Norme col brand: progetti Enel, Eni, Snam&C. finiti nel decreto

Il Piano di ripresa e resilienza, Pnrr per gli amici, è una bestia strana: bisogna fare in fretta e c’è più di un dubbio che la nostra Pubblica amministrazione – tradizionalmente non proprio efficientissima e devastata da oltre un decennio di blocco del turn over – riesca a guidare i processi di spesa nei tempi, strettissimi, stabiliti a Bruxelles. E allora, con la benedizione di quella camera di compensazione degli interessi diffusi che è la Commissione Ue (con la sua tecnostruttura), tornano buone le proposte delle grandi aziende: sanno come progettare e possono spendere abbastanza in fretta. Sulla parte energia, ad esempio, diverse norme del dl Semplificazioni da approvare in settimana sono di fatto “brandizzate”.

Eni/1. Tra gli investimenti prioritari per la transizione energetica citati ci sono, ad esempio, gli “Interventi per la riconversione delle raffinerie esistenti e nuovi impianti per la produzione di prodotti energetici derivanti da fonti rinnovabili, residui e rifiuti (…) anche finalizzata alla produzione di carburanti rinnovabili non biologici (idrogeno, e-fuels), carburanti da carbonio riciclato (recycled carbon fuels)”. È il progetto “waste to fuel” (da rifiuti a carburante) già avviato dal cane a sei zampe a Gela e a Marghera e presentato persino in Senato.

Eni/2. Strategico pure investire in “Impianti di riconversione del ciclo produttivo finalizzati a ridurre le emissioni da parte del settore industriale, ivi compresa la cattura, trasporto, utilizzo e/o stoccaggio della CO2”. Giusto il progetto lanciato da Eni a Ravenna, che gli consentirà di non dismettere, anzi di continuare a far fruttare i giacimenti esauriti nell’Adriatico con le ormai inutili trivelle.

Enel. Gli articoli 15 e 16 dell’ultima bozza del Semplificazioni sono antiche richieste dell’ex monopolista elettrico: escludere dalla Via “gli impianti di accumulo elettrochimico di tipo ‘stand-alone’ e le relative connessioni alla rete elettrica” e quelli fotovoltaici fino a 10MW realizzati in aree industriali; limitare (assai) il potere delle Regioni nei processi autorizzativi sulle grandi centrali elettriche; rendere (molto) più facili – e con minori controlli – i cambiamenti di volumetria e tecnologia negli impianti fotovoltaici, eolici e idroelettrici.

Snam. Il gasdotto, come raccontiamo nel pezzo qui sopra, domina nel Piano del ministero di Cingolani. E per portare fuori (phase out) la Sardegna dal carbone, pare proprio si sia deciso di rendere strategiche entrambe le “dorsali” del gas progettate proprio da Snam: quella nel tratto Sud era già stata autorizzata dall’ex ministro Sergio Costa, che però aveva più di una perplessità su quella Nord; ora la società le avrà entrambe. E questo nonostante l’idea di basare la riconversione energetica dell’isola sul gas sia stata bocciata da uno studio indipendente commissionato da Arera, l’Autorità per l’energia.

Terna. Ovviamente anche i progetti della società della rete elettrica saranno coinvolti dalle semplificazioni del Pnrr, ma va detto che rendere quell’infrastruttura più “smart”, sicura, efficiente e capace di dialogare con la produzione da rinnovabili (tendenzialmente discontinua) è davvero fondamentale per centrare gli obiettivi di riduzione delle emissioni.

Confindustria (e Lega). La divisione Ambiente degli industriali e il Carroccio (attraverso la sottosegretaria Vannia Gava) lo chiedevano da tempo e ora lo avranno: passerà alle Regioni, più malleabili, la competenza sul cosiddetto “end of waste”, il processo attraverso cui quelli che un tempo erano considerati rifiuti possono, stabiliti dei requisiti tecnici, essere invece riciclati in un’attività industriale (il ministero darà le linee guida sui materiali, ma le Regioni potranno ignorarle producendo un parere dell’Arpa regionale, cioè di un loro dipartimento). L’inchiesta sui rifiuti conciari di Arezzo (utilizzati nell’edilizia) che coinvolge la ‘ndrangheta e imbarazza il governatore toscano Eugenio Giani non sarebbe mai nata: la Regione avrebbe potuto autorizzare il riciclo industriale di quel tipo di rifiuti e tanti saluti. Per essere sicuri che nessuno disturbi, ora verranno pure aboliti i controlli dell’Ispra.

 

La Soprintendenza speciale: perché è una pessima idea

Al fine di assicurare la più efficace e tempestiva attuazione degli interventi del Pnrr, presso il ministero della cultura è istituita la soprintendenza speciale per il Pnrr, operativa fino al 31 dicembre 2026”: all’articolo 12 della bozza del decreto Semplificazioni c’è la risposta del ministro della Cultura Dario Franceschini alla voglia del collega della Transizione ecologica Roberto Cingolani di farla finita con i pareri delle Soprintendenze. Una risposta che non riesce a migliorare il quadro e si traduce nella creazione di un nuovo ufficio dirigenziale a Roma che deliberi su quasi tutti gli interventi legati al Pnrr, con tanto di possibilità di avocare a sé i poteri delle Soprintendenze locali.

Non è infatti la risposta che i tecnici del ministero si attendevano. Il nuovo ufficio sarà interno alla Direzione generale Belle Arti e Paesaggio di Roma (che oltretutto, dalla riforma del 2014, già aveva queste competenze) e sarà operativo in caso di interventi che afferiscano a territori di competenza di due o più uffici periferici. Sembra un’eccezione, ma non lo è: dato che gli uffici territoriali sono quasi sempre più di due nella stessa Regione, avrebbe potere decisionale e di controllo su moltissimi ed estesi interventi (anche regionali) in territori pure lontanissimi da Roma, escludendo di fatto, e ancor più di quanto avvenuto finora, il ruolo di chi conosce da vicino le peculiarità dei luoghi.

Questa Soprintendenza speciale opererebbe poi sia con personale interno sia con “una segreteria tecnica composta, oltre che da personale di ruolo del ministero, da un contingente di esperti di comprovata qualificazione professionale”. In buona sostanza, personale assunto a tempo determinato, selezionato per titoli e colloquio e pagato 50 mila euro l’anno: più di un funzionario ministeriale regolare. A dirigerla sarà la stessa direttrice generale Archeologia Belle Arti e Paesaggio, che si ritroverebbe così a ricoprire un doppio incarico, ad interim, su questioni delicate. È poi poco chiaro perché rivolgersi a personale esterno quando esistono funzionari ministeriali già assunti e preparati anche in virtù dell’esperienza maturata in un ufficio che si occupava di analoghe procedure.

Il pensiero diffuso tra le fila ministeriali (il regolamento ministeriale vieta ai dipendenti di parlare con la stampa senza il consenso dei superiori e quindi non possiamo riportare nomi) è che si tratti di una procedura costosa (875 mila euro per i prossimi tre anni), superflua e che rischia di indebolire controlli e trasparenza. Insomma, la stessa direzione che ha l’intero impianto del decreto Semplificazioni. Inoltre, il rafforzamento del silenzio-assenso (con i tempi contingentati) metterebbe in difficoltà gli uffici periferici del ministero, provati da carenze strutturali. I tecnici – spesso con esperienza pluriennale e assunti con regolare concorso – hanno appreso la notizia dai giornali. “Centralizzazione e incarichi a tempo senza concorso appaiono un modo per politicizzare decisioni che dovrebbero essere tecniche, un processo tipico del ministero di Franceschini”, spiega l’archeologo Flavio D. Utzeri dell’associazione di settore Mi Riconosci. In molti protesteranno: lo hanno fatto per la proposta del ministro Cingolani di eliminare i vincoli di tutela, lo faranno ancor più contro Franceschini, che dovrebbe essere il ministro che promuove il territorio invece di sacrificarlo alla causa della semplificazione a tutti i costi.

La transizione energetica? Inceneritori “strategici”…

Transizione energetica, lotta al cambiamento climatico, economia green. Chi non è d’accordo? Com’è noto, però, il diavolo è nei dettagli, e nell’ultima bozza di semplificazioni dedicate al Piano di ripresa (Pnrr) – il decreto sarà approvato in settimana – il diavolo ha un discreto spazio: in sostanza, per raggiungere gli obiettivi del Pniec (il piano nazionale per il clima) – che poi sono una drastica riduzione delle emissioni di qui al 2050 – diamo un via libera semplificato, e a forte rischio di incostituzionalità, a cosette tipo gli inceneritori, grandi gasdotti, riconversione di raffinerie etc., spesso peraltro secondo i progetti già presentati da grandi gruppi privati (da Eni e Snam in giù). Tutto sotto il cappello delle “rinnovabili”.

Anche se è difficile da credere, questo è il combinato disposto di alcune “semplificazioni” apparentemente innocue e un “Allegato I-bis” citato nel testo e che Il Fatto ha potuto visionare. Nell’idea degli estensori, tra cui ci auguriamo non ci sia il ministro Roberto Cingolani, dovrebbe funzionare così. Oltre alla “Valutazione d’impatto ambientale” (Via) velocissima appaltata a una Commissione speciale (ne abbiamo parlato nei giorni scorsi), si sancisce che “le opere, gli impianti e le infrastrutture necessari alla realizzazione dei progetti strategici per la transizione energetica inclusi nel PNRR e al raggiungimento degli obiettivi fissati dal PNIEC, come individuati nell’Allegato I-bis, costituiscono interventi di pubblica utilità, indifferibili e urgenti”. Sono “infrastrutture strategiche” come recita il titolo dell’articolo, il che comporta – grazie a un’altra norma – una limitata possibilità di ottenere la sospensiva cautelare del via libera in caso di ricorsi giudiziari.

Questi impianti andranno realizzati – attraverso un procedimento velocissimo – in “aree idonee” dal punto di vista paesaggistico. Le Regioni devono indicarle in 120 giorni in accordo con il ministero della Cultura: una volta stabilito che l’area è idonea si può fare tutto, non importa quanto grande e impattante sia il progetto presentato (“s’intende acquisita la valutazione di impatto paesaggistico”). Di più: definire un’area idonea comporta l’automatica “variante agli strumenti urbanistici comunali”. E ancora: se ci si trovasse accanto a un’area vincolata, la Soprintendenza potrà dare un suo parere, ma non vincolante. Addio alla tutela del paesaggio (articolo 9 della Costituzione) e al coinvolgimento dei territori: chi non parla ora, taccia per sempre.

E che genere di opere strategiche – “necessarie al raggiungimento degli obiettivi fissati dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima” e incluse nel Piano di ripresa – godranno di queste plurime corsie preferenziali? Secondo l’Allegato I-bis molte e non proprio green. Ci piace partire dai “Nuovi impianti per la produzione di energia e vettori energetici da fonti rinnovabili, residui e rifiuti”, tra cui quelli per la “generazione di energia termica” anche da, tra una pala eolica e un pannello solare, “residui e rifiuti”. Che significa i vecchi e cari inceneritori. Strategici, come la produzione di carburanti da rifiuti nelle ex raffinerie Eni…

Per non fare che un solo altro esempio, tutti i paragrafi dedicati al “settore gas” e al cosiddetto “phase out” dal carbone in Sardegna è basato sul gas: gasdotti, rigassificatori, impianti di stoccaggio, eccetera. Su questo lasciamo la parola a John Kerry, inviato speciale per il clima di Joe Biden, non proprio Greta Thunberg: “Il ministro Cingolani – ha detto intervistato dal CorSera – mi ha mostrato le mappe dei gasdotti, esistenti e in discussione. Ma attenzione: il gas naturale è comunque un combustibile fossile, composto all’87% circa di metano, quando lo bruci crei CO2, e quando lo sposti possono esserci perdite molto pericolose”. Investire oggi in fonti fossili significa garantire ritorni per un paio di decenni abbondanti: che senso ha se si accetta l’obiettivo zero emissioni per il 2050?

Quante leggi bloccate: manca un decreto attuativo ogni due

Non ci sono solo le riforme legate al Recovery Plan che arriveranno presto in Parlamento a togliere il sonno a Mario Draghi e al suo braccio destro, Roberto Garofoli. Perché se la maggioranza rischia di entrare in fibrillazione sui temi più divisivi come i disegni di legge delega su Giustizia, Fisco e Concorrenza, la capacità di fare le riforme si misurerà anche sull’efficacia di attuarle. E fino a oggi, gli ultimi governi – tra cui anche l’attuale – hanno dimostrato un’estrema lentezza nella pubblicazione dei decreti attuativi, le norme ministeriali che servono per far diventare operative le leggi approvate. Il governo Draghi non ha brillato sull’adozione dei provvedimenti: dei 51 decreti attuativi richiesti, secondo la relazione presentata in Cdm dal sottosegretario a Palazzo Chigi Garofoli e i dati di Open Polis aggiornati al 14 maggio, solo 5 sono stati pubblicati dai ministeri (il 9%). Da inizio legislatura sui 1.183 decreti attuativi richiesti ben 637 (il 53,8%) non sono ancora stati pubblicati. Ergo: 41 atti su 95 sono incompleti. Il governo Draghi si è trovato sulle spalle il macigno degli esecutivi precedenti: ha ereditato 125 decreti su 333 del Conte-1 (il 37,5%) e 466 su 799 del Conte-2 (il 58,3%).

Nella relazione di Garofoli viene stilata una classifica dei ministeri più produttivi e di quelli più “pigri” in termini di attuazione dei provvedimenti. Anche se i dati riguardano tutta la legislatura, i ministeri più efficienti sono quelli occupati da politici e quelli che lo sono meno invece sono quelli tecnici. In cima alla classifica ci sono i ministeri degli Esteri e delle Politiche giovanili con il 100% dei decreti adottati, seguiti dal ministero della Cultura (83%), Affari Regionali (67%), la Presidenza del Consiglio (64%) e il Lavoro (62%). In fondo alla classifica c’è il ministero della Transizione ecologica con 9 decreti attuativi adottati su 73 (12%), Giustizia (20%), Mur (34%) e Infrastrutture al 39%. Un altro problema per Draghi: la macchina legislativa è ingolfata.

Le bozze “last minute” e i partiti all’angolo: Mario fa tutto da solo

Mario Draghi guida da solo, e i partiti che il volante neanche lo sfiorano hanno il mal di pancia, si vede: però dovevano aspettarselo. “In una maggioranza così larga come questa i Consigli dei ministri non possono essere vertici in cui si discute davvero, come faresti?”, sospira ma ammette un veterano. Rapido, nel fare subito il paragone con il governo Conte: “In quel caso sì, i Cdm potevano essere anche dei vertici di maggioranza…”. Ma ora no, anche se più di qualcuno ha chiesto più condivisione. E raccontano che da palazzo Chigi la risposta, data a diverse orecchie di rango, sia stata grosso modo questa: “Il governo si preoccupa di governare, le mediazioni le fanno i partiti, in Parlamento”. Tradotto, discutetene tra voi nelle Camere, ma poi per vere trattative con Draghi e i suoi due o tre ministri di riferimento non c’è tempo né modo.

Una replica ottima anche per scaricare le tensioni di governo sulle forze politiche cioè sui portatori d’acqua. E anche su questo la formula dell’esecutivo di unità, emergenza o salvezza nazionale, a seconda di come lo si voglia declinare, incide. Però ci sono nodi operativi di cui i partiti sono già abbastanza esausti. Primo tra tutti, quello sui testi di legge, che arrivano in via definitiva solo a ridosso dei Cdm.

Anche il decreto Sostegni-bis è approdato nel pre-consiglio di mercoledì ancora in bozza. “Il testo finale l’abbiamo avuto solamente a meno di un’ora dal Consiglio”, racconta un ministro. E capidelegazione e ministri dei partiti non hanno esattamente gradito. Tanto che, seppure con toni pacati, il problema è stato sollevato in Cdm, più volte. Dal dem Dario Franceschini al leghista Giancarlo Giorgetti, fino a forzisti e grillini, hanno posto il tema davanti a Draghi: “Presidente, vorremmo avere più tempo per studiare i testi”. E lui? “Niente, imperturbabile”, assicurano varie fonti. Nei Consigli e nei vertici non diceva e non dice quasi nulla: qualche “grazie”, qualche frase formale o di circostanza. Perché il suo ruolo e il suo peso il presidente del Consiglio li mostra innanzitutto con il silenzio, quello di chi tanto ha l’ultima parola, e provassero a togliergliela.

Certo, “sul dl Sostegni c’è stata una cabina di regia politica”, riconosce una fonte di governo. Una discussione, su un provvedimento che ha in pancia 40 miliardi. Ed è già più di qualcosa. Ma non si riesce a chiedere più di così. Ed è anche la politica che sbatte contro se stessa, ancora una volta. Perché è debole, e se Draghi è lì a gestire e a distribuire “no” in parti uguali la prima ragione è sempre quella.

Allora però si torna alla domanda che in questi giorni rimbalza ovunque: l’attuale premier si vede presidente della Repubblica a febbraio? Al Fatto che glielo ha chiesto giovedì in conferenza stampa, Draghi ha risposto con durezza (a naso studiata): “Trovo estremamente improprio che si discuta del capo dello Stato quando è in carica. L’unico autorizzato a parlare del capo dello Stato è il presidente della Repubblica”. Ma non è stato un no, per nulla.

Dopodiché, come riuscire a farsi trainare al Quirinale da quei partiti a cui sovente lascia solo briciole? Dalla voglia del centrodestra di elezioni anticipate, per esempio. E dall’incapacità diffusa di trovare un altro punto di caduta. “Draghi ci pensa, certo, al Colle – sussurra una fonte di peso – ma resterà quello che è anche nelle prossime settimane, cioè non si mostrerà più aperto ai partiti. Perché la sua forza è restare così, sopra tutti gli altri. Ora nella lunga corsa per il Quirinale è nel gruppone, con gli altri concorrenti. Per staccarsi avrà tempo”.

Ma lo strappo per il traguardo non cambierà il suo modo di correre. E di tacere, se lo preferisce.

“La tecnica è politica: Draghi dica che Italia vuol costruire”

L’ultimo saggio di Gaetano Azzariti (Diritto o barbarie, Laterza) conquista il lettore – anestetizzato da una società che ha rimosso i conflitti – fin dalla prima riga: “Questo libro non parla alle anime chete, si rivolge a chi vuol cambiare il corso degli eventi, alle anime inquiete, a chi sente il disagio del tempo presente”.

Professore, tra le spie dell’attuale crisi lei mette il lavoro.

La concezione costituzionale del lavoro ha una valenza generale, è il diritto che qualifica la nostra democrazia (una “Repubblica democratica, fondata sul lavoro”). Dal lavoro discende il valore della persona, la sua dignità sociale: l’articolo 3 della Costituzione non parla solo di uguaglianza, ma la collega alla dignità. E il lavoratore ha diritto a una retribuzione sufficiente ad assicurargli “un’esistenza libera e dignitosa”. Tutto questo mi porta a dire che nella Costituzione c’è una grande attenzione alle persone e ai più fragili tra queste, che possono trovare il proprio riscatto nel lavoro. Oggi il paradigma è capovolto: la priorità è data alle cose, alla merce “inanimata”. È un problema di ordine politico, ma anche culturale, come dimostrano tutti i governi che tendono a dare priorità alle ragioni “tecniche” dettate dagli equilibri finanziari che finiscono per compromettere lo stesso nucleo incomprimibile dei diritti costituzionali.

Nel libro dedica molte pagine alla tecnica, apparentemente neutra, e al ruolo rassicurante che svolge di fronte a un’opinione pubblica spaventata dalla politica.

La tecnica deve essere al servizio dell’uomo, non può – come accade oggi – dominare le nostre società. La drammatica distanza che vedo tra il progetto liberatorio scritto nella Costituzione e il nostro presente è legata al passaggio dalla politica – come arte del governo della polis che contiene un progetto di emancipazione – al governo come tecnica. Nel ’75 Pasolini fece una famosa distinzione tra tecnica dello “sviluppo” – naturalmente di destra, voluto dalle classi dirigenti perché non mette in discussione l’esistente – e politica di “progresso” che ha in sé la naturale propensione ideale al riscatto e al cambiamento.

Qualcuno ha notato che sul palco del Primo maggio non si è quasi parlato di lavoro: perché i diritti sociali, che pure incidono sulla carne viva dei cittadini, sono stati dimenticati?

Perché la sinistra sfugge alle proprie responsabilità, sia sui diritti sociali che su quelli civili. Facciamo due esempi. Pensiamo alle ritrosie sul tema della disoccupazione: perché non si affronta una buona volta la questione del reddito minimo come espressione di un inalienabile ius existentiae? Ovvero pensiamo ai migranti: la sinistra ne fa un baluardo, poi quando va al governo attua politiche non così dissimili da quelle della destra.

Dopo gli anni settanta, il “trentennio d’oro” – scrive – inizia il “quarantennio di piombo”.

Nei “terribili” anni Ottanta si afferma l’ideologia dello “sviluppo” come unico fattore qualificante, in grado di assoggettare alle proprie logiche i diritti sociali. Inizia una “rivoluzione passiva” che – ci ha spiegato Antonio Gramsci – è l’arma delle classi dominanti che travolgono gli equilibri politico-culturali per conservare il potere. Non è stato un fenomeno solo nazionale. Prima venne la Thatcher – poi seguita da Reagan – che impose le ricette neoliberiste della scuola di Chicago e adottò le politiche di riduzione della complessità e distruzione del legame sociale già teorizzate, nel 1975, dalla Trilateral Commission. Il guaio è che il naturale argine a sinistra non resse all’urto e, in particolare i partiti socialisti, si fecero essi stessi promotori dello sviluppo senza progresso. In Italia inizia con Craxi la stagione del revisionismo costituzionale che ribalta la logica propria del costituzionalismo democratico: la Costituzione non serve per garantire i diritti e limitare i poteri, ma deve essere asservita alla “governabilità”. In Francia con Delors e Mitterrand la sinistra si arrende all’idea della “modernizzazione” che finisce per sacrificare le riforme sociali.

Una forma mentis che si trasferisce in Europa.

Delors diventa presidente della Commissione europea, scrive il libro bianco che è alla base del Trattato di Maastricht e che diventa il nuovo “paradigma”, la nuova razionalità del mondo.

La ministra Cartabia ha detto che senza riforme il Recovery plan è a rischio. Il Parlamento, da cui nemmeno è passato il Pnrr, che peso ha?

Io vorrei fuggire dalla retorica delle riforme, per poter riflettere sulla loro qualità. Che ci sia bisogno di riforme nessuno ne dubita. Tutti concordiamo sul fatto che bisogna estendere la digitalizzazione, riformare la giustizia e il fisco, rendere l’economia più green… Bene, ma come? Vorrei capire qual è la direzione di queste riforme. Parliamo del fisco: la riforma punterà alla redistribuzione del reddito o a favorire l’espansione del profitto? Qui la scelta è politica, non tecnica. La riduzione del tempo dei processi è obiettivo sacrosanto, ma come vogliamo conseguirlo? Contrastando il populismo penale e i formalismi procedurali ovvero riducendo le garanzie delle parti?

Si parla già di un secondo mandato di Mattarella.

L’ipotesi del bis di Mattarella, da lui esclusa, mi sembra sia il frutto di una serie di debolezze: la crisi dei partiti, sommata a quella delle classi dirigenti e delle formazioni sociali, senza dimenticare la confusione sociale che attraversa il popolo rabbioso, ma privo di prospettive e di reale rappresentanza istituzionale. Così, di fronte a questa desertificazione, ci si affida alle persone. La logica politico-istituzionale viene smarrita, prevale quella individuale. Mi pare che Mattarella abbia svolto la sua funzione con rigore, così come Draghi è una personalità stimata dall’establishment, ma il governo degli uomini non dovrebbe sostituire quello delle leggi. Almeno non in democrazia.

La Figliuoleide

In attesa che la reunion di Fontana&Gallera dia i frutti sperati, il Comm. Str. Gen. C. A. F. P. Figliuolo allunga il passo nell’avanspettacolo toccando vette ormai ineguagliabili di comicità. Ieri la macchietta in mimetica ha intimato ai presidenti di Regione di interrompere immantinente “annunci di azioni non coordinate preventivamente con la struttura commissariale e non inserite in un piano coerente a livello nazionale”. In pratica, gli annunci scoordinati li può fare solo lui. Infatti, dopo aver promesso – pancia in dentro e petto in fuori – “un milione di vaccinati al giorno da giugno”, ieri (22 maggio) Penna Bianca s’è vantato di aver finalmente centrato l’obiettivo del mezzo milione al giorno negli ultimi sette, che però aveva promesso per metà aprile (5 settimane fa). Però a fargli concorrenza e a “confondere l’opinione pubblica” sono i presidenti di Regione. Il che naturalmente sarebbe vero se lui, con tutti gli altri Migliori, non avesse a suo tempo promesso la “centralizzazione” delle vaccinazioni. Purtroppo, dopo l’annuncio, i Migliori si scordarono la relativa legge o decreto, forse perché scoprirono ciò che si sapeva da sempre: per scippare la sanità alle Regioni occorrerebbe una riforma della Costituzione, o almeno della legge 833 del 1978, che i partiti si tengono ben stretta per difendere greppie e clientele territoriali. Così le Regioni continuano a fare come pare a loro.

Sarebbe interessante conoscere l’illuminato parere dell’emerito Cassese, se non fosse precipitato in uno stato di preoccupante afasia. Senza purtroppo contagiare il generale Damigiani. Il quale ora è incazzatissimo perché Liguria, Piemonte e Veneto minacciano di vaccinare i turisti nei luoghi di vacanza senza costringerli – come invece vorrebbe il bravo Figliuolo – a rincasare per le seconde dosi (un andirivieni che, per famiglie di quattro persone, si ripeterebbe quattro volte in due o tre settimane). Naturalmente non sappiamo se il loro sia solo l’ennesimo annuncio o se ci riusciranno davvero. Ma, nel caso, non ci vedremmo nulla di male, visto lo stato comatoso in cui versa il settore turistico. Preoccupa invece l’improvviso allarme del generalissimo che fa riderissimo sui “soggetti fragili over 60 e i cittadini con altre patologie che appaiono un po’ persi di vista, malgrado in molti casi non siano stati messi completamente in sicurezza”. In pratica, mentre lui dava i numeri, se li è persi per strada: strano, per una campagna vaccinale esaltata come una marcia trionfale a reti ed edicole unificate. Resta da capire a chi sia indirizzato il monito figliuolesco: con chi ce l’avrà mai? Non vorremmo che, non riuscendo a vaccinare gli over 60 e i fragili, ci entrasse in casa travestito da cespuglio per fare il culo a noi.

Il giovane Marx: il pensiero critico raccolto negli anni della sua formazione

A oltre 200 anni dalla nascita il destino di Karl Marx è probabilmente quello di essere sempre vivo. Che lo si accusi di nefandezze di cui non ha alcuna colpa o lo si esalti, spesso acriticamente, il filosofo di Treviri, fondatore della più acuta e imperitura critica del capitale, influenza il dibattito pubblico al di là della sua volontà. E offre il pretesto per libri come questo, inaspettato, di Giulio Marcon, che dopo essere stato un portavoce dell’Associazione per la pace, attivista del Terzo settore, fondatore di Sbilanciamoci, ha avuto anche un’esperienza parlamentare con Sinistra italiana.

Marcon fa una proposta semplice ed efficace: raccogliere gli scritti dei primi trent’anni di vita di Marx, fino al 1848, senza cedere alla tesi dei “due Marx”, uno giovane, filosofo e non ancora compiutamente “marxista” e poi l’autore de Il Capitale.

I testi costituiscono così l’opportunità di seguire la messa a punto delle idee-chiave, la resa dei conti con l’idealismo hegeliano – di cui, in ogni caso, Marx adotterà sempre la struttura logica della dialettica – fino alla redazione del Manifesto del Partito comunista che apre alla fase politica e attiva del binomio Marx-Engels.

In mezzo c’è innanzitutto l’elaborazione del concetto di alienazione, forse rimasto un po’ nell’ombra nell’eredità complessiva del marxismo e che proprio oggi viene rielaborato proficuamente dalle ultime generazioni della Scuola di Francoforte, e gli scritti sul denaro, “merce rapace”, propri dei Manoscritti economico-filosofici, le Tesi su Feuerbach che fondano più compiutamente il materialismo storico, gli attacchi a Proudhon e quindi al socialismo utopico, brani della Sacra famiglia e dell’Ideologia tedesca. Un libro di formazione utile alla formazione e uno strumento di critica economica nel momento in cui il liberismo non accenna minimamente a farsi da parte.

 

Il giovane Marx

Giulio Marcon

Pagine: 342

Prezzo: 24

Editore: Jaca Book

 

Monteverde, Roma: cinque poliziotti che possono scalare le classifiche di vendita

I commissariati formati da poliziotti bizzarri, asociali e pure sfigati sono una delle formule di successo del giallo, sperimentata soprattutto da scrittori di grido. E c’è da scommettere che anche François Morlupi, italo-francese che vive e lavora a Roma, presto diventerà un autore d’alta classifica con i suoi “cinque di Monteverde”, nome di uno dei quartieri più noti e belli della Capitale. Stile felicemente semplice, a tratti lieve e ironico, trama ben costruita e poi, loro, i cinque poliziotti del commissariato di Monteverde: il dirigente Biagio Maria Ansaldi, ossessionato dall’ansia e dalle malattie, suo malgrado single; il vice ispettore Eugénie Loy, del tutto sociopatica, fredda e schiava del lavoro nonché “portatrice sana di infelicità”; William Leoncini, adone di colore che si nutre di libri e documentari sul nazismo; il romanissimo Roberto Di Chiara, cinefilo e tifoso dei giallorossi; la bella Eliana Alerami, la più giovane del gruppo.

L’incipit dell’indagine è un suicidio. Un anziano imprenditore vedovo e scontroso, senza amici e di cui nessuno parla bene, viene trovato impiccato nella sua casa sulla Gianicolense. Tutto sembra portare alla soluzione più evidente. Giancarlo Gordi, questo il suo nome, si è tolto la vita come epilogo di un’esistenza cupa e tragica: la moglie si suicidò dopo la morte per incidente del loro figlio quindicenne. Ma la sociopatica Loy intuisce che qualcosa non torna. Ha ragione. L’uomo è stato drogato e poi impiccato. Si tratta di omicidio. È l’inizio di una catena di morte che ha le radici nel passato di Gordi. Nel solito caos di Roma, i cinque di Monteverde verranno a capo di una storia dolente nuotando come delfini tra i pescecani e non è detto che questi ultimi abbiano il sopravvento. Morlupi non disdegna nemmeno la critica politica: il ministro dell’Interno che indossa la divisa da agente assomiglia tanto a Matteo Salvini.

 

Come delfini tra pescecani

François Morlupi

Pagine: 414

Prezzo: 16

Editore: Salani

Il vecchio pesca e crea con lo stile “dell’iceberg”

Torna in libreria Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway (celeberrima storia del pescatore Santiago che in solitudine ingaggia una lunga sfida con un pescecane fino a ucciderlo). La nuova edizione per gli Oscar Mondadori si segnala perché include un racconto inedito, scritti giornalistici e fotografie sulla pesca. Ma soprattutto perché manda in soffitta la storica traduzione di Fernanda Pivano.

A restituire – emendate da errori e incongruenze – le pagine del romanzo premio Pulitzer nel 1953, ci ha pensato Silvia Pareschi, la quale richiama il principio dell’iceberg, un caposaldo della scrittura di Hemingway: “Il lettore vedrà solo la punta che affiora in superficie, ma non tutti gli studi, le ricerche, i dubbi e i ripensamenti che hanno portato alla parola approdata sulla pagina”. Uno stile, quello dell’autore americano nato nel 1899 a Oak Park nell’Illinois, che resta il più imitato di sempre: frasi brevi, pochi aggettivi, nessuna lentezza descrittiva, dialoghi che si fanno quasi ascoltare (memorabile Colline come elefanti bianchi in I quarantanove racconti, scandito dalle battute che si scambiano un uomo e una ragazza in una stazione).

Hemingway brilla per coerenza, fedele a un mantra: “Prima di scrivere sulla vita devi viverla”. Non c’è scrittore che più di lui abbia spremuto ogni suo giorno fino al limite estremo. Dentro i suoi 62 anni di vita ha infilato quattro mogli, tre figli, una parentesi bohèmien a Parigi, le corride spagnole, i tiri di boxe, le sbronze nei locali di Cuba, la pesca, i safari africani, le risse, gli elettroshock in Minnesota, le bevute epiche all’Harry’s Bar di Venezia, l’amicizia con star del cinema come Marlene Dietrich e Gary Cooper, l’amore per i gatti tanto da ospitarne 57 nella sua villa all’Avana, il premio Nobel per la letteratura. Come se non bastasse, non ha mancato nessun appuntamento come cronista con la Storia del primo Novecento: è sul fronte italiano durante la Prima guerra mondiale, in Spagna per la guerra civile, nella capitale francese durante la Liberazione. In bilico tra leggenda autocostruita e realtà, non si contano i pezzi di mondo che sono confluiti nella sua parabola terrena.

Hemingway incarna il mito del macho, del cacciatore, dell’eroe, che batte sulla macchina da scrivere con mani stremate dall’azione. “La guerra”, ha scritto, “è il miglior soggetto possibile. Tira fuori cose di ogni tipo che normalmente dovresti aspettare una vita per vedere”. Due suoi romanzi sono al riguardo testimonianze emblematiche. Addio alle armi del 1929 racconta la storia d’amore e di trincea prima, durante e dopo Caporetto tra un americano e un’infermiera, basato sulla sua esperienza personale di conducente di ambulanza della Croce Rossa. Per chi suona la campana del 1940 racconta le vicissitudini di un intellettuale americano che combatte in Spagna per le forze democratiche, alter ego dello stesso Hemingway, che prese parte alla guerra civile come corrispondente nelle file dei repubblicani opposti ai franchisti.

Forse però la metafora perfetta della condizione umana è nella lotta tra il matador e il toro nella corrida. In Morte nel pomeriggio scrive: “Il solo luogo dove si potessero vedere vita e morte, vale dire morte violenta ora che le guerre erano finite, era nell’arena dei tori”. Alto un metro e ottanta, torace ampio, fascinoso e attaccabrighe, Hemingway ha a tal punto mescolato i suoi spezzoni di vita con le sue pagine scritte e una impressionante quantità di scatti che lo immortalano che si fatica ancora oggi a svelare l’uomo oltre il mito. Certo, resta la sua fine tragica a suggerirci che la sua fame voracissima di esperienze non era che una rincorsa contro la morte. “Scrivere è un mestiere difficile, da compiersi in solitudine, una ricerca di sé da compiersi al cospetto dell’eternità”.

Solo davanti al suo destino come il vecchio pescatore Santiago, il 2 luglio 1961, quando si sparò un colpo di fucile in bocca (il suicidio è una maledizione familiare, come lui il padre Ed e la nipote Margaux) forse nella sua mente d1evastata ronzava una frase che aveva scritto trent’anni prima in Addio alle armi: “Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono forti nei punti spezzati. Ma quelli che non spezza li uccide”.