La scommessa di Burry: Tesla crollerà

Come gestore dell’hedge fund Scion Capital divenne una leggenda – fu immortalato dal libro e dal film The big short – per aver piazzato una rischiosa scommessa vincente da oltre 1 miliardo di dollari sul crollo di Wall Street del 2007, prevedendo la crisi dei mutui subprime con un guadagno del 726%. Ora Michael Burry cerca il bis con una grossa puntata al ribasso: nel mirino stavolta c’è Tesla, il produttore di auto elettriche del miliardario Elon Musk. Tramite Scion Asset Management, il finanziere al 31 marzo aveva accumulato opzioni put su 800mila azioni Tesla, che gli danno il diritto di vendere i titoli dell’azienda di Musk per lucrarne sui cali in Borsa. È impossibile sapere quando Burry ha fatto le sue mosse e a quale prezzo ha comprato le opzioni put, ma si stima abbia speso oltre mezzo miliardo di dollari. Una somma enorme, eppure solo un millesimo del valore di Borsa di Tesla, pari a 545 miliardi.

Che Tesla non navighi in buone acque a Wall Street è un fatto. Le sue azioni il 26 gennaio avevano segnato il massimo storico a 883 dollari, dopo un rally rialzista durato un anno che ne aveva moltiplicato per 8 volte il valore. A quel punto emersero preoccupazioni sulla loro sopravvalutazione e in due mesi perdettero un quarto del loro valore. Ieri erano sotto i massimi di oltre il 40%, con un avvio di seduta in calo del 5,2%. Dal 31 marzo a oggi l’azione Tesla è scesa di oltre il 15%, la scommessa ribassista di Burry potrebbe dunque aver già iniziato a pagare.

Eppure a prima vista i conti di Tesla non vanno male. I ricavi della casa automobilistica nel quarto trimestre 2020 sono aumentati a 10,74 miliardi di dollari dai 7,38 del 2019, con un utile netto annuale (il primo della sua storia) di 721 milioni di dollari. Ma si è trattato di profitti “dopati”, realizzati incassando 1,58 miliardi dalla vendita all’ex Fiat Chrysler, oggi Stellantis, di certificati regolatori sulle emissioni di anidride carbonica, senza i quali Tesla avrebbe chiuso l’anno in perdita. Inoltre, senza gli incentivi pagati dai vari governi a chi acquista le costose Tesla, anche i ricavi sarebbero stati inferiori. Pure nel primo trimestre di quest’anno i conti sono stati positivi: il fatturato effettivo è stato di 10,39 miliardi, 100 milioni oltre le previsioni, con utili per azione di 93 centesimi, 14 oltre le attese, con 185mila veicoli consegnati, più del doppio del 2020. Ma gli analisti sono rimasti scettici, sottolineando che la società non ha offerto una stima chiara sulle previsioni per l’intero 2021.

Già a dicembre Burry, con un tweet poi cancellato, disse di essersi messo “corto” per scommettere sul calo di Tesla, sostenendo che l’azione di Musk era arrivata a livelli borsistici insostenibili. L’anno scorso il finanziere aveva anche affermato che le vendite di crediti ambientali sulle emissioni di anidride carbonica da Tesla all’ex Fiat Chrysler sarebbero diminuite. In effetti ad aprile Stellantis ha reso noto che intende raggiungere i suoi obiettivi annuali di riduzione delle emissioni di C02 senza acquistare crediti ambientali dall’azienda di Musk. Su Tesla, dunque, l’outsider che nel 2007 andò da solo contro il mercato starebbe invece allineandosi a uno scetticismo diffuso. Sia come sia, Burry e Musk hanno qualcosa in comune: dicono di soffrire entrambi della sindrome di Asperger (un tratto dello spettro dell’autismo) e usano spesso Twitter in modo inconsulto. Da Wall Street, la loro contesa potrebbe trasferirsi sui social network.

Fisco, via libera ai furbi: Macron aiuta Amazon&C.

Nuove nubi si addensano sulla trasparenza fiscale delle multinazionali. Dopo un lungo e travagliato negoziato a Bruxelles durato cinque anni, la Francia minaccia ora di far saltare l’accordo finale tra governi ed Europarlamento, se la direttiva sul Country-by-country reporting (in gergo Cbcr) non verrà profondamente annacquata.

La mossa arriva a poche settimane dalla notizia che Amazon non pagherà tasse per il 2020, nonostante il suo fatturato in Europa sia aumentato del 30%, da 31 a 42 miliardi, ma non dovrà restituire le tasse risparmiate dall’accordo fiscale segreto con il Lussemburgo (bocciato da Bruxelles ma salvato dalla Corte di giustizia Ue). È la magia delle norme europee, per cui i redditi prodotti in Italia o in Svezia vengono “spostati” in uno Stato più morbido per imposizione fiscale, senza che i cittadini sappiano quanti soldi vengono sottratti alle casse del proprio Stato. Ora Macron offre un aiutino in più ai giganti web come Amazon, Apple, Google, Microsoft.

Andiamo con ordine. La direttiva sulla trasparenza fiscale delle società impone ai colossi con più di 750 milioni di fatturato di rendere noti ricavi tasse prodotti in ogni Stato. È stata presentata dalla Commissione Ue nel 2016, è approvata dal Parlamento a luglio 2017, ma una volta arrivata al Consiglio, dove siedono i governi, se ne sono perse le tracce. I soliti paradisi fiscali – Irlanda, Lussemburgo, Malta – ma anche grandi Paesi come la Germania e insospettabili come la Svezia, non volevano sentir parlare di trasparenza fiscale. Poi, pian piano, si è creata una maggioranza a favore del nuovo testo. Rimaneva però l’ostilità di Berlino, che ha avuto la presidenza dell’Unione nel secondo semestre 2020 facendo scomparire la direttiva dai radar, non mettendola mai all’ordine del giorno delle riunioni degli ambasciatori. A gennaio però è cambiato il vento: la nuova presidenza portoghese ha messo il country-by-country reporting al voto in maggioranza il 25 febbraio e la direttiva è passata. Da allora è cominciato il trilogo, l’ultimo scoglio del lungo iter delle leggi europee: un tavolo negoziale dove Europarlamento, Commissione e governi si accordano sul compromesso finale prima delle ratifiche nazionali. Ma all’improvviso, alla vigilia di una riunione del trilogo lo scorso 23 aprile, è arrivato il blitz della Francia. La delegazione francese a Bruxelles ha fatto circolare un documento in cui si chiede di adottare una versione molto più blanda. Secondo Parigi, le imprese potrebbero omettere per sei anni delle informazioni ritenute sensibili. E, soprattutto, non sarebbero più obbligate a rivelare i dati dei paesi fuori dall’Ue, che potrebbero essere forniti in modo “aggregato”. Lo spostamento dei profitti verso i grandi centri di elusione fiscale come le isole Cayman, Bermuda o Singapore continuerebbe quindi a rimanere nascosto.

La mossa ha lasciato di stucco i diplomatici a Bruxelles. Finora Parigi aveva sostenuto la proposta, il presidente Macron ne aveva fatto un cavallo di battaglia all’inizio della sua presidenza nel 2017. Il documento distribuito alla riunione degli ambasciatori è stato scritto direttamente da una funzionaria della potente confindustria francese, il Medef. I metadata del documento, che il giornale francese Contexte ha condiviso con Investigate-Europe, rivelano che Tania Slaunier, la principale esperta fiscale del Medef, è l’autrice del testo, dove sono rimaste le sue note e commenti.

Gli eurodeputati sono molto preoccupati. La socialista Evelyn Regner teme che la direttiva venga di nuovo messa nel dimenticatoio. Da luglio a dettare l’agenda europea sarà infatti la Slovenia che non è interessata al dossier, mentre Parigi prova a sabotarlo. Il 26 maggio si terrà una riunione degli ambasciatori sul tema. I portoghesi vorrebbero chiudere la partita, ma se anche solo un altro paese si allea con Parigi, l’Europarlamento sarebbe costretto ad accettare un compromesso al ribasso, pur di lanciare l’operazione trasparenza. Secondo i dati del Tax Justice Network, ogni anno in Europa si perdono 80 miliardi di dollari per l’elusione fiscale delle multinazionali, più di metà del bilancio annuale Ue.

 

Il pg di Firenze Viola ora scrive al Csm: “Fate presto su Roma”

Il procuratore generale di Firenze Marcello Viola, dopo aver vinto il ricorso al Consiglio di Stato (Cds) contro la nomina di Michele Prestipino a procuratore di Roma, ha spedito “un atto di invito” al Csm, finito anche sulla scrivania della ministra della Giustizia Marta Cartabia, “per conoscenza”. I legali del magistrato, Giuseppe Impiduglia e Girolamo Rubino, chiedono al Csm di ripartire dal 23 maggio 2019, pre-scandalo Palamara, quando la Quinta commissione aveva proposto Viola con ben 4 preferenze su 6. Due voti, invece, erano andati rispettivamente al procuratore di Palermo Franco Lo Voi, anche lui già vincitore al Tar e a Giuseppe Creazzo, procuratore di Firenze, che ha chiesto la pensione anticipata. Nell’atto di invito, dunque, si richiede di portare in plenum, per il voto definitivo, le proposte che furono votate a maggio 2019 e poi annullate in Quinta, a settembre 2019, come effetto “politico” dello scandalo nomine. Non a caso i legali citano la sentenza del Cds secondo la quale “la proposta originaria (senza alcuna preferenza per Prestipino, ndr) era caratterizzata da legittimità e correttezza nonché opportunità, non confutata in occasione della revoca’”. Ad avviso del Pg Viola il Csm deve “celermente” mandare quelle “originarie proposte” alla ministra Cartabia per il concerto e poi sottoporle al voto del plenum perché “l’importantissimo” ufficio di Roma “è privo del procuratore”, anche se Prestipino è al suo posto, come facente funzioni e il Csm, in astratto, può riproporlo. Nel giorno della decisione del Cds, dal Csm fecero sapere che si sarebbe mosso solo dopo la pronuncia sul ricorso pendente di Lo Voi. È “superfluo”, si legge, dato che il Cds ha già annullato la nomina di Prestipino. Il Csm ha un mese per rispondere.

Storari dai pm: “Diedi i verbali di Amara a Davigo”. Consegnate le mail inviate a Greco

Oltre quattro ore di interrogatorio ieri per il pm Paolo Storari indagato dalla Procura di Brescia per rivelazione di atti coperti da segreto. Sul piatto i verbali dell’ex legale esterno di Eni, Piero Amara, su una presunta loggia massonica chiamata Ungheria consegnati da Storari all’ex consigliere del Csm, Piercamillo Davigo. Nelle scorse settimane, sempre Storari era stato sentito in procura a Roma. Ma dopo aver spiegato che la consegna degli atti coperti è avvenuta a Milano, l’intero fascicolo è passato a Brescia e viene gestito dal procuratore Francesco Prete, che ieri ha condotto l’interrogatorio del magistrato assistito dal suo legale Paolo della Sala. Come a Roma, anche ieri Storari, arrivato in tribunale poco dopo le tre del pomeriggio, ha confermato la sua versione dei fatti e ha “chiarito” la sua posizione, spiegando – ha detto il suo avvocato – di aver affidato i verbali “a chi ha detto che si sarebbe assunto la responsabilità di questo fatto”. Quindi ha confermato che la scelta di consegnare i documenti a Davigo fu un atto a sua tutela visto che per mesi – è la versione di Storari – nonostante le sue sollecitazioni, il procuratore di Milano, Francesco Greco, non aveva proceduto ad alcune iscrizioni. Su questo, lo stesso Greco ha prodotto una memoria che rilegge i fatti in modo contrario. I primi verbali di Amara in cui si fa cenno alla loggia risalgono al 6 dicembre 2019. Si protrarranno anche a gennaio. Ad aprile poi Storari consegnerà alcuni verbali a Davigo. Questo dopo aver inviato almeno dieci email a Greco e al procuratore aggiunto Laura Pedio per spingere alle iscrizioni e iniziare indagini serrate. Successivamente Davigo parlerà del contenuto degli atti con il procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi. Venuto a conoscenza del caso Salvi attorno al 9 maggio, avrà un primo colloquio con Greco. Pochi giorni dopo la Procura procede a iscrivere Amara e altre due persone. Da quel momento in poi saranno sentiti oltre dieci testimoni, ma non verranno acquisiti i tabulati telefonici dei presunti membri della loggia. Da Milano il fascicolo sarà poi trasferito a Perugia per competenza. A Brescia invece si studia il caso che riguarda gli atti consegnati a Davigo. Quei verbali arrivarono in forma anonima a due giornali: secondo la procura di Roma a inviarli fu la ex segretaria di Davigo, ora indagata nella capitale. Ieri Storari ha anche consegnato le email, tra lui Greco e Pedio con la quale fino a un mese fa lo stesso Storari ha condiviso il delicato fascicolo sul presunto complotto ordito da Eni per affossare l’inchiesta milanese sul fondo di esplorazione Opl245 in Nigeria.

Archiviate le accuse contro Carola Rackete. “Suo dovere portare i migranti in porto”

“Aveva il dovere di portare i migranti in porto”. Per questo motivo il gip ha archiviato l’accusa contro Carola Rackete. La 33enne comandante della Sea Watch era stata arrestata nel luglio 2019, per resistenza e violenza contro una nave da guerra, per aver forzato il blocco navale a Lampedusa, imposto dall’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, urtando una motovedetta della Guardia di Finanza. La ong era rimasta per 19 giorni ostaggio del decreto Sicurezza bis, che ne impediva l’ingresso in acque italiane, fino a quando Rackete non l’ha violato: “Non posso più garantire lo stato delle persone, devo far sbarcare le 42 persone”. Ieri, il procuratore Luigi Patronaggio ha chiesto l’archiviazione: “Ci siamo adeguati alle indicazioni della Corte di Cassazione che aveva confermato l’annullamento dell’arresto. Pur avendo qualche perplessità sul bilanciamento dei beni giuridici in gioco”. “Rackete aveva adempiuto al suo dovere di soccorso e di portare i migranti in un porto sicuro”, ha detto soddisfatto il suo legale Alessandro Gamberini.

Oggi Bruxelles si esprime su sospensione licenze brevetti

Dopo mesi e mesi di battaglie, l’Europarlamento oggi si esprimerà sull’emendamento – presentato tra i primi firmatari Mgli eurodeputati Marc Botenga e Manon Aubry del gruppo The Left – per sospendere temporaneamente i brevetti dei vaccini anti Covid. “L’aumento dei decessi in tutto il pianeta – ha spiegato Vittorio Agnoletto, portavoce della campagna europeaRight2Cure #NoProfitOnPandemic che ha raccolto 200mila firme – è in stretta correlazione con la disponibilità dei vaccini che le aziende titolari dei brevetti non sono in grado di assicurare per coprire il fabbisogno mondiale. Ecco perché la sospensione temporanea dei brevetti sui vaccini è l’unica scelta da fare con urgenza”.

Intanto la campagna vaccinale europea potrebbe fare un ulteriore balzo in avanti e coinvolgere a breve le fasce più giovani meno suscettibili all’infezione, ma comunque driver del contagio. “Si prevede che il 28 maggio l’Ema rilasci l’autorizzazione al vaccino Pfizer per la fascia 12-15 anni – ha detto ieri alla Camera il ministro Roberto Speranza –. Per il momento è previsto a partire dall’età di 16 anni, gli altri vaccini dai 18. Vaccinare i giovani è strategico ed essenziale per la riapertura in sicurezza del prossimo anno scolastico”. Le vaccinazioni degli adolescenti sono già iniziate negli Usa. A fine marzo erano arrivati i primi dati sul vaccino Pfizer-BionTech “sicuro ed efficace” secondo i dati del trial clinico in corso su 2.260 giovani. Il vaccino, secondo quanto affermato dalle due società, è risultato “efficace del 100% nel prevenire la malattia sintomatica”.

“Capisco perché certi Paesi vogliono vaccinare i loro bambini e adolescenti, ma ora consiglio loro di riconsiderare e donare piuttosto vaccini a Covax, perché nei Paesi a basso reddito le forniture di vaccino non sono sufficienti nemmeno a immunizzare gli operatori sanitari e gli ospedali sono inondati da persone che hanno bisogno urgente di cure salvavita” aveva detto di Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms. Lanciato nell’aprile 2020 dalla stessa Oms, Covax è il programma di collaborazione globale per accelerare lo sviluppo, la produzione e la parità di accesso per tutti i Paesi ai vaccini contro il Covid-19.

L’europa vaccinata scommette sull’estate

“Oggi abbiamo raggiunto i 200 milioni di vaccinazioni nell’Ue. Siamo sulla buona strada verso il nostro obiettivo: somministrare dosi sufficienti per immunizzare il 70% degli adulti nell’Unione europea entro luglio”. Così ieri twittava la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. E sono proprio i vaccini – com’era prevedibile – a rappresentare (forse) la svolta decisiva per il superamento della pandemia, come dimostra il lento ritorno alla normalità nei maggiori Paesi europei.

Germania “C’è fiducia,  ma vietato rilassarsi”
“Saremo coraggiosi e vigili: ripartirà la vita pubblica ed economica, ma non smetteremo di tenere d’occhio lo sviluppo della pandemia” ha detto la cancelliera Angela Merkel pochi giorni fa. Ancora vigenti restrizioni imposte nei luoghi pubblici e coprifuoco per tentare di curvare la linea della terza ondata, ma in Germania le basse cifre dei contagi, che adesso non superano gli ottomila al giorno, “ispirano fiducia”, ha riferito il portavoce del governo Steffen Seibert, ma “non sono state raggiunte le condizioni per godere di un’estate rilassata come le altre”. Già oltre 30 milioni le dosi di vaccino somministrate: il 37% della popolazione ha già ricevuto la prima, mentre più dell’11% è pienamente protetto dal virus.
Nuove regole anche per le somministrazioni: il ministro della Salute, Jens Spahn, ha annunciato che verranno rimossi i limiti di età dal prossimo 7 giugno. Abolita ogni restrizione per i turisti vaccinati e quelli pienamente guariti che vorranno recarsi in Germania.
Mentre il Paese torna a passeggiare lentamente per le sue strade, assistiti dalla Croce rossa, 200 tedeschi sono in quarantena obbligatoria perché affetti dalla pericolosa variante indiana.

Austria La luce dopo sette mesi di lockdown
Dopo quasi sette mesi di lockdown, più o meno rigido, l’Austria è ripartita ieri: riaperti ristoranti, alberghi, palestre, campi sportivi, teatri e cinema. Dappertutto serve comunque un test negativo.
Per chi ha ricevuto la prima dose di vaccino, il “lasciapassare” scatta il 22esimo giorno dopo la somministrazione per tre mesi, mentre chi ha concluso il ciclo vaccinale ha nove mesi di “libertà”.

Uk Fase 3, si mangia al chiuso
Nel Regno Unito i contagi quotidiani sono circa 2.600, i morti ieri 3. Quasi 37 milioni hanno ricevuto la prima dose di vaccino, quasi 21 anche la seconda. Con alcune differenze fra le 4 nazioni, il paese è quindi entrato lunedì nella terza fase di riaperture. È ora consentito mangiare anche all’interno di ristoranti e pub, visitare cinema e musei, e si possono riunire, senza distanziamento, fino a sei persone al chiuso (di più se appartenenti a due gruppi familiari) e fino a 30 all’aperto.
Ripresi anche i grandi eventi pubblici: se al chiuso, con tetto di 1.000 partecipanti (o il 50% della capacità se inferiore a 1.000), mentre per gli eventi all’aperto il limite va dalle 4.000 persone (o il 50% della capacità) per luoghi più piccoli alle 10mila persone (o il 25% della capacità) in spazi più ampi. Libertà anche per pernottamenti fuori casa e viaggi internazionali, con l’eccezione dei paesi ad alto rischio. Ambiguità sulle vacanze: le linee guida le consentono anche nei paesi classificati arancione, a medio rischio, come l’Italia, ma Boris Johnson ha raccomandato di limitarle alla lista verde, quella a rischio minimo, e di recarsi nei paesi arancioni solo in caso di emergenza. Il piano dell’esecutivo è tornare alla normalità pre Covid il 21 giugno, ma la recente diffusione della variante indiana rischia di far saltare i programmi.

Francia Macron e premier a colazione in piazza
“È un piccolo momento di libertà ritrovata, ma bisogna restare prudenti”: così Emmanuel Macron ieri mattina, al tavolino di un caffè, insieme al suo premier, a due passi dall’Eliseo. Quella di ieri era la tappa più attesa della ripartenza in Francia: bar e ristoranti (a cui finora era consentito solo l’asporto), cinema, musei e teatri hanno infatti potuto riaprire. Erano chiusi dal 30 ottobre 2020, senza interruzione.
I protocolli sanitari sono stretti. Per i ristoranti, per esempio, solo i déhors sono autorizzati e con una capienza al 50%. I cinema al 35%, per un massimo di 800 persone, e senza pop corn. Riaperti da ieri anche tutti i negozi e i centri commerciali. Il coprifuoco è passato dalle 19 alle 21.
I dati dell’epidemia migliorano, anche se i contagi restano alti, tanto che molti medici temono la “quarta ondata” in estate: il 18 maggio, sono stati registrati 17 mila nuovi positivi, 187 i morti (108 mila in tutto).
Il tasso di incidenza è di 148 per 100 mila abitanti e l’indice R è 0,74. Poco più di 20 milioni di francesi hanno ricevuto almeno una dose di vaccino, meno della Germania e più o meno come l’Italia. Il ministro della Salute spera di “voltare la pagina” del Covid “entro novembre o dicembre”. La prossima tappa delle riaperture è il 9 giugno: il coprifuoco slitterà alle 23 e i bar-ristoranti potranno riaprire le sale interne. Il pass sanitaire diventerà allora obbligatorio per gli eventi con più di mille persone. Il coprifuoco sarà abolito il 30 giugno.

Spagna “Tutti saranno immunizzati entro agosto”
La Spagna non è più una nazione “ad alto rischio”: secondo i dati forniti ieri dal ministero della Sanità di Madrid, i contagi nel Paese sono in calo e non superano i 150 casi ogni 100 mila abitanti. Insieme alla Germania, la Spagna detiene, rispetto al resto d’Europa, il primato di un’altissima percentuale di cittadini vaccinati e procede spedita verso una descalation delle misure anti-Covid: il 38% della popolazione ha già ricevuto la prima dose del siero. Secondo le previsioni delle autorità, tutti i cittadini adulti saranno completamente immunizzati entro la metà di agosto. In media, in terapia intensiva negli ospedali spagnoli, solo il 18% dei pazienti è affetto dal virus, rispetto al 22% di un mese fa. Revocato anche lo stato d’emergenza annunciato in precedenza.
Il coprifuoco non è più in vigore in molte aree del Paese, ma potrebbe tornare immediatamente qualora i numeri dei contagi tornassero a risalire di regione in regione. Poiché le cifre fanno sperare per il meglio, riferiscono le autorità, potrebbe essere perfino non più obbligatorio indossare mascherine all’aperto: lo ha annunciato l’epidemiologo Fernando Simon, direttore del Centro coordinamento emergenze mediche spagnolo.

“Autunno Covid-free? Dipenderà dalla quota di immuni a settembre”

“Pandemia verso la fine”. Il professor Guido Silvestri risponde dall’Emory University di Atlanta e sembra fiducioso: “La chiave sarà la percentuale di vaccinati che raggiungeremo a settembre”.

Sarà un’estate normale?

È possibile che grazie ai vaccini si stia andando verso la fine della pandemia. Adesso abbiamo anche il vantaggio della bella stagione, che rende meno efficiente il contagio del virus tra persone, e quindi tutto fa pensare che ci aspetti un’estate abbastanza normale.

C’è il rischio di un autunno come l’anno scorso?

L’autunno-inverno 2020 è stato brutto perché ci siamo un po’ scordati la stagionalità classica dei virus respiratori, e non è stata usata a dovere la tregua di una estate praticamente senza-Covid per aumentare le capacità di tracciamento dei contagi (che è il metodo migliore per contenere il virus) e per rafforzare la preparazione ospedaliera. Nell’autunno 2021 avremo il grande vantaggio di avere milioni di vaccinati. Quindi le cose dovrebbero andare molto meglio, ma la chiave sarà la percentuale di vaccinati nel periodo tra adesso e fine settembre.

Qual è la strategia vincente da seguire ora?

Vaccinare il più possibile, presto e anche i bambini (ora è possibile solo tra 12 e 16 anni). Poi ripristinare la capacità di tracciamento per estinguere focolai residui: questo sarà importante nel momento in cui i vaccini avranno ridotto di molto i casi attivi, come già successo in Israele, Regno Unito e altri Paesi. Va mantenuto un certo livello di guardia negli ospedali e bisogna investire in piani strutturali per affrontare potenziali nuove pandemie. A quel punto serve il coraggio, politico, mediatico e scientifico di tornare a una vera normalità, accettando il fatto che il rischio zero non esiste.

Anche negli Usa il virus circola meno, ma sappiamo come stanno le cose nei Paesi poveri?

​Negli Usa siamo ormai a un decimo della circolazione virale rispetto ai picchi di gennaio, con numeri che non si vedevano dal giugno scorso. Con oltre 160 milioni di persone vaccinate il virus fatica a trovare spazi e il caldo aiuta anche qui. Tutto o quasi è tornato alla normalità e c’è molto ottimismo. Ma una pandemia non si risolve vaccinando solo o quasi nei Paesi ricchi, bisogna fare uno sforzo globale per vaccinare tutto il pianeta, come per vaiolo e polio. Innanzitutto per ovvii motivi etici, ma anche per evitarci guai ulteriori.

L’Africa la preoccupa?

​Il virus è circolato poco, forse per fattori ambientali, ed ha fatto pochi morti (più o meno come in Italia, che ha 60 milioni di abitanti contro i 1.300 milioni di africani). Va tenuto conto che l’Africa ha una popolazione molto giovane, meno a rischio di Covid severo, e l’obesità è rara, a differenza dell’America Latina dove si sono visti tassi molto alti di mortalità da Covid. Quando all’Africa mi preoccupano soprattutto malaria, tubercolosi, Aids e altre malattie infettive endemiche.

Ritardare la seconda dose del vaccino comporta problemi?

Non è ideale, soprattutto se il ritardo è prolungato mentre il virus sta circolando molto, gli anticorpi sono più alti e stabili dopo la seconda dose. Purtroppo a volte non si ha scelta, soprattutto se scarseggiano le dosi. I vaccini bloccano il Covid molto meglio dei lockdown, la vera sfida è vaccinare la popolazione presto e bene. Diciamolo chiaramente: da adesso in poi ogni nuovo lockdown sarà l’ammissione di un fallimento gestionale della campagna vaccinale, le cui responsabilità sarebbero squisitamente politiche.

Ci vaccineremo ogni anno?

​Impossibile dirlo al momento, ma nell’ambiente scientifico in molti pensiamo che la protezione conferita dai vaccini sarà abbastanza duratura. Ma se anche fosse necessario un boost annuale non credo che sarebbe la fine del mondo.

Genova “Allarmi ignorati, il ponte non sarebbe crollato”

“Se si fossero ascoltati gli allarmi, se si fosse tenuto conto delle relazioni di esperti e tecnici, chissà come sarebbe andata. Sicuramente il Ponte Morandi non sarebbe crollato”. Lo ha dichiarato il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi, nella settimana in cui sono cominciati gli interrogatori delle nove persone che hanno chiesto di essere sentite dopo la chiusura delle indagini sul crollo del viadotto che il 14 agosto 2018 ha provocato 43 vittime. Il riferimento di Cozzi è all’annotazione “informale” dell’ingegnere strutturista Antonio Brencich, indagato nell’inchiesta. Brencich era un componente esterno della commissione incaricata dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti dell’analisi del progetto di retrofitting (ristrutturazione) del Morandi presentato da Autostrade per l’Italia. In una mail inviata agli altri membri della commissione tratteggiò “uno stato di degrado del ponte impressionante, addirittura con la rottura di alcuni dei cavi metallici degli stralli… uno stato generale di degrado del calcestruzzo e delle armature dell’impalcato, un pessimo stato di conservazione del manufatto”.

Quei giudizi non furono inclusi nei carteggi ufficiali. E nessuno, dopo l’approvazione del progetto, chiese mai l’interdizione del viadotto.

Ruby ter, i pm: “B. seriamente malato”

“Noi crediamo che Berlusconi sia seriamente malato e affetto da una patologia severa: lo dicono i certificati e le consulenze”. La Procura di Milano vuole stralciare “temporaneamente” la posizione di Silvio Berlusconi dal troncone milanese del processo Ruby Ter (come è già successo nel troncone a Siena). L’ex presidente del Consiglio è accusato di corruzione in atti giudiziari ed è imputato insieme ad altre 28 persone, a cui si contesta – a vario titolo – anche il reato di falsa testimonianza a proposito delle “cene eleganti” di Arcore. Secondo l’accusa, Berlusconi avrebbe versato somme di denaro a molti testi del caso Ruby, tra cui le giovani presenti alle serate del bunga-bunga.

La difesa dell’ex presidente si è associata alla richiesta del procuratore aggiunto, Tiziana Siciliano giunta ieri alla luce delle condizioni successive alle dimissioni del fondatore di Forza Italia, 85 anni a settembre, dall’ospedale San Raffaele, dove era ricoverato per i postumi del Covid contratto lo scorso anno. Una richiesta giunta, però, anche dopo una lunga serie di rinvii delle udienze, causati dalle ripetute istanze di legittimo impedimento che Berlusconi ha presentato nell’ultimo periodo a causa dei suoi numerosi problemi di salute: in questo modo il procedimento potrà andare avanti anche senza la presenza di Berlusconi. La decisione verrà presa dai giudici il prossimo 26 maggio. “Credo che Berlusconi stia male davvero – ha detto Siciliano –. Non ho il minimo dubbio sulla situazione di particolare serietà e gravità e nulla mi fa dire che il quadro non si possa riproporre con modalità diverse anche in seguito”.

A opporsi allo stralcio, molti degli avvocati difensori degli altri imputati, fra cui il legale di Raissa Skorkina, secondo cui “noi altri siamo come delle figurine Panini senza la presenza di Berlusconi”. Anche se i giudici dovessero decidere per lo stralcio, i pm potrebbero comunque convocare come testimone il ragioniere Giuseppe Spinelli, contabile di fiducia dell’ex premier, che avrebbe fatto arrivare i soldi alle ragazze: una testimonianza più volte rinviata negli ultimi mesi. Dopo la deposizione di Spinelli, sarà la volta dell’esame degli imputati, tra cui Marysthell Polanco, che si era già detta pronta a “dire la verità”.

Durante l’udienza di ieri, sono state descritte le condizioni di salute di Berlusconi, che secondo i legali sarebbero piuttosto “preoccupanti”. “Il presidente è monitorato a casa – ha detto l’avvocato Federico Cecconi – si tratta di un soggetto defedato”, ossia debilitato. “È stata attrezzata una parte importante dell’abitazione di Villa San Martino – ha aggiunto il legale – per consentirgli una ripresa delle sue condizioni di salute”.