Letta, Papa straniero nella “Curia Pd”

 

“Sono appena entrato nel terzo tempo della mia vita, ma per il quarto non escludo nulla…”.

Enrico Letta, intervista a “Sette”

 

In fondo, la frase che ha tenuto banco è racchiusa in tre righe tipografiche (“Ci vuole una dote per i giovani, finanziata con una parte dei proventi della tassa di successione”). Talmente ovvia e di elementare buon senso che per la buriana sollevata – a pensare male ma con il Pd ci sta – andrebbe legata alla risposta precedente (“So perfettamente perché mi hanno chiamato: la Curia non si metteva d’accordo e aveva bisogno di un Papa straniero”). Ci torneremo, ma prima un cenno sulla grande foto che addobba l’intervista di Massimo Gramellini al segretario del Pd. Si vede Enrico Letta che sguazza “a piedi nudi nelle acque del Mar Tirreno sul litorale pisano di Tirrenia, uno dei luoghi della sua infanzia” (dice la didascalia). A prima vista abbiamo pensato a un fotomontaggio perché il viso intellettuale di Enrico Letta, le lenti da secchione, il mezzo sorriso stiracchiato (che diavolo sto facendo?) avevano davvero poco (o nulla) a che fare con quegli spruzzi un po’ imbranati, “a piedi nudi” sul bagnasciuga. Come in certe istantanee vacanziere che restano riposte nell’album di famiglia, e non certo da pubblicare su settimanali ad alta tiratura. Non sorprende l’indole giocosa del personaggio che organizzava VeDrò, convention estiva trasversale per teste d’uovo in carriera e poteri (abbastanza) forti, dove si alternavano think tank e partite di subbuteo. Non sappiamo se sulla spiaggia “della sua infanzia” sia stato più o meno agevole convincerlo a quella posa inusuale. Anche se forse non gli sarà dispiaciuto, mentre zompettava tra gli schizzi, mandare un messaggino alla “Curia” del Nazareno. Che già manifesta una certa insofferenza verso il “Papa straniero” per le decisioni non concordate (le due donne capogruppo), per la svolta a sinistra su diritti (jus soli e legge Zan) e giustizia sociale, per la polemica frontale con Matteo Salvini che disturba Draghi. Ovvero: così come sono venuto a dare una mano al partito (“e sotto casa ho avuto la tentazione di dire al tassista di tornare indietro”), posso fare dietrofront. “Una giornata al mare. Cerco ragioni e motivi di questa vita. Ma l’epoca mia sembra fatta di poche ore” (Paolo Conte).

 

La Giovane moglie Oretta, Rainaldo, la maga e la lussuriosa Zanona

Dai racconti apocrifi di Guido da Verona. In quel tempo, viveva a Mantova un ricco mercante, Messer Musso, il cui unico desiderio era vedere sua figlia Oretta sposata a un bravo marito. La bella ragazza, però, era scontrosa come una cavalla selvaggia: rifiutava le attenzioni di qualunque cavaliere desideroso di montarla. Un giorno, Oretta venne a sapere della leggenda in cui il re di Cipro portava in vita una statua di Venere. Si recò dunque presso l’antro dove dimorava una vecchia che in città tutti dicevano essere una strega, e le domandò se il prodigio del re di Cipro fosse possibile. La vecchia maga la istruì a puntino; e Oretta, forte di quel sapere occulto, la notte stessa, nella propria camera, modellò con la cera la statua di un bel giovanotto dalla virilità esagerata. Abbracciatolo, chiuse gli occhi e pronunciò la formula segreta. Ci fu un rumore come di mantice, sentì che il torace della statua si espandeva. Oretta aprì gli occhi: il giovanotto le sorrideva, e, a quanto le era dato sentire, era molto eccitato. Lo chiamò Rainaldo, e fece l’amore con lui fino all’alba. Oretta lo trovò molto piacevole, muto com’era, rispetto ai cavalieri boriosi e insistenti che disprezzava. Messer Musso sbalordì quando la figlia espresse il desiderio di sposare quello strano, taciturno giovanotto dagli occhi vitrei, che sembrava essere sbucato dal nulla, ma fu ben felice di dare il suo consenso. Alla festa di nozze, sontuosa, era presente anche Zanona, la lussuriosa feudataria di Pavia, che perse subito la testa per Rainaldo. Le bastò un cenno ai propri cagnotti: quando la festa volgeva al termine, qualcuno si accorse che lo sposo era introvabile e la carrozza della feudataria era scomparsa. Il giorno dopo, l’affranta Oretta tornò dalla vecchia maga, che la stava aspettando, poiché il suo corvo la teneva aggiornata. Trasformatasi in una giovane damigella di corte, la maga raggiunse il palazzo di Zanona, dove entrò accodandosi a un corteo di vassalli. L’indomani, servendo la colazione in camera ai due amanti, la maga pronunciò sottovoce una formula magica: immediatamente, apparve una farfalla d’argento, adornata di gemme, che volava per la stanza. Zanona spalancò gli occhi dallo stupore: “Che giocattolo meraviglioso! Lo voglio. Dove l’hai preso?” “È una mia creazione.” Zanona le domandò cosa volesse in cambio di quel gioiellino volante. La damigella rispose: “Passare una notte con suo marito.” La feudataria pensò fosse matta: suo marito, il vecchio Arnolfo, a letto non era mai stato in grado di soddisfarla. “È tutto tuo, tesoro” le disse ridendo, e le prese la farfalla d’argento. La mattina dopo, la damigella ringraziò Zanona: “Suo marito, signora, è un amante favoloso! Che potenza! Che resistenza! Che dimensioni!” Zanona allibì: era come se le parlasse di una persona sconosciuta. “Che strano”, disse. “Di mio marito non ricordo né la potenza, né la resistenza, né le dimensioni. Non è mai stato un portento fra le lenzuola. E sì che mi sarebbe piaciuto: il mio appetito è inesauribile.” “Ma a questo c’è un rimedio” disse la maga. “Conosco una pozione che risveglia i cavalli morti.” “Davvero? E cosa vorresti in cambio stavolta?” La damigella indicò Rainaldo. “Vedremo.” Sei giorni dopo, finalmente soddisfatta, Zanona si divincolò dall’abbraccio del marito, e disse alla damigella: “Prenditi pure Rainaldo. Non c’è paragone con mio marito.” “Cos’è successo?” domandò più tardi Rainaldo, a letto con Oretta. “Non capisco.” E Oretta a lui: “Non ti fermare, sposo mio. Non ti ho creato per capire.”

 

Infermieri a casa per immunizzare gli anziani che ancora mancano

Oltre 4 milioni di over 60 risultano non aver ancora ricevuto nemmeno una dose di vaccino. Spesso si tratta di anziani abitanti di borghi difficilmente raggiungibili e così, ministero della Salute, Regioni e Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche (Fnopi) hanno siglato un accordo per consentire le vaccinazioni a domicilio per le persone più fragili a infermieri professionisti.

La norma prevede che tutti gli infermieri svolgano, con adeguato triage prevaccinale, il servizio a domicilio dei soggetti che hanno difficoltà a muoversi per raggiungere i siti vaccinali. Il servizio sarà organizzato dai distretti delle Asl territorialmente competenti che provvederanno anche a fornire a quanti dei 270.000 infermieri e infermieri pediatrici del Ssn daranno la propria disponibilità le dosi vaccinali anti Sars Cov 2, farmaci, dispositivi e presidi sanitari necessari per le attività di vaccinazione e per l’intervento sui possibili eventi avversi collegati alla vaccinazione.

Il bollettino Covid del 22 maggio, intanto, registra 4.717 nuovi contagi. Il tasso di positività calcolato sul totale dei tamponi effettuati è all’1,6% (in calo rispetto all’1,9 di venerdì), al 6,5% sul totale dei soggetti testati (7,3% venerdì; 125 morti (218 venerdì), il totale da inizio pandemia sale a 125.153 vittime. Si allenta ulteriormente la pressione sul sistema sanitario: i posti letto occupati nei reparti Covid ordinari sono 9.488, -437 rispetto alle 24 ore precedenti; i posti letto occupati in terapia intensiva (TI) sono 1.430, -39 (con 64 ingressi in rianimazione) rispetto a venerdì.

Ieri, intanto, è stata superata la soglia delle 30 milioni di vaccinazioni: precisamente 30.158.028 dosi somministrate alle 17. Le persone completamente vaccinate sono invece 9.856.159, pari al 16,63 % della popolazione italiana.

Cirio, Toti e gli altri presidenti sordi agli urli di Figliuolo

“Non è una stravaganza ma un servizio ai cittadini”, dice Giovanni Toti, presidente della Liguria. “È la dimostrazione concreta di come le Regioni possono lavorare insieme per rendere più facile la vita dei cittadini”, incalza Alberto Cirio, presidente del Piemonte. Vale a dire colui che ha avuto l’idea di siglare il protocollo di intesa – firmato ieri – per l’interscambio vaccinale durante le vacanze estive tra le due regioni. In pratica: i piemontesi potranno essere vaccinati contro il Covid nei punti vaccinali della Liguria; i liguri potranno avere la somministrazione in Piemonte. Sempre a patto che il soggiorno sia turistico e per una durata che renda difficoltosa la somministrazione del vaccino nel luogo di residenza. Poi i sistemi informativi sanitari delle due Regioni dovranno garantire l’interoperabilità. La vaccinazione sarà notificata all’Anagrafe vaccinale nazionale Covid, che a sua volta provvederà a inviare alla Regione di residenza le relative informazioni. Con la rendicontazione sarà possibile stabilire anche le modalità per il riequilibrio delle scorte dei vaccini.

Sulla carta tutto molto semplice. Con i tecnici delle due Regioni già al lavoro, dice l’assessore alla Salute del Piemonte, Luigi Icardi, “per allineare i due sistemi informativi e farli dialogare”. Partendo da stime in base alle quali sono almeno 50 mila i liguri che in estate cercano le località montane del Piemonte e 250 mila i piemontesi che trascorrono le ferie nelle località balneari liguri. “Anche se i numeri di coloro che potenzialmente potranno aver bisogno di questo servizio – aggiunge Icardi –, sono nettamente inferiori, perché molti cittadini, soprattutto quelli più anziani, hanno già ricevuto entrambe le dosi”. Cirio e Toti fanno da apripista. Tanto che già si parla di un analogo patto tra il Piemonte e la Valle d’Aosta.

Anche Luca Zaia, presidente del Veneto, si è appassionato all’idea di vaccinare persino i turisti stranieri. Stefano Bonaccini, in Emilia-Romagna, preferisce invece garantire la vaccinazione in vacanza solo a coloro che per le ferie restano in regione. Sulla strada di Piemonte e Liguria c’è però uno scoglio: il via libera del commissario all’emergenza, il generale Francesco Paolo Figliuolo, al quale è già stato inoltrato il protocollo d’intesa.

Figliuolo lo ha ripetuto per giorni: è opportuno che gli italiani, prima di prenotare le vacanze, considerino la data fissata per la vaccinazione. E senza il suo assenso difficilmente l’accordo potrà essere operativo. Il generale non ha chiuso la porta ma la sua posizione l’ha fatta sapere con una lettera al presidente della Conferenza delle Regioni Massimiliano Fedriga (Friuli Venezia Giulia), al quale ha ricordato quali sono gli obiettivi del piano vaccinale nazionale: proteggere gli over 60, i fragili, le persone con comorbilità. “Tuttavia in questi ultimi giorni – ha scritto Figliuolo –, tale focus appare un po’ perso di vista, nonostante in molti casi le categorie citate non siano state messe completamente in sicurezza”. Quindi, basta con gli “annunci di azioni non coordinate preventivamente con la struttura commissariale e non inserite in un piano coerente a livello nazionale”. I numeri del resto sembrano dargli ragione. Il ritmo delle somministrazioni alle persone tra i 60 e i 69 anni (quasi 7,5 milioni) sta rallentando. Solo il 18% ha completato il ciclo vaccinale, il 40% non è ancora coperto (quasi 3 milioni di persone). Sullo sfondo c’è il tema del federalismo sanitario, preso di petto e difeso da Toti in una intervista al Corriere della Sera: “Non vorrei che si preferisse appiattire verso il basso: il modello sovietico, tutti uguali e tutti un po’ peggio. Noi abbiamo voluto Draghi pensando a un Paese che cresca nella libertà da lacci e lacciuoli. Non marxismo-leninismo applicato al Covid”.

Brevetto libero? No, è in arrivo la terza dose

I primi a iniziare sono stati gli Emirati Arabi Uniti. A marzo le autorità del Golfo hanno cominciato a consigliare una terza dose del vaccino anti-Covid. La notizia aveva messo in cattiva luce l’antidoto prodotto dalla Sinopharm, comprato a man bassa dagli Emirati con l’obiettivo di immunizzare la propria popolazione in tempi da record: se è necessaria un’iniezione aggiuntiva – fu il ragionamento di molti analisti – significa che la capacità di protezione del vaccino cinese si esaurisce in tempi molto brevi.

Tuttavia, negli ultimi giorni parecchi esperti europei e statunitensi hanno messo le mani avanti, facendo capire che anche per AstraZeneca, Moderna e Pfizer-BioNTech potrebbe essere necessario un booster. Viene chiamata così la terza dose: un richiamo necessario per portare gli anticorpi sopra il livello di guardia. Vista attraverso le lenti della finanza, è la situazione perfetta per le aziende che producono i vaccini. La prospettiva di una terza dose, unita allo stallo nelle trattative internazionali per sospendere i brevetti, sta infatti mettendo le ali in Borsa ai titoli del settore.

Ripartiamo dagli sceicchi del Golfo Persico, dove la terza dose è già realtà. Due mesi fa le autorità di Abu Dhabi, Dubai e degli altri cinque Emirati (che producono sul proprio territorio il vaccino brevettato da Sinopharm grazie a una joint venture con la società locale G42) hanno iniziato a somministrare il richiamo a distanza di sei mesi dalla seconda dose. Un’opzione riservata ai residenti con più di 55 anni d’età, che risultavano avere anticorpi ormai troppo bassi per difendersi dal Covid. Ora le cose sono cambiate. La terza iniezione resta un suggerimento, non un obbligo, ma tutti i residenti degli Emirati Arabi Uniti sono liberi di farla, indipendentemente dall’età. La strada è stata seguita a stretto giro anche dal vicino Bahrein, che pure ha puntato forte sull’antidoto cinese (è il terzo Paese al mondo per tasso di vaccinati dopo gli Emirati e Israele).

Queste decisioni hanno messo in dubbio l’efficacia dei prodotti realizzati da Pechino. Ad ammettere il problema è stato un mese fa lo stesso Gao Fu, direttore del Chinese Center for Disease Control and Prevention: “I vaccini attuali non hanno tassi di protezione molto alti”, ha detto riferendosi ai due principali antidoti cinesi venduti nel mondo, Sinopharm e Sinovac. Le cose non sembrano però andare molto diversamente con gli altri vaccini distribuiti nel mondo, Italia compresa.

“Sarà molto probabile un booster”, ha dichiarato tre giorni fa il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro. Sulla stessa linea Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità e coordinatore del Comitato tecnico scientifico.

La scorsa settimana, nel suo intervento in audizione presso la Commissione Igiene e Sanità del Senato, a proposito della terza dose ha detto: “È assolutamente ragionevole che debba essere fatta”. L’unica differenza tra i vaccini distribuiti oggi in Italia (AstraZeneca, Moderna, Pfizer-BioNtech, Johnson&Johnson) e quelli cinesi è la tempistica, cioè in quanti mesi gli anticorpi si abbassano sotto il livello considerato necessario per restare sicuri. Se per Sinopharm la terza dose è consigliata negli Emirati e in Bahrein già dopo sei mesi, per quelli somministrati finora in Europa e negli Usa i tempi potrebbero essere un po’ più lunghi. “È ragionevole pensare che si vada dai 10 mesi in su, cioè per 10 mesi dovrebbe mantenersi la capacità protettiva dei soggetti vaccinati, ma è anche possibile che questo intervallo temporale venga prolungato”, ha detto Locatelli.

Un’idea più precisa su questo dovrebbe arrivare a settembre, quando nel Regno Unito – quinto Paese al mondo per tasso di vaccinati – terminerà la prima sperimentazione clinica sulla terza dose. Mercoledì scorso il governo di Londra ha annunciato che a partire da giugno 2.886 persone già vaccinate con doppia dose di AstraZeneca o Pfizer-BioNTech potranno ricevere la terza puntura. Ai volontari, di età superiore ai 30 anni, verranno somministrati sette tipi diversi di vaccino (AstraZeneca, Pfizer-BioNTech, Moderna, Novavax, Johnson&Johnson, Valneva e CureVac) per capire quali di questi, e quali combinazioni, siano più efficaci per innalzare al massimo le barriere immunitarie contro il Covid e le sue varianti. Sarà il primo esperimento del genere nel mondo: chiamato Cov-Boost, sarà finanziato con 19,3 milioni di sterline dal governo britannico e verrà condotto dalla University Hospital Southampton NHS Foundation Trust.

In attesa dei risultati scientifici, le compagnie farmaceutiche si fregano le mani. Già a inizio aprile l’amministratore delegato e presidente di Pfizer, Albert Bourla, aveva fatto la sua previsione: “Uno scenario probabile è che sarà necessaria una terza dose, all’incirca tra i sei e i dodici mesi (dalla seconda, ndr), e da lì in poi si farà una vaccinazione annuale”.

I mercati finanziari sembrano credergli. Dal febbraio del 2020 a oggi il titolo Pfizer in Borsa a New York ha guadagnato il 25%. Meglio ancora hanno fatto BioNTech e Moderna, le cui azioni sono salite rispettivamente del 600% e del 700%. Venerdì scorso i Paesi del G20 non hanno trovato un accordo sulla proposta avanzata da India e Sudafrica di sospendere temporaneamente i brevetti sui vaccini anti-Covid fino alla fine della pandemia. Le aziende del settore possono tirare un sospiro di sollievo: i loro profitti per ora sono al sicuro.

“Addio piazze, entriamo in lista”

La rivoluzione non sarà un pranzo di gala, ma forse può diventare un posto da consigliere comunale a Bologna. Dopo mesi di anticipazioni, ieri Mattia Santori, uno dei fondatori delle Sardine, ha annunciato che presto alcuni esponenti del suo movimento potrebbero entrare in politica: “Ci siamo rotti di fare le mascotte – ha detto al Manifesto – vogliamo sporcarci le mani”.

E l’occasione migliore per “sporcarsi le mani” potrebbero essere le Amministrative di ottobre, quando lo stesso Santori sogna di poter portare acqua al mulino di Matteo Lepore, candidato dem che alle primarie bolognesi sfiderà la (ex?) renziana Isabella Conti, per poi correre da favorito per la fascia tricolore. “Ancora non c’è nulla di deciso – giura Santori in merito a una lista in sostegno di Lepore – ma siamo cresciuti, abbiamo capito che non basta esserci prima delle elezioni con una piazza o un selfie”.

Tradotto: le Sardine puntano o a qualche posto nelle varie civiche del centrosinistra o a una lista propria, con sullo sfondo l’ipotesi di un appoggio esterno che magari dia i suoi frutti quando si formerà la giunta. Più che con la voglia di mettersi in gioco, però, la svolta di Santori va letta anche alla luce del declino del movimento, ormai incapace di replicare i successi di piazza pre-pandemia. Lo si capisce anche dando un’occhiata all’ultima iniziativa delle Sardine, che ieri si erano prefissate di vendere 6mila piantine in favore dei circoli Arci e di riempire Piazza Maggiore con altrettanti vasi. Nonostante numerosi appelli social e il sostegno dei circoli medesimi, a ieri le Sardine comunicavano meno di 2mila piantine vendute, ovvero neanche un terzo dell’obiettivo.

Segno che la forza mediatica del movimento si sta esaurendo e, per tenerla in vita, si deve provare con altre strade. Da qui il desiderio di candidarsi, con Santori che non a caso ieri ha pure tenuto a battesimo “Prossima”, rete di sinistra – ormai nessuno vuol più definirsi “corrente” – al cui evento di inaugurazione hanno partecipato tra gli altri Elly Schlein, Giuliano Pisapia e Marco Furfaro, oltre a esponenti del Pd come Michele Emiliano e Paola De Micheli.

Un primo passo tra i “politici di professione”, davanti ai quali Santori ha allargato le braccia come a giustificare il flop in piazza: “Abbiamo un concetto forse un po’ bohémien della politica, non sempre viene percepito. È difficile fare mobilitazione soprattutto adesso che le persone hanno voglia di stare fuori e non pensare ai nostri discorsi politici”. E allora, meglio rivedersi direttamente alle elezioni.

“Sfido i notabili Pd: possiamo vincere solo insieme ai 5Stelle”

Enzo La Volta, oggi scade il termine per raccogliere 7 mila firme di cittadini che possano consentirle di correre nelle primarie del centrosinistra per le Comunali di Torino. Le ha trovate?

Farò una conferenza stampa alle 16. Non svelo niente, conta il rush finale, ma spero ancora di vedere qualche muso lungo tra i “notabili” del Pd subalpino. Qualcuno, nella nomenclatura del partito, tifava contro di me.

Lei 7 mila firme, Stefano Lo Russo solo 500, nessuna invece uno degli altri due candidati (tutti facevate parte dei “sette nani”: i debolissimi aspiranti sindaci del centrosinistra): Igor Boni. Francesco Tresso, infine, 4 mila. Come mai?

Il regolamento a Torino è così: Boni è indicato da un partito, +Europa. Tresso, invece, è espressione di una lista della precedente coalizione e godeva di uno sconto. Lo Russo ha scelto, sorretto dai notabili, di chiedere solo le firme degli iscritti al Pd: ne bastano 500. Io avrei anche potuto accettare la proposta dei Verdi e farmi indicare da loro. Poi sono iscritto al partito ed ex assessore della giunta Fassino come Lo Russo: ma in un Pd con gli iscritti al lumicino, sapevo che i notabili avevano già scelto. Allora ho preferito cercare i cittadini, con pochissimi mezzi e con un’esclusione ben precisa.

Quale?

Tra le mie firme non ce n’è una che arrivi dal centro della città della borghesia progressista. Sono andato nelle periferie, alle Vallette, a Barriera Milano, a Mirafiori: dove nel 2016 molti hanno abbandonato il Pd e mandato in Comune Chiara Appendino e il M5S.

E com’è andata?

Ho raccolto firme, ma ho trovato anche tracce inquietanti e qualche assenza. L’unico candidato del centrosinistra a frequentare quei posti ero io e, invece, molti mi dicevano che Paolo Damilano, l’imprenditore candidato civico del centrodestra, era già passato. Quello è un mondo dove Fratelli d’Italia e Lega possono raccogliere consensi.

Damilano può vincere, dunque? Ma non è lui l’“uomo nero” che spaventa la “vecchia” Torino antifascista?

Il pericolo che possa vincere il centrodestra è reale, lo avverti se esci dalle stanze chiuse e vai tra la gente. Damilano non è un “uomo nero”, ma un moderato che potrebbe non essere visto come un nemico dalle classi dirigenti di Torino. Semmai, se fossi io il candidato del centrosinistra, mi piacerebbe chiedergli: ma come fai, con la tua storia di imprenditore, a stare da quella parte? Detto questo, però, è altrettanto vero che lo si può comunque battere.

Lei è anche l’unico del centrosinistra che, da un anno e mezzo, chiede un accordo con i Cinquestelle. Ed è anche l’unico che non ha detto no all’apertura della sindaca Chiara Appendino. E adesso?

Se stasera entrerò nella corsa delle primarie e poi se le vincerò, dirò che per me l’alleanza con il M5S è strategica. E sin dal primo turno: chi parla di decidere tutto al ballottaggio sa che si tratta di un’ipocrisia. Ci siamo scontrati duramente cinque anni fa, ma adesso non siamo in una situazione postbellica. Non ci sono vendette da compiere, ma invece tante cose sulle quali la pensiamo quasi allo stesso modo: e non solo grazie all’esperienza del governo Conte. Non ho niente di personale contro l’Appendino e immagino valga altrettanto per lei, anche se non si dovrebbe comunque più discutere di personalismi. Il tempo e i modi per un’alleanza ci sono ancora: basta che dalle primarie non escano i candidati del no.

Perché una conferenza stampa al momento di presentare le firme?

Per dire al mio partito, comunque vada, che io sono stato tra la gente e che ora tutti devono tornare a farlo. Poi per chiedere a Enrico Letta e a Francesco Boccia che le primarie di Torino, chiunque sia candidato, siano primarie vere: lo ripeto, vere.

Nella sinistra del Pd, il suo referente più importante, il costituzionalista e deputato Andrea Giorgis dell’area Cuperlo, si è schierato per Lo Russo. Una delusione?

Sì, non lo nego. Ma i suoi lo hanno lasciato solo e appoggiano me, così come i Verdi e Articolo 1.

Qualche altra delusione?

Sergio Chiamparino: non perché appoggia anche lui Lo Russo, ma perché dopo aver trattato con Appendino per una ipotesi unitaria attorno al rettore del Politecnico, Guido Saracco, non ha più fatto nulla per tenere aperto il dialogo.

Un consiglio a chiunque sarà il candidato a sindaco per il centrosinistra?

Andare tra la gente e, soprattutto, tra i giovani. Se non si è capaci a farlo, sforzarsi di cambiare. Magari mettendo da parte, se esistono, certi toni: chiamiamoli così, altezzosi. Le periferie non sono la “comfort zone” della borghesia cittadina, là dove i “notabili” sperano comunque di sopravvivere.

Il leghista denunciato dalla moglie

Pochi giorni fa ha partecipato a un evento del Family Day sulla “famiglia sotto attacco”, difendendo i valori rappresentati dall’unione “di una mamma e un papà” contro “tutte le altre porcherie”. L’eurodeputato leghista Danilo Oscar Lancini, però, qualche problema “familiare” ce l’ha: la moglie lo ha appena denunciato per violazione degli obblighi di mantenimento. Non solo, perché la donna ha anche chiesto e ottenuto anche il pignoramento dei conti correnti da parte Tribunale di Brescia, non avendo l’eurodeputato provveduto al pagamento dei contributi familiari fissati.

La vicenda, va da sé, meriterebbe estrema riservatezza vista la natura personale del tema. Ma è lo stesso Lancini che da anni costruisce parte delle sue fortune politiche sbandierando i valori della “famiglia tradizionale”, rendendo dunque di pubblico interesse la sua vicenda privata.

Già, perché la moglie del leghista, con cui Lancini ha avuto un figlio, lamenta mancati versamenti per oltre 20mila euro, una cifra che il Tribunale ora intende recuperare bloccando i conti dell’eurodeputato (il cui stipendio mensile da Bruxelles supera i 10 mila euro), visto che non è intervenuto alcun pagamento spontaneo del dovuto. Lancini si è opposto al pignoramento, che però resterà in atto almeno sino al 23 giugno, data dell’udienza in cui il leghista spera di veder accolto il proprio ricorso.

Nel frattempo, la moglie – con cui sta portando avanti le pratiche di separazione – si vuole tutelare anche con la denuncia penale e, assistita dall’avvocato Pierantonio Paissoni, contesta al leghista di non aver pagato quanto dovuto per circa 10 mesi a cavallo tra il 2020 e il 2021.

Contattato dal Fatto, Lancini minimizza e ne fa una questione di privacy: “Sono cose personali che non c’entrano nulla con la mia attività politica”. Neanche con le sue battaglie in favore dei sani principi familiari? “I miei valori non vengono meno se capita una cosa del genere nella mia vita privata. Non è una bella situazione, sono cose sofferte e difficili”.

Lancini oggi convive con un’altra donna, con cui ha avuto due figli. Qualche anno fa si parlò di lui perché, da sindaco di Adro, nel bresciano, inaugurò una scuola elementare totalmente griffata Lega Nord: il simbolo del Sole delle Alpi ricopriva arredi, porte, finestre, persino bidoni dell’immondizia. Dopo un paio di mancate elezioni al Parlamento, Matteo Salvini gli ha concesso la promozione a Bruxelles.

Via Feltri? Giallo a “Libero”. Ma lui nega: “Non mi risulta”

Nel gran ballo della borghesia, come insegna il maestro Buñuel, a contare è più la forma del bicchiere ove versare il Martini Dry che il sentimento. Soprattutto a certe altezze, laddove il cinico individualismo liberale prevale sull’amicizia e sull’amore. E a maggior ragione se in ballo ci sono stipendi a tanti zeri, una vera rarità in questi tempi di forzata austerità pandemica.

Accade così che l’idillio ritrovato tra Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti, sotto la protezione milanese del cavallo alato di Libero e della potente e ricca famiglia romana degli Angelucci, non sia proprio armonico come si racconta. Del resto i due sono pesi massimi della stampa di destra, spesso rivali, talvolta amici: Feltri, borghese bergamasco nonché primadonna di talento; Sallusti, borghese di Como ed ex numero due assurto al rango recente di étoile. Inutile però ripetere per l’ennesima volta l’andirivieni di loro due e Maurizio Belpietro alle direzioni di Libero e Giornale. Soffermiamoci sull’ultima scena.

Sallusti che lascia il Giornale berlusconiano dopo dodici anni da direttore e va via come un ladro, senza salutare nessuno, a quel paese pure la forma una tantum. Un paio di giorni dopo firma da direttore responsabile di Libero e sfogliando il quotidiano si avvertono le prime scosse telluriche. Feltri relegato di spalla a destra, in prima; l’ex direttore responsabile Senaldi, retrocesso a “condirettore” escluso dalla gestione della macchina; infine le firme femminili di osservanza feltriana sbattute all’interno senza più la vetrina della prima pagina.

Movimenti che non sono passati inosservati e che potrebbero condurre a una clamorosa operazione: pensionare anzitempo lo stesso Feltri, che oggi è direttore editoriale di Libero e ha uno stipendio annuo a sei cifre che incide parecchio sui bilanci degli Angelucci.

E qui inizia il mistero di questo presunto idillio ritrovato tra Feltri e Sallusti, santificato con cene settimanali tra i due, accompagnati dalle rispettive consorti, compagne o affini che siano. Al centro del mistero c’è però un pranzo milanese a metà della settimana scorsa. A tavola Angelucci padre e figlio, cioè il deputato Antonio e Giampaolo, anima di Tosinvest; Sallusti e Feltri; altri due commensali. Non invitato il povero Senaldi.

Prima versione. Secondo quanto trapela da fonti aziendali di Libero, il piatto forte del pranzo sarebbe stato questo: la comunicazione a Feltri da parte degli Angelucci di non fare più il direttore editoriale. Talmente sorpreso, Feltri non avrebbe capito subito, al punto che i suoi interlocutori avrebbero dovuto ripetere la cosa altre due volte. Una versione questa che completerebbe il terremoto provocato dall’arrivo di Sallusti. Peraltro lo stesso Feltri, più di una settimana fa, avrebbe saputo dell’operazione ad accordo praticamente chiuso. In ogni caso il contratto di Feltri è in scadenza e nel prossimo giugno compirà 78 anni.

La versione di Feltri. Interpellato dal Fatto, Feltri conferma il pranzo ma dice: “È vero che il cornuto è sempre l’ultimo a sapere le cose, ma questa è una totale stupidaggine. Non mi risulta affatto, anche perché Sallusti è stato voluto anche da me. Lui fa il direttore responsabile e io quello editoriale, andremo d’amore e d’accordo”. Non solo. Il fondatore di Libero forse è anche sollevato (“ne avrei qualche conforto”, ha detto) dal fatto di non dover più seguire la macchina del giornale, alla soglia appunto dei 78 anni.

Conclusione. Solo il tempo dirà quale sarà il destino della coppia riformatasi all’improvviso a Libero. Giova ricordare che l’ultima volta la loro coabitazione fu brevissima e i due non si lasciarono bene. Era sul finire degli anni Zero al Giornale. Fatale fu la velina del caso Boffo, il direttore di Avvenire condannato per molestie. Come rivelò Feltri più tardi a “veicolare l’informazione” fu la filiera formata da “Bertone, Bisignani e Santanchè”. Quest’ultima era la compagna di Sallusti nonché pilastro del cerchio magico dell’allora premier Silvio Berlusconi. Ci sarà il bis?

Si sveglia il Pd: “Subappalti e maxi-ribassi inaccettabili”

Ci ha messo un paio di giorni da quando Il Fatto lo ha scritto, ma alla fine pare che il Pd si sia svegliato e ha iniziato a protestare per la previsione – contenuta nelle bozze del decreto Semplificazioni che andrà in Consiglio dei ministri questa settimana – di resuscitare nei lavori pubblici sia il massimo ribasso come criterio di aggiudicazione delle gare sia i subappalti liberi fino al 99% dei lavori (senza la responsabilità in solido dell’appaltatore rispetto alle ditte che chiama sui suoi cantieri). Due cose che ovviamente vanno insieme: se l’offerta economica è troppo bassa, bisogna lasciare che le imprese facciano margine su quel che resta, vale a dire stipendi e sicurezza del lavoro.

Come i lettori ricorderanno, intervistato sul nostro giornale, il segretario della Fillea Cgil Alessandro Genovesi aveva chiarito che così l’unica via è lo sciopero generale: “Si torna ai peggiori anni 50, alla giungla nei cantieri, all’apertura agli illeciti, al cottimo”. Ora segue anche il centrosinistra in Parlamento. Dice l’ex ministra delle infrastrutture Paola De Micheli: “Il Pd non può consentire il ritorno del massimo ribasso negli appalti, perché in quelle pieghe si inseriscono le mafie. Bisogna proteggere il lavoro e i cantieri dalle mafie”. Per Federico Fornaro, capogruppo di LeU alla Camera, “liberalizzare l’utilizzo senza limiti dei subappalti per velocizzare le opere pubbliche è un rimedio ben peggiore del male”. Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana, parla di “paghe da fame e sfruttamento, lavoro in nero, rischi concreti di infortuni causati dalla minore sicurezza. Sarebbe di una gravità e di un’ipocrisia senza precedenti”.

Molto dura anche l’associazione anti-mafia Libera: “Illudersi di velocizzare le procedure per questa via è una strategia miope e rischiosa, che apre la strada ad una liberalizzazione di fatto, potenzialmente criminogena, delle gare d’appalto: un vero e proprio ‘liberi tutti’ per mafie e corruzione”.