La guerra e la mafia: due poteri totalitari della nostra esistenza

Compivo sette anni quando mio padre mi portò alla stazione Centrale di Milano ad accogliere i profughi in arrivo dall’Ungheria, appena invasa dai carri armati agli ordini di Mosca. Ricordo centinaia di persone smarrite con le loro masserizie che sorridevano alla solidarietà degli italiani. Al rientro a casa riservai la mia preghierina della sera a quella gente. Mi avviavo ai vent’anni quando di nuovo mio padre entrò un mattino d’estate in camera mia per annunciarmi che i carri armati agli ordini di Mosca avevano invaso Praga. Da sessantottino amante della libertà dei popoli, quella volta, anziché pregare, mi augurai che si costituisse un’armata internazionale di volontari per andare a difendere la causa del popolo cecoslovacco. Non ve ne fu traccia. Erano affari dei paesi comunisti. Jan Palach divenne il mio eroe. Fatti i settantadue anni ho avuto un mattino la notizia che, sempre agli ordini di Mosca, i russi avevano iniziato l’invasione dell’Ucraina. Per la terza volta in Europa, davanti a un’Europa imbelle. E davanti a due paesi, il nostro e la Germania, che in quasi un quarto di secolo non hanno voluto rendersi indipendenti dal gas di un tiranno, tanto sui diritti umani si può sempre negoziare. È arrivata l’ora. Se lo stare al caldo costa sofferenze di massa, vite umane e l’indipendenza dei popoli, una nazione con la schiena diritta chiama i suoi cittadini a qualche sacrificio e fa altri accordi. O è così assurdo mettersi nelle condizioni degli altri paesi europei? Ma questo è solo il primo film che mi si srotola in questi giorni nella memoria. Poi ce n’è un secondo. E riguarda il fronte interno. La mafia. Avevo vent’anni quando vidi mio padre dare un pugno sul tavolo nel momento in cui il telegiornale comunicò che più di cento mafiosi, tutti quelli che avrebbero insanguinato l’Italia per più di due decenni, erano stati assolti a Catanzaro. Opera di magistrati che, più che essere garantisti o corrotti, semplicemente della mafia non sapevano e non capivano niente. “Le prove gliele avevamo date”, disse. Vennero magistrati migliori, siciliani. Anche loro trovavano le prove. Ero arrivato nel frattempo ai 35-40 anni. E a quel tempo c’era un signore, sempre lui, che per diritto divino presiedeva a Roma in Cassazione tutti i processi di mafia, tutto disfacendo e tutte le condanne annullando. Dicevano in tanti, anche ministri, che egli così facesse perché garantista, e che d’altronde un giudice “non deve lottare contro nessuno”. Poi si seppe che le cose stavano diversamente. Via lui, i boss andarono all’ergastolo. Fu il successo di un giudice, Giovanni Falcone si chiamava, che pagò cara quella fissazione della mafia. Fece però in tempo, prima di saltare in aria, a spiegare a una intervistatrice il segreto di Cosa Nostra: saper far mettere nei ruoli antimafia giudici “cretini” (proprio così disse), molto più utili dei giudici corrotti. Saltò in aria con lui – Plutarco avrebbe detto di “vite parallele” – un suo amico, messo a sua volta sotto inchiesta dal Csm per avere denunciato il “calo di tensione” nella lotta alla mafia, anch’egli avendo quella benedetta fissazione. Pure lui, di nome Paolo Borsellino, fece in tempo a lasciarci un insegnamento: una legge per l’isolamento assoluto in carcere dei mafiosi, fin allora abituati – dal carcere – a comandare e a brindare all’assassinio dei nemici. Avevo 42 anni quando la votai alla Camera un giorno d’estate del ’92. Il Parlamento fu serio. Per Cosa Nostra fu l’inizio del declino. Nel trentennale di quelle morti la storia torna a ruminare il suo passato. E tutto riemerge. Ecco gli assalti alle fissazioni dell’antimafia mentre giudici che nulla sanno di mafia, ne discettano con supponenza e in ottima e alta compagnia, come una volta. E riecco i “cretini” (tecnicamente, si intende) narrati da Falcone farsi largo. L’atmosfera è d’altronde giuliva, anche se la pandemia e gli straordinari finanziamenti in arrivo dovrebbero richiedere a tutti un surplus di scienza e coscienza. Volete sapere perché abbia fermato il nastro su due temi così diversi? Forse perché evocano due poteri totalitari che hanno attraversato la mia vita. Entrambi battibili, ma sempre prepotenti grazie alla debolezza mentale (e morale) e alla gaia inconsapevolezza di chi dovrebbe combatterli.

 

Dove sono i pacifisti? Attualmente piacciono molto quelli con l’elmetto

Usciti malconci dal pensiero unico sanitario, dove ogni accenno critico alla gestione della pandemia veniva interpretato come segnale di mattana pazzariella, terrapiattismo e magia nera, eccoci travasati direttamente nella mentalità bellica o-di-qua-o-di-là. Dunque lo dico subito: di qua. Il popolo ucraino non merita né i missili sulla testa né le mire imperiali dello zar. E casomai strabilia, dopo secoli, che siamo qui ancora a parlare di imperi e imperatori.

Ognuno metterà in atto un suo speciale atteggiamento rispetto alla guerra, chi non occupandosene, chi seguendo mosse e sviluppi minuto per minuto, chi improvvisando soluzioni geopolitiche elaborate su due piedi: tutti strateghi-generali, come prima erano tutti primari di infettivologia. Personalmente suggerirei qualche cauta resistenza, perché saranno anche passati duemilacinquecento anni, ma quel che diceva Eschilo è sempre vero, la prima vittima della guerra è la verità, e noi ci troveremo a ondeggiare tra propagande contrapposte, notizie inventate, indiscrezioni, testimonianze, ricostruzioni che non saranno descrizione della battaglia, ma in molti casi la battaglia stessa. Già il tasso di testosterone è alto, l’elmetto è calcato sulla testa, l’unanimismo fortemente consigliato. Se ti permetti di dire che mandare armi in una zona di guerra è una cosa che ha sempre creato discreti casini, eccoti arruolato con Putin. Uguale se discetti delle cause e della storia pregressa: ti si colloca col nemico, come anche se citi di otto anni di guerra in Donbass. Eppure qui che Putin è un nemico lo si sa da sempre, e anzi c’è una data precisa che lo certifica, ed è il 7 ottobre 2006, quando spararono ad Anna Politkovskaja, la giornalista colpevole di informare su un’altra guerra dello zar, quella in Cecenia.

Ora dovrebbe esserci una sola parola ovunque, per la precisione “Cessate il fuoco”, ed è comprensibile che nessun pensiero complesso possa funzionare mentre c’è gente che spara ad altra gente. Purtroppo questa parola si sente poco, per ora prevale qualche isteria sparsa, e molte contraddizioni. Ad esempio, commentatori iperatlantici che hanno sempre irriso “i pacifisti”, quegli imbelli fancazzisti, e che ora li invocano alzando il ditino: “Dove sono i pacifisti? Eh?”. Poi i pacifisti arrivano, in tutta Europa, ma non sono più tanto graditi, perché si fa spazio la logica muscolare, pancia in dentro, petto in fuori, ci siamo rammolliti, presentat-arm! Nota in margine: sotto le bandiere della pace sfilano anche quelli che più di altri hanno inforcato la baionetta. Dunque si può chiedere pace votando in Parlamento per spedire missili, allo stesso modo in cui qualche settimana fa si poteva applaudire il papa sui lager libici pur avendo votato i decreti Minniti e gli accordi con la guardia costiera libica. Miracoli della guerra, accodarsi al “tacciano tutte le armi”, ma spingere per spedirne altre (peraltro ne abbiamo vendute parecchie ai russi almeno fino al 2014).

Insomma, consiglio di resistere, alle narrazioni di guerra che sono sempre tossiche, come sono tossiche le conseguenze: festeggiano i produttori di armamenti (guardate i segni più a doppia cifra nei listini di Borsa), riavremo le centrali a carbone e un nuovo stato d’emergenza. Non è difficile capire chi resterà schiacciato: per dirla con Brecht, “la povera gente”, di qua e di là, e questa è la guerra, sempre. Mentre qui ne faremo un uso interno, tra furbizie tattiche e simil-pacifisti con l’elmetto che fa molto “armiamoci e partite”.

 

Medinsky, il mediatore russo è un vero plagio

Quell’uomo al tavolo in Bielorussia lo riconosco. Vladimir Medinsky, il capo negoziatore di Putin, passa ora per una “colomba”: e forse un giorno proverà a far dimenticare il suo controverso passato, fatto di una tesi di dottorato accusata di plagio (in un grado, mi dicono i colleghi russi, da fare impallidire Zu Guttenberg e la Madia), di dichiarazioni sconcertanti (“Čajkovskij non poteva essere un omosessuale”), e di un revisionismo storiografico best-selling perfettamente in linea con le più severe idee nazionaliste del Cremlino. Sempre alla ricerca dei “miti anti-russi”, ha scritto che il patto Molotov-Ribbentrop fu un grande evento per l’Europa, che nella Russia zarista non allignò un vero antisemitismo, e che l’Urss nel ’39-’40 non invase gli Stati baltici, la Polonia o l’Ucraina, ma semplicemente li “incorporò”, prevenendo le loro (presunte) chine verso il Reich.

Dall’alterare la storia all’inventare genocidi da vendicare e referendum farlocchi, il passo è breve. Certo il contributo dei sovietici a Stalingrado fu ridimensionato durante la Guerra Fredda; certo in Ucraina il neonazismo non è del tutto sepolto, come mostrano certe immagini di Euromaidan o – lo ricordava Gad Lerner su questo giornale – una certa perdurante venerazione per Stepan Bandera; e certo la contraddittoria propaganda occidentale (unita alle imprudenti manovre militari della Nato) ha rinfocolato il senso di rivalsa dei Russi. Tuttavia, solo la sprezzante malafede di chi ha il dito sul grilletto può giustificare l’armamentario di cui Putin ha ammantato le proprie azioni nel discorso del 24 febbraio sulla “denazificazione di Kiev” (Zelensky, tra l’altro, è di famiglia ebraica), ricorrendo a una retorica già sentita, con variazioni, all’epoca dell’aggressione alla Georgia, altro Paese illuso e poi sostanzialmente abbandonato dall’Occidente finché i carri armati di Mosca non si fermarono dinanzi alla casa di Stalin a Gori incamerando Ossezia e Abkazia.

Lascio giudicare ad altri se un personaggio come Medinsky (“Putin’s propaganda man” lo chiamava anni fa la New York Review of Books) sia il più indicato per i negoziati con la controparte ucraina, che ci si augura comunque fruttuosi. Ma lui è interessante anche per un altro motivo. All’epoca del suo lungo servizio come ministro della Cultura (2012-2020), incurante delle inquietudini palesate financo da alcuni membri dell’Accademia delle Scienze di Mosca, Medinsky sosteneva in documenti programmatici l’esigenza di “incoraggiare e sviluppare solo gli orientamenti culturali che corrispondono al sistema di valori accettato in questo Stato”, rifiutando sia le indagini scientifiche sia le produzioni artistiche che ne esulavano, dai film di Hollywood alle ricerche storiche non allineate. Nella primavera del 2014 fu lui a illustrare a Putin lo stato del patrimonio culturale della Crimea da riportare agli antichi splendori dopo la parentesi del controllo ucraino; e fu sempre lui a licenziare in tronco il direttore del Padiglione russo della Biennale di Venezia, Grigorij Revzin, reo di essersi dissociato dall’attacco nel Mar d’Azov.

Ciò non impedì all’università in cui insegno di conferirgli una distinzione prestigiosa (“Ca’ Foscari Honorary Fellowship”) per iniziativa di una rampante collega: nemmeno le proteste di tanti intellettuali e cittadini russi, italiani ed europei riuscirono a fermare l’iniziativa, che suggellava una collaborazione patrocinata dalla moglie del presidente Medvedev, oggettivata in finanziamenti di borse dottorali e centri studi, ed estesa alle collezioni d’arte (anzitutto sovietica) dei ricchi oligarchi del potere putiniano da Reznikov a Filatov, prontamente mostrate in Laguna. Chi all’epoca osò dissociarsi fu redarguito o – peggio – intimidito con inquietanti e-mail da indirizzi russi, recanti fantasiosi fotomontaggi pornografici; perché il cosiddetto “soft power” non è poi sempre tale.

Dietro Medinsky – e lontano da ogni boicottaggio: l’Europa senza Russia non esiste – il punto è la scelta tra la cultura di regime (magari premuta tra i contratti dell’Eni e i colbacchi del Silvio) e quella più libera, che dà minori remunerazioni. Guardate in Francia, dove la mostra più visitata del secolo (davvero portentosa) raccoglie in questi mesi presso la Fondation Vuitton di Parigi i capolavori dell’Ottocento russo e francese di tre musei moscoviti, la collezione dei Morozov: forte è l’imbarazzo nel leggere oggi le prefazioni al catalogo firmate (cosa ben rara, per l’iniziativa di un privato, pur magnate) da due capi di Stato, Putin e Macron. Ma nessun imbarazzo vi sarà a luglio quando il Festival di Avignone sarà aperto dal Monaco nero di Čechov messo in scena da Kirill Serebrennikov, noto dissidente che a Mosca è finito in galera per dubbie accuse.

 

La lotta tra le gemelle mastrocinque e i tracchia ora coinvolge pure l’Onu

Riassunto della puntata precedente: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia hanno invaso con 5000 mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur, mettendolo sotto assedio. Con un messaggio rivolto ai clienti, i Tracchia hanno spiegato che intendono “denazificarlo”: “Da anni siete esposti all’umiliazione quando ci fate acquisti. I vostri commenti su Tripadvisor sono eloquenti: commesse scortesi, cartellini coi prezzi sbagliati apposta, cioè più bassi, per indurre all’acquisto incauto, furti continui nei parcheggi con tanto di vetri rotti e serrature forzate. Chi ha scritto quei commenti? Gli hacker russi?” Hanno quindi invitato i nemici (il gruppo paramilitare messo insieme dalle gemelle Mastrocinque, composto da ex-militanti di Avanguardia Nazionale/Terza posizione, aiutati in modo spontaneo e creativo da molti clienti bloccati nel centro commerciale) a deporre le armi. Dopo che l’avvocato delle gemelle Mastrocinque ha dichiarato al Tg1 che questa crisi “è stata creata unilateralmente e aggravata dai Tracchia, perché le gemelle Mastrocinque non hanno mai minacciato o attaccato nessuno”, sui Tracchia si sono abbattute pesanti sanzioni economiche: il loro conto corrente è stato fatto bloccare dagli Schiaffino (condomini delle gemelle), che hanno un parente nel consiglio d’amministrazione della banca dei Tracchia. I Tracchia, “in risposta alle dichiarazioni aggressive dell’Occidente”, hanno dunque messo in allerta speciale le forze di deterrenza dei mercenari, avvertendo che seguirà una pronta risposta in caso di intervento esterno. Le forze di deterrenza includono ogive atomiche e bombette puzzolenti. È stato convocato il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ma il coro internazionale di condanna contro i Tracchia ha registrato le astensioni di Cina, India e persino Emirati arabi uniti, dove le gemelle Mastrocinque vanno spesso in vacanza, uno scorno. Mentre milioni di persone scendevano in piazza nelle capitali europee al grido di “Stop the war!”, i Tracchia chiudevano a chiave nella sua cameretta Giulia, la figlia sedicenne, contraria alla guerra. Intanto l’assedio continuava. Ieri mattina i clienti e i giornalisti che erano stati fatti spostare nei garage sotterranei sono stati svegliati dai colpi esplosi dai mercenari che iniziavano ad attaccare i negozi al piano terra, prendendo di mira in particolare il supermercato. Nella loro avanzata hanno tuttavia incontrato un’indomita e imprevista resistenza da parte dei clienti. Chi poteva immaginare che gli estintori in quel centro commerciale fossero così tanti? E tutti collaudati di recente! Complicato però distinguere le parti perché ci sono mercenari che, travestiti da clienti, compiono sabotaggi: ieri un finto bambino ha messo fuori uso la centralina elettrica. I colpi di artiglieria venivano dal reparto Gelati e surgelati, ma notizie di esplosioni e combattimenti ai tre piani del centro si sono rincorse tutto il giorno. “Gelati, carne e pesce, verdure e minestroni, pizza e torte salate, pane, basi e pasticceria, frutta e piatti pronti surgelati sono stati distrutti”, ha comunicato in serata Dimitri Utkin, l’ex colonnello degli Spetsnaz (le forze speciali russe) che guida i mercenari, citato dalla Tass. Secondo fonti americane l’operazione al supermercato potrebbe essere stata condotta anche da reparti speciali anfibi, arrivati dal bacino d’acqua del laghetto dell’Eur. L’Italia ha quindi inasprito le sanzioni contro i Tracchia (il blocco delle carte di credito sarà esteso alla loro filippina); inoltre invierà beni letali (armi) e non letali (carburante e aiuti) alle gemelle Mastrocinque. Forza Italia ha proposto di introdurre nel pacchetto di misure la depenalizzazione della trattativa Stato-Mafia.

(2. Continua)

 

Premettere che Putin è uno stronzo

Avviso ai combattenti. Qualunque anche pur minimo rilievo a eventuali responsabilità del fronte Nato nell’avere sottovalutato l’inevitabile reazione di Mosca all’ipotesi di un passaggio di Kiev nel fronte politico e militare occidentale va sempre preceduta da una decisa, inequivocabile e dunque definitiva condanna dell’invasore russo. Solo dopo aver premesso, e senza equivoci di sorta, che Putin è un criminale – o anche un delinquente, uno psicopatico, un mostro sanguinario, uno stronzo (meglio ancora se tutte queste cose insieme) – si potrà argomentare la non totale condivisione rispetto alle scelte di chi si è fatto usbergo dei valori del mondo libero. Senza tuttavia eccedere nei distinguo per non demoralizzare le truppe, in questo caso gli eroici opinionisti e strateghi che difendono la democrazia dal divano di casa.

C’è davvero poco da scherzare perché l’intolleranza nei confronti di qualsiasi visione degli accadimenti bellici non coincidente con quella quella timbrata e omologata dalle cancellerie (oltre che dal gruppo editoriale Gedi e dal Tg1) ricorda analoghe rimostranze. Quelle che, durante i picchi di contagio pandemici, ricoprivano di guano chiunque esprimesse il pur minimo dubbio sulla reale efficacia della campagna di vaccinazione, o sulle limitazioni imposte dal green pass

. Infatti, ogni obiezione sussurrata necessitava di una professione di fede basata sull’essersi gioiosamente fatti inoculare le tre dosi previste. Nonché, se necessario, anche una quarta e una quinta. Pure così, se eccepivi qualcosina, era difficile sfuggire al sospetto di una qualche tua complicità con i no vax. Esattamente come ora, se non indossi l’elmetto atlantico, rischi di passare oggettivamente per un servo del Cremlino. È inutile, qui da noi anche la causa più giusta, come la difesa della salute collettiva o del diritto alla libertà di un popolo aggredito, finisce per essere invariabilmente sporcata dai custodi del vero e del giusto. Maestrini dalla penna rozza, infastiditi da chiunque non sia disposto a portare il cervello all’ammasso.

“Complotto per Conte di Davigo & Morra”: tutte le balle di Renzi

Chi si somiglia si piglia”, dice la saggezza popolare. Chissà se vale anche per Matteo Renzi e Luca Palamara, l’ex presidente del Consiglio e l’ex consigliere del Csm: si sono trovati insieme a presentare, alla Rizzoli di Milano, il nuovo libro che Palamara ha scritto con Alessandro Sallusti, Lobby&Logge, sequel del più fortunato Il Sistema. Dopo aver trasformato il Csm in un mercato delle vacche dove lottizzare con le correnti poltrone e poltroncine degli uffici giudiziari, Palamara è stato colto con le mani nel sacco. Da quel momento, ha cominciato a sparare sul Sistema che egli stesso aveva contribuito a creare, tra gli applausi della politica che di quel Sistema era complice e beneficiaria.

Ora Renzi trasforma il carnefice in vittima: “Palamara l’hanno fatto fuori perché conosceva troppo bene regole che vigevano ai suoi tempi e che vigono tuttora”, dice il leader di Italia viva. In realtà “l’hanno fatto fuori” – cioè espulso dalla magistratura – perché è stato indagato per corruzione e perché ha confessato con un libro intero di essere stato uno dei registi di quel Sistema. Anche Renzi alla Rizzoli ha confessato: “Tutto quello che Palamara scrive su di me è vero. Son colpevole di avere sottovalutato la presenza del deep State, il dark web delle istituzioni. Non è frequente che io faccia autocritica. Stavolta dico che ho profondamente sbagliato”. Confessione con depistaggio, però: il “dark web delle istituzioni” è lui stesso, il Renzi che con il suo ex braccio destro, Luca Lotti, tramava insieme a Palamara, per avere magistrati “amici” e addomesticare la giustizia.

L’ultima delle fake news sul tema è che lo scandalo della “loggia Ungheria” sia il bis equivalente dello scandalo Palamara: ma il mercato delle vacche di quest’ultimo è appurato e confessato dal suo stesso regista; la circolazione dei verbali sulla presunta loggia è oggetto di indagine, ma certo non è stata generata da voglia di potere o di soldi. Eppure Renzi questa volta – sarà l’aria milanese della Galleria Vittorio Emanuele – tenta il doppio tuffo carpiato: “Negli stessi giorni in cui Piercamillo Davigo fa vedere i verbali al grillino Nicola Morra, io stavo presentando una mozione di sfiducia al ministro della giustizia Alfonso Bonafede, dopo che con la scusa del Covid erano stati liberati centinaia di mafiosi. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte mi disse: ‘Non farlo, Bonafede non si tocca’. Adesso scopro che grazie a Davigo i grillini sapevano che c’erano i verbali sulla loggia Ungheria, e che dentro c’era il nome di Conte. Il quale salva dalla mia mozione il ministro grillino della Giustizia”. Un intreccio di fake news sparate a grappolo, una raffica di cluster bomb del falso. “Con la scusa del Covid erano stati liberati centinaia di mafiosi”: non certo da Bonafede, ma dai magistrati di sorveglianza. Con la scusa delle scarcerazioni, invece, Renzi aveva tentato per davvero di cacciare il ministro della Spazzacorrotti e della lotta alla corruzione fatta sul serio.

Ma il ragionamento del fondatore di Italia viva è più contorto. Ipotizza addirittura un ricatto. Davigo mostra i verbali della loggia Ungheria a Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia, che era andato da lui per fargli fare pace con il collega del Csm Sebastiano Ardita, ex magistrato antimafia. Davigo, per fargli capire il motivo della rottura, gli mostra la pagina dei verbali di Ungheria in cui c’è scritto che Ardita fa parte della loggia: poi si scoprirà che non è vero, ma in quel momento Davigo preferiva essere prudente e rigoroso. Ricorda a Morra che è tenuto al segreto. E comunque non gli dice null’altro di ciò che è contenuto nei verbali.

Ma Renzi ipotizza, in modo strampalato quanto la più arzigogolata teoria del complotto, che Morra sa di Ardita, dunque sa anche di Conte (il cui nome era contenuto nei verbali per alcune consulenze, regolarmente fatturate, di quando faceva l’avvocato), il quale salva Bonafede dalla sfiducia che tanto piaceva a Renzi, in quanto ricattato dal suo ministro per via dei verbali segreti. Aridateci i terrapiattisti.

Dap, il n. 1 in pectore ora deve “giurare” sul 41-bis

Carlo Renoldi, direttore del Dap in pectore, costretto a scrivere una lettera alla ministra Marta Cartabia, che lo ha scelto per guidare l’amministrazione penitenziaria. Il gesto dell’attuale consigliere di Cassazione arriva dopo che il Fatto ha rivelato la notizia della sua nomina e ha riportato una serie di sue dichiarazioni passate che hanno provocato sconcerto tra i familiari delle vittime di mafia e tra alcune forze politiche: M5S, Lega e FdI. Renoldi nella lettera ci contesta, senza citarci, di aver “frainteso” sue frasi pronunciate a un convegno del 2020 e di averle “estrapolate”, pur avendo riportato fedelmente le sue dichiarazioni. Le polemiche, di cui si “dispiace”, sono scoppiate perché in quell’occasione il magistrato aveva sostenuto che l’associazionismo antimafia è “arroccato nel culto dei martiri”, con riferimento a chi a differenza sua e della Consulta non ritiene giusto che l’ergastolo ostativo ai mafiosi non collaboratori vada allentato, così come il 41 bis. Ora Renoldi prova ad aggiustare il tiro: “Nessuno, men che meno io, può avere intenzione minimamente di sottovalutare la gravità del dramma della mafia, costato la vita a tanti servitori dello Stato. E non ho mai messo in dubbio neanche la necessità dell’istituto del 41 bis”. Quanto all’ergastolo ostativo, ribadisce: “Le sentenze delle Alte Corti devono interrogarci su quali risposte dare. Il Parlamento lo sta facendo (obbligato dalla Consulta, ndr) alla ricerca di una strada per tenere insieme uno strumento ancora indispensabile, l’ergastolo e i principi dell’umanizzazione della pena”. Renoldi, però, trascura che l’ostativo riguarda ergastolani mafiosi non collaboratori. Glielo ricordano i parlamentari M5S in Commissione antimafia: “Crediamo che la nostra massima attenzione debba essere rivolta alle vittime e non a dare benefici ulteriori a chi si è macchiato di reati gravissimi. Le garanzie per i detenuti esistono, così come esistono i benefici per coloro che decidono di collaborare”. Interviene anche il responsabile giustizia di Fdi, Andrea Delmastro: “Ci opporremo alla sua nomina anche nel culto dei martiri di mafia che tanto infastidiscono Renoldi”. Al fianco del giudice, invece, Andrea Costa, di Azione: “Renoldi viene attaccato da quelli del ‘marcire in galera’ o del ‘buttare la chiave’ per avere affermato ciò che è scritto in Costituzione e ribadito dalle pronunce della Consulta”. Ma la sorella di Giovanni Falcone, Maria, ringrazia “quelle forze politiche che con forza ribadiscono la necessità di difendere un’applicazione rigorosa del 41 bis e le conquiste ottenute nella lotta contro Cosa nostra”.

Fiera bye bye: 40mila euro a posto letto

Trentanovemilacinquecentoquarantacinque euro. È il costo di ciascuno dei 530 pazienti ricoverati all’Ospedale in Fiera. Un costo calcolato per difetto, visto che ai 20,95 milioni spesi per le strutture (cifra ancora non definitiva), vanno sommati gli stipendi pagati a medici e infermieri (più alti del normale, considerati gli incentivi concessi per convincerli a lavorare lì) e i costi di farmaci e forniture. Calcoli che il presidente Attilio Fontana non deve avere troppo chiari, visto che ieri – giorno di definitiva chiusura della struttura – ha dichiarato: “Realizzare questo ospedale è stata una scelta giusta, presa in un momento di grande difficoltà”. Del resto, su quel (non) ospedale, la giunta aveva puntato tutto, concentrando il fuoco della sua propaganda. Da quando lo annunciò come la “risposta italiana a Wuhan”, la dimostrazione dell’efficienza lombarda ai cinesi che ci avevano portato il virus (quelli ai quali il Pirellone voleva fare causa). Una struttura da 650 letti di terapia intensiva da creare in meno di 20 giorni.

Così Guido Bertolaso ebbe il via libera per concepire l’Astronave (panacea alla mancanza di terapie intensive in una regione impreparata a una pandemia), ma poi la rinnegò, perché non era faraonica quanto l’aveva pensata. I 650 letti erano infatti diventati 221, ma mai nelle varie ondate sono stati attivati tutti. Ma la propaganda non si fermò: si lanciò la raccolta fondi che arrivò a oltre 40 milioni. Soldi in parte usati, in parte restituiti, in parte tutt’ora fermi sul conto del Pirellone. Più di un donatore si lamentò e chiese lumi sul loro utilizzo, a partire dall’avvocato Giuseppe la Scala. Furono accontentati solo in parte. Tutto ciò accadeva nonostante i medici e le associazioni di medicina di rianimazione dicessero che costruire una struttura di terapia intensiva senza un ospedale alle spalle, fosse una follia, sfidando il divieto di parlare imposto dall’allora assessore Gallera.

Il Pirellone andò avanti comunque, prima invitando, poi precettando, infine blandendo con lauti guadagni i sanitari che avrebbero dovuto lavorare lì. Perché non ci voleva andare nessuno. I sanitari sapevano che sarebbe stato meglio rimanere nei loro ospedali per ammortizzare il gigantesco carico di lavoro dovuto al Covid, piuttosto che sguarnirli per andare in Fiera. Alla fine furono costretti a cedere. Anche quelli della sanità privata, “invitata” a partecipare all’operazione. Nella prima ondata l’Astronave non servì, perché arrivò tardi. Nella seconda e terza aprì e succhiò personale da 17 strutture ospedaliere diverse. Pur di farla aprire, si chiusero gli ospedali piccoli, i medici furono mandati negli ospedali più grandi, che, a loro volta, dovettero dare personale alla Fiera: migliaia di persone si riversarono negli ospedali più grandi (lontani da casa, perché i loro ospedali erano stati chiusi), che collassarono. Molti pazienti vennero ricoverati a centinaia di chilometri di distanza e morirono da soli.

Nuovo vaccino: la corsa a Novavax per ora non c’è

Basato sulla tradizionale biotecnologia delle proteine ricombinanti, già utilizzata da decenni per altri vaccini come quelli contro l’epatite B e il papilloma virus, in teoria dovrebbe vincere la diffidenza degli indecisi e la resistenza degli irriducibili che non vogliono vaccinarsi contro il Covid-19. Ma il vaccino della casa farmaceutica statunitense Novavax (nome commerciale Nuvaxovid) non sembra aver sortito per ora gli effetti sperati: non c’è alcuna rincorsa.

La distribuzione alle Regioni del prodotto (oltre un milione di dosi alle quali se ne dovrebbero aggiungere altri due entro la fine del mese di marzo) è iniziata domenica scorsa da parte della struttura commissariale del generale Francesco Figliuolo. E lunedì alcune Regioni – Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Sicilia, Veneto – hanno già iniziato a somministrarlo. Ma non parliamo certo di grandi numeri, visto che l’altro ieri hanno ricevuto la prima dose di Novavax appena 877 persone. Un flop. Nessuna corsa nemmeno in Campania, partita ieri: in questo caso le prime dosi Novavax alle 16 del pomeriggio erano appena 55. Mentre in tutta la Lombardia, sempre ieri (secondo giorno) le somministrazioni nei sedici hub della regione dove è possibile richiedere il nuovo vaccino, le somministrazioni sono state appena 429.

Non che manchino le prenotazioni. Ma non sono molte. Ieri erano oltre 2 mila nel Lazio, che ha deciso anche di prevedere l’accesso libero senza pre-adesioni. Poi 1.800 in Piemonte, 850 in Emilia-Romagna nella giornata di sabato. E per adesso lunghe code davanti agli hub non ci sono. E nonostante sia ancora presto per fare bilanci tutto procede a rilento.

Mentre la quota di over 50 per i quali è scattato l’obbligo della vaccinazione e che ancora non hanno fatto nemmeno la prima dose non è ancora diminuita in modo significativo. Al momento dell’approvazione del decreto, la platea da raggiungere era costituita da 2,3 milioni di persone. Adesso, prendendo in considerazione solo gli ultracinquantenni e gli italiani tra i 60 e i 69 anni, è scesa a poco meno di 1,6 milioni.

Significa che i renitenti al vaccino che si sono convinti sono circa 700 mila. Questo nonostante dal 15 di febbraio per questa categoria di italiani sia obbligatorio essere muniti del Green pass rafforzato – cioè del certificato verde rilasciato a chi è vaccinato o guarito – per recarsi al lavoro.

Come sappiamo dal 7 gennaio, quando è entrato in vigore l’obbligo, dopo una iniziale fiammata si è assistito a una progressiva e inarrestabile diminuzione delle prime dosi. Dalle 11.947 somministrazioni del 15 di febbraio si è passati alle 2.184 del 27. Tutto questo senza grandi differenze a livello territoriale. L’andamento è praticamente lo stesso nel Settentrione come a Sud. E per ora non ci sono segnali di una possibile inversione di tendenza. Se poi si esaminano i Green pass rilasciati in seguito all’esecuzione di un tampone, si vede che continuano a essere la stragrande maggioranza rispetto a quelli emessi dopo la vaccinazione o la guarigione dalla malattia.

Come hanno stabilito gli enti regolatori, Ema e Aifa, il nuovo vaccino (il quinto arrivato in Italia), può essere somministrato solo per il ciclo primario agli over 18, con due dosi a distanza di tre settimane l’una dall’altra. Non può quindi essere utilizzato come richiamo, la cosiddetta dose booster. Ma il fatto che utilizzi una biotecnologia tradizionale a differenza dei due vaccini Moderna e Pfizer non pare aver ancora convinto i più recalcitranti. Il vaccino Novavax ha mantenuto “un alto livello di efficacia per un periodo di sorveglianza di 6 mesi” in un’analisi estesa dello studio di fase 3 condotto nel Regno Unito: lo comunica l’azienda americana, sottolineando in particolare che dall’analisi è emersa “un’efficacia del vaccino dell’82,5% nella protezione contro tutte le infezioni Covid-19, sia sintomatiche che asintomatiche”; il profilo di sicurezza si è confermato “rassicurante”.

Green pass a 300 euro Venticinque indagati

Un certificato verde rafforzato poteva costare 300 euro, ma erano previsti anche “sconti famiglia”. Sono le tariffe proposte da una rete criminale che su Telegram vendeva Green pass falsi scoperta dalla polizia e dalla Procura di Termini Imerese. Perquisite 20 persone in 15 province e sequestrati una trentina di dispositivi informatici. Sotto inchiesta sono finite 25 persone, tra cui un appartenente alle forze dell’ordine, e i genitori di un minore che avevano acquistato il certificato per non sottoporre il figlio al vaccino. I clienti potevano acquistare certificati personalizzati, persino con dose booster, fornendo la tessera sanitaria e pagamento in criptovaluta.