Come gestore dell’hedge fund Scion Capital divenne una leggenda – fu immortalato dal libro e dal film The big short – per aver piazzato una rischiosa scommessa vincente da oltre 1 miliardo di dollari sul crollo di Wall Street del 2007, prevedendo la crisi dei mutui subprime con un guadagno del 726%. Ora Michael Burry cerca il bis con una grossa puntata al ribasso: nel mirino stavolta c’è Tesla, il produttore di auto elettriche del miliardario Elon Musk. Tramite Scion Asset Management, il finanziere al 31 marzo aveva accumulato opzioni put su 800mila azioni Tesla, che gli danno il diritto di vendere i titoli dell’azienda di Musk per lucrarne sui cali in Borsa. È impossibile sapere quando Burry ha fatto le sue mosse e a quale prezzo ha comprato le opzioni put, ma si stima abbia speso oltre mezzo miliardo di dollari. Una somma enorme, eppure solo un millesimo del valore di Borsa di Tesla, pari a 545 miliardi.
Che Tesla non navighi in buone acque a Wall Street è un fatto. Le sue azioni il 26 gennaio avevano segnato il massimo storico a 883 dollari, dopo un rally rialzista durato un anno che ne aveva moltiplicato per 8 volte il valore. A quel punto emersero preoccupazioni sulla loro sopravvalutazione e in due mesi perdettero un quarto del loro valore. Ieri erano sotto i massimi di oltre il 40%, con un avvio di seduta in calo del 5,2%. Dal 31 marzo a oggi l’azione Tesla è scesa di oltre il 15%, la scommessa ribassista di Burry potrebbe dunque aver già iniziato a pagare.
Eppure a prima vista i conti di Tesla non vanno male. I ricavi della casa automobilistica nel quarto trimestre 2020 sono aumentati a 10,74 miliardi di dollari dai 7,38 del 2019, con un utile netto annuale (il primo della sua storia) di 721 milioni di dollari. Ma si è trattato di profitti “dopati”, realizzati incassando 1,58 miliardi dalla vendita all’ex Fiat Chrysler, oggi Stellantis, di certificati regolatori sulle emissioni di anidride carbonica, senza i quali Tesla avrebbe chiuso l’anno in perdita. Inoltre, senza gli incentivi pagati dai vari governi a chi acquista le costose Tesla, anche i ricavi sarebbero stati inferiori. Pure nel primo trimestre di quest’anno i conti sono stati positivi: il fatturato effettivo è stato di 10,39 miliardi, 100 milioni oltre le previsioni, con utili per azione di 93 centesimi, 14 oltre le attese, con 185mila veicoli consegnati, più del doppio del 2020. Ma gli analisti sono rimasti scettici, sottolineando che la società non ha offerto una stima chiara sulle previsioni per l’intero 2021.
Già a dicembre Burry, con un tweet poi cancellato, disse di essersi messo “corto” per scommettere sul calo di Tesla, sostenendo che l’azione di Musk era arrivata a livelli borsistici insostenibili. L’anno scorso il finanziere aveva anche affermato che le vendite di crediti ambientali sulle emissioni di anidride carbonica da Tesla all’ex Fiat Chrysler sarebbero diminuite. In effetti ad aprile Stellantis ha reso noto che intende raggiungere i suoi obiettivi annuali di riduzione delle emissioni di C02 senza acquistare crediti ambientali dall’azienda di Musk. Su Tesla, dunque, l’outsider che nel 2007 andò da solo contro il mercato starebbe invece allineandosi a uno scetticismo diffuso. Sia come sia, Burry e Musk hanno qualcosa in comune: dicono di soffrire entrambi della sindrome di Asperger (un tratto dello spettro dell’autismo) e usano spesso Twitter in modo inconsulto. Da Wall Street, la loro contesa potrebbe trasferirsi sui social network.