bruxelles, visto che una bozza sarebbe stata condivisa con la Commissione europea già nello scorso fine settimana.

Lo schema, in sintesi, è articolato su tre livelli: uno politico, con cabina di regia a Palazzo Chigi e direzione generale al Tesoro (dove nascerà una struttura ad hoc) e uno tecnico, con una segreteria presso la presidenza del Consiglio a supporto della cabina di regia. Alle categorie sociali e pure agli enti locali (da cui passerà l’80% delle risorse) è riservato solo il classico “tavolo permanente”.

L’aspetto più critico riguarda proprio la cabina di regia. La presiederà il premier e l’idea è che sia a “composizione variabile”, cioè di volta in volta composta dai ministri coinvolti in base ai progetti e ai capitoli di spesa relativi. Problema: i tre quarti delle risorse del Pnrr coinvolge i ministri tecnici (Colao e Cingolani, ma anche Enrico Giovannini per le Infrastrutture e i Trasporti, Marta Cartabia per la Giustizia, Maria Cristina Messa per la Ricerca), a diretto riporto del premier. Un peso lo avranno, e non poteva essere altrimenti, anche la P.A. in mano al forzista Renato Brunetta e lo Sviluppo economico del leghista Giancarlo Giorgetti. Insomma, soprattutto tecnici e pezzi di centrodestra. Assai meno coinvolti saranno Pd, 5Stelle e LeU, che hanno ministri con capitoli di spesa minori. Quello “Salute” di Roberto Speranza, per dire, vale 15 miliardi (di cui metà in capo al digitale), quello “Agricoltura” di Patuanelli 6,8, le politiche per il lavoro di Orlando 7. Numeri che impallidiscono di fronte ai 40 miliardi del Digitale e ai 60 della Transizione ecologica.

Nel Pnrr lasciato in eredità dal Conte-2, la cabina di regia aveva una componente fissa (oltre al capo del governo, il Tesoro e il ministero dello Sviluppo e quello degli Affari Ue) con ministri politici alla guida di una task force di 300 tecnici. Se lo schema resta quello di Draghi, i partiti peseranno assai poco e meno di tutti la componente giallorosa. Per ora, però, non trapelano particolari malumori: le forze politiche paiono non avere la forza di porre obiezioni.

A Palazzo Chigi verranno anche attribuiti i poteri sostitutivi. Come la procedura di superamento del dissenso: saranno in capo alla cabina di regia e serviranno per esautorare le amministrazioni inadempienti o in ritardo. Digitale e transizione ecologica – che vantano comitati tecnici ad hoc – avranno però i loro. Al Tesoro è invece affidato il controllo e monitoraggio del Pnrr (con i 300 tecnici) e ogni ministero avrà una sua task force.

“Sostanziale accordo”, fanno filtrare da Palazzo Chigi. Magari qualcuno spera che l’anno prossimo il premier non sarà più Draghi. O che – nelle pieghe del provvedimento – strada facendo qualche margine di intervento in più ci sarà.

C’è un’aria

In quest’arietta da regimetto, non nuova peraltro nel Paese con l’intellighenzia più serva del mondo, sta passando l’idea che i partiti debbano stare a cuccia e lasciar fare tutto a Draghi, il nostro Ronaldo (che peraltro ha appena trascinato la Juve al minimo storico del decennio). Ogni proposta è bollata come un fastidioso disturbo al Manovratore, ogni protesta come un sabotaggio delle magnifiche sorti e progressive dei Migliori e dai giornaloni si levano moniti contro i partiti che “piantano bandierine”. Prima che la sindrome di Stoccolma renda le forze politiche ancor più paralizzate e afasiche di quanto già non siano, è il caso di ricordare a lorsignori alcuni fondamentali della democrazia parlamentare: Draghi e i suoi tre o quattro “tecnici” non hanno mai preso un voto, diversamente dai partiti. E alle prossime elezioni, verosimilmente, Draghi siederà sul Colle o su qualche altra poltrona oppure a casa, mentre a chiedere i voti agli elettori saranno i partiti. Il governo esiste in quanto e finché il Parlamento gli dà la fiducia. Ciascun partito è liberissimo di votarla o di negarla in base a quello che il governo fa. E non c’è “Europa”, o suo improvvisato portavoce, che possa dire ai rappresentanti del popolo cosa devono fare.

Semmai è Draghi che dovrebbe pensarci mille volte prima di mettere le mani sulla Rai e sulle altre partecipate di Stato senza consultarli. Quanto ai miliardi del Recovery, peraltro procacciati dal governo precedente, arriveranno in base al Piano presentato alla Ue (per il 95% copiato da quello di Conte e per il 5% modificato in peggio) e alle riforme promesse su giustizia, lavoro, ambiente, burocrazia. Ma non le decide l’Europa e nemmeno il governo: le decide il Parlamento, libero di votarle o bocciarle o modificarle in base ai programmi e alle aspettative degli elettori dei vari partiti. Se i 5Stelle vogliono il salario minimo e il sorteggio dei togati del Csm e non vogliono la prescrizione, la separazione delle carriere, l’azione penale discrezionale, l’abolizione del codice degli appalti e altre deregulation foriere di stragi tipo Morandi e Mottarone, nessuno può obbligarli a votare l’opposto in nome di presunte urgenze europee o esigenze di unità nazionale. Lo stesso vale per Pd e Lega&FI sulla tassa di successione. I partiti non solo possono, ma devono “piantare bandierine”, cioè combattere le battaglie promesse agli elettori, anche a costo di disturbare i manovratori senza elettori. Se troveranno buoni compromessi per le famose “riforme”, bene. Sennò si saluteranno, manderanno Draghi al Quirinale o dove vuole lui, e torneremo a votare per chi pare a noi. Non alla fantomatica “Europa”, che fra l’altro non ha fra i suoi compiti quello di insegnarci a votare.

“La scienza in laboratorio, i ciarlatani in piazza”

In una scena de Il malato immaginario di Molière, il protagonista Argante – dopo l’ennesima visita del dottor Purgone che gli propina gli intrugli del farmacista Centodori come fossero la panacea dei suoi mali – dice al fratello Beraldo sui savants: “Sanno parlare correttamente in latino, dare un nome greco alle malattie, definirle e catalogarle; ma guarirle no, questo non lo sanno assolutamente fare”. Tale è la sfiducia verso la categoria, da sentenziare che “quasi tutti gli uomini muoiono dei loro rimedi, non delle loro malattie”. Quella di Molière, lo si sa, è una satira seicentesca alla prosopopea intellettualistica di Luigi XIV, che anticipa il tema della fiducia nella scienza che l’Illuminismo (prima) e il Positivismo (dopo) instillarono negli uomini.

Tuttavia, l’emergenza da Covid-19, sovraesponendo medici, virologi, scienziati ha minato tale fiducia. Per questo è così interessante il libro della professoressa Elena Cattaneo, ordinario di Farmacologia all’Università di Milano e Senatrice a vita, Armati di scienza (Raffaello Cortina, pp. 160, euro 13), che vuole riposizionare la scienza come arte umana. L’autrice subito risponde sulla questione presenzialismo: “Chi altri dovrebbe essere ascoltato durante una pandemia?” e aggiunge che “a parte alcune narrazioni fittizie sui conflitti tra esperti, perlopiù utili al racconto mediatico e talvolta politico, si è trattato di differenti interpretazioni (…) provenienti da punti di vista disciplinari diversi: virologi, epidemiologi, infettivologi, clinici e modellisti”, che in realtà sono “tutte analisi giuste di una porzione della complessa storia”. Se da un lato, dunque, raccontare alle nuove generazioni la scienza nel suo farsi sarà il nuovo compito degli scienziati, a cui ci si deve avvicinare non come “tifosi social”, dall’altro i media dovranno essere “meno inclini alla falsa par condicio tra fatti e opinioni e ad alimentare pretestuosi conflitti e narrazioni inesistenti, che forse servono ad attirare lettori e spettatori”. La scienza, infatti, in materia di Covid non è divisa, tutt’altro, è fatta di “migliaia di menti che lavorano all’unisono”.

Il titolo, Cattaneo lo precisa, non ha nulla a che fare con il linguaggio bellico che si è scelto di usare nel racconto della pandemia – sposando idealmente le tesi di Michela Murgia sulla sua pericolosità –, l’arma di cui Catteno parla è “il metodo scientifico”, la sua “inconfutabilità”. Senza di essa, prosegue l’autrice “come vasi di coccio tra vasi di ferro, saremo frangibili”. L’evidenza scientifica deve stimolare la fiducia dato che “la conquista di un nuovo pezzo di conoscenza segue la strada della trasparenza, dove ogni passo è descritto accuratamente e pubblicamente”. Questa regola, prosegue la senatrice, è “la prima a essere trasgredita dai ‘ciarlatani’ della scienza”. Convinta, infatti, che “la scienza non si fa in piazza”, li rimprovera di offrire “non-cure” pompate “come metodi occultati e osteggiati”. Ricorda, allora, “la pseudo cura per il cancro a base di alcol, aceto di vino, tintura di genziana e di colchicina del dottor Aldo Vieri”; oppure “il siero del veterinario Liborio Bonifacio, a base di feci e urina di capra”; e ancora negli anni ’90 l’immunologo Alberto Bartorelli che “proponeva di curare il cancro con la proteina UK 101”, e “la terapia ‘alternativa’ a base di vitamine, somatostatina, bromocriptina, ciclofosfamide e melatonina” del dottor Luigi Di Bella e così via. Tutto, lo fa il legame tra scienza e politica. Il metodo dello scienziato, infatti, “non può essere condizionato da interferenze politiche o opportunismi”. Questa deve essere la sua “bussola quotidiana”.

È importante affidarsi alla scienza, soprattutto se si parla di vaccini. Di fronte al Covid, “si è chiesto alla scienza un vaccino nel giro di qualche mese, senza considerare che il tempo medio di produzione di vaccini è di cinque-dieci anni, quasi che la scienza fosse un juke-box” rimarca Cattaneo; eppure l’impresa è riuscita: “vaccini sicuri ed efficaci in soli undici mesi – risultato comunque impossibile da prevedere quando è scoppiata l’emergenza”. E sulla sperimentazione, l’autrice non teme di rispondere ai movimenti animalisti, che “forti di una propaganda aggressiva e di un linguaggio e immagini ad alto impatto emotivo, ma che travisano la realtà dei fatti, contribuiscono senza remore a rendere tabù, nella percezione pubblica, quelli che in realtà sono studi necessari per le conquiste della medicina”.

Un testo pregno, questo di Cattaneo, che offre riflessioni personali a partire dal proprio precipitato. Come quando, riferendosi al gender gap nel mondo universitario, annota che “la presenza femminile tra i docenti universitari è in crescita ‘costante e regolare’”, ma che “la forbisce si allarga” in favore degli uomini “man mano che si sale”. I capi donna, all’università come ovunque, sono pochi. Ma il problema è culturale: per via di una inveterata cultura maschile, capita spesso che le donne nel “tentare il salto, non si percepiscono all’altezza”.

Israele. Herzog e Perez, i due nomi per la presidenza

Il presidente dell’Agenzia ebraica Isaac Herzog e Miriam Peretz, salita alla ribalta pubblica dopo che due dei suoi figli sono stati uccisi durante il servizio militare, hanno annunciato la loro candidatura come prossimo presidente di Israele. La Knesset eleggerà il successore di Reuven Rivlin a scrutinio segreto il 2 giugno.Herzog, 60 anni, ex leader del partito laburista e figlio del defunto presidente israeliano Chaim Herzog, è considerato il capofila nella corsa alla presidenza. Ha raccolto firme di sostegno da 27 membri della Knesset e si prevede che ottenga anche il sostegno dei legislatori di destra per la posizione in gran parte cerimoniale. Miriam Peretz , 67 anni, si è assicurata le firme di 11 parlamentari, tra cui solo uno del centrosinistra, Yael Ben Moshe di “Kahol Lavan”. L’ex membro della Knesset Yehudah Glick, esponente dell’ala più oltranzista dei suprematisti della destra ha annunciato il suo ritiro. L’ex deputato Michael Bar-Zohar, che non è riuscito a ottenere le 10 firme necessarie per candidarsi, ha abbandonato la gara e darà il suo sostegno a Herzog. Anche la ex presidente della Knesset Dalia Itzik, che ha servito come presidente ad interim in seguito alle dimissioni di Moshe Katzav, ha deciso di non candidarsi. Finora nessuno dei partiti alla Knesset ha appoggiato Herzog o Peretz. Il Likud, che non ha presentato un proprio candidato, darà ai suoi parlamentari libertà di voto (che è comunque a scrutinio segreto), come hanno già fatto i partiti “Meretz” e “New Hope”.

La prospettiva che il primo ministro Benjamin Netanyahu possa candidarsi alla presidenza è ormai fuori discussione. Netanyahu è attualmente sotto processo per accuse di corruzione. Negli ultimi tempi, fonti politiche a lui vicine hanno sollevato la possibilità che Netanyahu si candidasse alla presidenza o presentasse un candidato di sua scelta, ma Bibi ha negato qualsiasi intenzione di farlo. Il governo, e soprattutto il premierato, resta il vero obiettivo di Netanyahu perché in Israele solo la guida dell’esecutivo ha diritto all’immunità fino a fine mandato.

 

La politologa che infiamma le speranze dei giovani russi

Nel dicembre 2018, un giornalista blogger russo, piuttosto seguito su Facebook, pubblicò un post in cui dichiarava di sapere “chi dovrebbe accedere alla presidenza dopo Putin”. E fece il nome di Ekaterina Schulmann, politologa, specialista del processo legislativo. Proposta sorprendente, dal momento che la diretta interessata non si occupa di politica e non ha mai espresso il desiderio di farne. Per il blogger, proprio questo disinteresse per la politica è un punto a favore della Schulmann: “Ekaterina rifiuterà… – commentò -, ma a noi non serve un presidente che vuole diventare presidente”. Da allora l’ipotesi è più volte affiorata sui social network. Ekaterina Schulmann, esperta riconosciuta di scienze politiche, fa battere i cuori di molti giovani russi.

Su Internet, i suoi sostenitori fanno a gara per esprimere la loro ammirazione, persino il loro amore. Sono nati dei fan club, le sue dichiarazioni diventano citazioni, si creano degli avatar… Chi è dunque questa insegnante-ricercatrice di Mosca, 42 anni, apprezzata dai media russi e stranieri per le sue analisi pertinenti dell’attualità? “Mi piace tutto di Ekaterina Schulmann. È esattamente il tipo di donna che vorrei vedere ai posti dirigenziali, in Parlamento, alla Duma di Stato, al lavoro”, confida Anastassia, 21 anni, che abbiamo incontrato a Mosca, a gennaio, durante una delle numerose manifestazioni a favore del dissidente Alexsej Navalny. È lei stessa a fare spontaneamente il nome della Schulmann come alternativa al potere in carica: “È un’eccellente politologa – continua Anastassia -, tutta la nostra classe dirigenziale dovrebbe ascoltare quello che dice”. Ekaterina Schulmann, incarnando i valori della modernità, è diventata un modello per molte giovani donne russe, ma non solo. Nel 2020, figurava tra le personalità più brillanti in Russia per la fascia d’età 40-45 anni, secondo un sondaggio dell’istituto indipendente Levada. Ekaterina, capelli biondi raccolti spesso in uno chignon, testa alta e sguardo determinato, deve gran parte della sua popolarità alla celebre radio Echo di Mosca, dove tiene un programma settimanale, “Status”. Insieme a un giornalista, analizza l’attualità e risponde alle domande degli ascoltatori. Sul suo canale YouTube, che conta più di 442.000 iscritti, la politologa, che è amante della buona tavola, pubblica anche dei video girati nella sua cucina. Col suo modo di fare amichevole e disinvolto, racconta un episodio della sua vita o consiglia una lettura sorseggiando un tè. “Ekaterina Schulmann possiede molte qualità rare in Russia. È allo stesso tempo competente, onesta, carismatica e a suo agio con il pubblico… Questa combinazione la rende unica”, osserva l’economista Sergei Guriev, fine conoscitore del panorama socio-politico russo, esiliato in Francia nel 2013. Guriev apprezza anche la libertà di parola della politologa: “Quello che fa richiede coraggio, è anche per questo motivo che le persone la rispettano. È facile criticare Putin quando si è fuori dalla Russia, ma da dentro è molto pericoloso”. Ekaterina Schulmann difende l’idea che la transizione verso un altro modello politico è già iniziata in Russia. Questo discorso ottimista conquista i cittadini russi in cerca di cambiamento. “Il suo è un messaggio controcorrente rispetto a quello deprimente di Putin: “Io sarò sempre presente, non vivrete mai in un paese libero”. Lei invece veicola speranza, affermando al contrario che la Russia diventerà un paese normale”, spiega Sergei Guriev.

È della stessa opinione Anna Colin-Lebedev, docente all’Università Paris-Nanterre: “Ekaterina Schulmann – dice la specialista della Russia – non porta avanti il solito discorso triste e cupo, ma sdrammatizza. Al di là delle sue innegabili competenze, ha anche una franchezza e un umorismo naturale che piacciono a molti”. Ekaterina Mikhaïlovna Zaslavskaya nasce il 19 agosto 1978 a Tula, città industriale a sud di Mosca, nota per i suoi samovar e per il pan di zenzero. Figlia di intellettuali – entrambi i genitori sono insegnanti -, impara a leggere con lo zio a 4 anni e sviluppa molto giovane la passione per la letteratura. Da adolescente vive la perestrojka e la caduta dell’URSS come una liberazione, senza rimpianti né nostalgia per il periodo sovietico. “Non avevamo provato mai una gioia così grande. Non era così per tutti i ceti sociali. Ma, nell’ambiente in cui vivevo, niente valeva più della libertà, dell’accesso all’informazione e della possibilità di esprimere il proprio pensiero – racconta in un caffè di Mosca -. Va detto che ricordo di un potere sovietico sinonimo di povertà e inefficienza totale. Vivevamo in una città trascurata, sporca e pericolosa. C’erano tanta miseria e continui problemi di approvvigionamento”. Dopo essersi diplomata al liceo nel 1995, trascorre sei mesi a Toronto, in Canada, per perfezionare il suo inglese. Al rientro in Russia, viene assunta al servizio dell’amministrazione comunale di Tula. È da questa esperienza che trae il gusto per la democrazia e per il principio di autogoverno locale. Un modello per il futuro, secondo lei. “Sono stati anni di grande libertà e sperimentazione. Oggi non è rimasto quasi nulla di quel periodo, ma tornerà. È così che la democrazia, in senso lato – dice –, sopravviverà all’attuale crisi di fiducia tra responsabili politici ed elettori: attraverso l’auto-organizzazione e la delega del potere dall’alto verso il basso”. Nel 1999, si trasferisce a Mosca per lavorare per alcuni mesi in un’agenzia di stampa, prima di entrare alla Duma di Stato, dove ricopre vari incarichi come analista. Nel 2006, raggiunge un’azienda privata per il posto di direttrice delle ricerche legislative. Nella sua carriera, evidenzia due momenti chiave: il suo matrimonio e il dottorato. Nel 2007, sposa il critico letterario Mikhaïl Schulmann. Insieme hanno tre figli, oggi di 12, 9 e 5 anni. Nel 2013, sostiene la sua tesi di dottorato dal titolo “Condizioni politiche e fattori di trasformazione del processo legislativo nella Russia contemporanea”. Quindi diventa docente all’Istituto di scienze sociali dell’Accademia russa dell’Economia nazionale (Ranepa). “Questi due momenti della mia vita mi hanno dato più fiducia in me stessa. Da allora ho avuto il coraggio di parlare in pubblico”, confida oggi. Parallelamente alla sua carriera accademica, Ekaterina muove i primi passi nei media, tenendo una rubrica regolare sul quotidiano economico Vedomosti dal 2013.

Quattro anni dopo, l’Echo di Mosca le propone una rubrica settimanale. Lei accetta, contenta di poter divulgare i frutti delle sue ricerche. Nel dicembre 2018, viene nominata membro del Consiglio per i diritti umani, sotto la presidenza della Federazione Russa, un mandato della durata di sei anni. Missione che Ekaterina Schulmann usa per sostenere i prigionieri politici delle proteste dell’estate 2019, pesantemente represse a Mosca. In autunno, senza un motivo ufficiale, insieme ad altri quattro membri, viene allontanata dal Consiglio, ma continua a sostenere le manifestazioni pacifiche. A gennaio, in qualità di osservatrice per il Gruppo Helsinki di Mosca, un’organismo russo di difesa dei diritti umani, partecipa alle proteste per la liberazione del dissidente Alexsej Navalny. Suo marito viene arrestato durante la manifestazione del 31 gennaio. Alcune settimane dopo, organizza una raccolta fondi su YouTube a favore di due ONG e un media indipendente contro la repressione politica. L’operazione è un successo, raccogliendo più di 3 milioni di rubli (333.000 euro) in due ore. Un’azione civile o l’inizio di un impegno politico? Ekaterina Schulmann parla piuttosto di “mutua collaborazione civica”. E scarta da subito l’ipotesi di candidarsi un giorno alla presidenza russa: “Oggi la funzione presidenziale è un concentrato pericoloso e inutile di potere, dannoso per il Paese. Deve essere completamente riscritta da un vero Parlamento, attraverso libere elezioni e un sistema multipartitico degno. A quel punto potremmo discutere di chi deve essere eletto. Parlarne ora non ha senso”.

 

Anziani non autosufficienti. Più fondi nel Pnrr: verso un nuovo piano di riforma atteso da anni

“Abbiamo chiesto 7 miliardi per l’assistenza agli anziani non autosufficienti. Alla fine sono 3,5 i miliardi previsti nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Sono un buon punto di partenza, ma è solo l’inizio: entro la fine della legislatura, il 2023, va finalmente realizzata la riforma del settore di cui si parla dagli anni ‘90”. Ne è convinto Cristiano Gori, docente di politica sociale all’Università di Trento e coordinatore del Network non autosufficienza, un gruppo di esperti che ha sottoposto al governo una dettagliata proposta per il Pnrr sostenuta da un’ampia rete di organizzazioni della società civile, tra le quali Caritas, Cittadinanzattiva, Forum Disuguaglianze Diversità, Forum Nazionale del Terzo Settore, le tre associazioni nazionali che rappresentano le persone con Alzheimer e i loro caregiver, e molte altre.

La decisione di scrivere la proposta è maturata a gennaio, dopo la presentazione del Pnrr elaborato dal governo Conte, che dedicava pochi e frammentati fondi all’assistenza agli anziani ma, soprattutto, non conteneva alcun progetto per il suo futuro. “Abbiamo presentato la proposta alle istituzioni – nelle persone dei ministri Andrea Orlando (Welfare) e Roberto Speranza (Salute) – e le abbiamo trovate disposte ad ascoltare. Molte delle nostre richieste sono state accolte – continua Gori – a partire da quella fondamentale, la previsione di una riforma organica del settore. Ci dispiace solo non si siano volute rafforzare le case di riposo, come noi avevamo sollecitato”. È proprio nell’attenzione agli anziani non autosufficienti che si trova una delle principali differenze tra il Pnrr scritto da Conte e quello di Draghi. Un miglioramento, va detto, che stride con il dimezzamento delle risorse per i presidi territoriali (i fondi per Case e Ospedali di comunità sono passati da 6 a 3 miliardi). Uno spostamento di risorse, quando invece ci sarebbe stato bisogno di aumentarle su tutto il comparto.

Ad ogni modo ,agire su questo fronte, era urgente. Oggi sono 2,9 milioni gli over 65 non autosufficienti, un numero che continuerà a salire. A crescere con rapidità, sono le persone con almeno 80 anni, i principali utenti dell’assistenza. Nel Pnnr è stata, dunque, inserita la realizzazione della riforma nazionale del settore. Si tratta di un’azione organica, che toccherà il complesso delle misure esistenti, quelle sanitarie e quelle sociali. La riforma prevede così, come indicato nella proposta delle organizzazioni, un sistema orientato all’incremento dell’offerta di servizi; il rafforzamento dei modelli d’intervento secondo la logica della cura multidimensionale; la riduzione della frammentazione del sistema e la semplificazione dei percorsi di accesso.

Insomma, i passi in avanti sono stati significativi, ma siamo solo all’inizio. “Il Pnnr offre un’opportunità inedita per un ridisegno e per un miglioramento strutturale del settore. Ma della riforma si indicano gli obiettivi in termini generali, ancora tutti da articolare. Dunque, si tratta esclusivamente di uno spazio. Ora il punto è quello di riempirlo di contenuti e di forza riformatrice: questa è la sfida da realizzare entro il 2023”, conclude Cristiano Gori.

L’Aie vede il futuro carbon fre ma dentro il modello “liberista”

L’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) ha sede a Parigi e raggruppa i Paesi più ricchi. È nata nel 1974 per contrastare gli aumenti del prezzo del petrolio decisi dall’Opec e per stimolare gli investimenti in energie “alternative”. Giocò un ruolo marginale perché non aveva poteri reali e perché a far calare i prezzi ci pensarono la crisi economica statunitense, che fece calare la domanda, e l’avvento del petrolio del mare del Nord.

Dopo aver invocato per decenni prezzi moderati del greggio, l’agenzia si reincarna oggi in paladino della “decarbonizzazione”. Ha appena presentato “il primo piano mondiale omnicomprensivo per raggiungere le zero emissioni nette nel settore energetico” entro il 2050 ed evitare un aumento delle temperature mondiali superiore a 1,5 gradi celsius rispetto all’era pre-industriale. Ne è venuto fuori un esercizio a metà tra la scienza delle previsioni sociali stile Asimov e le profezie di Nostradamus.

Vediamo i risultati principali. Nel 2050 il solare sarà la più importante fonte di energia al mondo, con un ruolo importante anche per il nucleare e l’idroelettrico. Le rinnovabili forniranno il 90% dell’elettricità che, a sua volta, arriverà a fornire la metà del consumo mondiale di energia. Un quinto di questa elettricità sarà utilizzata per produrre idrogeno. Per le aziende petrolifere il destino è segnato. Già dal prossimo anno non servirà alcun nuovo investimento in gas e petrolio: i consumi di petrolio caleranno da quasi 100 milioni di barili di petrolio al giorno nel 2019 a 24 milioni di barili nel 2050 (Eni non se n’è accorta, visto che il suo piano 2021-24 assegna alle fossili il 65% degli investimenti). Un bel contributo alla decarbonizzazione deriverà dal fatto che, nonostante un’economia che nel 2050 sarà due volte più grande di quella di oggi, con 2 miliardi di persone in più, la domanda di energia sarà dell’8% più bassa.

A realizzare questo miracolo, che farà dimenticare due secoli di sistema economico incentrato sul consumo di carbone, petrolio e gas naturale, ci penseranno poderosi investimenti nelle rinnovabili (4 trilioni al 2030), combinati con l’esplosione del mercato delle auto elettriche (dal 2035 non si produrranno più veicoli a benzina o diesel), nonché con la diminuzione dell’intensità energetica della produzione. Ma, e qui emerge il lato Nostradamus, l’Aie confida che a partire dal 2030 metà delle riduzioni delle emissioni di CO2 avverrà da tecnologie “in via di sviluppo”, che oggi non esistono o sono antieconomiche come gli elettrolizzatori per l’idrogeno o il sequestro del carbonio dall’atmosfera.

Per la giustizia sociale niente paura perché, nonostante una sempre maggiore tassazione del carbonio che raddoppierà in valore al 2030, verranno creati milioni di posti di lavoro nel settore green. E per i quasi 3,5 miliardi di persone che, o non hanno accesso all’energia, o hanno solo accesso ad energia sporca, niente paura perché per fornirgli il minimo indispensabile basteranno investimenti per 40 miliardi di dollari l’anno. Non sarà una transizione squilibrata verso i Paesi ricchi visto che l’intensità di riduzione delle emissioni dovrà essere molto più forte per loro piuttosto che per i Paesi poveri.

Nel 1971 il grande socialista scandinavo Olof Palme esprimeva così il suo scetticismo sulla futurologia: “Si preoccupa di ottimizzare gli ambienti operativi delle società multinazionali”. L’Aie vede un mondo in cui gli elettroni si sostituiranno al carbonio, lasciando però inalterati gli architravi sui quali poggia l’attuale modello neoliberale: la ricerca del profitto nel settore energetico, gli squilibri nella disponibilità di energia dentro e tra le nazioni, la crescita del Pil come finalità ultima della politica.

La liberalizzazione del settore energetico nell’Ue e negli Stati Uniti ha generato nell’ultimo decennio aumenti dei profitti per le imprese e delle bollette per i consumatori: il sempre più massiccio ricorso alle rinnovabili, combinato con massicci investimenti in nuove infrastrutture, rischia di incrementare la già dilagante povertà energetica senza un intervento diretto pubblico. Affermare poi che una modesta iniezione di 40 miliardi di investimenti l’anno possa garantire l’accesso all’energia ad intere popolazioni, a partire dal continente africano, appare surreale. Infine, la storia ci dimostra che, a livello globale, aumenti di Pil sono andati di pari passo con aumenti delle emissioni di gas serra. Se diminuirà l’utilizzo dei combustibili fossili, aumenterà in modo sfrenato il consumo di ogni altra risorsa naturale (quello di minerali strategici aumenterà di 7 volte entro il 2030, secondo Aie): raddoppiare la produzione materiale significa raddoppiare la crisi ecologica, non risolverla.