Abbasso i salotti culturali

Le pagine di un autore come Jerome K. Jerome vanno assunte con moderazione, troppe e in una sola sessione potrebbero causare danni alla mandibola. Per eccesso di sghignazzi. Ecco perché l’editore Mattioli 1885 ne offre periodicamente ai lettori un compendio. Piccoli volumi che stanno in una tasca e che iniettano una misurata dose di buonumore per non sommuovere troppo il sangue.

Da Idle Ideas in 1905 Chiara Voltini ha espropriato sette brevi saggi e con una nuova traduzione li ripropone come fossero praticamente inediti visto che l’unica edizione italiana risale al 1928 per i tipi della Sonzogno. Sotto il titolo interrogativo Gli scrittori scrivono troppo? Jerome distilla tutto il suo proverbiale sarcasmo. Nel mirino la letteratura, o meglio, una certa idea stereotipata di letteratura. Ma è solo un pretesto per bussare a tutte le porte della realtà sociale e mostrarne con scandaglio impietoso gli interni.

Del resto, mai fare troppo affidamento sugli scrittori. Le controprove si sprecano. Come racconta lo stesso Jerome, una signora americana estimatrice dei suoi libri in un soggiorno in Inghilterra rinunciò a incontrarlo perché convinta che di persona avrebbe deluso le sue aspettative. In effetti non si sente di darle torto sebbene se ne dolga perché “sarebbe davvero valsa la pena di incontrare una donna così ragionevole”. Un’altra signora – nel corso di una quelle cene pubbliche dove non si sa mai chi possano essere i tuoi commensali – gli domandò cosa pensasse dell’ultimo libro di una famosa scrittrice. Jerome rispose con franchezza e tra loro “si alzò un gelido muro di indifferenza” perché fatalmente era proprio lei la famosa scrittrice in questione.

La franchezza non è una felice moneta di scambio perché “tutti i ceti sociali sono fondati sulla finzione che ognuno di noi è incantevole, che siamo felicissimi di vedere chiunque, che chiunque è felicissimo di vedere noi, che è così gentile da parte di tutti noi venire a trovarci, che siamo davvero dispiaciuti al pensiero che ora se ne debbano andare”. Jerome arguisce che dunque pure la letteratura non può sottrarsi a questo imperativo, che anzi se “deve essere considerata come il passatempo di un’ora oziosa, allora minore è il suo rapporto con la vita reale meglio è”. Non sono forse “sempre gradevoli queste favole in cui il principe è sempre coraggioso e avvenente, dove si capisce subito chi sono i cattivi grazie alla loro bruttezza e il pessimo carattere, così che è impossibile sbagliarsi; dove le fate buone sono, per natura, più potenti di quelle cattive”. Le eroine sono sempre giovani e avvenenti, “con un’espressione sfuggente” e “con la fronte bassa e spaziosa”. Mai che spunti un’eroina intellettuale o attempata.

Jerome lucida la sua vena caustica: “Le donne reali non sono mai state popolari nella narrativa. I lettori preferiscono il falso, e le lettrici si oppongono alla verità”. Al riguardo, l’autore di Tre uomini in barca infilza nel suo spiedino beffardo un monumento come Goethe. Non si capacita come il personaggio di Margarete nel Faust sia assurto a modello di innocenza e di virtù considerato che provoca la morte della madre e affoga il figlioletto appena nato. “Suppongo che la spiegazione sia che Goethe scrisse in un’epoca in cui era consuetudine considerare tutte le donne buone”.

Il paradosso, nella vita come nell’arte, è sempre in agguato: “Una volta un francese fu messo sotto processo per aver assassinato suo padre e sua madre. Confessò la sua colpa, ma supplicò misericordia sulla base del fatto che era orfano”. Riassumere per sommi capi in un articolo questo suo Gli scrittori scrivono troppo? potrebbe urtare la sensibilità di Jerome. Quando gli è capitato di comprare un giornale con il settimo capitolo di un romanzo a puntate, soffermandosi sulle sinossi dei sei capitoli precedenti, ha ipotizzato che alla fine il pubblico potrebbe preferire quelle sintesi di romanzi condensati. Ci sembra di sentirlo, pronto ad ammonirci: “Quale uomo indaffarato spenderebbe tutte le sere di una settimana a leggere un libro, quando un bravo e gentile redattore è pronto a raccontargli tutto quello che succede in cinque minuti?”.

“L’acqua del Sarno fa schifo”: è lo spot per un fiume pulito

La vergogna è antica e allora – per non farla dimenticare – pubblicità!
Tra Napoli e Salerno un fiume unisce 39 cittadine e le avvelena nel più efficiente dei sistemi possibili. Un miliardo e 400 milioni di euro, stima di un affranto ministro dell’Ambiente, l’ex generale dei carabinieri Sergio Costa, in quarant’anni sono stati puntualmente spesi, ma molti sprecati, troppi mangiati e anche vomitati con la scusa di rendere limpida l’acqua zozza del famigerato Sarno. C’è voluto il lockdown dell’anno scorso, la chiusura ermetica dell’Italia soffocata dal virus, per ridare invece vita e un po’ di freschezza a questo fiume che in una manciata di chilometri, non più di 24, come ormai sanno anche i sassi, raccoglie il peggio della società moderna e detiene, da tempo immemore, il prestigioso trofeo del corso d’acqua più inquinato d’Europa. A maggio scorso, dopo il fermo tecnico di tutte le attività industriali, il fiume è tornato in una forma accettabile, in alcuni tratti persino irriconoscibile. “Sembrava incredibilmente pulito, in alcuni punti incredibilmente trasparente e incredibilmente inodore”. O’ miracolo! E allora un gruppo di volenterosi ha immaginato la strada traversa per raggiungere il risultato che decenni di battaglie di piazza, nella loro romantica minorità, avevano mancato.

La pubblicità che si impegna a trasformare l’apparenza in realtà questa volta è immaginata unicamente per svergognare, colpire al petto la società incivile, indicare le industrie traditrici, lo Stato esangue e connivente, le forze di polizia quiescenti, la magistratura paciona e tutte le deferenze verso un malcostume, una malavita che avvelena e manda al Creatore. E così tra Scafati e Angri, Nocera e Sarno, la linea d’ombra sotto la quale si defeca senza impegnarsi a immaginare che una rete fognaria sia il principio dell’ordine urbanistico e della convivenza civile e non un irragionevole impedimento alle libertà costituzionali, sono comparsi cartelloni a fasciare le curve delle strade. Una grande bottiglia d’acqua torbida, la fantastica Sarnella, e a fianco il claim del disonore: “L’acqua che il tuo corpo muore”. Bevila, e poi vedi.

Pubblicità della monnezza per aerosol come fosse una crema, un pannolino, una scatola di tonno. Nelle forme pure del marketing, come se la Sarnella si dovesse davvero bere e non sputare. L’ha pensata Gianluca Sales, che oggi vive a Milano e fa il direttore creativo di Wunderman Thompson, multinazionale della comunicazione, ma ieri abitava là, da piccolo giocava a ridosso del fiume. “Non so più quante inutili marce, quanto inutile impegno, e quanta rabbia. Il Sarno ha sempre fatto schifo. E cinque generazioni lo hanno inalato perché il disastro, la vergogna, il dissesto civile era un elemento costitutivo della società dell’Agro nocerino sarnese. Con un gruppo di amici ci siamo detti: proviamo con la pubblicità”.

La campagna ambientalista completamente autofinanziata, congegnata sul marketing, dunque appariscente e autopropulsiva, raggiungerà, se la colletta riuscirà a coprire le spese, anche le curve che conducono a Solofra, nell’Avellinese, dove il polo conciario, 128 industrie, ha ridotto il fiume in una maleodorante pertinenza, promuovendo negli anni schiumosi e biancastri rivoli, sversamenti continui e fuori da ogni norma ma anche dalla logica, dal rispetto verso quello che è il fiore all’occhiello di questa terra industriosa: il pomodoro. Infatti anche le cento industrie che trasformano l’oro rosso, il meraviglioso San Marzano, e lo trasferiscono nelle tavole degli italiani, hanno concorso, naturalmente in forme variabili di una colpa grave e suicida, ad aggiungere veleno in acque già avvelenate. Tante, troppe le aziende che non hanno proceduto al filtraggio degli scarichi, perché costoso, tante e troppe le omissioni nei controlli, tante e troppe le collusioni che hanno provocato il più costoso e inconcludente piano di bonifica. A eccezione della buona volontà di un generale dei carabinieri, Roberto Jucci, chiamato da commissario a gestire l’emergenza, perché questo territorio nel 1992 fu dichiarato a elevato rischio ambientale e nel 1995 fu sottoposto allo stato d’emergenza, niente è bastato per rendere pulite le acque. Non il miliardo e 400 milioni di euro, se il conto dell’ex ministro dell’Ambiente è esatto, perché rivoli annuali di spesa pubblica finivano nelle bocche e nelle mani di un ceto famelico, e la puzza, in senso proprio e metaforico, ne costituiva l’origine e il destino finale, la forma costitutiva di un ensemble di cattive azioni che nemmeno la commissione parlamentare d’inchiesta, chiamata anni fa a guardare, giudicare e legiferare, ha potuto riportare alla legalità.

Perciò gli anni sono passati e le amministrazioni pubbliche, con il corredo delle usuali infiltrazioni mafiose che in alcuni Comuni le hanno trascinate in crisi politiche endemiche, figlie di ripetuti scioglimenti anticipati, hanno prodotto per lo più fumo. La metà dei 39 Comuni attraversati dal fiume non hanno ancora completato la rete fognaria, e dunque i batteri fecali continuano a nutrire la flora indigena. L’ultimo sopralluogo dell’ex ministro dell’Ambiente Costa illustrò il disarmo amministrativo col quale si affronta la questione: “I soldi ci sono, ma mancano i progetti. E quando i progetti ci sono hanno la capacità di non interagire. Un comune fa un collettore qua e l’altro comune immagina il depuratore nel luogo più lontano, all’esatto opposto, come gli estremi di un arcobaleno”.

Ecco dunque l’ultima disperata fuga verso la salvezza: proviamo con la pubblicità. Bevi l’acqua Sarnella e poi muori!

Caso Giffey, la ministra lascia per il sospetto sulla tesi copiata

Alla fine ha ceduto alla pressione di uno scandalo che, temiamo, in Italia non sarebbe costato la poltrona a nessun politico: la ministra tedesca per la Famiglia, la socialdemocratica Franziska Giffey, 43 anni, si è dimessa, schiacciata dal sospetto che abbia copiato passi della sua tesi di dottorato. Accusa emersa nel 2019, quando la Freie Universität di Berlino, dove la Giffey aveva completato il dottorato in Scienze Politiche nel 2010, aveva avviato un’indagine interna per sospetto plagio. Lei, già ministro dal 2018, aveva dichiarato di aver scritto la tesi in buona fede. Una Commissione dell’Ateneo aveva approfondito le verifiche, e nell’ottobre 2019 aveva deciso, all’unanimità, di lasciarle il titolo, visto che le citazioni controverse identificate nella sua tesi non erano tanto gravi da giustificarne la revoca. Nel frattempo la ministra aveva rinunciato a candidarsi alla leadership del suo partito del giugno 2019, seguita alla disfatta elettorale dell’Spd dell’anno prima. A novembre 2020 la Giffey aveva dichiarato alla Süddeutsche Zeitung di aver comunque rinunciato a usare la qualifica di dottore aggiungendo che, se quella revoca fosse arrivata, si sarebbe dimessa da ministro. Negli ultimi giorni però si è tornato a parlare di quell’episodio. “I membri del governo federale, il mio partito e il pubblico hanno diritto alla chiarezza. Ho quindi deciso di dimettermi. Ribadisco di aver scritto la tesi al massimo delle mie capacità, e mi dispiace se ho commesso degli errori”. Una mossa preventiva, per evitare che le accuse di plagio le rovinino definitivamente la carriera, come successo nel 2011 al ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg e nel 2013 alla ministra per l’Istruzione Annette Schavan. È infatti la candidata scelta dall’Spd per la corsa a sindaco di Berlino, nelle Amministrative del prossimo 26 settembre, che coincidono con cruciali elezioni federali e con il ritiro definitivo di Angela Merkel. Da ministra della Famiglia Giffey ha legato il suo nome a una serie di riforme per l’eguaglianza di genere.

Trump, la Procura non lo molla

Si mette male a New York per Donald Trump e la sua Trump Organization, la holding che controlla le proprietà e gli investimenti della famiglia dell’ex presidente degli Stati Uniti: le due inchieste aperte, una civile e una penale, sono state unificate e potrebbero sfociare nel rinvio a giudizio dell’ex presidente. L’ex presidente commenta: “Non vogliono farmi candidare ancora”. Trump è indagato anche in Georgia, per il tentativo di rovesciare l’esito del voto in quello Stato. Lasciata controvoglia la Casa Bianca, il magnate e la sua famiglia non sono tornati a New York, città che sentono ormai ostile, e si sono trasferiti a Mar-a-lago, in Florida, dove l’ex presidente ha ormai insediato il quartier generale della sua attività politica e mediatica, ufficialmente finalizzata alla riconquista del potere nel 2024. Non per questo la magistratura di New York ha mollato la presa. Martedì, il procuratore dello Stato, Letitia James, ha informato la Trump Organization che l’indagine da civile era divenuta penale: l’ufficio della James, ora collabora con quello del procuratore di Manhattan, Cyrus R. Vance jr. Era oltre un anno che le due procure stavano conducendo indagini parallele.

La cattiva notizia per Trump in sede giudiziaria s’interseca con una politica: la Camera sta varando una commissione d’inchiesta sull’assalto al Campidoglio del 6 gennaio – vi furono cinque vittime – istigato dal presidente, per costringere il Congresso a non ratificare il risultato delle elezioni. Si va verso la creazione di un panel congressuale indipendente e bipartisan, sul modello di quello creato dopo gli attacchi terroristici dell’11 Settembre, per indagare sulle modalità dell’attacco e impedire che un’azione del genere si ripeta. La Trump Organization è la holding di famiglia che raccoglie centinaia di disparate attività economiche, prevalentemente immobiliari, dagli hotel ai campi da golf, ma anche finanziarie. L’indagine del procuratore distrettuale si era inizialmente concentrata sui pagamenti in nero per comprare il silenzio a due donne che affermano di aver avuto relazioni con l’ex presidente, quando questi non era ancora in politica, ma era già sposato con Melania e ne attendeva un figlio. Si tratta della pornostar Stephanie Clifford, alias Stormy Daniels, e di una coniglietta di Playboy. L’ex avvocato personale di Trump, Michael Cohen, che diede in nero 130 mila dollari alla Clifford, è già stato condannato e radiato dall’albo. L’inchiesta s’è poi allargata ad accuse di evasione fiscale e frodi assicurative e bancarie, innescando una lunga battaglia legale, persa da Trump, per l’acquisizione di otto anni di dichiarazioni fiscali, che il magnate s’è sempre rifiutato di rendere pubbliche durante la presidenza.

Rabat scatena i migranti: vendetta contro Madrid

Quasi 10mila migranti nelle ultime 48 ore sono riusciti a raggiungere Ceuta, ma più della metà di loro è già stata rimpatriata dall’enclave autonoma spagnola in Africa, ha informato il ministero dell’Interno di Madrid. La Spagna ha deciso di schierare il suo esercito per rafforzare i controlli ai valichi che i soldati marocchini hanno smesso di presidiare per ritorsione politica: l’ira di Rabat verso Madrid è dovuta al ricovero sanitario di Brahim Gali, leader del Fronte Polisario, movimento che al sud del Marocco, da decenni, si batte per l’indipendenza della Repubblica democratica araba Sahrawi.

Il premier Pedro Sanchez, arrivato ieri in elicottero a Ceuta per “riportare ordine”, ha dichiarato che “quest’atto di sfida” del Marocco è una “mancanza di rispetto non verso la Spagna, ma verso l’Unione europea”. L’ong Human Right Watch intanto accusa le autorità spagnole di deportazioni forzate: chi raggiunge gli scogli dell’enclave tra onde, recinzioni e pericoli mortali viene “sommariamente spedito indietro, sono violati diritti di bambini e richiedenti asilo”. Richiamata in patria dalla Spagna per consultazioni, l’ambasciatrice marocchina Karima Benyaich sostiene che “ci sono azioni che hanno conseguenze” e che le “responsabilità vanno accettate”: fonti anonime hanno riferito alla stampa iberica che è ora necessario “un momento di contemplazione” nelle relazioni tra Rabat e Madrid. Della crisi di Septa, nome arabo di Ceuta, scrivono anche i quotidiani marocchini, pronti a diffondere le parole perentorie della vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas: a nessuno è permesso “ricattare l’Ue”, che “non si fa intimidire”. Schinas ha assicurato che l’Unione rimane accanto alla Spagna “per aiutarla nella gestione della frontiera a Ceuta e Melilla”. Ammalatosi di Covid-19 e ora curato dalla Spagna sotto richiesta dell’Algeria, alleato strategico e primo fornitore di gas di Madrid, Gali è stato ambasciatore del Fronte Polisario prima a Madrid e poi ad Algeri, e ha assunto il comando della Repubblica non riconosciuta dall’Onu dopo la morte di Mohamed Abdelaziz. Registrato in una stanza d’ospedale sotto il falso nome di Mohamed Benbatouche, dalla “nazionalità sconosciuta”, è arrivato in ambulanza e sotto scorta il 18 aprile scorso da Saragozza fino all’ospedale nei dintorni di Bilbao. Immediatamente convocato per un’inchiesta aperta in seguito alle denunce di tortura di un attivista spagnolo, ha rifiutato di firmare la convocazione in tribunale ai tre agenti dell’anti-terrorismo che lo hanno raggiunto mentre veniva attaccato al respiratore. Una diplomatica, una umanitaria e una politica: sono tre le crisi che adesso nell’enclave si attorcigliano, una dentro l’altra, per un conflitto irrisolto, scoppiato tra le dune africane nel lontano 1975 ed il cui cessate fuoco resiste da quarant’anni.

Rabat, rafforzata dal riconoscimento di sovranità sull’intera regione assicuratole dall’Amministrazione Trump in cambio della normalizzazione dei rapporti con Israele, già tre anni fa ha usato la tragedia della crisi migratoria come leva per i suoi scopi: quando nel 2018 l’Unione ha tentato di allargare l’accordo commerciale sulla pesca anche ai territori del Sahara, permise a migliaia di richiedenti asilo di varcare quel confine che, solo da poche ore, i soldati marocchini sono tornati a sorvegliare.

A galla a Ceuta adesso rimane in crisi la diplomazia dei due Paesi, che come il paziente scomodo, richiederà nel prossimo futuro terapie intensive.

Nelle strade un nuovo sport: la caccia al giornalista

Il problema, per i cronisti in Israele, non sono solo i razzi di Hamas; ci sono anche le botte che prendono sia dell’estrema destra religiosa, sia dagli ultràs arabi nelle città-miste. Sono 20 i giornalisti finiti in ospedale, con vari traumi: la cifra è stata fornita dall’Unione della Stampa che ha raccolto le testimonianze dal 6 maggio in poi, quando sono iniziate le rivolte a Gerusalemme Est. La questione è delicata perché forse mai come adesso nelle strade emerge il volto rabbioso e violento di una estrema destra di casa che indica il giornalista come un nemico da abbattere perché “di sinistra”. Times of Israel solleva anche un’altra polemica, quella della polizia che spesso si gira dall’altra parte. “Attacchi fisici, specialmente mentre i cronisti cercavano di documentare le azioni di gruppi numerosi che si sono scatenati nelle città miste, picchiando ferocemente membri dell’altra etnia e commettendo atti di vandalismo. La polizia è stata accusata non solo di non aver protetto i giornalisti, ma anche di averli aggrediti impedendo loro di svolgere il proprio lavoro”. Yair Tarchitsky, capo dell’Unione dei giornalisti, dice ancora a Times of Israel: “L’epidemia di violenza deve cessare immediatamente. Chiediamo che la polizia svolga i propri compiti e che metta in evidenza le responsabilità di chi aizza e chi aggredisce”. Martedì sono finiti in tribunale due esponenti di estrema destra per aver malmenato un giornalista e un cameraman dell’emittente Kan nel quartiere di Hatikvah di Tel Aviv; i due stavano seguendo il 13 maggio una marcia di estremisti ebrei diretti ad attaccare i residenti arabi della vicina Jaffa. Dei teppisti che hanno aggredito l’11 maggio il corrispondente di Channel 13 però non si sa nulla, tanto meno si conoscono i nomi degli arabi che hanno fatto passare un brutto quarto d’ora a un fotografo di Channel 20. Una faida che fa paura tanto quanto la guerra con Gaza.

I bambini e le loro ansie da bombe

A Otef Gaza (intorno a Gaza) per entrare nella “stanza protetta”, hai esattamente 15 secondi. Non un minuto e mezzo come a Tel Aviv, spiega balbettando un bambino che vi abita e conosce i razzi anche in tempo di “pace”. Il bimbo è diventato balbuziente, dice sua madre, proprio per quei 15 secondi di paura moltiplicati all’infinito. Una ragazza invece descrive come si è salvata dai razzi mentre stava guidando, stesa sull’asfalto bollente, mani a proteggere la testa, che è quello che devi fare, spiega, in questi casi. E un signore racconta la sua passeggiata quotidiana a un posteggio sotterraneo che è anche il suo rifugio, per bersi un caffè col custode, farsi una chiacchierata e poi tornare rapidamente a casa. Un uomo casa e rifugio, insomma. Ci stiamo avvicinando alla fine di questo giro di guerra. È un momento molto pericoloso. Poi ci sarà la prossima volta, tra qualche anno. Con armi ancora più raffinate e precise che arriveranno ancora più lontano e più velocemente e speriamo che non giungano per sbaglio fino all’Europa.

Per il gran finale, l’Egitto, paese notoriamente molto ricco, propone una bella somma a Gaza, una cifra mensile invece arriverà dal Qatar come sempre. Noi invece pagheremo con nuove tasse e fondi pubblici che sarebbero stati dedicati alla sanità, all’educazione e alle politiche sociali. E a molto altro. Ambedue le parti adesso vogliono la famosa foto della vittoria. Bella vittoria davvero. Tutti abbiamo perso: i civili morti e feriti, di qua e di là. Hanno perso i poveri tailandesi morti lontani dalle loro case per una guerra non loro, qui a lavorare nei campi di un kibbutz per spedire qualche lira alle loro famiglie dall’altra parte del mondo. E la badante indiana ferita a morte che si prendeva cura di una anziana signora, morta anche lei. Hanno perso tutti i bambini di qua e di là. Traumatizzati e impauriti nel migliore dei casi. O morti. E tutti coloro che speravano che fossimo arrivati alla fine del governo Netanyahu e invece no.

Anche i miei sogni di pacifica convivenza sono stati infranti in pochi giorni. E il mio lavoro di solidarietà bloccato. Ma solo per ora.

Non mi arrendo. La mia è una scelta profondamente elaborata a cui non potrò mai rinunciare.

Bibi rifiuta l’invito degli Usa. Hamas si traveste da colomba

Benjamin Netanyahu, il premier uscente di Israele, ha ricevuto una nuova telefonata dal presidente Usa, Joe Biden. Messo sotto pressione dall’ala sinistra del Partito Democratico per l’appoggio incondizionato all’offensiva israeliana contro Hamas e Jihad islamica responsabili della pioggia di missili dalla Striscia di Gaza sul territorio israeliano, il presidente statunitense ha cercato di correre ai ripari senza perdere la faccia. E, infatti, durante il colloquio, Biden ha suggerito con parole caute al primo ministro ad interim di attendersi da Israele una “significativa de-escalation oggi ( ieri per chi legge, ndr) verso un cessate il fuoco”. Ma Bibi ha ancora una volta affermato di “non voler fare la pace con il cronometro in mano”.

Una presa di posizione che nasconde ragioni personali e geopolitiche. Il premier ad interim israeliano sta procrastinando la tregua anche per contrastare l’iniziativa dell’Egitto che propone il cessate il fuoco da oggi. Gli inviti a proclamare la tregua, che alcuni ufficiali di spicco dell’esercito israeliano ritengono ora possibile se non addirittura necessaria, invece di accelerarla hanno convinto Netanyahu ad aumentare il lancio di missili e bombe sulla Striscia di Gaza facendo nuove vittime. Bibi prima di dare il via libera alla tregua vuole capitalizzare al massimo questa sanguinosa operazione bellica uccidendo la maggior parte dei dirigenti e dei membri dell’ala militare di Hamas. Peccato che il vertice del partito estremista islamico Hamas – che governa con pugno di ferro la Striscia dal 2007 – non risieda a Gaza bensì in Qatar dove si trovano anche i capi del gruppo Jihad Islamica autore di numerosi lanci di missili in questo inedito sforzo congiunto con i rivali di Hamas per mostrare la potenza dei nuovi armamenti forniti illegalmente via Sinai e via mare soprattutto dall’Iran. E ci sono riusciti perché è la prima volta che anche i sobborghi di Tel Aviv sono stati colpiti. Finora le vittime israeliane sono state 12, compreso un bimbo di 6 anni mentre nella Striscia si sono contati finora almeno 227 morti tra i quali 64 tra bambini e adolescenti. Insomma, prima di ordinare la tregua, Netanyahu vuole far credere al mondo di essere uno statista in grado di difendere il proprio paese. Ieri però c’è stato un secondo lancio di razzi anche dal sud del Libano – sotto controllo del partito armato sciita Hezbollah alleato di Teheran – verso il nord di Israele. Su 4 razzi, il sistema anti missile Iron Dome ne ha disintegrati 2 mentre gli altri sono caduti nella campagna israeliana oltre confine senza fare danni. Anche Hamas sta cercando in ogni modo di arrivare a una tregua perchè ha ottenuto tutti gli obiettivi che si prefiggeva, in primis quello di spacciarsi per difensore del popolo palestinese non solo a Gaza ma anche a Gerusalemne Est e in Cisgiordania. Il portavoce Hazem Qassem sostiene: “Non ci sono date specifiche per l’avvio di un cessate il fuoco, perché tutti gli sforzi internazionali che vengono fatti, anche quella egiziana, si scontrano con la posizione israeliana”.

 

“La sinistra ha tradito i palestinesi. Israele stia attento a questa destra”

Massimo D’Alema si descrive come un pensionato, ma continua ad avere un’intensa attività internazionale. L’altroieri ha incontrato il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif, segue attentamente le mosse di Joe Biden e ovviamente il conflitto israelo-palestinese sul quale esprime un giudizio nettissimo.

Lei ha detto di sentire nostalgia per una sinistra decente nel caso israelo-palestinese. La situazione è davvero così grave?

È grave la mancanza di memoria storica. L’Italia è un paese che ha avuto una politica di amicizia per i palestinesi, un patrimonio che non è stato solo della sinistra, ma di tutte le forze democratiche, da Enrico Berlinguer a Bettino Craxi, ad Aldo Moro e molti altri. Oggi i palestinesi sono stati abbandonati dal- l’Italia e dall’Europa e neppure le migliori forze della sinistra sembrano in grado di tornare a dire la verità.

E quale sarebbe la verità, Israele non ha diritto a difendersi?

Israele non ha il diritto di continuare a occupare i Territori palestinesi, non ha il diritto di annettere Gerusalemme e di colonizzare tanta parte della Cisgiordania. Non ha il diritto di cacciare i palestinesi dalle loro case e non ha il diritto di aggredire le persone riunite in preghiera nella grande spianata di Gerusalemme. È questa politica della destra israeliana, avallata dagli Usa e non contrastata dall’Europa, che ha finito per rafforzare Hamas. Quello che accade oggi è che la reazione agli inaccettabili razzi di Hamas finisce per colpire indiscriminatamente la popolazione palestinese seminando una strage fra civili, innocenti e bambini. Persino nel pudico linguaggio dell’Ue e degli Usa il governo di Israele viene invitato – senza grande successo – a una reazione non sproporzionata.

Quand’è che la sinistra ha abbandonato i palestinesi?

Il processo ha riguardato l’intera Europa, che pure formalmente non riconosce l’annessione di Gerusalemme. La solidarietà verso i palestinesi è stata erosa negli ultimi 15 anni, in cui è maturato un sentimento anti-arabo che ha assunto forme crescenti di islamofobia. Colpisce che in prima fila con Israele ci sia la destra nazionalista venata di razzismo. Una destra erede dell’antisemitismo oggi ha convertito quel sentimento in anti-islamismo. Questo dovrebbe far riflettere il mondo israeliano e le comunità ebraiche.

Non teme di ricevere l’accusa di antisemitismo?

Io non sono antisemita, mio padre ha combattuto contro i nazisti, mio nonno era un antifascista che, lavorando alle Poste, intercettava le lettere di denuncia per cercare di salvare le famiglie degli ebrei dalla deportazione. La sinistra italiana non è mai stata antisemita, ma ritengo la politica della destra israeliana una vergogna.

Da segretario Pd sarebbe andato a quella manifestazione al ghetto ebraico?

Ho già espresso la mia opinione, trovo drammatico il cedimento culturale. In questa vicenda è in gioco la credibilità dell’occidente: non possiamo criticare Cina e Russia sui diritti umani e accettare quello che accade a Gaza e in Cisgiordania.

Si riferisce agli Stati Uniti?

Credo che il rilancio di una sfida anche ideologica sul tema dei diritti umani nel mondo, quale quella che gli Usa muovono oggi alla Cina e ad altri attori, debba essere coerente. L’incoerenza non è ammissibile. Per fortuna negli Usa c’è un gruppo significativo di parlamentari democratici che cominciano a far circolare la parola d’ordine Palestinianlivesmatter, io spero in questo.

Rifarebbe quella passeggiata del 2006 a Beirut con il deputato di Hezbollah?

Ero in visita a un quartiere bombardato, tra le macerie delle case e le persone ferite o uccise, non definirei questa una passeggiata. In quel caso rappresentavo il governo italiano che intervenne per fermare la guerra. Quando si vuole la pace bisogna incontrare quelli che fanno la guerra. Riuscimmo a livello internazionale a fermare il conflitto e a dispiegare una forza Onu a guida italiana, che è ancora lì e ha garantito che in quel confine non ci siano state più guerre. Lo ritengo un grande risultato.

L’altro giorno ha incontrato Zarif, cosa vi siete detti?

Conosco bene Zarif, esponente illuminato del riformismo iraniano. L’Iran sta facendo due cose importanti: rilanciare l’accordo sul nucleare boicottato dagli Usa e che oggi i Dem vorrebbero far rivivere, ma anche la ripresa di un dialogo regionale, un dialogo diretto tra Iran e l’Arabia saudita che avrebbe conseguenze importanti e positive per il conflitto nello Yemen, dove occorre ricordare che muoiono migliaia di civili.

Che giudizio ha della politica estera italiana?

Non ho motivi di critica verso Luigi Di Maio. Ma purtroppo il ruolo dell’Italia si è ridotto negli ultimi dieci anni. Capisco che l’Italia, come l’Europa, sia interessata al nuovo corso americano però questo neo-atlantismo, che ha un’ispirazione forte e democratica, deve anche misurarsi con l’esigenza di una “coesistenza pacifica”.

Che intende?

Negli anni 90 ci siamo illusi che il mondo si uniformasse al modello occidentale, mentre il mondo di oggi è frammentato e multipolare. Oggi siamo in conflitto con la Cina, sul piano tecnologico, applichiamo sanzioni alla Russia, in conflitto con l’Iran e quindi con il mondo musulmano sciita, ma anche con la parte sunnita. Vogliamo essere in conflitto con tutti? O non dobbiamo trovare un modus vivendi e una convivenza con “gli altri da noi”? Su questo vedo uno spazio della politica estera italiana che è quello del dialogo, senza rinunciare ai nostri valori. L’unico grande leader occidentale consapevole di questo è il Papa. Il gesto compiuto da Francesco nell’incontro con il capo della comunità sciita irachena è stato un gesto di grande valore.

Test gratis o no: il rebus dei dati

Quando ci riferiamo al numero di positivi per Covid, comparando i dati fra diversi Paesi, spesso ci sfugge che questi siano condizionati dal tipo di accesso al test molecolare. A esclusione dei casi sintomatici, che ricadono sempre nell’assistenza medica, esiste una fascia di popolazione che accede al test per altri motivi, quali viaggi, timori personali, contatto con soggetti fragili, e altri che non accedono affatto, pur avendo sintomi, ecc. In Italia ci sono persone che hanno ripetuto il test decine di volte, facilitate anche dalla gratuità. Questa diversa possibilità di accesso al test condiziona non poco i dati ufficiali dei casi positivi di un Paese. In Francia, da luglio 2020 i test sono accessibili a chiunque, non è necessaria la prescrizione medica e sono completamente rimborsati dal Sistema sanitario nazionale. Un’offerta gratuita, ma limitata ai casi sintomatici sospetti e con prescrizione medica, è quella della Spagna. In Germania i test gratuiti sono offerti a chiunque riferisca sintomi o anche solo un contatto sospetto. In Russia puoi eseguire un test gratuito in ospedale se hai un’assicurazione sanitaria e sei residente a Mosca. In Ungheria il test è gratuito solo se hai sintomi importanti.

Negli Usa devi essere coperto da assicurazione sanitaria. Hai un soccorso gratuito solo in presenza di malattia severa. In Italia, il test è gratuito sia per chi è sintomatico, sia per chi teme di aver avuto un contatto stretto con positivo. È evidente che lì dove accedere al test comporti una spesa o un controllo sanitario, la domanda sia più contenuta. Ciò comporta che i dati risultanti rispecchino una realtà diversa, meritevole di studi e relative considerazioni anche sulle caratteristiche della pandemia.

È indiscutibile che molti positivi sfuggano dal controllo, apparendoci solo la punta dell’iceberg di un’infezione che è molto più diffusa rispetto ai dati ufficiali. Se questo può essere un potenziale pericolo infettivologico, dall’altro evidenzia che fortunatamente ci troviamo davanti a una pandemia con letalità e mortalità bassa e che fra la popolazione ci siano anche molti soggetti naturalmente immuni.