Evitare che la nostra società diventi un’algocrazia, un luogo dove gli algoritmi regolino tutto o quasi. Per questo motivo i sistemi d’intelligenza artificiale (AI) vanno regolati e normati, per quel che è possibile. Soprattutto nel loro rapporto con le imprese. Può, per esempio, un robot sedere all’interno di un Cda? A Hong Kong questo già succede. Del tema, che è “il tema” già del presente, si è discusso ieri a Montecitorio, dove Luciano Violante e Guido Alpa hanno interloquito, insieme a Filippo Donati (membro del Csm) e al deputato Maurizio D’Ettore, attorno alle questioni sollevate dal volume Diritto delle imprese e intelligenza artificiale, di Niccolò Abriani e Giulia Schneider. Dal 2010, ha ricordato Alpa, l’Ue ha iniziato a normare i sistemi di AI, che già regolano le nostre vite. Basti pensare a una semplice ricerca sul web. O l’uso di missili e droni automatizzati come in Ucraina. O alcuni tipi di pacemaker, che funzionano senza azione del medico. Il 50% delle transazioni finanziarie viene svolto tramite algoritmi. E anche chi le controlla, Bankitalia e Consob, utilizzano algoritmi. Così come la gestione della compliance aziendale. Come si regola tutto ciò? E, soprattutto, i sistemi AI hanno valore di “personalità giuridiche” tanto da avere anche una responsabilità civile? Se un manager prende una decisione sbagliata seguendo l’indicazione di un algoritmo, di chi è la colpa? Tutto questo si dovrà affrontare col diritto d’impresa, “e i giuristi dovranno dotarsi di un pizzico di fantasia” sottolinea Alpa.
Ancora vittime in cantiere: 2 morti a Lecce e Mantova
Due incidenti mortali sul lavoro ieri nel Mantovano e in provincia di Lecce. Un operaio di 29 anni è rimasto folgorato nelle campagne di San Donato (Lecce) :inutile l’immediato trasporto all’ospedale. L’incidente sarebbe avvenuto durante le operazioni di movimentazione del braccio meccanico di un camion, che avrebbe urtato un cavo dell’alta tensione provocando la scarica elettrica. L’operaio era originario della provincia di Taranto e lavorava per conto di una ditta salentina impegnata nella realizzazione di un impianto fotovoltaico. Aveva 52 anni, invece, l’operaio travolto da un muletto nel cantiere di una casa di riposo a Castel Goffredo, in provincia di Mantova. L’incidente è avvenuto nel primo pomeriggio. Non ancora chiara la dinamica dell’incidente. Secondo una prima ricostruzione, l’uomo stava manovrando il muletto quando ne ha perso il controllo. Il mezzo si è ribaltato e l’operaio è rimasto schiacciato dal tettuccio. Per liberare il corpo sono intervenuti i vigili del fuoco.
Vita da russi d’Italia: fuga dalle ville e conti limitati
C’è chi ha deciso di vendere le proprie ville, in fretta e a qualsiasi costo, chi invece vede l’Italia come una exit strategy per lasciare il proprio Paese. E anche chi si è imbattuto nei limiti delle movimentazioni bancarie. I ricchi russi, all’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina, hanno qualche grana da risolvere in Italia. Stiamo parlando di coloro che non sono nella black list stilata dall’Ue, ma che stanno vivendo gli effetti collaterali del conflitto. Le storie raccolte dal Fatto raccontano come alcuni abbiano trovato ostacoli anche nella gestione dei propri conti correnti: in quest’ultimo mese alcune banche italiane infatti hanno detto no a qualsiasi operazione superiore a 100.000 euro effettuata da un cittadino russo. “Un mio cliente doveva fare un bonifico e tre istituti diversi gli hanno fatto capire che non si possono spostare più di 100 mila euro”, racconta un agente immobiliare lombardo.
Circostanza confermata da altre due fonti bancarie di alto livello. Punto di partenza, per tutti gli istituti, è il regolamento europeo n. 328 varato il 25 febbraio, il giorno dopo lo scoppio della guerra: “È vietato accettare depositi di cittadini russi o di persone fisiche residenti in Russia, o di persone giuridiche, entità od organismi stabiliti in Russia, se il valore totale dei depositi (…) è superiore a 100.000 euro”. Eccezione: chi ha la cittadinanza italiana o il permesso di soggiorno. A essere vietato è dunque il deposito, non la movimentazione di denaro in uscita. Ma è proprio questo che in alcuni casi sarebbe successo. “È un’interpretazione restrittiva del regolamento Ue, una misura preventiva nel quadro delle sanzioni”, spiega una fonte bancaria. In altre parole, il timore è che quel bonifico possa essere usato per aggirare le sanzioni. Di certo le stesse banche sono in difficoltà nell’interpretare il regolamento. Se per esempio un cittadino russo aveva già depositato 150 mila euro il giorno dell’inizio della guerra, l’istituto cosa deve fare? Chiudere il conto, congelare 50 mila euro, oppure niente? A ciò si aggiunge il fatto che nei giorni scorsi la Uif (Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia) ha invitato gli istituti, entro il 27 maggio, a fornire l’elenco dei depositi superiori a 100 mila euro detenuti da russi e bielorussi.
La questione dei conti si intreccia con quella immobiliare. In Italia c’è già chi si sarebbe rivolto a notai o consulenti per capire come proteggere i propri beni. Ma c’è anche chi vuole disfarsene. Il titolare di un’importante agenzia immobiliare spiega: “Un affare con due russi (non nella black list) è saltato perché la banca ha bloccato tutto. In questi anni abbiamo venduto molti immobili ai russi, ora però i loro investimenti immobiliari si stanno spostando verso Dubai e Abu Dhabi”.
In alcune parti d’Italia la dismissione al patrimonio è già in atto: sono diverse le ville messe sul mercato tra Forte dei Marmi, Costa Smeralda, laghi di Como e Maggiore. Claudio Salvini, titolare dell’agenzia Forte dei Marmi Villas, racconta di quattro nuovi incarichi ricevuti negli ultimi giorni da parte di russi: “Stanno vendendo le ville a un prezzo inferiore a quello d’acquisto”. Il valore varia “dai 3 ai 5 milioni di euro”, il mandato è vendere al più presto e in qualunque modo: “Sono impauriti dalla situazione generale, vogliono capitalizzare, anche in perdita, in un momento in cui si profilano rischi difficili da prevedere”. C’è poi il problema di garantire forme di pagamento che non incappino nelle sanzioni dell’Ue: “Una strada è quella delle valute estere, ma c’è anche chi chiede di essere pagato in criptovalute. Alcuni studi sono stati incaricati di trovare soluzioni”. Non solo le vendite, anche tanti affitti stanno saltando: “Decine di ville sono state rimesse sul mercato – spiega il titolare dell’agenzia Immobiliare Il Sole –, parliamo di affitti da 20-30 mila euro al mese. In parte sono russi che rinunciano alle vacanze, in parte sono i proprietari che cercano affittuari italiani perché temono problemi nei pagamenti”.
Toscana, ma anche Sardegna: “A Porto Cervo ci sono più ville del solito sul mercato”, dice Davide Turrini, property finder specializzato in mete del lusso italiano. Tuttavia, aggiunge, “oltre il fenomeno delle vendite, c’è anche una parte della borghesia russa che sta cercando di lasciare il Paese: non sono oligarchi, ma professionisti in grado di investire 1-2 milioni di euro”. L’esodo della classe media viene confermato da Andrea Rovere, avvocato di Sanremo che da anni difende esuli russi perseguitati dal Cremlino che spesso si rifugiano fra la Costa Azzurra e la Liguria: “Abbiamo ricevuto tante chiamate di persone che vogliono lasciare la Russia – spiega –. Chiedono informazioni su come ottenere un permesso di soggiorno o su come disporre dei propri soldi nonostante le sanzioni e i blocchi”. È la vita dei russi d’Italia ai tempi della guerra.
La “bestia” di Putin nel mirino della Ue. Sanzionati i giornalisti del regime
Non solo oligarchi. Nell’elenco dei sanzionati dell’Unione europea aggiornato, con altri 160 nomi, nel marzo del 2022, compare una lunga serie di giornalisti spesso etichettati come “propagandisti”. Si va dai giornalisti allineati al Cremlino – che magari non crede a quello che dice, scrive o predica, ma lo fa per quieto vivere – ai loro colleghi “più realisti del re”. Parliamo per esempio di Solovev e Kiselev, palesemente differenti dagli altri colleghi, anche agli occhi dei russi, e considerati le “bocche di Putin”: personaggi spesso caricaturali perché esaltano la linea del Cremlino perfino più radicalmente del Cremlino stesso. Il Fatto ha analizzato il loro lavoro scoprendo che i “propagandisti” sanzionati hanno un punto in comune: la demolizione sistematica e quotidiana dell’Occidente, presentato come corrotto, immorale, preda di un declino al quale, invece, la Russia resiste grazie al rispetto della tradizione e, soprattutto, alle politiche di Putin. Il loro pane quotidiano sono “russofobia”, ruolo dei gay (“donne con la barba”) in Europa, fake news dell’Occidente, presenza di nazisti ovunque. E sulla parola “nazismo” in Russia dobbiamo intenderci: è ormai sinonimo di nemico (come ai tempi della Seconda guerra mondiale).
Vladimir Solovev – l’unico dell’elenco al quale la Guardia di Finanza abbia congelato dei beni: due ville sul lago di Como per un valore di 8 milioni – è una delle teste d’ariete di Rossia1. Conduce Poedinok, “la serata con Vladimir Solovev” e, se aggiungiamo l’infinità di altre trasmissioni in cui è ospite, nei fatti vive tra radio e tv. Autore di libri motivazionali del tipo “Siamo russi, dio è con noi”, provocatore, polemista, anti-ucraino fino al midollo. Per la sua copertura della guerra in Crimea è stato premiato da Putin con l’ordine del servizio per la patria. Prima del 24 febbraio diceva che uno scontro tra popoli fratelli, come ucraini e russi, era il sogno degli occidentali e non sarebbe mai avvenuto. Allo stesso tempo sosteneva che la Russia era trascinata in guerra dall’Occidente. Nei suoi talk show non spariscono solo le notizie. A volte anche gli ospiti. Quando Mikhail Delyagin, nel 2008, criticò Putin, il programma fu interrotto. Alla sua ripresa, Delyagin non c’era più. Nella versione digitale la sua immagine in studio fu eliminata (tranne le sue gambe o le sue mani che apparivano di tanto in tanto qui e là). Un paio di settimane fa, due ospiti hanno criticato il conflitto: trasmissione interrotta. Per Solovev l’Ucraina è solo una tappa della guerra russa per ripristinare i confini del rusky mir: il mondo russo inteso come potenza imperiale.
L’unico in grado di superarlo è Dmitry Kiselev: il re di Canale 1-Rossia1. Una sorta di “propagandista capo” in cima alla classifica dei premi ricevuti dal Cremlino: Ordine dell’Amicizia, Ordine del Merito per la Patria, Ordine di San Sergio dalla Chiesa ortodossa. Conduce Vesti Nedeli: notizie della settimana. Rischiamo un conflitto atomico che cancellerebbe l’umanità? Nessun problema: “Perché dovrebbe esistere un mondo se la Russia non c’è?”. Anno 2014: “La Russia è l’unico Paese che può ridurre gli Usa in cenere”. L’Ucraina? È “un concetto virtuale”. Sarà un caso, ma Kiev gli ha vietato di mettere piede nel Paese ed è sotto sanzione Ue dal 2014. È tra i maggiori promotori dell’equivalenza Ucraina-nazismo: non distingue (o vuole che i suoi spettatori non distinguano) tra battaglioni dalle aspirazioni SS, come l’Azov, e il resto di un Paese che conta 44 milioni di persone. Un piccolo dettaglio: la sua famiglia è di origine ucraina sin dai tempi dello zar. Kiselev è comunque critico anche con Putin: la legge contro la propaganda gay non è infatti abbastanza dura perché i gay non dovrebbero donare sangue, sperma e organi. Con un decreto presidenziale, nel 2013, diventa capo di Ria Novosti: un colosso che comprende giornali, tv, radio, siti e blog. Un network di disinformazione (conta molti dei canali sanzionati o bloccati da Usa e Europa) che lavora h24 per il Cremlino. La fantasia non gli manca. In Russia tutti i rapper partecipano alle proteste contro Putin? Kiselev incide un rap che grossomodo dice così: “Ho 64 anni, fratello. Mi alzo alle 5 del mattino per sgridare l’America in tv. L’Europa vorrebbe spaventarci privandoci delle importazioni, ma non rispondiamo alle provocazioni. Mettiamo il nostro gasdotto sulle loro sanzioni. Va tutto bene per i russi da quando abbiamo un presidente col kimono nell’armadio…”.
Da Kiselev in poi siamo costretti a volare più basso. Ma con un quarto di nobiltà: Petr Tolstoj sostiene di essere un discendente del grande scrittore, lavora a Canale 1 e spesso conduce dibattiti politici. Dal 2016 fa parte della Duma (il Parlamento russo), iscritto al partito di Putin, Russia Unita, ultimamente ha dichiarato: “Se non sei con l’esercito russo, sei contro di esso”. Sintesi efficace ma nulla di paragonabile con l’illustre antenato ma neanche con i due colleghi appena citati. Anton Krasovsky è un gay putiniano (avete letto bene) e un giorno ha dichiarato: “Sono gay e sono umano. Proprio come Putin e Medvedev”. L’outing nel 2013 gli è costato un licenziamento, ma ora è a capo di uno degli uffici di Rt e definisce gli ucraini “animali”, l’Ucraina “terra russa”, critica il Cremlino per la questione gay, ma lo osanna per le sue politiche belliche. Dai video online emerge che il dito medio, agli ucraini, lo mostrava già molto prima del 24 febbraio scorso.
Olga Skabeyeva è nota come la “bambola di ferro di Putin”. Lavora per Russia 1 dove conduce 60 minuti con suo marito Evgeny Popov. Se c’è da fare a pezzi un nemico di Putin, lei c’è. Specialità che la vede seconda (forse) soltanto alla potentissima Margerita Simonyan (che d’altronde, se è la numero uno di Rt, un motivo ci sarà). S’è occupata del processo alle attiviste Pussy Riot, dell’avvelenamento dell’ex agente segreto Sergej Viktorovič Skripal e di sua figlia, delle proteste in Bielorussia. Inutile spiegare da che parte stava.
Roman Babayan, giornalista e deputato della Duma moscovita, è anche autore di film di propaganda e un documentario sulle “rivoluzioni colorate” nei Paesi ex Urss “finanziate dagli Usa”. I suoi programmi Govorit Moskva (“Parla Mosca”) e Pravo golosa (“Diritto di votare”), mettono spesso alla berlina gli oppositori. Per Babayan, in queste settimane, chiunque dissenta dalla versione ufficiale è un traditore della patria. Durante le sue cronache sulla guerra – pardon, sull’“operazione speciale” – indossa a volte una maglia con la Z stampata. Vagamente evocativo. Zachar Prilepin è stato paragonato a giganti della letteratura russa – da Dostoevskij a Tolstoj – ed è un ex veterano delle guerre cecene (e anche delle squadre speciali della polizia russa). Nel 2014 ha combattuto nel Donbass. Ha scritto anche per la Novaya Gazeta – il quotidiano in cui lavoravano Anna Politkovskaya e di Dmitry Muratov – e ha fondato un partito fortemente nazionalista. È spesso critico nei riguardi di Putin: è più incendiario di lui. Conduce Uroki russkogo (“Lezioni di russo”) e le sue opere sono state apprezzate anche in Europa.
Arkady Mamontov lavora per Rossiya 1. Militarista, cristiano ortodosso, dice di lavorare “per l’interesse della patria” e ha un debole per le cospirazioni: fa credere agli spettatori che tutti i dissidenti siano finanziati dagli Usa. Incluse le Pussy Riot.
Gramellini fa l’apologia del nazista di Azov: ‘giusto’ come Schindler
Prosegue la romantizzazione dei nazisti ucraini del battaglione Azov da parte dei nostri media bellicisti, e anzi sfiora vette liriche (speriamo) intoccate in altri Paesi. Vi abbiamo detto dell’intervista su Repubblica a un capitano dell’Azov che legge e cita Kant: “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”, omettendo le fosse comuni sotto di lui, come da rapporto Osce del 2016 che li indica come responsabili di uccisioni di massa, occultamento di cadaveri e torture. Ieri su Corsera c’era un bel ritratto del comandante del Reggimento Azov maggiore Projipenko, ultrà nero della Dinamo Kiev, che Zelensky ha appena proclamato eroe dell’Ucraina.
Sabato sera è andato in onda su Rai3 un elogio struggente di un altro soldato di Azov, il generale Vyacheslav Abroskin. Massimo Gramellini, campione dello storytelling glicemico, lo presenta così: “Soldato sanguinario che chiama ‘orchi’ i russi e ne ha già uccisi a grappoli senza pietà, sta difendendo Odessa, ma sua figlia adolescente è rimasta a Mariupol”, da dove racconta al papà “dei bambini che stanno al freddo al buio, che bevono l’acqua dei termosifoni e mangiano grano saraceno inzuppato con l’acqua sporca delle pozzanghere”. È l’antica tecnica del chiaroscuro: la ferocia del primo fa risaltare l’innocenza dei secondi. Ma c’è un “ma”. Il “terribile generale Abroskin”, dice Gramellini, sottolineando la parola terribile per preparare il colpo di scena, “ha ascoltato sua figlia in silenzio”, in silenzio: come fanno i virili eroi classici (Gramellini era presente?), “poi ha aperto la sua pagina Facebook e ha scritto una lettera ai russi”, che il conduttore solennemente legge. Per farvela breve, Abroskin offre la sua vita in cambio di quella dei bambini di Mariupol. Gramellini: “Questo generale è un guerriero fanatico, un violento, un simpatizzante nazista”, ma? “Ma è disposto a sacrificare la sua vita, e chissà quali torture gli farebbero prima di ucciderlo, per mettere in salvo quella dei piccoli sopravvissuti di Mariupol”. (Il programma si chiama Le parole, perché le parole sono importanti).
L’eroizzazione del “simpatizzante nazista” sarebbe completa, ma la musica cresce col pathos: “Non è un uomo buono. Gli ebrei lo definirebbero un ‘giusto’”. Sì. “Com’era Oskar Schindler”. Anche questa blasfemia tocca sentire dal servizio pubblico, dove il prof. Orsini non può parlare dietro compenso perché le sue analisi geopolitiche sono troppo “complesse” e quindi “filo-Putin”. Possibile, direte voi, che il ragionamento sia così pedestre da far passare per “giusto” un nazista, pur di tenere il punto contro i presunti “filo-Putin”? Sì: “I giusti possono anche avere delle idee sbagliate, ma i gesti non li sbagliano mai, perché non sono sordi al richiamo dell’umanità”.
Gramellini ha completato la scuola dell’obbligo. Dovrebbe sapere che Schindler non uccideva le persone, non le buttava nelle fosse comuni: le salvava. Che il senso dell’onore e il vitalismo misto allo sprezzo della vita e all’esaltazione del sacrificio sono marchi dell’ideologia nazi-fascista. Che essere nazisti non è “un’idea sbagliata”, ma un crimine condannato dalla Storia. E che la glorificazione del “gesto” sacrificale che annulla l’ideologia mortifera è precisamente la vile tecnica manipolatoria dei fascisti esaltati. Peraltro il nazista di Azov – questo consesso di giovani kantiani che lottano perché l’Ucraina “guidi le razze bianche del mondo in una crociata finale contro i popoli inferiori guidati dai semiti” (così proclama Biletsky, capo di Azov) – ha solo scritto un post, non si è consegnato ai russi in cambio della vita dei bambini (chissà se lo farebbe per i bambini di “popoli inferiori”). Tutta questa musica emozionale, questo groppo in gola del conduttore, questa maschia retorica di morte per un post su Facebook?
Tutto, pure un’orrenda guerra fratricida, viene piegato allo storytelling; l’apologia dei nazisti diventa storiella edificante, gradita al ceto medio che ingoia di tutto, sentendosi intriso di alto senso morale. La chiosa di Gramellini è incredibile: “Sarebbe più tranquillizzante pensare che ci sono solo i buoni e i cattivi, ma è proprio quando la vita ci mette sotto pressione che ci spogliamo dei pregiudizi delle ideologie. E scopriamo chi siamo davvero”. Simpatizzanti dei nazisti?
Conte vince e “raddoppia” Adesso vuole rifare tutto
Per restare presidente del M5S, l’avvocato pretendeva un nuovo plebiscito dagli iscritti, e plebiscito è stato. Arrivato, sostengono i suoi, anche per aver tenuto il punto sul no a nuove spese militari. “Scelta premiata anche dagli ultimi sondaggi” sostengono dal M5S, facendo circolare il sondaggio della Swg per La 7 con un +0,5 per il Movimento. Un’altra piccola, buona notizia per Giuseppe Conte, riconfermato ieri presidente del M5S da una consultazione con 50mila votanti accertati già a mezzogiorno, destinati a superare i 60mila alla chiusura delle urne, alle 22 di ieri.
Molti di più dei 38mila votanti che il 12 marzo avevano approvato le modifiche allo Statuto. Così Conte, che aveva minacciato l’addio in caso di “risultato risicato”, potrà restare. Anche se è ancora “congelato” dai ricorsi al Tribunale di Napoli di Lorenzo Borrè, l’avvocato e iscritto che a breve impugnerà a Napoli anche questa votazione. Ma va bene ugualmente per l’ex premier, nel lunedì in cui riunisce i comitati del M5S a Roma presso lo “Scout center”, ostello a due piani su cui campeggia uno striscione che inneggia alla pace. Dentro i due piani a tinte ocra, Conte e i suoi ragionano di proposte e organizzazione, per dare l’immagine di una ripartenza del nuovo corso contiano. “Non possiamo vivere di rendita” dice ai suoi l’avvocato. Tra un discorso e l’altro, promette che l’eterno enigma del vincolo dei due mandati verrà risolto “dopo le Amministrative”. Con l’ipotesi di deroghe per singoli big che riprende piede. La certezza è che in giornata si parla soprattutto di riorganizzazione. Il nuovo M5S avrà coordinamenti territoriali a tutti i livelli, comunali, provinciali e regionali. Ruoli che verranno nominati direttamente da Conte, libero di crearsi la sua struttura (ma sceglierà in base alle rose del comitato per i Rapporti territoriali, guidato da Alfonso Bonafede). Gli iscritti potranno avere informazioni sull’attività del M5S e interagire con il partito tramite il portale dei 5Stelle. “Ma radicarci sui territori ci permetterà anche di aprirci alle realtà civiche locali” fa notare il deputato Francesco Silvestri.
Poi c’è la scuola di formazione, di cui l’ex premier ha affidato il progetto a una società delle sue parti, la Sgf costituita nel 2021 presso l’Università di Foggia. “Nell’ambito della scuola – ha spiegato Conte – ci saranno dieci incontri che si svilupperanno il giovedì alle 18, con lezioni su economia, ecologia, lavoro e politica, anche con relatori internazionali”. Una Frattocchie a 5Stelle, per l’avvocato che il M5S vuole rifarlo: tutto.
“Missili, governo opaco sui costi”
Il governo Draghi ha secretato la lista delle armi da inviare in Ucraina, ma anche sulle relative spese l’operazione è opaca: a certificarlo è il servizio di Bilancio del Senato.
Non c’è solo la poca trasparenza sulle armi che l’Italia ha inviato all’esercito ucraino (la lista è stata secretata e fornita solo al Copasir). Anche sui costi, il governo Draghi è opaco. E a certificarlo non è qualche gruppo pacifista, ma il servizio del Bilancio del Senato. Nel rapporto sul decreto Ucraina approvato alla Camera, i tecnici di Palazzo Madama certificano che l’esecutivo dovrebbe chiarire meglio le coperture finanziarie della cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari. Il governo, per ora, ha messo in conto solo una spesa di 12 milioni di euro per gli equipaggiamenti di protezione – metal detector (8 milioni), elmetti e giubbotti antiproiettile (un milione) e relativi trasporti (3 milioni) – che oggi non sono disponibili nei magazzini della Difesa. Ma, in primis, i tecnici chiedono di avere più informazioni “in ordine alla quantità e quindi alla spesa” per elmetti e giubbotti e più in generale sui “parametri assunti per le spese di trasporto in teatro su cui non sono stati forniti ulteriori elementi”.
Poi c’è il capitolo sulle armi non letali inviate in Ucraina a titolo gratuito perché già nella disponibilità del ministero con risorse già stanziate. Su questo il servizio di Bilancio pone tre quesiti al governo. Il primo riguarda la sostituzione o meno degli armamenti inviati. Una questione sollevata il 15 marzo in commissione Bilancio dal leghista Claudio Borghi che ha chiesto al governo come intenda sostituire gli equipaggiamenti partiti verso Kiev: in quella sede il viceministro dell’Economia Laura Castelli (M5S) aveva risposto spiegando che il governo non sostituirà le armi cedute, ma i tecnici del Senato chiedono comunque all’esecutivo di chiarire se la cessione “non determini un maggior fabbisogno per la necessità di sostituzione dei beni ceduti” e “se le forze armate potranno far fronte alle proprie esigenze funzionali anche senza le dotazioni in questione”. Perplessità riguardano anche il trasporto delle armi. Se per gli equipaggiamenti di protezione sono stati stanziati tre milioni, per fucili e missili non sono stati forniti dettagli. E i tecnici chiedono al governo di specificarlo visto che “le spese di trasporto in esame dovrebbero essere ben più rilevanti” di quelle per giubbotti ed elmetti. Per questo “andrebbe fornita una stima dei relativi costi e andrebbero indicate le risorse con cui vi si farà fronte”. Infine, i tecnici del Senato criticano la mancata trasparenza sulle spese per le armi che potrebbero aumentare se il conflitto dovesse proseguire: “Andrebbero chiarite – scrivono – le ragioni della diversità di effetti finanziari previsti per le due fattispecie di cessioni a titolo gratuito” anche perché i decreti interministeriali con la lista delle armi (secretati) non prevedono “una specifica procedura di verifica parlamentare in ordine agli effetti finanziari”.
Armi: il M5S non cede e il governo dice sì a FdI
Niente mediazione, nessuna resa. Sull’aumento delle spese militari la maggioranza corre verso la spaccatura. In Senato il M5S e LeU sono decisi a votare no in commissione all’ordine del giorno di Fratelli d’Italia che invita a mantenere l’impegno di portare al 2 per cento del Pil le spese militari. E in commissione, che venga o meno messo il voto di fiducia sul decreto Ucraina, si dovrà comunque votare. Ergo, non ha dato esito la riunione di maggioranza di ieri sera, dove il ministro per i Rapporti per il Parlamento, il grillino Federico D’Incà, annuncia il parere favorevole del governo all’ordine del giorno di FdI. Ma prima LeU, con Loredana De Petris, poi il M5S con la capogruppo Mariolina Castellone tengono la linea: “Voteremo no”.
Quell’odg, accusa De Petris, “è strumentale”. Mentre il 5Stelle Gianluca Ferrara attacca il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini: “Aveva giudicato irrealizzabile l’obiettivo del 2 per cento”. Così è inutile anche l’ultimo appello del Pd per un odg di maggioranza. La carta finale dei dem, per tutto il giorno in pressing sugli alleati del Movimento.
In mattinata è Guerini a battere un colpo su La Stampa invocando il rispetto degli impegni presi al vertice Nato in Galles del 2014 “anche quando questo rischia di scontrarsi con interessi politici o elettorali”. Poi però i suoi emissari in Senato – Alessandro Alfieri e Vito Vattuone – cercano l’accordo con i 5Stelle su un ordine del giorno di compromesso. Un testo annacquato che prevede l’aumento delle spese militari fino al 2 per cento del Pil, ma in modo “progressivo”, più diluito nel tempo, in un contesto di Difesa comune europea. Nel quale si specifica che alcuni degli investimenti – come quelli su cybersicurezza, aerospazio e sanità militare – sono già finanziati con i fondi del Pnrr. Ma il Nazareno riceve solo “no” da parte del M5S. Soprattutto i veterani del Movimento non intendono cedere. Lo ribadisce Vito Crimi al Fatto, uscendo dalla riunione a Roma dei comitati del M5S: “Non c’è nessuna trattativa con il Pd, non si può votare un odg annacquato”. Va bene, ma Conte al governo aveva aumentato le spese militari… “Era il 2018, una situazione diversa. E comunque se si volesse votare qualcosa del genere farei appello al liberi tutti”. Così lo stesso Conte prima giura che non aprirà una crisi di governo: “Non è il momento di voltare le spalle a Draghi”. Ma poi rilancia: “Il riarmo adesso sarebbe una inutile follia, non consentiremo che l’aumento delle spese militari sia inserito nel Def”. Di questo parlerà oggi pomeriggio con il premier a Palazzo Chigi. Incontro potenzialmente decisivo. Anche perché, anche se la maggioranza riuscisse a non farsi male in Senato, la questione si riproporrà nei prossimi giorni – forse già giovedì in Cdm – quando il governo presenterà il Documento di Economia e Finanza. Già in quel testo, l’esecutivo dovrebbe precisare i primi investimenti per aumentare le spese militari. E anche se si pensa di ricorrere a “formule generiche”, sarà arduo trovare la quadra sulla risoluzione di maggioranza collegata al Def.
Nel frattempo, però, la prima possibile botola arriverà oggi, quando nelle commissioni Difesa ed Esteri di Palazzo Madama inizieranno le votazioni su emendamenti e ordini del giorno al decreto Ucraina. Perché è vero, con il voto di fiducia scatterebbe la tagliola per l’odg di FdI, ma solo in Aula. Mentre in commissione si dovrebbe comunque votare, con il rischio di una frattura. Anche perché il M5S non avrà più l’appoggio della Lega, che ieri ha rialzato i toni. Basti citare il capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari “La maggioranza può fare anche a meno del M5S”.
Berlino ora vuole lo scudo antimissili
I media tedeschi lo hanno descritto “in affanno” e “costantemente indeciso”, ma il cancelliere Olaf Scholz piace sempre di più alla Germania e ora annuncia nuove spese militari.
Domenica in Saarland, Land occidentale con poco meno di un milione di abitanti, il Partito socialdemocratico ha raccolto il 44 per cento dei voti al primo appuntamento elettorale dopo lo scrutinio federale di settembre. L’Spd governerà da solo. Sostituirà una Grosse Koalition a guida conservatrice, modello federale imposto da Angela Merkel per tre dei suoi quattro mandati.
Mentre si svuotavano le urne in Saarland, Scholz si è presentato in tv per una lunga intervista sul primo canale tedesco. “No, quello che sta dicendo è sbagliato”, ha risposto alla presentatrice che lamentava una posizione debole dell’esecutivo nella crisi ucraina. Il cancelliere aveva aspettato fino alla vigilia dell’invasione prima di bloccare il gasdotto NordStream2. Da quel passo, molto sofferto per gli stretti legami commerciali tra Russia e Germania, gli altri sono stati rapidi e decisi. “Dobbiamo prepararci – ha detto Scholz – per il fatto che abbiamo un vicino pronto a usare la forza per far valere i propri interessi”. Quattro settimane fa il governo ha annunciato una manovra da 100 miliardi di euro per l’acquisto di armi, oltre ai 50 già nel budget della Difesa. La lista della spesa è ricchissima. Prima richiesta gli F-35: Berlino è pronta a ordinare 35 caccia bombardieri senza passare dalle lunghe liste di attesa di sviluppo e pre-ordine come fatto dagli altri Paesi europei. Cento milioni di euro ad aeroplano.
Ma c’è di più. Uno scudo missilistico “è certamente tra le cose di cui stiamo discutendo e per una buona ragione”, dice ora il cancelliere. Si tratterebbe di Arrow3, il sistema israeliano capace di abbattere missili a lunga gittata. Tel Aviv considera questo armamento il fratello maggiore del famoso Iron Dome, ritenuto rivoluzionario per il basso costo di esercizio, circa 50 mila euro a missile. Per Arrow3 il prezzo si moltiplica fino a 20 volte per lancio. Il sistema rimane comunque vulnerabile ai missili ipersonici, come il Kinzhal utilizzato dall’esercito russo in Ucraina e che può trasportare una testata nucleare o mezza tonnellata di esplosivo.
Fatto sta che il riarmo in Germania è un fatto epocale. Dalla Seconda guerra mondiale la Bundeswehr ha avuto finanziamenti limitati. Nelle missioni in Mali e Afghanistan l’esercito tedesco si è guadagnato il soprannome di breakdown army (armata rotta). Elicotteri che non volano, armi inutilizzabili e carri armati così vecchi che non esistono pezzi di ricambio. Nei 16 anni di cancellierato Merkel, l’investimento in difesa del 2 per cento del Pil, come richiesto dalla Nato, non è mai stato raggiunto. A 100 giorni dall’inizio del suo incarico, Scholz ha deciso che per il 2022 arriverà al 4 per cento.
Mario l’amerikano: promesse a Zelensky e resta zitto su Biden
Si aspettava una telefonata tra Mario Draghi e Vladimir Putin. E invece ieri il premier italiano ha sentito Volodymyr Zelensky. L’Italia sarà tra gli Stati garanti della sicurezza dell’Ucraina, quelli che dovranno assicurare una reazione militare immediata nel caso di nuove aggressioni da parte della Russia. Almeno a quanto dice ufficialmente Zelensky. L’ambasciatore ucraino a Roma, Yaroslav Melnik, ha parlato ieri mattina dell’iniziativa U24, United for Peace, per creare questo gruppo di Paesi. Di cui farebbero parte i membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, più la Germania, il Canada, la Turchia e anche l’Italia. Poi è arrivata la telefonata Draghi-Zelensky. E nel frattempo, nessuna presa di distanza c’è stata da parte di Draghi dopo le parole di Joe Biden che da Varsavia si lasciava andare così: “Putin non può restare alla guida della Russia”. Una precisa dichiarazione o una gaffe rivelatrice, con il Segretario di Stato Usa, Antony Blinken impegnato a gettare acqua sul fuoco. E lo stesso presidente degli States costretto a negare ieri con evidente poca convinzione.
Domenica a intervenire per dire che non si punta a un cambio di regime in Russia sono stati sia il presidente francese Emmanuel Macron, sia il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Ammettere l’obiettivo dichiarato dal presidente degli States rischia di favorire l’escalation. Draghi però non parla. Dopo settimane ai margini, il premier è riuscito nell’ultima settimana a essere riammesso nei formati che contano. Con tanto di ribadita fede atlantista. L’unico bilaterale a Bruxelles con un leader europeo di cui ha dato conto la Casa Bianca su Twitter è stato quello con lui. Il premier aveva comunque annunciato venerdì che avrebbe sentito Putin. Mentre Macron e Scholz non hanno mai smesso di parlarci, con un tempismo ferale, Draghi aveva annunciato un incontro proprio nei giorni precedenti all’attacco all’Ucraina. Ovviamente cancellato. Il tempismo non è stato dei migliori neanche in questo caso, con l’“Amico americano” che a Putin ha dato anche del “macellaio”. La telefonata resta in agenda, ma intanto ieri Draghi ha parlato con Zelensky. Dialogo che ormai è costante, raccontano da Palazzo Chigi.
Da dove trapela un certo imbarazzo, però, rispetto alle informazioni diffuse dall’ucraino sulla conversazione. Su Twitter, infatti, Zelensky ha ringraziato per “la disponibilità dell’Italia di unirsi alla creazione di un sistema per le garanzie di sicurezza a sostegno dell’Ucraina”. Questione di cui non si faceva cenno nel comunicato di Palazzo Chigi, in cui si raccontava che il presidente Zelensky ha lamentato “il blocco da parte russa dei corridoi umanitari e la prosecuzione del- l’assedio e dei bombardamenti delle città”.
Si tratta di procedere negli aiuti che stiamo dando, come spiegano fonti di governo. A cominciare, dunque, dalle armi, ma non solo. Non a caso ieri il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, era in Romania, in visita al contingente che fa air policing. E non secondario il fatto che il presidente ucraino abbia voluto dare notizia delle promesse dell’Italia, dopo aver stilato una lista dei governanti europei a lui più vicini. In testa c’è Johnson: un altro che non ha criticato le parole di Biden.