Impresa Pilato: record mondiale 50 rana a 16 anni

Impresa sportiva agli Europei di nuoto. Benedetta Pilato, 16 anni, fa il record del mondo nei 50 rana. In semifinale, per giunta. L’atleta tarantina ha nuotato in 29”30 (in finale anche Arianna Castiglioni con 30”44) abbassando il primato (29”40) che dal 2017 apparteneva alla statunitense Lilly King. Nella vasca di Budapest, ovviamente, sono stati bruciati anche i record europeo, italiano e juniores. “Non so cosa dire, sono contentissima. Sentivo un sacco di tifo, era la mia prima semifinale ed è stato bello. Non pensavo di aver fatto un tempo così basso, non ho ancora realizzato”, ha detto Benedetta. “Ora cresca con serenità”, l’appello del presidente della Federnuoto, Paolo Barelli. Pioggia di medaglie nella giornata di ieri per gli azzurri. Non tutte hanno soddisfatto chi le ha vinte, in realtà. Argento un po’ amaro per Gregorio Paltrinieri, che ha fallito l’appuntamento con l’oro negli 800 sl e come nei 1500 deve arrendersi a Mykhaylo Romanchuk. Paltrinieri chiude in 7’42”61 e bronzo per Gabriele Detti in 7’46”10. Gli altri due bronzi di giornata portano la firma di Nicolò Martinenghi nei 50 rana (26”68) e della staffetta 4×100 stile libero mista.

Il vento Fortunato di Eolo sullo Zoncolan: c’è una piccola Italia dietro super-Bernal

Un uomo solo al comando, la sua maglia è celeste, il suo nome è Lorenzo Fortunato. Sbuca in un pomeriggio di accanito ciclismo dalla nebbia che incombe sulla vetta dello Zoncolan, la neve ai bordi della strada gli fa da epica cornice. È un ragazzo bolognese di 25 anni l’inatteso dominatore della salita più violenta e feroce di questo Giro d’Italia. Non ha trionfato la maglia rosa Egan Bernal, da tutti pronosticato; non il britannico Simon Yates, il rivale più accreditato. E nessuno dei tanti reputati scalatori spagnoli, colombiani, francesi, svizzeri e nostrani schierati al via di Cittadella, la partenza della 14a tappa che si concludeva in cima al “Mostro”, detto anche il “Kaiser” Zoncolan, dopo 204 chilometri, giudice implacabile delle gerarchie, la salita dove sudano persino le auto.

Lorenzo è professionista dal 2019, si è laureato in Scienze Motorie, da pochi mesi è entrato a far parte della Eolo-Kometa, formazione neofita della corsa rosa, un’Atalanta delle due ruote zeppa di giovani promesse che in questo Giro non ha lesinato né forze né entusiasmo pur di mettersi in mostra, sempre all’attacco o in fuga per la vittoria, ragazzi ben guidati da vecchie volpi (ed ex campioni) come Ivan Basso, Stefano Zanatta, Sean Yates e Jesus Hernandez. Fortunato e il compagno Vincenzo Albanese si sono infilati nella fuga giusta, poco dopo la partenza, erano in 11 e tre di loro ce l’hanno fatta a occupare il podio di tappa, primi sulla montagna totem dei primi: Fortunato, vincitore in maestosa solitudine. A 26” lo sloveno Jan Tratnik, che è un ottimo cronoman ma ha sfoderato inedite doti di grimpeur. Terzo, il 22enne Alessandro Covi da Borgomanero, staccato di 59”, attardato da una foratura vigliacca. Fortunato e Covi sono due della nouvelle vague ciclistica azzurra, hanno temperamento e talento. Lorenzo è loquace, rispettoso (il primo ringraziamento va a Luca Spada, sponsor della squadra), spavaldo: “Volevo entrare nella fuga di giornata, mai avrei immaginato che avrei vinto sullo Zoncolan, però in salita pedalo bene, e vi prometto che mi vedrete ancora”.

Bernal, la maglia rosa, è giunto quarto, a 1’43”. Il distacco legittima la vittoria di Fortunato. Di nome e di fatto, poiché a 1400 metri dal traguardo più prestigioso del Giro un tifoso ha rischiato di farlo cadere. Ma Lorenzo, con pedalata sghemba e ancora forte, lo ha scartato e ha puntato il traguardo, avvolto dalla bruma, come nei sogni.

Attanasio, arresti in Congo: “Bande armate in azione”

“Banditi che intercettano e aggrediscono gli automobilisti sulla strada, organizzati in bande e che hanno sicuramente qualcuno che li guida”. Il presidente del Congo, Felix Tshisekedi, ha così descritto i “sospettati”, arrestati nei giorni scorsi per l’omicidio dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del collaboratore Moustapha Milambo. Le dichiarazioni del capo di Stato congolese sono state citate dal quotidiano africano Actualité, frasi in cui si precisa che in base ai dati raccolti con gli interrogatori sembra sia accertata la presenza di una “organizzazione” di cui si cercano i leader. Tshisekedi ha precisato che le indagini si stanno svolgendo in collaborazione con i servizi segreti italiani, con i quali “si sta lavorando molto intensamente”. In Italia l’indagine è condotta dalla Procura di Roma, mentre una terza inchiesta è portata avanti dal dipartimento per la sicurezza e la protezione delle Nazioni Unite. In Congo ci sarebbero “almeno 120 gruppi armati attivi nell’est del Paese”.

Disney licenzia e vieta a tutti di farsi intervistare

“Vietato rilasciare interviste”. Dopo l’annuncio del possibile licenziamento dei 233 dipendenti dei Disney Store italiani, i sindacati Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs fanno sapere che i lavoratori sono stati “invitati” a “non rilasciare interviste ai giornalisti fornendo i recapiti aziendali da contattare”. Per le parti sociali si tratta di “un danno oltre la beffa”, legata alla chiusura dei negozi italiani da parte della multinazionale. “Un atteggiamento singolare” da stigmatizzare, aggiungono. “In attesa di nuovi sviluppi e di ricevere la comunicazione ufficiale sull’annunciata procedura di licenziamento collettivo i sindacati confermano l’avvio della mobilitazione i cui dettagli saranno concordati con le lavoratrici e i lavoratori e i Rappresentanti Sindacali Aziendali nel corso dell’Assemblea unitaria del 25 maggio”, fanno sapere le sigle. Lo scorso marzo Disney aveva annunciato anche la chiusura, entro quest’anno, di almeno 60 dei suoi negozi in Nord America, per concentrarsi sulle vendite online.

“Droga una ragazza, la violenta e minaccia i familiari”: manager farmaceutico arrestato

Ha avvelenato una studentessa con le benzodiazepine, l’ha stordita, palpeggiata e fotografata nuda. Il giorno dopo, il suo fidanzato ha ricevuto minacce di morte al telefono e, lui stesso, intercettato al cellulare con una cartomante, ha detto che avrebbe fatto “saltare per aria” l’albergo dei genitori. Sono gravissime le accuse che la Procura di Milano muove nei confronti di Antonio Di Fazio (nella foto accanto), 50enne amministratore unico della Global Farma – società farmaceutica estranea alle indagini – arrestato ieri per la presunta violenza sessuale ai danni di una ragazza siciliana, recatasi il marzo scorso nell’ufficio dell’imprenditore per sostenere un colloquio. L’estate precedente, l’imprenditore era stato nell’hotel dei genitori della giovane in Sicilia (di cui era un conoscente e un cliente di vecchia data) e in quel frangente le aveva proposto di raggiungerlo a Milano per offrirle uno stage formativo.

Nella sua abitazione, secondo quanto ricostruito dai Carabinieri, l’uomo ha offerto alla ragazza un caffè e un succo d’arancia, contenente una “elevata dose” dello psicofarmaco che, secondo il referto ospedaliero, le avrebbe procurato “una intossicazione con avvelenamento”. La giovane avrebbe perso i sensi quasi subito e l’uomo avrebbe iniziato a palpeggiarla, mentre le faceva mangiare del sushi. La studentessa è stata riportata a casa solo all’una di notte, ancora incosciente. Il giorno dopo, il fidanzato della ragazza ha chiamato Di Fazio, che si è negato, per poi ricevere, due giorni dopo, una telefonata di “un uomo che, in dialetto forse calabrese, asserendo di parlare a nome di Di Fazio” lo “minacciava di squarciarlo in due”. Nel cellulare di Di Fazio, i carabinieri hanno trovato le foto della ragazza svestita e non cosciente. Presenti anche immagini di altre ragazze in situazioni simili. I pm parlano anche di “volontà di ritorsioni nei confronti dei genitori”, riportando il testo della chiamata intercettata fra Di Fazio e la cartomante: “Tua figlia è una puttana! Ti faccio saltare per aria!”, le frasi rivolte idealmente alla madre della giovane. Reale, per il gip, il pericolo di fuga dell’uomo a San Marino, dove la sorella esercita come medico oncologo.

Mail Box

 

Raggi, i migliori sponsor sono i suoi avversari

A DiMartedì tutti i critici di Virginia Raggi, grandi facce toste, hanno omesso di citare le vergognose amministrazioni del passato del Pd e del Pdl colluse con la malavita allora imperante a Roma e le disastrose condizioni della città ereditate dalla sindaca.

Luigi Caruso

 

Formigli per come ha trattato a Piazzapulita la vicenda Roma è venuto meno al ruolo di moderatore del confronto tra i sostenitori della sindaca Raggi e gli oppositori. Sconcertante è stata la sua reazione scomposta contro Giarrusso che aveva denunciato la scorrettezza del conduttore partigiano. Circa tre anni fa Formigli partecipò in prima fila in Piazza del Campidoglio a Roma, non da cronista, a una manifestazione contro la sindaca Raggi.

Salvatore Giannetti

 

Un’ottima notizia per la sindaca Raggi: Tajani ha partorito un altro capolavoro, ha lanciato un nome forte per la candidatura di sindaco di Roma, un nome nuovo, per la politica: Gasparri! La Raggi può dormire sonni tranquilli, i romani non sono fessi.

Antonio Perrone

 

Draghi dà i soldi… e Formigoni li prende!

Dice Draghi: “Non è il momento di prendere soldi ai cittadini, ma di darli”. Ecco perché hanno restituito il vitalizio a Formigoni.

Diego Merigo

 

Un’idea per il Quirinale, due conferme nelle città

Lancio a tutti i lettori del Fatto l’appello a sostenere la candidatura di Raggi a Roma e Appendino a Torino perché, anche con tutti i loro limiti, hanno fatto meglio dei loro predecessori! Riguardo le elezioni del Quirinale, propongo agli amici del Fatto di sostenere Gustavo Zagrebelsky affinché inizi finalmente una nuova era per la politica e il Paese!

Raffaele Fabbrocino

 

Caso Vattani, ci scrive ancora l’ex ambasciatore

Egregio Boffano, la sua risposta alla mia lettera sulla nomina di Mario Vattani a Singapore pubblicata giovedì mi ha molto deluso. La mancata pubblicazione della seconda parte della missiva lascia il pubblico disinformato sulle reali mistificazioni usate dal ministero degli Esteri e dalla stampa di regime per giustificare la nomina del camerata ad ambasciatore. Data la rilevanza politica della materia potevate dedicarvi un po’ più di spazio… Quanto alla filosofia del suo commento, che si riduce al concetto astratto che i fatti parlano chiaro, ritengo che, nel caso specifico, il concetto sia debole e rinunciatario. Occorreva invece approfondire la veridicità di alcune informazioni ufficiali sulle vicende professionali e giudiziarie del predetto.

Calogero Di Gesù

 

Caro ambasciatore, credo sia ora di finirla. Qui non conta precisare e disquisire. Qui ci vorrebbe una reazione da parte di chi potrebbe reagire. Ma non siamo né lei né io. Su Vattani il fascio rock dovrebbe pronunciarsi il governo.

E. Bof.

 

I richiami dei vaccini causeranno disagi

Mi hanno fissato il richiamo AstraZeneca per il 23 luglio, quando sarò in vacanza a Sanremo. Ho chiesto se fosse possibile vaccinarsi nel luogo di vacanza. Mi hanno risposto che in certe Regioni sì, ma in Liguria Toti non vuole. Quindi a metà vacanza dovremo tornarcene tutti a Milano per i richiami, eppure siamo cittadini italiani e Sanremo è in Italia, non a Totiland. Mi sembra un sopruso!

Annamaria Masini

 

Il ritorno di Pera contro i “cattocomunisti”

Sere fa in tv il prof. Marcello Pera, ex forzaitaliota, si è esibito in una lunga invettiva contro i catto-comunisti che a suo dire vorrebbero tenere chiusi in casa gli italiani, sostenendo che lo Stato dovrebbe limitarsi a dire quali sono i pericoli, poi ciascuno si regolerà da sé. Nessuno gli ha fatto osservare che, se così avvenisse, gli ospedali tornerebbero a riempirsi.

Paolo Petruzzi

 

Ed è subito Pera…

M. Trav.

 

Diffondere “il Fatto” costruisce nuovi legami

Sono un pensionato e Il Fatto fa parte della mia vita da anni. Ogni mattina vado all’edicola vicino casa per comprarlo incontrando tanta gente. Un signore ha notato che ho acquistato anche Contro di Di Battista e mi ha chiesto di informarlo sul gradimento. Abbiamo fatto amicizia e ho scoperto che è un professore in pensione amante della lettura. Gli ho segnalato i libri di Padellaro, poi Bugiardi senza gloria, Demolition man, La congiura dei peggiori di Scanzi, Noi Partigiani di Lerner. Mi ha detto di averli comprati tutti e mi ha ringraziato per avergli consigliato di leggere Il Fatto che ha trovato di suo gradimento e ora acquista ogni giorno.

Filippo Pavone

 

Caro Filippo, è bello sapere di avere dei lettori come Lei.

M. Trav.

 

I NOSTRI ERRORI

Nel sommario del titolo di taglio, nella prima di ieri, scriviamo che per i pm il Rina (il registro navale) sfruttava i rapporti con la Guardia di Finanza per fare gli interessi delle società di navigazione. Si trattava invece, come correttamente scritto nei titoli e negli articoli a cui il richiamo rimandava, della Guardia costiera.

Lo Spirito. Gesù ci manda l’Avvocato difensore per consolarci e rincuorarci

Lo sappiamo: c’è un sentimento della vita che ci trascina in basso, che ci scoraggia, che è avversari0 della pienezza, scoraggia, deprime e blocca. L’urlo, il celebre dipinto di Edvard Munch ne è un emblema. Il poeta inglese Gerald Manley Hopkins lo chiamava “l’eco di piombo” (leaden echo) che dispera, contrapposto a una “eco d’oro” (golden echo) che spera. E il piombo è grigio e pesa. A volte non riusciamo proprio a trovare risposta al desiderio di esercitare un diritto pieno di cittadinanza in questa vita senza sentirci intrusi, non al nostro posto, spaesati. La desolazione è un senso di estraneità.

Nel contesto della sua ultima cena, Gesù parla di una tristezza, di una desolazione che ha il gusto del piombo. Lo fa rivolgendo ai suoi discepoli un lungo discorso di addio. Che si può dire in un discorso di addio? Si mescolano i pensieri e i sentimenti. Gesù cerca l’empatia con i suoi discepoli che sta per lasciare. La tristezza ha riempito il vostro cuore, dice. In questa tristezza c’è la solitudine dell’abbandono, ma anche quella che ci spinge a credere nel silenzio di Dio. È il sentimento proprio dell’Accusatore. Ci serve un Difensore.

Gesù spezza questa pesante coltre di abbandono. Non rimesta la nostalgia. Dice, invece, ai suoi discepoli che verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre. Proprio nel momento della frattura e del distacco, Gesù annuncia l’arrivo di una figura dal nome greco di Paraclito il cui equivalente latino è Advocatus. Ci serve un avvocato difensore contro l’eco di piombo che rimbomba nelle nostre vite. La morte è un’accusa alla vita. Le sue conseguenze di confusione e disordine sono come un processo che offusca e rabbuia la nostra comprensione della realtà.

Quante volte nella vita abbiamo desiderato qualcuno che prendesse le nostre difese davanti alle avversità e alle accuse della vita? Quante volte avremmo desiderato una spalla capace di contenere il fallimento e rilanciare il gioco dell’esistenza? Per questo Gesù annuncia un Avvocato difensore: lo Spirito. Gesù così risponde al nostro bisogno di consolazione.

In che cosa consiste questa consolazione? Nel sentire che non siamo soli e abbandonati. Nell’avere la capacità di cercare e trovare il senso di tutte le cose, del nostro stare al mondo e del mondo stesso. Nel percepire il legame con Dio che ci dischiude la comprensione della vita grazie alla buona notizia del Vangelo. È sì, certamente, un sentimento della vita, ma non solo. Si fonda su una capacità di visione, sulla possibilità di vedere bene le cose, di conoscere la verità della nostra avventura umana. L’Avvocato consolatore che Gesù ha promesso è lo Spirito che – come dice Gesù ai discepoli – vi guiderà a tutta la verità. L’Avvocato consolatore orienta e guida alla comprensione della verità della vita, ci fa capire chi siamo e che cosa vogliamo veramente da questa vita, nonostante tutto. Si tratta di una conoscenza interiore e progressiva che buca la superficie e riannoda i fili sparsi della nostra esistenza in un disegno sostanzialmente armonico. È un soffio di vita.

Viviamo come se stessimo scattando foto, ma senza avere gli strumenti per svilupparle. Allora la vita diviene ingombra di tante lastre fotografiche, che rimangono nere. Il soffio dello Spirito sviluppa le immagini della vita e orienta alle cose future. La Pentecoste è dunque fondamentalmente apertura – di cuore, mente e orizzonte – che ci difende dalla desolazione e trasforma l’eco che risuona come basso continuo nelle nostre vite: da eco di piombo in eco d’oro.

*Direttore de “La Civiltà Cattolica”

 

Perché la mafia uccise Falcone

“Gioè mi dice via, via, cioè me lo dice 3 volte, alla terza volta io aziono il telecomando”. Così il 28 marzo 1997 Giovanni Brusca mi rispose nell’aula bunker di Caltanissetta durante il processo di primo grado per spiegare come aveva provocato lo scoppio poderoso che ha prodotto la strage di Capaci, azionando il telecomando, procurato dall’esperto artificiere Pietro Rampulla.

L’esito dell’analisi dei contatti telefonici intercorsi nella fascia oraria caratterizzata dall’attentato faceva emergere un colloquio alle ore 17.49 del 23 maggio 1992 della durata di 325 secondi, a ridosso dell’esplosione, avvenuta alle 17.56.48, come si è stabilito attraverso la rilevazione dell’istituto Nazionale di Geofisica della stazione di Monte Cammarata. Un dialogo intercorso tra l’utenza in uso a Gioacchino La Barbera, mentre stava seguendo, a bordo della Delta Integrale sulla strada parallela all’autostrada, il corteo di auto nel quale viaggiava Giovanni Falcone, e quella intestata a Mario Santo Di Matteo in uso in quel momento ad Antonino Gioè, presente a fianco di Giovanni Brusca sulla collinetta che domina il tratto di autostrada, negli istanti immediatamente antecedenti all’attivazione del telecomando.

L’input investigativo che ha consentito di ricostruire la fase preparatoria ed esecutiva dell’eccidio, verificatosi a ridosso dello svincolo autostradale di Capaci, è stato fornito da Giuseppe Marchese, nel settembre 1992, all’indomani dell’inizio della sua collaborazione. Ci disse di attenzionare Gioacchino La Barbera, Antonino Gioè e tale Santino Mezzanasca per giungere all’individuazione dei responsabili. La conseguente attività investigativa nei loro confronti fece comprendere che La Barbera e Gioè vivevano in clandestinità in un appartamento di via Ughetti, al civico n. 17, a Palermo e consentì di identificare Mezzanasca in Mario Santo Di Matteo. Il riascolto, nel maggio del 1993, dei colloqui intercettati al suo interno consentì di comprendere che, dalle 0.40 alle 1.55 del 9 marzo 1993, La Barbera si rivolgeva a Gioè, dicendogli per indicare un dato luogo: “Ti ricordi u carruzzeri vicinu uni aspettai ddocu, ddocu a Capaci uni ci fici (o ci ficimu) l’attentatuni”.

Su tali risultanze sono confluite prove pesanti come macigni – idonee a resistere ai tentativi di depistaggio del passato e del presente – in parte significativa costituite dalle confessioni severamente verificate di sette uomini d’onore partecipi al delitto. Mario Santo Di Matteo, Salvatore Cancemi, Gioacchino La Barbera hanno iniziato a collaborare tra il 24 ottobre 1993 e il 2 dicembre 1993; Calogero Ganci, Giovanbattista Ferrante, Antonino Galliano e Giovanni Brusca tra il 7 giugno e il luglio del 1996, durante il primo processo di primo grado. Le loro dichiarazioni, unitamente all’apporto di altri collaboratori, e i formidabili riscontri acquisiti hanno consentito di ricostruire dettagliatamente la fase preparatoria, esecutiva e ideativa dell’eccidio (che ha visto il coinvolgimento degli appartenenti ai massimi organi di vertice di cosa nostra: la commissione provinciale e regionale) e di giungere alla condanna con sentenza definitiva – a seguito di un doppio verdetto della Corte di Cassazione del 30-31 maggio 2002 e del 18 settembre 2008 – di 37 mafiosi di rango (tre ulteriori imputati, fra i quali Antonino Gioè, sono deceduti prima dell’intervento della sentenza di primo grado). Come era stato ipotizzato sin dalle prime indagini, gli assassini si mantennero in contatto grazie a telefoni cellulari, che si è provato non essere stati clonati e che hanno permesso di radiografare tutte le loro chiamate.

A seguito della confessione di Gaspare Spatuzza (a far data dal 2008) e, poi, di Cosimo d’Amato, ulteriori esponenti dell’organizzazione sono stati individuati e condannati per aver fornito una parte dell’esplosivo impiegato: il tritolo proveniente da ordigni bellici.

Si è appurato che Falcone fu ucciso per tre ragioni. Il sentimento di vendetta che animava i vertici di cosa nostra per quanto aveva fatto a: Palermo quale giudice istruttore, che aveva contribuito soprattutto a istruire il maxiprocesso (che aveva condotto a condanne definitive e al riconoscimento per la prima volta dell’esistenza di cosa nostra e delle sue regole di funzionamento); Roma, quale Direttore generale degli Affari Penali, a far data dal febbraio 1991, per le attività espletate di promovimento legislativo e amministrativo.

La prospettiva di carattere preventivo: la preoccupazione per l’attività che Falcone avrebbe potuto compiere, soprattutto nel settore della gestione illecita degli appalti, tanto più se fosse divenuto Procuratore Nazionale Antimafia. Le affermazioni di Falcone su “la mafia era entrata in borsa” avevano indotto a temere che Falcone avesse capito che dietro la quotazione in borsa del gruppo Ferruzzi vi fosse effettivamente cosa nostra.

La terza si coglie se la strage si colloca nel più ampio progetto terroristico eversivo, sintetizzato dalle parole di Salvatore Riina: “Bisogna prima fare la guerra prima di fare la pace”, riportate da Filippo Malvagna. A seguito del nefasto esito del maxiprocesso, cosa nostra ha colpito gli acerrimi nemici e i tradizionali referenti politico istituzionali. Con il ricatto a suon di bombe, attuato con otto stragi (due in Sicilia e sei nel continente) e plurimi omicidi, i vertici del sodalizio hanno voluto creare un assetto di potere ritenuto funzionale alle proprie aspettative, condizionando la politica legislativa del governo e del parlamento e riannodando il rapporto politico mafioso sfaldato con altri referenti.

Rimangono spunti investigativi che impongono di continuare a indagare per verificare se sia dimostrabile sul piano processuale una convergenza di interessi di ulteriori soggetti estranei al sodalizio mafioso nell’ideazione e nell’esecuzione della strage.

 

L’Artico si riscalda il triplo della media: 32°C nel mar glaciale

In Italia – Fronti atlantici a intervalli sono stati più attivi con piogge e temporali dal Nord-Est fino al Lazio, mentre il Nord-Ovest è rimasto spesso al sereno sotto un secco foehn. Sul Friuli ha piovuto pressoché ogni giorno nella seconda decade di maggio (182 mm a Cividale), fatto comunque non raro in tarda primavera, e mercoledì nevicava ancora a 1.200 metri. Tempo estivo invece lunedì scorso al Sud (35 °C nel Catanese), più fresco da giovedì con l’arrivo del maestrale, ma una nuova vampata di aria nord-africana culminerà domani mentre al Nord non sono ancora in vista rilevanti slanci di caldo.

Nel mondo – Il ciclone tropicale “Tauktae”, il primo del 2021 nell’Oceano Indiano settentrionale, ha investito con rara violenza l’Ovest dell’India già funestata dal Covid – nel Gujarat non accadeva così intensamente dal 1999 – producendo venti a 170 km/h, maree di tempesta da oltre 3 metri e 127 vittime (più vari dispersi) di cui almeno 60 al largo di Mumbai nell’affondamento di una nave della Oil and Natural Gas Corporation. Inoltre quattro morti per tempeste e alluvioni in Louisiana, e altri 15 per la distruttiva sequenza di tornado del 14-15 maggio in Cina, tra cui a Wuhan e nei pressi di Shanghai. La primavera resta sotto tono su gran parte d’Europa, venti impetuosi battono le isole britanniche, le temperature minime hanno ancora sfiorato gli 0 °C nelle pianure più fredde (Francia, Germania) e all’osservatorio di montagna della Kredarica (2513 m, Slovenia) la neve ha toccato 480 cm di spessore, massimo per questo periodo in oltre mezzo secolo. Ma a oriente della frescura europea una risalita d’aria molto calda fino al Circolo Polare Artico ha portato temperature sbalorditive per metà maggio dapprima in Finlandia (30,5 °C nell’Est del Paese, a un soffio dal record nazionale di 31 °C del maggio 1995) e poi in Russia, qui con 31 °C a Mosca e punte straordinarie di 32 °C in prossimità del Mar Glaciale, una ventina di gradi sopra media! D’altronde l’Artico nel suo insieme si sta riscaldando tre volte più rapidamente della media globale (+3,1 °C tra il 1971 e il 2019), peggio di quanto si sapesse finora, penalizzando popolazioni ed ecosistemi non soltanto locali, comunica un nuovo report dell’Arctic Monitoring and Assessment Programme. Segnali di destabilizzazione forse irreversibile arrivano dalla calotta della Groenlandia occidentale: fondendo, la sua superficie si abbassa di quota andando incontro a temperature più elevate e dunque a fusione ancora più accelerata, dice lo studio Critical slowing down suggests that the western Greenland Ice Sheet is close to a tipping point, sulla rivista Pnas. All’altro capo del pianeta, nel mare antartico di Weddell che si affaccia verso l’Atlantico, dalla piattaforma glaciale galleggiante “Ronne” il 13 maggio si è staccato l’iceberg A-76, secondo lo Us National Ice Center attualmente il più grande al mondo con i suoi 4.160 km2 di area, poco meno della provincia di Grosseto. L’evento ricorda il distacco dell’iceberg A-68 dalla penisola antartica nel luglio 2017, ora completamente fuso alla deriva, ma il legame di questi fenomeni con il riscaldamento globale non è ancora chiaro. L’International Energy Agency dà il suo contributo a progettare un futuro a zero emissioni nel settore energetico con il rapporto Net Zero by 2050. A Roadmap for the Global Energy Sector: il conseguente e auspicato scenario da +1,5 °C è ancora raggiungibile ma solo a patto di una storica impennata negli investimenti in energia pulita che peraltro genererebbero milioni di nuovi posti di lavoro, ma molto dipenderà anche dal ruolo incerto e talora contraddittorio dei biocombustibili, della cattura artificiale di carbonio dall’atmosfera e dei comportamenti individuali.

 

Immigrati, il problema c’è da come li salviamo

Molti uomini, donne e bambini continuano a morire in mare, a volte ore e giorni dopo avere chiesto aiuto a porti, navi, governi, organizzazioni dell’intero Mediterraneo, senza alcuna risposta.

C’è una specie di scala della morte bene organizzata per mantenere il blocco di questo mare. Prima il divieto, pena sequestri, multe esose, arresti, per i privati (Ong) che pretendono di agire per fini umanitari. Poi l’ordine alle guardie costiere anche di Paesi civili, di non rispondere a quelle concitate telefonate degli ultimi momenti disperati. E ancora la mancanza di porti disponibili (che si immaginano paralizzati dal traffico di un mare fantasma…). Infine il problema della dislocazione: vivi o morti, se non li prendi tu non li prendo neanch’io, sarebbe un errore politico ma anche statistico, insomma una ingiustizia più grave che lasciare sott’acqua un bambino mentre prende le ultime ondate in faccia, e non può essere informato delle ragioni che seri e preparati leader politici hanno deciso, per dare una seria organizzazione e un senso al mare bloccato.

Ci sono due gruppi umani che accettano il giudizio del mare. Quelli che tifano con entusiasmo per il gommone capovolto, come la folla dei peggiori imperatori romani al Colosseo. E quelli che rimpiangono di non poter essere agenti di salvezza, ma si rendono conto che non ci sono altre strade per fermare il problema o evitare che la tifoseria dei gommoni capovolti diventi voto. Alcuni, come Didier Fassin, dell’Institute dell’Advance Studies di Princeton lo dice in questo modo che suona nobile: “È più facile essere d’accordo sul salvataggio dei bambini sfortunati e dei migranti in difficoltà piuttosto che dare vita a una discussione collettiva sulle ragioni che hanno determinato le disparità sociali”. (L’Espresso, 16 maggio 2021).

E allora, invece di togliere alla pirateria libica le armi italiane, invece di ripetere le rispettose e prudenti visite del nostri governanti in Libia per rassicurarci reciprocamente sulle forniture di armi e petrolio, andiamo tutti al convegno promosso dal grande intellettuale francese. Non salva una vita e non cambia una sola decisione politica, ma produce l’affermazione: “L’umanitarismo non può sostituire le lotte politiche contro l’oppressione sistemica”. Intanto resta il rischio (purtroppo realistico) che 200 o 300 persone sfuggano all’ottusa tenacia dei volontari a cui interessa di più il bambino semi affogato del convegno, e non sono in grado di capire perché, se i naufraghi si salvano questi vivi sono troppi rispetto a tutti gli altri vivi. Mentre scrivevo questo articolo e rivedevo il materiale che avevo conservato sull’argomento, ho trovato due “pezzi” quasi uguali per argomento e protagonisti, scritti su due grandi giornali da due diversi colleghi, il primo di Alessandro Ziniti su La Repubblica, 19 aprile. E il secondo di Francesca Basso, Il Corriere della Sera, 21 maggio. Il 19 aprile si racconta della ministra degli Interni Lamorgese che sbarca a Tripoli con una copiosa lista di proposte e richieste. Ma conclude come sempre, negli ultimi venti anni di visite italiane ai libici, “oltre naturalmente al controllo delle frontiere per cercare di fermare i flussi nel Mediterraneo.”

Ed eccoci al 21 maggio e ai passaggi chiave dell’articolo sulla visita di Lamorgese a Tunisi: “La missione in Tunisia e Unione Europea punta a ridurre gli sbarchi irregolari sulle nostre coste. La Tunisia ha accolto la richiesta di Roma di una maggiore flessibilità dei rimpatri e l’attivazione di una linea diretta dedicata per segnalare tempestivamente la partenza delle barche di migranti dalle coste tunisine con l’uso di aerei e radar”. È previsto anche un “pacchetto di aiuti italiano.”

Come si dice sempre, serviranno a scoraggiare l’emigrazione. Le direttrici di intervento (il linguaggio penso sia del Viminale): “Controllo di flussi irregolari , contrasto di trafficanti di esseri umani, ampliamento di canali regolari di immigrazione nella Ue.”

Impossibile non notare che le due visite di Lamorgese sono uguali, che il ministro dell’Interno fa, con prudenza e solo parzialmente, il lavoro del ministro degli Esteri, e il ministro degli Esteri non c’è. Emergono anche due fatti semplici e tragici. Donne, bambini, uomini, non devono morire annegati mentre tentano di attraversare un mare comune. Il problema non comincia da “dove li mettiamo”. Il problema comincia da “come li salviamo”. Da quel punto e con quella domanda comincia la civiltà. Oppure finisce, se continua a dominare sull’Italia e l’Europa la triste cultura sovranista.