McGrath con Goya si rituffa nella “Follia”

La lámpara del diablo, tela di Goya esposta alla National Gallery di Londra, raffigura un povero sacerdote credulone, vittima di un maleficio, che di notte impazzisce per tenere accesa la sua lanterna perché se si spegnesse la sua anima verrebbe ceduta al diavolo. Il londinese Francis, anziano protagonista del nuovo romanzo di Patrick McGrath, autore dell’ormai evergreen Follia (1998), condivide lo stesso stato di quell’uomo: “Lasci spegnere la fiammella e addio alla tua anima”. Goya ha parlato a Francis negli anni, restituendogli attraverso la pittura la verità su vita e morte, rimorso e tradimento senza però fornirgli una chiave per la redenzione che è ciò di cui ha bisogno.

Poeta amante di Whitman, Poe, Swinburne e Melville, Francis ha un passato che lo tormenta e lo tiene sveglio la notte. Arruolatosi volontario nelle Brigate Internazionali negli anni 30 per appoggiare l’esercito della seconda repubblica spagnola e combattere le forze nazionaliste comandate dal generale Franco, attraversò la Manica in traghetto con altri giovani come lui, salì su un treno alla volta di Parigi e giunse a Madrid in convoglio nel mezzo di un raid aereo. Lì fu conducente di ambulanza, battagliò sul crinale del Jarama, vide compagni e civili morire e rischiò di essere giustiziato nel monastero di Santa Eulalia. Solo che non accadde perché al posto suo perì qualcun altro, uno a lui caro. Da quel momento il peso del tradimento lo opprime al punto da scatenargli visioni a cui la figlia e la sorella non credono, pensandolo affetto da demenza senile o pazzo, mentre la domestica Dolores (che Francis salvò quando aveva 8 anni, unica superstite della famiglia falciata dagli orrori del franchismo, e condusse con sé a Londra) e un giornalista in erba che ne raccoglie le testimonianze per scrivere un reportage sulla guerra civile spagnola gli danno credito.

Nel giardino della sua bicocca georgiana affacciata su una vecchia piazza dalle parti di Kennington Road, lungo la strada o ai piedi del suo letto, Francis vede Franco materializzarsi, l’uniforme verde macchiata di sudore, sangue, terra, feci. È una figura che lo perseguita da quarant’anni come un demone ghul e gli ricorda il padre dal quale ha imparato “l’amara lezione che un tiranno senza potere è una creatura davvero pietosa. Ma naturalmente non per questo meno malvagia. Il disfacimento etico, una volta iniziato, non conosce confini”. Le allucinazioni originano dalla vergogna, “dal mio stesso riflesso, ossia che quell’essere non sia là fuori, bensì qui dentro. Lo so. Follia. Il gioco del doppio, reso fin troppo reale”. Sarà un viaggio a Madrid per il matrimonio dell’amata figlia a dargli la chance, mentre Franco agonizza, prossimo alla morte (nel ’75), di attuare la propria (esilarante) rivincita ed espiare la colpa.

McGrath si conferma eterno esploratore dell’inconscio ma, seppur il romanzo sia godibile con punte di black humour tipicamente british, i fan della prima ora potrebbero rimpiangere le vette raggiunte col già citato Follia, Spider e Grottesco, da cui tre adattamenti cinematografici di pregio. La fiamma trema un po’ più del dovuto, dunque, ma non si spegne.

 

La lampada del diavolo

Patrick McGrath

Pagine: 272

Prezzo: 19

Editore: La nave di Teseo

“Special 2”, la vita con gli occhi di Ryan: trentenne gay e disabile

Una serie che parla di disabilità e omosessualità. Non necessariamente in quest’ordine. “Sono molto frustrato dalla mancanza di rappresentazione del sesso gay in tv e al cinema e ho voluto mostrarlo in modo autentico” ha detto Ryan O’Connell, creatore e protagonista di Special (la seconda stagione è disponibile dal 20 maggio su Netflix).

Basata sul libro autobiografico I’m special: and other lies we tell ourselves, la serie racconta la storia di Ryan, un ragazzo gay affetto da una lieve forma di paralisi cerebrale che abita con la madre iper-protettiva. Arrivato alla soglia dei trent’anni Ryan decide di prendere in mano la sua vita: comincia uno stage in un magazine online, conosce persone nuove e si trasferisce da solo in un altro appartamento. L’ingresso nel “mondo reale” lo costringerà a confrontarsi con la sua disabilità e la sua identità sessuale, a chiedersi chi è davvero e cosa vuole diventare.

Come Atypical, un’altra serie di Netflix che ha come protagonista un teenager autistico, Special racconta la diversità in modo sincero, leggero e autoironico. La sfida in questo caso consiste nell’introdurre una doppia diversità e di proporla come la cosa più normale del mondo. Ryan è un disabile gay che vuole uscire di casa, trovarsi un lavoro, farsi degli amici, avere una vita sessuale, innamorarsi: esattamente come i suoi coetanei.

Il successo della prima stagione, caratterizzata da episodi brevissimi, ha permesso nella seconda stagione di allungare i tempi e approfondire maggiormente la psicologia dei personaggi. Oltre alla madre Karen (Jessica Hecht) e alla migliore amica Kim (Punam Patel), in Special 2 fa la sua comparsa Tanner (Max Jenkins): Ryan si innamora di lui ma deve accettare di dividerlo con il fidanzato. Fra i produttori di Special c’è anche un nome notissimo agli appassionati di serie tv, quello di Jim Parsons, l’attore che interpreta Sheldon Cooper nella pluripremiata sitcom The Big Bang Theory.

 

Anno di grazia “1971”: e la musica si fece storia

Si chiama Spirito del Tempo, i tedeschi l’hanno concepito per storicizzare la filosofia, Asif Kapadia l’ha catturato per realizzare una delle più vibranti serie documentarie degli ultimi anni.

Perché nulla meglio della musica esprime lo Zeitgeist del 1971, annata mirabile di contestazioni, di conquiste e di straordinari artisti che le hanno incitate o celebrate. E per questo 1971, da ieri disponibile su Apple TV+, porta il sottotitolo “L’anno in cui la musica ha cambiato tutto”.

In otto entusiasmanti episodi, il premio Oscar per Amy (2015) mette in scena la straordinarietà di quei 12 mesi ispirandosi al volume 1971. L’anno d’oro del rock del giornalista musicale britannico David Hepworth. E lo fa fuggendo dalla cronologia per abbracciare i temi e gli eventi principali del ’71 articolandoli attraverso brani e album di culto, concepiti o usciti nell’annus mirabilis, che sono qualitativamente e quantitativamente un record nella Storia della musica leggera variamente declinata. Solo per ricordarne alcuni: Imagine di John Lennon, Hunky Dory di David Bowie, What’s Going On di Marvin Gaye, Tapestry di Carole King, Sticky Fingers ed Exile on Main Street dei Rolling Stones, Who’s Next di The Who, Your Song di Elton John, Soul Power di James Brown, Sun is Shining di Bob Marley. Ogni capitolo è una rivelazione di emozioni e ricordi portati sullo schermo con un sapiente montaggio di filmati d’archivio, fra perle inedite ed altre assolutamente iconiche.

Il viaggio intimo e universale ci trasporta indietro di (esattamente) 50 anni, e parte dalla domanda cardine catturata istantaneamente da Marvin Gaye, What’s going on, cosa sta accadendo? si chiedeva l’artista americano: la guerra in Vietnam aveva raggiunto il suo picco così come la dissennatezza di Nixon, le contraddizioni politico-sociali mondiali deflagravano sulla scia del ’68, ma i Beatles si erano sciolti spegnendo per sempre il sogno dei Sixties. Ad accorgersene per prima è la scena musicale, il vibe del cambiamento, di quei Changes cantati acusticamente nel silenzio dell’alba estiva della prima edizione di Glastonbury Fair da un David Bowie che presto sarebbe mutato in Starman.

Musicisti, cantautori e performer si attrezzano ad anticipare il senso di quel tempo confermando quanto da sempre l’arte sappia “presentire” la Storia, talvolta indirizzandone le sorti. Così accade che “immaginare” un mondo diverso sulle note dell’ attivista Lennon può trasformare la realtà: lo sguardo si apre al mondo, il suo amico ex Beatle George Harrison infiamma i cuori con Bangladesh, Iggy Pop e Lou Reed aprono le menti al “wild side”, il movimento Black esplode con le Panthers ed Angela Davis diventa un simbolo accompagnandosi alla voce della sodale Aretha Franklin, e portando avanti anche l’istanza dell’emancipazione delle donne: a farle eco contemporanea la richiesta di Respect di Tina Turner, il Blue di Joni Mitchell e quella magnifica Natural Woman chiamata Carole King.

Ma la “valanga” (Avalanche) cantata dal poeta Leonard Cohen non (com)portava solo le lotte per sovvertire il sistema e liberare la psiche dai pudori sessuali: gli “stupefacenti” anni Settanta inauguravano il dilagare delle dipendenze da cocaina ed eroina. Il club dei 27 lasciava un segno indelebile con le morti precoci di tre idoli assoluti (l’ultimo proprio nel 1971 fu Jim Morrison), portando gli artisti in una cupezza tossica da cui si poteva risorgere solo con con gesti radicali. L’intossicazione risentiva dei postumi violenti di Charles Manson e seguaci, il razzismo non si fermava, i soprusi mescolavano il Potere al Terrore, le prigioni esplodevano, le bombe non si contavano. Ma non si poteva uscirne nutrendosi di nostalgia per un passato degradato in emuli: serviva sperimentare, diventare pionieri di territori ignoti impossessandosi della sintesi elettronica, serviva il genio di Pete Townshend, la luna dei Pink Floyd, la vita su Marte di Bowie.

Il londinese di origini indiane Kapadia, classe 1972, ha realizzato l’opera che tutti avremmo voluto vedere ma forse ancora non lo sapevamo. Ora lo sappiamo.

 

In onda su Apple+

1971, The Year

That Music Changed

Asif Kapadia

 

Tom Hanks diventa “Geppetto” per Zemeckis

Tom Hanks avrà il ruolo di Geppetto in una nuova trasposizione live action di Pinocchio dal titolo provvisorio Maestro diretta per la Disney da Robert Zemeckis in estate in Toscana. Interpretato tra gli altri da Luke Evans e dal piccolo Benjamin Evan Ainsowrth, il film si avvarrà della computer grafica per dare vita ai personaggi non umani, affidati ad esempio alle voci di Joseph Gordon-Levitt, Cynthia Erivo, Keegan-Michael Key e Lorraine Bracco.

Dopo i sette David di Donatello vinti con Volevo nascondermi, Giorgio Diritti torna sul set per dirigere Lubo, un film prodotto da Rodeo Drive, Aranciafilm e Rai Cinema. Ambientata negli anni 30 e tratta dal romanzo Il Seminatore di Mario Cavatore, la storia è incentrata su Lubo Moser, un giovane zingaro forte e allegro costretto a trovare un nuovo senso di giustizia quando lo Stato svizzero gli porterà via i suoi tre bambini considerando il nomadismo una piaga sociale sull’onda dei venti di guerra che soffiano dalla Germania.

Michel Hazanavicius dirige sua moglie Bérénice Bejo in Final cut, un remake della commedia horror giapponese One Cut Of The Dead interpretato anche da Romain Duris, Matilda Anna Ingrid Lutz e Luàna Bajrami. Circondato da tecnici stanchi e attori disinteressati un regista sembra l’unica persona dotata dell’energia necessaria per dar vita a un nuovo film di zombi a basso costo ma alla vigilia di un ciak il set verrà sconvolto dall’arrivo di morti viventi.

Arnaud Desplechin è al lavoro su Deception, una trasposizione dell’omonimo libro di Philip Roth interpretata da Denis Podalydès, Léa Seydoux, Emmanuelle Devos e Gennadi Famin. È la storia di un romanziere americano a Londra che interagisce con sua moglie, la sua amante e vari personaggi femminili meno reali.

“Un altro giro” è l’inno all’alcool, pure se c’è il morto

Ha da poco vinto l’Oscar quale miglior film internazionale (ex straniero), ed è l’ennesimo motivo per cui correre in sala (distribuisce Movies Inspired con Medusa): Un altro giro di Thomas Vinterberg è un grande film, in direzione ostinata e contraria. Già, perché di questi tempi astemi e grami si permette la libertà – sì, libertà – di elogiare l’alcool, ovvero il gomito alzato. E pazienza se ci scappa il morto, il brindisi rimane alla vita, complice la scombiccherata teoria dello psicologo norvegese Finn Skårderud, secondo il quale colmando la nostra congenita carenza d’alcool (- 0,5%) le nostre relazioni migliorerebbero sensibilmente.

A metterla in pratica, pardon, nel bicchiere, sono quattro professori delle superiori, che messi all’angolo dall’esistenza decidono di versarsi la proverbiale seconda possibilità: interpretati dagli attori-feticcio di Vinterberg Thomas Bo Larsen, Magnus Millang, Lars Ranthe e, superbo protagonista, Mads Mikkelsen, si (ri)scopriranno piacevoli per gli studenti, piacenti per le compagne (forse) e, soprattutto, compagnoni, ossia disciplinati cazzoni, per sé stessi. C’è dell’alcool in Danimarca, e perché dovremmo astenerci? Mads e sodali ci invitano, senza eludere le cadute e i vicoli ciechi, a ritrovare l’ebbrezza, riassaporare la frenesia, rinvenire l’adrenalina, mettendosi all’altezza – al bancone, almeno – dei propri studenti, a metà tra Peter Pan e Winston Churchill, che avrebbe piegato la Germania se fosse stato a secco?

Film intelligente, sfidante e senziente, che se ne frega del bigottismo imperante, della morigeratezza politicamente corretta – sebbene abbia dovuto mutare l’originario titolo Drunk (Ubriaco) nel più ricevibile Another Round… – per parafrasare alticcio Lorenzo il Magnifico, “del doman non v’è certezza, chi vuol essere brillo sia”. Non mancano le assonanze poetiche, e di più, ideologiche, con il misconosciuto Flight di Robert Zemeckis, perché anche qui l’alcool è salvavita, sebbene non salva esistenza, e non può stupire: Vinterberg, che scrive con l’abituale Tobias Lindholm, continua a ficcare la camera – ve lo ricordate il pregevole Il sospetto, con il sospetto pedofilo Mikkelsen? – nel nostro lato oscuro, sondando tabù e aberrazioni, siano essi mali o antidoti. Incredibile come percorra il tema con leggerezza e sprezzatura, ancor più conoscendo la tragedia di cui è stato investito alla vigilia delle riprese e che ha reso il suo acceptance speech il momento più alto, e non solo emotivamente, dei 93esimi Academy Awards: la figlia diciannovenne Ida, che avrebbe dovuto prender parte al film, è morta in un incidente stradale. Ci vuole un fisico bestiale, e aggraziato, per soddisfare la teoria di Skårderud, per cui se non siete Mads andateci piano, e ci vuole un intelletto piccino per non intendere l’eccellenza di Vinterberg: uno che giri Festen, Il sospetto e Un altro giro dove lo trovate? Da vedere.

 

“La fama per Mr. Jones? Ancora oggi vado in ansia”

“Negli ultimi anni ho vissuto in una fattoria nella campagna inglese. È lì che sono nate le canzoni che compongono Butter Miracle Suite One – spiega Adam Duritz, frontman dei Counting Crows, fra le migliori band Usa, all’ottavo posto nella classifica Billboards, con all’attivo 7 album e nominations ai Grammy e agli Oscar –. È stata la solitudine a spingermi a scrivere: ogni giorno percorrevo cinque o sei miglia a piedi, tra colline e campi, e l’erba alta. È una cosa strana, per uno di città. La maggior parte delle volte so esattamente dove mi trovo, grazie anche allo smartphone. Ma in quei giorni ho riflettuto sul fatto che nella vita non sempre puoi sapere dove tu stia andando e in quale direzione…”.

Dopo 7 anni un nuovo disco a firma Counting Crows: 4 brani per 19 minuti. Perché non un album intero?

Non scrivevo da molti anni e riprendere è stata dura. Una cosa evidente sin dal primo brano, The Tall Grass, che si apre in modo semplice e quasi simile a un lamento. In quel momento era tutto ciò di cui ero capace. Ho iniziato a suonare i vari accordi che avevo nella testa, e poi ho cantato qualcosa tipo Bobby was a kid from round the town. Ho pensato: wow! potrebbe essere l’attacco di una nuova canzone! Da quel momento, accordi e melodie sono fioriti.

Come mai non ha scritto per così tanto tempo?

Non sono costante, anche se da ragazzo ho scritto ogni giorno, per anni. Ma quando entri a far parte di una band, la vita cambia. Si va in tour, si sta parecchio tempo lontani da casa e per me che non suono la chitarra quando compongo, ma il piano, è un problema, così faccio altro.

Cosa sarebbe diventato senza la musica?

(Sospira) Davanti a me vedo solo disoccupazione e fallimento. Mi considero fortunato, non avevo prospettive.

È stato uno dei protagonisti degli anni 90: che effetto fa assistere al revival di quel periodo?

È facile e allo stesso tempo divertente dare un nome a una generazione o a un nuovo movimento, ma in realtà non significa niente. È vero, la gente si sta reinteressando a quel periodo, ma è una cosa che avviene per quasi ogni epoca. A me, per dire, sono sempre piaciuti i pantaloni a zampa di elefante, e non li ho mai tolti perché era difficile trovarli negli anni 90.

Non si era mai tolto neppure i dreadlocks

I rasta, la barba lunga, avevano quasi fatto dimenticarmi qual è il mio volto e avevo l’esigenza di vedermi chiaro. Certo, quando la mia ragazza mi ha visto senza dread si è spaventata a morte, non riusciva a riconoscermi. Ma ancora oggi sono entusiasta di potermi lavare i capelli mettendo la testa nel lavandino. Per 30 anni mi ci volevano sei ore per asciugarmi i capelli, ora invece non riesco a passare davanti un lavandino senza metter sotto la testa.

Mr Jones è il brano che vi ha consacrato come band.

È un pezzo di cui vado fiero, ispirato dalla figura del papà del mio amico bassista Marty Jones. Suo padre, David Serva, è stato uno dei pochi chitarristi americani di flamenco in grado di imporsi a Madrid, dove decise di trasferirsi. Quando tornò negli Stati Uniti per un anno, ebbi l’occasione di conoscerlo. In quel periodo era in tournée col suo complesso di flamenco a San Francisco e una sera andai con Marty a vederlo. Fu uno spettacolo incredibile, suo padre era un chitarrista eccezionale. Dopo il concerto, con la band andammo in giro tutta la notte per locali, ubriacandoci. Seduto, in un angolo di un bar, scorsi Kenney Dale Johnson, il batterista della band di Chris Isaac, circondato da tre ragazze. Pensai: noi non riusciamo neanche ad avvicinarci a una ragazza e lui ne ha tre tutte per sé. In quel momento decisi di diventare una rockstar. Tornai a casa, scrissi il testo di Mr Jones, un pezzo che parla di sogni, di quanto sia bello sognare, e di come un sogno che si realizza possa esser diverso da come lo si era immaginato.

Che impatto ha avuto con il successo?

Quella degli anni 90 è stata la decade più strana della mia vita, sono riuscito a ottenere tutto quello che ho sempre sognato in breve tempo. Non avevo la minima idea di come convivere con quel successo. Agli inizi ero terrorizzato, ma come in tutte le cose, serve il tempo per abituarsi. Tutt’oggi ammetto di vivere situazioni di disagio legate alla fama.

I fan si lamentano perché dal vivo stravolgete alcuni vostri cavalli di battaglia. E lei in certi brani sembra annoiato…

Il concerto migliore è quello in cui esegui le canzoni che in quel momento ti va di suonare, ma capisco la gente che ha voglia di ascoltare le nostre canzoni di maggior successo. A volte, però, evito di cantare un pezzo tutte le sere, per non arrivare al punto da odiarlo. Ma se ce n’è uno che non mi stanco mai di fare è A Long December!

Una notte di silenzio, sperando che duri

Primo giorno di tregua. Dodicesimo giorno dall’inizio del conflitto. Venerdì mattina. Tra poche ore inizia il sabato. Dal pianoterra giungono le note di una bellissima canzone “dammi un po’ di silenzio, silenzio in scatola, silenzio lussuoso”. Siamo ad alcune ore dal cessate il fuoco iniziato alle due di notte. Ma già alle dieci di sera si sentiva che questa mini guerra era finita, con il ritorno di una trasmissione satirica che ha preso in giro tutti, ma proprio tutti, ed è riuscita a farci ridere per la prima volta da 12 giorni. Poi la notte si è fatto silenzio, un silenzio piacevole, tranquillo. Ogni volta sembra impossibile ma è proprio così. C’è quel minuto, quell’attimo in cui ti si cambia la vita. Lo spartiacque tra l’ansia e la tranquillità, tra la paura e il rilassamento. Come se con un interruttore fosse stata riaccesa la luce, così come dodici giorni prima era stata spenta. Guardo fuori dalla finestra per vedere se qualcosa sia cambiato, ma no. È tutto uguale. La stessa natura, lo stesso sole. Lo stesso caldo tiepido di inizio primavera.

Milioni di cittadini israeliani si stanno facendo ora una lunga, lussuosissima doccia. Potrò mettere a lavare il mio pigiama di lusso e tornare a quello vecchio un po’ scolorito ma tanto comodo. Tornare a yoga. Fare la spesa nel supermarket lontano che mi piace tanto. Trovarmi con mia sorella Laura in spiaggia Frishman, che è esattamente 800 metri da qui come abbiamo constatato ai tempi del Covid quando non ci si poteva spostare oltre un chilometro. E in spiaggia sarà finalmente tolto il cartello attaccato agli spogliatoi che proibiva assembramenti per Covid e per guerra. Verrà riaperto l’aeroporto e finalmente torneranno i voli verso l’Italia. I bambini torneranno a scuola. È un anno che studiano solo attraverso Zoom dove è molto facile nascondersi dietro la propria foto e continuare a fare di tutto tranne che studiare. I ragazzi più grandi torneranno agli esami di maturità. Le ong che si occupano di animali chiederanno aiuto per i cani, i gatti, le pecore e le mucche ferite. Perché le guerre uccidono e feriscono anche loro. La città ancora tace e le strade sono vuote ma passa appena un’ora e non c’è un tavolino libero al bar o al ristorante. Nei negozi qui intorno a piazza Dizengoff hanno subito iniziato le svendite e c’è la fila. Neanche si riesce a camminare per la strada, da tanta gente. Sto respirando un lungo, infinito, respiro di sollievo. Godendomi il momento, seduta a un bar a prendermi un caffè. Anche Michelle è qui con noi a Tel Aviv a godersi queste ore, anche se teme – dice – che torneranno presto dalla Striscia in direzione del suo kibbutz di frontiera i palloncini colorati e gli aquiloni che sono tanto belli e poetici ma si portano addosso cariche esplosive da dar fuoco ai campi degli agricoltori. O a case, scuole, quel che gli capita. A Gaza hanno celebrato la vittoria con urla, spari e scoppi. Bella vittoria con tutti quei bambini e civili morti e i senzatetto, le scuole chiuse e i problemi con l’acqua e la luce. Credo che siano parecchie le famiglie che non stanno festeggiando. Che non hanno alcuna ragione di sentirsi vincenti. Adesso le telecamere del mondo si stanno allontanando e con loro i tifosi per una delle squadre del conflitto. Noi rimaniamo qui. Ai piedi del vulcano. Sarà davvero difficile per tutti ritrovare l’equilibrio per ricostruire sogni antichi e crearne di nuovi. Spero, credo, che ce la faremo.

“Vittoria!”: la propaganda che unisce Israele e Hamas

I bambini di Gaza sopravvissuti alla quarta guerra tra Hamas e Israele, conclusasi ieri, per ora, dovranno convivere a lungo con il cosiddetto disordine da stress post traumatico causato dalle bombe sganciate in continuazione per 11 giorni dai jet militari israeliani. Ma questa volta a soffrirne, seppur in maniera meno pesante, saranno anche quelli israeliani, specialmente coloro che vivono nelle cittadine lungo la barriera di separazione tra la Striscia e la “terra promessa”. In tutto i minori uccisi sono 67, di cui 66 nella Striscia e 1 in Israele. Sono le vittime innocenti della disfatta che riguarda sia Gaza sia Israele perchè questa lugubre coazione a ripetere da entrambe le parti non ha finora portato alla risoluzione del problema di fondo che impedisce una vera e duratura pacificazione: l’assegnazione di un territorio sicuro e viabile per costituire lo Stato di Palestina.

Eppure il premier uscente israeliano Benjamin Netanyahu e la dirigenza di Hamas si dichiarano vincitori. I veri vincitori. Ma è evidente che “Re Bibi”, sotto processo per corruzione, non ha vinto pur sostenendo di “avere ridimensionato Hamas riportandone indietro di anni la capacità bellica”. La sua è ancora una volta una vittoria di Pirro. Ed è altrettanto difficile assegnare la vittoria agli estremisti di Hamas che hanno approfittato degli sfratti illegali di centinaia di palestinesi dalle proprie case a Gerusalemme Est per mano dei violenti coloni ebrei per spedire razzi contro le case e i campi degli agricoltori israeliani, uccidendo peraltro anche due braccianti tailandesi. Ma se gli abitanti di Gaza, controllati con pugno di ferro da Hamas negli ultimi 15 anni e ulteriormente impoveriti dalla negligenza e ipocrisia della sua dirigenza, sanno di non essere al sicuro in seguito alla proclamazione della tregua, i palestinesi della zona orientale di Gerusalemme e della Cisgiordania invece oggi guardano agli estremisti islamici dell’enclave come ai loro unici protettori. Video circolati sui social media mostrano infatti centinaia di palestinesi che contestano il gran muftì di Gerusalemme, Mohammed Hussein, mentre pronunciava il sermone del venerdì nella moschea di Al Aqsa, sulla Spianata delle moschee. Hussein è sostenuto dall’Autorità Nazionale palestinese guidata da Mahmoud Abbas e dal partito Fatah, rivale di Hamas. I contestatori inneggiano a Mohammed Deif, leader del braccio armato di Hamas. Secondo il giornale Haaretz, il Gran Muftì è stato accusato di non aver citato Gaza nel suo sermone e alcuni gli hanno gridato: “Torna da Abu Mazen”. Ismail Haniyeh, leader di Hamas, dalla sua residenza di Doha, in Qatar, dove risiede per sfuggire al Mossad , ha sottolineato in un’intervista che “quello che è successo in Cisgiordania è stata un’Intifada e ciò che hanno fatto gli arabi in Israele una rivoluzione. Hanno fatto perdere a Israele l’equilibrio”. Intanto il presidente statunitense Biden punta ad avere un ruolo di primo piano nella ricostruzione di Gaza, una operazione da miliardi di dollari utilizzabile come leva su Hamas per impedire che torni a lanciare razzi, secondo il New York Times che cita fonti della nuova Amministrazione americana.

Ma Biden intenderebbe prendere altre iniziative. Tra queste, riesaminare la questione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, che comprende Gerusalemme Est, considerati illegali dall’Onu e riconcentrarsi su come costruire nuove alleanze tra Israele e Paesi Arabi allargando gli accordi di Abramo siglati dall’Amministrazione Trump.

“In un certo senso, bisogna mettere Hamas nella posizione di dover scegliere tra i suoi razzi e il benessere di Gaza”, spiega Dennis Ross, un negoziatore di pace in Medio Oriente che ha servito quattro presidenti Usa. Ora però si dovrà fare tesoro della lezione del precedente conflitto del 2014: secondo una analisi conclusa nel 2017 dal Brookings Institution, gli sforzi di ricostruzione di Gaza sono in gran parte falliti per l’ingestibile opposizione di Hamas, e dell’Egitto che diffida dei legami proprio di Hamas con i Fratelli Musulmani. Questa volta tuttavia l’Egitto ha giocato un ruolo chiave nel ‘cessate il fuoco’.

Catalogna, dietro al governo indipendentista c’è Puigdemont

La terza è quella buona. Pere Aragonés, leader di Esquerra Repubblicana catalana è il presidente della Catalogna grazie all’appoggio degli altri due partiti indipendentisti, Cup e Junts per Catalunya. “È un onore e una grande responsabilità, governerò per tutti”, ha assicurato il già vicepresidente della Generalitat al tempo di Quim Torra, il predecessore bandito dai pubblici uffici per avere disobbedito all’ordine del Tribunale elettorale di eliminare i vessilli dell’indipendenza dai palazzi delle istituzioni. Peccato che Aragonés abbia promesso al riluttante alleato Junts di governare per i separatisti: “Porterò avanti il proces”, ha giurato. Un processo di indipendenza che a oggi vuole meno del 50% dei catalani, un terzo dei quali avrebbe preferito un governo di partiti di sinistra: da Erc ai socialisti, primi alle elezioni del 14 febbraio a en Comun Podem. Ma tant’è. Il piano di Aragonés di portare al governo solo l’indipendentismo si è compiuto. Con un impegno al quale il neo-presidente è dovuto sottostare: 46 pagine di accordo con Junts che prevede, tra le altre cose, che a guidare l’indipendenza sia – rinnovato – il Consell de la Republica, ente privato presieduta dall’esilio a Waterloo (Belgio) dall’ex presidente Carles Puigdemont. È stato proprio Puigdemont, non più coperto dall’immunità dell’Europarlament, lo scoglio che Aragonés pare abbia dovuto superare per presiedere la Generalitat. L’obiettivo del Consell sarà “pianificare proposte e azioni politiche” e promuovere “unità di movimento delle diverse istituzioni pubbliche”. Ma non è tutto chiaro: il Consell, infatti, rifiuta il tavolo negoziale con il governo centrale, che per questo sarebbe supervisionato da una commissione apposita del Parlamento. Qualcuno direbbe che si tratti del commissariamento di Puigdemont ad Aragonés, altri di un escamotage di quest’ultimo per declinare ogni responsabilità in caso di un secondo fallimento.

Il Brasile svende l’Amazzonia. Salles, ministro affarista

Il Tribunale supremo del Brasile ha aperto un’inchiesta per un presunto traffico illecito di legna della foresta amazzonica verso l’Europa e gli Stati Uniti. Al centro, Ricardo Salles, il ministro brasiliano dell’Ambiente, numero due del governo di Jair Bolsonaro.

Lo scandalo travolge il presidente brasiliano, che deve già rendere conto davanti ad una commissione d’inchiesta per la pessima gestione dell’epidemia di Covid-19, mentre i quattro figli, e stretti collaboratori, sono a loro volta al centro di diverse indagini per corruzione passiva o ancora traffico di influenza.

Salles, 45 anni, al governo dal gennaio 2019, ministro dell’Ambiente ma criticato da subito per la sua incompetenza nel settore, condivide con Bolsonaro lo stesso scetticismo sulla tutela del clima. È il fedele esecutore della politica ambientalista del presidente. Da quando è al governo, ha abbassato del 70% le multe per le infrazioni ambientali e incoraggiato l’agricoltura e l’estrazione mineraria in Amazzonia. Conseguenza: tra agosto 2019 e luglio 2020 la deforestazione è esplosa del 9,5% rispetto ai dodici mesi precedenti. Lo scorso anno, in piena epidemia, il ministro, durante una riunione a porte chiuse, ha consigliato a Bolsonaro di approfittare del fatto che media e opinione pubblica fossero focalizzati sulla pandemia, per modificare le leggi ambientali, alleggerendo le misure di difesa della foresta. Non sapeva che la riunione fosse registrata. Un video è stato diffuso e le sue parole sono diventate di pubblico dominio. Ancora di recente Salles ha tagliato di un quarto il budget del suo ministero.

Il mese scorso ha licenziato Alexander Saraiva, delegato della polizia federale brasiliana, che lo accusava di favorire il traffico di legname. L’ultimo episodio riguarda proprio la legna: il 19 maggio, il Tribunale supremo ha spiccato 35 mandati di perquisizione. La polizia ha fatto irruzione nella casa di Salles e nei suoi uffici di Brasilia, sequestrando computer e cellulari, oltre che negli uffici di decine di alti funzionari, a San Paolo e Para. Tra loro anche Eduardo Bim, presidente dell’Ibama, l’Istituto brasiliano dell’ambiente. L’intervento ha mobilitato 160 poliziotti. Salles e i suoi collaboratori sono sospettati di corruzione e appropriazione indebita per aver messo su un vasto traffico illegale di legname destinato all’esportazione. Il giudice Alexandre de Moraes è stato attirato “da movimenti finanziari anomali” sul conto bancario del ministro. Il sequestro di tre container di legname illegale in Florida sarebbe stato all’origine dell’inchiesta.

Greenpeace ha chiesto le dimissioni del ministro: “È necessario che Salles venga immediatamente rimosso dall’incarico, anche se questo non è sufficiente per superare tutti i problemi creati dalla politica anti-ambientale del governo”, ha detto Tais Bannwart, portavoce della Ong. Anche una parte della classe politica brasiliana ne chiede le dimissioni. Ma per ora il ministro resta attaccato alla sua poltrona, per quanto traballante. Ha detto che le accuse contro di lui “non hanno senso”, e ha anche definito il blitz della polizia “esagerato e superfluo”. Bolsonaro, come ha già fatto altre volte, ha confermato il suo sostegno al fedelissimo: “È un eccellente ministro”, ha detto giovedì intervenendo in diretta alla tv.

Finora “malgrado le pressioni – analizza il giornale francese online Mediapart – Bolsonaro ha mantenuto la sua politica anti-ecologica. A maggio, è stata votata una legge che, in diversi casi, potrebbe mettere fine alla necessità degli studi di impatto ambientale e il governo cerca di legalizzare le terre occupate illegalmente e vuole autorizzare la ricerca dell’oro nei territori autoctoni”. Questo scandalo però è un nuovo “colpo duro” per lui, e anche per la sua immagine internazionale.

Dopo aver perso l’alleato Donald Trump, il presidente brasiliano si ritrova sempre più isolato e fa basso profilo in materia ambientale, tanto da aver promesso di recente, in vista dell’ultimo summit sul clima, di mettere fine alla deforestazione illegale dell’Amazzonia entro il 2030 e rinunciando a lasciare l’accordo sul clima di Parigi. “Il momento è particolarmente delicato per il Brasile – scrive ancora Mediapart – che spera di approfittare del sostegno degli Stati Uniti per integrare l’Ocse, mentre gli europei tardano a ratificare l’accordo Ue-Mercosur, annunciato due anni fa”.