Un vecchio inizio: il turismo-merce

Come prima, meglio di prima. Il 5 giugno la prima Grande Nave di MSC Crociere, fatto l’inchino a Palazzo Ducale, approderà di nuovo alla Stazione Marittima, in attesa che vengano allestite le promesse banchine “provvisorie” a Marghera, previo ulteriore e devastante scavo del Canale dei Petroli.

Dietro San Francesco della Vigna, i due grandi ex gasometri dell’Italgas diventeranno dei grandi alberghi o residence di lusso della società Mtk, a onta delle mobilitazioni e dei progetti “dal basso” che per anni hanno immaginato e proposto un destino diverso; un altro grande albergo a cinque stelle prenderà il posto dell’Ospedale al Mare del Lido, auspice la Cassa Depositi e Prestiti e col sostegno dell’Università Ca’ Foscari; la potentissima Save, peraltro fresca di accordo col medesimo ateneo, riproverà ad aumentare le piste dell’aeroporto “Marco Polo” in vista dell’obiettivo dei 20 milioni di passeggeri annui (nel 2019 erano 11, e la metà si riversa direttamente sul centro storico); per la cultura, ben 170 milioni del Pnrr pioveranno sull’istituzione più ricca e sponsorizzata, la Biennale.

Altro che un “nuovo inizio”, altro che “ripensare Venezia”: la pandemia va superata come un raffreddore, bisogna avere il “frigorifero pieno” qui e subito. In senso strettamente economico – come in un Paese del Terzo mondo ricco di risorse minerarie – ci troviamo dinanzi a una forma di “estrattivismo” che colonizza il luogo, incoraggia la monocoltura, spreme e rovina il giacimento, concentra la ricchezza (per lo più di rendita) in poche mani, e disgrega irreversibilmente il tessuto sociale. L’analisi del fenomeno in questa chiave di degenerazione capitalistica è al centro del prezioso volume di Giacomo-Maria Salerno, Per una critica dell’economia turistica (Quodlibet 2020), in cui Venezia rappresenta lo studio principale. Lo sguardo laico e disincantato dell’autore (classe 1986, veneziano e filosofo) critica gli “esteti della conservazione” che magari in buona fede contribuiscono alla musealizzazione della città (algida vetrina di monumenti che perdono ogni senso, consegnati alla mera esibizione e al consumo passivo, e di fatto inaccessibili all’uso vivo), e demistifica i luoghi comuni sul turismo straccione e “cattivo” (“signora mia i Pink Floyd”, “e quello che si è tuffato in canale”) branditi dall’élite di danarosi proprietari stranieri che mirano a fare di Venezia un parco a tema per ospiti facoltosi in cerca di posti cosy, estromettendo non solo i cittadini, ma anche i visitatori che garantiscono introiti più modesti. In ogni caso, a pochi sta a cuore il fattore chiave, ovvero “la comunità che pur vive nel monumento, con il monumento, del monumento” (W. Dorigo), ossia la persistenza o la ripresa di qualche forma di vita vera in un organismo urbano che già Henry James nel 1892 giudicava “la più splendida delle tombe”. Essenziali, dunque, per sfuggire agli slogan del momento, le riflessioni di Salerno sull’“esperienza” come merce, sull’alienazione come caratteristica strutturale della leisure programmata dal sistema capitalistico e dalla società dello spettacolo, sull’inautenticità (patetica, quando non pelosa) della “corsa all’autentico” nella fruizione di luoghi ormai compromessi dalla moltiplicazione incontrollata e venale della loro stessa immagine, del loro mito spento. Venezia è oggi vecchia e spopolata, in cui i 2/3 delle transazioni immobiliari riguarda non residenti, il 12% delle case è Airbnb, il prezzo medio a metro quadro (ca. 3.100 euro) resta tra i più alti d’Italia. La pandemia ha svelato quanto fragile fosse il gigante, nella desolazione degli spazi senza più né grupponi né abitanti reali, delle case silenti, dei negozi condannati alla chiusura o rilevati dai cinesi, del sottoproletariato immigrato già assunto al nero e finito a chiedere la carità.

Come è stato possibile arrivare fin qui? Salerno ripercorre alcuni snodi salienti della vicenda economica e urbanistica della città, ma chi voglia capire davvero la parabola di questa tourist gentrification che non ha eguali nel mondo dovrà leggere lo studio storico-antropologico di Clara Zanardi, La bonifica umana (Unicopli 2020): mette in luce come lo spopolamento di Venezia sia stato il risultato di scelte ben precise, che sin dalla fine dell’Ottocento hanno mirato prima ad abbandonare al degrado le zone popolari (investendo nell’affluente turismo balneare del Lido) e poi a realizzare quella “bonifica umana” di cui parlò Vittorio Cini nel 1935. Via dunque la “turba di accattoni” che comprometteva il decoro della Laguna, via le attività produttive che pure erano state installate a Santa Marta, alla Giudecca e altrove: meglio rigettare la plebe nell’alacre e operosa “Venezia nuova” in terraferma, mentre le isole storiche rimanevano dedicate alla rappresentanza, agli uffici delle classi borghesi, al terziario “pulito”. Non è un caso che il conte Giuseppe Volpi sia stato al contempo padre dell’industrializzazione di Porto Marghera e ideatore della Mostra del Cinema (la Coppa ai migliori attori ancora porta il suo nome).

È incredibile come, finita la sbornia del regime, la stessa prospettiva politica (espulsione delle classi medie e produttive, rapida deindustrializzazione, soppressione dell’eterogeneità economica, ipertrofia della rendita immobiliare) sia proseguita anche nel secondo dopoguerra, inverata nell’estromissione di 84mila persone dal 1951 al 1968, favorita dalla concomitante esplosione del turismo di massa, e foraggiata dalle Leggi Speciali. Dopo decenni di giunte comunali deboli, commissariamenti, lungaggini e deroghe nei Piani regolatori, fu decisivo in tal senso il ventennio del sindaco Cacciari, quello per cui il turismo è “una risorsa straordinaria e strategica“: fu allora che si smantellarono le regole urbanistiche, si liberalizzarono le destinazioni d’uso, si avviarono brutte speculazioni, si privatizzarono spazi pubblici e funzioni urbane consegnando il centro antico alla monocoltura turistica e ripulendolo delle residue attività artigianali e produttive. Una prosecuzione in senso post-fordista del modello volpiano della “bonifica umana”, che ha prodotto nella popolazione un senso di rassegnazione, una sorta di orgoglio nostalgico e frustrato con riflessi di diffidenza aggressiva verso i più deboli (il sottoproletariato cinese o bengalese) o contro gli stessi escursionisti che sporcano, anziché contro il sistema drogato che li porta a Venezia senza che sappiano bene dove si trovano, né che la città è ancora (debolmente) abitata, non avendo per ora del tutto completato la sua parabola di disneyficazione in parco a tema.

Un recentissimo documento dell’esperto Giuseppe Tattara, pubblicato sul sito VeneziaCambia, prova a uscire dalla geremiade e fa proposte concrete per il futuro: anzitutto per ripopolare e ringiovanire la città (che ha perso 18mila abitanti negli ultimi vent’anni, quasi tutti under 50), anche favorendo l’insediamento nei tanti alloggi vuoti o sfitti di giovani immigrati di talento e di studenti italiani e stranieri da trattenere poi in loco offrendo loro adeguate opportunità. Tattara ha fiducia nel rilancio della vocazione imprenditoriale di Venezia, purché incentivi e progetti coinvolgano direttamente gli abitanti, e purché il pubblico operi come stimolo e non a fondo perduto: residenzialità per studenti e per giovani coppie, riuso di spazi dismessi, percorsi scuola-lavoro e incubatori d’impresa, con particolare insistenza sulla filiera dell’arte e della cultura (davvero solo la Biennale?), sull’inclusione sociale, sulla transizione ecologica e sull’innovazione. Prospettive difficili: e nulla di tutto ciò è alle viste nel tristissimo scenario post-pandemia, dominato dai soliti noti e dai soliti interessi – porto, aeroporto, armatori, immobiliaristi, ristoratori, hotelier –. Ma il fatto che Salerno e Zanardi, autori dei due splendidi libri di cui abbiamo detto, facciano 70 anni in due, suscita almeno qualche speranza nello spirito vigile delle giovani generazioni.

 

La colonna (sonora) delle nostre vite

“Che cosa hai imparato dalla tua esperienza politica, assessore alla Regione Sicilia?” Franco Battiato si schermisce davanti alla domanda di Fabio Fazio, poi ci ripensa: “A dire il vero, una lezione l’ho imparata”.

Quale fosse questa lezione lo vedremo dopo, ma certo, martedì sera ne abbiamo avuto la conferma. Con Battiato se n’è andata la colonna sonora di più generazioni e più generi, un ponte magico sospeso tra i sentieri della musica, in insondabile equilibrio tra l’istinto e il pensiero; nel suo passaggio a Che tempo che fa (correre su Raiplay), mentre intona Voglio vederti danzare, il pubblico è fisicamente posseduto mentre lui resta quasi immobile, dal palco solo qualche gesto netto e parsimonioso. Nonostante ciò, la tv se l’è cavata con servizi di circostanza sui tg, cartelli con scritto Ciao Maestro, lo scoop di Sergio Castellitto ospite da Vespa per promuovere il suo film (“Ho avuto la notizia da mio figlio”).

Pochi artisti quanto lui imponevano di celebrare la sua complessa visione della cultura, c’è solo l’imbarazzo della scelta dei temi; eppure i talk serali hanno fatto come se niente fosse, il solito Calenda, il solito Renzi i soliti virologi e i soliti opinionisti del giorno prima e del giorno dopo, secondo le tre leggi della Tuttologia. Il Tuttologo deve opinare su tutto. Il competente di una materia non può opinare su quella materia, altrimenti si vede la differenza. Qualunque cosa accada, non avrai altri Tuttologi al di fuori di noi.

La politica controlla da sempre il servizio pubblico, e di fatto anche i network privati, ma da qualche lustro non si accontenta di controllarli: li occupa fino all’ultimo pertugio.

Se questa cecità cronica a tutto ciò che è altro da sé nasca da una scelta o da incapacità non sapremmo dire, forse la nostra classe dirigente vola rasoterra perché è l’unica quota a cui sa volare. In ogni caso, si capisce meglio la lezione che Franco Battiato ricevette dalla sua breve esperienza politica: “Ho capito che non si può fare nulla”.

Ormai anche un fake-decesso basta a scatenare i social network

Sia metropoli, città o paese, in ogni angolo dell’orbe terracqueo insomma non passa giorno che qualcuno muoia. È normale ahinoi!, fisiologico. Ben diverso però è quando qualcuno venga fatto morire. Intendo, com’è successo qualche giorno fa dalle mie parti, quando venga messa in giro la voce che quel tal soggetto sia dato per morto. Mica è la prima volta che un fatto simile si verifica, né si è ancora scoperto come si originino simili voci. La novità però è che si inscrivono in tempi moderni, tempi di tecnologia. E allora ecco che la notizia, prima ancora di correre di bocca in bocca, viaggia da computer a computer, da Facebook a Facebook con tutto un profluvio di R.I.P., manine che applaudono (ormai si usa ai funerali), lacrimosi commenti a celebrare le virtù del morto che ormai da lassù ci guarda. Non manca anche chi scrive che un altro pezzo di storia del paese se n’è andato. E infine, a maggior sostegno della ferale notizia, dalla chiesa grande si allargano nell’aere le note delle campane a morto, (altrimenti dette “dell’agonia”). A completare l’opera dovrebbero comparire adesso gli annunci funebri con indicazione di giorno e ora del funerale. Chissà poi se il defunto avrà pensato di farsi cremare oppure no. Solo che il giorno dopo la notizia viene smentita. Il morto cioè è vivo, sorta di ossimoro in carne e ossa. È quindi, stante i tempi, un fakedecesso. Porterà bene, come si dice dei sogni quando si sogna la morte di qualcuno, gli allungherà la vita ? Non saprei dire. Per intanto, visto che oltre tutto è anche un mio amico, mi basta sapere che sia vivo (e lotta insieme a noi).

“Tu chiamalo Pippo Baudo”

Settimana senza infamia e senza lode a Criminopoli: 7 nuovi indagati per corruzione e 47 accusati di appartenere a un’associazione camorristica. Totale del 2021: 285 indagati per corruzione e 1.199accusati di mafia. Il premio mazzetta della settimana va a Gaetano Giannini, dipendente della società Smp Srl di Barletta. In questa storia gli indagati per concorso in corruzione sono 5: Massimo Borgato e Antonio Capozza (presidente del Cda e direttore generale di Gelsia Ambiente Srl, società a partecipazione pubblica, con sede a Desio, in provincia di Monza, che gestisce il servizio di raccolta rifiuti e considerati pubblici ufficiali), Cosimo Sfrecola (amministratore di fatto della Smp Srl) e Fabrizio Cenci (amministratore di fatto della Cmb service Srl). Per l’accusa, Borgato e Capozza accettavano, con l’intermediazione di Giannini, la promessa di 60mila euro da Sfrecola, facendo ottenere un appalto a Smp che affidava un subappalto a Cmb. Giannini spiega come deve essere compilata la causale delle fatture: “Deve essere una frase che non deve puzzare nelle intercettazioni… in fiera tu dirai: devo chiamarlo Pippo? Devo chiamarlo Pippo Baudo? Chiamalo Pippo Baudo (…) te lo inventi nel momento… non devi averne modo di parlarne al telefono”. Ottima l’idea di indicare Pippo Baudo nella causale. Va premiata l’avvertenza, per evitare d’essere intercettati, di non parlarne al telefono. Indicazione data mentre era intercettato. Per quanto simbolico, il premio sarà revocato in caso di archiviazione o assoluzione. Fra tre giorni ricorre il 29esimo anniversario della strage di Capaci e dell’uccisione di Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Ah, dimenticavamo: lo Stato non cattura Matteo Messina Denaro da 10.214 giorni.

Giustizia civile, oggi la velocità non porta a una reale riforma

Il Pnrr intende riformare la giustizia civile articolando interventi in quattro direzioni fondamentali: a) l’organizzazione, potenziando l’Ufficio del processo; b) il favore per strumenti alternativi al processo; c) l’accelerazione di alcune fasi del processo civile; d) il miglioramento della disciplina del rito esecutivo e di alcuni procedimenti speciali. Il programma dichiara lealmente di non affrontare il problema principe (cioè una modifica profonda del codice di procedura) perché i tempi necessari per la revisione finirebbero per frustrare la necessaria celerità alla quale è improntato il Recovery Plan. La giustificazione è più che accettabile, anche se le esigenze di speditezza non sono certo il miglior viatico per una vera riforma. Le proposte si risolvono, in realtà, in aggiustamenti e in miglioramenti tecnici in un orizzonte operativo che si esaurirà tra qualche anno. Manca cioè una visione del processo civile nella quale si compongano adeguatamente la teoria giuridica sulla soluzione dei conflitti (tale essendo la funzione del processo), le istanze della società in continuo divenire e la coerenza del progetto al sistema costituzionale nel suo complesso. Una situazione analoga si è presentata quando si pose mano al vigente codice di procedura e si dovette decidere tra l’affascinante e un poco astratta teoria di Giuseppe Chiovenda (risultata vincitrice) e quella di minor afflato, ma attenta agli aspetti pratici, di Lodovico Mortara. Chi porrà mano al nuovo codice dovrà fare i conti con quel passato e pervenire a una visione teorica globale prima di articolare paragrafi e commi. Nel frattempo s’impone un’azione di contenimento nei confronti di due previsioni del Pnrr. La prima riguarda l’intento di conferire il potere di emanare provvedimenti di natura cautelare agli arbitri, verso i quali la riforma manifesta grande favore! Tale previsione, che consente a un ufficio privato di poter incidere immediatamente e autoritativamente nella sfera giuridica di altri privati, si rivela abnorme sotto diversi profili: 1) attribuisce una prerogativa esclusiva della funzione giurisdizionale fuori dal contesto del Titolo IV della Costituzione, che ne riserva l’esercizio alla magistratura; 2) mina la parità delle parti nella fase arbitrale, anticipando un giudizio (contenuto nel lodo) che fino ad oggi, per divenire esecutivo, richiede un decreto del tribunale (art. 825 c.p.c.); 3) facilita il ricorso all’arbitrato nei soggetti forti economicamente che impongono la clausola compromissoria ai contraenti deboli e possono avere buon gioco a utilizzare lo spauracchio di provvedimenti cautelari per piegare ogni resistenza difensiva della controparte; 4) espone arbitri incauti (solo incauti?) a pesanti azioni di responsabilità. La previsione, in definitiva, è vantaggiosa per la componente economicamente dominante dei rapporti commerciali e lascia trasparire una concezione quasi padronale dello strumento alternativo al processo, agli antipodi, cioè, delle istanze democratiche e di presidio dei valori costituzionali. Il successivo dubbio riguarda il rinvio pregiudiziale alla Corte di cassazione disposto dal giudice della vertenza per la risoluzione di una questione nuova e importante di puro diritto caratterizzata da gravi difficoltà interpretative. Considerare quella Corte come una terza istanza generalizzata è prospettiva erronea del nostro sistema, nel quale la funzione nomofilattica è più enfatizzata che seriamente supportata: oltre agli ordinari ricorsi, ne suscitano l’esercizio la richiesta del Procuratore generale perché, anche in assenza di materia del contendere, si affermi un principio di diritto nell’interesse della legge nonché, per le questioni di giurisdizione, la richiesta del prefetto. Il rinvio pregiudiziale del giudice della lite viola il parametro del giudice naturale (art. 25 Cost.) fondandosi su una inammissibile concezione verticistica della giurisdizione che elude la non derogabile competenza per gradi e sovverte il principio che la peculiare importanza del tema sia delibata dal giudice di legittimità e non impostagli come ipotesi dal giudice del merito.

Caro Zanda, non ci stiamo: su Moro va detta la verità

Eh no, senatore Zanda, noi non ci stiamo. In una conversazione con Simonetta Fiori per Repubblica dice molte cose gravi.

Non è che si possa chiudere i conti con il passato senza mai parlare di responsabilità, rinviando la verità solo agli archivi internazionali. Capiamo che va di moda l’oblio (Paolo Mieli) e una certa retorica della democrazia che vince su tutto. Come se le cose in Italia fossero avvenute solo sotto l’influsso magico e mefitico di uno scontro internazionale perenne. La Guerra Fredda è stata terribile, certo, dentro quel quadro si sono dispiegate dinamiche intrigate e ancora in parte oscure, ma stiamo all’Italia e all’assassinio di Aldo Moro: c’era una classe dirigente che ha fatto o non ha fatto delle scelte. Lei lega Moro, l’attentato al Papa e l’incidente accaduto a Berlinguer in Bulgaria in un’unica storia indicando una fantomatica pista sovietica. Ma di cosa stiamo parlando? Sembra più un vecchio slogan depistante che qualcosa di reale – la pista bulgara nell’attentato a Wojtyla è già da tempo considerata una bufala. La Commissione parlamentare guidata da Giuseppe Fioroni, che lei richiama per alcuni passaggi sui rapporti tra Br, la Raf e l’Ira, ha stabilito cose più importanti e concrete. Ad esempio che il Memoriale del Br Valerio Morucci è un falso, costruito a più mani, un vero dossier dell’intelligence: noi ci chiediamo perché non è seguito nessun atto giudiziario a quella ricostruzione, dettagliata nelle relazioni della commissione. Cosa fa la Procura di Roma cui la Commissione ha inviato materiale prezioso, ovviamente segretato finché è lì: non sappiamo se gli investigatori stanno lavorando, ma qualcosa vorremmo pur capirci su quel bel palazzo di via Massimi, abitato da altri prelati, dove già dal 1981 (ci fu un rapporto della Guardia di Finanza) si individuò un punto cruciale per capire la dinamica dell’agguato di via Fani e forse di una delle prigioni di Aldo Moro. È sconcertante che dall’alto della sua grande esperienza anche accanto all’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga, minimizzi fin quasi a negarlo il ruolo di Licio Gelli e della P2 e ridicolizza quel Comitato di piduisti a cui proprio Cossiga aprì le porte. Furono loro a inventare la strategia per delegittimare il ‘prigioniero’, facendo circolare l’insinuazione che le lettere di Moro erano espressione di un suo pensiero ‘indebolito’ e distorto dagli eventi. Non era vero. Moro era lucidissimo, soprattutto nelle sue accuse alla Dc. Fu Piecenick, il mediatore collaboratore di Kissinger, inviato qui con chissà quali intenzioni, a dettare le mosse che disarticolarono ogni possibilità di salvare la vita di Moro con una trattativa, lo racconta lui stesso, provocatorio e sprezzante. È pazzesco che il papa Paolo VI fallisca il suo tentativo di mediazione, dopo aver raccolto un mucchio di soldi: nessuno, ma proprio nessuno ha mai spiegato come fu possibile. Mesi dopo, fu facile trattare e pagare per liberare l’assessore campano Ciro Cirillo, l’amico di Gava, rapito dalle Br del ‘toscano’ Giovanni Senzani. È troppo semplice andar dietro alle parole d’ordine delle Br e dire che i rapitori non vollero trattare: proprio l’ultima Commissione parlamentare ha dimostrato che i brigatisti furono sbaragliati, ma che volevano trattare.

Su una cosa siamo senz’altro d’accordo: la verità non potrà venir fuori dai brigatisti latitanti a Parigi. Di più potrebbero, infatti, le gole profonde dello Stato. Se ci fossero.

Crisi israelo-palestinese, parola ai “grandi” ebrei

Stavolta nemmeno l’ambasciatrice Usa presso l’Onu ha ripreso il vecchio mantra “Israele ha diritto di difendersi”, dichiarando anzi che “palestinesi e israeliani hanno diritto entrambi di vivere in pace e sicuri”. A rilanciare quella frase un po’ logora ha pensato però lo stesso Biden, mentre a casa nostra hanno provveduto politici e giornalisti di varia estrazione. Quel “difendersi”, per la verità, suona un po’ strano in presenza del doloroso conto delle vittime: il rapporto fra israeliani e palestinesi è (con variazioni quotidiane) di uno a venti, e perciò più che di “difesa” si dovrebbe forse parlare di “eccesso di legittima difesa”. A chi scrive, e probabilmente anche ad altri, manca un po’ il coraggio di chiedere opinioni ai numerosi ebrei italiani che a vario titolo frequentiamo: una piccola viltà da cui ci si può forse riscattare riscoprendo le posizioni di grandi figure del passato.

David Ben Gurion, nato in Polonia nel 1886, oratore, scrittore, filosofo, biblista, presto si impegnò per la causa sionista; dopo un’attività intensa su più fronti, divenne presidente, fra 1935 e 1948, dell’Agenzia ebraica dell’Organizzazione sionistica mondiale. Nel 1948 fondò lo stato di Israele e ne fu primo ministro fino al 1963, quando, dopo aver profuso grande impegno in guerra e in pace, si dimise. Un “eroe fondatore”, dunque.

Nahum Goldmann, nato a Wisznjevo (ora Višneva in Bielorussia) nel 1894, pubblicò a Berlino, fra 1922 e 1934, una grande Encyclopaedia Ebraica. Le leggi razziali lo indussero a trasferirsi in Svizzera e poi negli Usa, da dove diresse lo spionaggio ebraico durante la Seconda guerra mondiale. Presidente dal 1951 al 1968 del Congresso ebraico mondiale, si dimise proprio per dissensi sulla politica del governo israeliano nei confronti degli Arabi; morì in Baviera nel 1982.

Due giganti dell’Ebraismo: nel 1976 Goldmann pubblicò con l’editore francese Stock Le Paradoxe Juif, lunga intervista a Ben Gurion che era stata raccolta vent’anni prima. Singolare vicenda editoriale. Ecco un interessante “botta e risposta”:

Ben Gurion: Perché gli arabi dovrebbero fare pace con noi? Se fossi in loro non firmerei. Ci siamo presi il loro paese. Dio ce l’ha promesso, ma agli arabi che interessa? Abbiamo avuto Hitler e i nazisti, ma gli arabi che c’entrano?

Goldmann: Come puoi dormire con questo incubo?

Ben Gurion: Chi ti dice che io dorma?

Dialogo non banale, ma citiamo anche uno scrittore vivente, Gideon Levy, editorialista di Haaretz, unico giornale – dice lui – che accetta contributi come i suoi. Bene, vediamo: “Israele non vuole la pace, una pace giusta, cioè basata su un compromesso equo per entrambe le parti… Non ha mai, neppure per un minuto, trattato i palestinesi come esseri umani con pari diritti. Non ha mai visto la loro sofferenza come comprensibile sofferenza umana e nazionale… Il dato più evidente del rifiuto della pace da parte di Israele è, ovviamente, il progetto di colonizzazione”. Sì, il problema sempre attuale dei coloni: anzi attualissimo, visto che con gli sfratti a Gerusalemme Est (che in teoria la Corte Suprema ha bloccato, ma senza risultati tangibili) proprio loro hanno creato l’“incidente” che ha dato il via al conflitto in corso.

Nel 2010 Levy ha scritto The Punishment of Gaza, e in due diverse interviste (in quello stesso anno e nel 2012) ha affrontato il ricorrente problema degli scambi di razzi e bombe: “Hamas è da condannare per il lancio di missili. Questo è insopportabile, nessuno stato sovrano lo avrebbe tollerato, Israele aveva ragione di reagire”. “Ma la prima domanda che dovete porvi è perché Hamas ha lanciato i missili. Prima di criticare Hamas vorrei piuttosto criticare il mio stesso Governo, che ha molto maggiori responsabilità per l’occupazione di Gaza e per le condizioni in cui si trova. E il nostro comportamento è inaccettabile”.

Israele, oggi e in passato, ha giustificato i suoi bombardamenti, che colpiscono anche i civili, in vari modi. Fra le motivazioni ricorre spesso questa: Hamas usa i civili come scudi umani. Argomento non nuovo. Purtroppo l’aveva già usato Hans Frank, governatore di Hitler a Varsavia, mentre conduceva fra 1942 e 1943 le operazioni che culminarono nella distruzione del Ghetto: “I banditi (cioè le unità ebraiche di autodifesa, ndr) si fanno scudo dei civili, sono loro i responsabili delle stragi”.

 

Il passato e il presente tra Pollyanna, Proust e i telefilm di Lupin

E per la serie “Guarda non vedo l’ora di parlare di te con la mia psicologa domani”, la posta della settimana.

Caro Daniele, sarà l’età, ma durante il lockdown ho trovato un grande conforto nei ricordi della mia gioventù. (Stefano Rinaldi, Milano)

Il nostro cervello pare predisposto all’effetto Pollyanna, un pregiudizio di selezione che ci fa sembrare il passato molto migliore di quanto non sia stato, tramite un’accurata sfuocatura delle occorrenze spiacevoli. In più, nel ricordo, passato e presente si fondono, e accediamo all’eternità, che è senza tempo come la bellezza. E poiché trascendere gli aspetti del tempo richiede del genio, ciascuno di noi, quando ricorda, è un po’ Proust. Negli anni ho perfezionato un trucco per potenziare il piacere ineffabile dei ricordi. Faccio un esempio. Da bambino amavo guardare i telefilm di Arsenio Lupin con Georges Descrières. È bello rivederli oggi su Raiplay, ma il massimo è rivederli su Raiplay la domenica pomeriggio, nello stesso orario in cui il secondo canale Rai li trasmise dal 1971 al 1974: il trucco, cioè, consiste nel far combaciare alla perfezione le pieghe del Tempo. (Già che ci siamo, ti do il segreto dell’esistenza. L’ha svelato Nabokov nei suoi romanzi: la vita è uno schema individuale, un tappeto personale, di motivi ricorrenti. Il compito di ogni biografia sensata dovrebbe essere questo: l’individuazione dei motivi ricorrenti nella vita di una persona. Noi siamo il nostro tappeto di motivi ricorrenti: una manciata di episodi e di immagini che si ripropongono costantemente, con leggere variazioni. L’aspetto favoloso è nelle variazioni: in questo senso la vita è sogno, e arte.) Altro esempio: come molti bambini della mia generazione restai folgorato dall’uscita in edicola dei supereroi Marvel pubblicati dall’Editoriale Corno. La domenica mattina arrivavano nelle due edicole del mio paese, e non vedevo l’ora che finisse la messa delle 9.30 per precipitarmi a comprare le copie fragranti dell’Uomo Ragno e dei Fantastici Quattro, e la domenica seguente quelle di Devil e di Thor (gli albi erano quindicinali). Nella mia memoria, sono sempre domeniche di maggio piene di sole, profumate dal pollo arrosto che compravamo dalla signora Bianca: cuoceva i polli, col marito che li spennellava d’olio, su un girarrosto all’aperto, dietro casa sua. (Non c’erano i regolamenti sanitari di oggi, ma le attività culinarie erano gestite da gente del mestiere. Per dire, nel negozio di alimentari della Pina, altra protagonista mitica del quartiere della mia infanzia, in autunno trovavamo patate americane dolcissime: le portava a cuocere da un panettiere, un’altra pratica che oggi sarebbe vietata). È bello rileggere quei fumetti nei canali web dedicati, ma il massimo è rileggerli la domenica mattina, nello stesso orario preprandiale in cui li leggevo all’epoca. Grazie ai fumetti Marvel, durante la messa pensavo a Gesù come a un supereroe, e ne immaginavo parodie in cui trasformava l’acqua in vino scoreggiando dentro una brocca. Adesso che ci penso: in soffitta ho ancora un vasetto di vetro a chiusura ermetica dove scoreggiai il 3 maggio del 1970, la domenica in cui comprai il primo numero dell’Uomo Ragno. Lo aprirò domenica mattina: quale modo migliore per celebrare il giorno del Signore?

Di che tipo di donna ti innamori? (Barbara Ferraro, Lucca)

Mi innamoro solo di donne molto belle e molto ricche. L’importante è che non passino il tempo a venerarmi perché mi stanco velocemente.

Cercate anche voi una guida spirituale? Scrivetemi

(lettere@ilfattoquotidiano.it)

 

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Migranti, va cambiato il Trattato di Dublino

Perché Davide Sassoli non spinge il tasto sul cambiamento del Regolamento di Dublino? Le ultime scene dei migranti che arrivano a nuoto sulle coste spagnole sono momenti umanamente dolorosi. Del cambiamento del Regolamento ne ha parlato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e la situazione è complicatissima. David Sassoli può ufficialmente presentare una proposta per un cambiamento sostanziale sulla suddivisione automatica dei migranti o questo compito spetta solo alla presidente della Commissione europea?

Lilli Maria Trizio

 

Vergognosi gli attacchi alla Raggi a “DiMartedì”

A DiMartedì su La7 (il canale il cui padrone definisce Chiara Appendino deficiente e cogliona) ho assistito a un vero e proprio agguato contro la sindaca di Roma. Vedere questa donna gentile ma determinata, che mai alza la voce, incorruttibile, più che aggredita e calunniata da Floris, Sallusti (il meno peggio, il che è tutto dire…), Caprarica e quell’invasata della Boralevi è stato davvero, a mio parere, vergognoso. Mi piacerebbe conoscere il parere del nostro direttore, e mi chiedo e vi chiedo se sia ancora il caso di prestarsi ad agguati indegni come quello al quale abbiamo assistito.

Paolo Sanna

 

Caro Paolo, condivido in pieno. Se questi fustigatori a senso unico avessero riservato un centesimo della loro acrimonia a chi ha consegnato Roma ai clan mafiosi e corrotti e l’ha depredata fino ad accumulare 15 miliardi di debiti, la Capitale non sarebbe finita così in basso e Virginia Raggi non sarebbe diventata sindaca. Ma, visto che insistono, potrebbero anche riuscire a farla rieleggere.

M. Trav.

 

Se si versano i contributi, la pensione è un diritto

Mia moglie è arrivata all’età della pensione ma ha avuto una brutta sorpresa: il sindacato incaricato della domanda di pensione gli ha detto che con 10 anni di contributi non ha diritto alla pensione ma solo a quella sociale se il reddito familiare non supera un certo reddito. Ma, se mia moglie non ha trovato lavoro, oppure ha deciso di fare la casalinga e seguire da vicino i figli, perché deve perdere 10 anni di contributi versati? L’Inps, visto che ha “risparmiato” 11 miliardi per i migliaia di decessi di anziani dovuti al Covid, potrebbe sopperire a questa ingiustizia.

Antonio Perrone

 

Una Festa speciale… per Franco Battiato

Secondo me la Festa del Fatto alla Versiliana quest’anno dovrebbe durare una settimana intera… per compensare la festa live persa nel 2020. Inoltre una serata dovrebbe essere dedicata a ricordare, e cantare, le canzoni di Franco Battiato.

Claudio Trevisan

 

Rosy Bindi ci scrive dopo la vignetta di ieri

Caro direttore, il Fatto Quotidiano di ieri mi ha dedicato una vignetta, francamente incomprensibile. In premessa si legge “La politica ha sempre tramato con gli 007” e disegnata in smoking e pistola in pugno, io affermo “Mi name is Bind. Rosy Bind”, con un errore di ortografia che non so quanto sia voluto. Credo di avere un buon “sense of humour”, ma stavolta non ho proprio capito dov’è la satira. Mi sfugge il nesso tra la mia persona e il mondo degli agenti segreti che non mi sono mai accorta di aver frequentato, proprio mentre emergono nomi di politici che invece sembrano aver avuto rapporti con gli 007. Cosa c’entro io? Puoi spiegarmelo?

Rosy Bindi

 

Cara Rosy, era un gioco di parole che non poteva riferirsi a tue eventuali trame con i servizi segreti, mai risultate né a me né ad alcun altro. La tua correttezza e la tua dirittura morale sono indiscusse e non sarà una vignetta a intaccarle.

M. Trav.

 

Egregio Direttore, in un vostro articolo a firma di Vincenzo Bisbiglia del 18 maggio dal titolo “Pd, assalto alla diligenza di Gualtieri”, si fa riferimento a miei “presunti affari” in Tunisia che, raccontati dall’Espresso, mi avrebbero messo in imbarazzo e spinto alle dimissioni dal mio incarico di tesoriere del Pd Roma. In realtà si trattava di una piccola partecipazione in una attività di estrazione di sale avviata quando ero fuori dalle istituzioni tra il 2013 e 2018 e che comunque non ha alcun rapporto di cointeressenza con la sfera pubblica. Nulla quindi di cui debba avere imbarazzo. Le mie dimissioni da tesoriere del Pd romano erano da tempo programmate al termine di un lavoro di risanamento dei bilanci ormai compiuto. Grazie per l’attenzione.

Claudio Mancini Deputato Partito Democratico

 

Egregio On. Mancini, prendiamo atto delle sue precisazioni sui suoi “presunti” (ribadiamo) affari in Tunisia, che però dovrebbe girare ai colleghi dell’Espresso e del Domani, che ha ripreso l’inchiesta per concentrarsi sulla sua figura. Non abbiamo mai utilizzato il termine “imbarazzo”, ma solo registrato il fatto che le sue dimissioni da tesoriere Dem sono arrivate il giorno successivo all’articolo del Domani che la descrive come braccio destro di Gualtieri. Lei dice che la sua rinuncia all’incarico non c’entra nulla con quegli articoli? Perfetto, grazie della precisazione.

Vincenzo Bisbiglia

Morti a Taranto. Oltre quarant’anni di dolore non hanno insegnato nulla

Negli anni 1976-1980 ho lavorato, in qualità di medico, presso l’Ospedale SS. Annunziata di Taranto. Si assisteva alla morte, come birilli, di tanti bambini, senza ricercarne le cause (credo volutamente nascoste). Di dati epidemiologici manco a parlarne. La produzione di acciaio per la Russia, con indubbi ritorni economici, giustificava ogni scempio!

Il 22.10.2009, alle ore 16.30, presso l’Aula Magna dell’Ospedale S. Raffaele di Milano, ho assistito a un Convegno, presieduto da Mons. Verzé e dal presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, sulla creazione a Taranto dell’Ospedale S. Raffaele del Mediterraneo, per la cura di bambini affetti da tumore. Si dava per scontato che, per il ritorno economico, si dovesse pagare un prezzo così alto in termini di vite umane! Alla prevenzione non si è fatto il benché minimo cenno! Leggo ora l’articolo di F. Casula sulle morti a Taranto. Come se oltre quarant’anni di morte e di dolore non avessero insegnato nulla. È in corso, in quella perla scalfita, il processo “ambiente svenduto”. Credo che per porre fine al tutto sia necessario che le Asl forniscano ai sindaci, massima autorità sanitaria, e quindi a tutti i cittadini, annualmente, i dati epidemiologici delle rispettive popolazioni, al fine di: 1) cogliere picchi anomali di mortalità, in determinate aree, individuarne le cause ed eventualmente contenerle o rimuoverle; 2) commisurare le risorse ai bisogni della popolazione presa in esame, in termini di prevenzione e cura delle malattie; 3) verificare negli anni, se le misure poste in essere, abbiano conseguito o meno l’effetto sperato. I ponti, senza i dovuti controlli, crollano. In Sanità le cointeressenze tra autorità sanitarie e rappresentanti politici generano quei cortocircuiti che hanno riverberi negativi sulle popolazioni e in particolar modo sui più fragili. La pubblicazione dei dati verrà ostacolata in ogni modo per mascherare tutte le magagne del sistema organizzativo. E non pare questo un motivo valido per perorarne la causa? Sarebbe un utile suggerimento da inserire nel programma del presidente Conte.

Attualmente faccio il medico volontario in un paesino che dista 10 km dalla famosa Volturara Appula. La parità di accesso ai servizi sanitari per quelle popolazioni, le più anziane, le più malate, le più sole, le più povere e le meno alfabetizzate è solo un miraggio.