I Presidenti sussurrano agli scolari

Il 24 marzo 2012, Giorgio Napolitano dichiarava in una intervista alla Rai: “Non mi ricandido, dal 2013 sarò un privato cittadino”. Il presidente spiegò: “Sono una persona che ha lavorato molto, ha avuto molte soddisfazioni, molte responsabilità, ma sono una persona molto avanti negli anni. Quindi, dopo il maggio del 2013 potremo vederci di nuovo, quando vorrete, ma sarà da privato cittadino”. Leggiamo che la confidenza venne affidata a un gruppo di studenti della scuola media “Virgilio” di Roma. Circa nove anni più tardi, il 19 maggio 2021, conversando con gli alunni della scuola elementare “Geronimo Stilton”, l’attuale capo dello Stato, Sergio Mattarella ha detto che “l’attività del presidente della Repubblica è molto impegnativa”. Per poi aggiungere: “Tra otto mesi il mio incarico termina, io sono vecchio. Tra qualche mese potrò riposarmi”. A tale proposito, sul Fatto Quotidiano, è stato opportunamente ricordato che Mattarella, citando il predecessore Antonio Segni, si era in qualche modo detto favorevole al principio della “non immediata rieleggibilità del presidente della Repubblica”. Che nel discorso di fine anno egli aveva detto a chiare lettere che questo “sarà il mio ultimo anno come presidente della Repubblica”. Concetto ribadito in altri incontri ufficiali. Tutto chiaro dunque?

Niente affatto. L’altra volta, come sappiamo, Napolitano alla fine cedette alla pressioni dell’intero arco parlamentare e il 20 aprile 2013 fu – caso unico nella storia repubblicana – rieletto al Quirinale dove restò fino al 14 gennaio 2015. Anche oggi, malgrado il diniego di Mattarella a una rielezione sembri inequivocabile, c’è invece chi interpreta le sue parole come una porta lasciata socchiusa. Un modo elegante per dire “potrei restare”.

“Solo fra qualche mese sapremo se le circostanze gli permetteranno di riposarsi o se invece il Parlamento, per sfuggire alle sabbie mobili, gli chiederà un sacrificio in nome della stabilità” (Stefano Folli su Repubblica). Ovvero, in nome della permanenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi.

Impietosito dal mio smarrimento, qualcuno molto introdotto in alto mi ha dato la seguente dritta: ti dice qualcosa che la scuola dove Mattarella ha parlato è intitolata a Geronimo Stilton, il celeberrimo giornalista di Topazia, creato da Elisabetta Dami? E che il nonno di Geronimo, Torquato Travolgiratti, è stato il fondatore dell’Eco del Roditore, che ha diretto per molti anni e poi lasciato a malincuore in eredità a Geronimo, salvo poi minacciarlo spesso di tornare a dirigere la testata? Sveglia, più chiaro di così!

Servizi, primo asse 5S-Pd Pronti al fronte anti-Casta

Segnali di vita, per dirla come un poeta che non c’è più. In altissimo mare nelle trattative sulle Comunali e svuotati dalla scelta di stare dentro il governo di tutti che poi è il governo soprattutto di uno, Mario Draghi, almeno sul Copasir, Pd e M5S riacquistano la voce e si ritrovano come alleati. Danno un segno da possibile coalizione, abbandonando i lavori del Comitato parlamentare che vigila sui Servizi segreti, e costringendo così il presidente leghista, Raffaele Volpi, a dimettersi. Certo, ora il Carroccio invoca le dimissioni anche di tutti gli altri componenti del Copasir. Ma il primo risultato, mettere in difficoltà Matteo Salvini in una partita di peso, c’è. E arriva dopo il tweet della sera prima di Giuseppe Conte, rifondatore e capo da troppo tempo in pectore del Movimento, che ha urgenza di mostrarsi leader, innanzitutto per ricompattare i suoi 5Stelle sempre più sfaldati. Mercoledì l’aveva scritto così, l’ex premier: “Non si può più tergiversare, la presidenza del Copasir spetta all’opposizione, il M5S sarà garante del rispetto della legalità costituzionale”.

Un’indicazione dritta ai grillini, da giorni balbettanti sul tema, mentre il segretario dem Enrico Letta già da tempo invocava il cambio, puntando sempre il suo nemico simbolico, Salvini. Ma con un altro obiettivo sotteso, quel Matteo Renzi che di certo preferiva un leghista piuttosto che un esponente di Fratelli d’Italia, perché certi legami (anche) toscani tra i due Matteo restano. Alla fine, però, si sono mossi anche i grillini, e soprattutto si è mosso Conte: furibondo per la rimozione di Gennaro Vecchione da capo del Dis, l’agenzia che coordina i Servizi. Mossa di Draghi a cui sempre loro, Salvini e Renzi, avevano battuto le mani. Il resto lo hanno fatto le richieste arrivate a Conte dai 5Stelle nel Copasir: “Presidente, dobbiamo prendere posizione”.

L’avvocato si è esposto. E ieri mattina dem e grillini hanno ribaltato il tavolo. “Finalmente abbiamo fatto una cosa assieme” respirano un paio di big del Movimento. Dove ora si lavora a un accordo sui vitalizi, sempre con quel duplice scopo: mostrare che un progetto di coalizione è ancora lì, esiste, e mordere Salvini. Perché il capo della Lega è in imbarazzo sul tema degli assegni ridati dal Senato a Roberto Formigoni e a ad altri condannati in via definitiva, “con i voti decisivi del Carroccio e di Forza Italia” rimarca il M5S. Ieri nella capigruppo a Palazzo Madama i 5Stelle avevano provato a far calendarizzare la discussione sul caso in aula. Ma hanno sbattuto contro veti incrociati. Così hanno depositato una mozione per ripristinare il taglio dei vitalizi ai senatori condannati “per delitti di particolare gravità”. Ma gli sherpa del M5S lavorano già a una seconda mozione da presentare nella capigruppo di martedì prossimo, questa volta assieme a Pd e Leu. Poi c’è Letta, che ha proposto una dote di 10mila euro da assegnare a metà dei 18enni italiani, finanziata con un’aumento dell’imposta di successione sulle rendite milionarie. Insomma, una patrimoniale. Draghi ha sbarrato la porta: “Non è il momento di prendere i soldi ai cittadini ma di darli”. E Salvini si è subito schierato con il premier “(“Lo ha stoppato”).

Letta però ha voluto ricordare che i dem nel governo ci sono “con il dovere di dire ciò che serve al Paese”, come sottolineano dal Nazareno. Vogliono rialzare la testa, i giallorosa, che attendono l’avvento di Conte come capo dei 5Stelle. Come anticipato dal Fatto, mercoledì il M5S ha depositato al Garante per la privacy un esposto-segnalazione per riavere da Rousseau i dati degli iscritti, essenziali per votare l’avvocato come guida. “In tre o quattro giorni dovremmo averli” dicono dal M5S. E per fine mese, Conte potrebbe essere votato come capo.

Vitalizi: no, il dibattito no Viene prima Sassofeltrio

Sui vitalizi ai condannati è vietato il dibattito in aula, tanto è l’imbarazzo. La motivazione ufficiale è che ben altre questioni premono: il Senato deve occuparsi del distacco dei Comuni di Montecopiolo e Sassofeltrio dalla Regione Marche e della loro aggregazione alla regione Emilia-Romagna, nell’ambito della Provincia di Rimini. Questione che, di rinvio in rinvio, ha ormai fatto le ragnatele: se ne discute senza cavare un ragno dal buco dal 2007 quando la richiesta di distacco dei due Comuni venne sottoposta a referendum. Poi la faccenda si è complicata trascinandosi per anni: la Camera ha detto sì, ma nel frattempo nel 2019 la Regione Marche ha dato lo stop e c’è pure chi sostiene che nel frattempo i due Comuni ci abbiano ripensato. Il Senato da parte sua rimpalla la pratica tra aula e commissione da un’infinità di tempo. Ma ora che ci sarebbe da fare un bel dibattito sulle ragioni che hanno convinto Forza Italia e Lega a ridare il vitalizio agli ex senatori condannati, ecco che la questione di Montecopiolo e Sassofeltrio diventa improrogabile.

Ogni tentativo di parlare della sentenza della commissione Contenziosa prima e del Consiglio di garanzia di Palazzo Madama presieduta dai due forzisti Giacomo Caliendo e Luigi Vitali (quest’ultimo con l’apporto dei due salviniani Ugo Grassi e Pasquale Pepe) che hanno dato ragione a Roberto Formigoni&C. finora si è rivelato un buco nell’acqua. Il M5S ha provato a far calendarizzare il dibattito, ma niente: non sono bastate due conferenze dei capigruppo fiume. E così i pentastellati si sono convinti a imboccare la via della mozione che prima o dopo sbarcherà in aula. Che dice? Il documento ripercorre le tappe di tutta la vicenda che ha portato il Senato nel 2015 a dotarsi di una disciplina di forte moralizzazione dell’attività politica per preservare il prestigio dell’attività parlamentare. E che ora non esiste più dopo le due decisioni di primo grado e di appello degli organi di giustizia interna del Senato stesso: per colmare questo vuoto si chiede di adottare “tutte le opportune determinazioni volte a disciplinare i casi di revoca del vitalizio dei senatori cessati dal mandato che siano stati condannati in via definitiva per delitti di particolare gravità”.

Ma la ciccia resta quella dei tempi dal momento che non è chiaro quando se ne discuterà e come: il tema verrà riproposto anche alla capigruppo di martedì prossimo, ma non pare aria. “Chiediamo tempi di discussione dignitosi, come quelli delle mozioni classiche” ha detto Paola Taverna che ancora spera in un accordo. Il M5S non si accontenta di un passaggio in aula rapido come pure qualcuno aveva provato a proporre. Per il dibattito vero serve che gli altri siano d’accordo a partire dagli alleati di maggioranza. Peccato che tra questi vi siano anche la Lega di Salvini e i forzisti che hanno voluto ridare il vitalizio a Formigoni e a tutti gli altri condannati. Fratelli d’Italia, che nel Consiglio di Garanzia ha votato no al ripristino dei vitalizi, se la gode: “Per noi non c’è alcun problema a discutere sui temi” dice il capogruppo al Senato, Luca Ciriani, che affonda il colpo. Perché la “bagarre in capigruppo” è l’indice che sui vitalizi “nessuna mediazione è possibile in maggioranza. Siamo spettatori di questi travagli interni”.

Al Copasir salta tutto L’indagine su Mancini ora rischia uno stallo

La riunione è durata dieci minuti, dalle 9.30 alle 9.40 del mattino. Il tempo di passare la grana di un’indagine interna al governo e poi suggellare la rottura. Pd e M5S abbandonano i lavori e di lì a poco colui che ne era il presidente, il leghista Raffaele Volpi, si dimette, seguito dal senatore Paolo Arrigoni. Il Copasir ora è dunque in stallo. Per la ripartenza ci vorranno settimane. Con parecchi dossier delicati che resteranno fermi per un po’: dal cosiddetto caso Barr, all’incontro tra lo 007 Marco Mancini e Matteo Renzi e poi gli approfondimenti sulla questione libica e quelli sul salvataggio dei pescatori di Mazara.

Ma da ieri il Copasir, l’organo parlamentare che controlla l’operato dei servizi segreti, nei fatti si è sciolto. La crepa di rottura nasce dalla presidenza.

La mossa di Salvini il finto assist a Giorgia

A preannunciare le dimissioni di Volpi è stato Matteo Salvini. Una mossa che potrebbe sembrare un assist a Fratelli d’Italia, ma così non è. Tant’è che all’ora di pranzo fonti della Lega chiedono che venga applicato in toto la legge del 2007: si dovrebbero dimettere tutti gli altri componenti per riformare un organo composto da 5 esponenti dell’opposizione. La Lega però sa benissimo che non è così facile, proprio perchè Pd e M5S non sono favorevoli a dare il 50% del Copasir a una forza politica, Fratelli d’Italia, che ha meno del 10% della rappresentanza parlamentare. E intanto ieri Salvini ha puntato il dito contro il senatore Adolfo Urso. “Gli amici dell’Iran non sono amici miei” ha detto il leader del Carroccio.

La crepa sembra difficile da risanare in tempi rapidi, anche perchè fino a che non si formerà un nuovo organo i due leghisti non parteciperanno al voto sul nuovo presidente. Della questione si parlerà anche lunedì nella riunione tra i leader del centrodestra sulle amministrative, ma adesso la palla passa ai presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Elisabetta Casellati. Intanto gli attriti tra Lega e Fd’I restano. Nel Carroccio fanno sapere che ora i meloniani “non hanno più motivi per attaccarci”, mentre dall’altra parte l’accusa è di aver riportato lo stallo nel Copasir: invece delle semplici dimissioni di Volpi adesso il Comitato è paralizzato e tutti gli approfondimenti sono rinviati sine die. Tra cui quelli che riguardano Salvini e gli incontri con Mancini.

Il Dis L’indagine sulla guerra interna all’intelligence

Chiariamo, non è un reato intrare agenti dei servizi segreti. Alcuni esponenti del comitato proprio nelle scorse settimane parlavano poi della volontà di fare chiarezza anche su un altro incontro, quello del 23 dicembre scorso tra Matteo Renzi e lo stesso 007, ora dirigente del Dis con alle spalle una condanna a 9 anni per il sequestro dell’imam Abu Omar (rapito a Milano dalla Cia), poi annullata definitivamente dalla Cassazione dopo una pronuncia della Corte costituzionale che è intervenuta allargando i confini del segreto di Stato. L’incontro tra i due – avvenuto in un autogrill di Fiano Romano – è stato ripreso da un’insegnante e poi mandato in onda da Report. In un altro passaggio della trasmissione (che non riguardava Renzi), si parla anche di una presunta guerra interna ai servizi segreti. Ed è proprio partendo da questo elemento che il Copasir, la scorsa settimana, ha messo sul tavolo la richiesta di un’indagine interna al Dis (che ora potrà partire dopo l’ok del premier Draghi). Proposta che – in quei dieci minuti di riunione che si è tenuta ieri – è stata approvata, come ultimo atto del Comitato.

Gli altri casi Barr, libia, i pescatori liberati e covid

Ma sono molti altri i dossier che rischiano lo stallo. Come quello sul cosiddetto caso Barr. Il riferimento è agli incontri del ministro della Giustizia Usa William Barr avvenuti in Italia tra agosto e settembre del 2019: il 15 agosto vide l’ex direttore del Dis, Gennaro Vecchione; e poi il 27 settembre, i generali Mario Parente (direttore dell’Aisi) e Luciano Carta, ex numero uno dell’Aise (i servizi segreti per l’estero), ora presidente di Leonardo Spa. Dovrà attendere dunque l’audizione dell’ex premier Giuseppe Conte. Che doveva essere sentito, con l’allora portavoce Rocco Casalino e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, nell’ambito di un altro approfondimento disposto in passato dal Copasir: quello sulla liberazione dei 18 pescatori arrestati in Libia. Era il 17 dicembre scorso, Conte volò in Libia e in quella circostanza generò una dose di polemiche la geolocalizzazione del luogo dell’incontro con Haftar, mandata ad alcuni giornalisti da Casalino.

E ancora. Sul tavolo degli esponenti del Comitato c’erano i dossier sulla Libia, e poi le diverse audizioni sulle questioni relative al Covid. Tutto fermo, chissà per quanto.

“È improprio”: Draghi si offende e non risponde

Mario Draghi sapeva che non avrebbe potuto eludere a lungo la domanda chiave sul suo futuro (con il Quirinale all’orizzonte) e dunque la risposta – glaciale – era studiata nella sua nettezza. Ma per quanto potesse essere preparata, non era facile e suona stizzita. Soprattutto, perché una scelta il premier non l’ha ancora fatta. “Trovo estremamente improprio, per essere gentili, che si discuta del Capo dello Stato quando è in carica. L’unico autorizzato a parlare del Capo dello Stato è il presidente della Repubblica”, dice Draghi, rispondendo al Fatto, che gli chiede di prendere posizione rispetto ai solleciti che lo vogliono al Colle e di esprimersi sulla durata della legislatura. Poche parole, che nella sostanza non chiariscono la volontà del premier. Abbastanza normale, visto che non esiste un “quirinabile” che ammetta di esserlo con mesi di anticipo. Ma non per questo Draghi risulta meno evasivo: il premier si tiene le porte aperte, liquidando la questione come impropria, ma senza dare chiarimenti sulla durata della legislatura e del suo mandato. A Palazzo Chigi almeno una cosa è chiara: indicare Draghi come buono per ogni posizione rischia di indebolirlo, di trascinarlo in un agone doppio e triplo da cui uscire bene è molto difficile. Per questo, il presidente del Consiglio sceglie di parlare di “improprietà”: è il tipo di affermazione che non ammette replica, che punta direttamente a neutralizzare la domanda e a scoraggiarne altre future sulla questione. È esattamente quel tipo di tormentone che uno con il profilo dell’ex presidente della Bce deve evitare in tutti i modi.

Che poi il tema esista, è un fatto. E se Salvini un giorno lo candida al Colle (la via più facile per arrivare alle elezioni l’anno prossimo) e l’altro gli promette sostegno fino al 2023, con un atteggiamento che è una via di mezzo tra un omaggio e un ostacolo (certo Draghi non può fare il candidato del segretario del Carroccio), Enrico Letta tende a escluderlo. Perché il Pd in quella casella vorrebbe un suo esponente. Un desiderio, più che una vera possibilità. Se Draghi si candida è difficile pensare che i dem non lo votino (in generale, che questo Parlamento balcanizzato non lo voti) visto che come partito della “responsabilità” hanno sempre ingoiato tutto.

Non a caso, entrambi vengono ridimensionati nella conferenza stampa di ieri. Il bersaglio implicito di Draghi – quando parla di “improprietà” – è Salvini. Dal quartier generale del Capitano incassano, chiariscono che loro sono disposti a candidare il premier, ma altrimenti anche un altro, ci tengono a sottolineare che sul tema Salvini ha sempre risposto solo a delle domande. E poi puntano il dito su Enrico Letta e la sua proposta di dare 10.000 euro ai diciottenni, pagati con la tassa di successione. Perché Draghi la liquida in una maniera talmente sbrigativa da sembrare un calcio in faccia al segretario del Pd. I rapporti tra i due sono decisamente peggiori di quanto ci si poteva aspettare. E anche questo complica sia la questione Quirinale, che il buon prosieguo della legislatura. Per continuare a governare bene, Draghi ha bisogno di quei partiti rispetto ai quali tende a non nascondere il disprezzo. E per essere eletto al Quirinale anche: gli servono i loro voti. La politica non pare sufficientemente forte da essere così incisiva da trovare un’alternativa, ma reagisce con insofferenza.

A lavorare per portare il premier al Colle ci sarebbe in primis Giancarlo Giorgetti, ma non da solo: alcuni degli uomini più vicini al premier starebbero già preparando il terreno. Va detto, anche se Draghi è in una posizione di indubbia forza, che la storia delle elezioni dei presidenti racconta che le variabili sono sempre più del previsto e che giocare troppo d’anticipo non solo non serve alla causa, ma in genere la danneggia.

Tutti al colle: Il grande assembramento

“Prima di Natale non ne voglio sentir parlare”, dice Enrico Letta. “È presto per pensarci”, gli fa eco Antonio Tajani. “Discuterne adesso sarebbe uno sgarbo nei confronti di Mattarella”, sostiene Luigi Di Maio. Eppure di Quirinale si parla, eccome. E più s’invoca il silenzio, più nel Palazzo se ne chiacchiera. Anche perché, tra la campagna vaccinale e il Recovery plan, di gossip politico è rimasto ben poco. “Di che spettegoliamo, sennò, seduti sulle sediole del cortile di Montecitorio…?”, si chiede, sornione, un deputato forzista. E giù chiacchiere, allora. Specie dopo l’ennesima esclusione, la terza, da parte di Sergio Mattarella di farsi eleggere per un nuovo mandato pro tempore. “Tra otto mesi il mio mandato termina. Io sono vecchio e finalmente potrò riposarmi”, ha detto due giorni fa durante una visita a una scuola.

Parole su cui è saltato subito sopra Matteo Salvini, riproponendo l’elezione al Colle di Mario Draghi (che, ne scriviamo qui a fianco, ha definito “estremamente improprio” parlarne, ndr): però nasconde solo l’impazienza del leader della Lega di andare a votare al più presto, tra un anno, sperando nel frattempo di non essere stato detronizzato da Giorgia Meloni. Il sorpasso di Fdi al Carroccio sembra ormai alle porte e forse, se non si fosse legato mani e piedi a Draghi, Salvini andrebbe alle urne anche subito.

Le parole di Mattarella, però, convincono fino a un certo punto. Sono in molti nella maggioranza a pensare che di fronte a una situazione di stallo, con scrutini che vanno a vuoto, il presidente non possa tirarsi indietro.

L’altra ipotesi, invece, come auspicato da Salvini, è che a febbraio 2022 Mario Draghi consideri conclusa la sua missione a Palazzo Chigi e si renda disponibile per il Colle. Ma anche qui ci sono incognite. Prima fra tutte il fatto che, con la salita di Draghi al Colle, si andrebbe dritti alle elezioni anticipate, per la felicità di Lega e Fdi, ma non di Pd e Cinque Stelle. E tanto meno della truppa dei peones, che dovranno confrontarsi col taglio dei parlamentari (diventati 600). Così qualcuno ipotizza addirittura che l’esecutivo dell’ex presidente della Bce possa non essere l’ultimo della legislatura.

Altrimenti c’è la terza strada: Draghi resta premier e si elegge un nuovo capo dello Stato. E qui si spalanca il vaso di Pandora di tutti quelli – e quelle – che ambiscono alla carica. Che iniziano a spuntare ovunque. Tanto che sul Colle sembra essersi radunata una piccola folla immaginaria, un assembramento nemmeno troppo distanziato. Tutti lì, a sperare, e a dissimulare. Nessuno lo ammetterà mai apertamente, perché, come recita un vecchio adagio della politica, “al Quirinale non ci si candida, ma si viene candidati”. Così, per intuire le ambizioni di ognuno, bisogna far più attenzione ai silenzi che alle dichiarazioni. L’unico che finora l’ha escluso apertamente è Romano Prodi, cui ancora brucia il tradimento dei 101 dell’aprile 2013. “Non ho l’età”, ha detto il Professore, parafrasando Gigliola Cinquetti. Ma se glielo chiedesse in coro tutto il centrosinistra, sarà davvero così?

Da quelle parti, comunque, i candidati non mancano. Paolo Gentiloni e David Sassoli, per esempio, si tengono alla giusta distanza, ma ne sarebbero felicissimi. Così come onorato sarebbe Walter Veltroni. E così pure Giuliano Amato. Entrambi, rispetto agli altri, hanno il vantaggio di non essere al centro dell’agone politico (uno fa il giornalista-scrittore, l’altro è vicepresidente della Corte Costituzionale). Più si è invisibili meglio è, meno si è protagonisti dell’attuale fase politica e più si hanno frecce al proprio arco. Lo stesso Mattarella, quando Renzi estrasse il suo nome dal cilindro nel 2015, veniva da un passaggio alla Consulta.

Per questo il nome di Dario Franceschini, che spesso si fa, sembra stridere: parliamo di un ministro di peso dell’attuale governo e di un capocorrente nel Pd. E ancor di più stride il nome del segretario, Enrico Letta. Che fa, molla il partito per andare al Quirinale, a 55 anni? Improbabile. A distanze siderali sembra poi il nome di Massimo D’Alema.

Tutti questi nomi scontano però il fatto di essere diretta espressione del centrosinistra. Ma difficilmente Lega e Forza Italia, entrati nel governo Draghi anche per avere un ruolo nell’elezione del capo dello Stato, rinunceranno alla partita per fare da spettatori. E allora i giochi si complicano. Così non pare affatto peregrino il nome, tirato fuori ancora da Renzi, di Pier Ferdinando Casini. Che, secondo radio Transatlantico, è l’uomo dell’ex rottamatore per attrarre i voti lega-forzisti e spaccare il Pd.

Meno appeal, in tal senso, ha il nome di Gianni Letta che, seppur godendo di apprezzamento bipartisan, è considerato troppo targato Silvio Berlusconi. Il cui nome, tra l’altro, viene spesso buttato nella mischia dai forzisti, ma sembra più per dovere, visti anche i problemi di salute. Come potrebbe, del resto, un condannato e plurinquisito, l’uomo che per vent’anni ha diviso il Paese, ambire a tale carica? “Chi dice Berlusconi pensa a Elisabetta Casellati…”, si dice a Montecitorio. Ma pure qui le obiezioni non mancano. Lady Elisabeth in carriera ne ha combinate più di Carlo in Francia, dall’assunzione della figlia all’uso disinvolto dei voli di Stato (124 in 11 mesi) durante la pandemia. “Lei già si muove come un capo di Stato, ma è difficile che lo diventi davvero…”, sussurrano le malelingue (anche berlusconiane) del Palazzo.

Insomma, se si vuole vedere una donna al Quirinale, molte più chance ha la ministra della Giustizia ed ex presidente della Consulta Marta Cartabia, che avrebbe come principale sponsor l’attuale inquilino del Colle.

Ma nella grande vasca quirinalizia nuotano pure altri pesci. Come Marcello Pera, che da qualche tempo è tornato a mostrare il capino in tv e sui giornali, molto gradito all’area leghista dove sembra trovarsi benissimo tanto da esser diventato, si dice, uno degli spin doctor di Salvini. Poi l’ex Guardasigilli del governo Monti, Paola Severino, che dal suo scranno di vicepresidente della Luiss qualche ambizione la nutre. Infine, per parte pentastellata, qualcuno butta lì pure il nome di Giuseppe Conte. Anche se tirarlo in ballo sembra più una mossa di chi, nel M5S, se ne vorrebbe liberare invece di averlo alla guida del Movimento.

Il mini-nucleare piace molto a Cingolani Problema: non esiste

Fissione no. Fusione sì, ma in un futuro imperscrutabile. Quindi, in fondo, fissione sì, parliamone. Il ministro Cingolani nei giorni scorsi, in un colloquio su Il Foglio, ha approfondito estesamente la sua idea sulla realizzazione di mini reattori nucleari in Italia. Il giro di parole è lungo, ma la sintesi è chiara. Il nucleare in scala ridotta e frammentato sul territorio gli piace e, se mai dovesse essere riconosciuto dalla Commissione Ue come una valida alternativa di energia verde, allora andrà discusso seriamente. “Se mi chiede se vi sono delle opzioni per produrre energia attraverso il nucleare le dico di sì – ha spiegato il ministro –. C’è un’opzione da sogno, ancora lontana, che è quella del nucleare a fusione. C’è invece un’opzione ben più concreta che riguarda l’utilizzo dei mini reattori nucleari a fissione che sono quelli che vengono generalmente usati all’interno delle grandi navi, che producono poche scorie e che arrivano a produrre qualcosa come 300 MegaWatt”. Se l’Ue dovesse approvarla come energia pulita “sarebbe nostro dovere fare una discussione e prendere in considerazione il mini nucleare”, ha detto Cingiolani con “un’analisi accurata dell’impatto ambientale, dei costi e del rapporto vantaggi/svantaggi, senza ideologia”.

Il ministro, è l’accusa degli ambientalisti, preme su ciò che è solo immaginato o che ancora non è approvato ignorando ciò che serve nell’immediato. I mini reattori di cui parla Cingolani, per dire, sono collegati alla necessità di avere tanta energia per nutrire gli impianti che dovranno produrre idrogeno per l’industria e la mobilità. Eppure l’Italia si è lasciata il nucleare alle spalle, decenni fa, con una chiara espressione popolare: prima con i tre referendum del 1987 e poi con quello che nel 2011 abrogò la legge sul nucleare voluta da Berlusconi. “Il ministro ha superato ogni limite – denuncia il coordinatore nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli – apre al nucleare bocciato dagli italiani con ben due referendum, parla di superare l’ambientalismo immobile riproponendolo mentre nel suo Pnrr gli investimenti su energie rinnovabili, mobilità elettrica, trasporto pubblico, dispersione delle reti idriche e depurazione delle acque sono drammaticamente inadeguati”.

Di mini reattori nucleari, o reattori modulari, si è sentito molto parlare nell’ultimo decennio. Li sviluppa la TerraPower, fondata da Bill Gates, che vuole utilizzarli per potenziare e rendere più affidabili le reti elettriche nutrite dalle rinnovabili. La previsione della loro messa in funzione, secondo il Ceo, è al 2050. Ma li sviluppano anche l’americana NuScale Power, la russa Rosatom e la cinese China National Nuclear Corporation. Si tratta ancora di prototipi, non esiste una tecnologia univoca e nonostante sia una energia potente e pulita, ovunque – Italia compresa, come dimostra il dibattito tutt’oggi in corso –, resta il problema dello smaltimento delle scorie che nessuno vuole (a non parlare della sicurezza). Ad oggi, non sembra essere neanche ancora una tecnologia economicamente sostenibile. Il nucleare in occidente è in crisi profonda, tanto che sia in Francia che negli Usa la strategia di questi anni è stata chiedere l’estensione di vita dei vecchi reattori, anche quelli oltre i 40 anni. Negli Stati Uniti moltissimi sono stati già autorizzati per continuare a funzionare fino ai 60 anni e attualmente la Francia vuole rinnovare per dieci anni 32 reattori ormai vicini al fine vita, di cui 16 nei pressi del confine italiano.

Gli ultimi progetti, come la francese Flamanville Nuclear Power Plant, hanno sempre puntato sulle grosse taglie proprio per ridurre i costi. Secondo le stime di Bloomberg a settembre, se l’eolico oggi ha un costo medio di circa 44 dollari per megawattora e il solare di circa 50 dollari, il reattore nucleare progettato da NuScale dovrebbe invece avere un costo di 55 dollari, quello sviluppato da TerraPower di 50.

Le uscite di Cingolani non sono piaciute per niente ai 5 Stelle. “Mettere in questo momento sul tavolo l’ipotesi di ritorno al nucleare, quale che sia la forma proposta, non fa altro che distogliere energie e risorse dalla necessità di mettere a punto una strategia efficace per potenziare il mix energetico rinnovabile, con sole e vento in prima linea – hanno detto i deputati M5S delle commissioni Ambiente e Attività produttive – citiamo solo il pericolo di incidenti e l’enorme difficoltà che avremmo nello stoccaggio delle scorie. Senza considerare che gli italiani si sono espressi più volte”.

“Una scelta gravissima sulla pelle degli operai: sarà sciopero generale”

“Il governo pensa di ridurre le tutele e i diritti conquistati dai lavoratori a colpi di decreto, generalizzando il massimo ribasso e liberalizzando totalmente il subappalto. Così si torna alla giungla dei cantieri, alle interferenze in cantiere, al pagamento a cottimo. Insomma, agli anni 50, quando la vita dei lavoratori non contava nulla. Il governo si assumerà la responsabilità di una rottura senza precedenti con le parti sociali”. Alessandro Genovesi, il segretario generale della Fillea Cgil che si occupa del settore delle costruzioni, non usa mezzi termine nel commentare la bozza sul dl Semplificazioni che il governo si appresta a portare in Consiglio dei ministri la prossima settimana.

Genovesi, è un testo così peggiorativo?

La semplificazione non è sinonimo di deregolamentazione, soprattutto quando va a colpire la legalità e la qualità del lavoro. Qualità intesa anche come sicurezza, prevenzione e certezza salariale. Altro che contrasto ai morti sul lavoro, altro che rigenerazione e riqualificazione, innovazione e qualità, altro che mobilità sostenibile.

Quali sono le norme che contestate?

La criticità più rilevante è quella relativa alla questione del limite del subappalto. Attualmente lo Sblocca-cantieri prevede che per l’assegnazione diretta, la procedura negoziata o con un bando di gara l’eventuale sub appalto non possa superare il 40%. Il nuovo decreto prevede, invece, che chi vincerà l’appalto non potrà cedere integralmente il lavoro. Tradotto significa che si potrà cedere in subappalto fino al 99,9% del lavoro. Ma con ponti e gallerie è pure peggio.

Cosa è previsto?

È stata del tutto abrogata la percentuale minima e massima di esternalizzione dell’appalto per le opere specializzate in cantiere. Così altro che sicurezza, ne crolleranno 100 di ponti…

Il rischio è di un’apertura agli illeciti?

È un ritorno di fatto ai peggiori Anni 50, quando l’edilizia era caratterizzata dal cottimo. Prevedere il massimo ribasso generalizzato e la liberalizzazione dei sub appalti nei giorni in cui si contano i morti sul lavoro è inaccettabile. Stiamo tornando verso cantieri dove ci saranno centinaia di operai di svariate società senza controlli sulla sicurezza. Eppure l’Italia dovrebbe diventare un Paese con più qualità, innovazione e verde.

Un ritorno indietro che stride con il Piano nazionale di ripresa e resilienza…

Anche la piramide di Cheope è stata un’opera, a suo modo, green, costruita senza inquinare. Ma sono morti 25 mila schiavi per costruirla. Con questo decreto, il governo dimostra che i 200 milioni di euro previsti dal Pnrr per grandi e piccole opere andranno a modernizzare il Paese, ma a discapito della salute e della vita dei lavoratori.

Cosa chiedete al governo?

Con gli altri sindacati di settore, Feneal Uil e Filca Cisl, siamo sempre stati impegnati a proporre semplificazioni e miglioramenti amministrativi e tecnici, perché siamo i primi interessati a creare buona e stabile occupazione. Ma se il governo non ci ascolterà e inserirà la liberalizzazione dei subappalti in decreto sarà mobilitazione immediata e sciopero generale.

Opere pubbliche, ritorna la giungla: via a massimo ribasso e subappalti liberi

La bicicletta che abbiamo voluto, e su cui dovremo pedalare, è quella che è: Next Generation Eu coi suoi tempi contingentati e il delirio burocratico per giustificare atti e spese a Bruxelles, richiede le famigerate “semplificazioni”, vale a dire – soprattutto – minori controlli a tutti i livelli degli appalti pubblici. Nella bozza di decreto sul tema predisposta a Palazzo Chigi (sarà approvata la prossima settimana) – che Il Fatto ha potuto visionare – non ci sono però solo semplificazioni. Le norme più controverse riguardano le modifiche al Codice degli appalti pubblici, per il quale peraltro si prolungano fino al 2026 le deroghe (soprattutto agli obblighi di gara) introdotte dal governo Conte-2 e si stabilisce che tutte le opere connesse al Piano di ripresa (Pnrr) siano da considerarsi “strategiche” (questo per evitare che vengano concesse sospensive in caso di ricorso sugli appalti).

Sul tema, purtroppo, c’è ben di peggio: attraverso un sapiente taglia e cuci legislativo, infatti, si finisce per resuscitare il pessimo combinato disposto tra gare assegnate col massimo ribasso e completa liberalizzazione dei subappalti che in passato aveva reso il settore delle costruzioni più simile a una giungla che a un’attività economica. Per velocizzare le procedure di gara, infatti, si prevede che “qualora l’offerta abbia a oggetto la realizzazione del progetto definitivo, del progetto esecutivo e il prezzo, l’aggiudicazione può avvenire sulla base del criterio del prezzo più basso”, ribasso che è possibile solo sulla realizzazione dell’opera non sulle attività di progettazione. Se si riapre la porta al massimo ribasso, logicamente bisogna far recuperare margini ai costruttori: ed ecco arrivare il subappalto libero.

Di fatto, attraverso alcune modifiche mirate, si liberalizza quantità e qualità dei lavori affidabili a terzi. A quel punto, per lavarsene le mani di quel che accadrà nei suoi cantieri in termini di salari e sicurezza, all’appaltatore principale basterà scegliere una ditta iscritta in apposite liste (tipo l’anagrafe antimafia) per evitarsi pure il fastidio di controllare e tanti saluti. Per capirci, laddove la norma attuale prevede che nel subappalto vigano “gli stessi prezzi unitari” della gara, che l’affidatario paghi al subappaltatore “i costi della sicurezza e della manodopera” senza alcun ribasso e controlli costantemente che tutto vada come deve, essendo “responsabile in solido” in caso di incidenti, la bozza del nuovo decreto dice: “L’affidatario, per le prestazioni affidate in subappalto, deve garantire gli stessi standard qualitativi e prestazionali previsti nel contratto di appalto”.

Stando così le cose, è scontato che i sindacati di categoria (vedi l’intervista a destra) già minaccino lo sciopero generale: sarà da oggi curioso capire la reazione del Pd, che volle quelle regole su massimo ribasso e subappalti, e del M5S che le appoggiò.

Non è l’unica sorpresa spiacevole del decretone in arrivo. Al suo interno troveranno posto tutte le vaste “semplificazioni ambientali” di cui ci eravamo occupati il 28 aprile e che disegnano un sistema di autorizzazioni rapide a misura di grandi imprese, il sostanziale azzeramento dei controlli sugli impianti di energia rinnovabile fino a 10 MW (e pazienza se limitrofi a un’area archeologica) e un bel favore alla Lega che incassa il passaggio alle Regioni dei poteri sul cosiddetto end of waste (su quali rifiuti consentire il riciclo industriale).

Ci teniamo alla fine l’articolo 1, su alcuni mega-cantieri (dall’Alta velocità Salerno-Reggio Calabria a quella in Sicilia, dalla linea Fortezza-Verona alla diga foranea di Genova, eccetera): lavori per miliardi – ma senza controlli se affidati con appalti sotto i 100 milioni – a cui si applicherà una procedura autorizzativa rapidissima in capo a un Comitato Speciale dei lavori pubblici a colpi di tempi dimezzati, silenzio-assenso, commissariamenti e via accelerando. Un articolo spiega pure che in caso di pareri divergenti tra i ministeri (diciamo, per ipotesi, che la Cultura dica no e le Infrastrutture sì), decide entro 15 giorni una cabina di regia che sarà istituita a Palazzo Chigi (detta Cipess) tenendo conto delle “preminenti esigenze di appaltabilità dell’opera e della sua realizzazione entro i termini previsti dal Pnrr”. Curioso che quasi tutte le 10 grandi opere citate nella bozza siano in realtà finanziate col Fondo complementare d’investimento deciso dal governo Draghi: su quelle nessuno, per così dire, ci corre dietro…

Falcone, quei 54 cani di ferro che fanno guardia alla memoria

A rievocare i boati di Capaci e via D’Amelio quest’anno scenderanno da molto lontano i cani di Velasco Vitali, che sono perfettamente antiretorici e niente affatto hegeliani, visto che sono fabbricati in ferro, lamiera, cemento. Contengono il mistero del mondo naturale che ci respira accanto e insieme lo stupore di noi che lo guardiamo. Ci mostreranno la loro connaturata innocenza di animali fratelli, animali randagi, nel luogo in cui si celebra il rito della legge che giudica la meno nobile tra le specialità umane, il Male. Che sotto ai tormentati cieli di Sicilia si è compiuto in una delle sue forme più complesse, quella del crimine organizzato che sottomette un intero territorio, imprigiona, ricatta, uccide. Per poi diventare, sul palcoscenico del tribunale, il teatro sempre tragico del processo, dove la bilancia imparziale della legge deve, o dovrebbe, pesare i fatti, le responsabilità, trasformarle in sentenza. E dunque avviare l’unico risarcimento sociale possibile alla ferita delle vittime, alla colpa dei colpevoli.

Entreranno in 54 nei 1.300 metri quadrati dell’aula bunker di Palermo dove si celebrò quel famoso Maxiprocesso alla mafia, che tanti anni prima Falcone e Borsellino avevano costruito, parola per parola, in un racconto mai concluso da allora. Diventato altro sangue, altre crudeltà in una concatenazione infernale di eventi e misteri non più solo giudiziari, politici, criminali, che sono la nostra storia depositata in quella sequenza di morti ammazzati, confessioni, depistaggi e carte processuali, ma molto al di là e molto di più, visto che riguardano per intero i labirinti della natura umana, che è poi la autentica materia dell’arte quando è arte. A cominciare dall’eterno conflitto tra il male e il bene, il giusto e l’ingiusto, sul quale abbiamo fabbricato le ferite del mondo e insieme i suoi rimedi. Compresi gli uomini che al danno della mafia – ai suoi veleni che piegano gli individui alla sottomissione collettiva – hanno deciso di opporsi con tutto quello che avevano, inclusa la vita.

Velasco Vitali, 60 anni, è un formidabile artista. Disegna paesaggi e volti estraendo da ogni inquadratura un segreto e una luce che ci sorprendono. Allo stesso modo, da anni, nella sua officina affacciata sulla risacca del Lago di Como, fabbrica cani di metallo e pietra, a grandezza naturale, imperfetti, arrugginiti, allegri, qualche volta perplessi, che senza muoversi, muovono il nostro sguardo, ci mettono in una attesa che è complementare alla loro, pronti come sono al balzo, alla corsa, oppure distratti da qualcosa che li fa voltare, mettendoli in allarme. Sempre imprevedibili. Insondabili. Capaci come sono di spaventarci. E insieme di esserci fedeli.

L’idea di trasformarli negli intrusi metallici di quell’aula vuota – venuta alla Fondazione Falcone, perfezionata dal curatore Alessandro De Lisi, intitolata “Spazi Capaci” – è talmente spiazzante da rievocare all’istante tutto quello che lì dentro accadde: “il più grande processo mai celebrato al mondo”, come si scrisse allora, anno 1986. Dove dentro a quella formidabile geometria a pianta ottagonale, tra i legni della corte e le sbarre delle gabbie, transitò un pezzo della nostra migliore storia giudiziaria a riscatto della peggiore che per decenni mandava assolti gli uomini delle cosche.

Non quella volta, non in quell’aula battezzata bunker: 475 imputati, 200 avvocati, 1314 testimoni. Milioni di carte, milioni di parole. Diventate, a consuntivo, 19 ergastoli e 2600 anni di carcere, sette anni dopo, con la conferma definitiva della Cassazione che decapitando per la prima volta Cosa nostra, la indusse alla vendetta dei Corleonesi di Totò Riina, al tritolo che brillò negli anni delle stragi.

Non c’è ferocia in quei cani convocati dall’arte e dall’artista. Non sono loro il male. Anzi. Sparpagliandosi prima nell’aula, e nei prossimi tre mesi nel parcheggio che la precede, diventeranno i testimoni di quello che solo gli uomini hanno compiuto, cancellando vite di altri uomini. Sono venuti a presidiarne la memoria.

Domenica prossima verrà lo Stato a inaugurare la loro presenza. Verrà il presidente Sergio Mattarella a rievocare quel 23 maggio 1992 che ancora – per colpa anche dello Stato – non si è concluso. E affinché questo ventinovesimo anniversario non finisca nell’archivio sempre strapieno delle celebrazioni celibi, ci saranno loro a fare la guardia. Ci sarà il loro silenzio di statue a rendere più clamoroso, più intollerabile, quello degli uomini.