Bancomat. Verso nuove regole per chi preleva: rischio rincari

Dal 1° luglio Ing eliminerà il contante chiudendo 62 Atm. Così a 1,3 milioni di clienti del Conto arancio non resterà altro che prelevare presso gli sportelli delle altre banche. Per versare gli assegni, dovranno invece usare una casella postale, mentre tutte le altre operazioni saranno svolte sul sito della banca o sull’app. Si dirà che non c’è nulla di strano per una clientela abituata a gestire da sempre il proprio conto corrente online. Mai affermazione fu più sbagliata: non solo i clienti Ing, a determinate condizioni, non hanno mai pagato commissioni sui prelievi. Ma la decisione del gruppo bancario olandese, che ha aperto uno squarcio nelle politiche commerciali degli altri istituti, non andrà di sicuro a favore dei correntisti che si dovranno aspettare un aumento delle spese. Per ora non ci sono altre banche che lo hanno già comunicato, ma solo due enormi indizi: il calo costante delle filiali (in 10 anni gli sportelli sono scesi da 34.036 del 2010 a 24.312 del 2020) e l’apertura del procedimento da parte dell’Antitrust sul progetto presentato da Bancomat Spa per l’eliminazione delle commissioni interbancarie associate ai prelievi. In pratica, la società che da 40 anni gestisce i circuiti di pagamento e di prelievo più diffusi (tra i maggiori soci ci sono Intesa, Unicredit, Iccrea Banca, Bpm e Mps) ha chiesto all’Authority il benestare per una nuova procedura: chi ritira contante presso lo sportello di un istituto di cui non è cliente non pagherebbe più l’attuale commissione di 50 centesimi, se prevista dalla propria banca, ma una fee di importo diverso a seconda della banca dove ritira che non sarà nota fino al momento del prelievo. Bancomat Spa giustifica questa richiesta spiegando che le banche non ce la fanno più a sopportare i costi di manutenzione degli Atm e che, in molti casi, sarebbero anche superiori ai 50 centesimi fatti pagare al cliente. Per Bancomat Spa non si può però parlare di rincari di massa perché quello che loro definiscono “tema” riguarda “solo il 25% dei cliente che preleva presso gli Atm di altri istituti” per un ammontare di circa 150 milioni di euro di transazioni. L’Antitrust ha confermato al Fatto che l’esito dell’istruttoria arriverà entro la fine di quest’anno, ma intanto da inizio anno sono già lievitati del 48% i costi dei conti online azzerando quasi quelli a costo zero, mentre diversi istituti hanno già iniziato ad applicare una penale sulle giacenze medie pari o superiori a 50 mila o 100 mila euro.

 

Miliardi coi vestiti usati: cosa c’è dietro l’app del momento

Negozio numero uno: i pacchi in un angolo sono un centinaio. Hanno tutti la stessa etichetta. “Sono solo quelli di oggi” spiega indicandoli il titolare del “Riparo Express” di via Tiburtina a Roma, dove accanto all’attività di assistenza informatica c’è un via vai di buste e corrieri. “Prendiamo 40 centesimi a pacco spedito e ricevuto – spiega il commerciante – e a fine mese arriviamo a circa 300 euro, che in questo momento ci fanno comodo per pagare le bollette”. Sulle etichette c’è la scritta “Vinted”, piattaforma digitale che chi guarda la tv avrà sentito nominare almeno una volta. La campagna pubblicitaria è martellante: “Non lo metti? Mettilo in vendita”. App e sito permettono di vendere vestiti e accessori usati. Si commercia quasi tutto ciò che può essere spedito, di fatto in concorrenza con storici giganti dell’e-commerce di seconda mano, come ebay e subito.it. Andiamo in altri tre negozi e la situazione è la stessa. “Viene a ritirare anche una signora di 75 anni – spiega un altro commerciante – prima frequentava i mercatini rionali”.

La storia. Vinted è stata fondata nel 2008 in Lituania, patria europea di innovazione e startup, da Milda Mitkute e Justas Janauskas. “Durante un trasloco – ci raccontano dall’azienda – Milda si è resa conto di avere troppi vestiti da dover portare con lei. Justas l’ha aiutata nel costruire un suo sito web da dove regalarli e così è nato Vinted”. È stato un successo istantaneo in Lituania. “Nel 2009, due amici di Justas hanno contribuito a lanciare la versione tedesca, il primo passo all’estero. Nel 2011 il primo investitore, e attuale direttore operativo, Mantas Mikuckas è entrato a far parte della compagnia. L’azienda è ora guidata da Thomas Plantenga e sostenuta da altre cinque importanti società di venture capital”. Attualmente è su 13 mercati, in italia è arrivata a fine 2019. Di anno in anno ha aumentato i round di finanziamento: nel 2013, 5,2 milioni di euro, poi 20 milioni, poi 27 fino a 128 milioni nel 2019 (acquisendo così lo status di “unicorno” riservato alle startup con valutazione di un miliardo) e l’ultimo nel 2021 di 250 milioni, che l’ha portata a una valutazione di 3,5 miliardi di euro.

Stando alla pervasività degli spot, è chiaro che buona parte dei soldi è stata investita sul marketing che ha fatto conoscere “il marchio” al grande pubblico. Il resto è logistica, utilità e tempismo. Ha 45 milioni di utenti, per lo più donne tra i 20 e i 35 anni, si pubblicizza come priva di commissioni, mette a carico di chi compra il costo di spedizione e si avvale di corrieri che permettono di tracciare i pacchi, azzerando rischi e timori di truffe. Si vende su più mercati (dall’Italia si arriva anche in Francia), ci sono opzioni, facoltative, per aumentare la visibilità dei prodotti, un briciolo di pubblicità (“per noi è una fonte minore di guadagno” spiegano) e infine c’è una “buyer protection” pari al 5% del prezzo dell’articolo più 70 centesimi a carico di chi compra. Su questa Vinted fa il maggior margine di profitto.

Con il Covid gli articoli caricati sono aumentati di circa il 17% a ogni lockdown. L’azienda se lo spiega come un effetto del “decluttering” (letteralmente l’eliminazione di ciò che è superfluo) che investe chi sta molto casa e della necessità di arrotondare in modo sostenibile. “Abbiamo notato che i fattori chiave già esistenti per le persone che acquistano e vendono articoli di seconda mano sulle piattaforme C2C sono diventati ancora più rilevanti: guadagnare soldi extra e comprare a prezzi più bassi insieme al consumo responsabile. E durante questo momento difficile per diverse persone in Italia e in tutto il mondo, crediamo che il nostro prodotto possa portare valore”.

Nei giorni scorsi, però, in Francia l’applicazione è stata accusata di pratica commerciale ingannevole proprio a causa della “buyer protection”. L’accusa arriva dall’associazione francese dei consumatori UFC-Que Choisir che ha deciso di fare ricorso, chiedendo il rimborso di queste spese dal 2016. “Questa commissione è presentata da Vinted come facoltativa, ma in realtà è obbligatoria – ha spiegato l’associazione – Non è disponibile alcuna funzionalità per rifiutarla ed è anche abilmente mimetizzata. Non si presenta come tale ma solo sotto il nome tendenzioso di ‘Protezione dell’acquirente’ e l’importo si manifesta solo nell’ultima fase della transazione”. Il calcolo: con 5 milioni di visitatori unici al giorno, oltre 16 milioni al mese, Vinted è tra i siti di e-commerce più consultati in Francia. “Rispetto ai 45 milioni di membri in Europa, le somme generate sono colossali”.

La “cattura” dei media Ue: “Deve indagare l’Antitrust”

Più gli editori sono indebitati, più sono vulnerabili rispetto alle banche creditrici. Sinora mancava una dimostrazione scientifica. Ora la conferma arriva dallo studio La cattura dei media da parte delle banche pubblicato il 7 settembre scorso da Ruben Durante e Andrea Fabiani dell’Università Fabra di Barcellona e José Luis Peydró dell’Imperial College di Londra e del Centro europeo di ricerca economica (Cepr). La ricerca ha mappato i prestiti delle banche ai principali quotidiani di diversi Paesi europei e verificato la distorsione dei contenuti a favore dei creditori su due temi: le notizie date da 20 giornali sui bilanci di 37 banche (tra le quali le italiane UniCredit, Mps, Bpm e Ubi) e la copertura offerta da 24 testate, tra cui Corriere della Sera e Repubblica, sulla crisi del 2011 dei conti pubblici in Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda.

L’indagine dimostra che la “sensibilità” degli editori agli interessi dei creditori cresce di pari passo con i loro debiti, ma anche che i giornali indebitati con banche più esposte sui titoli di Stato hanno raccontato la crisi del debito sovrano del 2011 in modo da privilegiare soluzioni che riducessero i rischi di perdite per i loro finanziatori. Questa distorsione ha riguardato non solo i giornali italiani o greci, ma anche francesi e tedeschi, perché le loro banche di riferimento avevano in pancia i titoli di Atene. “I nostri risultati forniscono la prima prova sistematica che i collegamenti tra editori e banche hanno un effetto sulle notizie e minacciano l’indipendenza editoriale sulle questioni finanziarie. I legami tra banche e media non influenzano solo il modo in cui i giornali riportano fatti specifici dell’istituto creditore ma possono impattare anche sul dibattito politico”, scrive Durante. Il professore è noto dal 2019, quando sull’American Economic Review una sua ricerca dimostrò quanto le trasmissioni Mediaset hanno influenzato nei decenni il voto degli italiani.

L’analisi è nel solco di quella sui rapporti tra giornali italiani e banche creditrici pubblicata a maggio 2016 su ProMarket da Luigi Zingales, professore alla Booth School of Business dell’Università di Chicago. Per misurare il mutamento di interpretazione delle notizie a favore delle banche, Zingales esaminò il modo in cui la stampa aveva raccontato il decreto del governo Renzi sulle banche popolari e gli interventi del Fondo Atlante sugli istituti di credito. L’analisi mise in relazione la posizione delle diverse testate e il livello dei debiti bancari delle società editrici. Zingales spiegò che lo spin poteva derivare dalla “cattura delle fonti” dei giornalisti e dalla scelta di commentatori graditi e allineati “dietro pressione implicita o esplicita delle banche”. L’economista scrisse che c’erano “prove circostanziali del fatto che i giornali italiani sono catturati dalle banche sufficienti a chiedere un’indagine Antitrust”.

A cinque anni di distanza da quello studio, Zingales ritiene che “occorrerebbe controllare che tipo di informazione viene o non viene riportata e quale influenza le banche hanno nel sostegno politico dei giornali ai governi. C’è chi si chiede se questo sia un tema Antitrust. Una recente decisione dell’Authority britannica su Sky News mostra che la diversità delle fonti d’informazione della pubblica opinione è un valore che dev’essere preservato dall’Authority stessa. Il problema dunque emerge se tutti i giornali finiscono per essere influenzati da poche fonti. Lo studio di Durante, Fabiani e Peydró dà un’evidenza scientifica del problema del rapporto tra banche creditrici ed editori debitori: alla luce di questa ricerca, a mio avviso, ci sono gli estremi perché l’Antitrust avvii una indagine”.

“Da questa indagine”, continua l’economista, “potrebbero nascere due tipi di intervento regolatorio. Il primo potrebbe riguardare forme di attenzione ai rapporti tra la direzione dei giornali e gli editori. Il secondo potrebbe introdurre limiti alle quote del mercato di finanziamento ai giornali da parte dei singoli gruppi creditizi, come quelli oggi previsti nelle fusioni e concentrazioni. Poiché le banche hanno questa forza di condizionamento sull’informazione, si potrebbe introdurre un tetto massimo ai finanziamenti erogati da una singola banca a un editore, specialmente se questo dipende fortemente dal credito perché è in crisi. In fin dei conti, è paradossalmente lo stesso tipo di tetto già in vigore sulla proprietà delle imprese editoriali, perché di fatto quando un’impresa è altamente indebitata il finanziatore ne diviene quasi l’azionista di riferimento”, conclude Zingales.

I giornali (in crisi) in banca: chi presta soldi agli editori

Francesco Gaetano Caltagirone è l’eccezione che conferma la regola. Nel desolato panorama editoriale italiano dei quotidiani, il costruttore romano fa parlare di sé non tanto per i denari che i suoi giornali devono alle banche, quanto piuttosto per quelli che lui stesso investe nel sistema bancario italiano. Un caso più unico che raro in una galassia costellata da prestiti, mutui e gravami dove i ricavi, secondo l’ultimo studio di Mediobanca sul settore, datato 2019, sono in costante diminuzione insieme agli addetti, mentre le perdite aumentano.

Nodi che prima o poi vengono al pettine, come ben sa Urbano Cairo. L’editore del Corriere della Sera rischia di pagare molto caro il conto della battaglia contro Blackstone sul prezzo pagato dal fondo Usa per l’immobile milanese che ospita il primo quotidiano italiano. Un azzardo che gli ha solo temporaneamente risparmiato le rate dell’affitto, in cambio di un conto da pagare in un’unica soluzione che, se perdesse il contenzioso, sarebbe talmente salato da poter mettere in ginocchio società ben più floride di Rcs Mediagroup. In compenso, gli ha già inimicato la stessa mano che gli aveva fornito il denaro per rilevare il CorSera, quella di Intesa Sanpaolo, che dell’operazione Blackstone era stata uno degli architetti chiave: senza il sostegno di Intesa, e del suo presidente onorario Giovanni Bazoli, difficilmente Cairo sarebbe riuscito ad avere la meglio sul finanziere Andrea Bonomi, sponsorizzato da Mediobanca, nella battaglia per il controllo del Corriere del 2016.

In occasione di quello scontro su Rcs, Intesa si impegnò a concedere integralmente alla Cairo Communication, in caso di successo dell’offerta sull’editrice, un finanziamento revolving da 140 milioni. La linea di credito serviva a pagare la componente in denaro dell’offerta e ulteriori scopi aziendali generali. A un anno di distanza, l’istituto di credito guidato da Messina in pool con Bpm, Mediobanca, Ubi e Unicredit, si è occupato della ristrutturazione del debito di Rcs grazie a un nuovo finanziamento da 332 milioni. E a fine 2020 Rcs aveva un indebitamento finanziario netto di una sessantina di milioni, con 200 milioni di linee di credito utilizzate per 10 milioni. Intanto in capo all’editrice sopravvivono ancora azionisti finanziari come Mediobanca e Unipol, dinosauri di cui Alessandro Profumo, all’epoca amministratore delegato di Unicredit, si augurava l’estinzione fin dal 2007. Quanto all’oggi, sarà dura per il patron del Torino trovare sponda allo sportello di Ca’ de Sass.

Eppure Cairo sapeva bene che gli editori, puri o meno che siano, hanno bisogno di finanziatori. E in Italia questo ruolo è spesso e volentieri giocato dalla prima banca del Paese, Intesa, che è in prima linea anche nel mondo dell’informazione. Un ruolo che si è rafforzato con la crisi, ma anche con le recenti nozze con Ubi. Del resto proprio Bazoli è stato il nume tutelare del Corriere della Sera dall’affaire Banco Ambrosiano in poi. Un legame che per la banca si è tradotto in sostegno economico all’editrice Rcs, che è stata più volte a un passo dal crac anche dopo lo scandalo della P2. Denari che hanno un peso, tanto più oggi che i rapporti con l’editore si sono raffreddati. Non a caso le rinnovate difficoltà di via Solferino combinate con quelle del Sole 24 Ore, il quotidiano di Confindustria, riportano ciclicamente di attualità il tema di un matrimonio tra i due gruppi che toglierebbe le castagne dal fuoco a più di una parte in causa.

Il Sole24Ore ha invece al suo fianco un pool di banche che spazia dal Banco Bpm al Creval fino a Mps e Popolare di Sondrio, ma anche il boccino delle sorti del quotidiano di Confindustria è saldamente in mano a Intesa Sanpaolo. Dopo aver rischiato il fallimento, a novembre 2017 l’editrice degli industriali ha effettuato una ricapitalizzazione con la regia di Banca Imi, la banca d’affari del gruppo Intesa. E ha poi ristrutturato il debito con una linea di credito revolving per 28,5 milioni (mai utilizzata e cancellata la scorsa estate) concessa dal pool capitanato da Intesa e un contratto di pegno su conto corrente a favore della stessa banca a garanzia di una fidejussione dall’ammontare massimo di 7,6 milioni. Il tutto sarebbe scaduto a fine 2020, se non fosse intervenuto il finanziamento da 37,5 milioni erogato dalla stessa Intesa in pool con Cassa Depositi e Prestiti, Banco Bpm, Popolare di Sondrio e Mps e garantito dalla pubblica Sace grazie al decreto Liquidità.

D’altronde la banca guidata da Messina è molto attenta alle necessità dell’informazione economica, che pure per profitti brilla ancor meno degli altri editori. L’istituto è tra i finanziatori del Gruppo Class, editore del settimanale Milano Finanza e del quotidiano Mf. A fine 2020, l’editrice doveva a Intesa 228mila euro su un totale di debiti finanziari correnti di circa 16 milioni. Apparentemente un flebile legame per Class, mentre il principale partner parrebbe Mps con un prestito da 2,5 milioni. L’editrice finanziaria ha poi affidamenti bancari a lungo termine per circa 79 milioni, ma soprattutto il 5 luglio 2019 Intesa ha dichiarato alla Consob di avere in mano una partecipazione potenziale in Class Editori del 10,94% in virtù di un bond dell’azionista lussemburghese che controlla Class, Euroclass Multimedia Holding Sa, convertibile in azioni della società editrice e in scadenza a fine 2024.

Altro caso, il gruppo Monti-Riffeser che edita Qn, Il Giorno e Il Resto del Carlino, già cliente del Montepaschi, che al 31 dicembre 2020 aveva in essere 40 milioni di debiti bancari, 27,4 dei quali sono con il gruppo Intesa e 4,5 con Banco Bpm. Anche la holding Tosinvest degli Angelucci, editori di Libero e del Tempo, a fine 2019 aveva debiti per oltre 70 milioni in larga parte nei confronti della galassia Intesa, con Unicredit, Mps e la Popolare di Bari che seguono in secondo piano.

Oggi, a conti fatti, sono davvero poche le case editrici di giornali che non devono soldi al gruppo guidato da Carlo Messina. Per esempio l’editore del Giornale, Paolo Berlusconi, predilige Bpm e la Popolare di Sondrio, mentre in passato il Foglio si è rivolto al Creval e a Chianti Banca e la Società editoriale Il Fatto, che pubblica questo giornale, a Unicredit per il prestito da 2,5 milioni ottenuto lo scorso anno con la garanzia del Fondo Centrale di Garanzia, ma il grosso dei finanziamenti all’editoria passano per Intesa e per la sua boutique degli affari, Banca Imi.

Il cambio di azionariato in testa all’editore di Repubblica, Gedi, ha mescolato le carte in tavola. La famiglia Elkann-Agnelli deve molto a Intesa. Banca Imi, insieme a Mediobanca, è stata il consulente finanziario dell’offerta di Torino sul Gruppo Espresso che ha portato la holding Exor a conquistare gli asset editoriali dei De Benedetti. Sempre Intesa ha poi elargito nel 2020 a Fca il finanziamento da 6,3 miliardi con la garanzia di Sace che ha aiutato Exor a conservare i dividendi straordinari prima della fusione con Peugeot. Del resto, la prima banca italiana non può che essere il primo creditore delle imprese del Paese. Editori inclusi.

Stili di vita. L’arte di riparare colbacchi in Sicilia (gettando via il biglietto vincente della lotteria)

Il bello del genere umano è che le persone sono diverse tra loro. C’è chi sa fare una cosa e chi un’altra e, in questo modo, diversificando, si riesce a sopravvivere. Ognuno fa quello che sa fare, quello per cui è portato. Se tutti sapessero fare tutto, nel mondo ci sarebbero: 3 miliardi di falegnami, 2 miliardi di idraulici, altrettanti parrucchieri e via dicendo. In questo modo nessuno avrebbe bisogno degli altri perché, se si dovesse rompere un lavandino, ci sarebbero pronti 2 miliardi di idraulici e quindi nessuno guadagnerebbe col suo mestiere, la concorrenza sarebbe spietata. Lo stesso per un meccanico o un calzolaio. Questo è ciò che si chiama diversificare, contraddistinguersi.

Il problema è quando non sai fare un bel niente, oppure sai fare una cosa totalmente inutile. Mio zio, per esempio, era un aggiustatore di colbacchi, quei cappelli di pelo che portano i russi. Era bravissimo, li ricuciva, sostituiva il pelo, attaccava etichette fasulle con scritte in cirillico, e il colbacco tornava come nuovo. In quarant’anni di lavoro era riuscito a dare una nuova vita a ben 3 colbacchi, bellissimi, ma un po’ pochi per mantenere una famiglia. Fra l’altro i 3 colbacchi erano rimasti invenduti, perché il colbacco in provincia di Catania, dove abitava zio, notoriamente è poco frequentato. Un giorno la moglie, mia zia Irina, esasperata da una vita di rinunce, in un accesso d’ira prese i 3 colbacchi e ne fece un bel falò nel giardino di casa. Il giorno dopo (vedi il destino) si presentò un signore di Mosca, un certo Nikita Capatostov, titolare di una ditta di colbacchi che esportava in tutto il mondo. Il russo offrì a mio zio un posto fisso nella sede di Vladivostok e subito chiese di vedere alcune sue opere.

Mio zio era al settimo cielo, la sua vita aveva finalmente un senso. Ma era troppo tardi, le sue 3 opere erano ormai ridotte in cenere. Mia zia Irina fu costretta a prostituirsi.

 

Il diario. Quando la politica cercava gli intellettuali (non il contrario) e Renato Barilli fondava il Dams

Renato Barilli è un bel nome della vita letteraria italiana. Lo certifica il fatto che il libro di cui sto per parlarvi (Quattro casi di destino cinico e baro, GuaraldiLab editore) è dedicato a quattro importanti uomini politici italiani per cui Barilli non ha mai lavorato, non è stata mai richiesta una sua partecipazione o presenza e non è mai stato offerto un incarico.

Eppure la memoria di Barilli sta rivisitando incontri celebri della sua vita e personaggi che hanno cambiate molte vite, in momenti storici segnati da cambiamenti continui, compreso il ripudio e l’affiliazione. Infatti il sottotitolo del libro di Barilli provoca subito un grande stupore (Barilli è critico di letteratura e d’arte) quando elenca i “quattro casi di destino cinico e baro”. Le sue “narrazioni-memoria” si riferiscono a Giuseppe Saragat, Bettino Craxi, Romano Prodi, Matteo Renzi. Sono 4 vertici della politica italiana (quattro presidenti del Consiglio e uno anche presidente della Repubblica). Leggerete, in cerca del paragrafo dove uno dei protagonisti chiede a Barilli di fare il ministro, il curatore, il direttore di museo, il Consigliere culturale per qualcuno o qualcosa; e non lo troverete. Come ci racconta l’autore, gli incontri fra Barilli e i suoi prediletti sono pochi, occasionali, durano pochi minuti e non si ripetono.

C’è una spiegazione: Barilli non cerca e non chiede. È un serio e apprezzato docente universitario di Bologna; fondatore del Dams con Umberto Eco, Benedetto Marzullo, me, e altri reduci del Gruppo 63. Ma in questo noterete l’insolito risvolto del libro: Barilli non si domanda “perché non mi hanno voluto per questa o quella posizione culturale, ma anche politica” (come succedeva a quel tempo).

Invece in questo breve saggio Barilli riflette, con la precisione del notista politico, su quello che ciascuno dei suoi leader prescelti e salvati avrebbe potuto fare, per far nascere intorno al loro potere (quando sembrava nuovo) piccole foreste di creatività culturale. S’intende che questo recensore non vede come si possa mettere Prodi, leader di due governi puliti, accanto a Craxi e Berlusconi, in un libro che altrimenti è accurato. E come si possa pensare a Renzi, il Blair italiano, l’uomo della Leopolda clientelare, come a uno dei personaggi chiave del nostro recente passato. Ma il target del libro è un altro.

Renato Barilli non pretende di imporci la sua classifica, intende invece raccontarci la vita e il pensiero politico di intellettuale italiano; in un periodo in cui era tipico dei politici cercare gli intellettuali e non il contrario. Ma appena gli intellettuali danno segno di riottosa resistenza, interessano meno.

Barilli disegna la mappa dell’isola e le sue zone calde a cui lui non ha quasi mai avuto accesso. Dunque è un diario italiano da non perdere.

 

QUATTRO CASI DI “DESTINO CINICO E BARO” Renato Barilli – Prezzo: 9,90 – Editore: GuaraldiLAB

Gli 80 anni di Bob Dylan, gli Ufo di Barack Obama e i cronisti fuori strada

 

BOCCIATI

La casa del giornalista. L’editorialista della “Stampa” Marcello Sorgi ha avuto la tempra di dire in tv: “Un milione di euro è il valore di un normale appartamento familiare in una grande città come Roma. Uno di quegli appartamenti in cui tutti noi abbiamo vissuto”. Già, in diretta a “L’aria che tira” su La7 ha detto proprio così, “tutti noi”. Ma “noi” chi? Forse gli amici di Marcello Sorgi, perché il reddito medio degli italiani è di circa 30 mila euro l’anno. La mente vola ad una memorabile puntata di Piazzapulita nel 2013: Corrado Formigli e Maurizio Belpietro definirono “da ceto medio” uno stipendio da 100 mila euro lordi l’anno (circa 4mila euro netti al mese). Su Twitter intervenne Fabrizio Barca (ministro, al tempo) per correggere lo sfondone. Ma oggi, grazie ad un troyan di ultima generazione (da installare direttamente nelle sinapsi) “Il Fatto” può ricostruire il ragionamento nella testa di quei giornalisti: io sono un uomo del popolo (mica un privilegiato) e se guadagno bene e ho la casa grande, è solo perché nemmeno i proletari piangono.

Alieni, parla Barack. Se lo dice Obama dobbiamo davvero credere agli ufo? “Ciò che è vero, e su questo sono serio – ha detto l’ex presidente al “Late Late Show” di James Corden su Cbs New – è che ci sono filmati e registrazioni di oggetti nei cieli che non sappiamo esattamente cosa siano. Non possiamo spiegare le loro traiettorie, non si muovevano con uno schema facilmente spiegabile”. Sembra la vendetta degli ufologi, sovente accomunati a terrapiattisti, anti-vaccinisti, complottisti di QAnon, teorici delle scie chimiche e dei rettiliani al potere. Ora qualcuno di loro esulterà: “Visto? Abbiamo ragione noi: esistono gli alieni, il mondo è una lastra, nei vaccini ci sono i microchip e i governanti pedofili si dissetano col sangue dei bimbi”. Ma Obama ha solo indicato il mistero delle traiettorie in certi filmati del Pentagono, mica ha detto che gli alieni vivono su Marte. Consiglio non richiesto a complottisti e fanatici detentori di verità eterne: abbandonate ogni certezza e accettate il mistero. All’istante, il mondo sarà un posto migliore dove vivere.

Lotteria del vaccino. L’esercito dei no-vax non si farà mai inoculare per pochi spicci, ma per 5 milioni di dollari? Lo scopriremo tra qualche mese, perché nello Stato di New York chi si vaccina avrà in omaggio un bel “gratta e vinci”. Così, la lotteria sconfiggerà la pandemia. “I tassi di vaccinazione rallentano in tutto lo Stato – ha detto il governatore democratico Andrew Cuomo – dovremo essere creativi per mettere ancora più colpi in arsenale”. Ideona: primo premio milionario per persuadere gli scettici. Però il 43% dei newyorkesi ha già ricevuto le due dosi. Noi invece puntavamo a 500mila dosi giornaliere (in media) ad aprile e forse ci siamo arrivati a fine maggio. Attendiamo il “cambio di passo” promesso da Francesco Paolo Figliuolo. Generale, metta un “gratta e vinci” nelle nostre fiale.

 

PROMOSSI

Auguri Poeta. Bob Dylan compie oggi 80 anni e speriamo di rivederlo presto sul palco. Il suo “Never ending tour”, iniziato nel 1988, dopo più di tremila date non è mica finito (ufficialmente). L’ultimo show è del 2019, poi è arrivata la pandemia e ora non è detto che il maestro (nato come Robert Allen Zimmerman da genitori ucraini) appenda la chitarra al chiodo. Dopotutto, la musica sta ripartendo. Infatti Patti Smith è tornata ad esibirsi nel weekend a New York, in occasione dello Spring festival del Kaatsbaan cultural park. In una recente intervista a “Rolling Stones” la cantautrice ha svelato che fu grazie a Dylan se riuscì a strappare il primo contratto discografico. L’incontro tra i due fu nel 1974. Lui si presentò al concerto di una giovane e sconosciuta Patti Smith per raggiungerla nel camerino: “Ehi, ci sono poeti in giro?”, disse Bob entrando. E Patti acida: “La poesia non mi piace”. Ma la domanda di Dylan è valida soprattutto oggi, ché trap e rap hanno soppiantato il rock: “Ehi, ci sono poeti in giro?”.

 

I ricchi non pagano mai: Letta sembra Robin Hood e Draghi scorda i giovani

 

PROMOSSI

Qualcosa di sinistra. Sarà per riprendersi la scena dopo mesi di protagonismo di Salvini, sarà perché in un governo proteiforme come questo tra il dire e il fare c’è di mezzo l’oceano, sarà per mettere in difficoltà gli alleati, fatto sta che Enrico Letta ha detto qualcosa di sinistra. “Una proposta di dote per i diciottenni. Per la generazione più in crisi un aiuto concreto per studi, lavoro, casa. Per essere seri va finanziata non a debito (lo ripagherebbero loro) ma chiedendo all’1% più ricco del Paese di pagarla con la tassa di successione”, ha twittato il segretario del partito democratico e apriti cielo. Perché se la patrimoniale è un tabù in generale, figurarsi cosa diventa nell’obbligato piattume identitario dell’unità nazionale. La proposta infatti è stata subito stoppata dallo stesso premier, che ha obiettato come questo non sia il momento per chiedere soldi agli italiani. A seguire si sono scatenate le ironie del centrodestra e anche di parte della sedicente sinistra, che ogni volta che qualcuno coraggiosamente tocca un argomento giusto ma impopolare, si fiondano a macchiettizzare la questione per cercare di trarne loro popolarità. Spicca in questa direzione il commento su Twitter del senatore leghista Simone Pillon: “Quello che è tuo è mio, quello che è mio è mio… Il Kompagno #Letta vuol togliere la libertà col #ddlZan e vuol togliere i risparmi anche ai morti con la #tassadisuccessione. Ma basta!! Lasciate in pace gli italiani!”. Quando si dice buttarla in caciara. Nel governo di tutti è difficile fare qualcosa e spesso si finisce per tirare la palla in tribuna. Enrico Letta, nell’attesa, ha cercato di alzare un po’ la posta.

VOTO 7

 

Beata gioventù. Sul tema torna Pierluigi Castagnetti, storico esponente democratico già segretario del Partito popolare italiano, rilanciando la palla indietro, dalla tribuna verso le file del governo: “#Draghi dice giustamente che adesso è il tempo del dare e non del prendere. Benissimo. @EnricoLetta propone di dare una dote di 10mila euro ai 18enni. Dare. Al governo non va bene l’aumento della tassa successione all’1%dei super-super ricchi? Bene. Dica lui come finanziarlo”. Castagnetti riprende la questione dall’angolatura più spinosa per il presidente del Consiglio: Draghi ha sempre ribadito nei suoi interventi pubblici quanto sia importante che la politica non si dimentichi dei giovani, a partire dai discorsi sul debito che deve essere “buono” proprio perché saranno i giovani a pagarlo (“Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza”, disse al 41esimo Meeting di Rimini) fino alle riflessioni sull’utilizzo del Next generation Eu, che i giovani li porta addirittura nel nome. Spostare il fuoco dallo spauracchio della sinistra che tassa i ricchi all’urgenza di sostenere i giovani è un buon contropiede anche nei confronti di chi la vuole mettere in burletta.

VOTO 7

 

Cittadella. Il club di Peppone e Don Camillo sogna la Serie A e porta a scuola Berlusconi

Un po’ come la scena della partita di pallone del film Don Camillo (1952): quella tra la squadra dei comunisti agli ordini del sindaco Peppone (“Ho da dirvi semplicemente questo – urla Gino Cervi nello spogliatoio prima del match -: voi giocate contro la squadra della reazione. Dovete vincere! O vi spacco la testa a tutti! Capito?”) e quella dei “chiesaioli” guidata da Don Camillo (“Miei cari, sentite bene – dice il parroco nel suo discorso motivazionale -: io non vi faccio minacce, vi dico soltanto che se tra voi c’è un brigante che non gioca fino all’ultima goccia del suo sangue, gli polverizzo il sedere a pedate. Intesi?”).

Pochi lo sanno, ma il Cittadella (provincia di Padova, 20.018 abitanti), il club di serie B che in questi giorni sta lottando per conquistare quella che sarebbe una storica promozione in serie A (giovedì la finale di ritorno col Venezia), nacque nel 1973 da una fusione tra le due squadre locali, entrambe sull’orlo della bancarotta: quella dei comunisti, l’U.S. Cittadellese, che militava in Prima Categoria, e quella d’ispirazione cattolica, l’Olimpia Cittadella, che militava in Promozione. Una convivenza, quella tra i Peppone e i Don Camillo veneti, che a tutti pareva impossibile e che invece, grazie alla sapiente regia del presidente Angelo Gabrielli, industriale siderurgico morto nel 2009 (oggi lo sostituisce il figlio Andrea) ha generato il miracolo: il Cittadella, il più piccolo tra i club professionistici del Belpaese, è diventato un modello di gestione e organizzazione, da cinque stagioni approda regolarmente ai playoff della serie B (nel ’18-’19 fu sconfitto in finale dal Verona, 2-0 all’andata e 0-3 al ritorno) e fra tre giorni, come detto, ci riproverà contro il Venezia.

In un momento così complicato per il calcio, non è certo sulla serie B che i riflettori dei media nostrani si posano. Ed è un peccato. Perché sarebbe buona cosa raccontare invece che il Cittadella, il club col monte stipendi più basso di tutta la serie B (3.245.027,91 euro: dati ufficiali della Figc) ha appena messo sotto, in semifinale, il ricco Epulone della categoria, il Monza di Berlusconi e Galliani che alla voce stipendi iscrive la somma di 18.938.435,96 euro (sei volte tanto), che ha chiuso il 2020 con un passivo di 26,76 milioni (fanno 40 da quando il Monza è diventato Fininvest) e che inseguendo la serie A ha acquistato nomi illustri come Boateng e Balotelli, giovani costosi come Frattesi a Carlos Augusto, figurine pregiate come Maric e D’Alessandro. Il valore dei 15 migliori giocatori del Monza, stando al sito specializzato Transfermarkt, ammonta a 40,9 milioni, quello dei 15 migliori giocatori del Cittadella a 7,85 milioni.

E però, grazie al d.s. Stefano Marchetti che da 20 anni gestisce l’area sportiva (tre soli allenatori in 20 anni, Maran, Foscarini e Venturato, mai un esonero) e che compra Frare dal Pontedera a 150 mila euro, Pavan dal Renate (125 mila), Donnarumma dal Monopoli (125 mila), D’Urso dall’Apollon Smyrne (gratis), Kastrati dal Trapani (gratis), Gargiulo dall’Imolese (100 mila), e grazie al tecnico Venturato, il Cittadella corre e gioca meglio di tutti. Per dire: i tre gol del 3-0 al Monza nella semifinale d’andata li ha firmati Enrico Baldini, 24 anni, ex promessa della Primavera dell’Inter che Marchetti è andato a ripescare a Fano pagandolo 150 mila euro e dandogli lo stipendio più basso della serie B: 40 mila euro. Insomma: c’è chi sbava per la Superlega. A me piace di più il Cittadella di Guareschi.

 

Il male del secolo “Il viaggio di una donna, la malattia e il coraggio. Addio Emilia mia”

A volte capita. A me è successo quest’ anno. Dover seguire da vicino la vita di un malato, una malata. Una signora non più giovane ma molto giovanile, perfino sbarazzina. E conoscere così le fatiche quotidiane di un’Italia forse smisurata. Ho dunque visto questa signora soffrire di sintomi strani, tali da far sospettare il cosiddetto male del secolo. Meglio una colonscopia, signora, giusto per fugare ogni dubbio. E in effetti i dubbi cessarono. Ci fu la certezza: lei ha un tumore al colon. Ma la opereremo con cura, glielo toglieremo. Così fu fatto e il tumore fu asportato. All’esame istologico successivo tutto a posto, “non ci sono tracce”. La signora ebbe gli occhi azzurri felici dell’infanzia. Dopo pochi mesi ci fu la nuova Tac, un puro proforma. Invece il tumore rispuntò. Al fegato stavolta. Interverremo anche lì, è un puntino, glielo bruceremo. Fatto di nuovo. La signora fu di nuovo felice, anche se iniziò a preoccuparsi. Non è che ritorna? Clinica d’eccellenza intorno a Milano. Ma lei è guarita, signora. La chemio è solo preventiva. Lei si emozionò al punto di chiedere irritualmente al luminare se poteva stringergli la mano. Il luminare giustamente rifiutò, ci sono le regole anticovid. Tac ottima, in effetti, anche se i valori dei marker tumorali inspiegabilmente salivano.

Si scoprì così che il tumore era arrivato alle ossa ed era andato in metastasi. All’annuncio seguì la paura. Quanto ho da vivere, che terapia seguire? La clinica d’eccellenza non rispose. Così la signora si trasferì presso un ospedale pubblico milanese, lunga esperienza – anche internazionale – di lotta ai tumori. Un ciclo di chemio, stavolta non per prevenire ma per una cura d’urto. La signora si accinse alla nuova prova (poiché molte e di ogni tipo ne aveva superate in vita sua) con determinazione.

Tutti la rassicuravano che ormai dai tumori si guarisce. Il seno, la prostata, i polmoni, ma vuol mettere. Pensi al mio caso. O alla signora Rossi: è malata da dieci anni e va ancora in giro come niente fosse. Lo sa qual è il segreto? Sentirsi dietro una grande spinta di affetto e di fiducia. E allora la famiglia della signora si diede da fare, gli occhi di ciascuno piantati in quelli dell’altro: le daremo un affetto da far volare un elefante. Lei avvertì la spinta e affrontò speranzosa il primo ciclo. Giorni in ospedale, dolori atroci e solitudine assoluta. La famiglia lasciava cibo dietro la porta, telefonava, mandava immagini e filmati degli amati nipotini. È questo che fa la differenza. Non era vero. Signora, questa cura è inefficace, bisogna cambiarla. E lei accettò il nuovo peso. L’importante è non perdere la dignità. I dolori crebbero, fino a impazzire. Le dissero che era fondamentale crederci. Lei ci credette.

Un’amica cara la incitò a essere come tigre, la “tigre che lotta contro il male” della canzone dei bambini. Ci provò. Per verificare che di nuovo era tutto inutile, e affidarsi alfine alla “terapia del dolore”, benedetta e coraggiosa branca della medicina. Restava sullo fondo la terapia sperimentale, “non ha idea dei risultati, ha resuscitato i moribondi”. Ci credette, fece la tigre, i familiari fecero l’impossibile per procurarle bei momenti, sorrisi di bambini, memorie da risate. Finché fu chiaro che non si guariva e non bastavano né amori né tigri. E niente terapia immunitaria.

Allora riunì un mattino tutti i familiari, per comunicare loro che li amava, che lei era felice, e che anche loro dovevano essere felici. Diede consigli e raccomandazioni, carezze e ringraziamenti. Poi sorridendo salutò dal suo letto con ampi gesti della mano. Apparve a tutti grandissima, come l’eroe che gridi i suoi ideali in faccia al plotone d’esecuzione. Non so dove sia ora, anche se mi vengono in mente spazi immensi. So che sono fiero e felice di avere camminato al suo fianco per una vita intera.