Altro che scuola aperta in estate: scrutini anticipati, si chiude prima

L’idea del governo di allungare il calendario scolastico in estate è durata il tempo di qualche retroscena sui giornali. Ora che giugno si avvicina, la realtà che si profila è ben diversa: invece che aumentare i giorni in aula recuperando un po’ del tempo perso a causa della pandemia di Covid, le scuole finiranno di fatto molto prima del previsto. A deciderlo è stato il ministero dell’Istruzione guidato da Patrizio Bianchi, che la scorsa settimana ha firmato un’ordinanza con la quale ha indicato agli Uffici scolastici regionali la possibilità di anticipare gli scrutini a prima della fine della scuola. Una decisione motivata “in ragione della perdurante emergenza pandemica” e che riguarda tutte le classi “delle istituzioni scolastiche statali e paritarie del primo e secondo ciclo di istruzione”.

Ergo, “fermo restando l’avvio degli stessi (scrutini, ndr) non prima del 1° giugno 2021”, le valutazioni finali e le conseguenti decisioni su promozioni e bocciature sono anticipate “entro il termine delle lezioni fissato dai calendari delle Regioni e delle province autonome”.

L’ordinanza è stata recepita in tutta Italia e qualche Ufficio regionale, nel darne informazione alle varie scuole, ha reso un po’ più esplicite le ragioni di tanta fretta. È il caso, per esempio, dell’Ufficio scolastico del Lazio, che ha chiesto ai suoi istituti di fare presto: “Le istituzioni scolastiche statali svolgono, salvo impossibilità, gli scrutini finali tra il primo e l’8 giugno, quando un termine successivo richiederebbe di autorizzare la spesa aggiuntiva necessaria a prorogare il contratto di lavoro ad uno o più docenti”.

Il problema dunque, al netto della ovvia difficoltà nel gestire i protocolli anti-Covid, è anche economico. Svolgere gli scrutini ad anno scolastico ancora in corso consente infatti di non dover prolungare le supplenze alle migliaia di docenti precari, con conseguente risparmio per le casse pubbliche. La conseguenza più immediata però è che in questo modo gli insegnanti hanno dovuto affrettare i tempi per le ultime prove e le ultime interrogazioni, dovendo chiudere prima del previsto le valutazioni sugli studenti. Col paradosso che poi, a scrutini completati, i ragazzi avranno ancora qualche giorno di lezione che sarà però del tutto ininfluente sul proprio destino scolastico.

Una chiusura anticipata che, come detto, sembra contraddire le intenzioni di cento giorni fa, quando il governo si insediò con il proposito di valorizzare la didattica in presenza – falcidiata dalle chiusure – anche a costo di sacrificare parte delle vacanze estive. Quel che resta di quel progetto è il “Piano scuola estate”, un insieme di attività distribuite da giugno a settembre per cui gli istituti e gli studenti possono richiedere l’accesso su base volontaria. Si tratta di ore di laboratorio, di orientamento, di iniziative sul territorio e persino di incontri “con mondi esterni”, ovvero “le professioni e il terzo settore”.

Due giorni fa, a domanda diretta del Corriere della Sera sull’apertura delle scuole in estate, il ministro Bianchi ha sviato: “Oltre 5.800 istituti hanno presentato progetti per ricever le risorse Pon. Per il nostro Piano estate le scuole dispongono anche di 150 milioni dal decreto Sostegni”.

Le due cose però – il Pon (Programma operativo nazionale) e il Piano estate – non sono la stessa cosa, visto che il primo, come ha notato il dirigente scolastico dell’istituto Marinelli di Udine Stefano Stefanel su La tecnica della scuola, comprende progetti che le scuole possono sviluppare “entro il 31 agosto 2022 e che quindi non hanno necessariamente molto a che fare con l’estate”. Senza dimenticare che gli istituti scolastici in Italia, anche escludendo le vecchie scuole materne, sono circa 40 mila. In mancanza d’altro e con gli scrutini anticipati, però, ci si accontenta.

Ma mi faccia

Povera patria. “Franco Battiato, grande Artista ma piccolo Uomo” (Matteo Salvini, 27.3.2013). “‘Perché sei un essere speciale ed io, avrò cura di te…’. Una preghiera, un ricordo e una canzone per il grande Maestro, Franco Battiato” (Matteo Salvini, 18.5.2021). “Salvini? Cambio canale” (Franco Battiato, Ottoemezzo, La7, 12.11.2015).

L’era del somaro bianco. “Roma nell’era del cinghiale”, “L’impressione è che l’era del cinghiale abbia pure qualche risvolto elettoralistico a carico della sindaca Raggi, che ne ha subìto l’escalation senza fare nulla…” (Filippo Ceccarelli, Repubblica, 17.5). “I cinghiali ‘ladri’ nuovo simbolo del degrado della Capitale. Siamo a Formello, a Nord di Roma… Il video ha preso a girare sui social. Lo ha ripreso anche il britannico Guardian dedicandogli un articolo non certo lusinghiero per Roma e dintorni” (Repubblica, 17.5). Formello non c’entra nulla col Comune di Roma: è un Comune a sé, amministrato da un sindaco della Lega. E la fauna selvatica è competenza della Regione Lazio. Ma d’ora in poi, ogni volta che Libero o il Giornale sparano una cazzata, saremo autorizzati a dire che l’hanno scritta Repubblica e dintorni.

Cheerleader. “L’altro giorno parlavo con un politologo che mi diceva che Draghi è come Ronaldo” (Silvia Sciorilli Borrelli del Financial Times, Ottoemezzo, La7, 21.5). “Passioni (poco) politiche: le Draghine raccontano le notti romantiche con il loro SuperMario. Le fan del Premier si scatenano sui social”; “In una missione sotto copertura ho scoperto le pagine delle ‘Draghine’, anche note come ‘Draghi Queens’, solo alcuni dei nomi in codice usati dalle fan più adoranti e perverse dell’attuale presidente del Consiglio. Si tratta delle naturali eredi di un’importante tradizione che vede le sue origini nelle ‘Bimbe di Conte’, fenomeno esploso durante la quarantena e poi diventato irrefrenabile. Per le Draghine, Mario non è semplicemente e solo Mario, no, è Granpa SuperMario, Daddy Draghi, se possibile Sexy Daddy” (Giornale, 12.5). Spegniamo le luci e lasciamoli soli.

Il dito e la luna. “Come scatarrare sui cittadini onesti” (Lucia Azzolina, deputata M5S, sul Senato che restituisce il vitalizio al corrotto Formigoni, 18.5). “Non male per l’ex Ministro della pubblica istruzione. Scatarrare. Sofisticato” (Carlo Calenda, eurodeputato Pd e leader di Azione, 18.5). “Che finezza la Azzolina che scatarra su Formigoni” (Noemi Barbuto. Libero, 20.5). “Scatarrare è un verbo poco elegante per un’ex ministra dell’Istruzione. C’è chi sputa l’anima per imparare le buone maniere e c’è chi usa un lessico politico appiccicato con lo sputo.

Questione di gusti. O di disgusti” (Aldo Grasso, Corriere della sera, 23.5). Grande sdegno per scatarrare, non una riga sul Senato che usa i nostri soldi per pagare un corrotto appena condannato pure dalla Corte dei Conti a restituire allo Stato 47,5 milioni di refurtiva insieme ai suoi complici. Scatarriamoci per loro.

Scambio di persona. “Tutto sta cambiando, dunque, e molto è già cambiato: Davigo e Beppe Grillo sul banco degli imputati” (Andrea Cangini, senatore FI, Foglio). No, gioia, Davigo e Grillo non sono neppure indagati. È il tuo padrone che è imputato e pregiudicato. Fattene una ragione.

L’ideona. “Voto agli avvocati per rendere più trasparenti le promozioni dei magistrati” (Alfredo Bazoli, deputato Pd, Dubbio, 21.5). L’ideale sarebbe farli nominare direttamente dagli imputati.

Senti chi parla. “Dopo la delusione come autore Casalino torna al soldo del M5S” (Domani, 22.5). In effetti il suo libro ha venduto solo trenta volte Domani.

The Genius. “Letta è identico a Zingaretti. Pure lui vuole legarsi ai 5Stelle” (Ivan Scalfarotto, Iv, sottosegretario all’Interno, Libero, 17.5). Bizzarro che, tra un movimento al 17-18% e un partitucolo al 2, il Pd preferisca il primo.

Il rosicone. “Di Gurdjieff si sa che ispirò anche Gianroberto Casaleggio, forse Beppe Grillo, e probabilmente certi ultimi tristi duetti del Maestro con Marco Travaglio. Ma di questo non si può dare colpa a nessuno” (Alberto Piccinini, Domani, 19.5). Triste sarai tu, noi ci siamo divertiti moltissimo. Comunque, se ti sbrighi, sei ancora in tempo a farti un duetto con Pupo.

Il titolo della settimana/1. “Crescita, la frusta di Draghi” (Stampa, 21.5). Oh sì, dài, SuperMario, frustaci ancora!

Il titolo della settimana/2. “Draghi: ‘Vaccinare il mondo’” (Corriere della sera, 22.5). E le altre galassie niente?

Il titolo della settimana/3. “I palestinesi nella pace di Abramo” (Piero Fassino, deputato Pd, espone il suo piano per la crisi israelo-palestinese, Repubblica, 17.5). Israeliani e palestinesi hanno molte colpe, ma forse un piano Fassino non se lo meritavano.

l titolo della settimana/4. “Nessuno dirà che Battiato era di destra” (Renato Farina e Francesco Specchia, Libero, 19.5). Forse perché non lo era.

Il titolo della settimana/5. “Parla Palamara: ‘Io come Davigo. I due casi sono analoghi, ma io sono sotto processo. Serve uniformità’” (Foglio, 18.5). Uahahahahah.

Romeo e Giulietta ai piedi del “Vesuvio”, nati sotto contraria stella delle faide camorriste

Non temono le scommesse Marco D’Amore – il celebre Ciro della serie Gomorra e regista di L’immortale – e Francesco Ghiaccio, autore teatrale che ha diretto sul grande schermo Un posto sicuro e Dolcissime. Dopo le sceneggiature scritte a quattro mani ora si cimentano con la narrativa per ragazzi. Il sodalizio si traduce in poco più di un centinaio di pagine pubblicate dalla De Agostini sotto il titolo Vesuvio.

Ambientazione partenopea e intreccio criminale? Sì ma innestati in un romanzo di formazione che non contempla mai l’effetto perturbante o il dettaglio morboso. Il racconto fotografa l’asprezza dei ragazzini irretiti dal milieu malavitoso ma resta sottotraccia una minaccia semmai più temibile: le loro fragilità, i loro sentimenti. La mimesi di una precoce età adulta non riesce a sopprimere il gioco.

Come in una versione ritoccata di Romeo e Giulietta, abbiamo Federico Licata e Susy Brando, tredicenni figli di due dinastie camorriste rivali. Federico nelle sue scorribande a bordo di uno scooter tra i vicoli di Napoli tenta di incarnare la mitologia del guappo ma è ridicolizzato in più occasioni dall’intraprendenza di Susy. Mortificato nella sua virilità, rovina la festa di cresima della sua coetanea, la quale lo scopre e lo umilia ancora una volta. La miccia di una guerra tra le rispettive famiglie è accesa. Susy si trasferisce a Milano per sfuggire alla vendetta e si rivernicia l’identità. Federico raggiunge la metropoli lombarda per stanarla e assassinarla con le sue mani. Si impone come ospite dallo zio paterno, panettiere incensurato che anni prima aveva lasciato Napoli proprio per emanciparsi da un destino criminale. Lo zio, nella sua parabola di uomo semplice e temperato, mostra a Federico che un’altra vita è possibile. “Tu non sei come loro” il monito che trapassa come un ago nella coscienza del nipote. Fuori dal palcoscenico di Napoli, fuori dalle battute obbligate di un copione sempre uguale a se stesso, Federico e Susy realizzano che sono attratti l’uno dall’altra. Ecco il vero colpo di pistola di questa storia: l’amore.

A mettere sotto scacco il paradigma camorrista, con uno scioglimento finale inatteso, sono due adolescenti che riafferrano la loro innocenza passando per un inevitabile parricidio simbolico. Un affresco che si risolve nelle parole della mamma di Federico, vittima a suo tempo di un agguato, che nel figlio amava riconoscere metaforicamente il Vesuvio perché appunto come il vulcano “si può essere pericolosi, oppure grandi e meravigliosi.”

Arrivederci amore ciao: il romanzo “rosa” è morto

Quando Vivian Gornick era ragazzina, è nata nel ’35, sua madre le diceva: “Sei sveglia, diventa qualcuno, ma ricorda che l’amore è la cosa più importante nella vita di una donna”. L’amore era la parola d’ordine, “la somma impresa”. Non è che le diede granché retta, perché la Gornick di oggi è felicemente divorziata, sola, senza figli, economicamente indipendente grazie alla scrittura, femminista, ma ai tempi, cresciuta nel Bronx, anche lei la vedeva così.

Del resto tutti leggevano Anna Karenina, Madame Bovary, L’età dell’innocenza, convinti che l’amore possedesse poteri di trasformazione e che la passione spezzasse “le catene dell’io spaventato, ignorante” perché in Occidente, per i precedenti 150 anni, l’idea dell’amore era stata emblematica della ricerca di comprensione di sé. E oggi? Nella bella raccolta di saggi critici La fine del romanzo d’amore, edita nel ’97, ora tradotta da Bompiani, Gornick invita a riflettere su come, nella letteratura del XX secolo, amore, matrimonio e appagamento sessuale non siano più metafora di felicità e realizzazione, né lente prediletta per apprendere “come siamo diventati quello che siamo, o i tempi in cui viviamo sono diventati quello che sono”.

Chiamando in causa, tra i molti, Kate Chopin, Virginia Woolf, Willa Cather, Jean Rhys, Grace Paley, Hannah Arendt, Raymond Carver, Andre Dubus, Gornick sostiene che se oggi ponessimo l’amore romantico al centro di un romanzo si verificherebbe un anticlimax. È chiaro che la gente continua a innamorarsi, e non smetterà di farlo, ma “l’amore come metafora è oggi un atto di nostalgia, non di scoperta”. In opere come Daniel Deronda di Eliot, La casa della gioia di Wharton, Diana di Crossways di Meredith, La signora Dalloway di Woolf, il cuore delle protagoniste si pietrifica nel momento in cui dovrebbe sciogliersi nel desiderio romantico (potevano in fondo aspirare ad altro?) e nel bisogno d’unione. C’è chi anela la morte, propria o del consorte non conta, chi si suicida, chi sposa l’uomo che non ama credendo di salvarsi, chi, come la Diana di Meredith, teme che lasciarsi andare ai sentimenti equivarrebbe a perdere la lucidità e l’indipendenza di pensiero che ha faticato a ottenere. Donne che resistono, sì, ma, a causa di una società di stampo patriarcale, sono forzate a imbastire se stesse e il loro destino, il più delle volte tragico, attraverso l’amore (o la sua assenza), anziché giocare da battitrici libere nella comprensione del sé.

Una come Willa Cather, autrice di frontiera, scrisse per trent’anni di esseri umani che lottano per capire come essere se stessi. Spesso narra di matrimoni innervati di una “rabbia sconvolgente sotto la superficie educata, perché uno dei due o entrambi si sentivano morti dentro”. Per lei c’è in tutti noi “uno spirito essenziale, un io significativo, inviolabile” che se non nutrito, a questo dovremmo puntare, implica sofferenza.

Per Gornick se oggi il narratore non si rende conto che l’amore non è più il punto allora la storia “saprà alla fine solo quello che sa all’inizio”, risultando mediocre perché, ricalcando rituali e modelli già noti, non fornirà occhi nuovi per guardare le cose. Cent’anni fa uomini come Lawrence e Stendhal, “immersi negli abissi”, autori per cui i sentimenti erano “una fossa dei serpenti e il matrimonio un dramma minaccioso”, si servivano dell’amore come contesto entro cui potevano esser dette un’infinità di cose e così la letteratura manteneva davvero la promessa di dare comprensione di sé.

Ora, in una società che aliena e frammenta, in cui quello che prima avveniva nella vita coniugale è disseminato in una moltitudine di rapporti e relazioni umane sfaccettate, e in cui le dinamiche d’incontro-scontro fra i sessi sono in eterna definizione, l’amore, come il cibo e l’aria, “è necessario ma insufficiente: non può fare per noi quello che dobbiamo fare per noi stessi”. Cioè imparare a dialogare con le nostre anime attraverso uno sforzo individuale, che corteggia anche la solitudine, riuscire a “unirsi senza fondersi, contraccambiare senza essere assorbiti, separarsi senza farsi indietro”.

“Il film con il capo mafioso, la lite con Arbore e Bonco. E la fuga dal covo fascista”

Da molto prima di qualunque pandemia. “Detesto dare la mano, non sopporto i baci e qualunque contatto fisico estemporaneo. Così, da anni, quando qualcuno mi riconosce e si avvicina gli regalo un bel saluto romano, alla Ermanno Catenacci, e sono contenti”.

Il gerarca Ermanno Catenacci è uno dei personaggi di Giorgio Bracardi, 88 primavere, passo svelto (“mai stato in ospedale”), maglia nera a pelle (“vabbè, ma è un caso”), guanti di plastica per marcare meglio le distanze e con una serie di sue “maschere” storiche, come Scarpantibus o il dottor Onorato Spadone, che all’improvviso si palesano, quasi lo posseggono, alterano la voce, mani a sfarfallare davanti al naso, occhi all’insù, frasi incomprensibili. (“Non ho quasi mai avuto il copione; e ho inventato il tormentone”).

Giorgio Bracardi è uno dei grandi protagonisti di Alto gradimento e di molti programmi successivi, “però sono in causa con Arbore”.

Il primo palco.

Non c’è un momento esatto, sono cresciuto dentro i teatri: a Roma, mio padre ha gestito per qualche anno il Salone Margherita e poi un’altra famosa struttura; mio fratello grande mi ricorda sulle gambe di Ettore Petrolini e con un giovanissimo Aldo Fabrizi; (sorride) ho ancora il ricordo di papà quando tornava a casa e raccontava: “Appena Petrolini apre bocca, viene giù il teatro per le risate. Senza proferire parola”.

È nato nel 1933, ha vissuto in pieno la guerra.

Dopo il bombardamento di San Lorenzo papà decise di portarci nelle Marche: “Così state più tranquilli”. Un cavolo. Ho visto di tutto. Con la nostra villa occupata prima dagli inglesi e poi dagli americani.

Paura?

Da ragazzino non puoi averla: quando cadevano le bombe, con un amico correvo in strada per recuperare le schegge, e mamma dietro che gridava di lasciarle a terra. (Sorride) Papà parlava perfettamente sia il tedesco sia l’inglese: se lo fermavano per i controlli, riusciva sempre a sfangarla, anche se stava su un camioncino con dentro, nascoste, le provviste per noi.

Il dopoguerra.

Complicato, ma la svolta è arrivata dopo il militare, quando sono partito per l’Australia…

Tipo il film di Sordi.

No, da musicista, ho vissuto due anni magnifici; l’alternativa era l’Inghilterra come bracciante per la raccolta delle mele.

Insomma, artista.

Papà non voleva, temeva la disoccupazione: “Giorgetto, in questo mondo non riesce quasi nessuno”. Poi da ragazzo ero malaticcio, ho beccato tutto il possibile dell’epoca, un disastro: quando veniva il medico il suo sguardo dava poche speranze.

Australia.

Suonavo il pianoforte nei grandi alberghi, mi divertivo, guadagnavo e, soprattutto, bastava poco per sedurre le donne: non sapevo a chi dare i resti; (cambia espressione) anche se gli italiani non godevano di grande fama.

Come mai?

Arrivavano in Australia e pensavano di portar con loro anche un bagaglio di tradizioni o abitudini decisamente improprie: (sorride) alcuni venivano arrestati perché andavano nei parchi pubblici e con le doppiette sparavano agli uccelli.

Due anni e poi basta.

Lì stavo bene, ma la Roma di quel periodo era il massimo, una magia, una polarizzazione di bellezza e gioia, con via Veneto che appariva come il centro assoluto del mondo: tutti uscivano vestiti in un certo modo, la giacca e la cravatta erano implicitamente obbligatorie, come il lungo per le donne; e poi i macchinoni americani, le star alla Kirk Douglas o Gianni Agnelli, la musica che usciva da ogni portone. Noi ragazzi li guardavamo e ridevamo per la felicità; la Dolce Vita ci guardava e rideva per il nostro stupore.

La svolta.

È arrivata prima come autore di canzoni: uno dei miei brani è Baci, Baci, Baci portato a Sanremo da Wilma Goich; poi mi sono unito ai Flipper per una tournée in Spagna, insieme a me anche mio fratello Franco. Lì un giorno mi chiama una radio privata e all’improvviso nasce lo Scarpantibus, il mio uccellaccio dalle sembianze umane.

Quindi…

A Gianni (Boncompagni) e Renzo (Arbore) arriva la notizia di questo exploit spagnolo e mi contattano, cercavano qualche novità perché Alto gradimento non andava benissimo, vivacchiava; comunque mi presento, ridivento Scarpantibus ed è un successone; da lì mi hanno coinvolto tutti i giorni fino a quando, per le telefonate dei ragazzini, sono saltati i centralini della radio; ricordo Jacovitti che mi chiama alle sei del mattino solo per complimentarsi.

Il metro della svolta.

I pacchi e pacchi di lettere, le telefonate a casa di mia madre e i fotografi che mi aspettavano all’uscita della radio.

Le girava la testa.

No, credevo fosse una fase.

Però ha capito il valore del “tormentone”.

Credo proprio di averlo inventato; il valore di “perché non sei venuta, tinnnn!” è solo nella ripetizione, in assoluto è una stronzata, un po’ come “l’uomo è una bestia”, funziona se lo replichi all’infinito; (ci pensa) e poi stava finendo l’epoca del copione.

Niente copione, per lei?

Solo per il cinema, altrimenti non sono capace, perdo spontaneità: i miei personaggi li scrivo, me li appunto, ma sono tracce, per il resto devo sentirmi libero.

I colleghi la temevano?

Abbastanza, preferivo stare da solo.

Lei sul palco.

Il momento più bello del mondo, quando ti senti un padreterno.

Diventa una “droga”…

C’è chi si è suicidato per la mancanza di successo, o chi si è dato al bere o alle droghe. Io non ci penso proprio. Amo la mia vita privata, quando mi piazzo davanti al pianoforte.

Litigavate ad Alto gradimento?

Gianni e Renzo tantissimo, quasi tutti i giorni. Mario (Marenco) no; Mario era un genio senza regole, totalmente imprevedibile, quasi terrificante, con addosso una cultura inaspettata: doveva diventare docente, ma la domanda gli è stata respinta perché arrivata troppo tardi. Quel rifiuto si era tramutato in una sorta di vanto, tanto da incorniciarlo e appenderlo al muro.

Lei tra Boncompagni e Arbore…

Gianni più umano, e ne parlo al presente, mentre Renzo più spietato: quando deve raggiungere un obiettivo, non lo ferma nessuno; con lui sono in causa.

Per cosa?

Per Alto gradimento: non mi riconosce i giusti meriti per la trasmissione, anche economici; Gianni e Renzo prendevano il 90 per cento, a me e Mario il resto.

Secondo Frassica lei è un genio con un carattere impossibile.

Nino è prepotente e furbissimo, spesso abbiamo rischiato la lite; a volte mi ha trattato come se io fossi la serva e lui il padrone di casa. Detto questo, lo considero bravo.

Frainteso sul palco?

(Ride) Mario una volta è scappato da Parma in macchina.

E lei?

Primissimi anni Settanta, mi chiama Jimmy Fontana e mi coinvolge in una serata a Macerata. Arrivo. Tutto esaurito. Mi vesto da Catenacci e inizio lo spettacolo: passano pochi minuti e sento “buffone”, “stronzo”; guardo bene la platea e capisco dove sono: era un covo di fascisti. Prendo fiato e coraggio, urlo “un momento, vado a recuperare il manganello e torno subito”, e invece mi chiudo in camerino, apro la finestra, lancio il mio bagaglio, mi butto e atterro su un cucuzzolo di neve. Sono scappato di notte verso Roma.

Sono gli anni di lei impegnato al cinema.

Lì mi vergogno in maniera assoluta: ho partecipato a molte porcate.

Anche a suo tempo le giudicava così?

Eccome! Eppure ho girato con Vittorio De Sica e Luciano Salce, ma quando firmavamo il contratto, l’accordo con la produzione era che le pellicole non dovevano arrivare a Roma, ma fermarsi nei circuiti periferici di provincia.

Niente “marcia”…

Noi contenti, pagavano bene, poche settimane di set, ci vedevamo tra amici, due risate e via. Poi sono nate le televisioni private, hanno acquistato i diritti e ci hanno massacrato: ricordo ancora Salce disperato.

Dolore.

Una sera chiamo una mia amica: “Per favore accompagnami al cinema, proiettano il film in un d’essai e devo capire la reazione del pubblico”. Mi maschero con sciarpa e cappotto, entro, ma ho retto poco: piangevo per la vergogna.

Non ne salva neanche uno?

Banana Joe con Steno regista e Bud Spencer protagonista, solo che si girava in Colombia; prima di partire, alle tre di notte, mi chiama proprio Steno: “Bracardi! Porta venti stecche di sigarette e della cioccolata”. Non ricordo cosa altro. Non capivo. Atterrato, in dogana, è stato tutto chiaro: la polizia non ci voleva far passare, poi si sono fregati un po’ della mia dote.

Un set pericoloso.

Eravamo circondati dalla sicurezza, fuori dal set era guerra tra Colombia e Venezuela, con Bud sempre chiuso nella roulotte per cucinare chili e chili di pasta. Persona stupenda.

Ha girato con tutte le belle di quel tempo…

Moana Pozzi la più intelligente: a vent’anni sembrava un’intellettuale e un giorno, davanti al mio stupore per la sua carriera, inquadrò la situazione: “Già da piccola desideravo questa vita”.

Nel curriculum c’è un film con Franco e Ciccio.

Persone meravigliose, generose, davanti a loro mi tolgo il cappello; (ci pensa) però sapevano che il produttore era il “Papa”.

Chi?

Mi telefona il mio agente: “C’è un film in Sicilia con Franchi e Ingrassia”, io resto freddino, allora ero un po’ snob, li giudicavo male. Comunque accetto, parto per Palermo, e sono ospite di grandi alberghi, grandi cerimonie, tutto al massimo, fino a quando una sera trovo in un salone il pianoforte e inizio a suonare: arriva la moglie del produttore, fisarmonicista, si infervora e il marito mi invita a cena a casa loro.

Sempre tutto regolare.

Insomma, qualche segnale di stranezza iniziavo a coglierlo: il “Papa” viaggiava solo in Ferrari, ne possedeva due, una rossa e una nera, e sistematicamente le parcheggiava aperte in mezzo alla strada o davanti al ristorante. Io allibito: “Non è pericoloso?”. “Bracardi, che dice? Sono i giornalisti del Nord a diffamare questa povera terra. Qui non succede mai niente”. Era don Michele Greco, capo della mafia, soprannominato il “Papa”: suo figlio era uno degli attori del film (Giuseppe Greco, anche sceneggiatore, ndr).

Perfetto.

Per festeggiare la fine delle riprese ci ha invitato nella sua tenuta, con una tavolata organizzata a ferro di cavallo, con il pesce che arrivava direttamente dal porto. Il Papa durante la cena imponeva a Franchi di mettere in scena i suoi personaggi: “Fai l’orso”. “Fai questo”. “Fai quello”.

E poi?

Torno a Roma, passa qualche tempo, accendo la televisione, mi sintonizzo sul telegiornale e trovo il “Papa” in manette; giorni dopo mi ha convocato un magistrato.

Rapporto con suo fratello Franco…

(Resta in silenzio, si commuove) Era un angelo. (E non parla più).

Un rimpianto?

Forse di non essere rimasto in Australia: lì avrei costruito una grande carriera da musicista.

L’hanno mai accusata di pazzia?

Sempre! Ma è un problema di mentalità: chi è diverso viene etichettato.

Lei chi è?

Un artista al cento per cento.

 

Cara fedeltà: Trump lucrò sui seguaci

Dall’Inauguration Day, il 20 gennaio 2017, al tramonto della presidenza, c’è sempre il Trump Hotel di Washington nelle carte della magistratura che indaga sugli affari della Trump Organization.

Dei dati, sottratti da hacker alla polizia di Washington e fatti pervenire a media, fra cui il Guardian, mostrano che il Trump Hotel, al 100 di Pennsylvania Avenue, a cinque isolati dalla Casa Bianca, alzò in modo anomalo i prezzi agli inizi di marzo del 180%, per scoraggiare i complottisti di QAnon dal prenotare una stanza. L’aumento sarebbe stata una “misura di sicurezza” perché si paventava, in quei giorni, un’invasione di sostenitori di Trump: secondo QAnon, il magnate si sarebbe ripreso il potere il 4 marzo. C’era, dunque, il timore che si ripetesse quanto avvenuto il 6 gennaio, quando migliaia di facinorosi, sobillati dall’allora ancora presidente, presero d’assalto il Campidoglio per impedire al Congresso di ratificare l’esito delle elezioni presidenziali. Fino al 1932, infatti, l’insediamento del presidente non avveniva il 20 gennaio, ma il 4 marzo. Verso la fine di febbraio, intelligence e inquirenti intercettarono su Internet fermento fra i sostenitori del magnate e si misero in allarme, senza però notare flussi verso la capitale o picchi di prenotazioni negli hotel. Il Trump Hotel, già al centro di polemiche perché la famiglia Trump ci avrebbe speculato, ospitandovi delegazioni in visita a Washington e organizzandovi eventi pubblici, alzò però i prezzi per evitare di ospitare i complottisti di QAnon – benvenuti a manifestare per il magnate, ma indesiderabili come ospiti –. Le indagini sul Trump Hotel possono confluire nelle inchieste su Trump e la Trump Organization avviate a New York. Ma gli elementi di sospetto sull’ex presidente s’addensano negli ultimi giorni. Il Washington Post scrive che dal 20 gennaio alla fine di aprile, i Trump hanno presentato un conto da 40 mila dollari al Secret Service per gli agenti che lo proteggono nella tenuta di Mar-a-Lago (Palm Beach, Florida): 396 dollari al giorno per l’utilizzo di una stanza singola adattata a ufficio per gli agenti. Nei quattro anni di presidenza – ricorda il Wp – le proprietà di Trump hanno fatturato al governo federale circa 2,5 milioni di dollari. Trump resta, però, impermeabile alle accuse, concentrato sull’obiettivo di tornare nel 2024 alla Casa Bianca. Sta facendo un restyling da sei milioni del Boeing 757, il Trump Force One, che nel 2016 lo portò in campagna elettorale e che sarebbe destinato a fare altrettanto fra tre anni. Si allunga la lista dei giornalisti oggetto di “attenzioni” improprie di Trump, che, dal primo giugno al 21 luglio 2017, chiese e ottenne in gran segreto mail e dati di Barbara Starr, corrispondente della Cnn dal Pentagono e di colleghi del Washington Post, del New York Post, di Politico, di Buzzfeed: tutti impegnati sul Russiagate.

La tregua tiene: a Gaza entrano cibo e medicine

Fragilissimo, come la tregua appena iniziata, è il ritorno alla vita a Gaza. Da ieri, tra macerie e sangue, polvere e morti causati dagli attacchi aerei, non si contano più razzi, ma container di forniture umanitarie che attraversano i check point via terra. L’accordo tra Israele e Hamas è stato raggiunto grazie alla mediazione di Nazioni Unite ed Egitto, che ha prima inviato la sua delegazione a Tel Aviv e nei Territori Palestinesi, e poi spedito 130 camion di aiuti. Più di duemila tonnellate di generi alimentari, farmaci, latte per bambini e vestiti stanno raggiungendo sfollati e feriti della Striscia per ordine dei vertici del Cairo. Non abbandonano i tavoli diplomatici delle consultazioni il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shukry e il suo omologo israeliano Gabi Ashkenazi, fino a ieri impegnati a garantire il consolidamento del cessate il fuoco.

Nelle prossime ore anche 18 container di aiuti dell’Unicef arriveranno dal valico di Kerem Shalom. Fanno parte del carico di 10 mila dosi di vaccino, materiale di primo soccorso. Almeno 13 ospedali della Striscia sono a corto di personale e farmaci. Presto tutte le strutture ospedaliere “diventeranno sature di feriti”, ha allertato la portavoce dell’Oms, Margaret Harris.

Alcuni dei 65 mila sfollati, rifugiatisi nelle scuole e nei ripari di fortuna, stanno facendo ritorno in quel che rimane delle loro case. Almeno 15 mila abitazioni sono state danneggiate, altre 2 mila semplicemente sono sparite dal panorama e non esistono più. Più di 800 mila persone sono senza acqua potabile. Gli attacchi dell’esercito del premier Netanyahu hanno danneggiato acquedotti e quasi tutte le infrastrutture dell’enclave palestinese. Decine di scuole rimarranno chiuse lunedì prossimo: almeno 600 mila studenti non hanno più aule. I quasi 19 milioni stanziati dal Fondo per l’emergenze dell’Onu non saranno sufficienti. Non ci sono stime ufficiali su danni e disastri provocati dagli esplosivi israeliani, ma le autorità palestinesi riferiscono che almeno cento milioni di dollari sono necessari per ricostruire quello che è andato distrutto dopo undici giorni di guerra: soprattutto strumentazione industriale, sistemi elettrici e di irrigazione dei raccolti di un territorio che, da sempre, affronta una povertà endemica per un embargo che dura da 14 anni. Tra le macerie in dieci sono stati estratti vivi, ma tra schegge e calcinacci, altri cinque cadaveri sono stati rinvenuti: il ministero della Salute palestinese ha aggiornato a 243 il numero totale delle vittime, 66 delle quali bambini o minorenni. “Per l’emergenza senza precedenti causata dalla pandemia, i palestinesi adesso sono più a rischio che mai”: in uno dei suoi dispacci lo rende noto l’Unrwa, Agenzia per i rifugiati palestinesi delle Nazioni Unite, che denuncia la costante “mancanza di medicine e aiuti” e, in uno dei posti più densamente popolati al mondo, l’impossibilità di mantenimento del distanziamento sociale “a causa degli attacchi aerei”. Durante gli ultimi giorni funesti i bombardamenti hanno reso inagibile anche l’ospedale al Ramal, unico destinato alla cura del virus.

La ricostruzione di Gaza “è prioritaria per la popolazione” riferisce Jen Psaki, portavoce della Casa Bianca. Mentre il segretario di Stato, Antony Blinken ad Abu Mazen ha detto: “C’è bisogno di una soluzione a due Stati”, sperando che la tregua tenga. “Pace e sicurezza durature” è ciò che si augura anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Per i palestinesi questa non sarà l’ultima guerra: è un déjà vu. Ai cronisti che li intervistano, dopo quattro conflitti in tredici anni, raccontano che la calma di questa tregua sembra solo temporanea. È arrivata l’eco della portata del disastro anche dalle parole del direttore regionale del Comitato internazionale della Croce rossa, Fabrizio Carboni: “Saranno necessari anni per ricostruire, ma ancora di più per ricostruire le vite distrutte”.

Scandalo Lady D, Bbc e le mani di Johnson sulla sua governance

I fatti: giovedì sono state pubblicate le conclusioni dell’indagine, commissionata lo scorso anno dalla Bbc all’ex giudice Lord Dyson, sulla famosa intervista rilasciata dalla principessa Diana al giornalista Martin Bashir per il programma di inchiesta Panorama nel 1995, in cui lei rivelò la sua profonda infelicità a palazzo e il tradimento del marito Carlo con Camilla. Dyson ha confermato quello che si diceva dal 1996, cioè che l’intervista fu ottenuta con l’inganno: Bashir falsificò documenti bancari per convincere il fratello di Diana, Charles Spencer, che a palazzo la sorella fosse sorvegliata, e ottenere tramite lui accesso alla Principessa. Le conseguenze per la Bbc non potrebbero essere peggiori. In un video il principe William ha usato parole durissime: “Ci ha provocato un dolore indescrivibile sapere che i fallimenti della Bbc hanno contribuito significativamente alla paura, paranoia e isolamento” della madre nei suoi ultimi anni. Subito seguito dal principe Harry, che ha denunciato “l’effetto a catena di una cultura di sfruttamento e pratiche al di fuori dell’etica” che sarebbe responsabile della morte di Diana.

I vertici della Beeb si sono scusati con i reali e hanno restituito il Bafta ottenuto per quello scoop. Il primo ministro Boris Johnson ha dichiarato che l’emittente pubblica deve garantire “che una cosa del genere non succeda mai più” e con questo obiettivo nell’esecutivo sarebbe in discussione una riforma della governance del servizio pubblico. Prima di puntare il dito sulla Bbc, è utile valutare alcuni elementi. Il primo: i fatti risalgono a 25 anni fa. Da allora, la governance della Beeb è cambiata già due volte, secondo direttive negoziate con due governi. Linea editoriale, mission e modalità del finanziamento pubblico vengono rivisti ogni 10 anni durante dure trattative fra i vertici dell’emittente e il ministro competente e poi pubblicate in un documento programmatico chiamato Royal Chart. L’ultima, valida dal 2017, sottopone l’operato della dirigenza Bbc alla valutazione dell’Agenzia di Vigilanza sulla comunicazione Ofcom, formalmente indipendente dal governo ma soggetta alla sua approvazione. È quasi certo che il nuovo direttore di Ofcom sarà Paul Dacre, senza nessuna esperienza tv o radio pregressa e per decenni direttore del Daily Mail, il tabloid che più di tutti è stato lo strumento mediatico della peggiore propaganda pro-Brexit e anti immigrazione. Ma è il candidato di Boris Johnson. Secondo: dall’inchiesta Dyson emerge il prolungato tentativo di insabbiare la verità, e cioè l’inaccettabile manipolazione di documenti per ottenere l’intervista. Ma risulta anche che di questa copertura sia stato responsabile un pugno di manager, fra cui proprio quel Tony Hall poi diventato direttore generale della Bbc. Le prove contro Bashir, raccolte da quei manager già nell’inchiesta interna del ‘96, non hanno mai raggiunto i Governors, che allora erano i responsabili ultimi della vigilanza. Terzo: in più occasioni, già prima dell’intervista, Diana aveva espresso il desiderio di comparire in Panorama. Dopo l’intervista, lo riconosce lo stesso Dyson, aveva dichiarato di non avere rimpianti per quanto rivelato. Quarto: il tentativo del governo di controllare il servizio pubblico è di molto anteriore a queste rivelazioni. Lo scontro con i vertici ha già portato alle dimissioni anticipate di Tony Hall, ormai in aperto conflitto con l’esecutivo: al suo posto si è insediato Tim Davie, considerato vicino ai Conservatori. Giovedì, 120 personalità della cultura britannica hanno pubblicato una lettera in difesa della Bbc, denunciando la “grave minaccia” alla sua indipendenza.

È questa la vera posta in gioco: l’indipendenza della Bbc dal governo, da tempo scontento per la copertura di Brexit. E più in sintonia con emittenti come GBNews, che si annuncia come la versione britannica di Fox News e il cui lancio è imminente. Due elementi per comprenderne la linea editoriale. Come riporta Bloomberg, il progetto ha un budget iniziale di 60 milioni di sterline. Gli investitori principali sono il miliardario gestore di hedge fund Paul Marshall; la società di investimento Legatum e il colosso tv Usa Discovery. “Marshall e Legatum hanno supportato economicamente Brexit: il primo con una donazione diretta di 100mila sterline del 2016, la seconda con una intensa attività di lobbying pro hard-Brexit”.

Contrariamente a quanto riportato da altri quotidiani italiani, il progetto News Uk, lo sbarco nel Regno Unito di una nuova emittente di NewsCorp di Rupert Murdoch, è invece stato ridimensionato per insostenibilità economica.

Allotopie, isotopie e quei Maori un po’ parenti degli inglesi

Per il mio compleanno mi sono comprato un umidificatore e un deumidificatore. Li metto nella stessa stanza e lascio che se la sbrighino fra loro.

(Steven Wright)

 

L’allotopia nel testo linguistico divertente

Ogni mediazione riuscita, annullando l’opposizione fra due isotopie di un testo, crea una specie di isotopia superiore (arci-isotopia). La mediazione fallita, invece, crea una gag perché inceppa i meccanismi che danno a un testo la sua capacità unificante: il significante resta con un significato ambiguo, oppure senza significato. “Mi piace mangiare le bistecche” è un esempio di isotopia. Vi è rottura di isotopia quando una relazione sintattica mette in rapporto almeno due significati in opposizione fra loro. Esempi: “Amo le bistecche” = allotopia (la bistecca non rientra nell’isotopia “relazioni affettive”). “Amo le bistecche e mia suocera” = allotopia divertente (la bistecca non rientra nell’isotopia “relazioni affettive”, e suocera rientra nell’isotopia “masticazione” solo nelle società cannibali: la mediazione fra le due isotopie fallisce perché è solo al livello dei significanti, non crea un’arci-isotopia.) “Un vecchio Maori al colono inglese: “Siamo un po’ parenti. I miei antenati hanno mangiato i tuoi.”

 

Coerenza sintattica

La coerenza di una isotopia dipende, dunque, anche da variabili sintattiche. Altro esempio di congiunzione fallita: “Non solo non credeva negli spiriti, ma non ne aveva nemmeno paura” (Lichtenberg). Ecco una coordinazione fallita fra proposizioni: “Di tutte le meraviglie della natura, un albero in estate è forse la più notevole, eccezion fatta forse per un alce che canta ‘Embraceable You’ con le ghette” (Woody Allen). Un altro esempio è l’indicatore di distribuzione sintattica (il suffisso). Confrontiamo due aggettivi con il suffisso -ibile: godibile e piovibile. Godibile = isotopia fra “god” e “ibile”. Piovibile = allotopia comica fra “piov” e “ibile” (la mediazione fallisce, poiché “ibile” è un suffisso che pertiene al significato “possibilità”; i significati “pioggia” e “possibilità” sono compatibili, ma sintatticamente la possibilità è un predicato del soggetto: di qui l’effetto divertente di piovibile).

 

Organizzazione sintagmatica dell’isotopia

I livelli di organizzazione sintagmatica dell’isotopia sono la giustapposizione e la composizione. La giustapposizione è organizzata dall’isosemia (ridondanza), la composizione dall’isologia (pertinenza). Un enunciato può essere isotopico per giustapposizione, ma allotopico per composizione. Ne risultano tre combinazioni:

1) giustapposizione e composizione isotopiche: enunciato neutro comunicativo (isotopia totale: “il culo non è la figa”);

2) giustapposizione isotopica e composizione allotopica: non-pertinenza predicativa e/o contestuale, ossimoro, tropi, comicità dell’argomentazione (isotopia parziale: “il culo sarà per me come la figa”);

3) giustapposizione e composizione allotopiche: enunciati assurdi (allotopia totale: “emorroidi fosforescenti buie dormono a squarciagola”; comicità surreale; assemblaggi stocastici; strategia oulipiana S+7; poesia; slogan pubblicitari).

La celebre battuta di Woody Allen “Non solo Dio non esiste, ma provate a trovare un idraulico nel weekend” è un esempio di organizzazione sintagmatica con giustapposizione isotopica e composizione allotopica. Il titolo di un libro di Achille Campanile, “Gli asparagi e l’immortalità dell’anima”, che inverte la sequenza delle isotopie Cosmos/Anthropos di Allen, è invece un esempio di allotopia totale.

Il principio di simmetria porta a ipotizzare una quarta combinazione (giustapposizione allotopica e composizione isotopica), ma questa combinazione non esiste: se la giustapposizione è allotopica (cioè modifica la ridondanza), la composizione non può essere isotopica (cioè lasciare intatta la pertinenza). Detto altrimenti, le due sono complementari.

 

L’atopia

La mancata stabilizzazione del significato in una gag costituisce una atopia. Ne esistono alcune specie bizzarre, fra cui la non-battuta (ha la forma di una battuta, ma non c’è correlazione fra premessa e punchline: “I Beatles erano vestiti così alla moda che hanno fatto cantare qualche canzone a Ringo”); la didascalia letterale della vignetta (invece di essere una battuta, si limita a descrivere l’illustrazione, Qc #25); l’aggettivo ambiguo (“Operaio specializzato uccide il suocero”); le mediazioni visive fallite (come la vignetta di Virgil Partch con la bagnante, e l’installazione di Maurizio Cattelan La nona ora, con Papa Woytila e il meteorite); e la classificazione eteroclita: “Gli animali si dividono in: a) appartenenti all’Imperatore, b) imbalsamati, c) addomesticati, d) maialini da latte, e) sirene, f) favolosi, e) cani in libertà, h) inclusi nella presente classificazione, i) che si agitano follemente, j) innumerevoli, k) disegnati con un pennello finissimo di peli di cammello, l) et caetera, m) che fanno l’amore, n) che da lontano sembrano mosche.” (Borges).

(56. Continua)

La tomba di nonno Benito semina zizzania tra i Mussolini

Mussolini contro Mussolini. C’è maretta tra le famiglie discendenti del Duce del fascismo sulla riapertura della cripta del cimitero di San Cassiano di Predappio, in Romagna, dove si trova tumulata la salma del dittatore. A dare un primo annuncio di riapertura erano state Vittoria e Orsola Mussolini, nipoti di Vittorio, secondogenito di Mussolini. La tomba, avevano detto, tornerà a essere visitabile dal 23 maggio (domani) dopo 3 anni di chiusura, per “dare la possibilità ai visitatori di poter venire a trovare i nostri cari che qui riposano tutto l’anno, così come fortemente desiderato da Donna Rachele”. La tomba di Benito Mussolini è infatti chiusa da oltre tre anni dopo alcuni lavori di ristrutturazione realizzati grazie ai soldi della Fondazione Alleanza Nazionale. Ma sono passate poche ore e l’annuncio è stato annullato. “A differenza delle attese che si sono create – precisa un comunicato di altri membri della famiglia – la cripta Mussolini resterà chiusa”. Anzi, precisa la nota, le due pronipoti “non sono titolate ad effettuare nessun annuncio pubblico riguardante la cripta senza preventiva discussione e nulla osta da parte della maggioranza della famiglia”. “Purtroppo il loro poco provvido annuncio – si sottolinea – ha generato confusione e false aspettative”. “È obiettivo di tutti i famigliari riaprire la cripta – viene sottolineato – a tal proposito stiamo concordando come poter gestire al meglio, in sicurezza e con buon senso la riapertura al pubblico a partire da questa estate”. La risposta è stata pubblicata sui social da Rachele Mussolini, consigliera comunale a Roma per Fratelli d’Italia, che porta il nome della moglie del Duce ed è la figlia di Romano, il penultimo dei 5 figli riconosciuti dal capo del fascismo, noto per essere stato un compositore e jazzista. “La riapertura della cripta di Mussolini rappresenterebbe una dimostrazione di apologia di fascismo”, ha affermato Emilio Ricci, vice presidente dell’Anpi e presidente della Fondazione Corpo volontari della libertà.