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La parole di Figliuolo sui vaccini han stancato

La vicenda vaccinazioni effettuate e gli annunci del Generale ormai hanno stufato per il contenuto di propaganda stucchevole. Ma perché nessuno chiede i dati delle prenotazioni giornaliere che se prese con un ragionevole overbooking dovrebbero attenuare il problema delle rinunce e mirare all’obiettivo che si vuole raggiungere? Invece si continua a fare propaganda sull’obiettivo 500.000 dosi o più e non raggiungerlo mai se non per caso in due soli giorni! Come la storia delle aperture alle fasce inferiori: si parla degli over 40! Ma ha senso se per prenotare nella fascia over 60 (parlo per esperienza diretta) ho trovato slot disponibili nella area di Monza a partire dall’11 giugno?

Tanino Armento

Le posizioni del premier e il mistero dei 5Stelle

Il governo italiano guidato dal premier Mario Draghi in politica estera è filo atlantista e filo israeliano, in politica economica è amico di Confindustria e delle banche. E i 5Stelle cosa ci stanno a fare, a reggere il moccolo?

Antonella Jacoboni

 

Il mercato non incentiva i ragazzi a laurearsi

Vorrei parlare dello scoraggiamento della nuova generazione (visto che fine hanno fatto i vecchi laureati) nei confronti della laurea e delle specializzazioni. Perché perdere tempo a laurearmi se posso raggiungere mediamente stesso stipendio e più dopo i 16 anni di età? Poi l’Inps chiede pure 30 mila euro per riscattare gli anni. Quelli che raggiungono ottimi risultati post-laurea vanno via o lavorano con multinazionali estere per arrivare a traguardi professionali ed economici soddisfacenti e riconosciuti. Come italiano, mi chiedo sempre perché i rettori e professori delle università italiane non comincino ad alzare la testa e chiedere rispetto per i loro giovani laureati. In tv quelli bravi provengono solo dalle università private! Allora, se è così, qualcosa non va…

Luigi Malvone

 

Bisogna tenere vivo il campo progressista

È quanto mai essenziale il vostro pungolo alle tre forze del campo progressista affinché facciano sentire la loro presenza e voce. Come non dirsi però che la prima causa di questa debolezza ed evanescenza sta proprio in loro, nel M5S, come un ‘dissesto idrogeologico’, cioè ideologico e d’identità, che travolge. Nel Pd, poi, grazie all’arrivo provvidenziale di Letta si è evitata la deriva a cui lo destinava il tandem Bonaccini-Renzi, e ci sarà ancora da fare. Tutto questo mentre le forze di destra come sempre si coalizzano sui loro sporchi interessi, come un gatto e la volpe fattisi partito. Mi auguro che per il Movimento si tratti di una crisi di crescita, se non nei numeri almeno nella graduale presa di coscienza. Quindi giusto strigliarli, fanno perdere la pazienza! Ma se prima non si guarderanno profondamente in se stessi non potranno neanche federarsi, ma solo farsi portare. E se Grillo non è più parlante, bene che ‘altri’ lo facciano, per lui e per tutti!

Alessandra Savini

 

Critiche ingiuste alla Raggi su CasaPound

Mattia Feltri nel “Buongiorno” de La Stampa ha davvero toccato il fondo! Pur di dar contro alla Raggi, il Feltri jr. garantista si fa paladino della libertà di sfilare in pubblico dei fascisti di CasaPound e attacca l’antifascismo: “perfetto per ogni guardaroba” e altra faccia del fascismo! È vero che la democrazia giornalonista, in tempi di draghismo, subisce strane torsioni, ma vi sembra normale?

Giorgio Viarengo

 

Caro Giorgio, sono le solite fake news dei giornaloni. Feltri jr. è arrivato a incolpare la Raggi del mancato sgombero di CasaPound, quando tutti sanno che è compito del Mef e del Viminale e che la Raggi chiede lo sgombero da anni, fino al punto di essersi recata nel palazzo abusivamente occupato per far scalpellare l’insegna.

M. Trav.

 

Comunali a Roma: che guaio per i giallorosa

La Raggi è in testa nei sondaggi. Certo, è presto per trarre conclusioni e i sondaggi sono quello che sono, ma se il buongiorno si vede dal mattino allora la strada maestra è imboccata. Io non ho gli strumenti dei sondaggisti, sono semplicemente un comune cittadino romano e vado a sensazione, ma in una mia lettera pubblicata sul Fatto commentavo un editoriale del nostro Valentini sostenendo che a meno che qualcuno non candidasse San Pietro contro Raggi, non c’era trippa per gatti. Secondo me, al di là di tutte le motivazioni addotte ed esternate, il presidente Zingaretti non se l’è sentita di andare allo scontro con la sindaca. Certo, la coalizione Pd-5Stelle è necessaria per arginare le destre, obbligatoria direi, ma se nasce da una strategia di contenimento e non da un progetto in cui ci si crede veramente, ebbene questa coalizione ha le gambe corte ammesso che cominci a camminare.

Delfino Biscotti

“Caro Freccero, le tue acrobazie sulla Rai non mi hanno convinto”

Concludiamo l’esame delle balle acrobatiche di Freccero. “Luttazzi chiedeva un compenso di base 100.000 a puntata… troppo al di fuori della possibilità della rete. Per questo non vi furono ulteriori trattative”. Falso. Non mi hanno mai messo nella condizione di confrontarmi con nessuno della Rai per parlare del mio compenso: non ci fu infatti NESSUNA trattativa. La Rai è solo scomparsa. “Non potevo prendere Luttazzi a scatola chiusa… Dopo 20 anni non conoscevo la sua nuova produzione, ma sapevo che la vecchia non era compatibile con la Rai di oggi. La Rai2 del 2001 era tutta basata sulla satira, la Rai del 2019 non aveva spazio per performance solitarie, ma solo per un lavoro di gruppo”. Scatola chiusa? Poteva tagliare quello che voleva. La Rai del 2019? Dava spazio al talk-show di Fabiofazio, un altro che lavora gratis: perché non al mio? Sarebbe stato un talk-show comico-satirico come quelli che da sempre mietono successi all’estero, e che funzionavano alla grande anche in Italia, prima che mi togliessero di mezzo proprio per quello: comicità e satira funzionano oggi come ieri, ovunque. Indicai a Freccero un riferimento: il monologo di Rai per una notte. Guardatelo e provate a non ridere, se ce la fate: https://bit.ly/3uNetCC. “Quella che Luttazzi legge come censura è solo ricerca dell’audience. Le sue performance del 2001 sarebbero ‘politicamente scorrette’ e quindi prive di audience”. Che fatto curioso: il “politicamente scorretto” di Pio & Amedeo fa picchi di ascolto, ma Freccero stabilisce che il mio sarebbe privo di audience. Fammi provare, almeno, invece di supporre l’audience inventata che ti fa comodo. Finora i miei varietà e le mie apparizioni tv hanno sempre sbancato l’Auditel. Che è più di quanto si possa dire di Simona Ventura e Alessandro Giuli, per citare solo due flop Rai recenti. “Non tutti gli argomenti sono compatibili con le richieste del pubblico di quel momento”. Che ne sai tu delle richieste del pubblico, se non gli dai la possibilità di farsi un’idea del programma? “Secondo Overton, in ogni epoca, in ogni momento, esiste una finestra che inquadra ciò che può essere detto su un determinato argomento. Se si vuole promuovere un argomento impopolare, bisogna passare attraverso una serie di tappe successive”. Usare Overton per giustificare la cassazione della satira dalla Rai è l’argomento più cretino che abbia mai letto in vita mia, poiché è un’apologia del conformismo, con cui la satira non ha nulla a che fare. Ed è darsi una zappa sui piedi, in quanto l’ipotesi di Overton (guarda caso strumentalizzata anche dall’alt-right Usa per la sua propaganda, cfr. Mondon & Winter, 2020) riguardava l’accettazione pubblica delle politiche governative. Cosa c’entra la Rai col governo? Ah, già. Et voilà Freccero: berlusconiano a La Cinq, ulivista nella Rai dell’Ulivo, sovranista nella Rai sovranista. La conclusione è impressionante: “Luttazzi rivendica un diritto che allora spetterebbe a tutti cittadini italiani: andare in televisione, dire quello che si vuole, portare a casa un lauto compenso”. Non sono un passante: lavoravo in Rai facendo ascolti record (ho questa maledizione di essere bello) e ne sono stato estromesso per motivi ideologici. Vorrei solo poter fare il programma di successo che, dopo un editto bulgaro del proprietario della tv concorrente, il pubblico non può vedere in Rai da 20 anni. Perpetuare questa mordacchia con pretesti assurdi è solo censura preventiva. Certo, dire quello che si vuole è inconcepibile, in una democrazia, ma adesso basta, devo accompagnare la mia ragazza dall’estetista. Vuole farsi le extension alla figa. Un consiglio del suo parroco (2. Fine)

 

Imperscrutabile Draghi: Premier o al Quirinale?

“Tra un anno potremmo avere Meloni o Salvini premier, a meno che Draghi non resti a Palazzo Chigi. Daje Mario, facci sognare” (Jena, alias Riccardo Barenghi su La Stampa di ieri). Con questa mirabile sintesi potremmo aprire e chiudere la rubrica odierna, se non fosse che la domanda su cosa farà Mario Draghi ne trascina a cascata molte altre.

1. Meglio non illudersi: Salvini&Meloni (ma anche Meloni&Salvini, con il possibile sorpasso) litigiosi come tutte le coppie di fatto, restano in comunione dei voti. Visto che, insieme, Lega e FdI nei sondaggi vincono a mani basse (40,5%). E il salotto di nonno Silvio (7%), suivra.

2. Scrivono che Matteo Salvini preferirebbe votare al più presto, infatti finché resta il primo della coalizione di destra conserva il diritto a essere il nuovo premier. Mentre Giorgia Meloni punterebbe su altri due anni di governo Draghi per indebolire Salvini e sorpassarlo. Mah. Elucubrazioni da passi perduti a Montecitorio.

3. L’alleanza elettorale Pd-M5S è di là da venire, ma anche se fosse, i due partiti sommati (35%) valgono circa dodici punti in meno della destra. Vero è che nel campo del centrosinistra la somma di Azione, Sinistra italiana, Leu, Verdi, Italia Viva, + Europa e frattaglie varie varrebbe circa il 14%. Renzi, Calenda, Fratoianni, Speranza, Bonino: tutti contro appassionatamente.

4. Dunque, il governo Salvini-Meloni (o viceversa) è alle porte? Calma. Intanto non manca molto alla fine di luglio, quando scatterà il semestre bianco con l’impossibilità di sciogliere la Camere fino al prossimo febbraio, quando è fissata l’elezione del nuovo capo dello Stato. Sei mesi di probabile tregua, dopodiché i giochi saranno quasi tutti nelle mani di Mario Draghi.

Se decidesse di candidarsi, potrebbe salire al Colle forse già alla prima votazione. Dopodiché il voto anticipato sarebbe quasi inevitabile, anche perché da tempo l’attuale Parlamento a seguito del taglio di deputati e senatori è in qualche modo abusivo.

Se invece Draghi preferisse restare a Palazzo Chigi (c’è da realizzare il Recovery plan, me lo chiede l’Europa), per il Pd e 5Stelle sì che sarebbe un fragoroso daje, scampato pericolo.

Impossibile fare previsioni, l’uomo è imperscrutabile (del resto, l’incarico di governo a Draghi fu smentito fino all’ultimo, anche dal Quirinale, e sappiamo come è finita).

Liti tra ministri: i provvedimenti si moltiplicano

Nel Piano ufficiale consegnato a Bruxelles il governo si era impegnato ad approvarli entro domani. E invece, se va bene, i decreti cardine del Recovery plan – quello che deve delineare la governance del Piano (e relative assunzioni, migliaia nella P.A. locale e 300 al Tesoro) e quello che deve “semplificare” appalti e procedure – faranno la loro comparsa non prima della prossima settimana. “Non se ne sa nulla ancora”, si doleva ieri un ministro. Sui testi, al momento, i nodi da sciogliere sono ancora tanti ed è probabile che alla fine, per superare lo scontro tra i ministri, da due diventeranno tre. Dello scontro che vede contrapposti Dario Franceschini e il titolare della Transizione ecologica Roberto Cingolani – che vuole uno “sblocca cantieri” ambientale che metta al centro il suo ministero – leggete a sinistra. In parallelo c’è quello tra lo stesso Cingolani e il ministro della P.A. Renato Brunetta, che vuole trasformare il suo “decretone” sulle assunzioni nel contenitore di tutte le semplificazioni ministeriali. Ieri nell’ennesima riunione a Palazzo Chigi si sarebbe così delineata l’ipotesi spacchettamento: per conservare un suo testo, Cingolani spoglierebbe il decreto ambientale di diverse misure, come quelle che riguardano la commissione Via (Valutazione di impatto ambientale) sui grandi progetti del Recovery.

Anche in caso di via libera, restano i nodi politici sul primo decreto, quello che delinea la governance del Recovery plan, a partire dalla cabina di regia a Palazzo Chigi, che dovrebbe sovrintendere all’intera impalcatura e attivare i poteri per esautorare le amministrazioni in ritardo sui progetti. È noto che il premier Mario Draghi lo vorrebbe composto dei soli ministri maggiormente coinvolti dal Piano, cioè i tecnici (Tesoro, Ambiente, Trasporti e Digitale) e qualcuno del centrodestra (Brunetta e lo Sviluppo economico del leghista Giancarlo Giorgetti). A farne le spese sarebbero Pd e 5Stelle.

Se in Italia lo stallo potrebbe allungare i tempi, la Commissione Ue prova ad accelerarli. L’ostacolo più grosso è stato superato ieri con il via libera del Parlamento finlandese al Piano europeo. All’appello ora mancano ancora cinque Paesi, tra cui Polonia e Olanda, che lo hanno già approvato alla Camera bassa. Senza l’ok dei 27 Parlamenti, infatti, il piano (Next Generation Eu) non potrà partire e Bruxelles raccogliere i 750 miliardi sul mercato che girerà agli Stati membri. L’obiettivo è di distribuire i primi anticipi (il 13% delle risorse, circa 20 miliardi per l’Italia) entro agosto, ha spiegato ieri il commissario agli Affari economici, Paolo Gentiloni.

Con il via libera dei 27, la Commissione potrà disporre le nuove tasse “europee” che serviranno per rimborsare il debito. Queste ultime fanno parte del grande piano fiscale annunciato ieri dalla Commissione per avere una tassazione “adatta al XXI secolo”. Prevede entro il 2023 un nuovo quadro comune sulla tassazione societaria (il “Befit”) con una ripartizione equa tra i Paesi Ue per combattere l’elusione fiscale e finanziare Next Generation Eu. In quest’ultimo caso sono previste una nuova Carbon tax, un prelievo sulle transazioni digitali, uno sulle grandi imprese digitali e una tassa “legata al settore corporate”. Gli Stati “stanno perdendo 50 miliardi per la frode dell’Iva transfrontaliera, 46 miliardi per l’evasione fiscale internazionale e 35-70 per l’elusione delle aziende nell’Unione europea”, ha spiegato i Gentiloni presentando il pacchetto. Il Befit, però, arriverà solo nel 2023, e non è affatto detto che otterrà l’unanimità dei 27 Stati membri necessaria per passare. Irlanda, Olanda, Lussemburgo e altri membri si oppongono ed è già la terza volta in 10 anni che la Commissione prova a forzare la mano senza successo. La speranza di Bruxelles è che i paralleli negoziati in sede Ocse per tassare le grandi imprese e la spinta americana per un’aliquota globale minima spianino la strada. L’appuntamento decisivo è il G20 di Venezia, a luglio, presieduto dall’Italia.

Acqua pubblica, a rischio la gestione dei Comuni

Uno stop per i piccoli Comuni che hanno in gestione il servizio idrico integrato sul loro territorio: è nella bozza circolante del decreto a cui sta lavorando il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani con l’obiettivo di velocizzare e semplificare, appunto, la transizione (e che in queste ore sta subendo molti cambiamenti). A denunciare questo rischio sono alcuni comitati per la difesa della gestione idrica pubblica (Generazioni Future, Soc. Coop Stefano Rodotà, Osservatorio Gocce d’Acqua e Associazione Paese dell’Acqua). Il decreto, spiegano, abroga il comma 2 bis dell’articolo 147 del Testo Unico ambientale che concede la gestione “locale” e quindi non sotto il gestore unico d’ambito (che può essere pubblico o privato) ai comuni con determinate caratteristiche, come l’approvvigionamento da fonti qualitativamente privilegiate, sorgenti ricadenti in aree protette e l’utilizzo efficiente delle risorse idriche. In tutto ad avere questo tipo di salvaguardia in modo ufficiale sono circa 24 comuni, quelli che sarebbero i più danneggiati dalla norma, ma altri potrebbero richiederla. L’obiettivo del decreto, invece, sembra essere accelerare la riforma dei gestori unici: sono infatti circa 1.450 gli enti locali che ne attendono l’identificazione. Intanto amministrano in autonomia il sistema idrico e, a prima vista, questa norma non andrà a toccarli. Quindi non si argineranno le cause delle procedure di infrazione per le acque reflue e si limiterà però la possibilità, per chi davvero volesse gestire autonomamente l’acqua pubblica, di farlo con regole esistenti e già stringenti.

Archeologia, via le tutele per far spazio al recovery

“Signori ministri, segnaliamo con estrema preoccupazione l’ennesimo tentativo di sospendere le norme di tutela previste dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, contenuto nella bozza del dl Semplificazione delle procedure autorizzative per i lavori di costruzione di impianti per le energie rinnovabili finanziati con il Recovery plan”. Inizia così la lettera che le associazioni del settore archeologico (che rappresentano imprese, professionisti e lavoratori, docenti universitari e amministrazioni pubbliche) hanno inviato ai ministri della Cultura, dei Trasporti e della Transizione ecologica. La bozza di decreto voluta dal ministro Roberto Cingolani contiene, infatti, una serie di provvedimenti che preoccupa i tecnici. Il Testo (che insieme al decreto che fisserà la governance del Recovery dovrebbe arrivare la prossima settimana) è al centro di un braccio di ferro con il titolare dei Beni culturali Dario Franceschini – al punto che, in queste ore, parti molto controverse come questa potrebbero saltare o finire in un altro decreto – perché andrà a restringere o sospendere l’operatività degli uffici che si occupano di tutela ambientale, paesaggistica e archeologica, rispecchiando l’idea di Cingolani di ridurre i paletti che ostacolano i progetti che saranno finanziati dal Recovery.

Come? Anzitutto, proponendo di limitare le valutazioni di impatto ambientale alle sole aree già vincolate. “Si finge che tutto sia già conosciuto e, quindi, vincolato dove necessario. Ma non è affatto così. E chi ha scritto quella bozza lo sa – spiega senza Andrea Camilli, funzionario ministeriale e presidente di Assotecnici –. La tutela ambientale e archeologica, al contrario di quel che vuole la vulgata, è stata esercitata con estremo buon senso e criterio. Le Soprintendenze, che nei decenni hanno cercato di vincolare meno aree possibili, proprio per permettere all’Italia di costruire e innovarsi, oggi possiedono prerogative che permettono di tutelare il paesaggio anche al di fuori delle aree vincolate. Toglierle vorrebbe dire aprire la strada ad abusi e brutture, creando danni irrecuperabili”. Camilli sottolinea come nella bozza si punti a sospendere qualsiasi forma di tutela nelle aree confinanti a quelle soggette a vincolo: significherebbe che pale eoliche, ad esempio, potrebbero sorgere nei pressi di castelli o siti archeologici senza alcuna possibilità di progettare interventi condivisi. Perché il problema, secondo Camilli, non è certo la tutela, ma la cattiva progettazione. Concorda con questo punto Cristina Anghinetti, presidente di Archeoimprese. Lavorando da decenni con architetti e ingegneri – spiega – progettare insieme tenendo conto della tutela archeologica e del paesaggio diventa sempre più facile. Ma questo decreto, sostiene, appare dettato da chi quella progettazione la subisce, cioè chi ha interessi nei cantieri delle rinnovabili e non si cura di ambiente e patrimonio.

La bozza di decreto punta, infatti, anche a sospendere, in tutti i cantieri legati alle energie rinnovabili, l’archeologia preventiva, cioè quell’insieme di norme che consente di procedere con indagini preventive ogni qualvolta un progetto edilizio o infrastrutturale minacci il patrimonio. Norme a torto considerate come “blocca-lavori” ma che in realtà – al netto di piccoli o grandi rallentamenti (in molti casi le indagini durano pochi giorni) – consentono di raccogliere informazioni, modificare i progetti per tutelare il patrimonio archeologico o semplicemente accertarsi che la costruzione non vada a distruggere contesti d’eccezionale importanza storica. Il rischio è che i cantieri delle rinnovabili facciano da apripista, per poi arrivare a paralizzare le assistenze e gli scavi di controllo. “Non sappiamo ancora cosa abbiano in mente per le grandi opere previste dal Recovery plan”, conclude Anghinetti. Significherebbe bloccare una filiera che in Italia dà lavoro ad almeno 3.500 persone, che temono di vedere una contrazione o un annullamento delle commissioni.

Ne sono convinte le associazioni che rappresentano questi lavoratori, come la Confederazione italiana archeologi. Secondo la presidente Angela Abbadessa, se le norme fossero approvate, oltre a causare la perdita del lavoro per migliaia di professionisti, si creerebbe un “vulnus terribile alla tutela dei beni. Si tornerebbe ad avere i problemi che l’archeologia preventiva ha eliminato, ovvero il fermo postumo dei cantieri. Se la Soprintendenza deve intervenire a lavori iniziati, l’unico strumento che ha è bloccare i lavori, per quantificare i danni e riprogettare l’intervento per salvare il salvabile”. Abbadessa spiega che il grosso del lavoro degli archeologi si svolge proprio nei cantieri d’emergenza, con archeologi precari, come liberi professionisti o con contratti inadeguati. Cantieri in cui spesso emergono resti ancora non noti che a volte arrivano all’attenzione del grande pubblico o forniscono materiale per musei e ricerca. Intervenire per ridurre questo grado di emergenzialità sarebbe stato un ottimo modo per semplificare le procedure ed evitare rallentamenti.

“Avevamo proposto di utilizzare una piccola parte dei fondi del Recovery plan per ottenere una mappatura completa del potenziale archeologico su tutto il territorio nazionale, facilitando la progettazione dando o lavoro a tanti colleghi. I modi per semplificare e accelerare l’operatività esistono, le proposte non sono mancate: ma siamo stati completamente ignorati”. Abbadessa, come Anghinetti, prova una grande frustrazione nel notare che in un Paese che si riempie della retorica della bellezza e della cultura, gli archeologi e i professionisti della tutela del paesaggio e dell’arte siano stati completamente tagliati fuori dal Recovery plan, impedendo a una grande fetta di lavoratori di cooperare alla rinascita e resilienza di cui parla il Pnrr. “Si può rivedere l’archeologia preventiva nel suo sistema di gestione e nei suoi criteri, generando man mano automatismi, mettendo in condizione le Soprintendenze di funzionare meglio, di svolgere i propri compiti in rapidità. Ma i nostri uffici – conclude Camilli – sono in carenza di personale da decenni, costretti di volta in volta ad agire nell’emergenza. Questo è un decreto scritto senza contattare né chi si occupa di progettazione né di tutela: più che semplificare, crea nuovi problemi”.

Lega, al setaccio la lista clienti Sparkasse

La Procura di Genova ha acquisito una lista contenente i nomi degli intestatari di cassette di sicurezza detenute presso Banca Sparkasse di Bolzano, alla ricerca di personaggi riconducibili alla Lega. Accertamenti cui si aggiunge una perizia informatico-bancaria affidata a due alti dirigenti di Bankitalia e a un software specializzato nell’analisi dei big data, per trovare riscontri all’ipotesi degli investigatori. I consulenti, coordinati dal capo degli ispettori di via Nazionale, Emanuele Gatti, dovranno accertare se esistono documenti che collegano i 49 milioni di euro spariti dai conti della Lega e l’investimento da 10 milioni di euro transitato da Sparkasse e finito direttamente nei conti in Lussemburgo. Il primo dato riscontrato dalla Guardia di Finanza è che nella lista di posizioni acquisite presso l’istituto di credito molte cassette risultano senza destinatario. Nell’elenco figura il nome dell’avvocato Domenico Aiello, legale che ha difeso il partito negli anni scorsi. Aiello (estraneo all’inchiesta) è stato anche presidente dell’organismo di vigilanza della stessa banca oltre che ex socio di studio di Gerard Brandstätter, presidente di Banca Sparkasse.

Il sodalizio professionale fra i due soci si è interrotto prima che Brandstätter andasse a occupare la presidenza della banca. A collegare le due figure sono due ex manager Sparkasse, Sergio Lovecchio e Dario Bogni (non indagati), in un’intercettazioni agli atti dell’inchiesta. Quest’ultimo ha avuto un ruolo diretto nell’operazione finanziaria nel Granducato. L’audio viene registrato il 18 settembre 2018, mentre sono in corso alcune perquisizioni in Lussemburgo legate proprio all’ipotesi di reato di riciclaggio: “Il problema – dice Bogni – è questo… è uno… il collegamento… il collegamento è questo Brandstätter”.

I magistrati che indagano sull’evaporazione del tesoro da 49 milioni di euro dai conti del Carroccio continuano a scavare su quella vicenda. Un’operazione finanziaria effettuata in un arco di tempo molto particolare, all’inizio del 2018: la Guardia di Finanza aveva appena congelato circa 3 milioni di euro sui depositi a disposizione del partito, alle prese con le spese per la campagna elettorale di primavera. In quello stesso periodo l’istituto di credito altoatesino investe dieci milioni di euro in Lussemburgo e dopo poco richiede il rientro di 3 milioni di quel capitale in Italia. Una concomitanza sospetta per uno degli operatori coinvolti, che segnala l’operazione all’Antiriciclaggio di Bankitalia, innescando una segnalazione di operazione sospetta alla magistratura. Sparkasse, va sottolineato, ha sempre sostenuto che quei soldi fossero fondi propri.

Consip, Romeo ci riprova: “Perquisizione irregolare”

Alfredo Romeo non si dà pace: nei mesi scorsi ha presentato un esposto che vorrebbe riscrivere la storia del caso Consip, insinuando sospetti sulla genuinità dell’indagine. L’imprenditore, al centro di una maxi-inchiesta per lo più incentrata sull’appaltone FM4 da 2,7 miliardi di euro, che fu poi divisa tra Napoli e Roma e che è arrivata a toccare il padre di Matteo Renzi e pezzi da 90 del Giglio magico, ha adombrato dubbi sulla regolarità di una perquisizione di Marco Gasparri, eseguita il 7 dicembre 2016 dai carabinieri del Noe guidati dal maggiore Gianpaolo Scafarto, e sulla spontaneità della successiva decisione del funzionario Consip di collaborare con gli inquirenti. Prima di perquisire Gasparri, il 28 novembre 2016 i carabinieri avevano perquisito la casa di Romeo e la sede della Romeo Gestioni di Napoli.

Gli inquirenti, che avevano acceso telefoni e microspie da mesi e avevano già reincollato un pizzino con le iniziali di Tiziano Renzi (che ha spiegato di non saperne nulla) e del suo amico Carlo Russo affianco alle cifre della loro presunta retribuzione, avevano già in mano diverse buone fiches contro l’imprenditore campano. Ma è innegabile che la confessione di Gasparri contribuì in maniera importante alla successiva accelerazione delle indagini.

L’esposto di Romeo è nato dall’ascolto a puntate dei suoi legali di circa 20.000 audio – tra i quali le intercettazioni di Gasparri in quei giorni – depositati il 26 novembre nel processo che vede Romeo imputato a Roma di aver corrotto l’ex funzionario Consip. Gasparri ha ammesso di aver ricevuto tangenti da Romeo e ha patteggiato 20 mesi: licenziato da Consip, ha intrapreso una nuova carriera e ora vive e lavora in Portogallo.

Un effetto, con il suo esposto, Romeo lo ha ottenuto. A fine aprile il maggiore Scafarto è stato sentito in gran segreto dal pm di Roma Mario Palazzi nella mai comoda veste di indagato. Difeso dall’avvocato Giovanni Annunziata, Scafarto (la cui posizione andrebbe verso l’archiviazione) è stato interrogato sulle questioni sollevate da Romeo. E in particolare, sul tono confidenziale che il maggiore avrebbe avuto nella telefonata alla moglie di Gasparri contattata per dare il via alla perquisizione. Di questa vicenda si è discusso anche durante il processo in corso a Roma, che vede imputato Romeo. Secondo i legali dell’imprenditore – che traggono le loro valutazioni dall’ascolto degli audio, compresi quelli ambientali – la perquisizione non fu fatta a sorpresa, ma con preavviso, sarebbe durata pochi minuti “e dunque non fu fatta”, sostengono.

C’è un’altra circostanza sollevata dai legali: nelle stesse ore in cui Scafarto perquisiva Gasparri, l’avvocato di Gasparri, Alessandro Diddi, faceva anticamera nell’ufficio del pm Woodcock a Napoli. Cliente e legale si sono sentiti al telefono e anche quella conversazione è stata intercettata. Ma perché Romeo ha sollecitato chiarimenti? Semplice. La spontaneità di una collaborazione è decisiva per l’attendibilità delle sue chiamate di correo. E la chiamata di correo di Gasparri è un punto importantissimo, forse fondante, del processo a Romeo. Durante il quale, a proposito delle telefonate tra Diddi e Gasparri, si è appreso che Diddi ha presentato un’istanza di distruzione di alcune di quelle conversazioni perché attinenti al segreto inviolabile delle comunicazioni tra avvocato e cliente. I legali di Romeo si sono opposti, vorrebbero farle acquisire. E ne hanno sintetizzata in aula una durante la quale Diddi avrebbe detto a Gasparri che aveva avuto una perquisizione ‘soft’ grazie a un amico del quale ha fatto il nome. Tesi difensive del pool legale di Romeo che il pm Palazzi, in aula, ha definito “un film”.

Gli avvocati ritengono invece che sarebbe stato più opportuno affidare il fascicolo sull’esposto di Romeo a un pm diverso da chi ha indagato contro di lui. Ma nel fucile di Romeo ci sono altri colpi in canna: due deputati di Forza Italia hanno trasfuso le sue tesi in un’interrogazione al ministro della Giustizia Cartabia, alla quale chiedono di inviare gli ispettori a Roma e Napoli. E Romeo intanto ha presentato un nuovo esposto, stavolta a Perugia. Competente sui magistrati romani.

Benevento, la caccia incrociata al massone. L’uomo di Mastella: “Se sono io? Irrilevante”

Ma è Alfredo Martignetti l’assessore massone che metterebbe in imbarazzo il sindaco di Benevento Clemente Mastella? Sì, proprio Mastella, che sul candidato massone Pd-Cinque Stelle Luigi Perifano sta imbastendo una polemica politica “alla Mastella”? Ovvero, minacciando di ritirare il sostegno di ‘Noi Campani’ al centrosinistra di Napoli se prima non si chiarisce perché i massoni ora ai Cinque Stelle andrebbero bene, mentre per statuto i pentastellati i massoni li radiavano appena scoprivano di averne uno tra loro, ed infatti su Perifano, pressati dai vertici romani, stanno tentennando?

Nella guerra dei massoni incrociati, dove a fare la gara a chi è più puro c’è sempre qualcuno più puro che ti epura, ad alludere alla presenza di un massone nella giunta Mastella è un comunicato di ‘Altrabenevento’. Si tratta di un’associazione civica schierata su posizioni critiche all’azione del governo locale. Sul comunicato c’è un passaggio sfumato, senza nomi, che mette nero su bianco una indiscrezione che cammina da giorni in città negli ambienti di opposizione. Il nome che manca sul comunicato, ma non sulle bocche di chi ne chiacchiera, sarebbe quello di Martignetti, da ottobre titolare delle deleghe allo Spettacolo e alle Attività Produttive. L’elenco dei massoni non lo trovi sulle Pagine Gialle e per avere una conferma o una smentita non c’è altro modo che chiedere al diretto interessato. Martignetti al telefono si dimostra una persona cordiale, e non si sottrae al colloquio. Semplicemente, si rifiuta di rispondere alla domanda. “Non glielo confermo e non glielo smentisco”, ribadisce al terzo tentativo – e i primi due erano rimbalzati in maniera simile – “il comunicato non l’ho letto, ma ritengo irrilevante la cosa, perché non appartengo a un movimento politico per cui rappresenterebbe un impedimento”. Mostrando di essere informato su cosa sta accadendo e sulla polemica sollevata dal suo sindaco. Per la verità la questione sarebbe rilevante eccome, per le ragioni esposte sopra e perché l’opportunità della presenza dei massoni in politica è un tema evergreen. E una smentita secca potrebbe aiutare a fare chiarezza, magari non è lui, è un altro, oppure le nostre fonti sono male informate. Ma la smentita non arriva mai. Anzi. “Ci sono aspetti della vita privata che non hanno nulla a che vedere con il resto, sono solo scelte personali”, ci dice l’assessore Martignetti che chissà se è massone oppure no. “Sono abbastanza libero e vorrei essere valutato solo per la vita di tutti i giorni, vorrei che si parlasse di programmi”. Ci sarà l’occasione anche per questo.

A destra si gioca a nascondino: né sindaci né direttori

La fotografia è questa. Da una parte c’è una coalizione di centrodestra che annaspa alla disperata ricerca di un candidato nelle due principali città al voto: Roma e Milano. Dove il pallottoliere dei rifiuti ormai è lungo: Bertolaso, Albertini, Bongiorno, eccetera. Con Lega, FI e FdI a rinfacciarsi bocciature incrociate e dinieghi vari. Con continui rinvii al prossimo vertice, sempre decisivo, e che decisivo non è mai. Dall’altra c’è la famiglia Berlusconi che, con le stesse difficoltà, non riesce a trovare il nuovo direttore del Giornale, dopo l’addio di Alessandro Sallusti. Tanto che hanno dovuto rispolverare, pro tempore, l’87enne Livio Caputo. E anche qui i rifiuti non mancano: Nicola Porro, Michele Brambilla, Paolo Liguori, Augusto Minzolini. “La ricerca del nuovo direttore ricorda quando al liceo la prof. scorreva col dito i nomi da interrogare…”, twittava ieri il giornalista Paolo Madron. Insomma, come ancora si brancola nel buio per le città, così vana è stata finora la ricerca di un direttore per Via Negri. Tanto che i già sondati potrebbero essere sottoposti a un secondo giro. L’unico a escluderlo categoricamente, finora, è stato Brambilla. “Voi avete bisogno di un direttore che vada in tv a litigare coi grillini, ma io non sono così…”, ha spiegato. Dunque restano gli altri, tra cui si dice anche Stefano Zurlo. Ma chi è ancora in corsa e chi no? Per sparigliare (e lo spariglio forse servirebbe pure a Roma e Milano), qualcuno butta lì il nome di Pietrangelo Buttafuoco. Accetterebbe? Chissà. Si azzarda pure Pigi Battista: ha lasciato il Corriere e collabora all’Huff Post. E allora perché non – con un suggestivo passaggio di testimone generazionale – Mattia Feltri? Sullo sfondo, ma appetibili, pure due ex come Gian Marco Chiocci e Mario Sechi. “Berlusconi vuole un grosso nome, spendibile anche televisivamente quanto un Sallusti”, fanno sapere fonti da Arcore. La decisione sarà solo sua, coadiuvato dal fratello Paolo e Fedele Confalonieri.