Nato a Est, l’allarme sul disastro anche dal capo della Cia

In un articolo del 28 febbraio sul Corriere della Sera, Paolo Mieli poneva una domanda che, pur non citandola, rinviava ai dubbi espressi da Barbara Spinelli sul Fatto del 26 febbraio, circa “la cecità e le bugie” dell’Occidente rispetto all’allargamento della Nato a Est. “Quando è accaduto – chiede con provocatoria sicumera Mieli – che noi occidentali abbiamo indotto l’Ucraina a varcare il Rubicone provocando l’ira di Putin? E quando è stato che Zelensky ha incautamente lanciato il guanto di sfida all’autocrate di Mosca. Che giorno? Che mese?”.

Abbiamo raccolto un po’ di giorni e di mesi. I protagonisti non sono strani sovranisti folgorati sulla via per Mosca, ma alcuni dei nomi più rinomati della diplomazia occidentale. Il primo è nientemeno che George Frost Kennan, il mitico “mister X” autore della politica del “contenimento” inaugurata dagli Usa dopo la Seconda guerra mondiale. Il 5 febbraio 1997 scrive sul New York Times: “La mia opinione dichiarata senza mezzi termini, è che l’espansione della Nato sarebbe l’errore più fatale della politica americana nell’intero periodo del dopoguerra fredda”. Putin deve ancora assumere la presidenza della Russia e pronunciare il discorso (che Mieli dimentica) alla conferenza di Monaco del 2007 dove avverte l’Occidente e la Nato che l’allargamento costituisce un problema. A Kennan era già chiaro.

Molti anni dopo, nel 2015, uno dei massimi esperti di geopolitica negli Stati Uniti, John Mearsheimer afferma su Foreign Affairs che “gli Stati Uniti e i suoi alleati europei condividono la maggior parte della responsabilità della crisi”. E il problema è sempre “l’allargamento della Nato”.

Jack Matlock, ex ambasciatore Usa in Unione Sovietica, dall’alto dell’esperienza di chi “ha partecipato ai negoziati che hanno posto fine alla Guerra fredda” racconta che in un’audizione davanti alla Commissione Affari esteri del Senato nel 1997, disse di considerare “la raccomandazione dell’amministrazione di accogliere nuovi membri nella Nato in questo momento fuorviante. Se dovesse essere approvata dal Senato degli Stati Uniti, potrebbe passare alla storia come l’errore strategico più profondo commesso dalla fine della Guerra fredda.

William Perry, Segretario alla Difesa nell’Amministrazione Clinton dal 1994 al 1997, senza tacere sulle responsabilità di Vladimir Putin ricorda che “la nostra prima azione che ci ha davvero messo in una cattiva direzione è stata quando la Nato ha iniziato ad allargarsi”.

Sulla stessa linea anche l’ex Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Robert Gates, che nelle sue memorie del 2015 scrive: “Muoversi così rapidamente è stato un errore”.

La ciliegina è però l’attuale capo della Cia, William J. Burns, che nel suo libro di memorie The Back Channel cita un proprio memorandum del 1995 scritto da Mosca: “L’ostilità alla prima espansione della Nato qui è quasi universalmente sentita in tutto lo spettro politico interno”. E poi, in un cablo del 2008 reso pubblico da Wikileaks: “Il ministro degli Esteri Lavrov e altri alti funzionari hanno ribadito una forte opposizione, sottolineando che la Russia considererebbe un’ulteriore espansione verso Est una potenziale minaccia militare. L’allargamento della Nato, in particolare all’Ucraina, rimane una questione ‘emotiva e nevralgica’”.

Tutto ciò non giustifica in nulla l’azione russa, che resta un atto criminale. Permette però di collocare in un quadro più organico quanto sta avvenendo. L’errore madornale di tutta la politica occidentale degli ultimi 30 anni non giustifica Putin, semplicemente non permette di trovare la soluzione.

Sanzioni, Pechino si sfila ma teme la reazione Usa

Ieri la Cina ha tratto il suo dado: all’assemblea generale dell’Onu ha capitanato i 35 Paesi che si sono astenuti sulla risoluzione di condanna di Mosca per la guerra contro Kiev, approvata con 141 voti a favore e cinque contrari. Ma la decisione più rilevante espressa da Pechino è quella di non unirsi – almeno a livello ufficiale – alle sanzioni internazionali. Cina e Russia “continueranno ad avere una normale cooperazione commerciale”, ha detto il ministero degli Esteri di Pechino, che ha anche avvertito implicitamente a non imporre sanzioni secondarie alla Cina per le transazioni con la Russia. Lo ha ribadito Guo Shuqinq, numero uno della Commissione di Pechino che controlla banche e assicurazioni: la Cina boccia “le sanzioni finanziarie, in particolare se unilaterali, perché prive di basi legali”. Dichiarazioni nel solco dell’opposizione di lunga data della Cina alle sanzioni imposte fuori dal quadro Onu. In realtà, però, si tratta di assist che consentiranno a Mosca di bypassare – almeno in parte – le misure economiche occidentali. Ma la mossa cinese è più sottile e ambigua.

Negli ultimi anni, in un gioco strategico di alleanze, la Cina è diventata il principale mercato di sbocco della Russia. Gli scambi tra i due Paesi l’anno scorso sono cresciuti del 35,9% al valore record di 146,9 miliardi di dollari. Dal 2014, quando sono scattate le prime sanzioni occidentali contro Mosca per l’annessione della Crimea, il commercio sino-russo è aumentato di oltre il 50%. Durante la visita di Putin a Xi Jinping per le Olimpiadi invernali, i due Paesi hanno affermato di voler portare l’interscambio a 250 miliardi entro il 2024. La Russia è il secondo fornitore di petrolio di Pechino dopo l’Arabia Saudita, con il 15,5% dell’import di greggio cinese, e il terzo di gas, con il 5% della domanda cinese. Al gasdotto Power of Siberia, che l’anno scorso ha trasportato 10,5 miliardi di metri cubi, Mosca vuol affiancare il Power of Siberia 2 con una capacità di 50 miliardi di metri cubi l’anno, per arrivare nel prossimo trentennio a fornire metano a Pechino per oltre 400 miliardi. Ma queste cifre, per quanto importanti, valgono meno del 2,5% del commercio estero totale di Pechino che nel 2021 ha superato per la prima volta i 6.050 miliardi di dollari, con l’import cresciuto del 21,5% su base annua e l’export del 21,2%. L’Occidente fa la parte del leone tra i primi tre partner commerciali di Pechino – gli 11 Paesi dell’associazione del SudEst asiatico Asean, la Ue e gli Usa –. Nel 2021 l’interscambio Cina-Ue ha raggiunto gli 828,1 miliardi (+27,5% sull’anno pandemico 2020), quello con gli Usa i 657 (+17,5%) con un saldo di 355 positivo per la Cina. Insieme, Bruxelles e Washington valgono un quarto degli scambi di Pechino, il decuplo di Mosca.

Sul fronte finanziario, la Cina può aiutare le banche russe a effettuare transazioni all’estero grazie al suo sistema di pagamenti interbancari transfrontalieri (Cips) basato sullo yuan, come alternativa al servizio Swift che per le sanzioni ha tagliato fuori alcuni istituti di Mosca. Ma Cips è un pigmeo rispetto a Swift: gestisce solo 11.500 transazioni quotidiane rispetto a 40 milioni della rete occidentale. Inoltre nel 2020 solo il 17,5% degli scambi sino-russi è stato regolato in yuan.

Ecco perchéPechino sa di dover prestare orecchio ai timori di industrie e banche cinesi, che non vogliono finire in mezzo al confronto economico tra Mosca e l’Occidente. Alcune istituzioni cinesi sembrano aver aderito silenziosamente alle sanzioni. Secondo Bloomberg News, due delle maggiori banche commerciali cinesi, Bank of China e Industrial and Commercial Bank of China (Icbc), negli ultimi giorni hanno limitato finanziamenti e acquisti di materie prime russe. La Cina mostra di ricordare il primo dei cinque fondamenti della vittoria spiegato nel libro dell’antico stratega Sun Tzu: “Vincerà chi sa quando combattere e quando non combattere”.

Mosca propone la tregua. Gli ucraini al tavolo per scoprire se è un bluff

C’è l’ipotesi di un cessate il fuoco sul tavolo dei negoziati tra Russia e Ucraina, che riprenderanno questa mattina, nell’area della foresta di Bialowieza, al confine tra Bielorussia e Polonia. Lo fa sapere il capo negoziatore di Mosca, Vladimir Medinsky. La delegazione russa è già sul posto, quella ucraina, cui – dice la Tass – l’esercito russo ha garantito un corridoio di sicurezza, è attesa questa mattina. Kiev conferma la partenza del suo team, avvenuta solo dopo aver avuto assicurazione che Mosca non porrà ultimatum.

La foresta di Bialowieza è un’antica foresta vergine – l’ultimo residuo dell’immensa foresta che migliaia di anni fa copriva tutta l’Europa centrale –, situata a cavallo del confine tra Bielorussia e Polonia, 70 chilometri a nord della città di Brest-Litovsk, dove il 3 marzo 1918 venne firmata la pace tra gli Imperi centrali e la Russia bolscevica.

Il secondo round dei colloqui russo-ucraini – il primo s’era svolto lunedì –, si apre con vaghi segnali di una possibile pausa nei combattimenti, anche se le notizie dal terreno non sono per nulla incoraggianti.

Mosca accusa Kiev di avere ritardato la ripresa dei colloqui, prevista per ieri, “su ordine degli Usa”, insinua il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov, citato dalla Tass. Secondo l’Ap, Lavrov sta irrigidendo la sua posizione per recuperare credito agli occhi di Putin, che gli rimproverava una eccessiva ‘condiscendenza’ verso gli Stati Uniti. Agnello fattosi lupo, Lavrov avverte: “Una terza guerra mondiale sarebbe nucleare e devastante”.

Anche David Arakhamia, membro della delegazione ucraina e capo del partito di governo Servitori del Popolo, aveva detto che i negoziati sarebbero ripresi ieri. Stranamente, i russi paiono essere più pressati degli ucraini, forse perché l’economia russa “sta subendo seri colpi” dalle sanzioni Usa e Ue – ammette il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov –, pur se “resta in piedi”.

Il clima diplomatico internazionale resta teso. L’ambasciatore ucraino all’Onu, Sergiy Kyslytsy, accusa la Russia di “genocidio”, paragona Putin ad Adolf Hitler e l’invasione alla “soluzione finale”. La Russia non esclude “rischi di scontro” e “un’escalation di incidenti” con l’Alleanza Atlantica. Con 141 sì, cinque no, 35 astensioni, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite vara una risoluzione di condanna dell’invasione dell’Ucraina: il documento non ha conseguenze operative, ma è politicamente significativo. Nel 2014, l’Assemblea non approvò l’annessione della Crimea da parte di Mosca, avvenuta in modo incruento. A votare contro sono stati, oltre alla Russia, Bielorussia, Siria, Eritrea e Corea del Nord, la Siria.

Domani ci saranno riunioni straordinarie dei ministri degli Esteri dell’Ue e della Nato. Kiev chiede all’Alleanza di valutare l’ipotesi d’una no-fly zone sui cieli ucraini, ma la risposta è nelle parole del Segretario generale Jens Stoltenberg: “Il Patto Atlantico è al fianco dell’Ucraina, ma non vuole essere parte del conflitto in atto. Non manderà sue truppe e non manderà aerei nello spazio dell’Ucraina”.

La posizione Usa è stata ribadita, la scorsa notte, dal presidente Joe Biden, la cui Amministrazione ha creato una task force composta da dieci procuratori per perseguire gli oligarchi russi “corrotti”.

Nel discorso sullo stato dell’Unione, Biden assicura che Putin, “un dittatore”, “pagherà il prezzo” dell’aggressione all’Ucraina e sprona Usa e Paesi alleati a “resistere uniti”. Cosa che – nota – sta avvenendo, deludendo le aspettative di Putin di divisioni fra i suoi interlocutori: “È più isolato che mai”, ha sferrato un attacco “premeditato e non provocato”, ha mal calcolato la determinazione dell’Occidente a fermarlo, “s’è sbagliato”. Sul sostegno all’Ucraina e sulle sanzioni contro la Russia e i suoi alleati, Biden riceve applausi bipartisan e prolungati, nel segno di quella politica estera condivisa che sembrava relegata fra i ricordi del passato dopo la stagione presidenziale di Donald Trump.

Tra molotov e cecchini, in attesa del nemico

Pochi minuti dopo il suono dell’allarme antiaereo, alcune auto di grossa cilindrata sfrecciano per le strade deserte. Anton ha 32 anni, “33 in giugno” puntualizza, e a bordo della sua vettura chiude la fila. “Sono nato a Dnipro e questa è la mia città, devo difenderla”. La colonna di veicoli raggiunge un check-point in costruzione: blocchi di cemento, sacchi di sabbia e cavalli di frisia. Hanno abbattuto diversi alberi per creare uno spiazzo e con il legname hanno rivestito i fianchi di una piccola collina dentro alla quale, scavando, hanno ricavato un rifugio in caso di bombardamenti. Alcuni giri di nastro adesivo giallo sulle maniche dei custodi del posto di blocco, il passamontagna in testa, il kalashnikov tra le mani. Subito fuori città, le Unità di Difesa Territoriale hanno allestito un poligono per le esercitazioni tattiche e per il tiro di precisione e anche Anton ha portato il suo fucile d’assalto, un Ak74.

La resistenza conta ormai decine di migliaia di volontari pronti a combattere e non c’è più tempo per addestrarsi con i fucili di legno: tutti devono saper sparare e ognuno conserva almeno una cassetta di bombe molotov nella propria casa. Tra auto abbandonate e vecchi copertoni risuonano i colpi dei fucili automatici, a poche decine di metri la squadra dei cecchini si allena al tiro di precisione. Dmitro ha una cinquantina di anni ed è un reduce del Donbass: “Quando i russi catturano uno sniper gli tagliano la testa. Dovrò almeno portarne con me il più possibile” dice. Il nemico è sempre più vicino, ha circondato anche Mariupol e chi non combatte cerca di raggiungere l’ovest. Più di un migliaio di persone affollano la banchina del treno per Leopoli; non c’è posto per tutti e la calca rischia di schiacciare i più fragili. Un bambino disegna un cuore sul finestrino mentre saluta il padre: “È mio figlio, si chiama Sasha. Adora i treni e non vedeva l’ora di fare il suo primo viaggio. Chissà quando lo rivedrò”.

Una catena umana per proteggere la centrale nucleare

Fra l’esercito russo e Zaporizhzhia, la più grande centrale nucleare europea, una delle dieci più grandi al mondo, nel sud-est dell’Ucraina invasa, ieri c’erano solo i suoi lavoratori, a cui si erano uniti gli abitanti del vicino villaggio di Enerhodar. Che a lungo si sono frapposti, hanno detto no, hanno resistito all’avanzata dei carri armati. Ieri i principali social media mostravano le immagini, riprese da un drone, di quella resistenza: un serpente di qualche centinaio di civili, comuni cittadini che avevano improvvisato barricate schierando camion, rottami di automobili, pire di pneumatici, sacchi di sabbia a bloccare la linea della ferrovia e la strada verso la cittadina. Ovunque, bandiere ucraine. “Non permetteremo ai russi di fare un passo in città” prometteva Dmytro Orlov, il sindaco di Enerhodar, che in alcune foto si vede trattare con i militari.

Dall’altra i tank russi, che avanzavano. Secondo lo stato maggiore russo, l’esercito ieri aveva già preso il controllo dell’area a sud dell’impianto e stava avanzando verso nord. Sempre ieri, Anton Gerashchenko, un consulente del ministro degli Interni ucraino, aveva lanciato un appello ai generali russi perché evitassero Zaporizhzhia, avvertendo del rischio di una esplosione nucleare più distruttiva di quella di Chernobyl se i combattimenti dovessero raggiungere l’impianto. “A causa della follia di Putin, l’Europa è di nuovo sull’orlo di una catastrofe nucleare” ha scritto sulla sua pagina Facebook.

“La città, sede della più grande centrale nucleare europea, si prepara alla battaglia contro gli invasori, e c’è il rischio di un incidente come quello di Chernobyl o di Fukushima. Generali russi, ripensateci! Le radiazioni non conoscono nazionalità: non risparmiano nessuno”. Una preoccupazione condivisa da Rafael Grossi, il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, (IAEA) che si è detto “molto allarmato dalle attività militari in corso vicino alla centrale. È la prima volta che un conflitto si verifica così a ridosso di un grande impianto attivo”.

Secondo il Telegraph la IAEA ha ricevuto una lettera in cui il governo russo dichiara di aver preso il controllo della centrale e assicura che il personale ‘continua a garantire la sicurezza e a monitorare il livello di radiazioni con le normali modalità”. Livelli che, fino a ieri, risultavano nella norma. In un comunicato sul suo sito, la Iaea ha confermato di essere in stretto contatto con le autorità ucraine e di monitorare regolarmente l’attività dei 15 reattori nucleari del Paese. Per gli esperti è improbabile che l’impianto venga colpito direttamente, ma la sicurezza rischierebbe di essere compromessa se il personale specializzato non riuscisse a raggiungere la centrale o si verificassero interruzioni alla fornitura di carburante necessario a raffreddare i nuclei dei reattori.

E ieri pomeriggio, sempre secondo ricostruzioni e video online, sui civili ucraini hanno cominciato a piovere colpi di mortaio: ci sarebbero almeno due feriti. Le drammatiche immagini, girate con un telefonino e associate alla resistenza di Enerhodar, mostrano un gruppo di cittadini in un campo: a un certo punto a pochi metri piove un granata, i civili gridano, fuggono e cercano riparo fra le sterpaglie, mentre sullo sfondo si alzano colonne di fumo, fra i colpi di kalashnikov.

Il bunker di Maria : “La vasca da bagno ora è il mio rifugio”

“L’ultima volta che sono uscita da casa è stato quattro giorni fa. Sono riuscita a rimanere all’aperto però solo per un quarto d’ora perché ho ricevuto una telefonata da mia sorella, che abita dall’altra parte di Kharkiv, in cui mi avvertiva di aver sentito il rombo degli aerei russi. Abito vicino all’aeroporto, che è un obiettivo sensibile, e quindi mi sono riprecipitata a casa senza poter andare a cercare del cibo fresco. Per fortuna una settimana fa avevo riempito il freezer, ma se faranno saltare la luce andrà tutto a male”. Maria Arzhanova, 37 anni, si considera mezza italiana avendo trascorso molte estati in Italia presso le famiglie che ospitavano i bambini ucraini dopo il disastro di Chernobyl avvenuto un anno dopo la sua nascita. Considera l’italiano la lingua più bella del mondo, tanto che lo traduce in ambito medico e lo insegna online. Ironia, molto amara, della sorte, i suoi studenti sono prevalentemente professioniste laureate della borghesia russa che viaggiano spesso in Italia per affari. “Mi stanno mandando molti messaggi dicendo che mi vogliono bene, che sono addolorate per quanto sta accadendo, ma nessuna ha mai criticato apertamente Putin e la sua guerra. Temo abbiano paura che le spie-hacker russe riescano a decrittare i loro messaggi. Sono le giovani a sbilanciarsi di più”. A proposito di hacker, l’insegnante conferma che gli informatici ucraini sono persino più preparati di quelli russi e sono riusciti ad alterare le mappe di Google per indurre i soldati russi a sbagliare strade e la gente ha rimosso molti cartelli stradali. “L’ho fatto anch’io con mio marito prima che ci chiudessimo in bagno quasi tutto il giorno. Abbiamo una cantina, ma non ci fidiamo ad andarci, non è un bunker: se bombardassero la casa rimarremmo seppelliti. Così ci mettiamo dentro la vasca da bagno, che ha l’anima di metallo e ci copriamo il corpo con coperte spesse e la testa con grossi cuscini, nella speranza che eventuali schegge non penetrino in profondità. Pensa che in questa zona dove abito non ci sono neanche le sirene”.

Ma oggi Maria dovrà uscire per forza per comprare le medicine. Il marito ha il Covid. “Tanta gente affetta da malattie croniche è molto più sfortunata di noi dato che questa guerra durerà a lungo e tra qualche settimana potrebbero terminare le scorte di medicinali”. Per quanto riguarda i viveri, pare che, per ora, a stare peggio siano i soldati russi. “La maggior parte degli alimentari e supermercati qui è chiusa. Mia madre, che vive in un villaggio vicino a Kiev, mi ha detto di aver visto dei soldati russi saccheggiare le botteghe per il cibo mentre a una sua amica sono entrati in casa affamati intimandole di dargli da mangiare”. Secondo Maria è la prova che il Cremlino fosse convinto di espugnare l’Ucraina in pochi giorni e che, di conseguenza, non ci fosse bisogno di grandi scorte di cibo. “Invece resisteremo il più a lungo possibile, a costo di morire. Meno male che mio nonno, colonnello dell’Armata rossa è morto un anno fa e non deve vedere tutto questo”. Maria è convinta che alla fine il suo Paese ce la farà a respingere gli invasori, ma forse lei non vedrà l’auspicata vittoria. “Non voglio andare a vivere in un bunker e, tra l’altro, quelli disponibili sono già tutti affollati da madri e bambini. Loro hanno più diritto a proteggersi di noi. Mi aspetto da un momento all’altro che un missile ci cada in testa e allora non sarà facile salvarsi rifugiandosi dentro la vasca da bagno o tra i muri del corridoio. Avrei voluto partire inizialmente, ma poi io e mio marito abbiamo deciso che è nostro dovere rimanere qui accanto ai nostri soldati che danno la vita senza risparmiarsi per salvarci dalla dittatura di quel criminale di Putin”. Speriamo che il coraggio e la solidarietà di Maria venga premiata dalla sorte perché solo la fortuna può ripararli dalle bombe o dalle pallottole, non di certo una vasca o un cuscino sulla testa . E intanto fuori infuria la battaglia.

Paracadutisti, tank e missili: l’Orso russo morde Kharkiv

“Stanno arrivando per massacrarci”, dice il presidente Zelensky. “Cadiamo dal cielo come neve sulla testa”, cantano i paracadutisti russi mentre si lanciano all’attacco di Kharkiv. Da ieri è iniziata la battaglia nella seconda città più popolosa di quello Stato che per Putin Stato non è. Testimoni hanno raccontato che le truppe aviotrasportate sono atterrate intorno alle 3 del mattino e lo scontro con l’esercito di Kiev è stato immediato. “I russi ci hanno lanciato contro tutte le forze immaginabili e un numero colossale di carri armati si sta avvicinando” racconta alla Bbc il sindaco Igor Terekhov. Spedire i paracadutisti a combattere casa per casa è un segnale di Mosca molto preciso: il Cremlino è disposto a sacrificare i suoi uomini in quello scenario che tutti i soldati temono: la guerra urbana, da un palazzo all’altro, da una piazza a un cancello per lasciarsi dietro solo morte e distruzione: una granata in una abitazione, un cecchino appostato al nono piano, una mina antiuomo agganciata allo stipite malfermo di una porta. L’altro ieri Stalingrado, ieri Grozny, in Cecenia, oggi Kharkiv, Mariupol, forse Odessa. Kharkiv patisce da ogni lato. Razzi su aree residenziali, colpite una caserma della polizia e la sede di una facoltà universitaria.

Terekhov conferma morti tra i civili, almeno 21, e 157 feriti. A Kherson il primo cittadino Igor Kolykhayev smentisce che i russi abbiano conquistato la città, ma ammette che la situazione è drammatica: “Tutti i giornalisti che mi conoscono, che amano Kherson, per favore usino il loro potere per aiutarci ad avere un corridoio umanitario per trasportare i feriti e gli uccisi, per portare in città medicine e cibo. Senza tutto questo, la città perirà”. Sono disperati a Mariupol, sulla costa: “Non riusciamo a contare il numero delle vittime, ma crediamo che almeno centinaia di persone siano morte. Non possiamo recuperare i corpi”, riferisce alla Bbc il vice sindaco Sergey Orlov, sottolineando che un distretto abitato da 130.000 persone è stato “quasi completamente distrutto”. “L’esercito russo qui sta mettendo in campo tutte le sue armi: artiglieria, sistemi di lancio di razzi, anche tattici e aerei. Stanno cercando di distruggere la città” . Non solo cattive notizie per il presidente Zelensky: i militari ucraini affermano di aver liberato Makariv. Ci sono poi gli scambi di colpi sul piano della comunicazione: come il presidente Putin aveva cercato di portare dalla sua parte gli ufficiali ucraini – “Abbandonate i vostri leader, sono una banda di drogati neonazisti” – così Kiev dirama le sue cifre: “Già 6.000 i soldati russi caduti al fronte”, e poi gioca la carta della compassione: “I soldati prigionieri verranno restituiti alle loro madri”. Unica condizione: le mamme o altri familiari devono recarsi a Kiev: “Noi ucraini, a differenza dei fascisti di Putin, non combattiamo con le madri e con i loro figli prigionieri”. Alle cifre ribatte il ministero della Difesa russo che per la prima volta fornisce un bilancio delle sue vittime: 498 soldati uccisi e 1.597 feriti. Inoltre, sono stati eliminati 2.870 soldati e ‘nazionalisti’ ucraini. Altri 572 militari di Kiev sono stati fatti prigionieri. Da Washington, il presidente Biden conferma che nessun soldato americano sarà mandato a combattere in Ucraina, l’ulteriore invio di 3.000 uomini è destinato a fortificare le basi Nato. No fly zone: la richiesta del presidente Zelensky è stata accantonata da Washington e Londra. Per farla rispettare i piloti dovrebbero correre il rischio di ingaggiare duelli con i caccia di Mosca. Si toccherebbe il punto di non ritorno tra i due blocchi. Il remake di Top Gun può attendere.

Il Cretino Collettivo

“La prima vittima della guerra è la verità” (Eschilo). Dopo i civili innocenti, si capisce. Ma poi ci sono l’intelligenza, la logica, il senso dell’umorismo e anche del ridicolo. Visto come siamo messi in Italia, siamo in piena guerra pure noi, anche se non sta bene dirlo. Il Cretino Collettivo ha cacciato dalla Scala uno dei migliori direttori d’orchestra del mondo, Valery Gergiev, perché è russo e fan di Putin (ma entrambe le cose erano note prima che lo chiamassero). Una delle migliori soprano, Anna Netrebko, ha annunciato che diserterà Scala per non finire come lui, essendo pure lei orripilantemente russa. Il Festival della fotografia europea di Reggio Emilia ha annullato la partecipazione della Russia, che esponeva le opere di Alexandr Gronskij: un altro fottuto putinista? Mica tanto: la polizia l’ha appena arrestato a Mosca mentre manifestava contro Putin. E vabbè, pazienza, effetti collaterali. È russo pure Daniil Medvdev, il tennista n. 1 del mondo, che la Federazione ucraina chiede di escludere dal Grande Slam anche se si è pronunciato contro la guerra. E lo è soprattutto quel tal Dostoevskij, sedicente scrittore che, con Tolstoj, Cechov, Puskin, Gogol’ e altri putribondi figuri, minacciava di diffondere la propaganda putiniana alla Bicocca. Così l’ateneo ha sospeso il seminario del loro studioso Paolo Nori per “evitare qualsiasi forma di polemica”. Poi ci ha messo una toppa peggiore del buco: “Volevamo provare ad aggiungere anche autori ucraini”. La par condicio applicata alla letteratura, per giunta postuma. Ora nel mondo della tv, trema Carmen Russo.

Intanto dal Tg1 è sparito il corrispondente Marc Innaro, reo di conoscere bene la Russia visto che la segue da 40 anni e soprattutto di aver mostrato la cartina dell’allargamento della Nato nell’Est Europa: ma benedett’uomo, chi glielo fa fare di mostrare cartine? Pensi alle ragazze, invece. Noi, avendo sempre scritto contro Putin, anche quando Rep ospitava la sua propaganda a pagamento e Giornale, Libero, Foglio e tutto il cucuzzaro berlusconiano rilanciavano le fellatio del padrone al “dono del Signore”, dobbiamo sorbirci le lezioncine di antiputinismo da quei ridicoli tartufi. Francesco Merlo, la lingua più felpata del West, ce l’ha con “gli stessi ‘Italiban’ che tifavano per i tagliagole afghani”. Che poi sono gli eroici “mujaheddin” armati dall’Occidente per scacciare l’Armata Rossa dall’Afghanistan e divenuti improvvisamente “tagliagole” talebani quando usarono le nostre armi per scacciare le nostre truppe. A proposito: le armi che stiamo festosamente inviando agli ucraini, se vince Putin le userà contro di noi. Che in fondo gli somigliamo sempre di più. Perché le guerre presto o tardi finiscono: il Cretino Collettivo mai.

Georgia O’Keeffe, l’“Amazzone” è (ancora) padrona di se stessa

Icona di Andy Warhol e Barnett Newman. Ispiratrice di tendenze e movimenti: dall’astrazione cromatica al minimalismo. Amica di poeti come Ezra Pound; sposa di un solo uomo, Alfred Stieglitz. Ma soprattutto donna, padrona del proprio corpo quanto ostinata avversaria della sua mercificazione. Georgia O’Keeffe è l’Amazzone dell’arte moderna (Oblomov) nella graphic novel illustrata da Sara Colaone. I dialoghi, scritti da Luca De Santis, ripercorrono le gioie e le inquietudini di un’artista che ha fatto la rivoluzione con solo carboncini e acquerelli. Il suo tratto riusciva a imprimere sul bianco l’attimo in cui la realtà le passava accanto, ma sempre prima degli altri: “Ho dipinto astrazioni quando nessuna donna lo aveva fatto”, “ho dipinto città quando nessun uomo c’era ancora riuscito”, “ho dipinto fiori quando mi han detto che dipingevo da uomo”.

Nata nel 1887 nel Wisconsin e morta nel 1986 a Santa Fe, nel Nuovo Messico, O’Keeffe è stata la più longeva protagonista di un periodo storico in cui il mondo femminile, nell’arte come nella società, doveva fare da spalla all’uomo. Lei non ha ceduto. Nel 1929 è diventata la prima donna a esporre al MoMa di New York, smentendo tutte le voci che le davano della raccomandata. A oltre trent’anni dalla sua scomparsa, è l’“artista donna” più fotografata del Novecento e più quotata nel mondo. “Artista donna! Pfff!” sbotta il suo personaggio nelle illustrazioni: “Avrò quindi la vulva artistica più preziosa del mondo!”. Deride così, in un colloquio con il suo futuro, la società che ha cercato di imprigionarla all’interno del proprio corpo. O’Keeffe ha sempre combattuto contro l’interpretazione sessuale delle sue opere da parte della critica. “Spogliati, posa nuda!”, è il tormento che si porta dietro per tutta la narrazione. Come in un perverso gioco di specchi, lo spettatore scambia l’oggetto per il soggetto: “Ma non stanno parlando della mia arte, parlano del mio corpo!” si lamenta col marito. E così decide di andare controcorrente, lì dove non c’è più carne, ma solo ossa. Natura, fiori, alberi, scheletri nel deserto, grattacieli di Manhattan: tutto quello che sconsigliano i grandi atelier. Ma lei non li ascolta e dipinge ciò che ama di più. Ai ritratti, preferisce i fienili dorati della sua infanzia, o i paesaggi desertici del Nuovo Messico, la terra dove va a vivere insieme al marito Alfred, fotografo e gallerista. I due si conobbero di fronte agli acquerelli di Rodin. Lì nacque tutto: l’ispirazione, l’amore e l’ossessione.

“Il mio personaggio è ispirato ai cialtroni che ho incontrato”

Rossella Brescia, perché Il Santone – #lepiùbellefrasidiOscio, la serie tratta dal fenomeno social creato da Federico Palmaroli e disponibile su RaiPlay?

Seguo Palmaroli su Twitter, mi fa sorridere. Le battute della nonna che appiccica alle foto dei politici: si può permettere qualsiasi cosa.

Il politicamente corretto inibisce la comicità?

La imbriglia, sebbene una misura ci voglia. Ma oggi qualsiasi cosa tu dica sbagli. Fateci caso, pure il Papa è divisivo, laddove esprime considerazioni belle e ovvie, qualcuno insorge: “Però si è dimenticato di quello…”.

Il problema?

I social, si sentono tutti professori, e mi ci metto pure io: scrivo di pancia, poi mi dico “ma che cazzo ho scritto?”. Altro conto è la satira: dev’essere un po’ libera.

Con Oscio è satira di destra: Palmaroli ha votato Msi, simpatizza per la Meloni.

Non so se è di destra, non credo la satira conservi una direzione. Ha rispetto, non è offensivo: non mi sembra abbia fatto scandalo, da sfamare i talk show per mesi almeno.

Nondimeno è bizzarro che sia Neri Marcorè, un campione della sinistra, a incarnarlo nella serie.

La contrapposizione destra e sinistra non c’è più. Abbiamo visto coalizioni gialloverdi, giallorossi, verdeazzurri: su, siamo seri. Lei interpreta un’improbabile agente televisiva, Jacqueline.

Improbabile? Ma sa quanti ne ho incontrati di cialtroni così? Oramai ho una specie di armatura, ma di chi ti promette il mondo e non ha le carte per fare nulla come Jacqueline è pieno. Fanno leva sulla fama e i soldi, e colpiscono nel segno, purtroppo.

Il vostro Oscio è ambito da tutti i talk.

Perché fa fare i numeri, e oggi si va solo sulla quantità, la qualità è tanto bistrattata.

I suoi numeri invece?

Io non ho mai pensato “voglio diventare famosa”, per me era importante diventare bravissima, andare a fondo, che fosse danza o prosa. C’è chi è famoso senza saper fare niente, chapeau, ma se la celebrità oggi può venire da una pettinatura trendy… ’sti cavoli.

Da Colorado alla radio, fin qua: la comicità la mastica da vent’anni. Risultato?

L’immediatezza nel rispondere, la battuta a effetto: ho imparato tantissimo dai comici, non è vero siano malinconici nella vita. E in questi tempi tragici, tra pandemia e guerra, ridere è ancor più prezioso.

Con Neri come è andata?

Parrebbe irraggiungibile, con la sua comicità altissima, ma ti fa ammazzare dalle risate. E ti mette a tuo agio.

Qualcuno che l’abbia messa in soggezione?

Non sul set, al Teatro dell’Opera di Roma: Michail Baryšnikov. Ero felicissima di incontrarlo, è per lui che faccio danza, ma gli ho chiesto una foto e me l’ha negata: ci sono rimasta di un male, non potete capire. Però ne ho rubata una, con lui quasi di schiena. Vabbè.

Noi abbiamo ancora il suo calendario.

Non volevo prestarmi, l’ho fatto solo per conoscere la danzatrice Alessandra Ferri: ho voluto fosse suo marito Fabrizio il fotografo.

Problemi a esibire il corpo?

No. Non lo vedo dal buco della serratura, dal punto di vista erotico, sebbene quegli scatti l’abbiano contemplato, io vedo i muscoli, la costruzione, il lavoro, ché entro in sala prove la mattina ed esco la sera. È come il pianoforte per il pianista, il mio corpo.

Quello delle donne è ancora dibattuto.

Ci vogliamo perfette, ma un conto è la salute fisica, un altro gli stereotipi, i modelli imposti: se ti senti bene in una taglia 48, che problema c’è? Chi eccepisce lo attaccherei al muro.

Dopo Il Santone che fa?

La Carmen, è un balletto che amo: partiamo da Bologna il 13 marzo, poi Avellino, Roma, Milano. Luciano Cannito ne ha fatto una storia mediterranea, un gruppo di profughi sbarca a Lampedusa, sfruttato dallo scafista Escamillo e braccato dal carabiniere don Josè. E sa che c’è?

Ci dica, Brescia.

Carmen ci ricorda, oggi più che mai, come i profughi non siano dei derelitti, degli sconfitti, ma persone con sentimenti e passioni, capaci di rischiare tutto per la libertà. Anche la vita.