Una repubblica fondata sui gatti

Mi rendo conto che l’accostamento è azzardato, ma lo faccio egualmente. Il 2020 in Italia è stato l’anno con la minima natalità di bambini e la massima adozione di cani e gatti.

Anche gli spot televisivi hanno pubblicizzato più cibi per gli animali che pappe per i bambini. Viene dunque il sospetto che la denatalità abbia a che fare con fattori di carattere culturale forse più che con cause, conseguenze e rimedi di natura economica, prevalentemente evocate. Anche in occasione dei recenti “Stati generali della natalità”, organizzati dal Forum delle associazioni familiari con l’intervento del Papa e del presidente Draghi, l’ennesimo declino delle nascite è stato imputato soprattutto a cause economiche sanabili con interventi economici. “Cosa accadrà tra una decina di anni? – si è chiesto il presidente del Forum, Gigi De Palo – Chi pagherà le pensioni se si assottiglia il numero di chi paga le tasse? E i servizi sociali? Il Pil? La sanità sarà ancora gratuita?”.

Il picco italiano del baby boom fu toccato nel 1964, quando nacquero 1.016.120 bambini, il tasso di fecondità fu di 2,70 figli per ogni donna e i nati furono 526.000 più dei morti. Nel 2020, invece, i nati sono stati solo 404.000 cioè il 60% in meno del ’64; il tasso di fecondità è sceso a 1,24; i morti sono stati 342.000 più dei nati. Papa Francesco – pure regnando sul Vaticano, cioè lo Stato con il minore tasso di natalità nel mondo – ha lamentato che “l’Italia si trova da anni con il numero più basso di nascite in Europa”, ha parlato di “un inverno demografico freddo e buio” e ha profetizzato che “senza natalità non c’è futuro”. Mario Draghi ha rincarato la dose: “Un’Italia senza figli è un’Italia che non crede e non progetta. È un’Italia destinata lentamente a invecchiare e scomparire”.

Sempre nel 2020 gli italiani hanno adottato 8.100 cani e 9.500 gatti con un aumento del 15% rispetto all’anno precedente, salito al 40% in Sicilia, Puglia e Campania. Per Carla Rocchi, presidente dell’Ente Nazionale Protezione Animali, “questi dati raccontano il desiderio e la riscoperta di condividere con gli animali la nostra vita, le nostre emozioni e i nostri momenti più difficili”. A quanto pare, gli italiani adottano gli animali per bisogni affettivi e scansano i figli per motivi economici. A dissuadere le coppie dal fare figli ci sarebbe soprattutto la mancanza di lavoro, di alloggi, di servizi e di sussidi, il precariato, i bassi salari, gli orari gravosi e i ritmi stressanti delle mansioni, lo Stato che riserva alla maternità e ai figli appena l’1% del Pil, mentre alle pensioni destina il 17%, la prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine, a sua volta dovuta al protrarsi del periodo di formazione, alla crisi economica e, solo in ultimo, a motivi culturali. Secondo Draghi la denatalità “ha a che fare con la mancanza di sicurezza e stabilità, per decidere di avere figli i giovani hanno bisogno di un lavoro certo, una casa e un sistema di welfare e servizi per l’infanzia”. Data per certa la natura economica del fenomeno, anche i rimedi vantati dal premier sono squisitamente economici: “Le risorse a bilancio ammontano a oltre 21 miliardi di euro, di cui almeno 6 aggiuntivi rispetto agli attuali strumenti di sostegno per le famiglie”. E il Papa ha apprezzato lo sforzo: “Finalmente in Italia si è deciso di trasformare in legge un assegno, definito unico e universale, per ogni figlio che nasce”. Poi, però, con l’acume che distingue un sacerdote da un banchiere, si è chiesto e ha chiesto: “Che cosa ci attrae, la famiglia o il fatturato?”. Né l’uno, né l’altro verrebbe da rispondere considerando il saldo negativo sia della nostra natalità che dei nostri conti pubblici.

Ma il quesito di Papa Francesco sposta il problema fuori dal campo economico. Nel 2019, rispetto al 2008, i matrimoni religiosi sono diminuiti da 212mila a 146mila; i matrimoni civili sono passati dal 37% al 53%; le libere unioni di coppie non sposate sono diventate 1.370.000 e da queste coppie è nato il 36% di tutti i bambini venuti al mondo nel 2019. Dietro questi dati vi sono fenomeni squisitamente culturali: nel 2019 i matrimoni tra partner dello stesso sesso sono stati 2.297; gli italiani stanno imparando a usare i contraccettivi tanto è vero che gli aborti volontari sono scesi da 234.801 nel 1983 a 76.328 nel 2018; le donne in carriera, sempre più numerose, trovano troppo oneroso conciliare il lavoro con la maternità; per motivi scolastici, lavorativi e di convenienza viene sempre più ritardata l’età del primo figlio che, anche per questo, finisce spesso per essere l’unico. Dietro questi fenomeni culturali vi è nei giovani il sospetto che non siano vere le lugubri profezie per cui un’Italia con pochi figli sia destinata lentamente a invecchiare e scomparire. Molti sanno che, grazie al progresso tecnologico, sarà possibile produrre sempre più beni e servizi impiegando meno lavoro umano; che i robot e l’Intelligenza artificiale suppliranno alla minore disponibilità di braccia e di teste; che se proprio occorrono lavoratori, si può sempre attingere all’immensa riserva del Terzo mondo.

Di fatto i giovani sono più globalizzati e meno sovranisti dei loro genitori e nonni, si rendono conto che la demografia non è una questione nazionale ma mondiale, sono sicuri che, se non provvedono loro a popolare il pianeta, ci sono altri che lo fanno, avvertono persino come meritevole non contribuire all’ulteriore affollamento di un pianeta già superaffollato. Oggi gli italiani sono 60 milioni in un mondo abitato da 7,5 miliardi di umani; nel 2040 saranno 57 milioni in un mondo abitato da 8,6 miliardi. Coadiuvati dalle nuove tecnologie, questi 57 milioni potranno produrre molta più ricchezza di quanta ne producono oggi. Ma se proprio non bastassero, invece di fare figli e foraggiarli per 25 anni prima che arrivino all’età lavorativa, c’è a disposizione un esercito industriale di riserva fatto di giovani immigrati già pronti a lavorare, e a basso costo. Il nostro Pil pro-capite, dieci volte superiore a quello dei loro Paesi di origine, sarebbe sufficiente ad attrarne quanti ne occorrono e il loro apporto renderebbe l’Italia più giovane demograficamente, più meticcia etnicamente, più sincretica culturalmente. Natalità e immigrazione non vanno d’accordo e Papa Francesco non può pretendere che, allo stesso tempo, l’Italia faccia più figli e accolga più migranti.

A frenare la natalità vi sono, infine, due motivi più subliminali e meno nobili: la sensazione che diventare genitore non rappresenti una dimensione fondamentale della propria realizzazione mentre costringe, almeno per una ventina d’anni, a sacrifici e responsabilità; il fondato timore che questi sacrifici fatti per i figli non sarebbero mai restituiti dai figli ai genitori quando questi, ormai vecchi, invece di essere venerati come avveniva nelle famiglie patriarcali, saranno scaricati nelle case di riposo come avviene nelle famiglie postmoderne. In estrema sintesi, un popolo che ama i cani e i gatti difficilmente ama i figli di pari amore, né basta offrirgli sussidi e asili nido perché cambi idea.

 

Addio Emilia, ci mancherà la tua presenza civile e leggera

Emilia se n’è andata ieri, e adesso che non c’è più capiamo quanto ci mancherà la sua presenza leggera, delicata, discreta, sorridente. Non si metteva mai in prima fila, non alzava mai la voce, non pretendeva le luci della ribalta, ma era l’ingrediente segreto senza cui un piatto non ha più il suo sapore, la sfumatura di colore che fa brillare un dipinto.

Emilia Cestelli era fiera di essere la moglie di Nando dalla Chiesa, “il professore”, come lei lo chiamava in pubblico. Sulla sua pagina Facebook aveva scritto, dritto, Emilia dalla Chiesa. Era fiera di far parte da una vita di un nucleo – Emilia e Nando erano, sono una cosa sola – che ha inventato mille cose, circoli, giornali, movimenti, centri d’impegno civile, libri, case editrici, racconti di storie, studi accademici, festival, blog. Nando ha sempre accettato volentieri di fare il frontman del gruppo, ma sapendo che senza Emilia tutto sarebbe stato più difficile o addirittura impossibile.

Quando però c’era da metterci la faccia, da scendere in campo direttamente, Emilia non si risparmiava. Lo fece ai tempi dei Girotondi, lo fece con il gruppo delle Girandole, insieme a Edda Boletti. Era capace anche di fare la leader, di battagliare in prima persona, di esigere qualità morale dalla politica.

Poi tornava sorridente e coraggiosa nella sua casa. Non è un caso che Nando concluda così, con un pizzico d’ironia, la bio di una vita piena di cose: “Soprattutto ho fondato una famiglia con Emilia. Ne sono nati Carlo Alberto e Dora, i miei gioielli, che se li avesse visti Cornelia ne sarebbe rimasta folgorata, altro che i suoi Gracchi, con tutto il rispetto”.

Il generale e l’estate immaginaria degli italiani

Quando il generale Francesco Paolo Figliuolo ha detto che le vacanze vanno organizzate in base al vaccino – siamo in guerra, c’è poco da fare i vacanzieri – forse aveva in mente un’ipotesi assai strana di famiglia. Magari pensava al ventenne svedese che vive solo da anni e viaggia in lungo e in largo. Oppure, a quell’1 per cento di italiani ricchi che possono prendere un aereo per tornare e ripartire.

Invece la famiglia italiana media che fa? Quando l’afa azzanna la città e le scuole chiudono, se ne va al mare o in montagna e lì si ferma (tanto c’è pure lo smart working). Si porta il cane e pure uno o due nonni e magari, per cambiare aria, osa anche una regione diversa. Ed ecco, allora, il padre cinquantenne che però è un po’ acciaccato e quindi, ad esempio nel Lazio, ha vinto il Pfizer in anticipo ma poi, dopo che aveva versato la caparra per la casa, gli hanno posticipato il richiamo che cade proprio quando, per dire, sarebbe stato in Puglia. Ma che problema c’è? L’alta velocità, si sa, è la felicità, quindi può tornare. E la moglie? C’ha l’Astrazeneca col richiamo a Ferragosto, ma vuoi mettere festeggiarlo col vaccino con quaranta gradi all’ombra? Poi magari c’è una nonna ancora non vaccinata perché ha tentennato, voleva farlo ora ma è cardiopatica e sul treno da sola meglio di no. Così la famiglia rinuncia al richiamo, oppure alla vacanza, e non si sa cos’è peggio (non bisognava far ripartire il turismo?).

Certo, i vaccini si fanno su base regionale, organizzarli in vacanza è complicato. Ma che almeno non si immagini l’Italia come un paese nordico fatto di single, che gestiscono da soli le agende e hanno soldi per saltare da un aereo all’altro. Salvando vacanza e richiamo.

MailBox

 

Il cordoglio dei lettori per Franco Battiato

La morte del Maestro Franco Battiato mi ha lasciato senza pensieri perché un artista così è più forte del tempo… lui c’era quando io ero bambino, adolescente, uomo… Le sue canzoni sono state la colonna sonora discreta della nostra esistenza degli ultimi 4 decenni Un artista a tutto tondo: poeta, musicista, filosofo, cantante, pensatore, era capace di fare la canzoncina orecchiabile e di dirigere un’orchestra e parlare di Platone… Un uomo col suo tempo, stile, ascetismo sincero… La sua più grave dote è la sua sincerità di carattere: non forzava il suo io per essere accettato ma era sempre lo stesso …un grande.

Massimo Moletti

Ho 17 anni. Ecco un articolo che ho scritto per ricordare il Maestro, pubblicato sul blog La Voce del Gargallo: caro maestro, per quanto ci illudiamo di essere immortali, sappiamo quale sorte spetti a ognuno di noi, ed oggi è toccata a te. Cercare di non essere retorico è davvero faticoso, ci proverò. Ti volevo ringraziare per quanto mi hai dato (scusa l’egoismo)… Mi hai insegnato ad amare, perché mi hai fatto capire quando avevo bisogno di una persona, quando apprezzavo ciò che pensava o diceva, e soprattutto che ne sarebbero venute altre, e poi altre ancora. Perché, si sa, la stagione dell’amore viene e va, senza rimpianti, piuttosto riuscendo a cogliere le occasioni che ci vengono offerte. Mi sei stato accanto nei momenti di dolore, e mi hai restituito il sorriso. Con le serenate nell’ora di ginnastica e di religione, con gli alberghi tunisini affollati durante le vacanze estive, con i riti di sciamani a piedi nudi sui bracieri ardenti, con la ricerca di un’eterna gravità, e, perché no, le aperture alari di uccelli in picchiata. Non so se ci incontreremo mai, forse su una spiaggia solitaria o sulla Prospettiva Nevski, o in un luogo immaginario senza tempo e spazio, ma sappi che ci sarà sempre tempo per l’ultimo treno per Tozeur. Oggi abbiamo perso un pezzo di noi.

Andrea Campanelli

 

Vaccini, c’è chi non può scegliersi le ferie

Certamente non è una soluzione dire: “Regolatevi a scegliere il periodo feriale”! Se l’azienda chiude ad agosto le ferie si fanno ad agosto e chi oggi si vaccina con AstraZeneca la seconda dose dovrebbe farla proprio ad agosto! Veramente è ipotizzabile che si rinunci alle ferie? O peggio ancora che sotto il sole si parta dalla Sicilia o dalla Puglia o dalla Calabria per rientrare nel luogo di residenza per il “richiamo”? Sovente chi parla non sa come funziona il Paese.

Vito Pindozzi

 

Per evitare i processi, Netanyahu fa la guerra

In Italia il Caimano si fa ricoverare in ospedale per evitare i giudici italiani… invece in Israele Netanyahu (che permette gli sfratti assurdi di palestinesi a Gerusalemme proprio durante il loro ramadan), riesce a scatenare una guerra con i palestinesi per evitare i suoi giudici. Paese che vai usanza che trovi… purtroppo.

Claudio Trevisan

 

La curiosa sollecitudine dell’Europa sul caso B.

L’Europa sembra prendere a cuore la posizione di Berlusconi circa la condanna comminatagli in Cassazione dal collegio presieduto dal giudice Esposito e, dopo tale sentenza, vuole indagare se nella fattispecie il collegio giudicante non sia stato troppo severo nel giudicare! Può essere anche condivisibile, ma al contrario non ha sollevato obiezioni sul nostro Parlamento allorquando votò a maggioranza la vergogna della presunta “parentela” che Berlusconi affermò esserci tra Ruby rubacuori e il presidente egiziano Mubarak! Cosa risponde l’Europa?

Salvatore Calcagno

 

Da noi chi delinque può fare l’opinionista

Solo in Italia i delinquenti possono diventare consulenti esterni, di trasmissioni e giornali, capaci di spiegare a noi comuni mortali come dovrebbero andare le cose per un mondo migliore. Ci troviamo accerchiati, nostro malgrado, dai vari Palamara, Formigoni, Corona, tutti super esperti riabilitati. Ecco, il mio disgusto e la mia incazzatura (scusate lo sfogo) non sono tanto per questi personaggi, che fanno il loro mestiere (abbindolare), ma per i giornalisti che danno voce a certi personaggi, quando per me il giornalista dovrebbe essere voce per il popolo.

Francesco Facciolo

 

La nostra inchiesta sulle cure trova consensi

Lodevole e soprattutto importante è la vostra iniziativa. Farà chiarezza, ne sono convinto, perché una cosa importante per le conoscenze mediche è la statistica, naturalmente fatta bene senza conflitti di interesse. Conosco persone che sono guarite a casa (con fatica) ma senza ospedalizzazione. Seguiti telefonicamente da medici che hanno ancora in mente il giuramento di Ippocrate. Saranno stati tutti casi con bassa carica virale? No, non ci credo.

Daniele Morandi

Mario Vattani. L’ambasciatore fascio-rock e il silenzio dei partiti

 

Caro Direttore, il tono riabilitativo, marcato da una grande foto a mezzo busto riproducente un beffardo Mario Vattani sullo sfondo del Colosseo, unitamente a un approccio del tutto distaccato rispetto alla gravità della nomina del predetto, dichiaratamente fascista per idee pubblicamente manifestate e per gesta compiute, a rappresentante dell’Italia democratica e antifascista presso un Governo estero, pongono clamorosamente l’articolo del 7 maggio scorso, a firma di Marco Franchi tal titolo “Dal fasciorock a Singapore – Vattani jr sarà ambasciatore”, in netto contrasto con la tradizionale linea antifascista e la condanna delle caste di ogni genere, apprezzate da molti lettori me compreso, sempre seguite dal giornale da lei diretto. I lettori attenti si ricordano infatti degli articoli appassionati pubblicati dal Fatto in passato, specialmente per lo scandaloso concerto-raduno fascista del 2011 organizzato da CasaPound nel quale Mario Vattani si era esibito cantando canzoni dal peggiore tenore nostalgico infarcite di gravissime offese nei riguardi di partigiani e di patrioti antifascisti. L’unica spiegazione è che si volesse compiacere la dinastia dei Vattani, tuttora influente (…).

Calogero Di Gesù, ex ambasciatore

 

Gentile ambasciatore, quando Emilio Lussu incontrò a Parigi lo scrittore Pitigrilli, sospettato di essere un informatore dell’Ovra (ed era vero) e responsabile della retata fascista contro Giustizia e Libertà a Torino, lo apostrofò così: “Fatti in là fellone, perché davanti a uomini come te le pistole sparano da sole”. Le cito questo episodio per dirle che nel giornalismo, come nella vita, quasi sempre pure “i fatti sparano da soli”, senza bisogno di commenti o persino di invettive. Così è avvenuto anche in quell’articolo che conteneva tutto quanto era necessario per indignarsi e reagire verso la nomina di un fascista conclamato a rappresentante dell’Italia all’estero. Ecco perché mi sento di risponderle che le critiche espresse nella sua lunga lettera sono sicuramente ingiuste verso il collega. Il problema, semmai, è il silenzio calato sulla notizia: soprattutto da parte della sinistra e di quel M5S che esprime il ministro degli Esteri. E sarebbe anche importante sapere, infine, se quella nomina sia avvenuta con l’accondiscendenza dell’allora segretaria generale della Farnesina, Elisabetta Belloni, oggi assurta alla guida dei servizi segreti. Una realtà, quella della nostra intelligence, più volte inquinata da deviazioni criminali e fasciste che ebbero un ruolo decisivo nelle stragismo dell’eversione nera. Auguriamoci, dunque, che la dottoressa Belloni sappia vigilare adesso meglio di quanto ha fatto alla Farnesina riguardo al “camerata” Vattani.

Ettore Boffano, ex condirettore del Fatto

Le “ostie amare” in Vaticano di Luigi Bisignani

Non ci sono più i Papi di una volta. Lo sa bene Luigi Bisignani, che con i Papi di una volta realizzava ottimi affari e riusciva perfino a far sparire in Vaticano una bella fetta della maxi-tangente Enimont (milioni mai rintracciati neppure da Antonio Di Pietro ai tempi di Mani pulite).

Io lo leggo sempre con attonita curiosità e dissennato piacere, Bisignani, pluripregiudicato che pretende di dare lezioni ai giudici e cattolico massone (della P2 e dei suoi sequel) che vuole insegnare il mestiere al Papa. Nella sua consueta omelia della domenica, sul Tempo di Roma, qualche giorno fa ha segnalato due cattive notizie: scandalose, vergognose, ignobili, indecenti — per lui — dunque buone e giuste per me e per la maggioranza degli incensurati.

La prima cattiva notizia per Bisignani — dunque buona per noi — è che in Vaticano “torna l’Inquisizione”. Caccia alle streghe? Processi agli eretici? No: quell’Inquisizione probabilmente a Bisi piacerebbe. Invece si comincia a indagare sul serio sui devoti ladri offshore del Vaticano, su quel sistema che Bisignani conosce bene fin dai tempi della P2 e del caso Enimont. È iniziata l’operazione Porpore pulite. E Bisi è attonito: “In questo periodo in Vaticano, anziché altari per pregare, allestiscono aule per processare porpore e prelati in un ritrovato clima da tribunale dell’Inquisizione”. Colpa del Papa: “Bergoglio ha stravolto anche l’ordinamento giudiziario, sostituendo la legge del 1987 varata da San Giovanni Paolo II”. Quella che lasciò impuniti i santi burattini del caso Banco Ambrosiano, spolpato dalla P2. Ora invece — orrore! — “il Tribunale Vaticano di primo grado”, annota Bisi, “sarà competente anche per i processi penali riguardanti cardinali e vescovi incaricati di Uffici presso la Curia Romana. Finora questi potevano essere portati alla sbarra solo dal Santo Padre e giudicati dalla Cassazione vaticana, cioè da un collegio presieduto da un cardinale”. Un Tribunale speciale e assai poco indipendente. Da ora, invece, “Papa Francesco ha imposto che cardinali e vescovi vengano giudicati dal Tribunale ordinario statale”. Come tutti.

I primi “clienti” saranno “sei ecclesiastici, due provenienti dalla Congregazione per il Culto e quattro dalla Segreteria di Stato”: “L’affaire del palazzo londinese sarà una ‘prima teatrale’ very cool che sembra porterà sotto la lente della magistratura vaticana almeno tre altisonanti nomi della cerchia papale: il sostituto alla Segreteria di Stato Edgar Peña Parra, il ciellino italo-argentino Giuseppe Milanese, ‘padre e padrone’ delle cooperative sociali Osa, e l’ex uomo forte dei focolarini in Vaticano, il bistrattato Cardinale Becciu”. Per loro “si sta preparando una grande aula bunker, la sala multifunzionale dei Musei Vaticani, allestita con costose apparecchiature di videosorveglianza degne del Mossad”.

La seconda buona notizia che Bisi ci dà — scandalizzato da tanto ardire — è che il Papa non solo vorrebbe concedere la comunione alle coppie separate, ma si spinge perfino ad affermare la “dimensione erotica del matrimonio, dunque non più funzionale alla procreazione”. Brivido. E ci aggiunge una “mossa peronista” per “guadagnare ancor più popolarità”: la benedizione delle coppie gay. Santo cielo! Il Papa “questa volta potrebbe davvero sgretolare le fondamenta del diritto canonico, disorienta molti esperti e infiamma ancor di più i detrattori di Francesco”, ai quali vuole far “deglutire ostie amare”. Il buonumore della domenica è così assicurato, leggendo Bisi fino in fondo, fino alla sua sardonica conclusione: “Alea iacta est, lunga vita al Papa, nell’attesa del giudizio universale” (che gesto apotropaico avrà fatto, a questo punto, Papa Francesco?).

 

 

Nel mondo ritorna il welfare: che aspettano m5S e Pd a unirsi?

“Ti aspetta un lunedì magnifico, peccato che la domenica non finirà mai!”. È facile oggi ritrovarsi in queste malinconiche parole di Franz Kafka. Stagnazione economica, collasso climatico, Covid: sembriamo trascinarci di crisi in crisi senza mai guadagnare l’uscita dal tunnel.

Ma qualcosa sembra muoversi attorno a noi. Succede in Europa, dove nel cuore della pandemia l’Unione è riuscita ad approvare la prima emissione comune di debito. Il Recovery Fund non è la panacea per tutti i mali, ma, insieme al programma Sure, che finanzia la cassa integrazione, va a formare il primo embrione di una politica industriale e sociale europea. Anche la Germania sembra muoversi. Una giovane donna, leader dei Verdi, è in testa ai sondaggi. Potrebbe sbarcare a Berlino una nuova leadership capace di archiviare lo scontro tra formiche e cicale e superare l’era dei “Nein” a ogni progetto minimamente ambizioso. Non è cosa da poco: un cambio di governo nel Paese egemone è forse il motore più potente per ridefinire i limiti del politicamente possibile nel nostro continente.

Intanto gli Stati Uniti di Joe Biden tentano di archiviare la prospettiva di inesorabile declino che si dipingeva sotto la presidenza Trump. Le prime azioni della nuova amministrazione – investimenti per 5 miliardi di dollari, sei volte il Recovery europeo, rilancio del welfare, aumento della tassazione per le grandi imprese, tentativo di revoca dei brevetti sui vaccini… – vanno a picconare un’intera ortodossia economica. Quell’ortodossia che ha fomentato scandalose diseguaglianze e gettato sempre più persone ai margini.

E l’Italia? Alle prossime elezioni corre un rischio enorme. Il rischio di trovarsi isolata e ancorata al passato. Governata da un duetto di estrema destra che getterà il Paese nella caccia ai migranti mentre attorno a noi il mondo riscopre la speranza. Un rischio per tanti: un’Italia nazionalista e autoritaria diventerà un formidabile blocco per ogni trasformazione virtuosa dell’Europa. Un rischio reale: basta leggere i sondaggi e osservare la leggerezza con cui Pd e M5S stanno trattando le elezioni amministrative. Per citare ancora Kafka: certo che c’è speranza, solo non per noi. Ribaltare questa profezia dovrebbe divenire oggi la nostra stella polare. Ci sono due attori che portano una grande responsabilità: il gigante e il topolino. Il gigante Cinque Stelle, che dalla sua attuale crisi può emergere finalmente con una propria identità. Con le dovute differenze il Movimento potrebbe divenire ciò che i Verdi sono in Germania. Un ritorno alle origini, per certi versi: reddito universale, riduzione dell’orario di lavoro, diritti civili, emissioni zero e trasporto pubblico. Il topolino è Sinistra Italiana. Unico partito di opposizione in Parlamento oltre all’estrema destra di Meloni. Dovrebbe avere un obiettivo chiaro. Scordarsi i tavoli che per anni hanno impelagato la sinistra in autoreferenziali quanto inconcludenti negoziazioni fra dirigenze, e divenire la terza gamba di un’alleanza progressista capace di tenere l’estremismo di destra fuori dal governo.

Ma la responsabilità è condivisa da tutti noi. È facile restare ai margini, ironici e con le mani pulite. È facile additare le tragiche mancanze dei partiti qui menzionati e dei partiti in generale. È facile dire che servirebbe “ben altro”. Chi scrive lo ha fatto. Ma forse è il momento dell’umiltà. E di dare una mano. Perché ci giochiamo tutto nel prossimo anno. Perché non possiamo permettere all’ottimo di essere nemico del buono. Perché non è vero che si debba toccare il fondo per risalire e non è vero si debba distruggere per costruire. Perché sicuramente il lunedì non sarà magnifico, ma la domenica possiamo finalmente provare ad archiviarla.

 

Quel branco televisivo contro Virginia Raggi

Ai lettori che ci chiedono: “Perché Virginia Raggi è in testa ai sondaggi a Roma?” consigliamo di guardare l’ultima puntata di diMartedì, dov’erano ospiti Raggi e tre commentatori critici.

L’ordine del giorno è: “Conte sostiene Raggi”, il che non va bene: avrebbe dovuto sostenere Gualtieri, o magari Calenda; e “Raggi si ricandida nonostante gli errori”. Sallusti incornicia il dibattito nel frame dell’uno contro tutti: “Si è fatta un’idea del perché gli osservatori tutti giudicano questa esperienza un fallimento”? (Non i cittadini romani, però: nei sondaggi come detto è prima). Raggi ammette di aver fatto degli errori all’inizio dettati dalla inesperienza. Subentra Antonio Caprarica, che ha dismesso il sorriso sornione che l’ha reso famoso davanti a Buckingham Palace per sistemare per le feste colei che ha rovinato Roma: “Abbiamo bruciato due o tre anni a Roma per sopperire all’inesperienza della sindaca!”. Raggi elenca i problemi decennali di Roma, Mafia Capitale, i bilanci dell’Ama con 18 anni di ruberie e il tentativo di risalire. Caprarica ricalcola il percorso: adesso la colpa di Raggi è il machiavellismo della ricandidatura: “Complimenti, grosso colpo! Quando si è resa conto che il suo partito non l’appoggiava ha minacciato di spostare armi e bagagli su Rousseau”. Raggi risponde che non era un ricatto, ma una ricandidatura. Un sorrisetto perfido da Santa Inquisizione consegna la risposta della processata alle scuse farfuglianti dei condannati.

In studio, Antonella Boralevi infilza Raggi con arguzia: “Io sono interessata al lato emotivo della sua scelta. Il nostro cervello ha la tendenza a raccontarsi il passato. I neurologi…”, e qui ci perdiamo un po’, “lei infonde (sic) sicurezza sul fatto che lei è stata brava. Ha ammesso che ha perso 5 anni. Si è ricandidata perché vuole dimostrare a sé stessa che è brava invece di aver sbagliato come tutti dicono?”. Che lo dicano tutti è falso: è prima nei sondaggi. Raggi riprova a elencare i motivi per cui non crede di aver perso 5 anni: asili, lavori stradali, acqua pubblica… Boralevi si infuria: “Le faccio notare che lei ha ripetuto due cose nelle sue repliche. I cinghiali e la spazzatura, a Roma, li vede?”. Alla stessa domanda, evidentemente, Raggi deve dare risposte diverse. Invece sui cinghiali ci uniamo al lamento straziante della Boralevi: la Raggi la deve piantare di mandare addetti del Comune nella Scurcola Marsicana a prelevare i cinghiali e a farli precipitare dagli elicotteri sul quartiere Flaminio. Boralevi cambia specializzazione: “Uno psicanalista direbbe di cambiare il colore delle sue lenti” (non un ottico?). Par di capire che il sottotesto, tra neurologi e strizzacervelli, sia che Raggi è pazza.

Floris prende in mano la situazione: “Andiamo su temi più politici”, ma le cose politiche non gliele fanno dire: è un processo alla persona e lei deve pentirsi e dire quello che pensano loro. Sallusti ha un’idea delle sue, un’insinuazione pro-Berlusconi: “Lei ha pagato il giustizialismo? Perché è stata assolta da tutto, ma appariva una colpevole”, ma la domanda non ha senso e se ne accorge appena finito di porla. Caprarica insorge e le chiede un’abiura: “È pronta a fare una scelta? Si trova più a suo agio con la Lega o col Pd?”. Per quanto possa suonare incredibile, un giornalista sta chiedendo a una sindaca come intende indirizzare la politica nazionale. Raggi risponde che i cittadini scelgono un sindaco per progetti concreti e sono poco interessati alle ideologie (contestabile, ma è il suo pensiero). Caprarica fa scoppiare una bomba: “Lei non ha detto una parola sulla legge Zan!”. In effetti, mentre smantellava le ville dei Casamonica, una parola sulla differenza tra genere e identità di genere Raggi poteva pure dirla. Comunque, la sindaca dice di essere a favore della legge e contro le discriminazioni. Non va bene. Boralevi: “Il M5S e il Pd si devono alleare o no? Subito, secca”. Raggi argomenta, spiega che le alleanze si fanno su progetti comuni, e chiede retoricamente: “Su cosa devono allearsi?”. Boralevi è fuori di sé: “Non siamo bambini, lei risponde con una domanda a una domanda! Lei deve rispondere con una cosa che in filosofia si chiama asserzione”. Sarebbe in semiotica, ma vabbè. “Lei deve cominciare a capire che gli elettori non sono dei deficienti!”.

L’impressione è che costoro non fossero minimamente preparati su quello che ha fatto e non fatto Raggi a Roma, perciò non avevano niente di reale da contestarle, se non di essere sé stessa. Sembravano caricati a pallettoni da una vulgata che non consente approfondimenti. Amiconi e docili coi politici squali, contro Raggi sprizzano odio di classe, disprezzo, dileggio, paternalismo, maestrinismo ingiustificato, complesso di superiorità. Naturalmente non c’è niente di personale: è logica di branco (chissà cosa ne direbbe uno psicanalista). Ecco perché Raggi è prima nei sondaggi.

“Facciamo che io ero Draghi”: il nuovo gioco per alzare l’autostima

Per provare cosa prova Draghi a essere tanto incensato, e abituare il mio ego a ciò che gli accadrà dopo i miei futuri avanzamenti di carriera, che reputo ineluttabili a causa della mia scintillante collaborazione al Fatto Quotidiano, a cui ho portato fortuna (+47% di vendite da quando ho cominciato a scriverci: mi piace pensare che è solo merito mio, ovvero del mio uso irresponsabile degli ingredienti best-seller sesso e violenza), compio ogni giorno un semplice esercizio spirituale: leggo gli articoli dei giornaloni su Draghi sostituendo al suo nome il mio. Potete farlo anche voi col vostro: è come un massaggio con happy ending, e in più è gratis.

Repubblica: “Luttazzi appare come una persona che ti viene voglia di chiamare personalità, per quel sorriso quasi angelico, il modo di parlare elegante, l’aria da gentleman affabile ma inafferrabile, la distanza educata, con una moglie di gran classe che non parla”. Il Messaggero: “La retorica di Luttazzi è di tipo classico, secca, conforme al meglio della tradizione italiana”. Il Secolo XIX: “Quei silenzi da interpretare per capire il pensiero di Luttazzi”. Il Foglio: “D’Alema con Space Invaders, Renzi con la Playstation, Luttazzi sulla piattaforma chess.com: lo vedete il salto di qualità? Ci sono quelli bravini e i primi della classe. Poi, ci sono i fuoriclasse. Luttazzi, tra una consultazione e l’altra, gioca a scacchi online”. Il Giornale: “Un po’ come Il Grande Gatsby, che non partecipava quasi mai alle sue feste limitandosi a vigilare sul fatto che tutto fosse impeccabile, Luttazzi sceglie di non presenziare”. Huffington Post: “Breve e chiaro, in fondo molto poco italiano nella scelta di un registro icastico nel paese del melodramma. Funziona perché Luttazzi è così. Fa colazione con cappuccino e cornetto integrale. L’aperitivo è con Aperol Spritz”. Ansa: “Luttazzi, il suo macellaio: ama cucinarsi da solo il brasato”. Oggi: “Luttazzi sceglie il blu anche per l’abbigliamento ‘informale’. Curiosità: non ha profili social e non usa neanche WhatsApp. Ma è un grande appassionato di Web e Mail”. Il Giornale: “‘È uno qualunque’, spiega il giornalaio, ‘una persona distinta, sicuramente riservata, ma non si atteggia a un rango superiore’. La parola più usata è timido. ‘Al bar in piazzetta si siede sempre vicino alle piante per non farsi riconoscere’”. Libero: “Il vero campione è il cane di Luttazzi. Si tratta di un bracco ungherese di 5 anni e gode di una salute favolosa – assicura il suo veterinario. Si dice che i cani finiscano per assomigliare ai padroni e come sapete Luttazzi è meticoloso, attento, riservato, signorile nei modi, insofferente alla caciara, dicono persino che soffra di insonnia e ami ascoltare Leonard Cohen nel silenzio di casa sua”. La Stampa: “Roberto, titolare della pasticceria in piazza, elogia ‘il garbo e la gentilezza di Luttazzi. Viene qui soprattutto per le nostre meringhe, che prepariamo quasi esclusivamente per lui’”. Adnkronos: “Nel pedigree dello sportivo Luttazzi c’è anche la corsa. Anzi, la mezza maratona. Più precisamente la Roma-Ostia, che ha corso per quattro volte, scendendo sotto le due ore”. Repubblica: “Nella Sala dei busti, attigua a quella dove Luttazzi tiene le sue udienze, persino Enrico De Nicola e Alcide De Gasperi si guardano e sembrano sorridere”.

 

Non disturbate il manovratore (se non è Conte)

Analisti politici ben più ferrati di noi hanno sviscerato, vagliato, compulsato le parole di Sergio Mattarella che ha “strigliato” (adoro) i partiti della maggioranza colpevoli (leggo) di agitarsi fuori luogo in una frenesia di distinguo, batti e ribatti e di bandierine sventolate per segnare il territorio. Si potrebbe tradurre con un: ragazzi non disturbate il manovratore se non fosse espressione assai poco consona ai forbiti amanuensi quirinalizi. “Monito” (adoro) del capo dello Stato che ci sembra rivolto soprattutto alle due comari in perenne bisticcio, Matteo Salvini ed Enrico Letta, ma che pur tuttavia potrebbe sollevare un paio di interrogativi, giusto perché non abbiamo niente di meglio da scrivere.

Se dunque nel manovratore da non disturbare riconosciamo la figura del premier Mario Draghi, la cosa susciterebbe un certo stupore. Poiché raramente nella storia repubblicana un presidente del Consiglio ha goduto di un così largo sostegno parlamentare, oltre che di un credito personale illimitato e di una stampa che definire entusiasta è riduttivo. Sul manovratore alle prese con petulanti disturbatori ha scritto parole sagge Michele Serra, ieri su Repubblica, nella rubrica dal sobrio titolo: “Il sospetto che sia un genio”. Serra scrive che “essere autoritari, sono capaci tutti, ma essere autoritari senza che nessuno se ne renda conto, e anzi raccogliendo il vivo plauso di destra, sinistra, centro e flou, e mettendo in fila nei telegiornali della sera un lieto corteo di franchi alleati, e di fedeli consiglieri, be’ ci vuole del talento”. Convinti che se gli girasse male il genio manovratore potrebbe estromettere dal tram importuni e seccatori senza problemi per il tragitto, che sarebbe reso anzi più agevole, non ci soffermeremo sulla “irritualità” (adoro) della “ramanzina” o “tirata d’orecchi” presidenziale. Ovvero sul sacrosanto diritto dei partiti a esprimere posizioni, idee e opinioni, anche le più becere, perché è un’obiezione che stranamente non ha sollevato nessuno. Mentre una domanda sorge spontanea riguardo al “fare squadra” per non rallentare l’azione del governo sul fronte dei vaccini e del Recovery Fund. Giusto, ma come mai analoghe preoccupazioni non furono sollevate dal Colle quando il governo Conte veniva massacrato un giorno sì e l’altro pure da Matteo Renzi e friends? Eppure, quel governo dei Peggiori aveva a che fare con una cosuccia chiamata pandemia, il Paese in ginocchio, centinaia di morti al giorno e terapie intensive allo stremo. Sicuramente però a noi orfanelli di Giuseppi è la memoria che ci inganna.