Diplomazie. Urso l’iraniano (ma pure i padani filo-Qatar)

La partitaccia a destra sul Copasir si gioca tutta su una bizzarra questione di equilibri mediorientali. C’è chi rinfaccia amicizie con l’Iran e chi rammenta simpatie qatariote: tra meloniani e salviniani è una questione “molto poco italiana”, come direbbe il grande Stanis La Rochelle.

La pregiudiziale iraniana – meraviglia coniata dalla Lega per mantenere l’egemonia nell’organo parlamentare che controlla i servizi segreti – è quella sventolata da Matteo Salvini nei confronti di Adolfo Urso, il vice di Fratelli d’Italia che dovrebbe essere il naturale erede di Raffaele Volpi, presidente dimissionario del Carroccio. Salvini vuole sabotare l’ayatollah Urso: “Sicuramente, in un momento come questo, con Israele sotto attacco, la Lega non darà mai il suo consenso a qualcuno che è amico del regime iraniano che vorrebbe cancellare Israele dalla faccia della terra. Quindi, il Copasir deve essere guidato da qualcuno al di sopra di ogni sospetto e lontano da certe amicizie”.

Salvini non fa il nome di Urso ma l’allusione è cristallina. Il senatore ex finiano nel 2013 ha fondato una società di consulenza, Italy world services, che aiuta le imprese italiane a fare affari con Teheran. Il fatto che la questione iraniana fosse delicata per Urso lo testimoniano un paio di circostanze per lo meno sospette. Primo: Urso ha ceduto un terzo delle quote societarie al figlio Pietro nel giugno 2018, proprio quando veniva nominato tra i dieci membri del Copasir. Secondo: dal sito della fondazione finiana Farefuturo è stata fatta sparire – “Siamo spiacenti, ma la pagina che stavi cercando non esiste” – una sua vecchia intervista benevola verso Teheran: “Io, ex colonnello di An, ora aiuto le imprese in Iran”. In questo imbarazzo si è infilato Salvini, che sul Copasir ovviamente gioca una partita tutta sua, che ha davvero poco a che fare con i princìpi di geopolitica mediorientale.

Intanto però si sono messe in moto le contro-diplomazie. L’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata ha pubblicato su Twitter una vecchia foto di Urso, all’epoca viceministro del Commercio estero nel governo Berlusconi II, che stringe la mano al presidente israeliano Shimon Peres. Una foto rilanciata pure dall’account “Alleanza per Israele”, che ne pubblica un’altra in cui Urso saluta l’ex premier Ariel Sharon dopo un incontro a Tel Aviv.

Siccome poi la purezza di Salvini in politica estera è davvero difficile da sostenere, Fratelli d’Italia non ha faticato a mettere in luce le sue incoerenze in un’area non proprio filo israeliana come il Golfo Persico. “Tra gli amici dell’Iran c’è anche il Qatar”, ha ricordato il senatore di Fdi Giovan Battista Fazzolari. E Salvini col Qatar è diventato davvero amicone, dopo essersi rimangiato vecchi proclami sul terrorismo. Restano indimenticabili le foto con mitra in braccio a Doha. E più di recente il voto della Lega a favore della ratifica del bilaterale Italia-Qatar.

Copasir, il presidente si può eleggere anche senza Lega

A fotografare la situazione ci pensa un senatore di lunga data del centrodestra: “Su una poltrona istituzionale così importante come la presidenza del Copasir si stanno giocando le primarie per la leadership nel centrodestra”. Da tre mesi, infatti, la partita della presidenza del Comitato parlamentare che esercita il controllo dei Servizi Segreti è diventata una sfida tutta politica tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Diventata ancora più delicata dopo le rivelazioni di Report sugli incontri tra Matteo Renzi e Matteo Salvini con il capo reparto del Dis Marco Mancini lo scorso dicembre, in piena crisi di governo. Secondo la legge 124 del 2007, la presidenza e metà dei componenti spettano all’opposizione, cioè a Fratelli d’Italia, ma fino a giovedì, forte anche del parere dei presidenti delle Camere Fico e Casellati, il leghista Raffaele Volpi aveva deciso di non dimettersi. Giovedì poi il passo indietro, quando i 4 componenti di Pd e M5S hanno abbandonato i lavori: Volpi e il leghista Paolo Arrigoni hanno lasciato.

Una mossaordinata da Salvini, a cui è seguita la richiesta leghista di dimissioni di tutti gli altri membri del Copasir. Obiettivo: sciogliere il Comitato e ricostituirne uno nuovo con 5 esponenti di Fratelli d’Italia, come prevede la legge. Senza questa condizione, la Lega non parteciperà più ai lavori. Apparentemente un assist al partito di Giorgia Meloni ma in realtà un tentativo di paralizzare il Copasir visto che nessuno degli 8 componenti rimasti ha intenzione di dimettersi. Tant’è che in Fd’I accusano il leader leghista di voler rimandare sine die anche la sua probabile audizione sugli incontri con Mancini. “Qualcuno si deve dimettere, Pd e M5S sono attaccati alla poltrona” ha attaccato ieri Salvini. Peccato però che la sua sia una pistola scarica: come spiegano fonti qualificate del Copasir, si potrebbe arrivare all’elezione del presidente anche senza la Lega. E questa sembra essere l’intenzione anche dei presidenti di Camera e Senato che ora, alla luce del fatto che senza il presidente l’organismo non può lavorare, sono intenzionati a risolvere il rebus velocemente. A inizio settimana, se Salvini e Meloni non troveranno l’accordo politico, Fico e Casellati si rivolgeranno ai capigruppo della Lega chiedendo di indicare i nomi per sostituire i dimissionari Volpi e Arrigoni. Ma se il Carroccio continuerà a fare muro, i presidenti delle Camere agiranno motu proprio: o nominando un deputato e un senatore leghista per poi procedere all’elezione del presidente oppure chiedendo a Volpi di allestire il seggio elettorale. In ogni caso i restanti 8 componenti del Copasir voteranno il sostituto di Volpi. E Salvini resterà con un pugno di mosche in mano.

Il leghista inoltre ha posto il veto sul candidato di FdI, Adolfo Urso perchè “amico dell’Iran”. Se è vero che su Urso ci sono delle perplessità anche degli altri membri del Copasir, Salvini lo mette nel mirino per non darla vinta a Meloni. Ché la partita si intreccia con quella delle Amministrative: i leghisti vogliono portare la questione lunedì al vertice dei leader di centrodestra e usare il Copasir come carta di scambio per le scelte sulle città. La Lega vuole anche una poltrona in cambio della presidenza del Copasir tant’è si parla di Ignazio La Russa per liberare la vicepresidenza del Senato. Ma l’ex ministro della Difesa nega: “Il nostro candidato rimane Urso – dice La Russa al Fatto – non voglio essere merce di scambio di nessuno”. Così si fa il nome anche di Fabio Rampelli: la vicepresidenza della Camera potrebbe andare proprio a Volpi. Infine ieri Salvini ha anche detto che non è preoccupato del sorpasso di Meloni: “E se sbarcano gli alieni?”.

Masi vuole tornare a “casa” (anche se ha fatto danni)

Quasi nessuno pensava che si sarebbe ricandidato. E invece eccolo qui. Tra i curricula giunti in Parlamento per la carica di consigliere d’amministrazione Rai c’è pure quello di Mauro Masi, potente ex direttore generale di Viale Mazzini in piena epoca berlusconiana (2009-2011).

Direte: a quasi 70 anni si annoia a fare la vita da pensionato. Peccato che il nostro non stia proprio in pantofole.

Al momento è nell’ordine: presidente di Consap, dove è riuscito nel triplo salto carpiato di farsi eleggere lo scorso 23 dicembre dopo tre mandati da amministratore delegato; presidente della Banca del Fucino (dove tra l’altro lavora pure il figlio, Matteo David Masi, come strategy and business development advisor), istituto in cui è confluita Banca Igea; membro italiano del cda dell’Ufficio Europeo dei Brevetti di Monaco; delegato italiano alla proprietà intellettuale.

A colpire è però che Masi si ricandida al Cda di un’azienda, la Rai, che è stato costretto a risarcire. Nel 2018 l’ex dg è stato condannato in via definitiva per danno erariale nei confronti della tv di Stato per 100mila euro. Da direttore generale, infatti, favorì l’esodo dell’ex direttrice della Tgr, Angela Buttiglione, e dell’ex direttore di Radio Rai, Marcello Del Bosco, facendo sborsare a Viale Mazzini la bellezza di 680 mila euro, cifra che la Corte dei Conti ha giudicato come danno erariale, sentenza poi confermata in Cassazione.

La tv pubblica, però, è sprovvista di un regolamento interno che vieti a chi le ha causato danni economici di ripresentarsi. Nella legge si fa riferimento solo al fatto che il profilo dei consiglieri debba attenersi a una “riconosciuta onorabilità, prestigio e competenza”. Insomma, si parla di “onorabilità”, senza un divieto preciso.

“Se lui torna in Rai, m’incateno al cancello di Viale Mazzini”, ha detto di recente in tv Michele Santoro. Che, durante il periodo di Annozero, con Masi ebbe scontri epocali, con tanto di “vaffa…” in diretta televisiva.

Zero sindaci: la grande fuga dalla maglia nera della politica

Casse vuote, grossi rischi personali e uno stipendio non paragonabile ai privilegi della Casta. Trovare un candidato sindaco, di questi tempi, è impresa che richiede mesi di corteggiamento, col rischio che a far dire sì non basti neanche il prestigio di una bella città o la prospettiva di entrare nelle grazie dei partiti. La destra brancola nel buio a Roma e Milano, Pd e 5Stelle fanno collezione di “no grazie” a Napoli. Ieri Dario Nardella, sindaco di Firenze, lo ha detto al Mattino: “Il problema è che nessuno vuole più fare il sindaco”.

La crisi di vocazione sembra avere radici profonde. Tra i più crucciati c’è Piero Fassino, deputato dem e predecessore di Chiara Appendino a Torino. Basta accennargli il tema e inizia a sfogarsi: “Intanto c’è una penuria di risorse evidente. Tra il 2008 e il 2014 calcolammo un taglio di 20 miliardi dei fondi destinati ai Comuni. Quando ero sindaco, a un certo punto eravamo contributori netti, cioè versavamo allo Stato più di quanto ricevevamo”. Ma il disincentivo più grande sembra un altro: “I sindaci si fanno carico di enormi responsabilità personali e penali anche per pratiche quotidiane in cui non c’è nessun dolo o nessuna sottrazione di risorse”. Il riferimento è soprattutto al reato di abuso d’ufficio, di cui si discute da anni e in parte riformato dal governo Conte II. Secondo Fassino, parliamo di “un reato dai contorni assolutamente indefiniti”, tanto che, citando Pier Luigi Bersani “per un amministratore locale un’indagine per abuso d’ufficio è come una multa per un camionista”.

Ne sa qualcosa Massimo Zedda, ex sindaco di Cagliari a processo per quattro anni prima di essere riconosciuto innocente. Zedda, oggi consigliere regionale, riconosce però quanto sia delicato intervenire per modificare l’abuso d’ufficio. Il problema si lega semmai al funzionamento della macchina dei Comuni: “Quando fui eletto avevo 40 posizioni dirigenziali, quando me ne andai erano poco più di 20. Se un funzionario deve gestire mille cose, è più facile che, anche in buona fede, ci si possa esporre a errori. L’aver prosciugato il personale degli enti locali determina un indebolimento del controllo”. Insomma “ogni giorno un sindaco fa i salti mortali” e non è solo un tema che riguarda le grandi città: “In Sardegna abbiamo diversi Comuni dove corre una lista sola o dove non si presenterà nessuno. Anche perché per le grandi città rimane almeno un po’ di visibilità, nei piccoli Comuni no e magari devi pure sacrificare il tuo lavoro”.

E le indennità, specie se si scende nei Comuni più piccoli, non sono certo quelle di un parlamentare o di un consigliere regionale (che superano i 10 mila euro lordi al mese), visto che neanche il sindaco di Roma (9 mila lordi) pareggia quelle cifre. Perciò Fassino insiste: “Anche questo incide nella difficoltà di reperire candidati”.

Come uscirne, allora? Una via prova a tracciarla l’ex sindaco di Bologna Sergio Cofferati: “Bisognerebbe pensare a norme che ti consentano di decidere in autonomia con più efficacia. Significa snellire le procedure e concedere disponibilità di risorse e personale. Dopodiché i partiti devono fare il loro, scegliendo persone competenti e che sappiamo parlare con le persone, qualità che per un sindaco vale oro”. Ai problemi già citati, però, Cofferati ne aggiunge un altro: “Il limite dei due mandati consecutivi ha una ratio positiva, ma penalizza chi non può permettersi di interrompere il proprio lavoro per dieci anni e per poi riprenderselo”. Motivo per cui il mestiere “limita i giovani” e favorisce gli over 70.E se è vero che la crisi del 2008 ha contribuito a falcidiare regole e bilanci dei Comuni, c’è però un contesto più generale da tenere a mente. Massimo Cacciari, filosofo ed ex sindaco di Venezia, torna indietro di qualche anno: “Le lamentele dei sindaci sono tutte giuste, ma non è nulla di nuovo. Dopo la riforma del 1992, c’è stata una controrivoluzione centralista burocratica che ha ridotto in cenere la vera autonomia locale”. Tutte cose che Cacciari rivendica “di aver denunciato milioni di volte”: “Se poi loro si svegliano adesso, pazienza. Qualcuno da mandare a fare il candidato lo troveranno anche stavolta”.

Più disuguaglianze col Covid: in crisi il 60% delle famiglie

Mentre il segretario del Pd Enrico Letta torna a difendere la sua proposta di una tassa di successione sull’1% dei più ricchi, bocciata dal premier Mario Draghi (“Non è il momento di prendere soldi ai cittadini”), il resto del Paese si spacca sotto i colpi del Covid. Il virus ha aumentato le disuguaglianze sociali: poche famiglie sono sempre più abbienti, mentre per la maggior parte del Paese è crisi senza fine. Gli effetti devastanti sono sotto gli occhi di tutti e, ora, anche la Banca d’Italia lo ha certificato nella sua ultima indagine straordinaria: l’emergenza sanitaria pesa sui consumi di più della metà delle famiglie.

Oltre il 60% dei nuclei – si legge nel rapporto – dichiara di avere difficoltà economiche ad arrivare alla fine del mese. Si tratta di 10 punti percentuali in più rispetto al periodo pre-pandemia, ma nei nuclei in cui il cui capofamiglia è un lavoratore autonomo la quota aumento di oltre 20 punti (si arriva al 65%).

Così, se poco meno del 40% delle famiglie dichiara che negli ultimi dodici mesi il proprio reddito non è stato sufficiente a coprire le spese, quasi la metà di queste famiglie spiega che in assenza di reddito o trasferimenti non disporrebbe di risorse finanziarie proprie per far fronte ai consumi essenziali nemmeno per un mese. La sfiducia, insomma, la fa da padrone quando lo stipendio si assottiglia. Poco meno di un terzo dei nuclei dichiara, infatti, di aver percepito nell’ultimo mese un reddito più basso rispetto a prima dello scoppio della pandemia, ma il calo è più diffuso tra quelli in cui il capofamiglia è un lavoratore autonomo o disoccupato e nelle zone che al momento dell’intervista erano maggiormente colpite dall’emergenza sanitaria (zone arancioni e rosse). Il peggioramento delle condizioni reddituali è stato però mitigato dalle varie misure di sostegno al reddito: tra dicembre del 2020 e febbraio del 2021 ne avrebbe beneficiato un quarto delle famiglie.

Intanto, però, le prospettive restano incerte anche per quanto riguarda i consumi: nei prossimi tre mesi poco più di un quarto delle famiglie pensa di ridurre quelli non durevoli, contro una percentuale di circa un terzo nell’edizione di novembre, segnala ancora Bankitalia. E così, se per i nuclei che arrivano con difficoltà alla fine del mese l’ostacolo è rappresentato dalle minori disponibilità economiche, per le famiglie più abbienti “pesano soprattutto le misure di contenimento e la paura del contagio”. Che, comunque, non hanno rappresentato un ostacolo ai maggiori guadagni e al maggior risparmio. Tanto che circa il 40% degli intervistati dice di aver speso meno del reddito annuo nel 2020, riuscendo a fare un po’ la formichina. Solo un terzo del risparmio accumulato nel 2020, tuttavia, verrà consumato nel 2021.

Intanto dall’inizio della pandemia, come emerge nel report diffuso nelle scorse settimane da Oxfam, la ricchezza di 36 miliardari italiani è aumentata di oltre 45,7 miliardi di euro, pari a 7.500 euro per ognuno dei 6 milioni di italiani più poveri. Insomma, oggi un’infermiera dovrebbe lavorare 127 anni per guadagnare quanto un amministratore delegato in un anno.

La maggior parte delle famiglie, tuttavia, non si attende che l’emergenza sanitaria venga superata entro un orizzonte ravvicinato: solo il 16% ritiene che verrà meno nel corso del 2021, mentre un terzo stima che si protrarrà almeno fino al 2023.

I Paesi ricchi tassano poco le eredità (noi quasi zero)

Magari la proposta della dote ai 18enni, da finanziare alzando le imposte sulle eredità delle famiglie più agiate, serviva solo a segnare un punto. Dopo le polemiche, però, sembra invece diventata per Enrico Letta un punto programmatico del partito (l’unico chiaramente identificabile in ambito sociale). Il sostanziale no di Mario Draghi, con tanto di chiamata tra i due ieri, non l’ha fermato. “Io ho fatto una proposta sui giovani e poi, con serietà, ho parlato di come finanziarla, ma vedo che si continua a parlare solo di patrimoni e successioni: ne traggo la triste ennesima conferma che non siamo un paese per giovani. E non mollo” ha twittato. E annuncia la sua partecipazione alla trasmissione Che tempo che fa per ribattere alle critiche del centrodestra che non vuole che l’1 % del Paese (di questo parliamo sulle eredità superiori ai 5 milioni) “aiuti i diciottenni”. L’idea della dote nasce dalle proposte del Forum sulle disuguaglianze e dalle idee di Fabrizio Barca e, filtra dal Nazareno, le divisioni all’interno del partito sul tema “non ci sono”.

La proposta di Letta non arriva, per così dire, a freddo. Una decina di giorni fa l’Ocse, il think tank dei Paesi ricchi, ha licenziato un rapporto dettagliato che arriva auna conclusione netta: le imposte di successione ben progettate possono aumentare le entrate fiscali e migliorare l’equità a costi, in termini di efficienza e amministrativi, inferiori rispetto ad altre alternative. Uno strumento importante, sottolineano i ricercatori, per arginare l’allargarsi del divario delle disuguaglianze, tra le ricchezze detenute da pochi, consolidate e in crescita esponenziale e la nuova povertà delle famiglie, soprattutto in tempo di Covid. “Quando si assume che una società abbia preferenze per la meritocrazia e la parità di opportunità – si sottolinea nel rapporto – i modelli fiscali ottimali disegnano imposte di successione ottimali”.

Oggi nei Paesi Ocse solo lo 0,5% del gettito fiscale totale proviene da questa tipologia di imposte. In un certo numero di paesi la maggior parte dei patrimoni non viene sufficientemente tassata a causa del trattamento fiscale preferenziale applicato ai trasferimenti a parenti stretti e per le agevolazioni previste per beni specifici (residenza principale e attività agricole, fondi pensione e vita, polizze assicurative). In altri le tasse di successione e sugli immobili ereditati possono essere ampiamente evitate anche attraverso donazioni in vita, grazie al loro trattamento fiscale più favorevole. La maggior parte dei paesi impone imposte sulle successioni e donazioni basate sui beneficiari, ma una minoranza preferisce incidere sui donatori. E non è sempre il governo centrale a prelevare. Le regioni in Belgio e i cantoni in Svizzera hanno piena autonomia sull’imposizione e le modalità di tassazione delle eredità. Negli Stati Uniti i singoli Stati possono applicare tasse aggiuntive, oltre quelle federali. La quota di proprietà soggetta a tassazione va dallo 0,2% degli Usa al 48% della regione di Bruxelles. Canada, Messico, Austria, Repubblica ceca, Norvegia, Slovenia e Svezia, Israele e Nuova Zelanda hanno abolito le tasse di successione prima del 2000. L’Italia l’ha introdotta dal 2006, ma la prima imposta sulle successioni e donazioni dello Stato unitario risale al 1862.

Oggi L’Italia è al 21esimo posto tra i paesi Ocse per la percentuale di entrate sul totale derivanti dalla tassazione di donazioni e successioni: intorno allo 0,11%, ben al di sotto della media Ocse e fanalino di coda di tutti i principali paesi europei. Il Belgio è al secondo posto per la pressione fiscale sull’asse ereditario, preceduto solo dalla Corea del sud, la Francia al terzo, la Germania all’undicesimo, la Spagna al nono. Come ha documentato l’economista Salvatore Morelli sul Fatto, l’Italia è ormai diventata un sostanziale paradiso fiscale per le eredità: nel 2016 i 154 miliardi di lasciti ereditati hanno generato solo 420 milioni di gettito, lo 0,06% delle entrate della P.A.

La Legge Obiettivo di Draghi: grandi opere, zero controlli

Manca meno di una settimana e l’Italia avrà il decreto Semplificazioni – l’ennesimo visto che l’ultimo è solo dell’agosto scorso – che tutti invocano per far correre il Paese e, soprattutto, rispettare i tempi del Pnrr imposti da Bruxelles. Bene, ma l’ultima bozza che Il Fatto ha potuto visionare agli articoli 27 e 28 comprende una semplificazione che col Pnrr ha poco o nulla a che fare. Ricorda piuttosto la Legge Obiettivo di Silvio Berlusconi e Pietro Lunardi (“criminogena”, la definì l’ex presidente dell’Anac Raffaele Cantone), poi parzialmente bocciata dalla Consulta che disse – in sostanza – va bene autorizzare e costruire in deroga, ma mi dovete spiegare razionalmente perché queste opere e non altre.

Ecco, i due articoli partoriti dal ministero delle Infrastrutture oggi guidato da Enrico Giovannini sono dedicati a 10 grandi opere (una lista che potrebbe cambiare nei prossimi giorni e ampliarsi ulteriormente in Parlamento): 4 sono già state commissariate (l’alta velocità Salerno-Reggio Calabria e quella in Sicilia, la linea Fortezza-Verona e la diga di Pietra Rossa), due sono citate nel Fondo di investimenti complementare che il governo ha affiancato al Pnrr (l’acquedotto del Peschiera e gli interventi di elettrificazione delle banchine portuali) e il resto – tipo il sistema tranviario di Palermo – non si sa bene da dove venga fuori (c’è però anche la diga foranea di Genova, opera da quasi un miliardo).

Nessuna delle dieci opere, comunque, dovrebbe essere sottoposta alla rigida tempistica dei fondi europei, eppure si meritano due articoli e 12 commi che realizzano una completa riscrittura del processo autorizzativo nell’ambito di un decreto per il Pnrr: sono le “Semplificazioni procedurali in materia di opere pubbliche di particolare complessità o di rilevante impatto”.

La ratio, in buona sostanza, è aggirare – e di corsa – qualunque ostacolo possa frapporsi alla realizzazione di queste grandi opere, in special modo il dibattito pubblico (obbligatorio in caso di infrastrutture invasive), gli organi collegiali di natura politica e le assemblee elettive: partecipazione, conflitti e trasparenza non sono i benvenuti. La procedura è abbastanza inquietante. Intanto si parte con la creazione di un Comitato Speciale dei lavori pubblici con tre magistrati, sei dirigenti di vari ministeri e un po’ di esperti che non mancano mai: questo Comitato, in massimo 45 giorni compresi di richieste di modifiche ai progetti, deve dare il via libera, sennò si va di silenzio-assenso (per opere di “particolare complessità” e “rilevante impatto”…).

Le Soprintendenze – a proposito, ce ne sarà una “Speciale” per il Pnrr – e il parere della commissione per la Valutazione d’impatto ambientale (Via) arriveranno direttamente in Conferenza dei servizi, la cui “determinazione conclusiva (…) ha effetto di variante degli strumenti urbanistici vigenti” (tradotto: un voto a maggioranza in Conferenza dei servizi basta ad aggirare consigli comunali e regionali).

E se ci dovesse essere qualche problema? Tipo che le amministrazioni coinvolte non sono d’accordo tra loro? Nessun problema: entro 15 giorni “il Comitato speciale esprime un parere” con le modifiche approvate e quelle che eventualmente potrebbero mettere a tacere i dissenzienti, la faccenda va chiusa entro un mese. Poi, “qualora non si pervenga ad una soluzione condivisa”, la palla passa a una segreteria tecnica che sarà creata dal decreto “governance” (anch’esso atteso entro una settimana) e di lì al Consiglio dei ministri che dovrà decidere “compatibilmente con le preminenti esigenze di appaltabilità dell’opera e della sua realizzazione entro i termini previsti dal Pnrr ovvero, in relazione agli interventi finanziati con le risorse del Piano per gli investimenti complementari”.

A quel punto, “le decisioni del Consiglio dei ministri sono immediatamente efficaci” e “non sono sottoposte al controllo preventivo della Corte dei Conti”. Da lì in poi “la verifica del progetto definitivo e del progetto esecutivo (…) accerta altresì l’ottemperanza alle prescrizioni impartite in sede di conferenza di servizi e di Via” e “la stazione appaltante procede direttamente all’approvazione del progetto definitivo ovvero del progetto esecutivo direttamente”. Decorsi infine 90 giorni – dopo aver smantellato qualunque sistema di controlli – l’opera deve essere assegnata al costruttore. Si chiederà il lettore: e se non funziona neanche questo? Facile: si commissariano pure i lotti già commissariati qualche mese fa. Viva le semplificazioni.

(Non) lasciateli lavorare

Ormai non passa giorno senza un nuovo, vergognoso segnale di restaurazione. Ieri il cosiddetto ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, premio Attila ad honorem, ha dato il via libera a nuove trivellazioni nel mare Adriatico. E martedì la “Commissione di garanzia” del Senato – quella che ha appena restituito il vitalizio al corrotto Formigoni – si appresta a violare un’altra volta le regole ridando il bottino agli ex. I giornali, tutti tranne il Fatto, continuano a ignorare questo scandalo. L’andazzo generale è “tutto va ben madama la marchesa” e guai a disturbare il manovratore. Il peggio della cultura autoritaria, un tempo esclusiva della stampa berlusconiana (“Lasciatelo lavorare”, “Ghe pensa lü”), ha ora traslocato sugli house organ draghiani tipo Repubblica, dove si leggono titoli ai confini della realtà. Due mesi fa: “Draghi il Recovery se lo riscrive da solo”. E ieri: “Tasse, la strategia di Draghi. Non saranno i partiti a ridisegnare il fisco”. E chi dovrebbe ridisegnarlo, di grazia, se non le forze politiche rappresentate in Parlamento in base ai voti ottenuti alle elezioni? Cosa c’è di più politico e di meno tecnico del fisco del futuro, cioè della scelta su chi debba pagare più tasse e chi meno?

Il condono di marzo sulle cartelle esattoriali del 2000-’10 (con la scusa del Covid-19), ha già detto molto, sull’orientamento di questo governo. Il resto l’ha chiarito l’altroieri il premier, con una voce dal sen fuggita. Alla timida proposta di equità lanciata da Letta per una tassa di successione sui grandi patrimoni che finanzi le politiche per i giovani, ha risposto glaciale: “Non è il momento di prendere soldi ai cittadini, ma di darli”. E quale sarebbe il momento di dare una tosatina alle rendite e alle diseguaglianze, ingigantite dai governi B. con l’abolizione della tassa sulle eredità e dai governi Letta e Renzi con l’abrogazione dell’Imu sulle case dei ricchi, se non questo della crisi post-Covid? Per “dare soldi”, da qualche parte bisogna prenderli: e siccome si riparla di riforma delle pensioni, non vorremmo che fossero i pensionati a pagare il conto. Insieme al milione (almeno) di licenziati prossimi venturi grazie alla sciagurata revoca del blocco. E ai precari dei subappalti, che col dl Semplificazioni anticipato ieri dal Fatto diventeranno carne da cannone con una deregulation sui salari e la sicurezza che fa impallidire quelle berlusco-renziane. Alcuni buontemponi auspicano che questo governo di centrodestra in un Parlamento a maggioranza di centrosinistra duri fino al 2023. Davvero 5Stelle, Pd e Leu intendono inghiottire (e farci inghiottire) vagonate di rospi per altri due anni? E sono sicuri, a fine corsa, di trovare ancora qualche elettore disposto a votarli?

Agli italiani piace poco l’auto alla “spina” (meglio l’ibrido)

Agli italiani l’auto con la spina piace meno rispetto al resto dell’Europa che conta. Stando ai numeri di aprile, che trovate con dovizia di particolari in questa pagina, sommando le vendite di ibride plug-in ed elettriche pure, non si va oltre il 7,9% del totale: meno della metà rispetto al 16,1% di media di mercati di riferimento come Germania, Francia, Spagna e anche Inghilterra, pure se non fa più parte dell’Ue. Dove invece andiamo forte, più degli altri, è nell’ibrido senza la ricarica, ovvero quello “mild” e “full”: qui la quota raggiunge il 28,7% del totale, rispetto a una media del 19,4 per cento dei paesi su citati. Batteria si, dunque, ma con moderazione.

Come mai questa controtendenza? È presto detto. Nel nostro Paese i prezzi delle vetture ricaricabili rimangono alti, rispetto a quanto il consumatore medio può permettersi. E, nonostante i proclami di facciata, si paga ancora la carenza di infrastrutture per la ricarica rispetto ad altre realtà continentali come Germania o Francia, dove si stanno facendo (sul serio) investimenti massicci per adeguare la rete di rifornimento e dare incentivi consistenti e duraturi. Più di quelli che stanno comunque sostenendo un mercato, quello italiano dell’elettrone, che senza il puntello dei sussidi statali si ritroverebbe con numeri ancora più modesti. Del resto, è questo lo scotto da pagare quando una transizione ecologica è imposta dall’alto, leggi istituzioni, e più che a un passaggio graduale somiglia ad una corsa affannosa. E poco lungimirante.

Mercato europeo, la crisi non si ferma

“Niente di nuovo sul fronte occidentale”, anzi. I dati sulle immatricolazioni del mese di aprile confermano che l’intero mercato auto dell’Europa occidentale – non solo quello nazionale, quindi – continua a essere in stato di sofferenza. Continua, cioè, a risentire del duro lockdown dello scorso anno e degli effetti di una pandemia ancora presente, nonostante le graduali riaperture e una ripresa della vita a ritmi quasi normali.

Ad aprile 2021, nel Vecchio continente sono state immatricolate 1.039.810 auto: un dato che, se confrontato con quello dello stesso periodo del 2020, segna una crescita del 255,9%. Un confronto chiaramente sproporzionato, per la disparità di condizioni (leggi lockdown da pandemia) che differenziano lo stesso periodo a un anno di distanza. Contrariamente, riportando il dato attuale a quello di aprile 2019, si evidenzia una perdita del 22,7% per le immatricolazioni del 2021, che sul quadrimestre (gennaio-aprile 2021) si attesta a -25%.

I dati mostrano una crisi generale per l’intera area, con l’unica eccezione rappresentata dal mercato svedese, che invece registra un incremento nelle immatricolazioni dell’8,3%. Quanto alla porzione che assorbe oltre il 70% dei numeri del mercato dell’Europa occidentale – si parla di Francia, Spagna, Germania, Italia e Regno Unito –, in questo caso non si salva nessuno. Forse l’Italia, la cui situazione pur drammatica, inserita nel contesto europeo, risulta però la meno allarmante: il nostro mercato, infatti, ha segnato una flessione del 16,9% rispetto ad aprile 2019, ma per la Francia si è trattato di un -21,5%, per la Germania -25,6%, per il Regno Unito -34,2%, e ancora per la Spagna -39,3%, la più colpita.

A riparare il mercato italiano da una crisi ancora più nera sono intervenuti gli incentivi statali, soprattutto quelli che hanno interessato la fascia di veicoli con emissioni di CO2 comprese tra 61 e 135 g/km: uno stanziamento di fondi che è riuscito a coprire appena il primo quadrimestre dell’anno, e che comunque ha avuto il merito di sostenere le vendite in un periodo difficile.