“Il ‘Partigiano Reggiano’ distrae gli automobilisti”

Attenzione attenzione: Autostrade per l’Italia ha molto a cuore la sicurezza dei viaggiatori. Di tanto in tanto viene giù un ponte, ma non può restare impunito un edificio storico che celebra la Resistenza. È la clamorosa vicenda del Partigiano Reggiano: Aspi vuole cancellare un murale che ricorda l’eccidio di otto uomini fucilati dai fascisti a Villa Sesso, a Reggio Emilia, nel ’44.

La facciata rossa di Casa Manfredi, con i volti di quei martiri della Resistenza e i versi della canzone di Zucchero, è davvero troppo sgargiante: dà fastidio agli automobilisti, potrebbe distrarre chi sfreccia sull’A1 in carreggiata sud. Autostrade aveva mandato il primo avviso con una mail del 22 aprile inviata a Istoreco, l’istituto per la Storia della resistenza: “Il murale citato visibile dal tracciato autostradale, per sua natura, forma, dimensione, contenuto e posizione è fonte di grave pericolo per la sicurezza della circolazione, nonché sprovvisto di autorizzazione”. Colpisce, nella solerte comunicazione, che non solo la forma ma anche il “contenuto” sia da considerare pericoloso.

Poi la società ha provato ad abbozzare un ultimatum: il murale deve essere fatto sparire entro 10 giorni, altrimenti fioccano le multe. Sarà cura dei vigili ripristinare la legalità, o meglio: “Si chiede alla polizia stradale cortese collaborazione al fine di adottare ogni azione opportuna nei confronti dei trasgressori”.

Viene da sé che quei geniacci di Aspi non avessero capito nulla del valore storico di quel disegno che tanto distrae gli automobilisti. E che quindi non si aspettassero le proteste, non solo di qualche anziano rompiscatole, ma pure del sindaco di Reggio, Luca Vecchi e del presidente di Regione, Stefano Bonaccini. Sorpresi come da un pilone che si sbriciola sotto un temporale, hanno capito all’improvviso di aver pestato un altro guaio. E ieri hanno cominciato le manovre della goffa marcia indietro: “Massima disponibilità per trovare una soluzione condivisa. Valutiamo insieme tutte le ipotesi possibili”. L’inizio di una pericolosa e imbarazzante inversione a U in autostrada.

Foggia, arrestato ex sindaco leghista. “Chiese 1 milione, poi scese a 300 mila”

“Mi disse di avere lui come unico referente per l’affare e se lui non avesse visto una certa tranquillità intorno all’operazione, disse testualmente, ‘mando tutto a puttane’”. L’ex sindaco di Foggia, Franco Landella, arrestato ieri per corruzione e tentata concussione, non usava mezzi termini. L’esponente della Lega di Salvini, che si è dimesso il 7 maggio, dopo la notizia dell’indagine, aveva avanzato richieste di denaro anche all’imprenditore interessato all’appalto da 53 milioni di euro per l’impianto di pubblica illuminazione del capoluogo. Ai magistrati, l’uomo ha confermato tutto. Landella si presentò sotto casa dell’uomo e chiese prima 1 milione, poi 500mila euro. “Quando gli ho spiegato che non avrei pagato i 500mila euro, lui prima ha indicato se stesso con l’indice della mano, poi ha indicato sempre con la mano il numero 3, facendomi intendere che per lui sarebbero stati sufficienti 300mila euro”. Niente da fare, l’impresa non paga e il Comune rigetta la richiesta. Nei corridoi del Comune, però, girano le voci. “Ladrone… si è permesso di chiedere le tangenti a un amico mio… è andato sotto casa sua e ha chiesto un milione di euro, poi ha detto vabbè 500 mila… poi ha detto ‘ultima offerta 300 mila’”, racconta l’ex presidente del consiglio comunale, Leonardo Iaccarino, a un altro consigliere comunale. Iaccarino, sfiduciato dopo la diffusione del video che lo immortala mentre a Capodanno spara impugnando una pistola, è stato arrestato qualche settimana fa per un’altra inchiesta sul Comune. E sono state proprio le sue dichiarazioni, quando era in carcere, a svelare anche un’altra vicenda. Ha accusato Landella di aver intascato una tangente da 32mila euro dall’imprenditore Paolo Tonti: sua moglie avrebbe suddiviso e in parte distribuito la mazzetta ai consiglieri che avevano facilitato l’approvazione di una delibera favorevole all’imprenditore. La bustarella da 2.000 euro sarebbe stata consegnata ad almeno altri tre consiglieri comunali: Dario Iacovangelo, Antonio Capotosto e lo stesso Iaccarino. Indagati per corruzione altri nomi della maggioranza: Consalvo Di Pasqua, Lucio Ventura e Pasquale Rignanese su cui si stanno concentrando ora le verifiche della Squadra Mobile guidati dal vice questore Mario Grassi. “Auspico – ha detto il procuratore di Foggia Ludovico Vaccaro – la collaborazione delle vittime e di tutti coloro che sono a conoscenza di fatti: c’è bisogno del contribuito di chiunque, perché tutti contribuiamo a costruire la legalità”.

Disney store lascia l’Italia: in 230 rischiano il posto

I Disney store lasciano l’Italia. La catena internazionale ha deciso di abbassare le serrande di tutti i suoi 15 punti vendita sparsi sulla Penisola, lasciando “più di 230 dipendenti col fiato sospeso per l’inaspettata notizia”, affermano i sindacati Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs dopo aver appreso la decisione dall’azienda. Notizia che “peraltro è arrivata a cose fatte, con la messa in liquidazione della società avvenuta il 19 maggio scorso”, denunciano i sindacati, annunciando per martedì prossimo un’assemblea unitaria dei lavoratori in modo da preparare “iniziative di lotta da mettere in campo”. “Dopo l’emergenza sanitaria e le tante restrizioni, i periodi di cassa integrazione alternati a periodi di lavoro non certo brillanti, ora più di 230 famiglie dovranno affrontare un’ulteriore fase piena di incertezza”. Secondo i sindacati la società starebbe andando via non solo dall’Italia ma dall’Europa in generale. A marzo Disney aveva annunciato la chiusura per quest’anno di almeno 60 suoi negozi in Nord America per concentrarsi sulle vendite online.

Latina, rivelarono le domande dei concorsi: 2 arresti

Il concorso era stato già annullato, il direttore che lo aveva gestito già allontanato. Ieri gli arresti, a dimostrazione che i sospetti erano fondati. Un dirigente e un funzionario dell’Asl di Latina sono stati messi a domiciliari con l’accusa di aver rivelato ad alcuni candidati le domande di due prove d’esame. Falsità ideologica in atti pubblici e rivelazione di segreto i reati contestati a Claudio Rainone e Mario Graziano Esposito, all’epoca rispettivamente direttore e funzionario dell’U.O.C. Reclutamento della Asl.

Le indagini – coordinate dal procuratore aggiunto Carlo Lasperanza e dal sostituto Valerio De Luca – sono state svolte dalla Sezione anticorruzione della Squadra Mobile di Latina e dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza. Sotto la lente due concorsi pubblici per collaboratori e assistenti amministrati che erano stati indetti rispettivamente nel settembre 2019 e nel dicembre 2020. Rainone ed Esposito hanno fatto parte di entrambe le commissioni esaminatrici come presidente e segretario.

In arrivo a Ravenna una nave carica di armi. La protesta: “Sono per Israele, blocchiamola”

Nei prossimi giorni arriveranno nel porto di Ravenna alcuni container, scortati. Un dettaglio non da poco perché significa che il materiale contenuto è bellico. Armi o esplosivi, munizioni, forse altro. Non si può sapere con esattezza ma la codifica che identifica il container in arrivo chiarisce la natura militare del carico destinato, con altissima probabilità, ad alimentare il conflitto tra Israele e Hamas. Venuti a conoscenza della notizia, i portuali ravennati insieme ai sindacati Cgil, Cisl e Uil hanno annunciato che si rifiuteranno di caricare il materiale bellico. Dopo Genova, Livorno e Napoli, anche Ravenna si schiera contro. “Se la nave si presentasse dichiareremo sciopero impedendo l’operazione – spiega Marcello Santarelli, segretario generale della Filt-Cgil –. La possibilità che il carico sia destinato ad alimentare il conflitto che in questi giorni sta infiammando il Medio Oriente è altissima e noi vogliamo contribuire con un atto concreto, i lavoratori del Terminal di carico e della Cooperativa Portuale sono pronti alla mobilitazione”. La nave che dovrebbe arrivare a Ravenna ha infatti come destinazione il porto di Ashdod in Israele, lo stesso punto di arrivo della Asiatic Island ‘rimbalzata’ dai portuali di Livorno, Genova e Napoli negli scorsi giorni dopo la scoperta del carico. Una notizia venuta alla luce grazie a Weapon Watch, l’osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei fondato nel gennaio del 2020 per rendere “queste merci meno nascoste e tracciare una geografia dei produttori di armi che le trasportano attraverso i porti”.

L’associazione era infatti venuta a conoscenza che “carichi di proiettili ad alta precisione” destinati al porto di Ashdod erano stati imbarcati al Genoa Port Terminal sulla Asiatic Island, una nave che batte bandiera di Singapore e svolge il “servizio di linea regolare” per conto della compagnia di stato israeliana Zim. Anche la nave in arrivo a Ravenna è di una nave di linea. Per Carlo Tombola, presidente di Weapon Watch, “l’impressione è che dopo le proteste stiano provando a modificare la gestione della catena di distribuzione. Le aziende che producono munizioni o esplosivo per munizioni sono concentrate in un’area molto ristretta, Lombardia e Toscana. Se Livorno si rifiuta, Ravenna diventa un’alternativa appetibile”.

Mail Box

 

La solidarietà dei lettori a Piercamillo Davigo

Ho dovuto leggere le parole unanimi di tutti i meschini che, a gara fra loro, sono arrivati a chiedere l’arresto per il giudice Davigo. Che miserabili. Vogliono dare sfogo alla loro vendetta comune per i fatti di Mani pulite che hanno visto arrestati e condannati i loro padroni. Ignorano completamente la natura di un atteggiamento onesto e trasparente del dott. Davigo che non è nemmeno indagato. Quanta rabbia creano questi direttori in tutto il Paese.

Biagio Stante

 

Per come hanno attaccato il magistrato Davigo siamo quasi allo squadrismo fascista. Noi persone perbene dobbiamo stare tutti assieme e uniti con forza e determinazione per difenderci e difendere le nostre convinzioni. Soprattutto dobbiamo sempre replicare e ribattere a tutte le bugie e nefandezze che dicono contro di noi. Tutti assieme come una grande squadra perché se no uno alla volta ci annullano.

Franco Rinaldin

 

Ho letto l’articolo di Giarelli e Sparagna in merito agli indegni attacchi che si stanno consumando contro un illustre Magistrato, quale è Davigo, della cui dignità e serietà professionale parla la carriera. Condivido parola per parola l’articolo de Il Fatto. Sono un anziano avvocato che da anni segue le vicende politiche del nostro Paese e che può vantare, senza falsa modestia, integrità morale e professionale. Pur essendo legittima qualsiasi opinione, ritengo indegna l’aggressione sferrata tanto da alcuni politici quanto da esponenti del mondo giornalistico. Forse costoro vogliono togliersi le “pietre dalle scarpe”. Fortunatamente c’è chi ha buona memoria, ricorda i fatti e ha la forza di stigmatizzare tali personaggi.

Avv. Eduardo Di Castri

 

Nessuna meraviglia che Davigo venga attaccato da soggetti in mala fede, che continuamente sbraitano, in modo pretestuoso, contro la mala giustizia. A loro interessa, in realtà, non risolvere quest’ultima, ma, al contrario, incrementare le mele marce loro sodali e liberarsi di quelle sane.

Piero Angius

 

Gli arresti in Francia fanno ancora discutere

Mi trovo in disaccordo con quanto scritto il 30 aprile da Travaglio, con cui in genere mi trovo, invece, in gran sintonia. L’articolo 27 della Costituzione recita, tra le altre cose: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Dunque la pena non è pensata né come una vendetta né come una compensazione. Partendo dalla premessa costituzionale, ritengo perciò che si debba tenere conto dei cambiamenti che il condannato mostra nel corso del tempo. Piuttosto interessante sarebbe una posizione che, tenendo conto del ravvedimento del condannato che non ha scontato la pena, prenda in considerazione di modificare la condanna carceraria in obbligo di “servizio/aiuto” verso chi ha subito l’offesa: in tal modo si darebbe spazio a un, per così dire, “risarcimento” senza ulteriori oneri per lo Stato. Mi sembra che uno Stato giusto e clemente dovrebbe interrogarsi su questi temi molto più di quanto fatto in questi giorni.

Emilio Cardellino

 

Caro Emilio, la funzione rieducativa della pena presuppone che la pena venga scontata. Questi assassini vi si sono sottratti fuggendo in Francia. E siccome l’omicidio, almeno quello, non si prescrive, ora devono farsi tutto il carcere che per decenni non si sono fatti, facendosi beffe dello Stato e dei parenti delle vittime.

M. Trav.

 

Ha emozionato il tributo di Travaglio a Battiato

Gentile Travaglio, nel seguire Otto e Mezzo mi sono emozionato nel vederla commosso per la profonda amicizia che la legava a Franco Battiato. Un Essere speciale, come titolava il suo editoriale, che mi ha altrettanto emozionato leggere. La invidio per avere avuto un’amicizia così alta e pura. È davvero fortunato ad aver incontrato Il Maestro. E non mi sorprende che un artista tanto raffinato, colto e sensibile abbia deciso di condividere parte del cammino con lei.

Lorenzo Babini

 

È stata per me sconvolgente la stupenda, incontrollabile, incapacità di Marco Travaglio di mantenere la sua consueta (per alcuni) glacialità, trasformatasi in una incontrollata commozione, che mi ha coinvolto, essendo un suo assiduo lettore, e dalla quale traspariva che cosa è la vera amicizia tra due esseri umani. Esiste ancora la bellezza dei sentimenti umani tra le persone; dobbiamo lavorare affinché abbia il sopravvento sul marciume che cercano di far prevalere e di imporci, e che dobbiamo rigettare con tutte le nostre forze.

Aldo Iervolino

In Uk. “Tra Brexit e leggi fasciste, i miei parenti emigrati non sono più italiani”

 

Buongiorno, probabilmente l’argomento può sembrare di poca importanza a livello giornalistico, ma per me e i miei cugini inglesi di madre italiana la questione è molto importante. Come pure potrebbe essere di altrettanto interesse per quei cittadini britannici ai quali la Brexit ha tolto loro un diritto da tempo acquisito. Capita, infatti, che a decorrere dal 1° gennaio di quest’anno i miei cugini inglesi e le loro famiglie di passaporto britannico hanno perso la cittadinanza europea e di conseguenza la facoltà di potersi muovere in Europa così come avevano finora fatto. Di non potersi più recare e soggiornare in Italia presso i loro parenti e amici come sempre fin dall’ingresso della Gran Bretagna nella Ue. Di non potersi più sentire cittadini europei e di conseguenza cittadini italiani come parte della loro origine li ha sempre con orgoglio contraddistinti. Perdere per loro la cittadinanza europea dopo quasi cinquant’anni è stato drammatico. Li ha messi in una situazione di disagio insostenibile dalla quale vorrebbero poter venir fuori acquisendo presto la cittadinanza italiana. Per questo, il 2 gennaio, ho subito chiesto aiuto al ministero dell’Interno per sapere se vi fosse possibilità di poter soddisfare la richiesta dei miei familiari, considerato anche che mia zia convolò a nozze con cittadino britannico nel 1947 con leggi fasciste ancora in vigore che facevano perdere la nazionalità a chi sposasse uno straniero. Il 15 maggio ho inviato una nuova Pec al ministero, sollecitando una risposta che tuttora aspetto, ma temo di non ricevere. Il problema sta anche nel diverso trattamento, a mio avviso ingiusto, tra i figli e i discendenti di italiani emigrati prima e dopo il fascismo, ai quali oggi viene riconosciuta la loro origine italiana.

Giuseppe Ecuba

 

Gentile signor Ecuba, lei ha ragione: è una “discriminazione” odiosa e crudele. Ma non è iniziata con la Brexit. L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea ha eliminato la libertà di movimento in tutti gli Stati membri dell’Ue, di cui godevano anche i suoi parenti inglesi. Venuta meno quella preziosa prerogativa, sono ricaduti nelle maglie della legge 555 del 13 giugno 1912, basata sull’idea della soggezione della moglie al marito: in caso di matrimonio con uno straniero la cui legge nazionale le trasmettesse la cittadinanza del marito, per effetto diretto e immediato del matrimonio, la donna perdeva l’originaria cittadinanza italiana. I Padri costituenti hanno respinto questa impostazione giuridica, sancendo l’uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di sesso. Nel 1983 però il Consiglio di Stato, per il principio di non retroattività, ha stabilito che si possano considerare cittadini italiani soltanto gli individui nati da madre cittadina a partire dal 1° gennaio del 1948, giorno di entrata in vigore della Costituzione. La situazione che lei denuncia affligge tutti i discendenti di italiane, in tutto il mondo, nati prima. A partire dalla popolosa comunità di oriundi italiani in America Latina. Può sempre tentare la strada del ricorso… In bocca al lupo.

Sabrina Provenzani

Il beato Carlo Bonomi e il bimillenario Gesù

Forse sarà la presenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi, le cui gesta sono narrate con lo stupore trascendente appannaggio nel Medioevo di certe “vite dei Santi”, ma è un fatto che il sacro va trovando nuovo spazio nella vita del Paese, a partire da quella economica. No, non ci riferiamo – pur essendone rimasti commossi – alla pagina che Il Messaggero del gruppo Caltagirone ha dedicato ieri alla memoria di Gaetano Caltagirone, “l’architetto che ha dato la casa alla piccola borghesia” e solo per caso non è già santo. Piuttosto, questo nuovo interesse alla religiosità ci è parso evidente nella conferenza stampa con cui il quasi beato Carlo Bonomi ha illustrato un importante progetto di Confindustria “al fine di contribuire alla focalizzazione del Pnrr per traguardare due eventi che vedranno il nostro Paese protagonista nel mondo”, come riportato con vertiginosa scelta tanto lessicale che sintattica sul suo profilo Twitter. E quali sono questi due eventi da “traguardare” con l’ausilio del Piano di ripresa? “Il prossimo Giubileo del 2025 e le celebrazioni per il bimillenario della morte di Cristo nel 2033”. Benedetta sia Confindustria e il frutto del seno suo Bonomi! Certo, un animo meno aduso ai prodotti biomedicali e più al cattolicesimo avrebbe forse indicato “il bimillenario” della Resurrezione di Cristo, più che la sua morte, come oggetto di celebrazioni, ma l’importante è il risveglio spirituale dei nostri industriali, già fustigatori del Sussidistan, domani forse venditori di indulgenze (com’è noto, dopo una fugace cacciata, i mercanti nel Tempio non sono mancati mai). Sì, è vero, poi il beato Bonomi s’è messo a parlare delle “ricadute” sull’economia dei due eventi da “traguardare” e di Roma “biglietto da visita dell’Italia nel mondo”, il che ci dice due cose: che lo Spirito Santo non gli ha ancora dato il dono di non essere banale e che il suo percorso spirituale è solo all’inizio. Ma noi immaginiamo già quando, in una visione mistica, incontrerà Gesù: “Una cosa sola ti manca – gli dirà il bimillenario – Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in Cielo”. E allora Bonomi si farà scuro in volto e se ne andrà rattristato mormorando: “Ma maestro, non s’era detto che Industria 4.0 erano tutti sgravi?”.

Meloni, la rimozione del buco nero

Giorgia Meloni ha ripulito il suo linguaggio, e non possiamo che rallegrarcene leggendo le trecento pagine della sua autobiografia balzata in cima alle classifiche di vendita. Nella speranza che si tratti di un cambiamento definitivo.

Dentro Io sono Giorgia (Rizzoli) non troverete più neanche un “Soros usuraio”, “Sei nomade? Devi nomadare”, “O parmigiano, portami via”, “Vermi magrebini”, “Bastardo spacciatore nigeriano”. Un repertorio minaccioso, di conio peraltro recentissimo, ma che non si addice di certo a una candidata presidente del Consiglio. Archiviato, si cambia registro. Non farò a Giorgia Meloni il dispetto di manifestare apprezzamento per la sua opera letteraria – resto pur sempre fra i suoi bersagli preferiti – ma riconosco la novità e anche l’efficacia divulgativa dell’immagine con cui ora si presenta. Se fosse un uomo, diremmo che ha deciso d’indossare il doppiopetto sopra la camicia nera. Ma la leader di Fratelli d’Italia è una donna, abile nel prendersi in giro per l’aspetto minuto, e pure questo conta nel favorirla quale figura vincente nella destra che aspira a governare l’Italia. Meno umorale di Salvini, e dunque più credibile, senza rinunciare al tratto popolaresco con cui si spaccia estranea a un ceto politico romano che frequenta da quasi trent’anni (su 44 d’età).

Cominciamo dal prendere sul serio il disegno politico con cui contende alla Lega la supremazia del suo schieramento. Ecco lo schema di gioco: “Semplificando, da una parte il Pd, partito ‘collaborazionista’ delle ingerenze straniere, dall’altra Fratelli d’Italia, il movimento dei patrioti. Sarà il bipolarismo dei prossimi anni in Italia”. Chiaro, no? Lo schieramento avverso descritto in guisa di quinta colonna dei nemici della nazione, come nei più classici schemi del populismo di destra. Non a caso fra le espressioni più usate nel libro figura la generica evocazione di “consorterie europee”.

Ero in prima fila sotto il palco di piazza San Giovanni, il 19 ottobre 2019, quando Giorgia Meloni sfoderò il comizio formidabile con cui s’impose al popolo di destra, surclassando Salvini e Berlusconi. L’ormai celebre autoritratto che ora dà il titolo al libro, “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana”, divenuto perfino un remix musicale, ha la pretesa di trasformarsi in manifesto politico-culturale. Quando segnalai a Repubblica, per cui allora scrivevo, il clamoroso successo conseguito dalla Meloni, il giornale affidò a Francesco Merlo il compito di analizzarlo. Lui la snobbò ironizzando sulla sua natura “coatta”. Beccandosi in replica del “trinariciuto radical chic”. L’aveva evidentemente sottovalutata, come stanno incaricandosi di dimostrare anche i sondaggi.

Incontriamola dunque nella sua veste di precocissima leader politica (a 29 anni era già ministro di Berlusconi) – dopo l’infanzia resa complicata dall’assenza di un pessimo padre – quando varca la soglia di via della Scrofa per assumere “la responsabilità di una storia lunga 70 anni, ereditata da Almirante, Rauti e Fini”. Ci aspetteremmo non trascurasse il trentennio precedente, che aveva avuto inizio nel 1919 in piazza San Sepolcro a Milano con la fondazione dei Fasci di combattimento. Davvero vuol farci credere che non c’entri per nulla col suo popolo?

Più vai avanti a leggere e, a parte un cenno al “torcicollismo” da evitare, più ti rendi conto della rimozione studiata e consapevole. La parola “fascismo” viene citata di passaggio quattro o cinque volte nelle trecento pagine del libro. Non certo perché vi manchino i riferimenti storici. Anzi. Giorgia Meloni, compiaciuta di festeggiare il compleanno lo stesso giorno di Giovanna d’Arco, si dilunga su Leonida alle Termopili, Carlo Martello a Poitiers, l’ultimo imperatore cristiano di Costantinopoli, gli eroi veneziani della battaglia di Lepanto, e subito dopo, d’un balzo, Jan Palach che s’immola a Praga contro l’invasione sovietica. Lasciando però quel gran buco nero nel mezzo del Novecento. Come se non la riguardasse.

Bisognerà arrivare a pagina 248, nel capitolo sul razzismo, dopo che se l’è presa con Rula Jebreal “scarsa, bellissima, ben inserita nell’élite finanziaria”, per trovar citate “le camicie brune hitleriane, successivamente imitate da quelle nere mussoliniane, poi entrambe sconfitte dai buoni (scritto in corsivo, per concessione ironica) del mondo che fecero la guerra contro i cattivi (idem) per combattere razzismo e totalitarismo”. Tralasciamo pure che le camicie nere mussoliniane vennero prima, e semmai a imitarle furono i nazisti tedeschi. Una tale descrizione della seconda guerra mondiale, in cui non si distinguono buoni e cattivi, è propedeutica alla stoccata a Gianfranco Fini, messa lì subito dopo senza citarlo: “Il mondo sarebbe molto più semplice se veramente esistesse il ‘male assoluto’ rappresentato dalla parentesi storica dell’ideologia nazifascista”. Nient’altro che una parentesi, ecco cosa sarebbe il momento fondativo, non ripudiato, del suo movimento.

Dovendosi addentrare nel campo minato della storia, se la cava così: “Non ho alcuna paura a ribadire per l’ennesima volta di non avere il culto del fascismo”. Semmai rivendica “una ferma ribellione nei confronti dell’antifascismo politico. Ma qui finisce il mio rapporto col fascismo”.

Ben diversa, naturalmente, è l’attenzione dedicata alla storia del comunismo. Per giungere a sostenere che “i liberal globalisti ne sono gli eredi”. A tal punto che “le politiche immigrazioniste hanno sostituito le deportazioni di massa dell’epoca sovietica”. Testuale.

Così l’operazione simpatia di Giorgia Meloni aggira gli ostacoli, si dilunga nella dimensione frugale e laboriosa della sua vita privata e della sua fede religiosa (anche se, da cattolica “non sempre ho compreso papa Francesco”), si concede perfino il lusso ecumenico di un paio di citazioni di Gramsci. Donna libera e moderna, pronta a diventare il volto nuovo di Palazzo Chigi contro la sinistra “braccio politico delle grandi concentrazioni e delle grandi multinazionali”. Facendola finita con il linguaggio politically correct, “vangelo dell’élite apolide”.

Un sovranismo che sa d’antico, rivestito di gentilezza forzata. Purché non torni a sbracare.

Roma, la “capitale malamata” da Cavour ai giorni nostri

Improvvisamente cala nel dibattito pre-elettorale su Roma, il tema di un regime speciale per la Capitale d’Italia fin qui svilita, se ve bene, a capoluogo della Regione Lazio. Se va bene perché la Città Metropolitana, con elezioni di secondo grado, è una creatura inerte che non funziona e la Regione Lazio continua a legiferare su Roma sul piano delicatissimo dell’urbanistica, pretendendo di “gonfiare” con lo sciagurato Piano casa, ereditato di fatto dalla giunta Polverini, il quartiere elegante dei Villini al di là del fantasioso e fantastico Coppedè che demarca una sorta di confine di gusto e qualità. In questo caso la soprintendenza ai Beni culturali, cioè il ministero, si è opposto recisamente estendendo la propria tutela a tutta l’asta del Nomentano ritenendo che quella città del primo 900 vada adeguatamente tutelata.

Si torna al problema strategico, e cioè perché la Capitale della Repubblica italiana non goda delle prerogative e delle tutele autonome di cui fruiscono tutte le altre Capitali europee. Perché Roma è una “capitale malamata” imposta con grande forza da Camillo Cavour nel 1861 come la sola “città italiana che non abbia soltanto glorie municipali”. Ma con Cavour deceduto purtroppo pochi mesi dopo, nessuno ha avuto il suo prestigio indiscusso per imporre nei fatti quella visione. Sicché a sostenere la tesi è stata soprattutto la Sinistra risorgimentale garibaldina, mazziniana, radicale, alla quale era troppo facile rimproverare l’anticlericalismo, addirittura l’antipapismo. Quintino Sella portò avanti il discorso di Cavour, ma inibendo a Roma ogni sviluppo industriale, ogni “eccessiva agglomerazione operaia” (anche manifatturiera), paventando che si ripetessero in presenza del Parlamento i disordini drammatici della Comune anarchica di Parigi.

Inoltre Roma aveva uno standard di servizi sociali, sanitari, scolastici bassissimo e un ottimo sindaco, Luigi Pianciani, un protagonista della Repubblica tornato dall’estero che fece cinque macelli, dormitori per operai e braccianti, scuole, aule, ecc. Ma i governi non vararono mai una grande legge per Roma capitale per recuperare quel passato. Che, fra l’altro, la rendeva inabitabile appena fuori le mura a Ovest, in quello che Gioacchino Belli chiamò “er deserto”, un Agro dove regnava la più mortifera forma di malaria, “la perniciosa” della quale anche Pascarella tracciò un quadro drammatico.

Mussolini la trasformò in una iper-capitale personale. Nel dopoguerra la Dc in una sorta di ipo-capitale senza poteri speciali. Soltanto con la legge Craxi-Mammì si giunse a ipotizzare un regime speciale. L’esempio che più si attaglierebbe a Roma (che ha ben 129.000 ettari di territorio comunale, il più vasto d’Europa) è quello della Città-Stato di Berlino dove Comune e Land coincidono. Ma questo regime esige una modifica costituzionale ed è assai improbabile che venga concessa. Le Grand Paris è fondata su un sistema elettivo misto, proporzionale e maggioritario. A Madrid si è votato di recente per la Comunidad, che ha vinto (e sono milioni di abitanti) avendo puntato risolutamente sulla fine delle restrizioni da lockdown. La formula adottata per la Greater London è quella che potrebbe essere “importata” a Roma: lì l’autorità è composta dal sindaco e dalle assemblee dei 32 borghi londinesi a livello inferiore. Il sindaco ha poteri elettivi, i borghi riuniti in assemblea a volte si consorziano per i servizi. Quello sanitario però è nazionale. Ma lì, certo, i partiti esistono ancora e nell’ultima tornata elettorale 48 erano laburisti, 21 conservatori, 3 demo-liberali. Alla Camera dei Comuni Londra invia 71 deputati. Un sistema flessibile, che sta dando ottimi risultati sul piano della governabilità e della partecipazione dei borghi (da noi quartieri) a una democrazia governante. Ci arriveremo mai?