Banca Etruria, prescritti due reati su tre: tutti assolti

È finita con l’assoluzione per i tre ex dirigenti bancari imputati nel processo di Arezzo per il crac di Banca Etruria. L’ex presidente Giuseppe Fornasari, l’ex direttore generale Luca Bronchi e l’ex responsabile del risk management David Canestri sono stati assolti “perché il fatto non sussiste”, rispetto alle accuse di falso prospetto, in relazione alla comunicazione presentata alla Consob nel 2013 sul collocamento delle obbligazioni subordinate. La procura contestava che nel redigere il prospetto che gli aveva affidato il cda, il dg Bronchi avrebbe volontariamente omesso di segnalare al pubblico degli investitori molti particolari sulla drammatica situazione finanziaria di Etruria, e in particolare il forte aumento dei crediti deteriorati che rendeva instabili le condizioni dell’istituto. Un’ipotesi di reato che per la procura avrebbe visto il concorso di Fornasari e Canestri. La sentenza ha dovuto tenere conto anche della prescrizione. Due dei tre prospetti che hanno generato la comunicazione del 2013 sono andati prescritti. È rimasto giudicabile fino alla sentenza solo quello compilato a dicembre 2013. Al momento della lettura, era presente in aula solo Canestri. “Un sospiro di sollievo dopo otto anni”, è stato il suo commento lasciando il Tribunale di Arezzo. “Per i risparmiatori è una sentenza che pone in discussione il ruolo di Consob: sarà necessario, una volta lette le motivazioni, valutare che cosa in realtà è successo circa questo ruolo”, ha affermato l’avvocato di parte civile Lorenza Calvanese. “Sono deluso, io ho perso i miei soldi investiti nelle azioni e ancora non ho avuto alcun ristoro”, ha detto all’Agi uno degli ex azionisti della banca, Angelo Caramazza. Quello sui falsi prospetti era il filone principale dell’inchiesta sul crac di Banca Etruria. In passato era stato indagato per bancarotta anche Pierluigi Boschi, ex componente del cda e padre della deputata di Italia Viva, Maria Elena Boschi, posizione poi archiviata definitivamente.

Air Italy, nessun accordo con i sindacati. Via ai licenziamenti di 1.383 dipendenti

Nessun accordo sullo stop ai licenziamenti di 1.383 dipendenti di Air Italy. La compagnia aerea, l’ex Meridiana con base a Olbia e Milano, non sembra avere intenzione di tornare sui suoi passi e bloccare la proceduta di licenziamento collettivo avviata lo scorso aprile. A confermarlo sono i commissari liquidatori Enrico Laghi e Franco Maurizio Lagro in una lettera inviata al ministero del Lavoro spiegando che la consultazione tra sindacati e azienda si è chiusa “con esito negativo”. Le parti sociali hanno chiesto alla compagnia di valutare l’utilizzo di un ulteriore ammortizzatore sociale al termine della Cig straordinaria, ma Air Italy ha ribadito che non ci sono soluzioni alternative al licenziamento anche a causa dell’ulteriore crisi pandemica. Ai sindacati non resta, quindi, che appellarsi al governo e chiedere l’apertura immediata di un tavolo di crisi “al fine di scongiurare una catastrofe occupazionale che genererebbe fortissime tensioni sociali”. La richiesta al governo Draghi è modificare le attuali norme che, in determinati casi, ingessano il ricorso a nuova cassa integrazione.

Cagliari, i pm indagano sull’appalto alla coop

L’appalto da 38 milioni assegnato a Coopservice un mese prima del famigerato pranzo alle Nuove Terme di Sardara (come svelato dal Fatto) entra nel fascicolo della Procura di Cagliari. I magistrati, che stanno indagando da settimane su quella tavolata clandestina (perché avvenuta quando l’isola era in zona arancione), stanno vagliando i numerosi punti di contatto tra il ricco affidamento e il gotha politico della Regione Sardegna presente al banchetto. Fino all’arrivo della Gdf, infatti, a tavola erano seduti una quarantina di big politici dell’isola: dirigenti regionali, della sanità, sindaci, militari e persino il braccio destro del presidente Christian Solinas. A corroborare quanto svelato dal Fatto, anche una segnalazione giunta alla procuratrice Maria Alessandra Pelagatti e al sostituto Giangiacomo Pilia, venuta alla luce solo ieri. Una segnalazione che ipotizzava legami tra Coopservice – la coop rossa vincitrice del contratto per il “Servizio di facility management nelle aree del Parco Geominerario”, pur essendo arrivata solo terza nella classifica finale – e gli organizzatori del pranzo.

Numerosi i punti che hanno attratto l’attenzione degli inquirenti, a partire da Salvatore Corona, un nome importante del Pd sardo (è l’attuale presidente della Fondazione Berlinguer), già dipendente di Coopservice nonché fratello di Gianni Corona, il proprietario della struttura dove si è tenuto il pranzo, il quale si era subito definito “l’organizzatore dell’evento”. Anche che tra i commensali vi fosse Umberto Oppus, dg dell’assessorato degli Enti Locali, uno dei tre membri della commissione aggiudicatrice di quell’appalto, non è sfuggito agli investigatori. Come non è passato inosservato che al tavolo vi fosse anche Francesco Peddio, sindaco di Gadoni, comune all’interno del Parco Geominerario.

Il coronavirus ha ucciso oltre 22 mila ristoranti

Un anno di pandemia ha ridotto in macerie bar e ristoranti. In 14 mesi sono stati bruciati 243.000 posti di lavoro, la metà dei quali a tempo indeterminato. E per oltre 6 ristoratori su 10 il calo di fatturato ha superato il 50%. I numeri contenuti nel Rapporto annuale sulla ristorazione di Fipe-Confcommercio raccontano così la crisi di un settore che il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha definito “la trincea nella guerra alla pandemia”. Il Covid non ha, infatti, travolto solo l’offerta, ma ha influenzato pure la domanda: è cresciuta di 6 miliardi di euro la spesa alimentare tra le mura domestiche, ma è crollata di 31 miliardi quella in bar e ristoranti. Numeri che si sono abbattuti sul tessuto sociale delle imprese, portando a 22.250 chiusure. “Che alla fine – commenta Luciano Sbraga, direttore Centro Studi Fipe-Confcommercio – è quasi un effetto marginale, perché il brutto arriverà nei prossimi mesi, quando verranno meno ristori e Cig”. Intanto con il blocco dei licenziamenti, secondo il report, in molti si sono dimessi per avere il Tfr e cercare altro, anche a causa della Cig pagata poco e in ritardo.

Un “bollettino di guerra” che, tuttavia, non ha fatto altro che ampliare le difficoltà di un settore caratterizzato da un elevato tasso di mortalità imprenditoriale e di turn over. Nel 2020, hanno infatti comunque avviato l’attività 9.190 imprese con un saldo negativo tra iscrizioni e cessazione per oltre 13 mila unità. Ciò che emerge, quindi, è un forte calo nella nascita di nuove imprese a fronte di un numero di chiusure che resta nella media. Tanto che già nel 2019 il 25% dei ristoranti ha chiuso dopo un anno: quasi un locale su due dopo 3 anni; il 57% dopo 5 anni. Non va bene neanche sul fronte dei ristori: il 23,7% non ha preso nulla, perché i meccanismi li hanno tagliati fuori, anche per l’alto livello del nero che caratterizza il settore.

La variante indiana preoccupa Londra e frena la ripartenza

Mercoledì scorso erano solo piccoli focolai isolati e apparentemente sotto controllo. Giovedì, il premier britannico Boris Johnson si era detto allarmato dalla possibilità che la variante B.1.617.2, la forma particolarmente contagiosa del Covid identificata per la prima volta in India, potesse diffondersi in modo incontrollato, tanto da mettere in forse la strategia di riaperture programmate delle attività economiche e sociali. Nel fine settimana l’allarme è stato rafforzato da dati preoccupanti, nonostante il ministro della Salute Matt Hancock sia stato spedito nei programmi tv più seguiti per rassicurare e invitare tutti a vaccinarsi. Nel frattempo, da lunedì, è scattata la terza fase dell’agenda del governo: riaperti ristoranti, pub, cinema e musei, mentre è permesso riunirsi in gruppi fino a 6 al chiuso e fino a 30 all’aperto.

Ora questa sospirata liberazione appare come un rischio eccessivo: secondo i dati di Public Health England, la variante indiana sarebbe responsabile di oltre la metà dei contagi in una ventina di località in Inghilterra, comprese Londra e il Merseyside, l’area metropolitana attorno a Liverpool, mentre almeno uno o due casi di B.1.617.2 sarebbero stati registrati in almeno 108 località già prima dell’8 maggio. Negli epicentri della nuova ondata di infezioni, Bolton e Blackburn, entrambe a pochi chilometri da Manchester, la percentuale sarebbe già all’80%. Hancock ha attribuito il picco di contagi al rifiuto del vaccino di una parte rilevante della popolazione. Un assunto contestato, fra gli altri, dall’Independent Sage, un gruppi di esperti indipendenti, secondo cui non ci sono alcune prove consistenti di “esitazione vaccinale”: ad almeno due mesi dall’obiettivo di immunizzare con la prima dose tutta la popolazione adulta, sostengono i critici, il governo avrebbe dovuto rimandare le riaperture.

Hancock è sotto attacco anche per un’altra ragione: alla Camera dei Comuni, lunedì, ha giustificato la scelta di aggiungere l’India nella lista dei paesi a maggior rischio solo il 23 aprile, invece che il 9 come i confinanti Pakistan e Bangladesh, perché i casi positivi da questi due paesi sarebbe stati tre volte maggiori. Sky ha verificato e smentito la versione del ministro della Salute, riportando sulle prime pagine un’altra motivazione dietro quella scelta: la decisione politica, di Boris Johnson, di non mettere in difficoltà il premier indiano Modi. Intanto gli scienziati britannici cercano risposte su due punti cruciali: è possibile contenere la variante evitando che si diffonda oltre? E i vaccini attualmente disponibili sono efficaci contro la B.1.617.2?

Incertezze scientifiche che si riflettono sul programma di riaperture: per il momento il calendario procede come previsto, ma Johnson non può escludere di dover reintrodurre misure restrittive o di dover rimandare, almeno nelle aree più colpite, il ritorno alla normalità fissato per il 21 giugno. Ipotesi che sta sollevando una tempesta di critiche anche nel suo partito, mentre il sindaco laburista di Manchester, Andy Burnham, ha già annunciato che si opporrà a nuove chiusure, in previsione di una ondata di proteste della popolazione e delle attività commerciali. Ne approfitta l’ex consigliere speciale Dominic Cummings, che continua la pressione sul governo alla vigilia della sua deposizione in commissione parlamentare sulla gestione della pandemia. In una serie di tweet ha accusato la “cultura di segretezza” del governo, che avrebbe “contribuito enormemente alla catastrofe”.

L’ultimo atto d’accusa contro il governo è politicamente irrilevante ma ha una notevole potenza simbolica: si è dimessa Jenny McGee, l’infermiera neo-zelandese che aveva assistito Johnson durante il suo ricovero per Covid. Nella sua lettera di dimissioni ha citato “la mancanza di rispetto” mostrata dal governo verso i lavoratori del servizio sanitario, l’indignazione per la proposta di aumento degli stipendi di solo l’1%, “le indecisioni, i tanti messaggi contraddittori” nella gestione della pandemia. E ha rivelato un retroscena: lo staff del premier avrebbe cercato di coinvolgerla in un applauso per l’NHS a beneficio delle telecamere, durante quella che le era stata presentata come una visita riservata a Downing Street.

Incidenza, Rt e ospedali: ministero e Regioni litigano sui parametri

Tutti si augurano che il problema non si ponga, che si riapra con la “gradualità” consigliata dai tecnici a Mario Draghi per non richiudere mai più. I numeri fanno ben sperare: la media ieri era a 72 nuovi casi ogni centomila abitanti in sette giorni, sempre più vicina alla soglia dei 50 che fa scattare la zona bianca senza coprifuoco a livello regionale, il 30,9% in meno rispetto a una settimana fa. Decessi e ricoveri calano nell’ordine del 20% in sette giorni. Da oggi intanto il coprifuoco inizia dalle 23 e non più dalle 22. Poi si riparte dai centri commerciali sabato 22 e da bar e ristoranti al chiuso lunedì 24, c’è un calendario fino a luglio e forse sarà rivalutato a giugno.

Le Regioni hanno ottenuto che il criterio decisivo per il futuro monitoraggio dell’epidemia sia l’incidenza, cioè i nuovi casi settimanali, insieme ai livelli di occupazione degli ospedali: zona bianca dopo tre settimane sotto i 50; gialla tra 50 e 150 e fino a 250 se gli ospedali non superano le soglie d’allerta (ribassate) del 20% nelle terapie intensive e del 30% nelle aree mediche; arancione tra 150 e 250; rossa sopra 250 o anche a 150 se ci sono il 30% delle rianimazioni e il 40% dei reparti ordinari occupati da pazienti Covid. Al ministero della Salute e all’Istituto superiore di Sanità sono convinti che non basti, perché quando i casi salgono può essere già tardi e a maggior ragione quando si riempiono gli ospedali. Serve, dicono, un indicatore precoce di rischio: Rt, l’indice di riproduzione del virus che visualizza la variazione a breve termine dei contagi, sarà utilizzato ancora, così come le proiezioni a 30 giorni sui ricoveri.

C’è uno schema di decreto ministeriale che dovrebbe sostituire quello in vigore dallo scorso aprile con i famosi 21 parametri, che poi erano 16 contando solo quelli obbligatori. Ora diventano dodici, con l’ormai consueto algoritmo per valutare il rischio in base al numero di allerte di ciascuna Regione: c’è la data di inizio sintomi (serve a calcolare Rt) e ora anche quella, per i ricoverati, del primo accesso in ospedale (serve per Rt ospedaliero) che le Regioni devono indicare per almeno il 60% dei positivi; la percentuale positivi/tamponi (allerta se aumenta); i giorni che passano tra sintomi e diagnosi (non più di 5); la probabilità di superare in 30 giorni le soglie ospedalieri, calcolata però anche sui letti “attivabili”, che non deve eccedere il 50%; il numero dei nuovi positivi degli ultimi 14 giorni che non deve aumentare; Rt calcolato sui sintomatici oppure sui ricoverati se manca la data di inizio sintomi per oltre il 40% dei casi; la variazione dei casi per cui si indica la data di inizio sintomi (non deve scendere); i focolai (non devono aumentare). Eliminati gli indicatori del tracciamento, ché funzionavano poco: ogni settimana il ministero e l’Iss scrivevano che il tracciamento è possibile solo sotto 50 casi per 100 mila alla settimana e poi nelle tabelle si indicava oltre l’80% di indagini epidemiologiche fatte dalle Regioni.

Il decreto legge, almeno nella bozza nota fino a ieri, dice che con il rischio “alto” si va almeno in arancione. Le Regioni resistono, ritengono che non si possa chiudere prima che i casi aumentino e gli ospedali vadano in sofferenza. Quindi ci sarà un confronto tra i ministri Speranza e Gelmini e la Conferenza delle Regioni, poi Speranza farà il decreto ma forse non in settimana. Quindi venerdì si procederebbe ancora con i vecchi parametri anche se il ministro ha già detto che, per i dati in suo possesso, nessuna Regione andrà in arancione. Dal 1° giugno, se tutto va bene, passeranno alla zona bianca Friuli-Venezia Giulia, Molise, Sardegna; dal 7 anche Veneto, Abruzzo e Ligura. E diranno addio, si spera per sempre, al divieto di circolazione notturno.

Le vaccinazioni proseguono. Il commissario, generale Francesco Figliuolo, ieri ha richiamato le Regioni a correre su over 60 e i fragili: “Chiedo a tutti presidenti di Regione di andare avanti con i richiami, è facile farsi prendere dalla propaganda, ma se non mettiamo in sicurezza gli over 60 che hanno il 95% di possibilità di finire in ospedale, o peggio ancora in terapia intensiva, o peggio ancora di morire, non ne usciamo”. Il 95% è troppo, ma il concetto è chiaro. Figliuolo ha anche escluso i vaccini in vacanza, cioè fuori dalla Regione di residenza: ha invitato a “programmare le vacanze” in base agli appuntamenti per le iniezioni. E ha annunciato tre milioni di dosi entro maggio.

“Conte deve fare presto o perdiamo altri pezzi Napoli, sondato anch’io”

Il patto del bar di Posillipo non ha compiuto nemmeno 24 ore quando il candidato in pectore, l’ex ministro Gaetano Manfredi, fa già un passo indietro. Roberto Fico, l’altro convitato di pietra, tace in nome del suo incarico alla presidenza della Camera. E Vincenzo Spadafora, sondato già nelle scorse settimane, adesso risponde così: “Continuo a fare il mio lavoro da deputato”.

Il patto c’è, il nome no: sicuri vada tutto bene?

La volontà di costruire qualcosa con il Pd c’è da tempo. Ora c’è l’urgenza di capire se Fico è in campo o di trovare un nome capace di vincere.

Vincenzo De Luca al solito vi sfotte: ai patti del bar, “offrirà un aperitivo”.

La gestione dell’emergenza Covid gli è servita a riaffermare il suo consenso: ma un conto è il De Luca della pandemia, un altro quello che ha fatto al governo della Campania: non credo ricorderemo molto. La vittoria a Napoli serve anche a lui.

La partita Amministrative è stata un mezzo disastro per i giallorosa: cosa avete sbagliato?

Gli esperimenti politici non si fanno a freddo, è stato superficiale pensare che dopo esserci fatti la guerra per anni, ci accordassimo così.

Ma eravate al governo assieme!

Abbiamo avuto cinque mesi per costruire una visione comune di Paese, il resto dell’esperienza di governo è stata tutta legata alla pandemia: un commissariato generale.

Quindi è colpa del Covid?

Non abbiamo avuto tempo di dedicarci a costruire nulla. Abbiamo provato a obbligare i nostri territori a eseguire un comando e non ha funzionato. Vale anche per le Politiche: dobbiamo partire subito, anche perché capiremo quando si andrà a votare solo dopo l’elezione del Capo dello Stato.

Sarà Mario Draghi?

Il presidente del Consiglio ha speso la sua credibilità a garanzia della capacità di spesa dei fondi del Recovery. Mi pare complicato se ne vada nel mezzo di questo lavoro. Dubito anche si possa trovare una maggioranza che lo elegga al Colle.

Sosterrebbe ancora questo governo?

Era difficile fare diversamente, ma non sono contento: la nostra delegazione al governo non gestisce più i temi cari al Movimento, le grandi battaglie sono anestetizzate, la transizione ecologica ce la siamo raccontata per convincerci che facevamo bene a entrare. Detto questo, l’importante è che vada in porto il Pnrr e il post-pandemia.

Come finirà con Casaleggio?

È un sintomo dello stato confusionale in cui viviamo. Siamo passati dal sentirci ripetere che si sarebbe trovato un accordo a parlare di tribunali. Cosa si è rotto? Non lo sa nessuno. Manca chiarezza nei processi decisionali.

Ce l’ha con Conte?

Ho grande stima di lui, gli riconosco grandi capacità: si è ritrovato a fare il premier e se l’è cavata in maniera straordinaria. Ma deve fare presto. Per fare il leader politico devi conoscere i portavoce, parlare con gli attivisti, andare in tv. Conte lo vuole fare? Se sì, sarà un valore aggiunto. Ma se non parla, se non ci incontra, alimenta solo smarrimento.

Si diceva anche con Di Maio: decidono tutto loro, non ci considerano…

Facevo parte di quei caminetti, Luigi non si è mai rifiutato di parlare con nessuno: la leadership, se non la eserciti, ti sfugge di mano.

Conte ha fatto due assemblee.

La prima con la telecamera spenta, la seconda interrotta perché ha citofonato Sassoli. Conte non deve confondere il nostro desiderio di partecipazione con una critica a lui. Tra le persone che se ne sono andate, ce ne sono tante che gli sono riconoscenti. Ma il rischio è che altri li seguano.

Lei evoca la scissione: ma per andare dove?

Io non lo auspico, ma avverto il rischio di una emorragia che può depotenziare proprio il progetto di Conte. Oggi siamo la prima forza politica in Parlamento, cosa accadrebbe se non lo fossimo più?

Alla Camera avete 30 voti di scarto sulla Lega, al Senato 11. Sono così tanti?

I parlamentari, se li convinci che fanno parte di un percorso, restano. Se non sanno dove stanno andando, cominciano a pensare che conviene farsi gli ultimi due anni di legislatura al Misto, senza restituire nulla.

Casaleggio si tiene i dati, il M5S lo porta in tribunale

Finirà nel peggiore dei modi, nei tribunali, davanti al Garante, insomma a carte bollate. E saranno altre tossine e altri giorni persi, innanzitutto per il rifondatore che non riesce a diventare capo, Giuseppe Conte. Eppure pare questo l’epilogo della guerra tra i 5Stelle e l’associazione Rousseau, cioè Davide Casaleggio. Perché la diffida partita lo scorso 12 maggio, con cui il M5S chiedeva la consegna entro cinque giorni dei dati degli iscritti, è scaduta. Ma Casaleggio non ha alcuna voglia di consegnare gli elenchi, essenziali per votare sul web il nuovo Statuto e il nuovo organigramma dei 5Stelle. Anche perché ritiene che il reggente Vito Crimi non sia il capo e rappresentante legale del M5S, quindi non legittimato a chiederli. Così ha (ri)detto no.

Ed è proprio il Movimento nel pomeriggio a renderlo ufficiale: “Oggi (ieri, ndr) è successo un fatto gravissimo: i nostri esperti informatici e periti forensi si sono recati presso gli uffici dell’associazione Rousseau per ricevere in consegna i dati. L’associazione non ha provveduto e ciò è palesemente illegittimo”. Per questo, il M5S va alla guerra: “Un compagno di viaggio sta macchiando una così nobile storia con atti che la legge non ammette. Ma chi ha rallentato questo processo si assumerà tutte le responsabilità nelle sedi giudiziali penali, civili e amministrative”. Nelle prossime ore i 5Stelle dovrebbero depositare con un ricorso d’urgenza al tribunale civile per riavere i dati. “Ma non è l’unica via – sostengono fonti di peso –. Il Garante della privacy è al corrente di tutto, ed è stato informato di ogni scambio di comunicazioni con Rousseau”. Tradotto, il M5S gli chiederà di intervenire con un esposto. Nell’attesa da Rousseau reagiscono, accusando Crimi “di forzatura inaccettabile” e di “blitz per ottenere a forza i dati degli iscritti”. Non è questo il modo, dicono da Milano: “Siamo disponibili nel perimetro della legge, ma la prepotenza non è la via”. E sembra quasi uno spiraglio per un accordo. Ma ora prevalgono i rumori di guerra. Evidente anche nel post della socia di Rousseau, Enrica Sabatini: “Con un’ondata di messaggi gli iscritti ci hanno chiesto di non consentire il trasferimento dei propri dati a persone non legittimate e oltre mille persone hanno deciso di disiscriversi dal M5S e di impedire che i propri dati vengano consegnati a soggetti terzi”. Quindi Casaleggio si terrà i dati, per ora. E rilancia: “Ogni iscritto può esercitare il diritto alla portabilità dei dati e richiedere il trasferimento, anche a Rousseau”. Da Roma ringhiano: “Potremmo andare in Procura”. Potrebbe andare peggio.

Vitalizio: nuovo sì del Senato al pregiudicato Formigoni

Roberto Formigoni ha tanto pregato e alla fine ha vinto: riavrà il vitalizio e nessuno potrà più toglierlo. Perché l’organo di appello di Palazzo Madama ha confermato la decisione con cui la giunta presieduta da Giacomo Caliendo già aveva sostenuto che in fondo disciplina e onore non sono requisiti così indispensabili per aver diritto a incassare l’assegno che turba i sonni degli ex parlamentari condannati come lui.

Mica come alla Camera dove il sonno agitato degli ex è diventato incubo: l’ex ministro della Salute Francesco De Lorenzo e tutti gli altri che dal 2015 si sbracciano per riavere il malloppo hanno dovuto arrendersi. La partita è finita: non riavranno il becco di un quattrino a meno che non ottengano dalla giustizia la agognata riabilitazione. Al Senato, invece, nonostante la fedina penale non proprio immacolata, brinderanno a champagne. E magari festeggiaranno con un buon pranzo ai “due Ladroni” proprio come fece Sua Sanità De Lorenzo all’indomani della scarcerazione che i magistrati non gli avevano negato, sicché diceva di meditare il suicidio, ridotto a un osso per via della depressione. E invece eccolo là il giorno dopo al ristorante con buona pace di chi come il Comitato in difesa dei diritti dei detenuti che tanto si era speso per lui da non meritare quella beffa. Ma tant’è: non solo si era ripreso ma poi, passato qualche anno, ha cominciato a professare la propria innocenza alla solita maniera: ha sostenuto che “così facevan tutti” nei ruggenti anni 90 e che le tangenti dalla case farmaceutiche non le aveva certo prese per sé, ma per il bene del partito. E che pur di non dover vendere i pastori del presepe settecentesco per riparare al danno ed essere costretto a vivere alla francescana aveva fatto causa alla Camera che lo aveva privato del vitalizio a 4 mila euro al mese percepiti da oltre un ventennio nonostante i guai con la giustizia.

La Camera va detto è rimasta sorda ai suoi alti lai e pure a quelli dell’ex sindaco di Taranto Giancarlo Cito (che pregustava di rientrare in possesso dell’assegno da 2mila euro e spicci) e degli altri ex che rivolevano pure gli arretrati: niente da fare, dovranno aspettare la stessa sorte del mammasantissima del craxismo che fu Giulio Di Donato per il quale la riabilitazione vale 3.600 euro su cui aveva comunque battagliato lamentando il rischio di finire sotto i ponti.

Per chi come De Lorenzo non è ancora tornato puro come un giglio col casellario giudiziale invece non c’è trippa. Perché come sostiene anche il Collegio di Appello di Montecitorio presieduto da Andrea Colletti di Alternativa c’è, “bisogna assicurare che i trattamenti siano giustificati dalla garanzia di un elevatissimo rigore morale nei soggetti che ne sono beneficiati”. Ne va del prestigio stesso della Camera sì che la delibera che ha chiuso i rubinetti agli ex condannati ha un alto significato che al Senato proprio non vogliono capire: ossia che lo stop al vitalizio per i condannati “soddisfa l’interesse generale a una moralizzazione dell’attività politica al fine di sottrarre l’organo costituzionale a dubbi sull’onorabilità della sua attività e delle sue erogazioni”.

Al Senato tutt’altro spartito: pure di ridare il vitalizio a Roberto Formigoni (finito nelle pesti per aver asservito la propria funzione agli interessi della sanità privata lombarda) o all’altro ex di lusso già presidente di Regione pure lui Ottaviano Del Turco (reo di aver intascato mazzette), hanno usato la clava, cancellando addirittura la regola generale che prevede lo stop ai vitalizi per i condannati più gravi.

“È stato semplicemente applicato un basilare principio di diritto: la pensione serve a sopravvivere e non si può condannare nessuno a vivere di stenti”, commentano gli avvocati di Formigoni, Domenico Menorello e Andrea Scuttari. Oltre al Celeste, continueranno a percepire l’assegno non solo i tangentari, ma pure chi tra gli ex inquilini di Palazzo ha sul groppone una pena per mafia e terrorismo. La decisione ieri sera nell’organo di Appello del Senato: hanno votato a favore del vitalizio ai pregiudicati Lega e Forza Italia. Povera patria.

Un essere speciale

Non so proprio da dove cominciare. Ma sì, forse dalla vigilia della nascita del Fatto. Estate 2009. Francuzzo mi chiama per sapere come vanno i preparativi: “Caromarco (lo diceva tutto attaccato con quella voce di seta, nda), ti devo fare un regalo. Una canzone che ho scritto con Sgalambro e anche con te, ma a tua insaputa. Dammi una mail”. Gliela do. Poco dopo, dalla sua – col nome storpiato di Joe Patti, un suo zio emigrato in America – mi arriva la traccia ancora provvisoria di Inneres Auge (l’occhio interiore o il terzo occhio, in tedesco). La ascolto e capisco: “Uno dice: che male c’è / a organizzare feste private / con delle belle ragazze / per allietare primari e servitori dello Stato? / Non ci siamo capiti./ E perché mai dovremmo pagare / anche gli extra a dei rincoglioniti? / Che cosa possono le leggi / dove regna soltanto il denaro? / La giustizia non è altro che una pubblica merce…”. Parlava di B., anzi di quelli che con argomenti fallaci giustificavano i suoi scandali. Poi dal basso più infimo – come sempre faceva lui, dissimulando la sua sterminata cultura e la sua sconfinata spiritualità – si elevava improvvisamente verso l’alto: “La linea orizzontale ci spinge verso la materia, / quella verticale verso lo spirito /… Inneres auge, das innere auge. / Ma quando ritorno in me, / sulla mia via, a leggere e studiare, / ascoltando i grandi del passato, / mi basta una sonata di Corelli, / perché mi meravigli del creato”.

Francuzzo era così: leggero, soave, delicato, spiritoso, sorprendente, puro, naïf. Come il bambino che urla “il re è nudo!”. Ricordo il suo sincero, candido stupore per la ridicola canea che si era levata quando, al Parlamento europeo, s’era permesso un giudizio sugli abitanti di quello italiano: “Queste troie che stanno in Parlamento farebbero qualsiasi cosa. È una cosa inaccettabile. Aprissero un casino”. Apriti cielo. Le solite voci del padrone lo accusarono – pensate un po’ – di sessismo e di antipolitica. Salvini gli diede del “piccolo uomo”. La Boldrini del “disdicevole”. E lui: “Ma io parlavo dei politici, più uomini che donne, che si vendono al miglior offerente. Come li chiami tu, se non troie? Cazzo c’entra il sessismo?”. Per quello, dopo soli cinque mesi, fu cacciato da assessore alla Cultura della sua Sicilia, per ordini superiori dai palazzi e dai colli di Roma: “Ecco, vedi? Sono proprio delle troie, ahah!”.

Nel 2012 gli proponemmo di tenere un blog sul nostro sito. Gli scrisse la nostra Paola Porciello. Lui rispose così: “Cara Paola ecco la mia proposta: 4 brevi pensieri di mistici, splittati in 4 settimane e sempre lo stesso giorno (della settimana). È una scelta ‘contro’, e so bene che vi potrà creare un qualche problema. Mi faccia sapere. f.”.

Ne scrisse sette in tutto, dedicati ai grandi del misticismo e dell’eresia di ogni religione. E nello spazio autobiografico si descrisse così: “Nato parecchi anni fa a Jonia (CT), compositore-cantante e regista. Negli anni 70 con la sua musica di ricerca ha attraversato le avanguardie europee. Alla fine degli anni Settanta passa alla musica di larga comunicazione alternandola a opere classiche”.

Solo lui poteva vendere milioni di dischi con le canzonette (Un’estate al mare per Giuni Russo) e con le “correnti gravitazionali”, le gurdjieffiane “èra del cinghiale bianco” e “alba dentro l’imbrunire”, con “lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco e“il senso del possesso che fu prealessandrino”.

A proposito. Nei concerti non voleva mai cantare Il sentimiento nuevo: “È una cosetta da nulla, lo riempitivo della Voce del padrone, non mi va”. Ma una volta, sapendo che ero tra il pubblico, la infilò nei bis: “Questa è per un mio amico che s’è fissato. Giudicate voi!”.

E solo lui, captando visioni da mondi lontanissimi, poteva predire con un anno d’anticipo (Povera Patria, ’91) l’Italia delle stragi e di Tangentopoli, “schiacciata dagli abusi del potere / di gente infame che non sa cos’è il pudore… / Tra i governanti / quanti perfetti e inutili buffoni… / Ma non vi danno un po’ di dispiacere / quei corpi in terra senza più calore? / Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali? / Nel fango affonda lo stivale dei maiali”.

Da qualche anno, dopo la caduta al Petruzzelli di Bari causata dalla stretta di mano troppo prolungata di un fan sotto il palco, la frattura del femore e l’operazione in anestesia totale, era andato via via svanendo. Il destino l’aveva colpito proprio alla testa. Malattia mai diagnosticata, perché non voleva medici fra i piedi. Nei concerti aveva iniziato a scordarsi i testi e a sbagliare gli attacchi. Un po’ ne rideva e un po’ ne soffriva. Nel 2015 eravamo insieme a Ottoemezzo: rispondeva a Lilli Gruber a monosillabi, beffardo e tranchant nella sua strepitosa essenzialità. “Berlusconi? Non è il mio tipo”, “Salvini? Cambio canale”. L’ultima volta che salì su un palco era quello di Renato Zero, ad Acireale, nel 2017: attaccò La cura in ritardo e ne uscì una versione rara tutta speciale, una specie di Gronchi rosa in musica.

Due anni fa, per il suo 74° compleanno, il fratello Michele e l’agente Franz Cattini riunirono parenti e amici nella sua casa di Milo, alle pendici dell’Etna. Carlo Guaitoli si mise al piano e cantammo un po’ di repertorio. Lui ci guardava felice. E ogni tanto usciva con una battuta, l’aria del bambino che ha fatto una marachella. Ma il suo spirito se n’era già andato da qualche altra parte, nomade in cerca degli angoli della tranquillità. L’altra notte li ha trovati tutti. Ora è finalmente libero.