Lamborghini, la strada verso l’elettrificazione costa 1,5 miliardi

Si chiama “Direzione Cor Tauri” il nuovo piano aziendale che porterà Lamborghini a un radicale abbattimento delle emissioni di CO2 emesse nell’ambiente: lo ha presentato Stephan Winkelmann, presidente e amministratore delegato della casa di Sant’Agata Bolognese, illustrando le tappe strategiche del processo di decarbonizzazione, che coinvolgerà sia i futuri modelli sia il sito produttivo della marca. Il focus è tutto sull’elettrificazione.

“Il piano di elettrificazione di Lamborghini è un cambio di rotta reso necessario da un contesto mutato radicalmente, in cui vogliamo dare il nostro contributo continuando a ridurre l’impatto ambientale attraverso progetti concreti”, spiega Winkelmann: “La nostra risposta è un piano dall’approccio integrato, dai prodotti al sito di Sant’Agata Bolognese (un’area di 160.000 mq che, dal 2015, si fregia della certificazione CO2 neutrale), che ci porterà verso un futuro più sostenibile, ma pur sempre fedele al nostro dna. Lamborghini è sinonimo di altissima competenza tecnologica nella costruzione di motori dalle prestazioni straordinarie: questa continuerà a essere la priorità”.

Tre le fasi di Direzione Cor Tauri: si parte con la celebrazione delle tradizioni, ovvero del motore a combustione interna (2021-2022) attraverso la presentazione di modelli termici destinati a versioni che renderanno tributo alla storia del marchio.

Già quest’anno l’azienda ha annunciato il lancio di due novità con propulsore V12. Ancor più importante la fase si transizione ibrida (entro fine 2024): nel 2023, infatti, Lamborghini presenterà il suo primo modello di serie ibrido ed entro fine 2024 tutta la gamma sarà elettrificata. Il target è l’abbattimento del 50% delle emissioni di anidride carbonica dall’inizio del 2025.

Per centrare l’obiettivo il Toro ha programmato un investimento da oltre 1,5 miliardi di euro stanziati in quattro anni, il più grande della storia di Lamborghini.

“La promessa di oggi, supportata dal più grande piano di investimento della storia del marchio, è la prova della nostra profonda dedizione non solo verso i nostri clienti, ma anche verso i nostri fan, le nostre persone e le loro famiglie, verso il territorio in cui siamo nati, l’Emilia-Romagna, l’Italia, il Made in Italy”, aggiunge Winkelmann.

La terza e ultima fase sarà anche quella più rivoluzionaria e coinciderà con l’esordio della prima Lambo 100% elettrica, che dovrebbe arrivare nella seconda metà del decennio. Propositi ambiziosi, che rendono merito al nome scelto per descriverli: Cor Tauri è la stella più luminosa della costellazione del Toro.

Il Divin Codino, perché Baggio ha ancora il “10” sulle spalle

Certi rigori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano: “Me lo porterò dentro per sempre. L’ho vissuta malissimo, perché è una cosa che ho sognato per milioni di notti, poi la realtà mi ha messo di fronte a un epilogo a cui non avevo mai pensato”.

Il penalty sbagliato nella finale contro il Brasile di Usa 94 Roberto Baggio non lo archivierà mai, né lo fa il film, per la regia di Letizia Lamartire, che s’è ritagliato su misura: Il Divin Codino, su Netflix dal 26 maggio.

Prodotto da Fabula con Mediaset, si concede ellissi capitali, dal contestato passaggio dalla Fiorentina alla Juventus fino a Italia 90, per concentrarsi sull’approdo dal Vicenza alla Fiorentina, i Mondiali americani, il ritorno col Brescia nei primi Duemila: “Tre momenti decisivi – spiega la sceneggiatrice Ludovica Rampoldi – della battaglia tra l’eroe e il suo destino”.

L’altra penna, Stefano Sardo, inquadra il lascito di una carriera, 22 anni e sette team, senza eguali: “Roberto Baggio è amatissimo, non è considerato la bandiera di nessuna squadra, perché è la bandiera dell’Italia”.

Azzurro che più azzurro non si può, Roberto tra schermo – Andrea Arcangeli gli rende giustizia – e realtà gioca la partita più dura, e gratificante, col padre Florindo (Andrea Pennacchi, bravo): “A volte non capiamo l’amore, la protezione, l’aiuto dei nostri genitori, e lì per lì possiamo percepirli come nemici”. Insomma, L’uomo dietro il campione, come vuole il bel pezzo di Diodato, e pure “l’uomo davanti al film”.

Non che abbia mai peccato di protagonismo, il Pallone d’Oro 1993, ma la domanda è la stessa recentemente sollevata da un altro 10 (il doc Mi chiamo Francesco Totti e la serie Speravo de morì prima): il regista è quello in campo o quello sul set?

Baggio dribblava da Dio, Il Divin Codino pure.

 

Italia, un Paese modellato sul destino degli “Azzurri”

“Questo non è un libro sulla storia del calcio. Questo è uno sguardo sulla storia d’Italia, con le lenti delle vicende dello sport più amato” scrivono Paolo Colombo e Gioacchino Lanotte, autori di Azzurri. Come la Nazionale di calcio ha modellato la nostra identità, in uscita per Utet. Dal ventennio fascista a oggi, l’evoluzione del senso di italianità applicato al pallone. Tra vittorie e débâcle, slanci di patriottismo e ricadute nel vittimismo, fuoriclasse e partite epiche, episodi fondativi e piccole onde anomale del nostro destino, preso a calci da ventidue giovani uomini in pantaloncini. E oltre al 4-3 ai supplementari della semifinale contro la Germania nei Mondiali del 1970, e al 3-2 al Brasile nel 1982, c’è molto di più. A proposito del Mundial: Paolo Rossi, il “giocatore più mingherlino del mondo”, è stato l’emblema perfetto della nostra cifra nella vittoria, della nostra capacità di rinascita. “Certo, non l’incarnazione della potenza atletica, reduce dallo scandalo del calcioscommesse, debuttante in condizioni fisiche quasi disperate, incapace di mettere in rete una sola palla per quattro partite consecutive, bersagliato dalla stampa specialistica… E poi, il trionfo”.

Nel punto esattamente opposto della barricata, nel campo regolamentare metafisico dei sentimenti tricolori, decolla invece il rigore alle stelle di Roberto Baggio nella finalissima del 2004. Il Divin Codino del torneo che precipita, tutt’a un tratto, all’inferno, “eppure, in quel 17 luglio del 1994, gli italiani piangono con lui e l’accolgono nella dolorosissima sconfitta. Gli italiani sono ondivaghi nei loro atteggiamenti, ma anche questo sembra un contrassegno ineguagliabile della nostra vocazione alla “compassione”, alla pietas istintiva verso chi non fa, o meglio ancora, non riesce a fare ciò che ci si aspetterebbe da lui”.

Azzurri è un viaggio appassionante sul doppio binario, molto spesso convergente, dei contesti storici e dei dribbling del football. Ecco, in ordine sparso, gli “stadi della vittoria”, edificati da Mussolini per cementare l’esprit nazionale in camicia nera; la persistenza dei campanilismi e il boom olimpico di Roma del 1960, quando il prodotto interno lordo cresceva a ritmi vertiginosi; i funambolismi linguistici di Gianni Brera e il fior di scrittori prestato alla narrazione dell’arte di Pelé e Rivera (da Saba a Pasolini, da Bianciardi ad Arpino); la mascotte “Ciao” e il fiume di denaro che sporca Italia 90, un soffio prima di Tangentopoli; l’invenzione del totocalcio e la prima radiocronaca calcistica di sempre, il 25 marzo del 1928, Italia contro Ungheria. E poi Nicolò Carosio, col suo stile alato e impulsivo, in linea dapprincipio con la retorica autarchica e magniloquente del regime, che mostrava agli italiani incollati alla radio “quello che la sua indole voleva che fosse visto, non necessariamente ciò che davvero accadeva”; l’avvento della televisione, pubblica prima, privata in seguito, coi suoi nuovi protagonisti e programmi liturgici; il tre volte “Campioni del mondo” di Nando Martellini e le tante canzoni d’area. Da “Il mio amore è un centrattacco” cantata negli anni Trenta dalla diva Meme Bianchi a “Messico e Nuvole” di Paolo Conte e intrepretata da Enzo Jannacci; dal quartetto Cetra alla coppia Nannini-Bennato. Cronache da un secolo breve, ma lunghissimo di colpi di scena e di testa. Diario di una nazione di 60 milioni di commissari tecnici, che non amano i pareggi, così indispensabili nella costruzione di ogni vera appartenenza collettiva.

“Bussa sul tetto”. L’sms da Tel Aviv avvisa dei missili in arrivo in casa

Per evitare le recenti polemiche sul numero di vittime palestinesi civili a Gaza, l’Aviazione israeliana (Iaf ) sta adottando una tattica messa a punto già nella guerra del 2014 nella Striscia. Nel primo caso tutti gli abitanti di uno stabile preso come bersaglio – nel caso vi abiti un miliziano di Hamas conosciuto dall’intelligence israeliana – ricevono un sms da un telefonino che li avverte di lasciare il palazzo entro 10 minuti perché verrà bombardato. Solo il miliziano e la sua famiglia – il vero bersaglio – non ricevono il messaggio. Nel secondo caso il custode del palazzo – o chi si occupa della sua manutenzione – riceve una chiamata nella quale una voce che si qualifica come un ufficiale Idf e che parla correntemente arabo chiede di avvertire i residenti della zona che il palazzo entro un tempo determinato sarà distrutto, quindi sono invitati a uscire con la massima rapidità. Poi un caccia F-16 passa a volo radente e sgancia 1 o 2 missili a basso potenziale che colpiscono un lato del tetto. È il segnale che al secondo passaggio, il jet sgancerà una bomba ad alto potenziale. La tecnica dell’Iaf è stata battezzata “Kocking the roof”, bussa sul tetto. Le gente di Gaza reagisce nel modo più diverso. Ci sono quelli – come nel quartiere Rimal l’altra sera – che sono saliti in blocco sul terrazzo sventolando lenzuola bianche, impedendo così l’attacco che avrebbe distrutto le loro abitazioni e certamente provocato una strage. Ci sono quelli che in fretta e furia mettono quel che possono in una due borse, anche in quelle della spesa in plastica, documenti, tessere Unrwa e in silenzio ma di corsa con i figli per mano scendono le scale incontrando i loro vicini che stano facendo la stessa cosa. Ma c’è anche chi reagisce e appena ricevuto l’sms o la chiamata spalanca la finestra e spara in aria un intero caricatore di Kalashnikov o di pistola: è il segnale d’allarme per tutta la strada, che in pochi minuti si riempie di gente in fuga che ringrazia calorosamente l’eroe della notte, perché le bombe “intelligenti” non distruggono solo lo stabile preso di mira con tutto quel che c’è dentro, ma a essere scosso dalle esplosioni conseguenti con effetti devastanti è un raggio di almeno 500 metri.

La neonata che regala speranza

Mi sveglio con una sensazione di malessere e nel dormiveglia ho paura di qualcosa che non so, provo un’angoscia nebulosa, di forme, voci, urla, immagini sfuocate, che spariscono prima che riesca a metterle a fuoco. Non ricordo più che giorno sia, né dove io sia. La mano si allunga in automatico verso il cellulare, che mi accompagnerà, inesorabile, durante la giornata. Oggi dovrebbe essere finalmente l’ultima giornata di guerra. La tensione e la violenza sono al massimo. Sta arrivando il momento del saluto finale con i fuochi d’artificio. Mi è chiaro che dietro le quinte si stanno parlando sul come finire questa storia che ormai vogliono concludere rapidamente. Senza averci guadagnando nulla, che sia chiaro. Nel pomeriggio di ieri quattro colpi sono arrivati anche dal Libano. E molte famiglie del sud che avevano vissuto a lungo sotto i razzi e da qualche giorno erano profughi in villaggi e kibbutz del nord, si sono trovate a correre al rifugio anche lì Un bel Karma davvero. Un attacco da Gaza e in contemporanea dal Libano, con gli iraniani dietro le quinte, è per me personalmente un incubo agghiacciante. Sono molto stanca. Sono stanca di sentir parlare di deterrenza, di capi Hamas uccisi (che saranno presto sostituiti da più giovani sosia). Dell’ineluttabilità della nostra condizione, da una parte, e delle richieste di andarci giù pesanti, dall’altra. Fino, che Dio non voglia, a riconquistare Gaza.

Sono stanca di slogan vuoti. Di parole ridondanti e stucchevoli, di false promesse che non saranno mantenute. Di finto patriottismo. Due minuti fa hanno tirato un razzo contro una camionetta in cui si trovavano 30 soldati. Un miracolo. Erano appena scesi, e sono salvi. Probabilmente avrebbe dovuto essere la famosa foto della vittoria che voleva Hamas. Scendo in fretta a far la spesa e passo per il negozio di Orit che solo alcuni mesi fa si è trasferita in una bellissima casa a Yafo. “Come va?” “Giornate difficili da quando ci sono stati i tumulti. Adesso per fortuna un po’ meglio ma dalle 17 da noi è tutto chiuso”. “In che senso tutto chiuso?” “Nel senso che Yafo è in coprifuoco, chiusa da ogni lato dalla polizia che dalle 17 permette a nessuno di entrare, tranne i residenti”. “Vuoi dire che non si può accedere per andare al ristorante, al mercato delle pulci, a far la spesa di dolcetti arabi o a passeggiare per il quartiere degli artisti?” “Esattamente!” Alcune ore fa è nata una bambina a una mia giovane amica. L’hanno aiutata due ostetriche, una araba, una ebrea. Che gioia. Decido che questo sì che è un bel segnale. Al momento giusto. Il mio maestro e amico Shimon Peres diceva: “Gli ottimisti e i pessimisti muoiono nello stesso modo, ma vivono diversamente. Ecco, io preferisco vivere da ottimista”. Anche se in questo momento mi è un po’ difficile.

Israele e Hamas, la tregua da oggi col dito sul grilletto

Dopo undici giorni di bombardamenti incrociati, Hamas e Israele sembrano sul punto di proclamare un cessate il fuoco a partire da oggi. A far propendere per una imminente tregua è stata la decisione del premier uscente Benyamin Netanyahu di convocare il gabinetto di sicurezza. Hamas avrebbe accettato la tregua con Israele a partire da domani. Il cessate il fuoco non sarebbe unilaterale, secondo le intenzioni del premier israeliano Netanyahu, ma sarebbe vincolante. La richiesta di una tregua è arrivata in modo pressante al premier dal presidente americano Joe Biden, dall’Alto rappresentante degli Esteri della Ue, Josep Borrell e dal ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, che ieri ha incontrato le autorità israeliane e il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas.

Il rais della Cisgiordania, nel frattempo, aveva ricevuto una chiamata dalla Cancelliera Angela Merkel che gli ha chiesto di fare il possibile per fermare i missili di Hamas. Ma Abbas ormai conta molto poco e ancora meno a Gaza. I palestinesi che vivono nei Territori occupati ritengono lui e i suoi fedelissimi avidi di potere, incapaci e corrotti. Il ministro degli Esteri tedesco Maas, non appena giunto a Tel Aviv, ha ribadito che “per noi tedeschi la sicurezza di Israele come quella degli ebrei che vivono in Germania non è trattabile. E su questo Israele può contare, per sempre”. Dal forum Wdr, la Cancelliera ha spiegato che “ovviamente devono esserci dei contatti indiretti con Hamas, altrimenti non può esserci un cessate il fuoco”.

Come parte del possibile accordo in discussione, Hamas e l’alleata Jihad islamica fermerebbero i lanci di razzi contro le città israeliane. Israele sta anche chiedendo che Hamas si astenga dallo scavare nuovi tunnel, e Israele, da parte sua, dovrebbe fermare i bombardamenti. L’accordo mirerebbe anche a includere fasi successive, compresa la restituzione dei corpi di due soldati e due civili israeliani detenuti. In cambio, Israele consentirebbe il passaggio di merci e denaro dai valichi con Gaza. Un alto funzionario di Hamas, Mousa Abu Marzouq, ha detto mercoledì a un canale tv arabo che si aspetta un cessate il fuoco entro uno o due giorni. Ma ha avvertito: “La nostra equazione è chiara: nuovi bombardamenti saranno affrontati con altri missili da parte nostra”. Ufficialmente, Israele ha negato che siano in corso negoziati o un accordo imminente, ma questa potrebbe essere una tattica per fare pressione su Hamas. Intanto Egitto, Giordania e Qatar stanno provando a fare da tres d’union tra le parti. I colloqui pare siano stati ritardati perché il Cairo avrebbe avuto problemi a contattare alti funzionari di Hamas: la maggior parte si sarebbe nascosta nei tunnel ancora agibili dopo i bombardamenti israeliani mentre altri hanno smesso di usare i dispositivi elettronici per evitare di essere tracciati. La Cnn e il sito palestinese Walla spiegano che la mediazione, indiretta, tra le parti avviene anche tramite l’inviato dell’Onu per il Medio Oriente, Tom Wennesland, a Doha per incontrare Ismail Haniyeh, il leader di Hamas.

“Israele vuole un cessate il fuoco, ma solo dopo aver degradato in modo significativo la macchina del terrore di Hamas”, ha detto l’ambasciatore israeliano all’Onu, Gilad Erdan, all’Assemblea Generale. “Questa non è una guerra tra Israele e il popolo di Gaza, non è una guerra tra Israele e i palestinesi, questa è una guerra solo tra Israele e Hamas. Non ci scuseremo mai per aver difeso i nostri cittadini”. Il presidente Biden e il suo omologo egiziano al-Sisi hanno avuto una lunga conversazione per trovare il modo di far cessare questo sanguinoso conflitto.

“Portiamo Lukashenko in un tribunale tedesco come i criminali nazisti”

A Minsk, la redazione di Tut.by, la più grande testata indipendente del Paese, è stata chiusa. La polizia del regime di Lukashenko negli ultimi giorni ha fatto irruzione negli uffici e nelle case dei giornalisti, un’indagine per evasione fiscale è stata aperta e alcuni reporter sono stati arrestati per aver preso parte a manifestazioni non autorizzate contro il governo. Il sito è stato oscurato perché, informa un comunicato del ministero dell’Informazione, ha diffuso “materiale di un fondo non statale che forniva sostegno alle vittime della repressione politica nel Paese”. Da quando le proteste per la frode elettorale e la rielezione di Lukashenko sono iniziate la scorsa estate, al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite si sono accumulate segnalazioni di violazioni, torture e sparizioni che il regime ha compiuto. Nella Germania della cancelliera Merkel sono stati accolti sin da subito dissidenti ed oppositori in fuga e, adesso, un team di legali prova ad ottenere giustizia per loro. Roland Krause, insieme agli avvocati Mark Lupschitz, Onur Ozata, Benedikt Lux, ha raccolto e documentato cento casi di abusi e violenze commessi contro bielorussi rifugiatisi in Germania, Lituania, Polonia. “Hanno manifestato pacificamente e sono stati ripetutamente torturati e abusati, privati di cibo e sonno, hanno subito ripetute umiliazioni e per questo abbiamo depositato una denuncia contro il regime all’ufficio del procuratore federale della città di Karlsruhe”. Lo racconta in perfetto italiano Krause, che in passato, nei tribunali di Genova, ha rappresentato vittime italiane che hanno richiesto un risarcimento danni al suo Stato per crimini compiuti dal regime nazista nel 1944.

Avvocato Krause, ad alcuni potrebbe sembrare un paradosso: un processo al regime di Lukashenko potrebbe iniziare in un tribunale tedesco e non a Minsk.

Per due ragioni e la prima è molto semplice: in Bielorussia non c’è protezione legale per tutelare le vittime. Anche se le leggi esistono, il Paese non assicura più che vengano rispettate: la magistratura è sotto il controllo degli uomini del presidente e i giudici non sono liberi. Tutte le denunce fatte dai cittadini abusati dalle forze dell’ordine, solo per aver manifestato pacificamente, sono state dimenticate o archiviate, i casi sono stati chiusi, come se non fosse stata mai compiuta contro di loro alcuna azione criminale.

E la seconda ragione?

Si tratta di crimini gravissimi contro l’umanità, che comprendono terrore, estorsione, violenza, detenzione, arresti arbitrari, abusi fisici. Stiamo parlando di azioni di un regime di terrore, condannabili ovunque del mondo, in base al principio di universalità del diritto penale. In base al principio della giurisdizione universale, la Germania può indagare crimini a prescindere dal territorio in cui sono stati commessi, la nazionalità delle vittime e dei colpevoli.

Un’azione giudiziaria contro il regime di Minsk provocherebbe conseguenze politiche.

Speriamo nelle indagini della procura tedesca, che potrà decidere di fare finalmente luce su questi atti criminosi. Lukashenko non sarà mai detenuto in Germania: non si rifugerà di certo in Europa, quando e se avrà la necessità di farlo. Ma anche se rimarrà al suo posto fino alla fine del suo regime, l’azione penale costituisce comunque uno strumento di pressione. Azioni di terrore sono state compiute in Portogallo negli anni 70 o in Argentina negli anni 80, non è possibile rimanere a guardare, soprattutto per noi avvocati tedeschi, che sappiamo cosa ha fatto il regime di Berlino 75 anni fa contro l’umanità.

La Germania ha imparato la lezione della storia: la vostra legislazione per la tutela delle vittime dei crimini contro l’umanità è tra le più avanzate in Europa.

Dopo il 1945, lo Stato tedesco non ha processato tutti i criminali nazisti: gli uomini della cerchia di Hitler sono stati fermati, ma, per esempio, giudici o poliziotti o altri, sono rimasti al loro posto, come i presidenti dei tribunali e delle Corti d’appello. Un nazista non perseguita un altro nazista. Solo una legge del 1979 ha stabilito che nessuna azione criminale poteva essere prescritta, un emendamento che ha permesso di condannare anche chi, tra i bassi ranghi, collaborava con il regime nazista, o quanti non hanno partecipato direttamente alla morte delle vittime, ma l’hanno favorita aiutando o proteggendo i nazisti che uccidevano. Ancora oggi, ad Amburgo ed altre città, ci sono centenari sotto processo per aver preso parte in qualche modo al regime del Führer.

Questo contro Lukashenko non sarebbe il primo processo per reati commessi in terra straniera: in Germania esiste già un precedente verdetto che ha fatto scuola.

Ad aprile un membro del governo Assad è stato condannato in Germania per le torture commesse a Damasco. È stato possibile perché alcuni rifugiati hanno identificato questo generale dell’esercito che ha torturato e abusato moltissimi siriani ed, in seguito, ha compiuto la traversata verso l’Europa, insieme a migranti e richiedenti asilo. Riconosciuto per le strade tedesche da alcune delle vittime che si sono rivolte alle autorità, è stato arrestato dalla polizia e poi condannato dalla Corte di Koblenz per crimini compiuti fuori dal territorio tedesco. Crediamo che questo sia possibile anche contro gli uomini del regime bielorusso.

Viaggio al termine della giustizia: faide, potere e Palamara

“L’attuale giustizia è una giustizia di classe – scrivevano, nel 1971, tre fondatori di Magistratura Democratica, Vincenzo Accattatis, Luigi Ferrajoli e Salvatore Senese –. È necessario contribuire a promuovere una cultura giuridico-politica alternativa all’ideologia… della giustizia borghese”.

Ma quanto (e che cosa) è passato tra quelle parole e la desolazione odierna della giustizia, dopo lo “scandalo Palamara” e le ombre opache delle rivelazioni dell’avvocato Piero Amara? Se il tono frivolo si addicesse a questo cortocircuito istituzionale, verrebbe voglia di rispondere citando una canzone di Paolo Conte: “Quanta strada nei miei sandali, quanta ne avrà fatta Bartali…”. La drammaticità della crisi, però, costringe invece a riflessioni che pretendono repliche né banali né salvifiche e, soprattutto, non rinchiuse nel recinto di una corporazione.

Così, per ragionare su due epoche ormai distanti per la magistratura italiana, e su tutto ciò che c’è stato in mezzo, sino a influenzare e determinare in parte il triste spettacolo di questi giorni, è dunque più utile la lettura delle 130 pagine di Una fragile indipendenza, conversazione intorno alla magistratura (edizioni Seb 27, prefazione di Enrico Deaglio, euro 15,00), un dialogo tra Paolo Borgna, magistrato da pochi mesi in pensione e storico delle grandi figure del Partito d’Azione, e Jacopo Rosatelli, ricercatore di studi politici e collaboratore de il manifesto.

Quasi una sorta di pamphlet, anche se nell’inconsueta veste di una (mite) conversazione. Scritto in un italiano assieme semplice e colto, ricco di citazioni (tra gli altri, l’immancabile Piero Calamandrei e un meno consueto Luigi Pintor), ma con l’intento di allargare i suoi lettori oltre i giudici e i loro “nemici”. E che nulla risparmia o tace (pur nella consapevolezza di attirare la probabile accusa di eresia su temi caldissimi come il populismo giudiziario e il giustizialismo: abbandonato dalla sinistra e sdoganato per una destra un tempo “manettara”), in una sorta di lungo viaggio attraverso la storia della magistratura. O, quasi, “al termine della giustizia”.

Dalle questioni più interne o più tecniche (l’autogoverno del Csm, la durata dei processi, la prescrizione, l’obbligatorietà dell’azione penale, la separazione delle carriere), ai conflitti con la politica e a quella indipendenza adesso “fragile” più che mai: anche per eventi che risalgono a tappe cruciali dell’Italia repubblicana. Come gli attacchi di Bettino Craxi ai tempi della P2 e del Banco Ambrosiano, passando per Mani Pulite e la successiva stagione berlusconiana, per finire con le degenerazioni del “correntismo”: “le correnti continuano a esistere, ma sono una crisalide vuota, e hanno la loro vera esigenza di esistere nella gestione delle carriere”.

Ed ecco allora la nascita di Md come reazione a un vecchio sistema giudiziario troppo adagiato sul potere, e la stagione felice e il confronto politico-culturale (non di collateralismo partitico) con i conservatori di Magistratura Indipendente. Sino a Mani Pulite (ma con delle riserve forti, da parte di Borgna, sulla comparsa in tv del pool milanese per bloccare il “decreto Biondi) e a dei magistrati circondati dal sostegno del “popolo dei fax” e dei media, affascinati dalla possibilità di trasformarsi in “vendicatori del popolo” (Borgna) e con il rischio di non saper mantenere “un’indipendenza dal potere, ma anche dalla popolarità” (Rosatelli). Con una sola interruzione in questo itinerario: la mancata citazione delle impennate più volgari e violente del berlusconismo. A cominciare da quella definizione dei giudici “antropologicamente diversi dal resto della razza umana”, da sola capace di spiegare anche le difese più corporative.

Borgna, comunque, sa di camminare su un terreno minato che, però, non vuole certo percorrere con un “tradimento”. Piuttosto, come se la pensione lo avesse liberato da un obbligo di “militanza nella magistratura”, si confronta allora con le posizioni di “sinistra” del suo interlocutore e coglie con distacco le contraddizioni e i punti di rottura. Dagli aspetti più bassi, per quelle “manifestazioni di arroganza che possono fare molto male all’idea che i cittadini… hanno della giustizia”, a quelli più alti che riportano agli scandali odierni: “ Quando sento i magistrati che invocano una ‘rifondazione’, un ‘nuovo inizio’, mi vengono in mente quei debitori che, allo scadere delle cambiali, chiedono continui rinnovi, aumentando sempre più gli interessi”. E con un messaggio finale che forse segna anche l’accordo conclusivo tra il magistrato e il suo interlocutore-antagonista. Che nessuno, neppure la magistratura, “si salva da solo”.

Calcio, sospesi sette arbitri di Serie A e B: “Gonfiati i rimborsi per trasferte e tamponi”

Inflessibili su rigori ed espulsioni, gli arbitri italiani sono un po’ meno fiscali quando si tratta delle proprie spese. C’è un gruppetto di direttori di gara e guardalinee, anche di Serie A, che da circa un mese non viene più designato: nel silenzio generale, sono stati sospesi in via cautelare perché sospettati di aver alterato i rimborsi delle partite arbitrate. Viaggi, treni, forse persino tamponi per – è il dubbio della loro Associazione e della procura Figc – incassare qualche spicciolo in più.

Un periodaccio per i fischietti. In campo non ne azzeccano una, dalle sviste di Calvarese in giù, ma fuori fanno pure peggio: i presunti rimborsi gonfiati minano la credibilità della categoria. Il caso nasce settimane fa, quando in Aia (l’Associazione italiana arbitri) cominciano a spulciare le note spese di alcuni tesserati. In quei documenti ci sono i biglietti dei mezzi per lo stadio, magari il costo dei tamponi sostenuti per il protocollo anti-Covid. Ma qualcosa non torna: cifre strane, numeri che si ripetono. Così il 21 aprile i documenti vengono girati alla Procura Figc, che apre un’inchiesta. Lo scorso 5 maggio, in una circolare interna sulla trasparenza, compare una frase sibillina: “Il Comitato Nazionale informa che da qualche settimana sono stati avviati anche audit interni amministrativi e contabili sulla conformità dei rimborsi-spese erogati per attività tecniche ed associative”. La postilla suona come un’ammissione: il vaso di Pandora si sta scoperchiando. I protagonisti sono stati fermati, in attesa di chiarire le loro posizioni. Tra questi due arbitri di Serie A: Fabrizio Pasqua della sezione di Tivoli e Federico La Penna di Roma 1. Poi Ivan Robilotta di Serie B, e quattro assistenti. Sette in totale. Parliamo di cifre irrisorie, centinaia di euro, il che rende la vicenda ancora più misera. I rimborsi incriminati riguardano la stagione in corso, ma l’Aia ha esteso le verifiche allo scorso campionato e ad altri tesserati: al momento, non risultano ulteriori anomalie. Imbarazzo in Aia e Figc, dove hanno provato a tenere nascosta la notizia fino a quando non hanno avuto la certezza che sarebbe uscita comunque. L’Associazione sta cercando di voltare pagina col nuovo presidente Trentalange, dopo 12 anni di era Nicchi. Ma questo è l’ennesimo terremoto interno, dopo la recente denuncia sui giudizi “taroccati” nelle graduatorie di Serie B. Proprio da parte di chi in campo le regole dovrebbe farle rispettare. “Aspettiamo l’esito dell’inchiesta. Al minimo sospetto abbiamo inviato tutto alla Procura, perché crediamo nella trasparenza”, spiega il n.1 dei fischietti. Referti, giudizi e conversazioni col Var restano segreti, già tanto se i rimborsi non sono “gonfiati”.

Liguria, 100 km di cantieri. “No pedaggi”: parte il social bombing contro Autostrade

Un social bombing sulle pagine di Autostrade per l’Italia per ottenere l’esenzione dai pedaggi “se almeno il 10 per cento del percorso tra due caselli è occupato da cantieri”. L’iniziativa dal titolo “In coda ma gratis” è stata lanciata da Ferruccio Sansa, capogruppo della lista civica al Consiglio regionale della Liguria e già candidato governatore per la coalizione giallorosa. La campagna è volta a “chiedere i danni” alla concessionaria per il caos degli ultimi mesi sulle tratte liguri, interrotte da decine di cantieri per la manutenzione di strutture ammalorate o addirittura chiuse al traffico, come nel caso del viadotto Valle Ragone. “Basta pagare per stare ore in coda. Prendiamo la parola, protestiamo”, scrive Sansa su Facebook. “Domani, venerdì, lanciamo una valanga di messaggi e foto sui social di Autostrade. Mandiamo immagini delle code, dei cantieri, delle casse dei caselli che ci chiedono soldi ingiustamente. In questo modo non potranno più fare finta di niente su quello che succede in Liguria, dove si perde il lavoro e i porti e il turismo sono in ginocchio”.