Il merito non è certo di chi (la destra) voleva riaprire tutto

 

“Alla più perfetta delle dittature preferirò sempre la più imperfetta delle democrazie”

(Sandro Pertini)

 

Siamo tutti contenti, ovviamente, se l’Italia può riaprire e ripartire. Ma c’è un’operazione mediatica, messa in atto dal centrodestra e in primis dalla Lega e da Fratelli & Sorelle d’Italia, che rischia di tradursi in una mistificazione politica. In realtà, il merito delle riaperture non è di chi voleva riaprire “tutto e subito”, bensì di chi ha tenuto chiuso per contenere i contagi e i ricoveri in ospedale, nell’attesa che arrivassero i vaccini. E cioè, innanzitutto, del governo Conte 2 che ha dovuto affrontare per primo l’impatto di un nemico sconosciuto e invisibile come il Coronavirus, avviando la campagna vaccinale in carenza di forniture; e poi del governo Draghi che ha proseguito e intensificato l’opera, via via che arrivavano sempre più dosi.

Se all’inizio della pandemia il governo giallorosso avesse dato retta alle intimazioni contraddittorie di Matteo Salvini che a febbraio dell’annus horribilis voleva “chiudere l’Italia”, a marzo già chiedeva di “riaprire tutto per tornare alla normalità” e ad aprile ammetteva di aver sbagliato (Piazzapulita, La 7), avremmo fatto la fine del Brasile. Sulla sua scia, lo stesso mantra l’hanno recitato con intonazioni diverse i partner della coalizione. Senza rendersi conto che non tutto sarà più come prima.

Il lockdown è stato certamente un’esperienza dolorosa per tutti. In particolare, per i disoccupati, i lavoratori precari, i gestori dei bar e dei ristoranti, i commercianti e gli albergatori, gli esercenti dei cinema, dei teatri, degli stabilimenti balneari o degli impianti sciistici. Ma senza quel sacrificio collettivo il numero dei contagiati e delle vittime sarebbe ulteriormente aumentato. E il “Governo dei Migliori” non avrebbe potuto ridurre progressivamente il coprifuoco e autorizzare le riaperture “graduali, sicure, irreversibili”, come dice ora il presidente del Consiglio.

Siamo arrivati così al punto che dobbiamo sorbirci le prediche di Giorgia Meloni, secondo la quale “in democrazia, non è il governo a decidere se uno può uscire di casa”. Con tutta la simpatia che può ispirare ai propri fan la leader di FdI, la sua estrazione e la sua storia politica non l’accreditano di una peculiare competenza in materia. A parte le rivalità elettorali e le esternazioni propagandistiche, c’è alla base di questi atteggiamenti un mix di populismo e demagogia che strumentalizza gli umori o i malumori dei cittadini, ingannando le loro legittime aspettative.

Tanto più irresponsabili appaiono tali comportamenti perché l’emergenza, purtroppo, non è finita e siamo ancora lontani dalla “normalità”. E non soltanto in Italia. In Gran Bretagna, per esempio, si teme la variante indiana e il premier Boris Johnson non esclude l’ipotesi di tornare indietro sulle riaperture. Mentre in Giappone è già scattato l’allarme per la quarta ondata. La pandemia, per definizione, è globale. Ma i nazionalisti e sovranisti di casa nostra non riescono a farsene una ragione.

Ps: Questa rubrica, come i lettori sanno, s’è occupata più volte della riforma della Rai. Accogliamo perciò con favore la “conversione sulla via di Damasco” dei renziani che hanno presentato al Senato una proposta per affrancare il servizio pubblico dalla politica, attribuendo la governance a una Fondazione alla quale spetterebbe scegliere il Cda, come qui sosteniamo da tempo. Un’improvvisa “folgorazione” sulla strada indicata recentemente dall’ex premier Conte. Peccato che nel 2015 sia stata proprio la “riformicchia” di Matteo Renzi a trasferire dal Parlamento al governo la nomina dell’ad e direttore generale della Rai con pieni poteri.

 

Flamenco roack di Milva contro questi secoli bui

Flamenco. “Mi piacerebbe tanto visitar la Spagna terra di matador e di grandi toreri / Ormai anche laggiù nella caliente Spagna non si ballano più passi doppi o boleri ora ballano il flamenco roack, ora ballano il flamenco roack / Espagna, paradiso di sogni e di donne ardenti d’amore, hai tradito anche tu le più belle canzoni del cuore per il frenetico roack / Alle cinque della sera non c’è il toro nell’arena, alle cinque della sera sono a letto i matador, alle cinque della sera non si vede una mantilla sui bastioni di Siviglia fanno il roack, sì fanno il roack / Espagna, anche tu hai un disco dei Platters in tutte le case dove ballano a ritmo sfrenato le belle andaluse con il frenetico roack / Alle cinque della sera i ragazzi di Granada, alle cinque della sera vanno in giro coi bluejeans, alle cinque della sera i jukebox a voce piena a Madrid e a Barcellona fanno il roack, sì fanno il roack / Mi piacerebbe tanto visitar la Spagna e ballare con te questo flamenco roack” (Flamenco Rock, Milva).

La canzone è del 1961. Mi colpisce e mi commuove l’ingenuità, la naïveté, la semplicità di Milva che è poi quella della generazione pre-boom e della mia di pochi anni successiva. Milva era allora “la pantera di Goro” in contrapposizione alla “tigre di Cremona”, Mina. Ed era rimasta ancora “la pantera di Goro” una decina di anni dopo quando andai a intervistarla dalle sue parti, mi pare per Amica. Mi fece l’impressione di una domestica in libera uscita. Mi sbagliavo. Si affinò con Strehler e, senza lasciare la musica, divenne un’attrice di teatro di livello internazionale. Per un certo periodo si trasferì in Germania. Mi ricordo una sua intervista in cui diceva di preferire il mondo e il rigore tedesco alla emergente sciatteria italiana, anche se poi è in Italia che è venuta a morire un mese fa senza che la stampa le facesse quell’omaggio che le era dovuto.

Il rock che già furoreggiava negli States almeno dalla metà degli anni Cinquanta, con Jerry Lee Lewis, Little Richard, “Elvis the pelvis”, era approdato in Italia da pochissimo, tanto che Milva lo pronuncia male, “roack”. Musica di rottura, anche se negli anni diventerà la più consumistica, era scandalosa soprattutto per la destra, ma non solo. Mi ricordo un titolo preoccupato de La Notte di pochissimi anni prima “Ma arriverà anche da noi?”. Per diventare accettabile il rock aveva avuto bisogno dell’intermediazione della musica meno aggressiva dei Platters (“Only you”) e di Paul Anka (“Diana” un successo mondiale, 9 milioni di copie e molte bimbe furono battezzate proprio con quel nome, fra le quali anche la sfortunata moglie del principe Carlo). Eppoi allora c’era di mezzo l’Oceano. La globalizzazione era di là da venire.

“Vorrei tanto visitar la Spagna”. La Spagna appariva come una terra esotica e lontana. Oggi la Spagna è a un’ora e mezza di volo che costa, a seconda delle circostanze, dai 29 a un massimo di 200 euro. Oggi non si possono più avere le ingenue curiosità della “pantera di Goro”, la globalizzazione ha omologato tutto: i grattacieli di Manhattan valgono quelli di Abu Dhabi o della Milano degli ultimi anni. La possibilità dei viaggi invece di aver allargato il mondo lo ha ristretto. Per la verità l’Italia resta ancora un po’ speciale. Lucca e Pisa, che distano una ventina di chilometri, non sono la stessa cosa a causa di quel monte per cui, come dice Dante, “i Pisan veder Lucca non ponno”. E anche se quel monte è oggi attraversato da un tunnel, Pisa e Lucca restano molto diverse. Più tosca, più sanguigna, Pisa, più delicata, malinconica, quasi umbra Lucca. E queste diversità, nel temperamento, nel modo di vivere, nei dialetti, sono rimaste in molte altre città italiane pur fra loro vicinissime: Ferrara non è Verona, Verona non è Vicenza, Vicenza non è Padova, per non parlare di Venezia che fa storia a sé. Questa è la vera ricchezza italiana. Ma a lungo andare l’omologazione portata dalla televisione, da Internet, dai social network, spazzerà via tutto questo.

Inoltre la società globale è troppo complessa (e anche pericolosa, come il Covid ci dovrebbe aver insegnato). Per me l’Iban con i suoi 27 caratteri e quei quattro 0 che ti confondono gli occhi è un’obiezione sufficiente alla società contemporanea.

Chi mi conosce, chi mi segue, chi mi legge sa che io sono un antimoderno, che considero questi i veri “secoli bui” e non quelli demonizzati dall’Illuminismo trionfante. Ma so anche che tornare al Medioevo è impossibile. Sono un reazionario, è vero, ma per il “qui e ora” resto un socialista libertario perché coniugare una ragionevole eguaglianza sociale e le libertà civili mi sembra ancora, nella Modernità, l’idea più bella.

Mi accontenterei di tornare a un mondo in fondo non lontanissimo, più semplice, più ingenuo, meno frenetico e di poter ballare un “flamenco roack”.

 

Programmi in televisione: “Chinatown”, “Elisir” e il “Delitto in tre atti”

E per la serie “Chiudi gli occhi e apri la bocca”, eccovi i migliori programmi tv della settimana:

Rai 2, 21.05: Chinatown, film-thriller. Los Angeles, 1937: l’investigatore J.J. Gittes (Jack Nicholson) viene assoldato da una donna per indagare sull’infedeltà del marito, un ingegnere di mezza età che dirige il Dipartimento idroelettrico di Los Angeles. Gittes lo pedina, e scopre che l’ingegnere se la fa con una ventenne mozzafiato. La ventenne mozzafiato è la nipote di Noah Cross, che Gittes considera uno degli uomini più loschi e malvagi del mondo (Cross: “Lei mi lusinga!”). Cross fa i soldi con l’acqua che irriga la valle: compra a basso prezzo latifondi aridi, che poi irriga, rivendendoli con profitto come piscine olimpioniche. Tutte le riserve idriche sono sue, a parte il Pacifico, che è intestato al suo naso. Gittes diventa l’amante della figlia di Cross, e pedinandola scopre che ha una sorella: la ventenne mozzafiato! Messa alle strette, la donna confessa: la ventenne mozzafiato è sua sorella e sua figlia. Cross, infatti, è padre di entrambe, avendola stuprata da ragazza. Gittes: “Non mi sentivo così confuso dalla volta che ho fatto il cambio di sesso insieme con mia madre.”

Fox Crime, 21.05: Private Eyes, telefilm. L’avvenente moglie del celebre mago Bandini resta uccisa durante il numero della donna segata in due. Shade e Angie sospettano di Bandini: da qualche tempo, infatti, la donna frequentava Keller, un mago con una bacchetta magica più grande.

Rai 1, 10.15: La Santa Messa, fiction. Disma e Gesta, i due ladroni crocifissi con Gesù, sono riportati in vita dal Messia. Ma il primo è buono, mentre l’altro è un fanatico omicida. Gesù decide di farsi aiutare dalla persona più improbabile, Giuda. Quando scopre che è morto impiccato, riporta in vita anche lui.

Fox, 21.00: The Resident, telefilm. Conrad è in vacanza, ma viene richiamato in ospedale per un’urgenza: il dottor Bell ha dimenticato la sua bottiglia di Glen Grant nello stomaco di un paziente.

Iris, 21.00: Terza persona, telefilm. Tre storie d’amore in altrettante città. Tra i protagonisti, lo scrittore Michele, lasciato dalla moglie che lo ha scoperto in una posizione compromettente con la sua gatta; Carlo, un uomo d’affari che ha un debole per il sadomaso (“Sei carina”. “Fra 5 minuti vieni in camera mia. E porta un ferro rovente”); e l’attrice Giulia, che si è separata perché era infelice col suo compagno e si è trasferita a Torino (“Era infelice fino a questo punto?”).

Rai 2, 21.20: Game of games, varietà con Simona Ventura. Il difficile reinserimento nella vita quotidiana di una donna non più tanto giovane.

Rete 4, 16.50: Delitto in tre atti, giallo. Mentre si trova in vacanza ad Acapulco, Poirot viene invitato a un party. Lì, improvvisamente, uno degli ospiti si accascia e muore. Tutto fa pensare a un malore, ma è solo un attore che sta recitando.

Rai 3, 11.00: Elisir, medicina. Gli argomenti della puntata di oggi sono la tosse e le lenti a contatto. È possibile perdere le lenti a contatto per un colpo di tosse? Sì, ed è una notevole scocciatura, specie se le lenti a contatto finiscono in una zuppiera fumante di cappelletti in brodo. C’è allora chi pensa di risolvere l’imbarazzo mettendosi negli occhi due cappelletti come fossero le due lenti a contatto e proseguire facendo finta di niente, ma a volte questo suscita perplessità nei commensali, quando non accuse velate di disforia di genere. A proposito: è possibile cambiare sesso con un colpo di tosse? Provateci, e fatemi sapere.

 

E ora prepariamoci al dopo pandemia

Che la pandemia ci abbia colti impreparati è ormai un dato di fatto. Adesso, però, affrontiamo il post Covid non da impreparati. La cabina di regia ci sta concedendo un graduale ritorno alla normalità, ma quanti di noi sono tornati al cinema? Quanti stanno prenotando la prossima stagione teatrale? Ancora per molti non è chiaro cosa sarà la normalità. Adesso è arrivato il momento della prova. Le nostre abitudini sono radicalmente cambiate. Il cappuccino al bar, dove si incontravano i colleghi di lavoro, è stato sostituito dal saluto del vicino, alla finestra, mentre si sorseggia il caffè casalingo. L’uomo è un animale che si adatta abbastanza velocemente a nuove condizioni di vita, ma è anche abitudinario. Il cambiamento dei nostri comportamenti è veloce se indotto dal panico improvviso, lento verso condizioni che ci appaiono con un margine di rischio. Non credo ci sarà mai il proclamo della scomparsa del virus e ciò lascerà sempre in agguato un seppur minimo senso di pericolo. Quanto tempo ci vorrà per tornare al cappuccino, alla metropolitana, alla stretta di mano, all’abbraccio? Non basterà che “sia permesso”, bisognerà completare il nostro individuale processo di cambiamento.

Ci ha fatto chiudere in casa la paura, adesso dobbiamo spogliarcene e riappropriarci della fiducia in quanto ci circonda. Il collega, l’amico, da “untori” dovranno tornare a essere “simili”. Non tutti reagiremo allo stesso modo. Sarà più facile per chi era già abituato a continui adattamenti, per esempio per chi ha viaggiato molto, per lavoro o per turismo. Uscire sarà più facile per chi ha avuto durante il lockdown poco comfort a casa. Tornare a lavorare sarà una liberazione anche per chi ha scoperto che la propria scelta di convivenza fosse sbagliata . Ognuno deve fare il proprio percorso, ma dobbiamo riappropriarci della “vita”. Più tempo passa e più sarà difficile. Ciò che stupisce è che, a detta degli psicologi, persone estroverse e molto inclini alla socializzazione avranno risentimenti maggiori degli introversi .

direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano

“Un marinaio mi parlò di un sistema di favori e mazzette”

“Non sono un’esperta, non ho nozioni giuridiche o investigative. Sono una mamma che ha perso un figlio in un disastro. E come funzionava questo sistema, io, l’avevo capito pochi giorni dopo la morte di mio figlio. Mi è stato tutto chiaro quando ho preso in mano i rapporti sulle ispezioni della capitaneria alla Jolly Nero e mi sono accorta che su ogni report c’era sempre lo stesso nome. Una cosa impossibile, visto che gli ispettori sono organizzati in turni…”. Adele Chiello è una madre coraggio che non ha mai smesso di chiedere giustizia per il figlio Giuseppe Tusa, morto a 30 anni sotto le macerie della Torre Piloti. Risponde dalla sua casa di Milazzo, dove continua a studiare le carte dei vari processi, a cui non ha mai mancato un’udienza.

Che effetto le fa leggere queste intercettazioni?

Mi viene da pensare che la verità si può nascondere, ma prima o poi viene a galla.

Lei puntò il dito sul mondo della certificazione molti anni fa, quando ancora si parlava solo di un errore di manovra.

Il 1º agosto del 2013 rilasciai un’intervista al Tg2. Chiesi pubblicamente chi aveva certificato questa nave carretta, che avrebbe dovuto essere rottamata molti anni prima di quell’incidente. Da allora non hanno più potuto ignorarmi.

Cosa fece quando cominciò a sospettare di quei report?

Contattai amici di mio figlio. Mi dissero che il nodo della questione non era chi firmava i rapporti, ma chi c’era dietro. E che se ti opponi a questo andazzo, ti rendono la vita impossibile. Alla fine tutti si conformano, lo capisco.

Ha mai trovato prove?

Trovai un marittimo in pensione. In un incontro mi parlò di un sistema di mazzette e favori. Ero convinta di aver finalmente trovato un testimone, ma alla fine anche lui decise di non palesarsi.

Perché?

In porto era andato a lavorare il figlio. È la solita storia del ricatto occupazionale.

Lei parla di “sistema”. Che idea si è fatta?

Tutto parte dagli armatori, L’interesse è il loro e conta solo quello. Far entrare navi più grandi, allungare la vita di queste imbarcazioni. Il certificatore è pagato da loro. La capitaneria si adatta.

Cosa si aspetta?

Io non mi arrendo. Voglio vedere i responsabili passare la loro pensione entrando e uscendo dai tribunali. Nessuno andrà in carcere, ma esigo la verità.

“La Capitaneria interferì anche sulle indagini”

Il 19 aprile 2017, la Guardia di Finanza intercetta una chiamata fra i più alti vertici della Capitaneria italiana. La chiamata arriva dall’ammiraglio Giovanni Pettorino, comandante generale delle Capitanerie italiane (non indagato). Dall’altra parte c’è il contrammiraglio Luigi Giardino che specifica di “essere insieme a Nicola Carlone”, comandante della Capitaneria di Genova. C’è preoccupazione tra gli ufficiali per l’inchiesta della Procura di Genova sui controlli ammorbiditi: “Hai visto i giornali – esordisce Pettorino –, l’hanno dato anche sul Tg3. Questo evidentemente ingenera nervosismo, a parte il povero Noris, che ha la mamma che sta male…. I ragazzi vanno difesi eh…”. Il riferimento è a Marco Noris, capitano della Guardia costiera arrestato nel 2017 insieme al collega Antonio Sartorato con l’accusa di aver falsificato una verifica di sicurezza in favore della compagnia Messina, oggi non più ai domiciliari e trasferito. Per quei fatti, di lì a poco, viene indagato per abuso d’ufficio anche Giardino, suo superiore. “Ci posso mettere la mano sul fuoco – aggiunge Pettorino – quello di Noris è sempre stato un lavoro trasparente e pulito”.

Pettorino però ha un sassolino nella scarpa. Un altro ispettore addetto ai controlli sulla sicurezza troppo intransigente. Si chiama Alessandro Crosara: “È un talebano – dice di lui Pettorino – mi vuole mettere in difficoltà. Non posso arrivare a dirgli: ‘Cambia l’avverbio o cambia la virgola’”. Con Noris fuori gioco per l’inchiesta, Crosara “va a fare le ispezioni su Costa Crociere – spiega Pettorino – e tu sai quanti problemi ha Costa…”. Trattandosi di argomenti delicati, Pettorino mette le mani avanti, precisando con i suoi sottoposti di non voler esercitare alcuna pressione: “Io lo dico a te che sei una persona serena e capisci tutto… Lo dico a uno che non è sereno e dice: ‘Ecco, il comandante mi vuole condizionare’. Ma io non voglio condizionare nessuno”. “Assolutamente – replica Giardino – io ti ringrazio della signorilità che come sempre ti contraddistingue”. La questione è che Crosara avrebbe siglato un rapporto troppo duro dopo “un’ispezione su Aida e Costa”: “Il fatto che ci siano delle deficienze o delle non conformità Ism (il codice internazionale di sicurezza delle navi, ndr) non significa che il sistema non gira o fallisce, ci deve essere la ripetitività – dice ancora Pettorino – Il modo in cui è scritta questa relazione… io ora mi trovo in imbarazzo… Per fortuna Napoli, diligentemente, me l’ha fatta vedere (…) Tieni conto che Noris mi faceva il flag state, con Crosara noi fermeremo la sicurezza navale, eh (…) mi dispiace, non voglio metterti… sii garbato, fallo riscrivere a uno serio… le deficienze che vedrai sono tante e reiterate… espungi le considerazioni inutili… Io a Crosara non parlo più, gli avevo fatto un cazziatone pubblico e pensavo fosse bastato…”.

il colonnello Crosara, oggi in pensione, contattato dal Fatto si limita a dire: “Ho sempre cercato di essere giusto ed equilibrato nel mio lavoro”. Non è l’unico ispettore ritenuto troppo duro a finire nel mirino degli armatori, che quando vogliono farsi sentire vanno direttamente ai piani alti. In un carteggio interno del Rina il dirigente Rina Claudio Abbate spiega di aver chiesto la rimozione di un ufficiale troppo severo con le navi della flotta Carnival, “il famigerato Manco”: “Con lui abbiamo avuto seri problemi e ho chiesto che venisse rimosso (ci stanno seriamente pensando)”. In questa vicenda la capitaneria è passata dal ruolo di polizia giudiziaria a possibile indagata. Finché, dopo tre anni abbondanti, il pm Walter Cotugno ha affidato il fasicolo al Primo Gruppo della Guardia di Finanza di Genova. E non sarebbero mancate interferenze: i più alti vertici, si legge nelle carte, mostravano “interesse attivo nelle indagini”, convocando i sottoposti per essere aggiornati su quanto scoprivano “con degli escamotage”. Dagli atti emerge anche una cena con rappresentanti del gruppo Costa Crociere e gli ammiragli Giardino e Carlone (non indagato). Un incontro organizzato dal Rina, che sta cercando di proporsi come certificatore al gruppo Costa Crociere, tentativo poi effettivamente riuscito: “Durante la cena con i rappresentanti Costa e Aida Cruises – si legge in un’altra mail interna – li abbiamo messi al corrente della nostra proposta e quando nel corso della riunione la proposta è stata fatta direttamente dall’ammiraglio Carlone, è stato un ottimo modo per dimostrare ai rappresentanti della società il nostro stretto collegamento e la nostra buona relazione con la Bandiera e ciò è stato particolarmente apprezzato da loro”.

“L’importante è che galleggino le carte”

Certificazioni di sicurezza “aggiustate” all’indomani di stragi e incidenti navali gravissimi. Armatori che fanno pressioni sull’ente di certificazione per mettere in mare navi che non potrebbero salpare, da un lato facendo rimuovere ispettori troppo severi, dall’altro distribuendo crociere e biglietti vacanze omaggio ai più disponibili. Il Rina (Registro navale italiano), gigante mondiale della certificazione scelto per la ricostruzione del nuovo Ponte di Genova, che promuove ai nuovi clienti i “rapporti particolari” con la Capitaneria di porto. Ovvero, quel pezzo di Stato che dovrebbe controllare il controllore e che, invece, scrive la Finanza, “fa gli interessi degli armatori”. Come sintetizza un dirigente Rina in una telefonata a un armatore: “Non ne parliamo più – dice riferendosi alle irregolarità omesse nei report – l’importante è che a galleggiare siano le carte”.

 

Manipolazioni post strage

Sono intercettazioni agli atti di un’inchiesta della Procura di Genova che dalla strage della Jolly Nero, il cargo che il 7 maggio del 2013 ha abbattuto la Torre Piloti di Genova e provocato la morte di 9 persone. Secondo il pm Walter Cotugno, la nave, certificata dal Rina e ispezionata dalla capitaneria, era salpata con le carte truccate e piena di apparecchi guasti. Ma il caso, per gli investigatori, è solo la punta dell’iceberg di un sistema. Nelle circa 13mila pagine di atti, i pm hanno rimesso in fila un elenco impressionante di presunte falsificazioni, alcune a valle di incidenti mortali. La sola compagnia Messina, proprietaria della Jolly, è accusata di aver manomesso i rapporti di 57 incidenti su 107, riguardanti 18 navi della flotta: “Nonostante il 50% delle avarie presenti non conformità – scrive la Guardia di Finanza – gli ispettori del Rina non le hanno mai riscontrato”. La stessa Jolly Nero, nonostante una nuova avaria, per il pm riprende il mare su pressione della compagnia subito dopo il disastro.

Agli atti ci sono quelle che l’accusa ritiene essere falsificazioni su altre 17 navi di varie compagnie e 47 indagati fra esponenti del Rina e della Guardia costiera. I casi contestati: la Norman Atlantic (proprietà Visemar, noleggiata da Anek Lines), 9 morti, 60 feriti e 19 dispersi al largo di Bari nel 2014; il peschereccio d’altura Primrose, incagliato in Norvegia, e fresco di certificazione; la Caribbean Fantasy, che va a fuoco con 511 passeggeri a bordo subito dopo un’ispezione Rina; la Mega Andrea, Mega Smeralda e Mega Express Five (Corsica Ferries), certificate per anni nonostante irregolarità inderogabili alle paratie di collisione. Da perquisizioni alla sede del Rina sono venute fuori carte ritenute taroccate anche sulle navi Venizelos, Silver Pearl, Sundaisy, Aurora D., Sardinia Regina, Epsilon, Iver Bitumen, Levante, Vos Thethys, Reina Christina, Mamitsa. Nelle indagini emerge come il Rina, spesso, interceda presso le autorità marittime di mezzo mondo per scongiurare il declassamento delle imbarcazioni, evitare agli armatori grane con le assicurazioni e i costi di prescrizioni sulla sicurezza. Per gli inquirenti un baco nella piattaforma informatica Leonardo Ship ha addirittura consentito a funzionari Rina di aggiustare le carte di navi protagoniste di incidenti dopo gli incidenti, senza lasciare traccia.

Nel 2017 il gip Ferdinando Baldini dispone misure cautelari per due militari della capitaneria e tre funzionari del Rina. C’è “particolare opacità” tra i due enti, scrive il giudice: “Le indagini non hanno ancora individuato il movente preciso del reato in contestazione, né si è ancora chiarito se esso sia legato a particolari rapporti con la compagnia Messina, alla volontà di insabbiare precedenti carenze nella ispezioni, alla volontà di non mettere in difficoltà Rina o a pressioni o influenze di altri soggetti”. L’incolumità di milioni di passeggeri dipende dai controlli certificati per legge da un ente terzo. “Ma c’è un conflitto di interesse permanente – accusa Adele Chiello, madre di Giuseppe Tusa, militare della capitaneria morto nella strage della Jolly Nero – a scegliere e pagare il controllato è lo stesso controllore. E per restare sul mercato il certificatore ammorbidisce i controlli. Armatori, Rina e capitaneria decidono tutto a tavolino”.

 

“È tutta una schifezza”

Agli atti della Procura di Genova ci sono molte intercettazioni. È il 18 aprile 2016 quando la Finanza raccoglie lo sfogo di due ispettori del Rina, Matteo Bargellini (non indagato) e Giorgio Ceroni (indagato): “I due funzionari parlano espressamente di come il Rina accetti in classe qualsiasi tipo di nave, mettendo in difficoltà gli ispettori che ne devono certificare la navigabilità”. Ceroni spiega di essere stato “bypassato” dopo un rapporto troppo duro sulla El Venizelos, traghetto da 3mila passeggeri della Anek Lines: “Mi mettono da parte perché rompo il cazzo – dice – Questa nave aveva grossi problemi. Volevano togliere le prescrizioni senza che avessero fatto niente, oltre tutto una nave passeggeri, e io gli ho detto di no. Mi fanno incazzare… Abbiamo perso di vista la missione. È una schifezza”. Due anni più tardi, nel 2018, sulla El Venizelos scoppia un incendio, con 800 persone a bordo. Bargellini racconta la sua esperienza con Rina in Brasile: “Eh, a me è capitato di firmare un diario di visita (nello stesso giorno), una al Nord e una al Sud… ma qua ci sono 5 ore di volo…”. L’altro: “Matteo, ho capito che hai problemi di lavoro e di stipendio, ma tu non ti devi prestare, certe cose non sono legali”.

Per gli investigatori anche un colosso come il Rina subisce le pressioni degli armatori, che minacciano di rivolgersi altrove se i controlli sono troppo rigorosi. Come quando Giuseppe Parenti, big di Corsica Ferries (non indagato), si vede notificare irregolarità su tre navi della flotta, deficienze su cui era stato sempre chiuso un occhio. Per questo protesta con Claudio Spinetti, dirigente Rina (non indagato): “Non mi puoi venire a dire che dopo 8 anni non va bene..”. Rimostranze simili a quelle dei big di Costa Crociere all’indomani della tragedia della Costa Concordia (32 morti), e all’inasprimento delle verifiche “dopo anni” in cui i controllori “non facevano niente” e “gente della capitaneria veniva in crociera con noi”. Le pressioni arrivano spesso dall’alto: “Sono stato contattato dall’Olimpo”, dice l’ispettore Rina, Gianluca Mantegazza, indagato, preoccupato per il pressing. “La società – scrive la Finanza – millanta agli armatori, al fine di acquisirli come clienti, una certa ‘benevolenza’ da parte dell’amministrazione italiana. ‘Benevolenza’ che si concretizza nella capacità dei vertici del Rina di convincere alti ufficiali della Guardia costiera ad adottare soluzioni favorevoli all’armatore”.

Questa la posizione del Rina: “La nostra società ha rapporti istituzionali con vari soggetti, anche la Capitaneria, ma nessun contatto illegale”.

Reithera, i fondi bloccati perché costa troppo poco

Un progetto di investimento non conforme al decreto ministeriale del 9 dicembre del 2014, che disciplina i contratti di sviluppo. E che ammette le agevolazioni pubbliche a piani riferiti a “unità produttive” e non a “stabilimenti” produttivi. Ruotano prima di tutto intorno a questa disquisizione lessicale le motivazioni in base alle quali la Corte dei Conti ha cassato i finanziamenti a ReiThera per lo sviluppo e la produzione del vaccino anti-Covid italiano, basato su adenovirus isolato da scimmie antropomorfe, e quindi a vettore virale, come AstraZeneca e Johnson&Johnson. Per i magistrati contabili – che hanno ricusato il visto – sono ammissibili solo i progetti che riguardano la creazione, l’ampliamento, la riconversione, la ristrutturazione o l’acquisizione di una unità produttiva. E non, come è scritto nell’accordo di sviluppo siglato dal Mise, Invitalia e ReiThera, per l’ampliamento dello “stabilimento produttivo” dell’azienda di Castel Romano.

Inoltre, secondo i giudici, l’ammontare dell’investimento per la realizzazione dell’impianto di infialamento e confezionamento del vaccino non raggiunge la soglia minima di 10 milioni di euro, prevista dallo stesso decreto del 2014: si ferma infatti a poco più di 7,7 milioni. La deliberazione, l’11 maggio scorso, ha bloccato l’erogazione di circa 49 milioni di euro, dei quali 41,2 a fondo perduto e 7,8 di finanziamento agevolato, a fronte di un investimento di 81 milioni. Finanziamento previsto dall’accordo con il quale Invitalia ha anche acquisito una partecipazione del 27% in ReiThera, controllata dalla holding svizzera Keires. E che avrebbe dovuto consentire entro il 2021 una produzione che oscilla da un minimo di 10 a un massimo di 20 milioni di dosi al mese, dopo l’acquisto dell’attuale sede di Castel Romano (per 4 milioni) e la realizzazione dell’impianto di infialamento e confezionamento. L’azienda sta concludendo la fase 2 della sperimentazione, alla quale ha collaborato l’istituto Spallanzani di Roma, con la raccolta dei dati. Senza fondi, però, la fase 3, la più impegnativa e anche la più costosa, potrebbe non vedere la luce. Il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha in ogni caso riconfermato l’impegno del governo. “Il Mise – ha detto – è disponibile a contribuire al progetto del vaccino ReiThera nelle forme e nei modi consentiti, utilizzando diversi e innovativi strumenti previsti anche dalle nuove norme”.

L’accordo di sviluppo, approvato dall’Unione europea, era stato sottoscritto il 17 febbraio scorso. Pochi giorni dopo, il 22, era arrivato il conseguente decreto del Mise. Cosa succederà ora? Il ministero e Invitalia potrebbero decidere di riscriverlo. Ma il fattore tempo è fondamentale, come rileva la stessa azienda, “fiduciosa del pronto intervento delle istituzioni, e del Mise in particolare, che stanno dimostrando una forte sensibilità al tema”.

Sui vaccini abbiamo scherzato: stop G20 ai brevetti “sospesi”

“Thank you, Ursula”, “Thank you, Mario”. Ursula von der Leyen e Mario Draghi, presiedono insieme il Global Health Summit che riunisce (virtualmente) i leader del G20 a Villa Pamphili. I sorrisi si sprecano, le posizioni restano distanti. Nel giorno in cui l’Oms fa sapere che le morti per Covid sono in realtà “tra il doppio e il triplo” rispetto al numero di decessi registrati. Draghi chiarisce che l’Italia è aperta a “introdurre una sospensione dei brevetti sui vaccini”. Poi, però, circostanzia: “L’Italia è aperta a questa idea, in modo mirato, limitato nel tempo e che non metta a repentaglio l’incentivo ad innovare per le aziende farmaceutiche”. Sa anche che la sua presa di posizione, che segue quella di Biden di due settimane fa, è minoritaria all’interno della Ue. E infatti ammette: “Capisco che Ursula ha un’altra idea. Ma la sua proposta non garantisce che i paesi a basso reddito siano effettivamente in grado di produrre i propri vaccini. Dobbiamo sostenerli finanziariamente e con competenze specializzate”.

Von der Leyen la spiega così: “Dobbiamo garantire il nostro sistema sulla proprietà intellettuale”, sottolineando tuttavia che “siamo d’accordo nell’usare tutte le flessibilità previste” dal sistema dei brevetti. Poi annuncia che la Ue “farà una proposta a inizio giugno al Wto. Tre gli elementi: “agevolazioni commerciali, sostegno ad una maggiore produzione, chiarire e semplificare l’utilizzo di licenze obbligatorie in tempi di crisi”. Le distanze non sono solo tra i due in presenza, ma anche tra i leader del mondo, che si susseguono per tutto il giorno.

E così nella Dichiarazione finale di Roma, (5 pagine e 16 punti), siglata a fine giornata, la sospensione dei brevetti non c’è. Si arriva solo a parlare di “messa in comune di brevetti a termini concordati di comune accordo”. Al netto degli impegni e dei principi, il panorama comune è tutto da costruire. Dunque, sono stabiliti i principi di multilateralismo, legame tra salute della persona e salute del pianeta. Con una visione di breve periodo, ma anche di lungo termine. Negli interventi, infatti, ricorre spesso l’idea che ci saranno future pandemie. Nelle opzioni a breve termine si parla, tra le altre cose, di condivisione dei prodotti esistenti, inclusi i vaccini tramite Covax; diversificare la capacità produttiva; facilitare il commercio e la trasparenza; lavorare per la cooperazione e l’espansione delle capacità esistenti; promuovere l’uso di strumenti quali accordi di licenza volontaria di proprietà intellettuale, trasferimento volontario di tecnologia e know-how.

D’altra parte, i grandi della terra che intervengono hanno approcci diversi. Ad assicurare un sostegno di massima a Draghi sono i francesi Macron e Sanchez, la Merkel resta contraria. Il cinese Xi Jinping si dice “favorevole alla rinuncia dei diritti intellettuali per i vaccini”.

Draghi ha ben chiaro che la partita è anche geopolitica. Oltre ad allineare la posizione italiana con quella statunitense, assicura il coinvolgimento del nostro paese nella produzione di vaccini in Africa. Perché appunto sa bene che non basta cedere i brevetti. E annuncia che l’Italia donerà 15 milioni di dosi di vaccino più 300 milioni di euro al Covax. A scorrere la lista dei donatori Ue, si vede che fino ad oggi in cima per contribuzioni complessive ci sono la Germania (con 970,7 milioni di dollari) e la Francia (476,7). Segue l’Italia (103), che evidentemente punta a accorciare le distanze. A proposito di guida europea. Intanto, la Ue annuncia 100 milioni di dosi, Francia e Germania ne promettono 30 milioni ciascuna. A conferma che qualcosa si sta in realtà muovendo arriva l’impegno delle tre grandi case farmaceutiche americane (Pfizer, Moderna e Johnson& Johnson) a mettere a disposizione 3,5 miliardi di dosi per i Paesi poveri per il biennio 2021-2022. Non donazioni, ma vendita a costi minori.

Tutta l’Italia sarà gialla da lunedì. Sette regioni sperano nel bianco

L’indice Rt è sotto 1 in tutte le regioni, con un quadro “in deciso miglioramento” e rischio basso ovunque. L’Italia sembra vedere la fine della lunga ondata di Covid-19 iniziata lo scorso ottobre e, mentre sul fronte vaccini si è raggiunta quasi quota 20 milioni di persone che hanno ricevuto almeno la prima dose, il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha firmato l’ordinanza che ufficializza tutta Italia in area gialla da lunedì. Anche la Valle d’Aosta abbandona quindi l’arancione e addirittura sono sette le regioni che, numeri alla mano, possono sognare di approdare alla zona bianca (finora concessa per tre settimane solo alla Sardegna che poi però scivolò rapidamente nel rosso): Friuli-Venezia Giulia, Molise e di nuovo Sardegna da lunedì 31; Veneto, Liguria, Umbria e Abruzzo da lunedì 7 giugno.

“È il risultato delle misure adottate, del comportamento corretto della stragrande maggioranza delle persone e della campagna di vaccinazione. Continuiamo su questa strada con fiducia, prudenza e gradualità”, scrive sui social il ministro Speranza, con l’Rt nazionale che scende per la seconda settimana consecutiva a 0,78: la scorsa settimana era di 0,86. “Il quadro nell’ultima settimana è ancora in deciso miglioramento”, spiega il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, durante l’ormai consueta conferenza stampa del venerdì sull’analisi dei dati del “monitoraggio Covid19” della Cabina di Regia. La curva dei contagi continua a scendere grazie anche al grosso apporto delle vaccinazioni. “Abbiamo fatto 30 milioni di vaccinazioni circa, 20 milioni di persone hanno ricevuto almeno una dose. Dobbiamo continuare a vaccinare, dobbiamo accelerare per mantenere questo ritmo”, aggiunge il direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza.

I dati ispirano “cauto ottimismo”, si fa notare ancora, con il livello di saturazione delle terapie intensive che scende al 19%. E se da oggi prende il via la stagione per gli impianti di risalita (è già tutto esaurito nei prossimi weekend in Trentino Alto Adige), sul fronte vaccini si scaldano anche i farmacisti: sono 20mila disponibili dopo i corsi abilitanti previsti dall’Iss, in oltre 11.500 farmacie. Nel Lazio si vaccina in farmacia dal 1° giugno: si prenota dal 24 maggio e sarà somministrato il monodose Johnson&Johnson. I nuovi arrivi di Pfizer dovrebbero permettere un giugno di somministrazioni molto intenso. Eppure non mancano i fattori di polemica e di scontro politico perché il commissario straordinario per l’emergenza, Francesco Paolo Figliuolo, in una lettera inviata ai governatori, avvisa: la road map deve andare avanti seguendo i criteri stabiliti, prediligendo “soggetti fragili, over 60 e cittadini che presentano comorbilità; in questi ultimi giorni, tale focus appare un po’ perso di vista, nonostante in molti casi le categorie citate non siano state messe completamente in sicurezza”.

Figliuolo chiede quindi alle Regioni di mettere fine a mettere fine a una serie di “annunci di azioni non coordinate preventivamente con la struttura commissariale e non inserite in un piano coerente a livello nazionale” che potrebbero avere “un effetto indesiderato addirittura contrario, arrivando a confondere l’opinione pubblica”.

Ha puntualizzato Rezza: “Arriviamo all’estate, con un tasso di incidenza finalmente al di sotto della soglia dei 100 casi per 100 mila abitanti. Ci avviciniamo al traguardo dei 50 casi per 100 mila abitanti che ci permetterebbe, di nuovo, di tornare come l’estate scorsa a fare il tracciamento. Ma meglio dell’estate scorsa, perché abbiamo persone immunizzate. La popolazione continua a usare la mascherina e a operare un certo distanziamento sociale. Questo fa sì che la graduale, parziale ripresa delle attività sia fatta in relativa sicurezza”. Ottimismo, seppur con una battuta, anche da parte del premier Mario Draghi: “Via la mascherina? Ancora no, ma fra un paio di mesi…”.