“Alla più perfetta delle dittature preferirò sempre la più imperfetta delle democrazie”
(Sandro Pertini)
Siamo tutti contenti, ovviamente, se l’Italia può riaprire e ripartire. Ma c’è un’operazione mediatica, messa in atto dal centrodestra e in primis dalla Lega e da Fratelli & Sorelle d’Italia, che rischia di tradursi in una mistificazione politica. In realtà, il merito delle riaperture non è di chi voleva riaprire “tutto e subito”, bensì di chi ha tenuto chiuso per contenere i contagi e i ricoveri in ospedale, nell’attesa che arrivassero i vaccini. E cioè, innanzitutto, del governo Conte 2 che ha dovuto affrontare per primo l’impatto di un nemico sconosciuto e invisibile come il Coronavirus, avviando la campagna vaccinale in carenza di forniture; e poi del governo Draghi che ha proseguito e intensificato l’opera, via via che arrivavano sempre più dosi.
Se all’inizio della pandemia il governo giallorosso avesse dato retta alle intimazioni contraddittorie di Matteo Salvini che a febbraio dell’annus horribilis voleva “chiudere l’Italia”, a marzo già chiedeva di “riaprire tutto per tornare alla normalità” e ad aprile ammetteva di aver sbagliato (Piazzapulita, La 7), avremmo fatto la fine del Brasile. Sulla sua scia, lo stesso mantra l’hanno recitato con intonazioni diverse i partner della coalizione. Senza rendersi conto che non tutto sarà più come prima.
Il lockdown è stato certamente un’esperienza dolorosa per tutti. In particolare, per i disoccupati, i lavoratori precari, i gestori dei bar e dei ristoranti, i commercianti e gli albergatori, gli esercenti dei cinema, dei teatri, degli stabilimenti balneari o degli impianti sciistici. Ma senza quel sacrificio collettivo il numero dei contagiati e delle vittime sarebbe ulteriormente aumentato. E il “Governo dei Migliori” non avrebbe potuto ridurre progressivamente il coprifuoco e autorizzare le riaperture “graduali, sicure, irreversibili”, come dice ora il presidente del Consiglio.
Siamo arrivati così al punto che dobbiamo sorbirci le prediche di Giorgia Meloni, secondo la quale “in democrazia, non è il governo a decidere se uno può uscire di casa”. Con tutta la simpatia che può ispirare ai propri fan la leader di FdI, la sua estrazione e la sua storia politica non l’accreditano di una peculiare competenza in materia. A parte le rivalità elettorali e le esternazioni propagandistiche, c’è alla base di questi atteggiamenti un mix di populismo e demagogia che strumentalizza gli umori o i malumori dei cittadini, ingannando le loro legittime aspettative.
Tanto più irresponsabili appaiono tali comportamenti perché l’emergenza, purtroppo, non è finita e siamo ancora lontani dalla “normalità”. E non soltanto in Italia. In Gran Bretagna, per esempio, si teme la variante indiana e il premier Boris Johnson non esclude l’ipotesi di tornare indietro sulle riaperture. Mentre in Giappone è già scattato l’allarme per la quarta ondata. La pandemia, per definizione, è globale. Ma i nazionalisti e sovranisti di casa nostra non riescono a farsene una ragione.
Ps: Questa rubrica, come i lettori sanno, s’è occupata più volte della riforma della Rai. Accogliamo perciò con favore la “conversione sulla via di Damasco” dei renziani che hanno presentato al Senato una proposta per affrancare il servizio pubblico dalla politica, attribuendo la governance a una Fondazione alla quale spetterebbe scegliere il Cda, come qui sosteniamo da tempo. Un’improvvisa “folgorazione” sulla strada indicata recentemente dall’ex premier Conte. Peccato che nel 2015 sia stata proprio la “riformicchia” di Matteo Renzi a trasferire dal Parlamento al governo la nomina dell’ad e direttore generale della Rai con pieni poteri.