“Bullo, isolato, da arrestare” Stampa e tv linciano Davigo

Solo, spregiudicato, nella bufera, da arrestare. Il ritratto che giornali e talk show dedicano a Piercamillo Davigo, il magistrato che ricevette i verbali farlocchi di Piero Amara sulla fantomatica Loggia Ungheria, descrive un pericoloso criminale vittima di se stesso. E poco importa che Davigo non sia neanche indagato: al centro dello scandalo sembra esserci lui e soltanto lui.

Su La7 Non è l’Arena, il programma di Massimo Giletti, picchia da settimane. Domenica scorsa il grande ospite era Sebastiano Ardita, considerato una della vittime di questa faccenda. Con cui Giletti si può sfogare: “Come fa un magistrato che la conosce bene a non vedere che sono inattendibili queste cose?”. Nulla però in confronto alla puntata precedente, quando a fare la morale a Davigo c’era nientemeno che Luca Palamara, già radiato dalla magistratura: “Le informazioni spesso sono utilizzate per colpire gli avversari e questa storia mi sembra si inserisca pienamente in questo crinale”. Lo stesso Palamara ieri sul Foglio ha paragonato il suo caso a quello di Davigo: “Con la differenza che io sono sotto processo”.

Anche a Quarta Repubblica, su Rete4, da tempo va in onda l’inquisizione. Ospite fisso è Piero Sansonetti: “Se quel dossier dice cose vere, è da colpo di Stato. Non lo sappiamo, ma quello che sappiamo è che c’è un membro del Csm che ha inguattato il dossier per un anno”. Poi c’è Carlo Nordio, ex pm di cui si ricorda – a proposito di dossier inguattati – la richiesta di archiviazione per Massimo D’Alema e Achille Occhetto chiusa in un cassetto a Venezia per quattro anni. Oggi Nordio sale in cattedra: “Davigo non ha seguito le procedure che avrebbe dovuto. Quando ho letto le sue risposte sono schizzato sulla sedia”. Con Bruno Vespa in studio, poi, l’occasione è ghiotta per infilarci dentro la condanna a Berlusconi e la giustizia politicizzata: “Ci sono troppe cose che non tornano in quella sentenza”.

Nello studio di DiMartedì ci pensa Alessandro Sallusti a infierire: “Davigo è vittima del suo stesso metodo. Qui ci sono dei comportamenti così ambigui e discutibili che se applicati alla politica o all’impresa sarebbero già partiti gli avvisi di garanzia e forse una carcerazione preventiva”. Anche perché “Davigo ha arrestato per molto meno”, lui che “ha teorizzato la cultura del sospetto”. Insomma “Davigo è indifendibile”, come chiosa Nicola Porro in una diretta Facebook, tanto che “l’unico che difende Davigo è Travaglio”, colui che per Paolo Guzzanti è il “Re Mida al contrario” che “perde uno dopo l’altro i suoi beniamini”.

Gli epiteti per parlare di Davigo, poi, non sono mai mancati, da “Piercavillo” al “Dottor sottile”, fino al “Pieranguillo” sfornato da Alfredo Robledo a Piazzapulita, ma per Carlo Bonini (Repubblica) l’ex pm diventa addirittura il “Cavaliere Nero”, nonché “interprete e custode di una cultura inquisitoria del processo penale” che ne hanno fatto “il campione di un giustizialismo declinato nella sua forma più ideologica”. Libero invece lo bolla come “Pierbirillo”, mentre il Riformista approfitta dell’entrata in scena di Nicola Morra per delineare il quadretto degli “Stanlio e Ollio delle manette”, novelli “Gianni e Pinotto” che vogliono piacere “con l’uso della forza”.

Ma non è solo questione di soprannomi. A tornare al centro del dibattito è l’intera stagione di cui il pm del pool di Mani Pulite fece parte, in quella che ha l’aria di essere una vendetta di chi non vedeva l’ora di un po’ di revisionismo.

È con malcelato sarcasmo che Il Foglio racconta come “stavolta nella bufera ci è finito proprio lui, Davigo, il grande moralizzatore della vita pubblica del Paese”, mentre Guzzanti su Il Riformista incalza ancora: “Dottor Davigo, ci aiuti lei che è come la divina provvidenza: ne sa niente lei?”. E ancora Sallusti, su quello che era il suo Giornale, ironizzava sul “puro Davigo” che “non può sfuggire alla regola che ‘se fai il puro, arriverà qualcuno più puro di te e ti epurerà’”.

Su La Verità Mario Giordano rivolge una lettera beffarda al pm: “Il suo integralismo giacobino ha sempre suscitato in me, insieme a un po’ di sgomento, un’insana attrazione”. Per il già citato Piero Sansonetti, Davigo è addirittura “un piccolo Conte in toga” che forse “non sta tanto bene”, “un bulletto qualunque”. Il Corriere della Sera ironizza sulla proverbiale incorruttibilità del magistrato: “Con quella faccia un po’ così, da Javert padano, quell’espressione un po’ così, da trangugiatore di Maalox, solo un pazzo avrebbe potuto immaginare di corromperlo”.

L’obiettivo delle invettive è via via più chiaro. Maurizio Belpietro su La Verità palesa i non detti: “Da Mani pulite siamo a Toghe rotte. Ci sono voluti 30 anni e tanti orrori giudiziari, ma i problemi irrisolti di quella stagione, con lo strapotere dei pm e il mini-potere della magistratura giudicante, ma soprattutto lo stato di subalternità della difesa, ora sono sotto gli occhi di tutti”. Libero non riesce proprio a trattenersi dal “guardare con mestizia definitiva” al passato: “Sul pool di Mani pulite, sipario”. E così Repubblica può evocare “la terribile nemesi dell’inquisitore nella Colonia penale di Franz Kafka, intrappolato nella macchina che lui stesso aveva realizzato per comminare le pene in modo esemplare e che invece finisce per stritolarlo”. E menomale che questi sono i garantisti.

Dopo i razzi, la minaccia arriva dagli esperti in tv

La parte più difficile da sopportare di questa guerra è il servizio che ne fa la televisione pubblica, che da quando è iniziato il conflitto non ha assolutamente nulla da dire, ma in compenso non sta mai zitta. Un rumore di fondo fatto di sproloqui infiniti che in teoria dovrebbero farci passare il tempo tra un razzo e l’altro, tra un problema antico e uno nuovo. Sono giornalisti militari, commentatori politici di destra (molti), e di sinistra (pochi) generali e colonnelli e capi di stato maggiore in pensione, politici passati e futuri, esperti di medio oriente e di politica nazionale (molto malandata) e internazionale (anche). Ci sono anche gli psicologi che ti insegnano come respirare per calmarti e calmare i tuoi bambini. E gli insegnanti di yoga che ti consigliano la posizione migliore per ripulire i tuoi chakra dopo l’annuncio di razzi su Tel Aviv.

E a proposito, quando i razzi annunciati non compaiono a me viene un’angoscia tremenda e non riesco ad addormentarmi nel mio pigiama da rifugio perché temo che qualcosa di peggio e di più pericoloso e sconosciuto stia per succedere al posto dell’orrore che già purtroppo conoscevo. Girano, gli esperti, tra uno studio televisivo e l’altro. Spesso bisticciano tra di loro. Instancabili. Sempre gli stessi. I miei preferiti sono quelli che ti ricordano che non devi scendere giù con le ciabattine o correndo perché la gente continua a rompersi gambe e braccia pur di arrivare in fretta al luogo protetto. O quelli esperti di digitale che seguono tutto ciò che esce per Twitter, YouTube, Instagram e Facebook, compresi i messaggi che girano nel mondo arabo e annunciano la imminente fine, tra ore o massimi giorni, dello Stato d’Israele. E facciamo i dovuti scongiuri. Sono quasi tutti uomini, gli esperti. Compreso lo psicologo infantile dall’aria truce. Non li sopporto. Non li reggo più. E intanto stiamo raggiungendo più o meno la fine di questo conflitto. Come si fa a saperlo? Facile. Perché le scene di distruzione sono ormai terribili. Di qua e di là. (Ma più di là che di qua grazie all’Iron Dome), e forse anche perché le due parti sanno bene che a un certo punto bisogna smetterla. Ma ambedue vogliono anche la foto della vittoria. Molti bambini (di Gaza) morti sarebbe l’ideale per Hamas. O civili morti in grandi numeri in Israele. Oppure scene di scontri armati tra ebrei e arabi israeliani. Molte strutture di Hamas distrutte, molti importanti comandanti di Hamas uccisi senza provocare vittime tra i civili, sarebbe l’ideale per Israele. Io invece avrei un’altra idea, un sogno che tutti mi dicono che è follia pura. Il mio sogno è un piano Marshall per Gaza. Che dal mondo intero arrivino i fondi per la costruzione di alberghi bellissimi e di spiagge straordinarie per gli yacht di ricchi turisti. Una free zone senza dazi. Una Las Vegas del Medio Oriente. Abraham dice che son proprio via di testa. Eppure sarebbe una gran bella foto. E tutti sappiamo che col benessere si riescono a fare veri miracoli. Ce ne sarebbe anche un’altra. Quella di gruppi misti, arabi e ebrei che stanno lavorando insieme in questo paese come hanno sempre fatto senza pensare che in questo ci fosse qualcosa di strano o di straordinario, negli ospedali, nelle università, nei ristoranti, nelle scuole, nelle banche, ovunque. E questa foto ce l’abbiamo già, in realtà.

 

Lo stratega in sedia a rotelle che i nemici chiamano “Ombra”

Gli specialisti della cyber-war dell’Unità 8200 captano ogni singola conversazione telefonica nella Striscia. A Gaza le decine di spie dello shabak – il nome che gli arabi danno allo Shin Bet israeliano – e dell’Aman, i servizi segreti dell’Idf, scrutano e ascoltano. La loro missione: cogliere una mezza parola che li porti al bersaglio numero 1, Mohammed Deif, stratega delle Brigate al Qassam, il braccio armato di Hamas. Deif è un mito a Gaza, nessuno lo nomina mai, si dice “Lui” e basta.

Non c’è bisogno di altre parole. “Lui” ha trasformato le Brigate da gruppo terrorista a milizia organizzata, ben armata, con strutture e reti di comando efficienti. È lo stratega dei “tunnel” per colpire oltre confine, dei bunker scavati sotto Gaza City e Khan Younis. E nelle crisi come questa, alla fine è Lui che comanda nella Striscia, dove però da anni nessuno lo vede. Si muove per le gallerie e per i tunnel noti solo alla sua piccola cerchia di fedelissimi. I servizi segreti israeliani lo chiamano The Shadow, l’Ombra, le foto di cui dispone l’intelligence sono vecchie di 10 anni. Eppure identificare L’Ombra sembrerebbe facile. È un uomo bloccato su una sedia a rotelle dopo aver perso un braccio e una gamba durante una fallita “eliminazione mirata” con un caccia F-16 israeliano che ha centrato la casa dove si nascondeva nel 2006, e l’occhio sinistro nel 2002 mentre era dentro un’auto a Gaza City ridotta a una carcassa da un missile. Alla fine della guerra del 2014, ci fu un altro tentativo di eliminazione. Ma Lui non era lì, c’erano invece sua moglie e sua figlia che rimasero uccise. Le menomazioni fisiche non hanno intaccato la sua capacità di comandare l’apparato di Hamas, per i 30.000 miliziani è una leggenda. Rispondono ai suoi ordini qualunque essi siano, dalla missione kamikaze all’attacco alle fattorie, andando spesso davanti alla morte certa. “È astuto come una volpe, è un esperto nel suo campo. Sa calcolare bene le sue mosse e si muove nel segreto assoluto – dice Israel Hasson, ex vicecomandante dello Shin Bet – ma questo non lo aiuterà, morirà come si addice a un terrorista”. I commenti di Hasson riflettono la frustrazione dell’apparato dell’intelligence israeliana. Mohammed Deif è nato nel campo profughi di Khan Younis, ha quasi 60 anni ed è il dominus delle Brigate da quasi 19 anni, da quando nel luglio del 2002 venne “eliminato” l’allora comandante Salah Shehada che incontrò il missile col suo nome in una casa dove si svolgeva un vertice di Hamas. Deif che ne era il vice venne promosso dallo sceicco Ahmad Yassin, il fondatore di Hamas che verrà ucciso anche lui da un missile nel 2004. Lui si è fatto strada con il terrorismo sia a Gaza che in Cisgiordania. La sua ultima foto nelle mani dell’intelligence israeliana risale all’ultimo dei quattro tentativi di ucciderlo. Ritrae un uomo ferito che striscia sui gomiti fuori dalla carcassa di un’auto in fiamme, con i vestiti coperti di polvere, cenere e sangue. Per due cicli di interventi chirurgici Deif è andato clandestinamente in Egitto – passando per i tunnel – e il timone delle Brigate Al Qassam passò al suo vice Ahmad Jabari. La sua morte ha “costretto” Deif a tornare alla guida operativa. Sette giorni dopo la morte di Jabari, la tv di Hamas a Gaza trasmise un suo video-messaggio. La kefiah rossa nascondeva il volto, la voce profonda e cavernosa prometteva la guerra fin dentro Israele. Lo fece. Lo stesso copione si è ripetuto la scorsa settimana: Deif ha mandato un messaggio vocale che dava un ultimatum per gli sgomberi nelle case di Shaeikh Jarrah minacciando un’ondata di missili. Come sa bene l’intelligence israeliana, l’Ombra non parla mai a vanvera e i missili sono puntualmente arrivati.

Israele ora vuole radere al suolo la “Metro”, rete sotterranea di Hamas

“La campagna militare continuerà con l’obiettivo di una tregua a lungo termine”. Lo avrebbe detto il ministro israeliano della Difesa, Benni Gantz, parlando con il Segretario alla Difesa Usa, Lloyd Austin. Secondo il Pentagono, nel colloquio telefonico con Gantz, Austin “ha ribadito l’incrollabile sostegno Usa al diritto di Israele a difendersi”, esprimendo al contempo il proprio “sostegno per la de-escalation del conflitto e il ristabilimento della calma”. Al nono giorno dall’inizio di questo ennesimo disastro umanitario causato dai missili di Hamas e dai bombardamenti israeliani, la situazione in Israele e a Gaza rimane di fatto invariata, ovvero continuano i raid e i lanci di missili. Nemmeno la telefonata di due giorni fa del presidente americano Joe Biden ha cambiato, per ora, la dinamica sul terreno. Anche l’Egitto, il Qatar e altri paesi, con cui Biden ha detto di “lavorare per arrivare a un cessate il fuoco”, non sono riusciti a convincere il premier uscente Benjamin Netanyahu a considerare una tregua. Ieri sera l’egitto proponeva una tregua da giovedì, e Hamas si è detta favorevole. Ma Bibi ha affermato con toni roboanti “che la potenza bellica di Hamas è stata riportata indietro di anni”. Un alto esponente di Hamas, Moussa Abu Marzuk, dal Qatar ha detto al New York Times che il suo gruppo è pronto al cessate il fuoco, a condizione che sia “mutuo e simultaneo”, mentre Israele chiede “che Hamas fermi il fuoco unilateralmente per due o tre ore prima che Israele faccia lo stesso”. L’unico effetto positivo forse dell’intervento di Biden è stato la diminuzione dei bombardamenti su Gaza nella notte.

Per la prima volta non si sono registrate vittime tra i civili. In Israele invece sono morti due braccianti thailandesi che lavoravano nei campi vicino alla barriera di separazione della cittadina di Eshkol, mentre alcuni soldati sono stati feriti al valico di Erez dove stavano gestendo il trasferimento di combustibile e viveri nella Striscia. L’enclave palestinese di Gaza infatti dipende da Israele per l’approvvigionamento di beni essenziali, specialmente ora che la lunga rete di tunnel sotterranei costruita da Hamas per far entrare armi e, in seconda battuta, cibo e medicine, è stata quasi distrutta dalle bombe israeliane. Sono stati 120 gli obiettivi colpiti nelle ultime 24 ore dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza, comprese 10 postazioni di lancio di razzi, ha detto il portavoce militare Hidai Zilberman, secondo il quale molti “degli attacchi sono stati condotti nel quartiere residenziale di Rimal a Gaza City dove vivono molti leader di Hamas”. Zilberman ha anche annunciato che durante la notte l’esercito continuerà a bersagliare la rete dei tunnel di Hamas, della “Metro”. Intanto la polizia israeliana ha arrestato quattro abitanti sospettati di avere ferito un palestinese di nazionalità israeliana. È invece deceduto un manifestante palestinese dopo essere stato ferito in scontri con l’esercito israeliano a al-Bireh, non lontano da Ramallah, in Cisgiordania. Sul fronte diplomatico ha battuto un colpo l’Unione europea. “La nostra priorità è l’immediata cessazione delle violenze e l’attuazione di un cessate il fuoco”, ha detto l’Alto rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, al termine della videoconferenza straordinaria dei ministri degli Esteri dell’Ue, spiegando che la sua posizione è stata “sostenuta da 27 Stati membri su 26”.

L’unico paese fuori dal coro è stato l’Ungheria che “non concorda con il senso generale della discussione”. Una spiegazione sibillina e strumentale come è nelle corde del premier Viktor Orbán. “Un cessate il fuoco – ha sottolineato Borrell – che non deve essere solo concordato, ma attuato. Lo scopo è proteggere i civili e dare pieno accesso umanitario a Gaza. Ancora una volta, condanniamo gli attacchi con i razzi di Hamas, un gruppo terrorista, sul territorio israeliano”. Borrell ha ricordato che “Israele ha sì il diritto di difendersi, ma in modo proporzionato, rispettando il diritto umanitario”. Sostegno anche a che non si proceda con gli sgomberi a Sheikh Jarrah: l’Ue considera illegali gli insediamenti dei coloni ebrei.

Occidente, il regno della menzogna

Se il cosiddetto Occidente continuerà imperterrito nella propria, costante, estenuante, ripugnante politica di doppio-pesismo, di cui, per restare sul pezzo, dà buona misura quel che sta succedendo a Gaza, con l’equiparazione fra un esercito tecnologicamente avanzatissimo e i guerriglieri straccioni di Hamas, fra i circa duecento razzi sparati verso Gerusalemme e Tel Aviv che hanno causato otto morti e i circa centoquaranta palestinesi uccisi, tra cui un numero imprecisato di bambini, provocati dai bombardamenti israeliani su Gaza (davvero “intelligenti” questi missili se in un sol colpo sono riusciti a sterminare una famiglia composta da due donne e i loro otto bambini, sicuramente terroristi – peraltro, com’è noto, i bambini degli altri sono diversi dai nostri bambini se nella prima guerra del Golfo, per non affrontare fin da subito l’imbelle esercito iracheno, che era stato battuto persino dai curdi, le “bombe chirurgiche” e i “missili intelligenti” uccisero, fra Baghdad e Bassora, 32.195 bambini, dati del Pentagono) politica sostenuta dai suoi media che, inutilmente vili, riescono a essere più realisti del re, nascondendo le verità scomode o rivelandole a metà il che è ancora più scorretto, dai e ridai farà la fine che si sarà meritato: morirà soffocato dalle sue stesse menzogne.

Una decina di giorni fa c’è stato un attentato terroristico a Kabul contro una scuola media frequentata da ragazzi e ragazze che ha causato 55 vittime. La Reuters, che non è proprio l’ultima agenzia di notizie del mondo, ha subito attribuito l’attentato ai Talebani, seguita poi da pressoché tutta la stampa occidentale. Un falso. Bisognava andare a cercare con la lente sull’Internazionale la notizia, data da Tolo News, che è l’emittente dell’attuale governo afghano e quindi, in questo senso, al di sopra di ogni sospetto, che l’attentato era opera dello Stato islamico, cioè dell’Isis, e che i Talebani avevano escluso ogni loro coinvolgimento. Del resto questa smentita non era nemmeno necessaria. I Talebani, nella loro guerra d’indipendenza, hanno sempre puntato a obbiettivi militari e politici cercando di limitare il più possibile gli inevitabili “effetti collaterali” per la semplice ragione che non hanno alcun interesse a inimicarsi la popolazione sul cui appoggio hanno potuto costruire la propria lotta di indipendenza durata vent’anni. Del resto nel “libretto azzurro” del 2009, naturalmente snobbato in Occidente, in cui il Mullah Omar dettava le regole cui dovevano attenersi i suoi combattenti, è scritto a chiare lettere: “Attacchi terroristi e attentati kamikaze. Il sacrificio di valorosi figli dell’Islam è lecito soltanto se il bersaglio è importante, vale a dire solo per obbiettivi militari e politici che abbiano una certa rilevanza col massimo impegno per scongiurare vittime civili”. Peraltro c’è un precedente significativo. Quando nel 2014 i talebani pachistani attaccarono una scuola frequentata dai figli dei militari pachistani facendo 156 morti e 130 feriti, il movimento talebano afghano guidato dal Mullah Omar condannò senza se e senza ma quell’eccidio: “L’Emirato islamico è scioccato da quanto avvenuto e condivide il dolore della famiglie dei bambini uccisi nell’attacco”.

Il 10 maggio di quest’anno sul Corriere della Sera a firma di Andrea Nicastro è stato pubblicato un articolo curioso che riguarda i decreti emessi dal Mullah Omar nel 2014. Ecco cosa dicevano questi decreti: “l’istruzione moderna è importante per l’Afghanistan e le donne hanno diritto alla proprietà privata, all’eredità, all’educazione, alla salute, a scegliere il marito, alla sicurezza e a una buona vita”. Questi decreti spazzano via una delle principali motivazioni con le quali gli americani e i loro lacchè giustificarono la propria permanenza in Afghanistan dopo averlo invaso (Operation Enduring Freedom). Per la verità nel frattempo era caduta anche la motivazione ufficiale per cui gli americani invasero l’Afghanistan: una reazione all’attacco alle Torri Gemelle. È stato dimostrato in modo inequivocabile che la dirigenza talebana dell’epoca era del tutto all’oscuro di quell’attentato (sono stati il Washington Post e il New York Times a chiarire che l’attacco all’Afghanistan era stato premeditato sei mesi prima dell’11 settembre per occupare il ruolo lasciato vacante dal ritiro dei sovietici – dagli americani noi prendiamo sempre il peggio, non il meglio che è la loro libertà di stampa). Del resto all’attacco alle Torri Gemelle parteciparono arabi sauditi, yemeniti, tunisini e altri soggetti di paesi arabi, non c’erano afghani, tanto meno talebani. Né afghani, tantomeno talebani, furono trovati in seguito nelle cellule, vere o presunte, di al Qaeda. In un famoso discorso tenuto all’Onu nel 2009 Mu’ammar Gheddafi, fra le varie accuse mosse all’Occidente, fece notare queste incongruenze. E questo discorso costerà la vita al Colonnello. Ma torniamo a Nicastro. Intanto è bizzarro che Nicastro scopra a sei anni di distanza quei decreti del Mullah Omar a supporto dell’educazione femminile e più in generale delle donne che chiunque si sia occupato di Afghanistan conosceva bene, ma che solo noi abbiamo pubblicato. Probabilmente il Corriere, forse il giornale più vile d’Italia, lo fa perché ormai la guerra all’Afghanistan è perduta e i Talebani l’hanno vinta. Ma Nicastro non riesce a ragionare al di fuori degli schemi occidentali e attribuisce quei decreti del Mullah al bisogno di procacciarsi il consenso. Omar non aveva bisogno di nessun consenso, perché ce l’aveva. In Afghanistan il prestigio non lo si conquista con le schede elettorali ma attraverso l’esempio di una vita. “Combattente, giovanissimo, contro gli invasori sovietici, perdendo un occhio in battaglia e subendo altre quattro gravi ferite, combattente, vittorioso, contro i ‘signori della guerra’ che avevano fatto dell’Afghanistan terra di abusi, di soprusi, di assassinii, di stupri, di taglieggiamenti e di ogni sorta di violenze sulla povera gente, riportandovi l’ordine e la legge … Infine leader indiscusso per quattordici anni della resistenza contro gli ancora più arroganti e moralmente devastanti occupanti occidentali” (necrologio rifiutato dal Corriere della Sera). Nel 2014 il prestigio di Omar era indiscusso anche presso la popolazione femminile, anche presso le professioniste che più di tutti avevano subito la sua rigida interpretazione della Sharia. Non aveva alcun bisogno di acrobazie elettorali democratiche alla Matteo Renzi o alla Matteo Salvini. Quando nel 2013 o 2014, non ricordo bene, a Ballarò cercai di spiegare queste cose e, storpiando un po’ l’italiano al fine di farmi capire, dissi: “Nego nel modo più assoluto che il Mullah Omar sia meno rappresentativo della sua gente del fatto che qui si mette una scheda in un’urna e salta fuori Renato Schifani” ci fu una risata generale, ma io alla trasmissione del pur ottimo Floris non misi più piede. Questa, come dicevo, è la Democrazia che occulta, ottunde e margina tutto ciò che la possa disturbare. Che Allah ti abbia sempre in gloria Omar. Io mi auguro che dal tuo Paradiso, che non è il mio, tu possa vedere i frutti di una vita interamente dedicata alla difesa del tuo Paese e, soprattutto, della povera gente del tuo Paese.

 

Gli “amici” di Maria la crea-eroi

Coppe giganti, teche di cristallo, pareti tutte d’oro, bengala fiammeggianti, Circuiti del Canto e della Danza, coach, giudici, Premio Siae, Premio della Radio, Premio della Critica, occhi sbarrati, mani giunte, “Nessun uomo è un’isola”… Un’atmosfera da Fondazione Galattica, un’ebbrezza positronica si respirava nella finalissima degli Amici di Maria, sabato su Canale 5. Ascolti miracolosi senza alcun additivo esterno, non sono venute le Sardine come l’anno scorso, non ha dovuto declinare alcun invito Rula Jebreal (tra i finalisti c’era un’unica ragazza), solo un devoto omaggio di Pio e Amedeo.

La ventesima edizione è stata quella della svolta autarchica e intergalattica; mentre altri talent arrancano sempre più vistosamente, vedi X-Factor, Amici va per la sua strada e chiude il cerchio magico. Vince la diciannovenne Giulia, che nel corso del reality si è fidanzata con il coetaneo Sangiovanni come se fossimo a Uomini e donne, nel momento della verità i due si incontrano e si sostengono come se fossimo a C’è posta per te, e loro sì che valgono. Alla Confederazione Intergalattica sono bastati sei mesi per generare dal nulla, e sottolineo nulla, due star da disco di platino, e d’altra parte l’intero star-system di nuova generazione porta il marchio di Maria (proprio come negli anni Novanta portava il marchio di Maurizio Costanzo), anche se sarebbe ingeneroso fargliene una colpa. Quella di oggi è davvero l’Italia di Maria De Filippi e dei suoi amici. Chissà che cosa avrebbe detto Pier Paolo Pasolini di questa Italia, veniva da chiedersi vedendo la finale dove non era semplice distinguere un concorrente dall’altro, un pezzo inedito, scritto dai cantautori in erba, da una rivisitazione del Tuca-Tuca; Pasolini temeva e presentiva la mutazione di nuovi eroi, ma la De Filippi è oltre, i nuovi eroi li crea. (Strana coincidenza occuparsi dei miracoli di Maria nel giorno della scomparsa di Franco Battiato; ma le coincidenze, diceva qualcuno, non sono solo coincidenze).

Mancano i camerieri. Ovvio: sono tutti sul sofà, fannulloni!

Chi se lo fa il sofà? I pelandroni che non hanno voglia di lavorare! Cari lettori, voi non sapete che effetti drammatici ha sull’economia quest’oggetto dei desideri dei fancazzisti di tutto il mondo. Danni incalcolabili. Sentite qua: “Non si trovano più camerieri e lavoratori per le attività stagionali, per questo alcune attività non riapriranno. Bene, questo è uno dei risultati paradossali dell’introduzione del Reddito di cittadinanza. Se mi dai 700 euro al mese e vado a fare qualche doppio lavoro non ho interesse ad alzami alle sei e ad andare a lavorare in una industria di trasformazione agricola”. Uno pensa: l’avrà detto Briatore. Invece no, è un pregevole distillato di una delle ultime dirette Facebook del presidente della Campania, Vincenzo De Luca. Come i compagni del Pd si approcciano alle questioni del lavoro non c’è nessuno.

È noto che tra i percettori del Reddito di cittadinanza quelli che arrivano a prendere 700 euro sono pochissimi, ma a parte questo è una bugia malevola dire che le misure di sostegno alla povertà siano un incentivo a non lavorare. Se ne sono accorti perfino negli Stati Uniti, che non sono esattamente la patria dello Stato sociale. Leggiamo sul Corriere che a Stockton, città di 300 mila abitanti della Central Valley agricola della California, l’ex sindaco Michael Tubbs “ha iniziato quasi due anni fa, nel 2019, a versare 500 dollari al mese a 125 famiglie indigenti”, esaminando i loro comportamenti e confrontandoli con quelli di altre famiglie in condizioni analoghe che non avevano ricevuto il sussidio. Risultato: le famiglie hanno usato il denaro in modo costruttivo (37% per acquistare cibo, l’1% per alcolici), riducendo il loro indebitamento e sfruttando meglio le occasioni di lavoro: all’inizio del programma solo il 28% dei beneficiati aveva un lavoro fisso a tempo pieno, alla fine questa quota era salita al 40% mentre il numero delle famiglie che stanno rimborsando i loro debiti è salito dal 52 al 62%. Dice l’ex sindaco: “Il principale risultato del nostro esperimento è la dimostrazione che aiutare i più poveri con distribuzioni di denaro non spinge la gente a lavorare di meno ma di più”. Questi risultati sono analoghi a quelli di esperimenti simili svolti in mezzo mondo. E mentre la pandemia ha cambiato l’atteggiamento dell’opinione pubblica e della politica perfino Oltreoceano (tanto che Biden ha varato programmi di sostegno al ceto medio impoverito dalla crisi), qui ci tocca sentire discorsi irricevibili sulla mancanza di camerieri.

Sussidi sul modello del reddito di cittadinanza sono previsti dalla Costituzione che, all’articolo 38, garantisce non solo gli inabili al lavoro ma anche i cittadini involontariamente disoccupati, infortunati e invalidi. Non è che abbiamo la mania della Costituzione, è che essendo la Costituzione medesima la legge fondamentale della Repubblica, ci pare rilevante che il reddito di cittadinanza abbia il suo fondamento nella norma principe del nostro ordinamento. E anzi: è grave che sia stata attuata con settant’anni di ritardo. Due sentenze sul principio di solidarietà che sta alla radice di questi diritti (la 409 del 1989 e la 75 del 1992) spiegano bene quel che vogliamo dire: “Il principio solidarista è posto dalla Costituzione tra i valori fondanti dell’ordinamento giuridico, tanto da essere solennemente riconosciuto e garantito insieme ai diritti fondamentali e inviolabili dell’uomo, dall’articolo 2 come base della convivenza sociale normativamente prefigurata dal costituente”. Ai tempi del dibattito sul reddito, nel 2018, Lorenza Carlassare spiegò: “L’avverbio ‘normativamente’ sta a significare che non siamo di fronte a un’esortazione generica, ma che la struttura normativa del sistema deve essere ispirata a quel principio. Principio indissolubilmente legato al valore primario su cui si fonda la Costituzione intera: la persona e la sua dignità”. Capito, Vincè?

 

Tormentone estivo. Gli imprenditori si lamentano per l’assenza di lavapiatti

Piano piano, torna la normalità, il mondo si riaffaccia dalla nebbia fitta, torna un po’ di luce, e si ricomincia a pensare ad altro. È per questo che mi faccio vanto, modestamente, di anticiparvi un tema che resterà sul girarrosto delle notizie (e commenti, corsivi, analisi, espressioni scandalizzate, signora mia dove andremo a finire) per parecchie settimane, forse mesi. E cioè i lamenti, i lai, le accuse, le perorazioni e i sermoni degli imprenditori italiani che “non trovano dipendenti”.

È un classico dell’estate,come il calippo e le canzoni brutte, ma insomma preparatevi, perché verrete sommersi da storie tristi tipo il barista che cerca un garzone, ma quello niente, sta al mare a farsi le canne grazie al reddito di cittadinanza e col cazzo (monsieur!) che va a lavare le tazzine alle sei del mattino. Siccome eravamo abituati al fiorire di queste notizie in un nugolo di piccole storie tristi, bisogna anche dire che la trama è sempre la stessa, banale e prevedibile. Scena uno: l’imprenditore lamenta (sul giornale locale, o alla radio, o nel servizio tivù) che da settimane cerca un dipendente, ma non si presenta nessuno. Scena due: si scopre che l’annuncio era stato messo su Facebook, quindi girava in cerchie strettissime, oppure che si offrivano condizioni che l’Alabama dell’Ottocento sembra Hollywood, al confronto. Terzo atto della commedia, la tirata indignata su: a) i giovani che non hanno voglia di lavorare; b) gli danno settecento euro per stare sul divano (sottotesto: io gliene darei meno per farsi un culo a capanna); c) Ai miei tempi… (riempire a piacere).

Dov’è la novità, direte voi. Ecco. La novità è che a fare il coro greco sullo stagionale che non si trova, questa volta non è stato il barista Pinco o l’associazione albergatori di Qui o di Là, ma un presidente di Regione, per la precisione Vincenzo De Luca, che ha saltato i primi due atti della pièce ed è passato subito al terzo: i lavoratori stagionali mancano per colpa del Reddito di Cittadinanza, che tanti lutti e tante privazioni ha causato agli imprenditori italiani. Traduco: il reddito di cittadinanza impedisce di fare dumping sui salari, che è quel meccanismo per cui se un lavoro vale dieci cercherò di dartene otto, e se arriva uno più disperato di te a lui ne darò sei, finché mi arriva il disperato che magari ha figli, e allora a lui ne darò due (John Steimbeck, Furore, 1939).

Non è tutto qui, certo. La situazione di incertezza dovuta all’anno e mezzo da cui usciamo complica le cose. Infatti, c’è chi riesce ad aggrapparsi a welfare, ristori e sostegni, e li perderebbe volentieri per lavorare, ma che succede se tutto richiude all’improvviso? Finirebbe per perdere sia reddito che sostegni, e quindi si capisce la prudenza.

Aggiungerei un dettaglio che non è per niente un dettaglio: dal Piano nazionale di ripresa e resilienza eccetera eccetera è sparito – puff – ogni riferimento al salario minimo legale per i lavoratori. Ce lo chiede l’Europa (una direttiva Ue che la commissione Lavoro del Senato ha accolto e votato a metà marzo), ma nel piano che abbiamo spedito all’Europa non c’è. Era previsto ma non c’è. Chissà, forse adesso che cominciano i lavori stagionali sarebbe servito. Eppure, la narrazione non cambierà: tra chi offre poco per orari assurdi, chi si scorda di fare leggi che tutelino i lavoratori, e i poveri che “stanno sul divano” è più facile prendersela con questi ultimi, e – ovvio – con l’unica legge che rende più difficile pagarli due cipolle e un peperone.

 

Della Loggia ha torto: lo “ius culturae” serve

Ancora lì siamo? Ieri sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia ha preso a pretesto le mie note amare sulle manifestazioni anti-israeliane inscenate da giovani arabi immigrati di seconda generazione, per ribadire il suo no alla concessione della cittadinanza italiana a chi sia nato nel nostro Paese e vi abbia compiuto il ciclo di studi. Il cosiddetto ius culturae. Per farlo, naturalmente, ha dovuto amputare le mie argomentazioni, e capovolgerle a suo piacimento. Come se la tragica lezione proveniente dalle città-miste israeliane, quelle in cui ebrei e arabi vivono gli uni accanto agli altri, in questi giorni sottoposte a coprifuoco per gli episodi di violenza che le sconvolgono, dovesse indurci a erigere un cordone sanitario anziché operare per l’integrazione.

Sono passati vent’anni dacché alcune personalità della cultura italiana, da Giovanni Sartori al cardinale Giacomo Biffi, teorizzavano l’impossibilità di integrare una minoranza islamica nella nostra società. Il tempo, per fortuna, si è incaricato di smentirli: nonostante gli effetti nefasti del terrorismo islamico e della sua propaganda, un sia pur faticoso processo di integrazione è progredito. Le nostre sono già città-miste, e i più se ne sono fatta una ragione. A differenza che in altri Paesi europei, come la Francia, finora abbiamo scongiurato il pericolo che nelle periferie si formassero enclave omogenee etnicamente, e come tali soggette a forme di “autogoverno” gestito da rappresentanti inclini a fomentare un’identità separatista.

Eppure Galli della Loggia sembra rimasto lì, impermeabile all’amara lezione israeliana: se tu di quelle minoranze limiti i diritti, incoraggi per convenienza politica chi le umilia, minacci le loro proprietà, finirai per spingerle alla rivolta. Gli arabi israeliani, pur solidali con i loro confratelli che in Cisgiordania vivono sotto occupazione militare e a Gaza sono cinti d’assedio sotto il tallone di Hamas, avevano fino a ieri buone ragioni per considerarsi più fortunati. Stavano meglio anche della maggior parte degli abitanti dei Paesi arabi confinanti. Ma, a quanto pare, non è più così. La situazione è degenerata per iniziativa di un’estrema destra di matrice religiosa e dichiaratamente razzista, tollerata quando non incoraggiata da Netanyahu che non può farne a meno per restare al governo. Non risuona familiare, questa spirale perversa, a Galli della Loggia che pure di recente ha manifestato rispettoso interesse al partito xenofobo di Giorgia Meloni?

Non me ne vorrà se intreccio questione mediorientale e questione italiana: anche lui del resto parte dal presupposto che nella nostra civiltà globalizzata le diaspore immigrate definiscono la loro identità a cavallo fra il luogo d’origine e il luogo di residenza. Vale pure per la piccola comunità ebraica italiana che, come ben sa, tende vieppiù a identificarsi nelle sorti d’Israele.

Per questo ho espresso amarezza di fronte a chi nelle nostre piazze brucia la bandiera israeliana o rilancia nella sua lingua d’origine lo slogan “gli ebrei sono i nostri cani”. Ma subito dopo, e questo Galli della Loggia l’ha omesso, ho ricordato le squadracce capitanate da deputati della Knesset che vanno a caccia dei loro concittadini gridando in ebraico “morte agli arabi”.

Mi obietterà che questo in Italia non avviene, anche per l’evidente sproporzione numerica fra le due comunità. Non subiamo la presenza organizzata di un gruppo come Lehavà (“Fiamma”) che, guarda caso, vorrebbe imporre il divieto dei matrimoni misti. Né degli ultrà picchiatori di La Familia che fuori dallo stadio di Gerusalemme, una città con trecentomila abitanti arabi, hanno affisso uno striscione invocante la loro uccisione. Per fortuna solo una sparuta minoranza della gioventù ebraica italiana simpatizza per costoro. Ma il rischio di importare queste tendenze barbariche dal Medio Oriente si scongiura seguendo la via opposta a quella escludente proposta da Galli della Loggia.

“Tra l’illuminismo e l’identità, rassegniamoci, quasi sempre vince l’identità”, scrive. Ammesso e non concesso che sia davvero questo l’insegnamento della storia, il nostro dovere è di non rassegnarci. Se anche i giovani di seconda generazione respirano in casa l’antisemitismo, se anche la memoria della Shoah dice loro poco o nulla al cospetto delle sofferenze dei palestinesi, punirli con l’esclusione dalla comune cittadinanza non potrà che alimentarne la frustrazione per l’ingiustizia subita. Cos’altro, se non l’affermazione dell’uguaglianza nei diritti, esercitata attraverso l’istruzione e la cultura, può favorire la convivenza nelle nostre città-miste? Per questo ho immaginato manifestazioni in cui la bandiera israeliana e la bandiera palestinese vengano affiancate, e non bruciate. Per questo abbiamo bisogno di una legge come lo ius culturae.

 

Matrimoni “Presidente Draghi, avete dimenticato noi future spose”

Gentile redazione, sono una futura ipotetica sposa preoccupata, qui a scrivervi perché alla luce delle notizie che circolano sulla ripartenza del settore wedding, noi sposi siamo alquanto ansiosi… Vi prego di dare voce al nostro malessere pubblicando la mia lettera aperta.

“Egregio Presidente Draghi, con grande amarezza leggo che il settore wedding ripartirà solo dal 15 giugno. Da mesi attendiamo risposte e dopo le disattenzioni e il silenzio riservati agli operatori del settore e ai futuri sposi, apprendere che gli eventi privati verranno autorizzati solo dalla seconda metà di giugno mi rattrista alquanto. Non capisco come le stesse condizioni di monitoraggio e distanziamento adatte per i matrimoni non possano essere messe in atto anche prima del 15 giugno. Perché le manifestazioni sportive che coinvolgono masse di spettatori sono state autorizzate e piccoli gruppi di familiari e amici, facilmente monitorabili, sono penalizzati come potenziali untori?

Lo Stato dovrebbe essere un padre che si adopera a supporto dei propri figli, a sostegno dei loro progetti, specie nei momenti di difficoltà come quello che stiamo vivendo ormai da quasi un anno e mezzo; lo Stato dovrebbe metterci in condizione di andare avanti, garantendoci l’accesso agli strumenti necessari per farlo e invece ci condanna a rinunciare o procrastinare il raggiungimento di una meta importante come quella del matrimonio, arrogandosi il diritto di limitare le libertà individuali.

Carissimo Presidente, tenga conto dei bisogni di chi, dopo aver perso tanto, in termini economici e affettivi, ha bisogno di gettare le basi per il proprio futuro, ora”.

Pamela Leonardi, una sposa

 

Gentile Pamela, purtroppo il settore del wedding dovrà ancora attendere. Ufficialmente riparte il 15 giugno. E da quella data sarà possibile anche organizzare banchetti di nozze, al chiuso e all’aperto. Ma con alcune, rigide, limitazioni. Gli invitati (il cui numero massimo consentito è ancora allo studio) dovranno dimostrare di essere in possesso della certificazione verde. Dovranno cioè dimostrare di aver concluso il ciclo vaccinale oppure di essere guariti dall’infezione, con un certificato rilasciato dall’azienda sanitaria di riferimento o dal medico di base. In alternativa dovranno dimostrare di aver fatto un tampone (risultato ovviamente negativo) nelle 48 ore precedenti il matrimonio. Comprendiamo la frustrazione di tanti aspiranti sposi che per molto tempo non hanno potuto organizzare ricevimenti dopo la cerimonia in chiesa o in municipio per celebrare un giorno così importante. E che devono ancora pazientare per il ritorno alla normalità.

Natascia Ronchetti