Omofobia “Il pugno in faccia, perché sono gay e i lividi incurabili: il ddl Zan è la mia medicina”

 

L’Italia ingrata: Bassetti fa il divo, i prof. Crisanti e Galli crocifissi

Cara Selvaggia, pensavo a quanto siamo ingrati in questo Paese e a come lo abbiamo confermato, ancora una volta, alla fine (forse) di questa affannata, dolorosa corsa che è stata l’anno e mezzo di pandemia. Leggo ultimamente commenti feroci sui professori Andrea Crisanti e Massimo Galli, che tanto ci hanno guidati, quando eravamo persi tra la paura di non capire e quella di morire. Ci hanno aiutati a comprendere la gravità dell’onda che ci aveva investiti e sono riusciti a fare capire anche a me – pensionata, con un grande amore per la letteratura e una scarsa attitudine per la scienza – cosa sia un virus e perché non vada ritenuto “morto” solo perché momentaneamente dormiente. Quando i medici più boriosi andavano in tv a dire che eravamo dei beoti a preoccuparci ancora di un virus indebolito (e noi, rassicurati, ballavamo nelle discoteche o come tanti miei amici entravamo spavaldi nei bar affollati) loro ci invitavano alla prudenza, senza paura dell’impopolarità, né di vestire i panni del “rovina feste”. Un ruolo scomodo, che nessuno voleva. Se una nave sta affondando, piace credere che ci siano scialuppe per tutti, finché i piedi sono asciutti. E l’uomo che grida “affonderemo” è solo un gufo che gode nell’annunciar sciagure. Ora che le cose vanno meglio, che i contagi calano grazie ai vaccini, nei confronti di Galli e Crisanti c’è un astio che ha del patologico. Sì, hanno continuato a suggerire prudenza anche quando si è iniziato a vaccinare, avranno azzardato qualche previsione troppo pessimistica, ma cosa vogliamo rimproverargli? Di averci voluto proteggere il più possibile? Di aver avuto a cuore ogni singola vita, non ritenendo trascurabili 10, 20, 200 morti al giorno? Quei morti che per gli altri, ormai, sono il compromesso accettabile? Be’ scusate tanto, ma io continuo a ringraziarli.

E invece Galli si è dovuto quasi eclissare, bastonato da tutti o quasi, come un gufo molesto. Su Crisanti fioriscono articoli per additare le sue dichiarazioni, “guardate aveva detto che con la variante inglese rischiavamo 40 000 contagi al giorno!!!”. Quindi? Ha fatto male a parlarci di rischi? Dopo aver sottovalutato il pericolo l’anno scorso, a marzo e pure d’estate? Nel frattempo, per quei prof. imprudenti, che ci rassicuravano quando c’era da allarmarci, c’è perfino la gloria. Li vedo ovunque, come se niente fosse, pavoneggiarsi per la vittoria della scienza sulla pandemia. Penso al professor Bassetti o a Zangrillo, che mai hanno chiesto scusa per le previsioni sbagliate. Quando li vedo in tv, spavaldi, che ammettono pure “quanto mi piace la tv” (Bassetti), mi viene una gran tristezza. Loro osannati, i Crisanti e i Galli all’angolo, dileggiati e detestati dai più. Che strano mondo, che Paese superficiale e ingrato. Io offro il mio grazie e quello di mio marito ai due professori, che meritano solo riconoscenza. Spero che il presidente Mattarella si ricordi di loro, quando ci sarà da appuntare una medaglia.

Marisa

 

Aggiungo anche il mio grazie ai due professori citati. Ovvero a chi si è speso, spero, non aspettandosi gratitudine da questo paese pieno di persone affette da sindrome rancorosa del beneficato.

 

 

“Senti ’sto finocchio”, e giù botte Quel dolore che non si cancella

Cara Selvaggia, voglio raccontarti di quella volta in cui ho fatto a pugni. È stata la prima e, ad ora, l’ultima volta in vita mia, non sono uno di quei rissaioli seriali e soprattutto non ho cominciato io. Ce le siamo date reciprocamente, nessuno ha denunciato, nessuno ha riportato conseguenze fisiche. Io, però, sono rimasto pieno di lividi invisibili, di quelli che non vanno via con la pomata. Il primo cazzotto era destinato a me. Ero con amici fuori da un locale, tutti alticci e allegri, e stavo raccontando in maniera un po’ colorita il mio ultimo incontro “sentimentale”. Sono gay, ero single, avevo 30 anni e mi divertivo. Dal capannello vicino arriva una voce: “Ecco, senti ’sto finocchio di merda che cazzo combina”. Quelli come noi lo sentono molto più spesso di quanto si creda, e di solito tacciono. Perché cresciamo con la scorza, perché a volte ti abitui e, per i più fortunati, diventa solo rumore di fondo. Ma non per me, non quella sera. Gli ho risposto, forse solo con un “che cazzo vuoi, coglione”, e subito mi arriva il primo cazzotto in faccia. “Ti ammazzo, frocio”. Non mi voleva ammazzare, forse era solo ubriaco come me. Da sobrio non sarebbe stato fisicamente violento, forse, ma sarebbe stato comunque omofobo. Non odi i gay da ubriaco se non lo fai già da sobrio. Però all’epoca facevo palestra e sono alto 1,85 e allora il cazzotto gliel’ho restituito. Ci hanno separati ed è finita lì.

Ma non finisce mai lì quando realizzi che sei stato picchiato solo perché omosessuale. Se avessi raccontato una notte di fuoco con una ragazza, non sarebbe successo niente. L’omofobia è stata la causa, il motivo, l’unica ragione. Senza “frocio”, molti di noi non avrebbero bisogno di antidolorifici per il corpo né per l’anima. Perciò l’approvazione del Dddl Zan per me è vitale, come una medicina che finalmente non cura solo il sintomo, ma la causa. I pugni, quella volta, non li ho nemmeno sentiti. Ma quella parola rabbiosa mi colpisce forte ogni giorno. Perché non è stato un comportamento a scatenarla, ma quello che ero, e quello che sono.

Luca

 

Perché serve l’approvazione del ddl Zan, spiegato semplice.

 

 

 

Chiesa. I clericali di destra, il Sinodo e la lezione di due quarantenni, un vescovo e un teologo

Pur rifuggendo dal manicheismo ideologico è difficile non contrapporre, anche per un credente, l’immagine di sabato del popolo sovranista pro vita a Roma, ai Fori Imperiali, e quella dei vescovi italiani che apriranno oggi nella Capitale la loro 74esima assemblea generale in preparazione dell’atteso Sinodo .

Da una parte quindi, sabato, una battagliera minoranza clericale di destra, omofoba e anti-migranti, che ha i suoi riferimenti politici in Trump, Salvini, Meloni e che nei suoi interventi non cita mai il Vangelo, l’amore e la misericordia. Dall’altra invece la Chiesa italiana che, seppur a fatica (se non altro per i tempi che ci sono voluti per il Sinodo: Bergoglio ne parlò la prima volta sei anni fa, nel 2015), tenta di seguire l’impronta francescana di questo pontificato: il ritorno all’essenziale, la centralità delle periferie esistenziali, la chiamata alla fraternità verso i migranti, per citare l’intervista ai direttori dei media cattolici (Avvenire, Sir e TV2000) di monsignor Stefano Russo, segretario generale della Cei.

Se non fosse per lo Spirito Santo che sempre sorprende con le sue grazie (ieri era Pentecoste), ci sarebbe da essere pessimisti sul futuro della Chiesa, non solo italiana, visto che questo papa venuto dalla fine del mondo si trova stretto tra due minacce scismatiche. Una da destra, appunto. La seconda da sinistra, diciamo così, e proveniente dal progressismo dei cattolici tedeschi. A infondere un po’ di speranza, ci sono però due rappresentanti di una nuova generazione di preti quarantenni, un vescovo e un domenicano esperto di Islam. Il primo è padre Christian Carlassare, il missionario comboniano veneto ferito in un agguato alla fine di aprile in Sud Sudan. Ieri si sarebbe dovuta celebrare la sua consacrazione a vescovo di Rumbek, ad appena 43 anni, ma il missionario è ancora ricoverato in ospedale a Nairobi.

In una lunga intervista a Nigrizia, l’autorevole rivista comboniana, padre Christian oltre a ripercorrere le tappe della sua vocazione e l’arrivo in Africa, parlando di povertà, accoglienza, eguaglianza ed economia solidale, già va oltre il Sinodo, quello universale, che si chiuderà nell’ottobre del 2023: “Dobbiamo avere una visione nuova di Chiesa, creativa, vivace, vicina alla gente. Fondamentalmente c’è bisogno di un Concilio Vaticano III su tanti aspetti legati ai sacramenti, alle strutture, per arrivare al cuore del messaggio cristiano come indica papa Francesco”. Le sue parole di apertura e rinnovamento, non come quelle cupe di chiusura della destra clericale, hanno un’assonanza con il fulminante saggio di Adrien Candiard intitolato Fanatismo. Quando la religione è senza Dio (Emi, 78 pagine, 10 euro).

Ex socialista dello staff di Strauss-Kahn, il francesce Candiard, 38 anni, oggi è un domenicano esperto di Islam che vive al Cairo. In generale il fanatismo non solo è assenza di Dio ma finisce per idolatrare dogmi e comandamenti, liturgia e Bibbia, finanche la religione stessa: tutti elementi “che non sono Dio perché solo Dio è Dio”. Entrambi, infine, il vescovo e il teologo ritengono cruciale accogliere il reale così com’è. Anche perché “l’idolo crea un mondo chiuso”: in questo caso tra fanatici islamici, cattolici ed ebraici non c’è tanta differenza.

 

Cambiare la Costituzione per devastare il Paesaggio

La caccia grossa della variopinta maggioranza (coesa nel perseguire i peggiori obiettivi) che sorregge il governo Draghi ha tra le prede l’articolo 9 della Costituzione. Nella scorsa settimana il fantasma del Parlamento è apparso per aggiungere al suo esemplare dettato (“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”) una coda dagli effetti eversivi: “La Repubblica tutela l’ambiente e l’ecosistema, protegge le biodiversità e gli animali, promuove lo sviluppo sostenibile, anche nell’interesse delle future generazioni”. Ma cosa può mai esserci di male in queste parole, così apparentemente “verdi”?

Poiché una costante giurisprudenza della Corte Costituzionale ha stabilito che l’ambiente è già protetto dalla Carta (dal combinato disposto degli articoli 9 e 32, quello che tutela il diritto fondamentale alla salute) questa aggiunta sarebbe superflua: ma la politica non conosce il superfluo.

Il vero scopo lo si capisce leggendo i giornali di questi giorni. 80 sindaci del Pd invocano “abbattiamo la burocrazia! La democrazia è velocità!”. Al furore “futurista” degli amministratori “di sinistra” che chiedono le mani libere (come ogni destra liberista), risponde la gesuitica ipocrisia del “loro” ministro Franceschini, che dichiara: “Per il decreto Semplificazioni sto proponendo, per il mio dicastero e le Soprintendenze, nuove regole molto innovative che renderanno tutto più rapido senza indebolire la tutela di paesaggio e beni culturali”. Geniale: per rispettare le regole facendo quello che si vuole c’è solo una strada, cambiare le regole! A partire dalla prima: l’articolo 9 della Costituzione. Ma come può giovare ai sindaci della betoniera l’introduzione di un’ulteriore tutela? Lo spiega l’entrata a gamba tesa del presidente di Legambiente, che rilascia un’intervista al vetriolo contro le soprintendenze. Ecco i veri nemici dell’ambiente: non le multinazionali, i governi, le banche. No: gli odiati soprintendenti! Colpevoli di dire no a pale eoliche alte 130 metri piantate su enormi piattaforme di cemento armato che si vorrebbero piazzare sui crinali dell’Appenino, magari sopra i tratturi sannitici e vicino monumenti straordinari. O a ettari ed ettari di pannelli fotovoltaici nelle più belle campagne italiane, o sui tetti dei centri storici.

Ed è qua che si capisce cosa debba espugnare il cavallo di Troia del nuovo articolo 9: il paesaggio. Inserire lo “sviluppo sostenibile” tra i principi fondamentali della Carta significa metterlo alla pari della tutela del paesaggio. Ecco la strategia dell’ambientalismo industriale italiano: mettere ambiente contro paesaggio, per continuare a far girare la macchina dei soldi privati a spese del territorio pubblico. Facendosi pure santificare come paladini dell’ambiente.

Ma mettere l’ambiente contro il paesaggio è come dire che per impiantare in un corpo alcuni dispositivi che dovrebbero contribuire a farlo vivere di più, si può deformarne il volto in modo indelebile.

Questo vuol dire che dobbiamo rinunciare alle rinnovabili? No, vuol dire che dobbiamo stare in guardia rispetto agli enormi grumi di interesse (non di rado di stampo mafioso, come nel caso dell’eolico) che si stanno riciclando nell’ambiguo concetto di “sviluppo sostenibile” (un ossimoro), continuando a sigillare suolo col cemento o col metallo. Se davvero si volessero tenere insieme ambiente e paesaggio la strada c’è: da anni ogni Regione dovrebbe approvare un Piano paesaggistico, e proprio quella è la sede in cui decidere dove mettere questi impianti, senza lasciare l’iniziativa alla speculazione privata. Invece di cambiare le regole, bisognerebbe far funzionare quelle che ci sono: il MiC ha tutti gli strumenti per indurre le Regioni inadempienti (quasi tutte) a redigere i piani, ma non l’ha fatto.

In uno studio importante appena uscito su Giustizia insieme, il giurista Paolo Carpentieri spiega come rischia di finire: “Si ha, in conclusione, la sensazione che la ‘transizione ecologica’ finirà come al solito per risolversi in un grande greenwashing del vecchio refrain della “Crescita&Sviluppo”, con sacrificio ulteriore dei paesaggi del già ‘Bel Paese’. La questione di fondo, come al solito, è culturale: forse la transizione ecologica “vera” non è quella della così detta green economy, totalmente organica e interna alle vecchie logiche del profitto e della crescita del Pil, ma è prima di tutto quella, mentale e culturale, basata su un nuovo modo di pensare e di guardare al mondo, su un nuovo stile di vita, sul recupero del senso del limite e su un profondo ripensamento della scala dei valori, con l’abbandono del consumo fine a se stesso e del falso slogan contradditorio dello ‘sviluppo sostenibile’, nella ricerca di un equilibrio stabile e duraturo”.

Lontanissimo da questo salto culturale, il governo del cemento cinge d’assedio l’articolo 9 della Costituzione.

“Sfamiamo gli italiani, diamo, non prendiamo. E Draghi ci sbeffeggia”

È il tempo di dare soldi e non di prenderli dagli italiani, dice Mario Draghi. Per misurare l’ipocrisia di questa affermazione e capire come essa sia purtroppo divenuta destino comune, basta fare una telefonata ad Aboubakar Soumahoro, il migrante ivoriano oggi portavoce degli Invisibili, gli ultimi degli ultimi, i diseredati, i senza patria e senza diritti.

Lei è il portavoce di coloro che dovrebbero essere i primi a ricevere qualcosa anziché gli unici a dare soltanto.

Mario Draghi non avrebbe nulla da mangiare se non ci fossero gli Invisibili a cavare le patate, raccogliere i pomodori, le melanzane. Sulla sua tavola non ci sarebbe carne né verdura. Non mangerebbe lui e nessuno del suo governo. Anzi, non avrebbe di come sfamarsi l’intero Parlamento. Senza di noi, che per legge non esistiamo, i supermercati sarebbero vuoti, e con loro l’altro battaglione dei precari, dei cottimisti iper sfruttati come i padroncini dei camion chiamati a trasportare le merci. Senza di noi farebbero la fame.

Invisibili ma essenziali: la coniugazione di una realtà deforme.

Non togliamo un solo posto di lavoro agli italiani, non rubiamo un solo stipendio agli italiani. Diamo non prendiamo. Diamo le nostre braccia, arrostiamo le schiene al sole, ci alziamo di notte per mungere le vostre vacche. Buona la mozzarella, eh?

Quanti siete?

Solo una stima è possibile. Dovremmo essere non meno di ottocentomila.

Quasi un milione di persone senza nome.

Non abbiamo avuto e non avremo neanche un centesimo dai vari decreti sostegni che si sono succeduti. I miliardi di euro volano alto e i poverissimi, questo battaglione di morti di fame che per fame accettano la schiavitù e fatiche bestiali – remunerate al di sotto di ogni regola e ogni dignità – non hanno nemmeno titolo per protestare. Sono, anzi siamo perfetti sconosciuti.

Siete testimoni della più grande finzione sociale.

Riempiamo la pancia degli altri, la facciamo divenire gonfia come quelle delle rane, ma non possiamo vantare alcun diritto. Chi ci sfrutta conosce l’avidità e la propone come modello di vita. Questa società che gode delle braccia di chi non trova pace né lavoro dove è nato, respira asfissiando proprio chi la sorregge, le procura il cibo.

Non ci sono patti da negoziare né contratti da firmare.

Siamo andati a Roma a protestare. Il governo ci ha risposto con uno sberleffo. Dichiara di voler dare un bonus di 800 euro ai lavoratori della terra, ai braccianti che abbiano almeno 52 giornate di lavoro denunciate e iscritte a registro. Come ci si iscrive senza contratto?

Una burla.

Con noi una fetta di italiani vive condizioni piuttosto simili. Nei bassifondi della società non ci sono solo le braccia dei neri che hanno sfidato la morte per sognare una vita migliore, ma anche le gambe dei riders, per esempio. Quelli che portano la pizza a casa. Buona la pizza, eh?

A voi neanche il vaccino.

Con noi il Covid può fare quel che vuole. Non esistendo, non trasmettiamo.

Secondo lei perché noi italiani opponiamo la bugia pur di rendere irriconoscibile la realtà e non affrontarla?

Perché, come ho detto, le società capitalistiche sviluppano il loro respiro di potere asfissiando i più deboli. L’avidità è l’opposto della solidarietà. Ma la Costituzione italiana impegna il governo a promuovere una società solidale, a non praticare distinzione di colore, di razza, di sesso, di religione.

Ha da dire qualcosa al presidente Draghi?

Quando dice che questo è il momento di dare e non prendere, ricordi il suo giuramento solenne di fedeltà ai valori costitutivi della Repubblica. Una società così diseguale non è solo ingiusta per chi ne resta vittima ma produce fenomeni di gangsterismo sociale, spoglia la dignità della persona, la riduce a merce, la dimentica dentro le baracche e infine la sotterra.

La sai l’ultima?

 

Livorno Passeggia sul lungomare con una pecora al guinzaglio con il vello colorato

La pandemia non ha giovato alla salute mentale delle persone. Un fatto ovvio con cui faremo i conti nel tempo. Qualcosa però comincia già a vedersi. A Livorno, per esempio, un ragazzo ha sfilato sul lungomare con una pecora al guinzaglio. Il giovane indossava una tunica bianca, l’ovino aveva il vello dipinto con i colori dell’arcobaleno. Il bizzarro accompagnatore di bestiame si è beccato una multa di 50 euro: a quanto si apprende è vietato colorare gli animali. Si chiama Valerio Trafeli, ha 26 anni, vive da solo nelle campagne livornesi e pare abbia ambizioni da “influencer da fattoria”. Su Instagram ha spiegato la sua impresa (e i diritti Lgbt non c’entrano nulla): “Pensavo che fosse una cosa molto fica da fare e mi piace l’attenzione. Allo stesso tempo c’è una parte di me che vuole salvare il mondo. Credo l’equilibrio del mondo dipenda dagli stili di vita, io sto sperimentando la pastorizia”. Visionario e anche poeta. E dire che sembrava solo uno scemo con la pecora al guinzaglio.

Ferrara La tremenda rissa tra due donne finisce nel sangue: stacca una falange alla rivale con un morso e se lo mangia

In inglese esiste un termine per i maschi che fischiano alle donne per strada, ormai è abbastanza noto – catcalling – ma c’è pure una parola estremamente maschilista, con lo stesso etimo, per definire la rissa tra due femmine: catfight. Come a dire che quando si menano, le signore somigliano ai gatti: soffiano, si graffiano, fanno molto rumore per poco o nulla. La rissa splatter tra due gentildonne di Argenta (Ferrara) travalica abbondantemente i confini del catfight. Dopo mezz’ora di botte, si è conclusa con un morso alla Mike Tyson (con effetti più radicali): la falange di un dito mozzata di netto. Lo scrive La Nuova Ferrara: “È accaduto nel centro di Argenta, dove due donne se le sono suonate di santa ragione: schiaffi, pugni e morsi. Ad avere la peggio fra le due è stata la più anziana – 49 anni – alla quale è stata staccata con un morso la falange del dito medio”. Il pezzo mancante non è stato trovato sul posto: pare sia stato ingoiato dalla cannibale ferrarese.

Rassegna stampa Il prezioso titolo di Repubblica: “Grinzane, la papera e i paperotti irrompono sulla scena del crimine”

Il titolo migliore della settimana ce lo regala il sito di Repubblica, tiene insieme la cronaca nera e animaletti tanto carucci: “Grinzane, la papera e i paperotti irrompono sulla scena del crimine”. Nel video si vede in effetti una dinoccolata famigliola di volatili che zampetta sull’asfalto stradale inseguita da un carabiniere. La didascalia di Repubblica ci aiuta a definire i contorni di questo prezioso documento giornalistico: “È un giorno delicato per Gallo di Grinzane Cavour, la località in cui il 28 aprile il gioielliere Mario Roggero ha reagito a una rapina uccidendo due dei tre banditi. In programma c’è infatti la perizia balistica, che dovrà stabilire la dinamica dell’accaduto, decisiva per capire di quale capo di imputazione dovrà rispondere il commerciante. A interrompere le operazioni, però, ci ha pensato una papera, che ha fatto la sua comparsa assieme a quattro paperotti. Gli animali sono poi stati ‘scortati’ al di fuori della scena del crimine”.

Palermo Rapina proletaria al negozio di Louis Vitton: i ladri provano a sfondare la vetrina con una Panda bianca

Lotta di classe e di paraurti a Palermo: una banda di ladri ha tentato di rapinare un negozio di Louis Vuitton sfondando la vetrina con una vecchia Panda bianca. La macchina del ceto medio basso contro il marchio opulento e très chic: ovviamente hanno vinto i ricchi, nel senso che il colpo è fallito e non è stato rubato niente. Lo racconta Palermo Today: “Intorno alle tre di notte si è attivato il sistema d’allarme segnalando un’anomalia. Ignoti hanno sfondato la vetrina del negozio, ma alla fine non sono riusciti a portare via nulla. Al loro arrivo i militari hanno trovato una vecchia Fiat Panda di colore bianco ‘conficcata’ nella vetrina. Dai primi accertamenti è emerso che l’auto era stata rubata alcuni giorni prima del tentato colpo in boutique. Gli investigatori hanno avviato le indagini e acquisito le immagini delle telecamere che potrebbero aver ripreso le varie fasi della manovra fatta dai ladri per sfondare la vetrina e la loro fuga”.

Genova Cerca di salire sul treno con lo scooter appena rubato (e con un aspersorio trafugato in chiesa): arrestato

Sempre a proposito di sopraffine menti criminali: a Genova un uomo che aveva appena rubato un motorino ha provato a salire in treno portandosi dietro lo stesso scooter. Era improbabile che passasse inosservato. Scrive il sito Liguria Oggi: “La scena che si è presentata davanti ai poliziotti all’interno della stazione di Genova Principe era quasi surreale: un uomo con un ciclomotore sul marciapiede del binario 20, l’ultimo della scalo, stava cercando di salire a bordo di un treno. Gli Agenti della Polfer di Principe lo hanno bloccato prima che il treno partisse sottoponendolo immediatamente ad un controllo. Gli accertamenti sul posto hanno fatto emergere che il mezzo era stato rubato poche ore prima nel comune di Recco (GE), mentre a carico dell’uomo, un 52enne italiano senza una fissa dimora, sono risultati numerosi precedenti”. Non finisce qui: “Durante il controllo è stato trovato in possesso di un aspersorio con il relativo secchiello, lo strumento sacro utilizzato nelle funzioni religiose per irrorare l’acqua benedetta”.

Bologna Manda una dedica alla moglie con una citazione di Battiato, lei chiama i carabinieri: “Si vuole suicidare”

Non sono mancati (per usare un eufemismo) gli omaggi all’immenso Franco Battiato, nella settimana in cui ha abbandonato la dimensione terrena. Nemmeno in questa rubrica ci si poteva esimere. Lo facciamo con una notizia che arriva da Bologna: “Manda un verso di Battiato alla moglie, lei chiama i carabinieri: ‘Si vuole suicidare’”, titola l’edizione locale di Repubblica. Una reazione francamente eccessiva. “In uno slancio di romanticismo, e per ricordare Franco Battiato appena scomparso, manda un messaggio alla moglie con le parole di una canzone, ma lei lo interpreta come la volontà di suicidarsi e chiama i carabinieri. Così i militari della compagnia di Borgo Panigale sono andati a casa dell’aspirante suicida per salvarlo, ma lui stava bene. L’uomo, infatti, per ricordare il musicista, aveva inviato un messaggio alla moglie usando le parole di una canzone che lei aveva frainteso, scambiandole per un messaggio d’addio”.

Pesaro Lei vorrebbe fare l’amore ma il marito è stanco: dopo il rifiuto lo prende a mazzate. E ora finisce a processo

Infine un’altra storia che ribalta i peggiori stereotipi di genere, con protagonista una signora incline alle maniere spicce. Una meraviglia noir pubblicata dal Corriere Adriatico: “La moglie vuole fare sesso ma lui è stanco: lei lo picchia e finisce a processo”. “È il singolare caso di una thailandese di 38 anni che in preda ai bollenti spiriti avrebbe voluto consumare un rapporto con il compagno, 40enne pesarese. Ma complice la stanchezza e poca voglia, lui non l’ha accolta e lei è andata su tutte le furie. Secondo la querela lei non aveva gradito il rifiuto e in un primo momento ha stretto il compagno con le mani sulla vita provocando dei graffi con le unghie. Piccole lesioni dovute alla forte pressione per tentare di convincerlo con le cattive”. Niente da fare, il rifiuto non è contemplato. “Lui ha cercato di divincolarsi perché il rapporto stava degenerando. Ne è nato un litigio e lui voleva andare a chiamare le forze dell’ordine. Lei per tutta risposta ha iniziato a mettergli le mani addosso e sui fianchi affinché non potesse raggiungere il telefono”.

Stresa, strage della funivia. Si stacca un cavo, 14 morti

Un forte sibilo, poi la cabina retrocede velocemente per essere sbalzata via al momento dello schianto contro il pilone. La struttura fa un volo di una quindicina di metri, rotola a valle e finisce la corsa contro gli alberi. A bordo ci sono 15 persone, solo un bimbo si salva. Senza le restrizioni Covid la capacità di trasporto sarebbe stata di 40 persone. Sono passate da poco le 12 quando sul Mottarone, nella zona di Stresa, in provincia di Verbania, si stacca una cabina della funivia a 100 metri dalla vetta. Accorrono in breve tempo i vigili del fuoco e il soccorso alpino. La situazione da subito è disperata. I soccorritori trovano la cabina accartocciata contro due tronchi, in uno dei punti più impervi del percorso. Si riconoscono le lamiere bianche e rosse. E si fa la conta dei morti. Sono 14 le vittime della tragedia, tra cui due bambini, mentre restano gravissime le condizioni di un altro bimbo di 5 anni. Ad essere colpite sono i componenti di quattro famiglie, due residenti in Lombardia, una in Emilia Romagna e una in Calabria. La funivia ha riaperto al pubblico sabato, come gli altri impianti in Italia, dopo oltre un anno di chiusura per le restrizioni Covid. L’incidente è avvenuto poco prima della stazione di arrivo, nella parte più alta del tragitto che, partendo dal lago Maggiore, arriva a quota 1.491 metri. Un tratto panoramico straordinario della durata di 20 minuti.

“La cabina della funivia è caduta da un punto relativamente alto e si è adagiata sul terreno ai piedi di un grande bosco”, spiega all’ora di pranzo Walter Milan del Soccorso Alpino. La dinamica non appare chiara. Le dichiarazioni ufficiali arrivano nel primo pomeriggio. Le parole che fanno più paura sono sicurezza e manutenzione. “Appena sono stata informata sono corsa qui e ci siamo trovati davanti a una tragedia”, racconta in lacrime la sindaca di Stresa, Marcella Severino. “Da quello che abbiamo appreso – continua la prima cittadina – a spezzarsi è stata un cavo, ma ora saranno le indagini ad accertare cosa è avvenuto. La fune traente sembra strappata. Ci sono due escursionisti che in mattinata hanno sentito un fischio e hanno visto la cabina che stava arrivando in vetta retrocedere velocemente”.

Ad avvalorare la tesi di Severino è il tenente il colonnello Giorgio Santacroce, comandante del Nucleo operativo dei carabinieri di Verbania. “È un po’ presto per dare delle spiegazioni sulla dinamica ma – dice – quello che abbiamo constatato è che c’è un cavo di acciaio tranciato, dovrebbe essere il cavo portante della cabinovia. A seguito di questo saranno successe azioni concatenanti che hanno portato allo sgancio della cabinovia dal resto dei cavi che sono rimasti integri, ma le questioni tecniche competono ad altri”.

E gli atti formali sono già partiti: il procuratore di Verbania Olimpia Bossi ha disposto il sequestro dell’impianto. “Per ora procediamo per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose, dobbiamo verificare anche la fattispecie dei reati di attentato alla sicurezza dei trasporti, anche in base alla natura pubblica o meno dell’impianto”, spiega il proccuratore. L’impianto è, infatti, di proprietà del Comune di Stresa, ma è stato dato in gestione alla società Ferrovie del Mottarone a cui fanno capo i controlli giornalieri e settimanali di esercizio, mentre la manutenzione straordinaria è gestita dalla società Leitner di Vitipeno.

Intanto il ministero delle Infrastrutture ha istituito una Commissione ispettiva per “individuare le cause tecniche e organizzative” che hanno provocato il gravissimo incidente. La funivia, inaugurata nel 1970, è stata completamente revisionata e sottoposta a manutenzione straordinaria tra il 2014 e il 2016 con una spesa di 4 milioni. Il 13 agosto 2016 è stata inaugurata la riapertura e tra ottobre-dicembre 2016 sono state anche rinnovate le stazioni di riferimento della funivia. Dagli gli uffici del ministero delle Infrastrutture è emerso che la revisione generale dell’impianto è avvenuta nell’agosto del 2016, i controlli si sono poi susseguiti a luglio 2017. Tra novembre e dicembre 2020 sono stati effettuati controlli specifici sulle funi. In particolare, a novembre 2020 sono stati effettuati controlli sulle funi portanti, traenti e sulla fune soccorso. Poi a dicembre 2020 è stato effettuato da una società specializzata l’esame visivo delle funi tenditrici.

“Questo gravissimo incidente ripropone con forza il tema della sicurezza nel settore dei trasporti e della viabilità”. commenta Dario Balotta, presidente Osservatorio nazionale infrastrutture e trasporti secondo il quale “appare evidente che sono insufficienti le manutenzioni delle reti stradali e ferroviarie e inadeguati i sistemi di vigilanza ministeriali dell’Ansfisa che ha unificato il settore stradale e quello ferroviario lasciando nel limbo le funivie”.

Il premiato poltronificio sardo: 6 milioni per 65 dirigenti in più

E alla fine la legge “poltronificio” si farà. Domani il Consiglio regionale sardo approverà la norma 107 che dal nulla creerà 65 nuove figure apicali in Regione dal costo per le casse pubbliche ancora non quantificato con esattezza (dettaglio non trascurabile per un testo di legge): almeno 3,5 milioni l’anno (secondo la maggioranza), oltre 6 milioni per le opposizioni. Una discrepanza dovuta agli emendamenti presentati dal presidente Christian Solinas, che, travolto dalle critiche, ha tentato di dimezzare i costi. Ma è il gioco delle tre carte: gli stipendi dei neo-cooptati in Regione saranno caricati sugli enti di provenienza degli stessi. Cioè, il dirigente sarà pagato dall’ente dal quale proviene (che si ritroverà così senza un dirigente che però dovrà pagare… Il danno e la beffa).

“Dire che questa legge consentirà un miglioramento dell’azione amministrativa è una mancanza di rispetto verso l’intelligenza dei cittadini – tuona l’M5S Alessandro Solinas – questa legge è concepita per favorire le lottizzazioni”.

Per capire la portata della norma che da mesi paralizza la politica dell’isola, da domani la Sardegna si ritroverà con: un segretario generale (costo 285.600 euro l’anno), 3 capi dipartimento (733.400 euro complessivi), 6 “esperti dell’ufficio staff” (805.669); 5 esperti per il Comitato per la legislazione (671.416), 3 addetti di Gabinetto (180.000), 2 addetti al cerimoniale (120.00), 1 autista (60,616 euro). A questi si aggiungono poi 5 consulenti per gli assessorati (285.600) e 36 addetti (733.400). Tutte figure reclutate a chiamata diretta. Così ha voluto il presidente Solinas, il sardista, eletto in parlamento in un seggio blindato della Lega in Lombardia, e che con la Lega in Sardegna governa. Ma il “poltronificio” non offre a Solinas solo il potere di dare lavoro, ma anche quello di toglierlo. La maggioranza ha inserito tre emendamenti, ribattezzati “emendamenti Sardara”, che azzerano uffici di gabinetto e ufficio stampa, che a detta della maggioranza mirano a silurare chi aveva partecipato al famigerato pranzo vietato di Sardara.

Non che fino a oggi Solinas non abbia fatto ampio ricorso a chiamate ad personam che hanno suscitato infinite polemiche e, in alcuni casi, l’interesse della magistratura. L’ultima nomina che ha fatto discutere è quella di Giovanni Filippini, manager catapultato dall’Umbria alla guida dell’Istituto zooprofilattico: per lui il contratto (tenuto a lungo segreto) prevedeva 190 mila euro l’anno vitto, alloggio e spese di viaggio. In pratica, come ha detto il progressista Massimo Zedda, “più costoso di un presidente della Repubblica”, visto che i rimborsi sarebbero scattati non appena il manager avesse messo il piede fuori casa. I benefit sono stati cancellati, lo stipendio da 190 mila euro no.

Altra nomina discussa è quella di Maika Aversano a dg dell’Agenzia per le Politiche attive del lavoro (Aspal). Aversano era già stata nominata 2 anni fa dg dell’assessorato al Personale, ma dovette rinunciare perché sprovvista dei titoli richiesti. Oggi Solinas l’ha ripescata, ma per dirigere Aspal sono ora necessari requisiti addirittura superiori. Titoli che Regione Sardegna si è “riservata di verificare”, intanto però l’ha nominata.

Del resto le nomine di altri due dg – privi per i pm dei titoli dirigenziali quinquennali necessari – erano già costate alcuni mesi fa a Solinas un’accusa di abuso d’ufficio (e alla sua capa di gabinetto, Maria Grazia Vivarelli, anche di tentata concussione). Si tratta dell’attuale capo della Protezione civile, Antonio Pasquale Belloi (che alla voce “esperienza dirigenziale” vantava il coordinamento della polisportiva dei Vigili del fuoco) e della dg della presidenza, l’avvocata Silvia Curto (che coordinava il personale del suo studio legale). Contro entrambe le nomine il sindacato dei dirigenti Sdirs ha presentato ricorso al Tar. Mentre un altro fascicolo per abuso d’ufficio era stato aperto a carico di Solinas nell’ottobre del 2019, sempre per la nomina di due consulenti nel suo staff: il geometra Franco Magi e il perito tecnico Christian Stevelli. Per entrambi stipendio da 100 mila euro l’anno per 5 anni come consulenti ad “alta e specifica professionalità”.

Anche Vivarelli era finita nella bufera dopo la sua nomina: investita da Solinas a maggio 2019, quand’era giudice al Tar Lazio, poco dopo era stata promossa al Consiglio di Stato, mentre però lavorava per l’amministrazione isolana, sommando lo stipendio di 170 mila euro lordi del Consiglio di Stato ai 43 mila della Regione.

Inoltre, bisogna ricordare che oggi ben nove enti regionali sono commissariati: doveva essere una misura di sei mesi, va avanti dal 2019. Colpisce che a guidarli siano in maggioranza ex dirigenti regionali pensionati, che possono godersi insieme alla pensione lo stipendio da 160 mila euro l’anno. Se fossero stati nominati presidenti, avrebbero dovuto rinunciare all’emolumento… Così come sono commissariate tutte le Asl dell’isola.

Infine, un tributo al commissario leghista Eugenio Zoffili (vero king maker della politica sarda, emissario di Matteo Salvini) sono invece le nomine dei tre capi di gabinetto di altrettanti assessorati regionali, planati direttamente dalla lontana Lombardia. Si tratta di Luca Erba (comasco di Polezza, ai Trasporti); Alessio Zanzottera (di Corbetta, agli Affari Generali) e di Elia Pantaleoni (anch’esso comasco, alla Sanità).

Interrogato sull’invasione leghista dell’isola, Zoffili aveva risposto serafico: “Sono diversi i sardi e i professionisti del sud e delle isole che occupano posizioni di vertice in Regione Lombardia. Pertanto non vedo nulla di strano se qualche figura degli staff fiduciari degli assessori possa eventualmente essere nativa di un’altra regione”.

Gelmini: “Vaccini in ferie suggestivi, ma prima si pensi ai 60-70enni”

Prosegue il rallentamento dell’epidemia Covid in Italia. Ieri – pur essendo domenica, giorno tradizionalmente carente per quanto riguarda la raccolta dei dati – tutti gli indici erano in ribasso. Particolarmente significativo il dato dei decessi, 72 in 24 ore, il più basso del 2021. Sotto i 4 mila (3.995) i nuovi positivi. Tasso di positività sul totale dei tamponi effettuati al 2,2%, in lieve rialzo.

Diminuisce ancora la pressione sul sistema sanitario nazionale: le persone ricoverate in terapia intensiva sono attualmente 1.410 persone, in calo di 20 rispetto a sabato nel saldo quotidiano tra entrate e uscite, mentre gli ingressi giornalieri, secondo i dati del ministero della Salute, sono stati 48 (ieri 64). Sono invece 9.161 i pazienti ricoverati con sintomi nei reparti ordinari, 327 in meno nelle ultime 24 ore. Sul fronte vaccini, alle 17 di ieri, risultavano vaccinate con almeno una dose 20.569.712 di italiani, il 34,49% della popolazione, 10.084.775 (16,91%) quelle vaccinate completamente

Si attende intanto il responso del commissario all’emergenza generale Figliuolo sull’accordo tra Piemonte e Liguria per vaccinare i rispettivi vacanzieri, progetto peraltro bocciato ieri dalla ministra per gli affari regionali Maria Stella Gelmini: “L’idea di vaccinarsi in vacanza è suggestiva – ha detto – ma rischieremmo di compromettere i risultati del piano vaccinale. Il generale Figliuolo ha detto che dobbiamo mettere in sicurezza over 70 e over 60. Se ci sono Regioni che dopo aver attuato il piano faranno qualcosa di più, bene, ma credo che si possa tornare dalle vacanze per vaccinarsi”.

“Sui vitalizi parlino anche Pd e governo, è un nodo politico”

Insiste, forse perché non potrebbe fare altrimenti: “Questo silenzio generale sul caso vitalizi, questa omertà, non è tollerabile. In un momento delicato per tutto il Paese siamo al ritorno dei privilegi, e mi ritrovo a dover parlare di casta”. La vicepresidente del Senato Paola Taverna rispolvera quella parola come una bandiera, perché parla della restituzione del vitalizio al condannato in via definitiva Roberto Formigoni, ex senatore “beneficiato” dalle sentenze degli organi interni di palazzo Madama.

La commissione contenziosa e il consiglio di garanzia, cioè il primo e il secondo grado del Senato, si sono espressi. Ora cosa si può fare?

Noi Cinque Stelle abbiamo presentato una mozione per chiedere che il Senato colmi il grave vuoto che è si è determinato. È inammissibile dare il vitalizio ai condannati in via definitiva a pene superiori ai due anni di carcere. Riteniamo che se ne debba discutere in Aula, e che la presidente del Senato Casellati non possa che accogliere la nostra richiesta.

Si parla di una trattativa con Pd e Leu affinché firmino la vostra mozione.

Ci sono interlocuzioni in corso, e mi auguro davvero che condividano la nostra iniziativa. Con il Pd abbiamo iniziato un percorso assieme, e ci aspettiamo che i dem prendano una posizione chiara e forte come la nostra, perché non si può prescindere dal condividere certi punti.

Ma per ora, tranne il M5S, nessun partito si sta stracciando le vesti. Forse perché il tema vitalizi è percepito come usurato o troppo legato a voi grillini?

C’è un diffuso clima quasi di rassegnazione, è vero. Ma noi non siamo disposti a tollerarlo, e non possiamo mollare. Per questo ci attendiamo che su questa vicenda si esprimano anche voci importanti del governo. Facciamo parte di una maggioranza, ed è bene che anche altri parlino, perché è vero, questa è una vicenda di competenza parlamentare, ma c’è un evidente tema politico.

A proposito di temi politici: come va la permanenza nel governo Draghi? Il Movimento non sembra a suo agio…

Non è semplice stare in questo governo, è innegabile. Siamo entrati con senso di responsabilità, ma ora bisogna definire gli obiettivi necessari per andare avanti. E mi aspetto che lo si faccia con Giuseppe Conte, appena avrà chiarito la propria posizione nel M5S.

Draghi può essere un nome per il Quirinale?

Significherebbe porre fine al suo ruolo di presidente del Consiglio. Piuttosto, i partiti devono fare in modo che il governo porti a termine gli impegni presi con i cittadini.

Enrico Letta ha proposto una tassa di successione sulle grandi rendite per finanziare una dote ai 18enni, e Draghi ha fatto subito muro. Lei che ne pensa?

Il Movimento aveva presentato proposte analoghe già a suo tempo. In un momento come questo i giovani vanno aiutati, e di certo non mi precludo una discussione di iniziative di questo tipo.

E di discussioni su Roma? Secondo il candidato del Pd Roberto Gualtieri Virginia Raggi ha lavorato male, ma si è detto sicuro di avere i voti del M5S al secondo turno. Troppo ottimista?

Non condivido il suo giudizio. Il Pd avrebbe dovuto convergere su di lei, che ha un percorso di governo già avviato e che ha lavorato bene. Dopodiché ha presentato Gualtieri e rispetto questa scelta.

Sì, ma al secondo turno?

Sarà il Pd a dover convergere sulla Raggi.

La socia di Rousseau Enrica Sabatini invoca Luigi Di Maio come unico interlocutore serio per evitare la guerra legale con il M5S. Lei che ne pensa?

Penso che faranno bene a parlare con i nostri avvocati che si stanno occupando della questione.

 

Strage Capaci, la lezione del poliziotto Borsellino

Dopo 29 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, Manfredi Borsellino,figlio di Paolo, ieri, è apparso per la prima volta in Tv in occasione dell’anniversario della strage che ha ucciso Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Manfredi, oggi vice questore a capo del commissariato di Mondello, si è presentato davanti alle telecamere di Rai1 durante lo speciale dedicato all’anniversario di Capaci, in onda durante Uno Mattina in famiglia. Il figlio di Paolo Borsellino ha evitato ogni tipo di retorica per affondare il coltello nella piaga della storia che ha ucciso suo papà: “Voglio dire a quegli agenti che hanno scortato mio padre, anche a quelli sopravvissuti che oggi sono padri e nonni che io devo moltissimo a loro: devo l’uniforme che mio onoro di indossare ma che in quegli anni, spesso, non è stata onorata da alcuni alti vertici della Polizia, sia prima che dopo le stragi di mafia”.

Parole pronunciate con tutto il rispetto per la divisa che indossa: “Non sono mai apparso in tv, ma son qui perché voglio dare voce a tutti i sopravvissuti di quelle stragi, mi riferisco non solo ad Antonio Vullo che è rimasto vivo in via D’Amelio ma anche ad un altro gruppo di poliziotti che volontariamente scelsero di scortare mio padre, quando a Palermo, dopo la strage di Capaci, serpeggiava in Questura la paura anche solo di svolgere un servizio per mio papà, visto l’elevatissimo rischio di attentanti. Questi agenti, non solo si proposero di scortarlo ma per una pura casualità non si sono trovati in via D’Amelio il 19 luglio 1992”.

Ed è proprio agli uomini della Polizia che hanno protetto papà Paolo che Manfredi si è più volte rivolto durante la trasmissione: “Devo loro la scelta, fatta 21 anni fa, di servire le istituzioni di questo Paese che ai tempi non fecero tutto quello che era nelle loro possibilità per salvare uno dei suoi figli migliori. Ho un debito di riconoscenza fortissimo verso questi poliziotti rimasti vivi”.

Il vice questore si è tolto anche qualche sassolino nella scarpa: “Dovrei limitarmi a dire che la lezione di mio padre è stata parzialmente compresa; i recenti fatti cronaca che hanno interessato la magistratura ci insegnano che certi esempi non sono stati recepiti. Il suo sacrificio e quello di Giovanni Falcone non è invano e i ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado oggi lo dimostrano”.

Infine il ricordo personale di suo padre: “Era una persona semplice, non frequentava salotti. I sui amici erano normali Era un padre molto attento, si divideva tra lavoro e educazione ai figli, trascorreva tantissimo tempo con noi. Ho vissuto con lui momenti indimenticabili, ho ripetuto lui le prime materie universitarie, ho fatto sport e confidato le prime esperienze sentimentali. Nonostante abbia sacrificato la sua vita consapevole di lasciarci ha sempre anteposto la famiglia ai suoi impegni professionali”.