I Benetton prendono Massolo Draghi&C., abbuffata nomine

L’ex capo dei Servizi segreti va a fare il top manager dei Benetton. Giampiero Massolo, ambasciatore con molti altri incarichi di prestigio presenti e passati, tra cui quello di ex direttore generale del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza che coordina i servizi segreti, sta per spiccare il volo verso la presidenza di Atlantia. È la holding che controlla Autostrade per l’Italia, Aeroporti di Roma, infrastrutture in tutto il mondo attraverso la spagnola Abertis. La nomina verrà formalizzata dall’assemblea il 29 aprile. Non c’è la conferma ufficiale. Ma secondo informazioni di ambienti istituzionali Massolo ha già accettato le avance di Treviso. Lascerà la poltrona di presidente della Fincantieri, mentre è in corso una rissa per scegliere il nuovo vertice. Il premier Mario Draghi e il consigliere Francesco Giavazzi intendono sostituire molti boiardi di Stato in scadenza nelle prossime settimane. Ci sono 350 poltrone da rinnovare tra cda e collegi sindacali.

Con Massolo a Treviso puntano a completare la riverniciatura dell’immagine, compromessa dai 43 morti del Ponte Morandi. Da due anni il nuovo ad di Atlantia è Carlo Bertazzo, al posto di Giovanni Castellucci che è tra i principali indagati per il crollo del ponte gestito da Autostrade. Con la prossima assemblea uscirà di scena anche il presidente di Atlantia, Fabio Cerchiai, 78 anni, in carica da 12 anni. I Benetton hanno deciso questa mossa, mentre non è ancora perfezionato l’affare che sta loro a cuore per voltare pagina, la vendita allo Stato dell’88,06% di Aspi detenuto da Atlantia. Secondo il contratto firmato nel giugno 2021, Atlantia incasserà 8,2 miliardi di euro dalla cordata tra Cdp (51%) e i fondi Blackstone e Macquarie (49%). Mancano ancora alcuni passaggi, Mims e Mef devono riapprovare l’atto aggiuntivo e rimandarlo alla Corte dei Conti per il sì finale. Giampiero Massolo ha un bagaglio importante di relazioni in Italia e all’estero, dunque una forte capacità di lobby. Romano, anche se nato nel 1954 a Varsavia, il padre lavorava all’ambasciata, laureato in scienze politiche alla Luiss, nel 1977-1978 è stato alla Fiat a fare analisi di “rischio Paese”. In diplomazia dal maggio 1978, una carriera soprattutto sotto il segno di Silvio Berlusconi, è stato capo segreteria a Palazzo Chigi nel 1994, sherpa per il G8 e G20 nel 2008-2009. È stato nominato segretario generale della Farnesina durante il governo Prodi, nel settembre 2007. E Mario Monti l’11 maggio 2012 lo ha voluto a capo del Dis, subentrato a Gianni De Gennaro. Nel maggio 2016 è stato nominato presidente di Fincantieri, controllata da Cdp con il 71,3%, durante il governo Renzi, confermato nel 2019 nel primo governo Conte. È componente del Gruppo italiano Commissione Trilaterale. Draghi lo ha nominato presidente del Comitato promotore per l’Expo Roma 2030.

L’uscita di Massolo sblocca la partita del ricambio del vertice di Fincantieri. Giuseppe Bono, ex socialista sulla tolda da 20 anni (fu nominato ad nel 2002 dal governo Berlusconi), ha compiuto 78 anni. Per il governo deve passare la mano, ma lui gioca la partita per fare il presidente con deleghe (strategie, audit) e scegliere l’ad, il suo preferito è il dg Fabio Gallia, ex banchiere. Non è gradito a Bono invece Giuseppe Giordo, direttore delle navi militari, le cui chance sono complicate dall’essere stato tirato in ballo nell’affare della mediazione di Massimo D’Alema per vendere navi e aerei alla Colombia. Terzo candidato, sostenuto dal M5S, è Fabrizio Palermo, l’ex ad di Cdp mandato a casa da Draghi per insediare Dario Scannapieco. L’assemblea per le nomine è prevista entro il 20 maggio. Alla fine potrebbe arrivare un esterno, come avvenuto con Alfredo Altavilla a Ita. L’ex manager di Fca non può abbandonare ora la fragile mini-compagnia messa in vendita dal governo, ma l’anno prossimo sarà in corsa per Leonardo al posto di Alessandro Profumo, sempre che il banchiere non salti in anticipo per l’affaire D’Alema-Colombia.

Palermo potrebbe essere proposto anche per Invitalia, al posto di Domenico Arcuri, che dopo 15 anni non verrà rinnovato. In ribasso la candidatura dell’ad del Mediocredito centrale, Bernardo Mattarella, nipote di Sergio. La rielezione dello zio a presidente della Repubblica sconsiglia, per opportunità, la promozione di un familiare.

Alla Snam, la società del trasporto del gas, non verrà confermato Marco Alverà, il ragazzo prodigio nato a New York nel 1975 che, dopo una breve esperienza alla Goldman Sachs, ha fatto una super carriera in Enel e in Eni quando l’ad era Paolo Scaroni, grande amico del padre, Alvise Alverà, patrizio veneziano e finanziere. Nel 2016, con il governo Renzi, Alverà è stato nominato ad di Snam. Intende dedicarsi a un fondo per l’energia a Londra. Da qui l’anno prossimo potrebbe tentare l’anno l’affondo alla guida di Enel o Eni. Tra i candidati alla Snam Carlo Tamburi (Enel) e la responsabile finanza Alessandra Pasini. All’Italgas potrebbe essere confermato ad Paolo Gallo, che piace anche al costruttore-editore Francesco Gaetano Caltagirone.

Niente sanzioni per Mister Gazprom nell’Ue. Ma a Londra e Washington sì

L’elenco dei sanzionati dall’Unione europea – avviato nel 2014 e aggiornato all’indomani dell’invasione russa in Ucraina – conta circa 900 nomi. Alcuni sono oligarchi, altri importanti manager di Stato, c’è persino un pilota di Formula 1, ma manca un nome che pure è essenziale nell’economia russa. E anche in quella europea. È uno dei manager di punta del Cremlino, amministratore delegato della più strategica delle società di Stato russe. Eppure Alexey Miller, numero uno di Gazprom da ormai 20 anni, non compare nella black list della Ue, mentre è presente nell’elenco stilato da Stati Uniti e Regno Unito. La differenza è presto spiegata. Sebbene Bruxelles stia facendo di tutto per rendersi indipendente dal metano di Mosca – è di venerdì scorso l’accordo con gli Usa per acquistare 50 miliardi di metri cubi aggiuntivi di gas liquefatto all’anno entro il 2030 – l’Ue è ancora dipendente dalle forniture di Gazprom, a differenza di Washington e Londra. Il legame è destinato a rimanere tale ancora per un po’. Lo ha indirettamente confermato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, quando ha detto che l’obiettivo dell’Ue è “raggiungere l’indipendenza dal gas russo ben prima della fine del decennio”.

Bruxelles dipende oggi per circa il 40% dal metano di Mosca: un’interruzione delle forniture sarebbe insostenibile. Ecco perché Miller l’ha scampata e non per la prima volta. Già nel 2014 era riuscito a evitare le sanzioni Ue. Allora, raccontò il quotidiano russo Vedomosti, furono alcune aziende partner di Gazprom a convincere Bruxelles a estrometterlo dall’elenco dei cittadini non desiderati. Quali fossero queste società, Vedomosti non fu in grado di rivelarlo: si limitò a riferire che la responsabilità dipendeva da “aziende tedesche, francesi e italiane attive nel settore dell’oil&gas”.

Se Miller manca nella lista dei sanzionati stilata dall’Ue, sono presenti invece molti fedelissimi del presidente russo Vladimir Putin e un nutrito gruppo di oligarchi, ma sarebbe un errore pensare che siano la maggior parte dei sanzionati. Su circa 880 nominativi, infatti, gli oligarchi sono venti, ai quali si aggiungono alcuni fedelissimi di Putin. Tra loro Igor Sechin, numero uno del colosso petrolifero Rosneft; Nikolaj Sjamalov, tra i fondatori del gruppo Ozero, descritto dalla Ue come il secondo azionista di Bank Rossiya; Georgy Muradov, “rappresentante plenipotenziario” di Putin in Crimea. Altro esponente del “cerchio magico” putiniano è Petr Aven, tra i maggiori azionisti di Alfa Group, segnalato con i “colleghi” oligarchi Roman Abramovic, German Khan e Alexey Kuzmichev.

A loro si aggiunge Dmitry Chernyshenko, ministro russo per il Turismo, lo Sport e la Cultura, membro del cda delle Ferrovie russe. C’è anche il violoncellista Sergej Roldugin, padrino di Maria, figlia del presidente russo: secondo i Panama Papers, a lui sono riconducibili alcune società off-shore. Nel mirino delle sanzioni anche il portavoce di Putin, Dmitry Peskov. Se quello del pilota di Formula 1 Nikita Mazepin è un caso isolato (dopo le sanzioni è stato licenziato dalla sua scuderia, la Haas, ed estromesso dalla competizione mondiale), la categoria più colpita in assoluto è quella di parlamentari e ministri (ex o in carica): raggruppa circa l’80% dei sanzionati dal 2014 a oggi.

Battaglia del gas: quello russo non ha sostituti per 2-3 anni

Vladimir Putin vorrebbe che entro il 31 marzo gli idrocarburi russi fossero pagati in rubli, i Paesi occidentali hanno risposto che non lo faranno. Ieri l’ad di Eni, Claudio Descalzi, ha detto che “Eni non ha rubli; i contratti prevedono il pagamento del carburante in euro e i contratti dovrebbero essere modificati per cambiare i termini”. Difficile, ma non impossibile, che si arrivi a un blocco delle forniture per questo: in ogni caso il blocco delle importazioni di gas e petrolio dalla Russia è un’eventualità con cui bisogna fare i conti per molti motivi. L’Italia in particolare è dipendente dal gas russo: in Europa ne arrivano 155 miliardi di metri cubi ogni anno, circa 30 dei quali in Italia, il 40% del nostro import. Possiamo farne a meno? Non senza danni gravi nel prossimo inverno – e s’intende razionamenti, cioè distacchi programmati di gas e corrente – mentre potrebbe essere possibile tra qualche anno.

Stati Uniti. Il presidente Biden ha annunciato che nel breve periodo manderà 15 miliardi di Gnl per tutta l’Europa che diventeranno 50 nei prossimi anni. Niente di risolutivo nel breve termine. L’Italia, da sola, nel 2021 ne ha consumati 76 miliardi. Se pure l’Europa volesse prendere il gas solo via nave, attualmente non ha sufficiente capacità di rigassificazione.

Paesi del Nord. Anche se Bruxelles sta pensando ad acquisti Ue comuni di gas, si tratterebbe di una soluzione lontana tra proposta, approvazione e messa in moto del sistema. Ora, dunque, tutti i Paesi dell’Unione corrono per se stessi: quelli del Nord chiudendo i rubinetti dei loro giacimenti, i frugali difendendo “il mercato” contro la richiesta di un tetto al prezzo del gas per paura di far arrabbiare la Russia, vedersi staccare i rifornimenti ed essere danneggiati industrialmente (Germania) o per non perdere i profitti interni (Norvegia & C). Descalzi suggerisce di guardare all’Africa, ma anche per l’Africa c’è competizione.

stoccaggi. A questi prezzi elevati sono in pericolo anche gli stoccaggi, necessari per intervenire nei momenti di picco della richiesta di energia, a cui si sommano quelli strategici che invece hanno un ruolo di sicurezza nazionale. Bruxelles vuole che per legge siano pieni almeno all’80% ogni autunno (ora da noi sono al 25%) ma anche in questo caso si tratta di una misura lontana. Quasi nessun Paese è disposto ad acquistare gas sul mercato: solo all’Italia costerebbe 15 miliardi di euro contro i 3 di un anno fa. Si cercano invece contratti vantaggiosi da altri fornitori. Ma quali?

Azerbaigian. Elin Suleymanov, ambasciatore azero nel Regno Unito, ha già fatto sapere che né la produzione di gas del proprio Paese, né l’infrastruttura esistente possono sostituire più di una piccola frazione delle esportazioni di gas russo in Europa. Il Tap, che trasporta il gas azero, ha una capacità aggiuntiva di soli due miliardi di metri cubi, il raddoppio richiede anni e i piani di estrazione nel Paese al momento vedono un (ancora incerto) surplus di massimo 5 miliardi di metri cubi. Infine, l’Azerbaigian non ha ancora preso una posizione netta sull’invasione russa. Mosca fa pressioni e Kiev si aspetta aiuti umanitari e carburante.

Algeria. È uno dei primi Stati con cui l’Italia ha provato a trattare l’aumento delle importazioni (fornisce già il 28%): secondo le ultime voci, nel breve termine potrebbe fornire circa 2 miliardi di metri cubi in più.

Qatar. Oggi il gas dal Qatar (6,5 mld di metri cubi) in Italia arriva al terminal Gnl di Rovigo che ha una capacità annuale di 8 miliardi, a Panigaglia (La Spezia, 3,5 miliardi) e Livorno (3,75 miliardi): se venissero utilizzati tutti alla massima capacità, coprirebbero un aumento di poco meno di 3 miliardi di metri cubi. Il quarto galleggiante promesso dal governo richiederà invece un paio d’anni per entrare in funzione.

Gas nazionale. L’aumento delle estrazioni dai giacimenti italiani autorizzati potrebbe portare, sempre nei prossimi due anni, circa 2 miliardi di metri cubi di gas (peraltro destinati a contratti calmierati per le industrie energivore).

totale e razionamenti.Il conto è presto fatto. Secondo i dati della Fondazione Eni “Enrico Mattei”, pure con misure emergenziali e importazioni al massimo, mancherebbero sempre tra gli 8,9 e 10,5 miliardi di metri cubi di gas. Se dovesse esserci davvero uno stop dalla Russia, la priorità dovrebbe essere “preservare il corretto funzionamento del sistema elettrico”, una scelta “di natura strategica, sovraordinata rispetto alla continuità di altri settori potenzialmente impattati, come il civile e l’industriale” quindi gas dei riscaldamenti e della cucina e quello che serve alle industrie per lavorare: l’ammanco calcolato dal report rappresenta circa il 20% della domanda di questi due settori che andrebbe attuato “possibilmente con distacchi programmati”.

La nonna di Biden e il secolo di ferro

Questa volta il divario tra gli interessi europei e statunitensi è netto. In un comizio a Varsavia, sabato, Biden ha definito Putin un “macellaio” – in precedenza l’aveva chiamato killer, dittatore sanguinario, criminale di guerra– per poi decretare: “Per l’amor di Dio, non può restare al potere!”.

Il ministro degli Esteri Blinken ha subito corretto, lo staff della Casa Bianca ha tentato una goffa retromarcia, Macron nelle vesti di Presidente di turno dell’UE si è dissociato, ma le parole presidenziali restano e palesano l’obiettivo Usa in Ucraina: un “cambio di regime” a Mosca, lo spodestamento di Putin. È la strategia del caos che Washington adotta da quando fantastica di aver stravinto la guerra fredda, di poter violare i patti del 1990 con Gorbaciov, di dominare il mondo con destabilizzazioni belliche regolarmente sconfitte: in ex Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria. È la prima volta che la Casa Bianca punta al regime change di una potenza atomica (6.000 testate). I tabù della dissuasione nucleare crollano, l’impensabile che fondava la deterrenza (la cosiddetta distruzione mutua assicurata) diventa pensabile. Non è un caso che l’escalation di Biden sia avvenuta in Polonia, che vorrebbe un intervento Nato per difendere l’Ucraina dall’invasore russo. Se per settimane Zelensky ha insistito nel chiedere la no fly zone senza badare al diniego Nato e Ue, è perché alcuni Paesi –

Varsavia in primis – lo spingevano in tal senso, contando sulla Casa Bianca. Sin da quando è atterrato in Europa Biden si è comportato da padrone (incoraggiato dall’Ue che non s’è vergognata di invitarlo al Consiglio europeo) ma appena giunto in Polonia ha perso le staffe. Rivolgendosi all’ottantaduesima Divisione Aerea dell’esercito Usa, non ha parlato di vie d’uscita dal conflitto, non ha avviluppato in una retorica di pace l’aumento delle spese militari. Queste dissimulazioni sono affidate agli europei mentre Biden no, non dissimula, parla della propria nazione come “principio organizzativo attorno al quale si muove il resto del mondo – ossia del mondo libero”. Evoca l’icona della “nazione indispensabile” raffigurata nel 1998 da Madeleine Albright, ministro degli Esteri di Clinton e principale artefice dell’estensione Nato (“Non abbiamo bisogno che la Russia dia il suo accordo all’allargamento”, disse a chi obiettava).

Biden è intriso di teologia politica: il “mondo libero” è votato a intervenire contro il Male. La guerra va oltre Kiev, ha una giusta causa ed è lotta “fra libertà e autocrazia, fra democrazia e oligarchi”: Putin non ha in mente l’Ucraina ma vuol demolire la democrazia. A conclusione dell’appello ai paracadutisti ricorda il nonno, che l’incitava a “mantenere la fede”. Ma soprattutto la nonna, che rincarava: “No, diffondila!” (spread it).

Che importa se nel frattempo il pensiero della Chiesa cattolica non è più quello di Tommaso d’Aquino. Se ha abbandonato, da Giovanni XXIII in poi, l’idea di guerra giusta. Papa Francesco denuncia la follia del riarmo occidentale, e di una guerra per procura scatenata colpevolmente da Putin senza negoziati in vista fra grandi potenze (Usa, Russia, Cina), ma Biden non se ne cura. D’altronde ha ammesso che Washington arma l’Ucraina da anni (2 miliardi di dollari, di cui 1 miliardo nelle ultime settimane).

Noam Chomsky ricorda che il culmine fu raggiunto il 1º settembre 2021, poco prima dell’aggressione russa, quando fu firmata la Dichiarazione Congiunta sulla Partnership Strategica Usa-Ucraina. Il documento annunciava l’apertura delle porte Nato all’Ucraina, e riforniva Kiev di armi oltre che di un “programma di robusto addestramento ed esercitazione per sostenere lo statuto ucraino di partnership rafforzata” (NATO Enhanced Opportunities Partnership, preludio dell’adesione, concesso anche alla Georgia). Alla Dichiarazione Congiunta fece seguito una vasta esercitazione Nato in terra ucraina (“Rapid Trident”) che partì dalla base di Yavoriv presso Leopoli, e cui partecipò anche l’Italia. La Dichiarazione Congiunta rappresenta il culmine di un’espansione Nato a Est cominciata dal giorno in cui Clinton violò l’impegno di Bush padre di non espandere la Nato. Una violazione contestata aspramente da diplomatici di primo piano come Henry Kissinger, George Kennan, Jack Matlock (ex ambasciatore Usa a Mosca), William Burns (attuale capo della Cia).

Le guerre di religione tra Bene e Male hanno una natura dualistica e conducono immancabilmente alla morte: l’Europa lo sa meglio del Nord America, perché i suoi popoli l’hanno vissuta nel ’500-600 (15 milioni di morti) e la conclusero quando capirono che la pace era possibile a una sola condizione: che non vi fosse la vittoria di una fede sull’altra, e che il potere politico non si diffondesse come fosse una fede. Oggi traversiamo un simile “secolo di ferro”, e Biden che vuol atterrare Putin profittando delle sue dissennatezze belliche lancia segnali anche alla Cina, a Taiwan, ai pochi alleati che gli restano nell’estremo oriente. L’India di Modi sta cautamente distanziandosi e nel resto del pianeta – Asia, Africa, paesi arabi, America latina – si moltiplicano gli avversari delle sanzioni e del riarmo, che promettono fame e prezzi energetici proibitivi. Biden assieme a gran parte dell’Europa non sembra aver imparato nulla della storia, né quella antica né quella recentissima.

Ignoranza e mancanza di memoria recente sono forse i dati più significativi della politica atlantica di fronte a un’aggressione russa certamente spropositata, ma che poteva essere evitata e potrebbe ora essere affrontata con altro spirito, di difesa del popolo ucraino e di negoziati su alcuni punti precisi: non solo la neutralità (scritta stavolta nero su bianco, non promessa come ai tempi di Gorbaciov) ma anche la rinuncia al riarmo in Est Europa, alle guerre di regime change. Se questo secolo è di ferro come nel ’500-600, urge un trattato di Vestfalia: un ordine che riconosca gli Stati a prescindere dalle fedi che pretendono di diffondere con le armi.

Quanto all’Unione europea, non è tramite il riarmo che troverà pace, ma proponendo tregue che non siano percepite come sconfitte epocali né a Kiev né a Mosca e riconoscendo che i propri interessi non coincidono con quelli statunitensi. La Russia è una superpotenza atomica, ci è geograficamente e culturalmente vicina. La guerra di Putin in terre ucraine l’allontana dall’Europa e rischia di renderla molto dipendente da Pechino. È con questi dati di fatto che ci troviamo a dover fare i conti.

 

La storia Abramovich avvelenato: per i falchi è di troppo

Roman Abramovich e alcuni negoziatori ucraini impegnati nei colloqui di pace con la Russia sarebbero stati vittime di un tentativo di avvelenamento. Lo riferisce il Wall Street Journal citando non precisate fonti “al corrente dei fatti”. Dopo un incontro a Kiev, fra il 3 e il 4 marzo, l’oligarca russo, che è considerato un possibile ponte fra Zelensky e Putin, e almeno due membri della delegazione ucraina, avrebbero sviluppato sintomi compatibili con l’avvelenamento: occhi arrossati, lacrimazione costante e dolorosa, desquamazione di viso e mani. Le stesse fonti accusano falchi russi che avrebbero così tentato di sabotare le trattative. Secondo il sito di giornalismo investigativo Bellingat l’intossicazione è da attribuire a un agente chimico. Ieri Abramovich sarebbe atterrato a Mosca con un jet proveniente dalla Turchia per portare direttamente a Putin una lettera di Zelensky. Sugli avvelenamenti da parte di 007 russi ci sono precedenti. Nel 2020 l’oppositore di Putin, Alexey Navalny viene colpito da un agente nervino. Bellingcat conferma che si tratta di un’operazione del Cremlino. Nel 2018, il Regno Unito accusa l’intelligence russa di aver attentato alla vita dell’ex colonnello russo Sergei Skripal e di sua figlia Yulia rilasciando l’agente nervino novichok nella cittadina inglese di Salisbury. Al 2006 risale l’orribile fine di Alexander Litvinenko, ex ufficiale del KGB riparato a Londra, e qui ucciso dal polonio russo.

Prigionieri russi gambizzati: il video delle torture dei battaglioni ucraini

Faccia a terra contro l’asfalto. Corpi a gambe divaricate, braccia legate dietro la schiena. Le teste di alcuni soldati russi fatti prigionieri sono avvolte nelle buste bianche. Là sotto alcuni sono svenuti: nessuna reazione a spintoni, canne puntate alla testa. “Otkuda? Di dove sei?” viene chiesto al prigioniero: il ragazzino ha per volto una maschera di sangue e sgomento, ha perso i sensi, non risponde. A un altro prigioniero viene ripetuta la stessa domanda: “Dell’Azerbaigian. Ho i documenti”, dice. “Perché sei qui?”. La risposta è semplice: “Me l’hanno ordinato”. Intorno ci sono divise immobili dai legamenti spezzati, forse già corpi morti. “Ofizery est? Ci sono gli ufficiali?” continua a chiedere l’uomo col fucile che parla in russo con cadenza ucraina. Soldati e prigionieri parlano la stessa lingua: è tortura senza traduzione. Da un minivan blu escono in fila uomini dalle braccia legate: una fucilata alle gambe e i due finiscono a terra. Il terzo si inginocchia prima della pallottola che lo farà urlare dal dolore: fine del filmato.

Di questo video, circolato negli ultimi giorni da un lato all’altro del mondo, girano varie versioni. Una dura pochi secondi, altre variano dai due ai quattro minuti, in ognuna però c’è un tappeto di uomini in mimetica a terra. Si tratterebbe, dicono le ricostruzioni, di una squadra russa spedita in ricognizione, ma caduta in un’imboscata nel villaggio di Olkhovka, vicino Kharkiv, una manciata di chilometri dal confine della Federazione. Se le parole urlate con livore si distinguono, le mostrine sulle divise dei soldati ucraini che li hanno catturati no: rimangono sgranate come le dichiarazioni della fonte che ha diffuso il filmato. Il video è stato pubblicato da Konstantin Nemichev, un ufficiale contattato dalla Cnn, che ha preso parte ai combattimenti nella zona, ma, dice, non conosce quella base militare: “Non ho mai visto questo posto, forse è da qualche parte a Kharkiv”. Diffuso su Telegram – il social dove scorre il vero fiume di notizie di questa guerra tra Stati ex sovietici – il video è stato geolocalizzato dall’emittente americana: sarebbe stato girato nei luoghi dove l’esercito ucraino, assieme al battaglione Azov, ha assaltato i bastioni nemici. La guerra delle informazioni si combatte parallela a quella reale: il video è falso, il video è vero, il video è “mostruoso”.

Il Cremlino di Mosca e la Rada di Kiev sono stati bersaglio di reciproche accuse. “Ci sarà un’indagine immediata. Siamo un esercito europeo, non torturiamo prigionieri, se il video risulterà vero, si tratta di un comportamento del tutto inaccettabile” ha detto Oleksiy Arestovych, consigliere del presidente Zelensky. Ha negato tutto, senza indagare neppure, Valerii Zaluzhny, ministro della Difesa ucraino: “Per screditarci il nemico filma video falsi di trattamenti inumani”. Contro “l’estrema crudeltà” dei nazionalisti ucraini si è espresso il capo del comitato investigativo russo, Aleksandr Bastrykin. Per il Cremlino si tratta di “immagini mostruose”, ha riferito Peskov, portavoce di Putin. Mentre il mondo si interroga ancora sulla veridicità delle immagini delle torture, il collettivo di hacker Anonymous ha rilasciato su Twitter un presunto documento rubato dalla banca dati del dicastero della Difesa di Mosca. Si tratta di un prikaz, “un ordine” in quattro punti per “filmare propaganda e screditare i soldati ucraini”, creare video in cui viene mostrata “la disumanità delle formazioni nazionaliste”. I dettagli del documento n. 176, emesso il 21 marzo scorso, sembrano perfetti, forse troppo: la firma in calce è quella di Dmitry Bulgakov, il vice del ministro Serghey Shoigu, assente quel giorno.

La guerra delle parole: Novaya Gazeta chiude

Nella Federazione dei veleni, degli ukaz e prikaz, editti e ordini del Cremlino e del suo apparato, c’era comunque, fino a ieri, quel quotidiano diventato – in patria e nel resto del mondo – leggendario simbolo di libera informazione in terra di propaganda: Novaya Gazeta.

Il messaggio con cui ieri la redazione di Mosca ha deciso di fermare penne, tastiere e inchiostro del quotidiano è breve e tremendo: “Sospendiamo la pubblicazione del giornale fino alla fine ‘dell’operazione speciale’ in Ucraina. Abbiamo ricevuto un altro avvertimento del Roskomnadzor” , l’orwelliano Servizio federale per la supervisione della comunicazione di massa di Mosca. Si silenzia da sola, prima che arrivi del tutto il Cremlino a farlo, l’ultima voce indipendente dei media russi. Senza la Novaya nella Federazione, da oggi il silenzio forse diventerà totale e assoluto. Il giornale paga il prezzo dell’ultima sfida al potere di Vladimir Putin compiuta dal premio Nobel, Dmitry Muratov, direttore dell’organo di informazione: un’intervista al presidente ucraino Volodimir Zelensky. (È avvenuta online e con altri giornalisti russi: quelli di Dozhd, canale indipendente già spento dalle autorità, e di Meduza, giornale in lingua russa che opera dai Baltici). I cadaveri dei soldati russi caduti al fronte e abbandonati, “un compromesso sulla difficile questione del Donbass” la cui terra non verrà mai lasciata dalle truppe di Mosca “senza scatenare la terza guerra mondiale”, lo status di potenza non nucleare di Kiev, ma non la smilitarizzazione. Di questo Zelensky ha riferito ai reporter, asserendo di essere pronto a un accordo di pace “tornando dove tutto è iniziato”. L’intervista, consultabile per pochi minuti, è poi sparita dall’etere e dagli occhi dei russi.

Uno degli ultimi articoli postato a mezzogiorno di ieri, ora di Mosca, riferisce che il Cremlino ha dichiarato di “non aver paura” delle dichiarazioni di Zelensky, ma “il materiale diffuso deve comunque rispettare la legge vigente” sulla guerra che si chiama “operazione speciale”: il testo è finito nell’ufficio del procuratore generale. In calce all’ultimo articolo del quotidiano di Muratov non c’è una firma, ma l’asterisco della vergogna, quello che obbliga i redattori non allineati a dichiararsi “media che per il ministero della Giustizia svolgono la funzione di agente straniero”. La Novaya che chiude e che fino all’ultimo non si è arresa alle regole della propaganda – usando tutti i sinonimi possibili della lingua russa per evitare di usare le parole “guerra” e “invasione” – è “il risultato della sistematica intimidazione e repressione dei media da parte delle autorità russe. L’Ue è al fianco dei media indipendenti e dei giornalisti russi. Condanniamo fermamente la censura del Cremlino” ha scritto su Twitter l’Alto rappresentante per la Politica estera Ue, Josep Borrell. La notizia della sospensione delle attività del quotidiano è schizzata da un lato all’altro del mondo in un secondo, tranne che in un Paese: la Russia.

“È il sogno di Erdogan: diventare da tiranno un promotore di pace”

Dalle ultime notizie sul fronte diplomatico, pare che per giungere a un accordo di pace tra Kiev e Mosca non ci sia altra via che incontrarsi in Turchia. Il “grande dittatore” Putin sembrerebbe disposto a incontrare il presidente ucraino Zelensky solo a casa del “piccolo dittatore” Erdogan. Se l’esercito ucraino sta riuscendo a rallentare l’avanzata russa anche grazie ai droni turchi Bayraktar – costruiti dalla omonima società del genero di Erdogan – e, di conseguenza, il presidente Zelensky può sperare di avere nella Turchia una sorta di alleato, risulta invece meno comprensibile il motivo per cui lo “zar” si debba affidare a Erdogan. Abbiamo chiesto la risposta all’ex direttore del quotidiano Cumhuriyet, il giornalista e scrittore Can Dundar, nel 2015 condannato a 27 anni per rivelazione di segreti di Stato e terrorismo, da anni in autoesilio a Berlino. “Condanno categoricamente questa invasione criminale di uno Stato sovrano e democratico e sono dalla parte della coraggiosa resistenza ucraina e del movimento per la pace russo. Detto questo, faccio notare che Erdogan e Putin, purtroppo, hanno molto in comune, con la differenza che prima di muovere guerra all’Ucraina, il leader del Cremlino era in una posizione molto più forte del suo omologo turco. Oggi, essendo Putin più debole politicamente ed economicamente vuole mantenere Erdogan al proprio fianco. Non perché si fidi di lui, bensì per poterlo utilizzare contro la Nato, di cui la Turchia è membro storico”.

Per quali ragioni la Turchia non ha voluto aderire alle sanzioni contro la Russia?

Erdogan non vuole irritare il suo vicino, e anche a causa della crisi economica turca. Erdogan deve poter continuare a fare affidamento sul commercio con la Russia e sul turismo russo, vitali per le casse dello Stato.

È conveniente per entrambi lavorare insieme per coltivare i propri interessi, che in parte stanno convergendo?

Sì, questi due despoti che parlano lo stesso linguaggio violento e usurpatore e che sono una minaccia per il proprio popolo e per i Paesi vicini sono entrambi deboli in questo frangente e si sostengono a vicenda.

Qual è il sogno più grande di Erdogan?

Vedere Putin costretto ad andare ad Ankara per trovare un accordo con Zelensky. Ciò gli consentirebbe di provare a ripulirsi l’immagine: da dittatore a promotore di pace.

È un cortocircuito nella storia?

Siamo al punto in cui si debba sperare nella mediazione di un tiranno per impedire a un altro tiranno di sterminare un popolo che vuole autodeterminarsi.

Kiev: “Trattiamo” Biden chiede più soldi per la Difesa

La legge di Bilancio per il 2023 proposta da Joe Biden al Congresso Usa prevede spese per la difesa per 813,3 miliardi di dollari (il 4% in più rispetto al 2022), su una spesa globale di 5.800 miliardi. Dentro ci sono 6,9 miliardi per la Nato e 1 miliardo per l’Ucraina. Biden chiede al Congresso “uno dei maggiori investimenti nella storia della sicurezza nazionale”: “Fondi necessari per assicurare che le nostre forze armate restino le più preparate, le più addestrate e le meglio attrezzate al mondo” e “per rispondere con forza all’aggressione di Putin all’Ucraina”. Le cifre del bilancio di Biden sono destinate ad acuire il confronto con la Russia, tanto più che, secondo il New York Times, gli Usa intendono dotarsi di una presenza militare più aggressiva nell’Artico proprio in funzione anti-russa. Ci sono 4,1 miliardi per condurre ricerche e sviluppare capacità di difesa innovative, 5 miliardi per un sistema di allerta missilistica anti-minacce globali e 2 miliardi per un intercettore anti-missili balistici di Corea del Nord e Iran. Il bilancio 2023 presentato da Biden al Congresso riflette le crescenti preoccupazioni di sicurezza ed economiche degli Usa, interne e globali.

Circa 1,6 miliardi vanno a investimenti domestici, con un aumento del 7%. Fronte entrate, Biden vuole introdurre una tassa sui ricchi, ossia le famiglie che valgono oltre 100 milioni, che dovrebbero pagare almeno il 20% sui loro redditi. Ci sono pure politiche per ridurre il costo dell’energia e della sanità. Uno degli obiettivi è la riduzione del debito di oltre 1.000 miliardi nei prossimi 10 anni. L’inasprimento dei rapporti tra Mosca e Washington, inevitabile dopo la sortita di Biden sul cambio di regime in Russia, non blocca i negoziati russo-ucraini: oggi, le due delegazioni si incontreranno a Istanbul, presso gli uffici della residenza del presidente Erdogan nel palazzo di Dolmabahce. Si prevede che i colloqui proseguano domani. Per il Cremlino, i colloqui tra Russia e Ucraina non hanno finora prodotto “risultati significativi”. E un incontro Putin-Zelensky, “per un mero scambio di posizioni sarebbe ora controproducente”, osserva il ministro degli Esteri Lavrov. Alla vigilia della ripresa delle trattative, il presidente ucraino Zelensky ha aperto spiragli a un’intesa. Kiev potrebbe dichiararsi “neutrale” e rinunciare all’adesione alla Nato; ma mantiene il punto della sovranità e dell’integrità territoriale. Se Zelensky cambia l’accento al tavolo dei negoziati, Putin lo cambia nelle operazioni sul terreno: dalle ambizioni di ‘vittoria lampo’, ormai archiviate per la resistenza ucraina, a un logoramento dell’apparato militare ucraino nell’Est, per conseguire il controllo del Donbass. E mentre nell’opinione pubblica negli Stati Uniti affiorano inquietudini nucleari, s’allarga il coro delle critiche a Biden per le dichiarazioni di Varsavia, che, secondo la Cina, hanno fatto emergere “il vero scopo” dell’Amministrazione Usa. Il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, dice che “abbiamo bisogno di una riduzione dell’escalation, militare e retorica”. Ma il presidente Usa non arretra e, ora, predice che presto l’economia russa non sarà più tra le prime 20 al mondo. Per la Russia, “l’Ucraina è stata sfruttata dagli Usa per creare minacce all’intero mondo civilizzato”: “L’operazione militare speciale è una mera risposta ai passi criminali di Kiev contro le repubbliche di Lugansk e Donetsk”, dice il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolaj Patrushev, citato dalla Tass. “Lo scopo non è un cambio di regime a Kiev, come l’Occidente vuole far credere”. I sindaci di Kiev e di Mariupol fanno il punto delle perdite inflitte alle loro città: mille morti e centinaia di feriti nella Capitale, colpita ieri 40 volte; quasi 5.000 morti, di cui 210 bambini, nel porto sul Mare d’Azov. L’Onu stima che gli sfollati interni siano 6,5 milioni circa. L’Ue lavora a un piano in dieci punti per rafforzare l’accoglienza.

Kharkiv, sopravvivere come topi rinchiusi in cantina da 34 giorni

Al carosello della guerra partecipano tutti a Kharkiv. I volontari che distribuiscono migliaia di razioni di cibo al giorno, preparate dalle donne nelle case private; i soldati al fronte; gli sfollati nelle metropolitane-rifugio e quelli che testardamente da 34 giorni vivono come ratti nelle cantine dei palazzoni colpiti con regolarità dai russi nel quadrante nordorientale della seconda più popolosa città dell’Ucraina.

Artiom, manovale, mostra con rabbia i crateri dei razzi Grad piovuti tra i condomini dei palazzoni bianchi. Un tappeto di vetri circonda gli edifici: attraverso una scaletta si scende nelle cantine col pavimento in terra battuta: umido, buio, una batteria di auto collegata a una lampadina. Così vive il 30enne con la madre 70enne, ex ingegnere, e altri tre inquilini cinquantenni. I volontari portano cibo regolarmente ma non insistono più a convincere i 5 ad andarsene. “Non abbiamo un’auto né soldi e restando qui possiamo continuare a sfamare gli animali che i nostri vicini ci hanno lasciato in custodia, portandoli un po’ fuori. Ogni tanto salgo al mio appartamento al 9° piano e prendo ciò che serve. Ci laviamo solo mani e viso, dopo oltre un mese non siamo più timidi l’uno con l’altro, se non si può uscire facciamo i bisogni in un secchio che svuotiamo fuori. All’ingresso del ‘rifugio’ giace un furgone bianco crivellato di schegge.

Qui dove le sirene d’allarme non suonano nemmeno più perché il loro ululato sarebbe continuo, l’esistenza di chi vive nel sottosuolo è scandita dalle esplosioni (solitamente più intense nel pomeriggio) e dall’arrivo dei volontari con il kit di cibo (che comprende anche quello per cani e gatti). “Nei primi giorni eravamo in 25 qui dentro”, spiega Artiom abbracciando con lo sguardo lo stanzone di 5 metri per 5 col soffitto alto meno di due. “Poi molti sono andati nelle stazioni della metropolitana, soprattutto le madri con i bambini. Io ce l’ho con Zelensky, il governo sapeva cosa sarebbe accaduto e poteva evacuarci in tempo”, quasi grida il muratore. “Ora noi non andiamo mai oltre il giardinetto qui fuori, procurarci il cibo sarebbe troppo rischioso”. Cosa voglia dire Artiom si capisce poco più in là, nel quartiere Zhukovskyy: una coda di una cinquantina di persone, per lo più anziani, in attesa di entrare in un grande magazzino. Il primo tonfo sull’asfalto coglie tutti di sorpresa; Il secondo, più vicino, mette tutti in allarme e la fila si disperde. Il terzo fa gettare per terra quelli che non sono riusciti a entrare nell’edificio; il quarto sparge detriti addosso alle persone, mentre un cane con il guinzaglio legato a un palo si dimena nel tentativo di liberarsi; il quinto finisce di atterrire le persone sdraiate sul marciapiede. Pochi secondi e si cominciano a rialzare, stordite, incredule, in cerca di un riparo. Dentro il supermarket i clienti si rialzano e, in un riflesso automatico, si avvicinano alle casse per pagare. Tutti si fanno la stessa domanda: “Quando ce ne sarà un altro?”. I tonfi continuano più rarefatti e in lontananza. Scendendo profondamente nelle viscere di Kharkiv, prima capitale dell’Ucraina sovietica, cuore della regione storica dei cosacchi, epicentro della grande battaglia di tank che nel ’43 segnerà l’offensiva delle truppe di Stalin contro i nazisti, i suoni sono ovattati, il tempo è sospeso: nei vagoni vivono come in condomini su rotaie centinaia di persone, molti sono bambini che hanno fatto delle stazioni della metropolitana il loro mondo di giochi. Qui il frastuono dei razzi Grad che sfondano gli edifici e scheggiano le strade quasi non si avverte. “Abito qui dal 7 marzo – dice Katya, 30enne senza figli – sono nata in Ucraina, a 10 anni sono andata a vivere in Russia con mia madre, mio padre non l’ho praticamente mai visto. Prima a Mosca, poi a San Pietroburgo, infine a Kursk, che è a 200 chilometri da qui; ma dopo 20 anni sono tornata qui, non ne potevo più. Io e i miei amici abbiamo sopportato sempre meno le restrizioni delle nostre libertà. Da quando sono rientrata e poi con l’inizio della guerra litigo regolarmente al telefono con mia madre: mi dice che questo governo nazista mi ha fatto il lavaggio del cervello, per lei è vero solo ciò che dice la tv russa. L’ho iscritta a un canale Telegram dove amici ucraini e russi si scambiano informazioni, lei legge e basta ma non dice mai nulla. Secondo lei i soldati qui si nascondono nelle case per farsi scudo dei civili, che le immagini che si vedono dei bombardamenti russi sono falsificati con Photoshop”.