Mio caro, maledetto padre. Botte e insulti in casa Oz

Un ricordo, fra i tanti, mi rimane impresso di quella coppia innamorata che furono Amos e Nily Oz. La sensazione di beatitudine che vidi sprigionarsi dagli occhi di lui quando la moglie ci raggiunse nella sinagoga di Casale Monferrato e, sorpresa dalla magnificenza barocca delle sue decorazioni, ruppe il silenzio intonando con voce di soprano il canto di un salmo.

Possibile che quel marito incantato, fosse lo stesso uomo che sua figlia Galia descrive aggredire Nily a schiaffi davanti a lei, usando la destra e la sinistra “come se fosse su un ring davanti a un sacco da boxe?”.

Ho letto Qualcosa camuffato da amore, libro-testimonianza che tanto scalpore ha suscitato in Israele, ora tradotto in italiano da Sarah Kaminski e Maria Teresa Milano, con un disagio accresciuto dal riconoscibilissimo nitore della scrittura, marchio di famiglia. Lei stessa ha acquisito meritata notorietà come autrice di libri per ragazzi. Questo però è un j’accuse sofferente e implacabile. Galia si dichiara vittima di una pulsione paterna a demolire con violenza la sua personalità. “Botte, offese, ingiurie” meticolosamente descritte, finalizzate a sottometterla in una famiglia che si pretendeva armoniosa, per quanto inquadrata nelle ferree regole collettivistiche del kibbutz Hulda. Dove, per intendersi, i figli dormivano separati dai genitori nella Casa dei Bambini.

Galia Oz, divenuta adulta, si è portata dentro una sensazione di disprezzo che soverchiava la severità di quei codici educativi, e giunge a presentare come subdola dissimulazione il fascino del romanziere progressista, coscienza critica di Israele. Tra lei e i fratelli Fania e Daniel, così come con la madre Nily e, finché visse, col padre Amos, era ormai calata una cortina di silenzio. Non si parlavano più. Galia ha giudicato insinceri gli estremi tentativi di riconciliazione dello scrittore. Ha respinto con fastidio gli approcci dei conoscenti che la invitavano a salvaguardare il buon nome di Amos Oz. Dopo la sua morte, ha deciso di scrivere la sua versione di un’infelicità prolungatasi senza rimedio.

Con pacatezza, senza mai rivolgerle parole ostili, in varie interviste Fania e Daniel hanno confutato il ritratto familiare di Galia, con al centro quel padre capace di prepotenza pur di tutelare la sua immagine saggia e ironica. Daniel ha pubblicato una testimonianza di segno opposto. Dopo sette anni di silenzio anche la madre Nily ha scritto un libro, Il mio Amos, che la Feltrinelli tradurrà in italiano.

E noi, ammiratori dei romanzi di Amos Oz capaci di rappresentare la sensibilità femminile fino a impersonarsi in Hannah, io narrante di Michael mio, noi seguaci del suo spirito critico rivolto contro ogni forma di fanatismo, cosa dobbiamo pensare?

Ho letto con comprensione e turbamento il libro di Galia Oz. Anch’io ho avuto un rapporto difficile con mio padre – certo non paragonabile – e ne ho scritto. Sono d’accordo con lei che i panni sporchi non si lavano in famiglia. Rispetto i suoi sentimenti, anche se mi riesce difficile condividere la scelta di esprimerli pubblicamente solo dopo la sua morte. E così, paradossalmente, la testimonianza di Galia mi avvicina ancor di più ai tormenti esistenziali che egli ha saputo trasferire nella sua opera letteraria. In altre parole, Galia non riesce a farmi pensare di aver dato credito a un Amos Oz finto, o sbagliato.

Certo, la prima pagina di Qualcosa camuffato da amore suona come uno schiaffo, al pari di quelli che, lei racconta, almeno una volta si abbatterono su Nily: “Quando ero bambina mio padre mi picchiava, mi insultava e mi umiliava. La violenza era creativa: mi trascinava in casa e mi scaraventava fuori dalla soglia”. È giusto che tali episodi, isolati o sistematici che fossero, vengano accolti nel ritratto della sua personalità. Non si possono prevedere esenzioni a tutela degli uomini di gran fama. Eppure, nel caso di Amos Oz, dubito che basti accontentarci della necessaria distinzione fra l’uomo e l’autore.

Lui stesso, difatti, è riuscito solo in tarda età a sputare il rospo della sua infanzia difficile. La madre Fania Mussman si suicidò quando lui aveva solo 12 anni. E subito dopo Amos decise di rompere il legame col padre Yehuda Klausner, intellettuale fragile fin quasi all’inettitudine, per cercare una vita nuova nel kibbutz. Scelta di rottura drastica, tanto da cambiare il proprio cognome. Aveva già 63 anni quando, nel 2002, si decise a raccontare questa vicenda drammatica nel romanzo che viene riconosciuto come il suo capolavoro: Una storia di amore e di tenebra. Di tenebra ne rimaneva parecchia anche lì, nel kibbutz, dove la vicenda di sofferenza della figlia s’interseca con lo sforzo dell’uomo che cercava riscatto trasformandosi da Klausner in Oz, da ebreo gerosolimitano fragile, figlio di sopravvissuti, a “ebreo nuovo” bello, abbronzato e muscoloso.

Per Galia, quella sua “necessità impellente di marchiare la coscienza, di ‘educare’”, aveva preso la forma di una violenza insopportabile. A lui, se fosse ancora vivo, toccherebbe apprendere che la città ucraina dove sua madre sfuggì avventurosamente alla morte per mano dei nazisti, Rivne, oggi è di nuovo cinta d’assedio.

Dopo il virus, c’è la videoguerra

Nel giro di pochissime ore, la comunicazione emergenziale si è spostata su un nuovo oggetto perturbante, mantenendo i suoi codici allarmistici e tutto sommato i suoi effetti analgesici. I giornali e le tv, obliterata la Covid (che ha fatto quasi 6 milioni di morti nel mondo e continua a farne ogni giorno), si sono dati a lunghi speciali sulla guerra della Russia all’Ucraina; resiste qualche Guido Rasi, un Pregliasco, qualche domanda lasca: quando potremo togliere le mascherine? Quanto dura l’immunità della terza dose?

La pandemia è finita, come da decreto. Generali in mimetica spiegano l’Operazione Porcospino come fino a poche settimane fa spiegavano l’immunità di gregge. La violenta sterzata della comunicazione non ha riguardato solo i media broadcasting: sui social, virologi presso sé stessi si sono riciclati esperti di geopolitica e cremlinologi nel salotto di casa.

La mortifera società dello spettacolo non è mai stata così viva, a patto di intendere lo spettacolo non come infodemia, come mero aumento delle rappresentazioni, ma piuttosto come una visione del mondo (“Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra persone, mediato da immagini”, Debord, 1967).

La guerra è lo spettacolo osceno per eccellenza: dopo la morte per infezione nelle terapie intensive, in definitiva asettica (infatti l’immagine più scioccante è un fuori scena, quello delle bare portate via coi camion militari a Bergamo), l’Europa sotto le bombe è la seconda intramuscolo anacronistica dentro il secolo del benessere (per i pochi ma giusti, gli eletti, i beneficiati dello sviluppo).

Ci siamo goduti a distanza le guerre in Kosovo, Iraq, Afghanistan, Libia, Siria: missioni post-neo-coloniali per l’Occidente salvatore del mondo, esportatore menzognero dei “nostri valori”; valori ai quali l’Isis attentava spettacolarizzando il terrore, per il resto alacremente calpestati e violati dalla politica e dall’asettica e sovranazionale legge della finanza, con la nostra docile indifferenza.

I nostri valori: la democrazia al servizio del potere; la Costituzione tradita; lo Stato sociale eroso con pervicacia; nessun salario minimo, per accontentare le imprese; scuola trasformata in serbatoio di lavoratori minorenni non retribuiti e fucina di start-upper; libertà di stampa minacciata dai potenti con la scusa della privacy. La lotta per i diritti di tutti si è ridotta alla difesa del nostro “stile di vita”, che poi è la scansione del tempo stabilita dai tempi della produzione e del consumo. Non è un caso se tanto dopo gli attentati degli jihadisti quanto alla comparsa della Covid i leader di destra e di sinistra hanno reclamato il diritto all’aperitivo. Non più cittadini, siamo consumatori e spettatori-produttori di notizie blandamente scioccanti. Abbiamo visto le nostre abitudini sconvolte dai lockdown, con tutte le merci a disposizione dei nostri desideri; Netflix è diventata un genere di conforto; tutto pur di non pensare a quanto fosse miserabile la nostra vita. Indifferenti ai sotto-ultimi e anzi con essi competitivi, tosti nei “respingimenti” dei profughi, ma pronti alla morte per un mojito.

La realtà costringerebbe a pensare a quanto siano fragili le due conquiste su cui credevamo di aver costruito la cosiddetta civiltà avanzata occidentale: allungamento della vita media e democrazia.

La salute ci è parsa un diritto acquisito proprio mentre al welfare e alla Sanità pubblica si stavano sostituendo il welfare del privilegio e la sanità privata, che ingrassava grazie ai pazienti trasformati in clienti e ai contributi regionali e statali.

La pandemia ha mostrato a che livello erano le falle del Sistema sanitario: mancanza di mascherine per i medici e gli infermieri, reparti chiusi, assunzioni di personale bloccate, pronto soccorso e terapie intensive già in affanno per la normale amministrazione.

I governi Monti, Letta e Renzi sono quelli che hanno tagliato più risorse alla Sanità, oltre a dare ad essa meno risorse di quelle programmate; in totale, un taglio di 37 miliardi in 10 anni; il governo Renzi tolse dal tariffario pubblico 208 esami prima gratuiti, perché “non necessari”, capricci da ipocondriaci. Così la pandemia ci ha colti: poveri, con gli anziani malridotti e gli ospedali allo stremo.

Ci è bastato guardare altrove: tanto morivano solo i vecchi, “non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese” (frase icastica di Giovanni Toti): anni di spot e di informazione nevrotizzante per la prevenzione buttati nella pattumiera.

La fine della solidarietà intergenerazionale e interclassista hanno avverato la profezia micidiale di Margaret Thatcher: “Non esiste la società, esistono solo gli individui”.

Abbiamo rimosso quel che intralciava il falso mito della crescita: 5 milioni di poveri assoluti prima della pandemia, 6 dopo; la lotta di classe risolta a favore dei ricchi: “Il 93 per cento dei guadagni della ripresa sono andati all’1 per cento dei più ricchi” (Piketty, 2013). Banchieri gangster rapinavano la ricchezza collettiva; “visionari” e ricconi da copertina con una mano facevano cadere briciole per i poveri (come vuole la trickle-down theory), con l’altra arraffavano il 90% dei beni mondiali. Intanto la sinistra portava avanti l’agenda neoliberista di lotta allo Stato sociale, inteso come minaccia all’individualismo e alla libertà d’impresa. Lo Statuto dei lavoratori è stato distrutto da un governo di giovani carini e di “sinistra”, tra pochissime voci di dissenso. Bisognava sfoltire i processi decisionali, velocizzare, rispondere alle esigenze performative di una società spettacolare, lucidata dalle eccellenze e fondata sul “merito”, mentre laureati e dottori di ricerca erano costretti ad accettare lavoretti precari, con contrattini finti “a tutele crescenti”.

Ora 300 morti al giorno non sono più interessanti. Draghi riapre l’Italia. Naturalmente non ci si sta preparando a un’eventuale ondata autunnale. Non siamo più in una guerra metaforica: siamo scioccati dai carrarmati di Putin e divoriamo immagini fino all’anestesia. Sarebbe l’occasione di ragionare sullo stato di salute della democrazia dell’Impero del Bene, ma preferiamo l’emergenza spettacolare, l’infotainment, il genere che mischia informazione (approssimativa) e intrattenimento, la bulimia dei tweet. Ai minimizzatori darwinisti del virus sono subentrati gli interventisti da divano.

Ci volevano eventi estremi, una pandemia e una guerra in Europa, per chiarire che la salute e la democrazia sono conquiste sociali, non naturali; e che noi, satolli e frustrati, non siamo disposti a lottare né per l’una né per l’altra.

 

Giornalismo indipendente, è nato il “Premio Funari”

“Il Giornalaio dell’anno”: è il premio dedicato a Gianfranco Funari, assegnato ieri al Carnevale di Viareggio. Sono stati premiati Gessica Costanzo, Lercio e David Parenzo. Gessica Costanzo, per aver dato un esempio di giornalismo indipendente nei due anni della pandemia, raccontando su Valseriana News e nel libro La Valle nel virus la zona con più morti per Covid al mondo. A Lercio per aver capovolto sul web la cronaca e la politica con spirito iconoclasta. A Parenzo per il suo modo di comunicare, in radio e tv, dopo aver assorbito la lezione del suo maestro Funari.

Esposito (Pd) a giudizio con il “re dei concerti”

Andrannoa processo a Torino con altre 21 persone Giulio Muttoni e Roberto De Luca, il primo ex patron di Set Up Live e il secondo presidente di Live Nation Italia, società che hanno curato in Italia concerti di star come Madonna e gli U2. Nell’elenco degli imputati compare anche il nome di Stefano Esposito, ex senatore Pd. Il caso ruota intorno a una interdittiva antimafia che Setup Live ricevette nel 2015 dalla prefettura di Milano. Muttoni si sarebbe rivolto a Esposito per capire come ottenerne la revoca. L’allora senatore si sarebbe speso, organizzando anche un incontro con il magistrato Raffaele Cantone, allora numero uno dell’Anticorruzione. In cambio avrebbe ottenuto prestiti e doni tra cui un tapis roulant.

Sogin, arrivano le aree per le scorie nucleari

La mappadelle aree idonee a ospitare il deposito nazionale di rifiuti radioattivi sarà trasmessa al ministero della Transizione ecologica entro il 15 marzo: lo ha fatto sapere la Sogin, la società di Stato che si occupa dello smantellamento del vecchio nucleare nel Paese. La mappa conterrà le zone individuate come idonee dopo gli ulteriori approfondimenti tra le aree identificate come potenziali. Poi continueranno i confronti per delineare la definitiva. Intanto prosegue lo smantellamento delle centrali: il 2021 si è chiuso con un avanzamento del 7,2% (su obiettivo di 6,6%) e nel biennio si punta a raggiungere il 17% (tra 1999 e 2020 ci si è fermati al 28%). Alla fine di quest’anno l’avanzamento fisico globale raggiungerà oltre il 45%.

“Bollette vecchie 2 anni? Non vanno pagate”. Il Tar conferma le multe inflitte a Enel e Eni

Tutti in ansia di ricevere le bollette con i maxi-aumenti ormai annunciati da settimane (+131% sulle utenze della luce e +94% su quelle del gas rispetto al primo trimestre del 2021) che si corre anche il rischio di confondere questa mazzata da circa mille euro in più all’anno con i maxi-conguagli che, ancora in piena crisi pandemica, non smettono di affliggere le famiglie. Così anche se per legge (la manovra del 2020) le bollette di elettricità, gas e acqua che riportano consumi superiori ai due anni possono essere immediatamente contestate e non vanno saldate, alla fine della fiera gli operatori continuano senza sosta a rivendicare questi importi in bolletta. E gli utenti si vedono improvvisamente richiedere somme stratosferiche. Più che una semplice denuncia è la quotidianità. Proprio come dimostrano le tre sentenze del Tar del Lazio con cui sono stati respinti i ricorsi che Enel Energia, Servizio elettrico nazionale e Eni Gas e Luce hanno presentato contro il provvedimento dell’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato che a gennaio 2021 li ha accusati di pratiche commerciali scorrette, condannandoli al pagamento complessivo di 12,5 milioni di euro per il mancato rispetto della norma sulla prescrizione biennale delle bollette che riguardano consumi più vecchi di due anni (sia componenti fisse che variabili). In altre parole, il Tar ha dato ragione all’Antitrust, e ai clienti, spiegando che le somme richieste a conguaglio dalle compagnie non devono essere richieste e non possono essere riscosse perché prescritte. E che il ritardo della fatturazione, che ha spinto le società energetiche a rigettare le istanze di prescrizione biennale presentate dagli utenti, non sta certo in capo ai consumatori. “Ci siamo costituiti in giudizio insieme all’Antitrust chiedendo il respingimento dei ricorsi – spiega Ivano Giacomelli, segretario di Codici – quindi la sentenza del Tar non può che renderci soddisfatti. Il Tribunale ha confermato le sanzioni, ritenendo corretto il ragionamento svolto dall’Autorità, secondo cui non può che essere il venditore il soggetto tenuto a svolgere la funzione di intermediazione tra cliente e distributore. Ci auguriamo che ora le società cambino registro. Lo diciamo anche alla luce del caro bollette, criticità che richiede l’impegno di tutti per garantire un servizio corretto e trasparente”.

B. e le mani insanguinate di Putin: tutto è perdonato

Ve lo ricordate cosa diceva Berlusconi fino all’altro ieri? “Putin oggi è il politico numero uno nel mondo. Un uomo rispettoso degli altri. Un leader profondamente liberale”. Ne paga qualche conseguenza politica oggi? Neanche per idea. È partner di governo. E dunque fanno tutti finta di nulla. È vecchio. Non ricorda. Deve sposarsi, poverino. Anzi no, non deve più sposarsi, altrimenti chi li sente i cinque eredi?

È sparito persino dalle sinfonie di Rete4, la culla della post verità berlusconiana, dove imperversano Paolo Guzzanti, il redivivo re della commissione Mitrokhin, e Piero Sansonetti, terrore di tutte le Procure occidentali. Neppure la gentile Barbara Palombelli rammenta mai quanto il suo capo abbia contribuito alla gloria di Putin, che oggi assedia l’Ucraina e il mondo. Ma sempre si fa sollecita, quando si tratta di versare una lacrima nel catino della commozione condivisa, povere mamme, poveri bimbi. Mai immaginando quanto i buoni sentimenti servano a coprire quel che la crudeltà e il cinismo apparecchiano.

Alla generale ipocrisia, che campa in conto spese, andrebbero invece ricordate le falsità pronunciate dal loro padrone. Per esempio quelle sulla sanguinante Cecenia, anno 2003. Mentre i reparti speciali russi tagliavano la testa e i testicoli ai ceceni catturati, radevano al suolo Grozny, torturavano e poi uccidevano tutti i familiari dei combattenti, Silvio B trascorreva vacanze nelle residenze segrete dell’amico Vlad con lettoni, pupe e colbacchi. Per poi brindare agli affari con il suo fido Valentino Valentini, ex Publitalia, ospite fisso al Cremlino e il “gasista” Bruno Mentasti, suoi utilizzatori finali. “Vedo in Putin – diceva Silvio B – la volontà di mantenere lo stato di diritto e la libertà di mercato”. Purtroppo “è la stampa italiana e internazionale a falsificare la sua immagine”. Giusto. Ora tocca ai morti raddrizzarla.

lol, ma perché fare un gruppo vacanze?

Sarà perché giovedì scorso non era il giorno migliore per il varo di un programma di comici, sarà perché ai comici piace cambiare mestiere, sarà perché la battuta migliore l’ha fatta Volodymyr Zelensky a Mario Draghi (“Ok, vediamoci. Sposto il programma delle bombe”), sarà perché questi cosiddetti docureality sembrano tutti uguali, con quel sapore di conserva in barattolo spacciata per fresca, sarà perché tra trasmissioni in diretta e registrate c’è sempre meno differenza… sarà per quello che volete, ma nella seconda stagione di Lol spira un vento di scirocco da Isola dei Giocosi, variante ridanciana dell’Isola dei Famosi; come noto, l’ultimo stadio del Vip.

Intendiamoci: i concorrenti di Lol non sono affatto morti di fama; anzi, Amazon Prime ha convocato una Nazionale della gag, tridente di punta Corrado Guzzanti-Virginia Raffaele-Mago Forest, Lillo ala tornante in panchina. Ma, come insegna Vladimir Putin, la forza d’urto non è tutto.

La questione è delicata. Intanto, il comico di razza è un solitario per vocazione (oltre che un’indole melanconica); se poi la sua vena è satirica, è uno spregiatore del mondo che non fa prigionieri; quindi l’effetto Gruppo Vacanze Amazon gli gioca contro. Se poi ad arbitrare la gara c’è Fedez, che pur di scappare da casa Ferragni farebbe la qualunque, anche sbellicarsi h24 per contratto, non è che l’atmosfera migliori. Ma forse c’è una questione anche più sottile, che ci riguarda tutti, a proposito del riso in sé, “il riso che uccide la paura”, secondo la Poetica di Aristotele rivista da Umberto Eco. In quest’epoca della pietà, del terrore e del perbenisticamente corretto, bisogna stare molto attenti a ridere e a far ridere, ogni battuta può essere usata contro chi la pronuncia. Ed ecco che Lol smette di essere un’isola dei giocosi per diventare una mesta metafora dei nostri tristi tempi. I comici più bravi chiusi in un recinto come animali pericolosi, condannati a far ridere del fatto che da ridere c’è sempre meno.

Mail Box

La nostra Costituzione ripudia i conflitti

C’è qualche altro Stato europeo che ha nella propria Costituzione un articolo come il nostro numero 11 che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali?

Mariella Fissore

 

C’è un coro unanime rispetto all’Ucraina

Meno male che c’è il FQ e il direttore Travaglio, che c’è la Spinelli, Innaro, qualcuno dell’Anpi e perfino il direttore del Tg2 Sangiuliano. Perché non se ne può davvero più di ascoltare quotidianamente il coro ipocrita ed embedded della propaganda massmediale dell’occidente contro l’invasione russa dell’Ucraina. Senza dimenticare tutte le guerre Usa e Nato, quindi anche del nostro paese, degli ultimi trent’anni in Medio oriente (Iraq, Siria, Afghanistan), in Africa (Libia), e pure nel cuore dell’Europa (ex Jugoslavia), bisognerebbe chiedere ai democratici e ai pacifisti se conviene, dove erano quando, dopo il crollo dell’Urss e del patto di Varsavia dal 1991 in poi, gli Usa e la Nato hanno accolto all’interno dell’alleanza atlantica uno dopo l’altro i paesi che facevano parte del blocco sovietico e che sono prossimi ai confini della Russia.

Patrizio Innamorati

 

L’ipocrisia italiana sulle armi “donate”

L’Italia ha ceduto nuovamente alla sua atavica ipocrisia. Il governo infatti ha approvato il decreto per la fornitura di armi, mitragliatrici e sistemi lanciamissili, agli ucraini con la precisazione che si tratta di “armi difensive, non letali”, come se una definizione del genere, frutto evidente della contorsione mentale di qualche burocrate ministeriale, possa bastare a convincere il Belpaese di non essere entrati anche noi in guerra.

Ciò tralasciando i principi costituzionali tutelati dall’articolo 11 della Costituzione, nel quale si afferma con chiarezza inequivocabile che “L’Italia ripudia la guerra (…) come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Trovo altresì singolare che in Parlamento non ci sia una voce critica su questo punto, mentre si preferisce accettare la narrazione d’oltre Atlantico della vicenda ucraina, specialmente per i suoi presupposti e per le influenze che negli anni passati lì sono state attivate, accontentandosi del cliché dei buoni contro i cattivi che rappresenta una maniera diversa di condurre una guerra. Una modalità “a basso impatto”, che però si rivela utile sul terreno del consenso, specie di chi non ha a che fare direttamente con bombe e cannonate.

Nazzareno Tittarelli

 

L’articolo della Spinelli è stato illuminante

Dal primo numero del Fatto, quando leggo un articolo particolarmente interessante ne conservo la pagina integrale e… sono parecchie.

Questo è accaduto, pur non sapendo le conseguenze che avrebbe generato con i sostenitori del pensiero unico, con l’ottimo articolo di Barbara Spinelli. L’avevo ritenuto un articolo coraggiosamente illuminante e non mi sbagliavo. La mia solidarietà e un ringraziamento a una giornalista vera.

Una ragione in più per essere un lettore quotidiano del Fatto.

Filippo Masi

 

Nel mondo ci vorrebbe maggiore coscienza civile

Credo che, al di là del sanguinario attacco di Putin all’Ucraina, ci sarebbe bisogno di una riforma che tutto il mondo dovrebbe mettere in atto: quella della coscienza civile. Non in ordine sparso. Ci sono state e ci sono tuttora nel mondo, tante altre guerre; alcune distanti che non fanno notizia perché non ci sono nomi altisonanti; e quindi figli di un dio minore? Invece, stavolta, oltre il nome altisonante c’è pure il luogo: nel cuore dell’Europa! E l’Europa, con l’Italia in testa, ha pensato bene di risolvere la cosa, mandando più armi all’Ucraina, per fare cosa? Beh, giusto; poco conta se verranno spazzati via dal dittatore Putin, con una Europa assente da più di vent’anni che manda qualche fucile per mettere a posto la propria coscienza. Il mercato miliardario delle armi è come un cane che si morde la coda: finché c’è guerra c’è speranza.

Massimo Testa

 

Siamo tutti sottoposti al “Pensiero Unico”

Il film horror a cui siamo sottoposti in evidente stato di narcolessia da oltre due anni di “Pensiero Unico” edulcorato qua e là da pochissime voci critiche, con i cervelli totalmente all’ammasso, intrisi di terrore, violentati da ricatti e minacce di stato, continua a manifestarsi “casualmente” con questa nuova pagina di terrore che rappresenta il colpo di grazia allo stato di diritto e soprattutto alla già difficile rinascita del popolo italiano e non solo. Il “Grand Reset” sembra quasi un gioco da ragazzi al cospetto di quello che ci aspetta .

Ma il “Pensiero Unico” ci porta nella giusta direzione voluta.

Il tutto come logica conseguenza di una schiavitù servile a un sistema perverso che alla fine non salverà nemmeno i tanti che lo sostengono e lo fomentano. Un piccolo sfogo senza nulla a pretendere.

Francesco Romano

Scuola, chi comanda? “È solo preda del mondo delle imprese”

Chi detta legge nella scuola italiana? Per rispondere è utile ricordare che i documenti dell’Ue che hanno introdotto le competenze nelle scuole (caposaldo del processo di aziendalizzazione della scuola) ricalcano le indicazioni contenute in un rapporto del 1989 dell’European Round Table of Industrialists che non è propriamente un’istituzione educativa o culturale, ma è composto da grandi multinazionali.

Le nuove competenze non cognitive (in via di introduzione nelle scuole) sono state individuate in un rapporto del 2015 del World Economic Forum, che è finanziato da grandi multinazionali.

L’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà, promotore del ddl sulle competenze non cognitive, ha collaborato strettamente con Ludovico Albert, presidente della FpS (Fondazione per la Scuola, di origine bancaria, si badi) il cui scopo è partecipare a livello istituzionale alla definizione dei processi gestionali delle scuole e all’innovazione della didattica. La stessa FpS ha sostenuto la pubblicazione del libro Formazione e valutazione del capitale umano (curato da G. Vittadini) che riporta gli studi posti a fondamento dell’introduzione delle competenze non cognitive, ma che, si badi bene, sono studi di stampo strettamente economicistico.

Ancora, l’Associazione TreeLLLe, che elabora studi per orientare la politica scolastica, dichiara che la sua attività è sostenuta principalmente dalla FpS insieme a una pletora di altri istituti bancari.

La scuola è sotto sequestro da parte del mondo delle imprese.

 

Enrico Campanelli, Movimento La nostra Scuola Manifesto per la nuova Scuola