Fontana, ecco altri 2 conti in Svizzera a sua insaputa

Altri due conti in Svizzera. Di uno il presidente della Regione Lombardia dice di non sapere nulla. Era già accaduto per altro conto. Ora si replica. Ed è una replica spiegata in parte e per un solo nuovo conto ieri dai legali del governatore, che però, secondo la Procura, non fa chiarezza sul come siano stati accumulati e come siano finiti 2,5 milioni di euro sul conto aperto nel 2005 sempre presso Ubs e poi schermato da due trust e da una fondazione familiare in Liechtenstein. Ieri la difesa di Fontana ha depositato in Procura alcune carte che si riferiscono ai soldi in Svizzera della madre del presidente e che Fontana scuderà nel 2016, quasi 6 milioni. Oggi per questo giro di denaro estero l’esponente leghista è indagato per autoriciclaggio e falso in voluntary.

La difesa resta convinta che la documentazione recuperata potrà essere esaustiva anche se alla fine del breve comunicato scrive: “Siamo preparati ai commenti e alle battute di ogni genere”. Frase singolare. Ma che può avere un senso ripercorrendo l’intera ricostruzione del giro dei soldi che ora fa emergere altri due conti del tutto sconosciuti e aperti sempre in Svizzera presso due banche, secondo la Procura, controllate da Ubi. Il primo, riferibile alla galassia Ubi, bonifica 3,5 milioni sul conto Ubs, ormai noto, del 1997 e sul quale sia Fontana sia la madre hanno avuto la firma. Il denaro viene trasferito sempre nel 1997. Due anni dopo, nel 1999, sta negli atti dell’accusa, viene aperto un altro conto sempre riferibile a Ubi. La vita di questo conto si esaurisce nel luglio del 2005 quando 2,5 milioni vengono bonificati su quello del 1997 e poi trasferiti sempre nel luglio 2005 sul conto del 2005 aperto sempre presso Ubs e poi schermato da due trust. Il dato “incerto” è che non si sa quando e come i 2,5 milioni sono arrivati sul conto del 1999. La chiave di questa storia, alla base anche della richiesta rogatoriale, è capire come e quando sono stati accumulati i 2,5 milioni. E, secondo quanto è spiegato in Procura, lo svelare semplicemente la provenienza dei 2,5 milioni dal conto del 1999 non fa chiarezza sul come e sul quando di questa corposa provvista. Il totale del denaro scudato viene così diviso in due partite separate, una prima da 3,5 milioni e una seconda da 2,5 milioni che poi confluiranno nel conto 102 del 2005 poi chiuso nel 2014.

Di più: se per il conto Ubi del 1999 sappiamo la data di nascita, resta sconosciuto l’inizio dell’attività del conto dal quale nel 1997 saranno bonificati i 3,5 milioni. Insomma pare che non se ne esca a breve e che le carte portate dalla difesa non siano ad oggi utili a dissipare i dubbi della Procura. Secondo l’accusa parte degli oltre cinque milioni sarebbero riconducibili non solo all’evasione della madre di Fontana. Nel comunicato diffuso ieri dalla difesa si fa riferimento a un patrimonio accumulato a partire dagli anni Settanta. Anche su questa posizione, la Procura nutre diversi dubbi. Per quel che risulta, infatti, nel fascicolo che riguarda l’indagine sui soldi in Svizzera non compare alcuna documentazione che possa far riferimento addirittura agli anni Settanta. La Procura di Milano ora analizzerà le carte portate dalla difesa del presidente lombardo in attesa, ovviamente di una risposta dalle autorità svizzere che ancora non è arrivata.

Cattaneo contro il cornoletame: “Il Senato si fermi”

La parola Cornoletame, per quanto sconosciuta ai più, indica una pratica suggestiva: si prende una manciata di letame di vacca, la si mette dentro al corno di un’altra vacca – una che abbia già partorito – e poi si sotterra il tutto per il tempo di un inverno, in attesa della primavera. Secondo qualcuno, questa procedura di “agricoltura biodinamica” irradierebbe favolose forze astrali, rendendo fertile il terreno. Il problema è che presto anche il Parlamento potrebbe legittimare il Cornoletame, riconducendolo ad “agricoltura biologica”.

A denunciarlo è la senatrice a vita Elena Cattaneo, biologa e farmacologa che ha presentato tre emendamenti per modificare il disegno di legge 988, quello che dovrebbe sostenere “lo sviluppo e la competitività della produzione agricola, agroalimentare e dell’acquacoltura con metodo biologico”, ma che invece potrebbe finire per riconoscere metodi dal sapore di stregoneria. Il testo arriverà in aula al Senato questa mattina, dopo essere già stato approvato dalla Camera e dopo che la Commissione Agricoltura di Palazzo Madama ha già cambiato parte della legge. La professoressa Cattaneo spera non sia troppo tardi per limare gli aspetti più controversi del ddl, a partire dall’articolo 1, quello che equipara “il metodo dell’agricoltura biodinamica” a quelli “di agricoltura biologica”. Non solo: il ministero dell’Agricoltura dovrebbe poi interfacciarsi con un tavolo tecnico a cui sederebbero pure le “associazioni maggiormente rappresentative” del suddetto biodinamico. Troppo, per la senatrice Cattaneo: “Siamo più vicini all’esoterismo che alla scienza – dice al Fatto la professoressa – basta leggere i disciplinari della pratica biodinamica e le prescrizioni contenute nelle lezioni del suo istitutore”.

Ma da dove viene questa agricoltura biodinamica? Il concetto inizia a circolare un secolo fa grazie alle teorie dell’esoterista austriaco Rudolf Steiner, secondo cui l’approccio all’agricoltura deve avvenire in equilibrio con l’ecosistema. Principio di per sé nobile, ma declinato con metodi fantasiosi che richiamano “forze cosmiche” e “energia vitale”, come ci spiega la senatrice Cattaneo: “Corna di vacca, vesciche di cervo riempite di fiori di achillea e seccate al sole, crani di animali e cortecce di quercia. Da questi si ricavano dei preparati che vanno applicati in dosi omeopatiche sui terreni”. Il Cornoletame – o Preparato 500 – è forse la procedura più nota del biodinamico e adesso rischia di ricevere l’investitura dalla legge: “Il ddl darebbe a questa pratica, priva di fondamento scientifico e basata su credenze esoteriche, un riconoscimento esplicito di legge funzionale solo ad assicurarle maggiore autorevolezza agli occhi del consumatore”. Un’eventualità da scongiurare non solo secondo la senatrice Cattaneo, ma anche per una trentina di scienziati che ieri hanno scritto una lettera di protesta a tutti i senatori. Anche perché, è il monito della Cattaneo, le conseguenze nell’opinione pubblica sarebbero gravi: “Si lancerebbe un messaggio ambiguo. Mentre nel rapportarsi alla pandemia si considera la scienza imprescindibile, ci si illude di poterne fare a meno in altri ambiti. Un’illusione molto pericolosa”.

Il M5S non regge il governo. Patuanelli minaccia l’addio

Non riescono a darsi un nuovo capo, figurarsi un assetto, e nel governo Draghi stanno sempre più scomodi. Così i Cinque Stelle del maggio 2021 sono soprattutto – spesso solamente – un campo di battaglia. Quella esterna, contro il Davide Casaleggio che non molla i dati degli iscritti, ma anche quella interna, un tutti contro tutti che martedì sera ha portato alla minaccia di dimissioni di un ministro tanto contiano quanto perplesso da troppe cose, Stefano Patuanelli. Già, perché due giorni fa, il titolare delle Politiche agricole si è ritrovato di fronte una sessantina di parlamentari del M5S, in gran parte del Sud, furibondi per la distribuzione dei soldi del Feasr, il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale. Le risorse, 6 miliardi per il prossimo biennio, vanno spartite tra Regioni e Province autonome. E a detta dei grillini la nuova ripartizione cui lavora da mesi anche Patuanelli (quella decisa nel 2014 va rinnovata nel giro di pochi giorni) penalizzerebbe le regioni meridionali, e in particolare la Regione Sicilia, che la settimana scorsa aveva sentito il ministro in audizione lamentando “uno scippo”.

Il ministro, che in queste settimane sul tema aveva tenuto varie riunioni con grillini di vario ordine e grado, ha risposto di aver ottenuto la migliore mediazione possibile con la Conferenza delle Regioni: “Si spostano solo 110 milioni rispetto allo schema precedente, e non andranno tutti al Nord”. Ma la discussione si è incendiata. “Al Sud abbiamo il nostro principale bacino di voti, va tutelato” gli hanno ribattuto. E veterane come Giulia Grillo e Carla Ruocco sono andate all’assalto: “Il governo e i suoi membri ottengono la fiducia in aula, ma la fiducia si può anche togliere”. Un avvertimento a cui Patuanelli ha replicato secco: “Se questa è la situazione ne traggo le conseguenze”. Poco dopo, nella chat dei senatori, ha scritto di “valutare le dimissioni”, per poi uscire dalla chat. “Stefano è rimasto scosso dalla riunione” raccontano. Quanto mai improbabile che lasci davvero. Ma le scorie sono evidenti, anche nelle parole del siciliano Giancarlo Cancelleri: “Per il Sud questo scippo sarebbe gravissimo”. Uno dei più agitati in riunione, Cancelleri, diviso da Patuanelli anche dal Ponte di Messina (a cui il ministro è contrarissimo). Ma dietro allo scontro ci sono nodi che si stanno cronicizzando. Dalla sensazione di impotenza dei grillini nel governo Draghi, alla voglia di pesare dei parlamentari (gli eletti meridionali stanno raggrumandosi in una sorta di area), fino al problema di fondo: l’assenza di una guida, cioè di Conte, ancora bloccato dalla guerra con Casaleggio. Ed è un limbo che gli ha reso più difficile anche le trattative con il Pd sulle Comunali.

Un pantano confermato dal passo di lato – forse non definitivo – del contiano Gaetano Manfredi a Napoli. L’avvocato sente che la distanza con il gruppo parlamentare rischia di dilatarsi, e per questo sta tenendo riunioni e ha ripreso a rispondere al telefono. Prova a mostrarsi capo, anche con comunicati quotidiani. Ieri su Twitter ha sostenuto che la presidenza del Copasir deve passare dalla Lega a Fratelli d’Italia (e la rimozione dal Dis di Gennaro Vecchione con il plauso di Salvini e Renzi c’entra parecchio). Ha una voglia matta di lanciare la sua rifondazione, che voleva presentare a fine mese con un evento pubblico (si valuta di tenerlo a Cinecittà). “Credo che tra fine maggio e i primi di giugno voteremo Conte come nuova guida” dice a Porta a Porta il ministro Federico D’Incà.

Però il tempo sembra già scaduto, e da un po’. Lo ha detto ieri al Fatto Vincenzo Spadafora, non certo un sodale dell’ex premier: “La leadership se non la eserciti ti sfugge di mano”. Da tutt’altra prospettiva, sempre al Fatto, Lucia Azzolina: “Abbiamo assoluto bisogno di una guida, cioè di Conte, ma bisogna accelerare i tempi perché l’interregno è un regalo ai nemici del M5S”. L’ex premier lo sa, ed è per questo che, stando a quanto filtrato in serata, punterà su un esposto-segnalazione al Garante della privacy contro Rousseau, con cui chiederà la consegna dei dati degli iscritti e anche sanzioni per li comportamenti a suoi dire illegittimi dell’associazione di Davide Casaleggio. L’obiettivo è ottenere i dati in pochi giorni. Niente istanza alla giustizia civile, quindi, perché i tempi sarebbero troppo lunghi anche con un ricorso d’urgenza. E Conte non vuole e non può più aspettare.

Mattarella: terzo no al bis. Ma c’è il rebus di Draghi

Tre no per un bis. È stato ieri, infatti, che il capo dello Stato ha negato per la terza volta la possibilità di una sua rielezione nel prossimo febbraio 2022, quando scadrà il settennato al Quirinale. Dinanzi a un’insolita platea, quella dei bambini di una scuola elementare di Roma, Sergio Mattarella ha ribadito il suo no a un bis: quando mi hanno eletto al Quirinale “mi sono preoccupato perché sapevo quanto era impegnativo il compito. Ma tra otto mesi il mio mandato di presidente termina. Io sono vecchio, tra qualche mese potrò riposarmi”. L’affermazione non era prevista, ma è nata da una domanda dei bambini. E il presidente non si aspettava una tale meraviglia suscitata alle sue parole, espressione di una posizione nota da tempo. Del resto questo nuovo no si presta a varie interpretazioni. Il primo no fu nel messaggio di fine anno (“Quello che inizia sarà il mio ultimo anno come presidente della Repubblica”); il secondo il 2 febbraio, quando ricordando i 130 anni della nascita di Antonio Segni, capo dello Stato dal 1962 al 1964, Mattarella tornò sulla proposta di introdurre in Costituzione la non rieleggibilità del Capo dello Stato. Infine, quello di ieri.

Dunque, perché Mattarella ha pronunciato il suo terzo no? Innanzitutto, al Colle è fin troppo evidente che in questo Parlamento, oggi dominato dal governo di unità nazionale di Mario Draghi, la rosa per il febbraio del 2022 si è ridotta a due soli candidati: lui e lo stesso Draghi. Tertium non datur. Ovviamente, secondo le valutazioni del momento. Perché se è vero che un’ipotetica maggioranza Ursula (M5S, Pd, Leu e Forza Italia) avrebbe i voti per eleggere l’inquilino del Colle, è altrettanto vero che trovare un accordo appare molto difficile. Non solo tra i vari partiti, ma anche dentro gli stessi. Enrico Letta, segretario del Pd, ha già detto esplicitamente che Draghi deve arrivare a fine legislatura. Ha intenzione di giocarsela tutta, la possibilità che i dem facciano eleggere un proprio candidato. Ma c’è la solita ressa di aspiranti (Romano Prodi, Paolo Gentiloni, Dario Franceschini, David Sassoli finanche Pier Ferdinando Casini). Di qui l’esternazione di Mattarella sul suo futuro bisogno di riposo. Non solo. Il suo bis seguirebbe quello di Napolitano nel 2013 e di fatto normalizzerebbe nella prassi costituzionale quella che dovrebbe essere un’eccezione. Manifestare una volontà, però, non significa che questa venga confermata sino in fondo. Pure Napolitano cambiò idea dopo aver affermato pubblicamente il contrario e al Quirinale ne sono perfettamente consapevoli. Anche per questo, e nonostante i tre no, “non si può escludere nulla”. A luglio Mattarella compirà appena 80 anni. Appena, ché Re Giorgio ne aveva 88 quando nel 2013 la processione bersanian-renzian-berlusconiana lo scongiurò di rimanere al Colle. Esistono almeno due dati a conferma di questa ipotesi di bis. Il primo: con il taglio dei parlamentari, è passata una riforma che riduce il numero dei grandi elettori rispetto a quelli attuali. La tesi di un Parlamento delegittimato a eleggere il capo dello Stato va forte tra i costituzionalisti. La seconda è la volontà di Draghi: se dovesse rimanere premier e le Camere si incartassero, il bis diventerebbe non una scelta, ma un dovere. In tutto questo gioco di variabili, proprio la posizione di Draghi resta la più indecifrabile. Quando è arrivato a Palazzo Chigi, pareva che tra le regole di ingaggio ci fosse anche il Colle dopo un anno. Ma le cose sono già cambiate: la distanza siderale tra lui e i partiti non aiuta questo scenario, così come la maggior difficoltà incontrata nel suo incarico, che rischia di fargli lasciare a metà un percorso.

Nella confusione della politica, la Lega gioca almeno due parti in commedia. Matteo Salvini si è detto pronto a sostenere l’ascesa del premier, ma la consapevolezza che Palazzo Chigi potrebbe toccare, in caso di elezioni anticipate, a Giorgia Meloni, frena i suoi entusiasmi. Giancarlo Giorgetti lavora a un piano B nel caso Draghi fosse eletto: ovvero Daniele Franco premier. Variabile remota (come quella che vede in quella casella Marta Cartabia), perché si tratterebbe di una figura troppo debole. Viste da questa plurima prospettiva, le parole del presidente sembrano l’ennesimo segnale del suo fastidio rispetto a partiti troppo deboli e percepiti come troppo poco responsabili.

Insulti, pressioni: tutto è permesso all’onorevole

Incendiare i social con dichiarazioni al vetriolo non è reato, ma esercizio del libero diritto di critica. E pure rivelare segreti d’ufficio o fare pressioni e minacce contro pubblici funzionari purché obbediscano ai desiderata del politico di turno non è grave: rientra tra i suoi doveri di parlamentare. Senato, interno giorno: si discute di una valanga di pratiche istruite in Giunta per le autorizzazioni a procedere, compresa quella di Luigi Cesaro al secolo ‘a Purpett nei guai per corruzione elettorale. Ma presto il dibattito prende un’altra piega. Possibile, si chiedono i senatori di centrodestra, che dobbiamo stare qui a giustificarci con i magistrati per quel che diciamo o facciamo? Possibile sì, perché l’art. 68 della Costituzione ancora sancisce che per ottenere l’immunità devono sussistere alcuni requisiti: che ciò che si dice in piazza, in tv e pure su Fb sia la replica fedele o comunque qualcosa di molto simile a quello che si è già sostenuto nell’ambito dell’attività parlamentare. Insomma è necessario che ci sia un nesso funzionale, altrimenti lo scudo accordato agli eletti sarebbe un mero privilegio. E invece no. Sentite qui che piega prende il dibattito quando si avvicina il momento di discutere sulla querela rimediata da Maurizio Gasparri per aver strapazzato via social un magistrato, chiedendo al Csm di cacciarlo a pedate ed esponendolo alla forca del web. “L’art. 68 della Costituzione è una prerogativa irrinunciabile che viene riconosciuta ai singoli parlamentari per le opinioni espresse nell’esercizio delle loro funzioni, a prescindere dal contenuto, dalla veridicità e dalla gravità delle espressioni” dice Adriano Paroli di Forza Italia che vorrebbe che lo scudo fosse addirittura più esteso, manco fosse un elastico. E che importa se la 5S Agnese Gallicchio fa notare che “in modo assolutamente macroscopico e oggettivo, qui mancano completamente i requisiti per concedere l’insindacabilità per le opinioni espresse”.

Alla fine pure Gasparri, che della Giunta per le autorizzazioni è presidente, si salva alla grande (come Anna Maria Bernini, che in tv aveva dubitato della terzietà dei magistrati che hanno condannato Berlusconi). E anzi finiscono sulla graticola i magistrati accusati di aver scomodato il Senato. A quelli di Bologna – che vogliono processare Carlo Giovanardi per concorso nei reati di rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio e violenza o minaccia a pubblico ufficiale nel tentativo di far inserire a tutti i costi una ditta tra quelle abilitate ai lavori della ricostruzione post terremoto – il centrodestra fa addirittura il contropelo. “Giovanardi ha ricevuto una segnalazione dal suo territorio da parte di un’azienda esclusa dalla white list. Cosa fa un parlamentare? Si attiva in tutte le sedi e con le modalità a lui possibili.” dice Simone Pillon della Lega, che giura: “Avrei fatto lo stesso”. Pazienza se poi si è scoperto che quella ditta era in odore di ’ndrangheta: Giovanardi “uno di noi”. Meglio, santo subito.

Dopo i condannati, tocca agli ex: pronti a riavere l’assegno “intero”

Le cose sono messe così. Dopo la decisione con cui è stato restituito il vitalizio ai condannati, sempre al Senato il prossimo martedì potrebbe avvenire un altro colpo gobbo: la cancellazione della delibera con cui nel 2018 vennero tagliati, per ragioni di equità sociale, tutti gli assegni per gli ex inquilini di Palazzo. Con il ripristino degli assegni tanto per i senatori con la fedina penale pulita quanto per quelli che l’hanno imbrattata a suon di tangenti e altri reati gravissimi come corruzione, mafia e persino terrorismo. E così, tanto per fare un esempio, Roberto Formigoni a cui ieri, grazie all’impegno profuso da Forza Italia e Lega, è stato restituito non tanto l’onore quanto il malloppo, nel giro di una settimana vedrà lievitare i suoi introiti, altro che indigenza: in un sol colpo gli verranno restituiti, a dispetto della pena da scontare e del risarcimento del danno ancora dovuto per aver asservito a suon di regalini e regaloni la propria funzione agli interessi della sanità privata lombarda quando era al Pirellone, ben 7.709 euro ogni mese per tutta la vita. Perché il vitalizio, come i diamanti, è per sempre. E lo stesso accadrà per gli altri condannati come lui (da Ottaviano Del Turco a Silvio Berlusconi passando per Marcello Dell’Utri, Vittorio Cecchi Gori, Enzo Inzerillo e naturalmente gli eredi dei condannati nel frattempo defunti) che già martedì hanno messo a segno il colpaccio con la conferma da parte del collegio di appello presieduto dal forzista Luigi Vitali della sentenza resa in primo grado dalla Commissione contenziosa dove siedono i leghisti Simone Pillon e Alessandra Riccardi e guidata dall’altro azzurro Giacomo Caliendo.

Commissione che a giugno scorso aveva fatto scattare l’entusiasmo pure di tutti gli altri ex senatori facendo a brandelli i tagli degli assegni decisi appena tre anni fa. E su cui la prossima settimana si deciderà in via definitiva, sempre di fronte al Consiglio di Garanzia di Vitali: in 700 “ex” attendono con fiducia la fine dell’austerity, un lungo elenco che va dalla A di Antonio Azzollini alla Z di Ortensio Zecchino, passando per Antonio Razzi e Domenico Scilipoti, Alessandra Mussolini e Francesco Speroni, Francesco Rutelli e Carlo Scognamiglio e pure l’ex ministro Francesco Nitto Palma, oggi potente capo di gabinetto di Sua Presidenza, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Sperano, sperano tutti. Molto più di prima dopo la sentenza sui condannati che ha fatto venire l’orticaria ai 5Stelle che ora minacciano di fare sfaceli. E che intanto infilzano Salvini perché i suoi sono nel Consiglio di garanzia che l’altroieri ha riaperto i rubinetti a Formigoni&C., facendo scatenare l’ex ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina per la quale ridare l’assegno pure ai condannati “è come scatarrare sui cittadini onesti”.

Dalla Farnesina Luigi Di Maio la tocca piano: “La riassegnazione del vitalizio a Roberto Formigoni è riprovevole. Così la politica si dimostra davvero fuori dal mondo. Mi appello a tutte le forze politiche: non facciamo passare sotto silenzio quanto accaduto. Tutti dimostrino coerenza e responsabilità”. Anche l’ex premier e leader in pectore del Movimento, Giuseppe Conte, tuona contro la decisione “che trasmette un messaggio profondamente negativo per i cittadini, perché mina il delicatissimo rapporto di fiducia con le istituzioni, tanto più in questo momento in cui il Paese sta faticosamente cercando di superare una drammatica pandemia”. Ma Conte ha pure chiesto “che gli esponenti e le forze politiche che hanno preso questa decisione se ne assumano pubblicamente la responsabilità”. A Matteo Salvini sono fischiate le orecchie, ma a chi gli ha chiesto conto del voto dato dai suoi senatori pro Formigoni ha risposto buttandola in caciara: “Non commento le vicende giudiziarie dei 5Stelle e mi auguro che il figlio di Grillo risulti innocente”. Insomma, ha fatto spallucce e non solo lui. La pasionaria pentastellata Paola Taverna ha chiesto che venisse messo in calendario un dibattito in aula dopo la sentenza sui condannati col vitalizio, ma gli altri gruppi le hanno finora risposto picche.

Transizione enologica

Chi di voi non ha mai sognato un mini-reattore nucleare nel suo giardino, balcone, terrazzo o tetto accanto all’antenna della tv e all’aggeggio dello split? Ora quel sogno sta per diventare realtà grazie al Superministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, quello che Grillo ha scambiato per grillino. Per lanciare la sua ideona senza farsene accorgere, il Superministro ha scelto il rag. Cerasa del Foglio (che è sempre un’ottima garanzia di clandestinità): “Tra le opzioni per produrre energia col nucleare, la più concreta è l’utilizzo di mini-reattori nucleari a fissione, quelli generalmente usati sulle grandi navi, che con poche scorie arrivano a produrre qualcosa come 300 MW”. E ora, pensate, “possono essere riconosciuti dall’Ue come sorgenti di energia verde, rinnovabile e pulita anche fuori dal perimetro di una nave”. A questo pensavamo un anno fa, quando si iniziò a parlare di un Recovery fund di ripresa e resilienza post-pandemia: a una ridente fungaia di mini-centrali atomiche verdi, pulite e profumate. È vero, il nucleare a fissione l’avevamo bocciato in 2 referendum, ma cos’è mai la sovranità popolare dinanzi a un Superministro, per giunta dei Migliori?

Si potrebbe indire un concorso a premi: “Fatti anche tu il tuo minireattore personalizzato, spesa modica”. Chi ha il giardino potrà piazzarlo accanto al barbecue, da alimentare con la nuova energia pulita senza più puzze di carbonella bruciata, per grigliate da favola e soprattutto ecosostenibili. La carne si colorerà di verdastro fosforescente (il famoso “green”), ma ci si farà l’abitudine. Per i bimbi, poi, sarà meglio del parco giochi: ogni casa avrà il suo giardino tematico-didattico per replicare in miniatura Hiroshima, Nagasaki, Chernobyl e Fukushima evitando ore di documentari su Netflix, History Channel e Sky. Basterà avvertire i vicini che la simpatica nuvoletta a forma di fungo che si sprigiona a una cert’ora non è nulla di allarmante, anzi è l’ultimo grido dell’energia pulita, verde e soprattutto rinnovabile. Infatti il mini-prodigio atomico, a gentile richiesta del pubblico, sarà replicabile anche più volte al giorno, prima e dopo i pasti. Ogni reattorino sarà caricato con cialde per garantire un’ampia gamma di colori, sapori, odori. E allietare feste di compleanno, lauree, comunioni, cresime e matrimoni col funghetto atomico al posto dei fuochi d’artificio. Quando la cagna o la gatta faranno i cuccioli, potrà uscirne qualcuno con tre teste, ma sarà un’altra attrazione da venderci i biglietti: più gente entra, più teste si vedono. E chi vorrà farla finita, anziché avviarsi verso la solita clinica svizzera, potrà farsi un aerosol dal minireattore: transizione all’altro mondo, però ecologica.

“Barzellette improbabili, piazza Navona nel 1975 e l’astrologia: la lunga amicizia con Faber”

“Il pubblico ammutolì, poi fu subito un applauso fragoroso”.
12 marzo 2000, il concerto a Genova in omaggio a Fabrizio De André.

Franco si commosse interpretando Amore che vieni amore che vai. Non riuscì a proseguire.

Lei, Dori Ghezzi, riunì, virtualmente, i due amici su quel brano.

Fabrizio non aveva mai eseguito quella canzone in concerto. Montai vecchie immagini di una sua apparizione in Rai, alternandole con quelle di Battiato. Ma anche qui ho voluto che la canzone non finisse. Mi piace che continui, soprattutto oggi.

Battiato mi confidò che quella sera la voce gli si era spezzata in gola perché gli era apparso Faber. Una presenza fisica.

Quanti ricordi insieme. Veniva a casa nostra, a Milano. Conoscemmo sua madre. Una delle ultime volte che lo vidi fu a Milo, dove organizzò un evento in nome di De André, come faceva anche in memoria di Dalla. I suoi amici.

La prima volta, invece?

Il 3 giugno 1975 in piazza Navona, la manifestazione dei radicali con il comizio di Pannella, che da molto tempo frequentava Fabrizio. Un mare di gente. Il battesimo del grande pubblico per De André, dopo la Bussoladomani. Arriva questo ragazzo, semi sconosciuto, e chiede a Fabrizio: ‘Posso cantare prima di te?’. ‘Certo!’. Era Franco.

Battiato era sorpreso dalla competenza astrologica di Faber.

Una passione che condividevano, da bravi sofisti, come tutte le cose non legate dalla logica. Fabrizio era capace di elaborare un tema natale. Franco ne era affascinato.

Sapeva ascoltare.

Mi annunciò di essere alle prese con un album di cover, Fleurs. Avrebbe inciso La canzone dell’amore perduto. E io: ‘Strano, però. Lasci fuori Amore che vieni amore che vai?. Ci penso su e registrò pure questa.

Viaggi in compagnia.

In tour con Battiato a Mosca. C’era pure Milva: si volevano bene, quei due. Se ne sono andati insieme.

Lui era un gran barzellettiere.

Amava quelle da trivio. Chi non lo conosceva restava sbalordito: “Ho capito bene?”.

Ad Abbey Road, tre anni fa, realizzaste “Sogno n.1”.

Con la London Symphony Orchestra, Battiato a far la parte di Fossati su Anime Salve. Con la voce di De André.

Battiato se n’è andato nel giorno in cui, con il MIBACT, avete presentato la Casa dei Cantautori.

C’è questo spazio che domina il mare, l’Abbazia di San Giuliano. Non sarà solo un museo, né una struttura limitata alla storia degli artisti della città. I giovani potranno valorizzarvi i loro talenti e custodire il patrimonio culturale dei grandi cantautori italiani. Sarà anche la casa di Battiato, la sua musica vivrà qui, è accaduto in queste ore con La cura.

Organizzerete un tributo?

Vedremo come farlo stare tra noi. Non mi piace il tributo per gli scomparsi. Franco e Fabrizio non moriranno. Continueranno a cantare con tutti gli altri, sempre.

“Sono riuscito a dirgli addio. Quante maldicenze su di lui”

“Mi ha fissato per un istante. I suoi occhi sono balenati dentro ai miei. E mi ha sorriso”.

Quando è accaduto, caro Luca Madonia?

Due giorni fa, alla vigilia della morte.

Era andato a trovarlo nella casa di Milo.

Sì, con mia moglie. La Sicilia è diventata zona gialla, ne abbiamo approfittato per un’improvvisata, che ora leggo come un avviso del destino. Quando lo abbiamo visto stava già male. Ma anche nella sua assenza, è riuscito a comunicare con me. Per un’ultima volta.

Un’amicizia, la vostra, durata 32 anni.

Dalla fine degli anni 80. Battiato era tornato a vivere sull’Etna, dopo il periodo milanese. Io e Mario Venuti eravamo nei Denovo. Un discografico convinse Franco a produrre il nostro album Venuti dalle Madonie a cercar Carbone. Intimorito, entrai per la prima volta in quella casa. Lo consideravo un intoccabile. Scoprii subito che non era un santone serioso, ma capace della leggerezza colta dei grandi. Trasmetteva serenità, divertimento pensoso.

Tre anni fa, sui social, lei pubblicò una foto che vi ritrae insieme a tavola.

Volevo mettere fine alle voci malevoli sulle sue condizioni. Certo, il fisico di Franco era debilitato dalle anestesie subite per gli interventi post-fratture e alla cistifellea. La sua lucidità poteva risentirne. Ma ne sentivo di tutti i colori. Invece capitava, a volte, che noi due si organizzasse una suonata. A quattro mani al piano. Oppure lui imbracciava la chitarra.

Quanti pranzi e cene.

Battiato era capace, in un secondo, di cambiare argomento e tono. Passava dai cannoli a Proust.

Questi malinconici ultimi anni, avvelenati dalle dicerie.

I suoi familiari sono stati presi alla sprovvista da quanto accadeva a Franco. Ed è una bugia assoluta che Michele, il fratello ottantenne, volesse strapparlo a Milo per portarlo con sé a Milano. È accaduto il contrario. Michele ha lasciato una moglie lassù e si è trasferito qui per accudirlo. Con grande amore e molti sacrifici personali.

Delle mille vostre avventure, c’è anche Sanremo 2011.

Ero già stato altre tre volte al Festival, questa era la prima da artista ‘adulto’. Mi presentavo in gara con L’alieno, e chiesi a Franco di accompagnarmi, aspettandomi di essere preso a calci. Rispose: ‘Il pezzo mi piace. Vengo. A farti da corista’. L’alieno era lui.

Si presentava sotto il palco a dirigere l’orchestra, con una cuffia in testa.

Soggiornava a Bordighera, tenendosi lontano dal circo sanremese. Non lo vedevo tutto il giorno. Attaccavo a cantare chiedendomi: ‘che faccio se stavolta non viene?’.

Invece la sostenne.

Nella serata delle cover, convinse Morandi ad accogliere la mia interpretazione de La notte dell’addio, successo di Iva Zanicchi. Gianni tentennava: ‘Non la conosce nessuno’. E Franco: ‘Fidati di me, direttore’. Realizzò un raffinatissimo, impalpabile arrangiamento d’archi. Mi fece sentire un cantante a tutto tondo. Ero davanti al microfono, senza la chitarra a tracolla.

Sapeva farsi di lato, con la magnanimità del genio.

All’aeroporto un addetto ai varchi salutò Franco intonando una mia canzone! Lui scoppiò a ridere: ‘Ma questa è di Luca’. Ci ripensava, ghignando: ‘Ti rendi conto? Ha fermato me’. Questa era la sua grandezza. Non aveva paura della morte. Ma voleva accadesse a Milo, dove ha vissuto gli anni più belli. Ora è entrato nel suo Bardo. Anche se io non smetterò di parlargli. Aspetto il prossimo sguardo.

E Dio avrà cura di te. Ciao Franco

Franco Battiato è morto (?) o, come direbbe lui, ha raggiunto una condizione vibrazionale statica. “Noi non siamo mai morti, e non siamo mai nati”, canta nel suo Testamento. Abitava dimensioni ulteriori, da cui parlava con fatica, con un eloquio spezzato e come diffidando delle parole, ma da cui creava e cantava con la fluidità di certi fenomeni naturali e che è data in Terra solo ai geni tra gli umani. Non è mai appartenuto interamente a questo mondo: era un essere delle intercapedini.

L’assenza degli ultimi anni, nell’afasia e nella perdita del sé cosciente, ha anticipato la morte fisica, avvenuta ieri nella ormai mitologica casa di Milo, tra i vetri cattedrale del gazebo e l’acqua che scorre a ruscelletti in giardino; morte che nel suo caso è lo zenit di una ricerca spirituale inesausta, l’approdo a uno stato di superiore lucidità. Sembra un destino comune alle menti più roventi, quello di arrivare a un punto di combustione, al calor bianco, per poi confluire senza dolore nel mare dell’essere; così Nietzsche, Hölderlin, Beethoven, che lui amava, che hanno lottato col demone ricavandone arte sublime. Così Battiato: compositore, ricercatore, etno-musicologo istintivo, che apprendeva per ustioni (studiò la notazione e il violino solo dopo aver pubblicato dischi di successo), e seguendo il suo un demone meridiano ha tradotto dal silenzio una materia sonora inaudita.

Dagli album sperimentali degli esordi, come Fetus (1971) e Pollution (1972), che sono un intrico di attriti, suoni fetali, brividi acustici, puro rumore e squisita armonia di archi (a testimoniare di una schizofrenia collettiva, epocale), fino al lirismo magnetico di cui è intrisa l’opera degli ultimi trent’anni che l’ha consacrato guru e maestro, Battiato è stato l’iniziatore e l’unico esecutore di uno stile.

Da quei testi-tombe egizie sigillati con le sonorità aspre dei sintetizzatori, si è concesso negli anni l’apertura totale, costruendo un linguaggio, una cosmogonia, in definitiva una filosofia che costringe l’ascoltatore a un percorso iniziatico.

Basta accostare l’orecchio al suo opus maximum, La voce del padrone (1981), per capire di essere al cospetto di qualcosa di inaudito e attraente, facile e difficile, strano e bellissimo. Confidò di non sapere da dove gli venissero i testi, densi come lava, divertenti, ascetici, cerebrali.

Mentre il Paese ripiegava nel riflusso, Battiato, abbandonata la via lisergica, edificò cattedrali liriche e matematiche in cui canti arabi, madrigali sacri, melodie tropicali partecipavano al grande canto dell’amore, che era ebbrezza, bevanda narcotica, danza dionisiaca, cura trascendente e negazione del tempo; anche il suo verso apparentemente più semplice pare una tavoletta sumera, un oggetto-rompicapo che contiene le frequenze dei mantra, il segreto del respiro, la promessa della reincarnazione.

Non era solo un cantante, Battiato, e mai è stato un mestierante. “Dei gusti del pubblico me ne frego”. E come avrebbe potuto evocare mondi lontanissimi se avesse inseguito le mode? Solo nell’assoluta sovranità creativa – una estraneità che ricordava la distanza angelica di Kafka – è riuscito nel prodigio di essere popolare (di più: la sua asocialità radicale è stata per vie imperscrutabili la chiave della sua popolarità), sottraendosi sempre al tentativo di appropriazione dei colti, che osservava senza cattiveria, semmai con ironico e distaccato candore.

Inattuale, antichissimo e barbaro, primigenio e arcaico, per ciò classico; apolitico, e politico nel senso più alto: costruttore di senso per la comunità (fa ridere il cordoglio da parte della peggiore destra, che mugghiò per i versi in arabo nel pezzo sanremese di Mahmood, in morte di uno come Battiato, che era anti-nazionalista, anti-sovranista, certo non cattolico, mistico sufi). È stato un mitografo della contemporaneità: un Omero siciliano che ha tradotto in canzoni il desiderio solare del Mediterraneo e le gelide scabrosità della trattatistica germanica. Le sue canzoni sono state un medium di conoscenza di sé e del Tutto. Voleva che avessero l’incedere e la grana dei Salmi. “Forse nell’antichità avrei potuto cantare la natura e accompagnare i ritmi della giornata, prima di addormentarmi”. In Tecnica mista su tappeto dice: “Non sperimentavo sulla musica, ma su me stesso”. Da qui il metodo del montaggio, del cut-up: ogni frammento – un brano di Chopin, i versi di Baudelaire, i vagiti di Santa Teresa – partecipava di una personalità esplosa, riverberata in mille riflessi; “siamo molti”, diceva, “l’io non esiste”.

Nel documentario Attraversando il Bardo. Sguardi sull’aldilà (2014), intervistò lama tibetani, fisici quantistici e “viaggiatori astrali” sul tema della morte, questo “piccolo passaggio da una condizione penosa a una di meraviglia”. Nei primi fotogrammi, Arlecchino e Morte danzano insieme, non per irridere l’amore in un macabro tintinnio di ossa, ma perché solo la danza e il canto sopravvivono oltre la vita. Franco Battiato non è morto.