Sonego, talento silenzioso ma racchetta magica

Quel che ha combinato Lorenzo Sonego a Roma non avrebbe potuto immaginarlo nessuno. Neanche lui. O forse lui sì, ma perché alla vittoria ci crede fino alla fine. Anche quella più impossibile. La strana abbondanza dell’Italtennis maschile fa sì che di Sonego, 26 anni da Torino, si parli poco. C’è Sinner, che può arrivare in cima al ranking e vincere tutto. C’è Berrettini, che vale la fascia 7/15 al mondo e magari può salire ancora. E poi c’è Musetti, il più “bello” dei quattro, anche se l’estetica è nel tennis croce e delizia: chiedere a Leconte, Gasquet o Shapovalov.

Ripensando alla più grande squadra di Coppa Davis italiana prima di questa, ovvero quella che trionfò 45 anni fa nel Cile insanguinato da Pinochet, Sonego riveste a oggi il ruolo dello Zugarelli. In qualsiasi altra epoca sarebbe stato la star, e Dio solo sa quanta penuria c’è stata dai tempi di Panatta a questi, ma oggi va così. E a Sonego va bene così, perché le luci della ribalta non le ha mai inseguite. Al massimo ci si è trovato ogni tanto dentro.

Prima della sua deflagrante semifinale a Roma, era plausibile immaginare per lui una carriera da top 20. Un percorso alla Seppi, alla Gaudenzi, alla Furlan. Un gran bel percorso. Ora è forse lecito persino sperare in qualcosa di più. Sarebbe clamoroso se Sonego vantasse a fine carriera un best ranking migliore di quello di Sinner o Berrettini, ma la Race – la classifica che tiene conto solo dei risultati del 2021 – dice molto: Berrettini è 9, Sinner 10, Musetti 34. E Sonego? Addirittura 13 al mondo. Inaudito. Nel ranking “canonico” è invece 28: il suo record, per ora.

Sonego non eccelle in nulla, ma non difetta in niente. Mentalmente fortissimo, atleticamente in stato di grazia, ottimo rovescio bimane, buon servizio e dritto. Ha vinto due titoli Atp, uno nel 2019 (sull’erba!) e uno quest’anno. Quarti a Montecarlo e ottavi al Roland Garros (nel 2020). A Roma ha battuto Thiem e Rublev, e non batti mai due top ten di fila a Roma per caso. Sonego non è una meteora: non è Caratti e non è neanche Cecchinato (con tutto il rispetto).

È stato sontuoso anche nella semifinale persa con Djokovic. Nole doveva lavare nel sangue la macellazione patita a fine 2020 nei quarti di Vienna. Lorenzo lo divelse 6-2 6-1: la peggiore sconfitta due set su tre nella carriera di Djokovic. Il serbo ha ottenuto vendetta, ma non certo passeggiando. Sonego ha strappato il secondo set al tiebreak, e quel Sonego lì è un tennista che può (quasi) tutto. Djokovic ha via via esultato nella sua maniera peggiore, urlando come un indemoniato e sgranando gli occhi matti da Lendl efferato. Uno spettacolo esteticamente riprovevole, che dice però molto su quanto Nole – campione enorme – abbia dovuto alzare il livello per spezzare Sonego. Quello che, per il grande pubblico, prima di sabato neanche esisteva. Quello che, per tanti appassionati, era “il sosia di Ralph Macchio”. Quello che, parafrasando De André e Bubola, dopo Roma può sognare talmente forte da farsi uscire il sangue dal naso.

Che bella stagione, Samp. Il “memoir” di Vialli e Mancini

Siccome il pallone vive momenti bui, appena scampato com’è all’orrido progetto Superlega, è davvero fantastico che in occasione del trentennale dello scudetto vinto dalla Sampdoria nel 1991, l’unico della sua storia, i giocatori, con a capo Gianluca Vialli, Roberto Mancini e Marco Lanna, abbiano dato alle stampe un libro (“Scritto a 30 mani – assicura Vialli –, perché abbiamo davvero coinvolto tutti: siamo ancora tutti vivi, non era il caso di perdere tempo”) che s’intitola La bella stagione (Mondadori; i proventi andranno all’Associazione Gaslini Onlus) che tutti coloro che amano il calcio dovrebbero comprare, leggere e regalare agli amici o ai figli per la bellezza dell’avventura che racconta e per la poesia di una stagione del calcio ormai impossibile da ritrovare.

Era la Samp guidata da una Triade non lugubre come quella passata alla storia (la Moggi-Giraudo-Bettega), una Triade che sarebbe piaciuta a Guareschi: il presidente Paolo Mantovani, petroliere, fumatore incallito che morirà di tumore ai polmoni due anni dopo lo scudetto; l’allenatore Vujadin Boskov, slavo giramondo che porterà la Samp allo scudetto dopo i titoli conquistati in Jugoslavia col Vojvodina e in Spagna col Real Madrid; e il direttore sportivo Paolo Borea, modenese silenzioso, saggio e intenditore: Mantovani voleva a Genova i miglior giovani italiani e lui gli portò Mancini e Vialli, Vierchowod e Pagliuca, Lombardo e Luca Pellegrini, Mannini e Pari. Che erano tutti giovani e forti: e infatti gli altri sono morti (sportivamente parlando, s’intende).

“Nessuno lo sa, ma noi la sera andavamo a letto col pigiama della Samp: il blucerchiato era la nostra seconda pelle – racconta Vialli –. Ed era stato Mantovani a cucircela addosso. Quando a fine mese andavo nel suo studio per ritirare lo stipendio, e stavo ad ascoltarlo avvolto in una nuvola di fumo, mi dicevo: da grande voglio essere come lui. Mantovani era un visionario. Quando uscivo dal suo ufficio avevo la sensazione di essere più grande, più alto, più invincibile”. Boskov invece era il papà. “Unico. Ricordo che una volta, nello spogliatoio, dopo una partita finita male – racconta Mancini – indissi una riunione per parlare delle cose che non mi erano andate giù: per esempio, che tutti passavano la palla a Luca e mai a me. Ebbene, Boskov mi guardò e disse: tu Roberto sei terrorista in mio spogliatoio. Ridemmo tutti. Il clima era stato stemperato”.

“Pochi a quel tempo si accorgevano di Borea, il nostro ds: che invece era una figura centrale – rivela Vialli –. La “Cena della Beccaccia”, dal nome del ristorante, avvenne per merito suo. Era la fine del girone d’andata, avevamo perso punti malamente e Borea ci suggerì di sederci a tavola, solo noi giocatori, per una presa di coscienza collettiva. Lo facemmo con lealtà e schiettezza: perché i pugni è bene darseli in faccia, non nella schiena. E fu utilissimo: tornammo un gruppo, non smettemmo più di vincere”.

Amicizia, condivisione, fedeltà, rispetto. Per Vialli e Mancini sono i quattro valori che li condussero a realizzare l’impresa. “Succedeva che Mancini, che aveva sempre 3-4 giocatori addosso, a volte non sapendo cosa fare buttasse la palla in avanti: io la rincorrevo, la conquistavo, superavo i difensori e facevo gol. Il tutto per leggere sui giornali il giorno dopo: grande assist di Mancini, voto 8. Capito?”. Ma la “Cena della Beccaccia” rimise a posto molte cose. “Luca era rimasto fuori qualche partita per un infortunio al metatarso – racconta Mancini –. Rientrò col Pisa e ricordo che a un certo punto dribblai tutti, ma proprio tutti, lo cercai, lo chiamai e gli feci fare un gol a porta vuota. Era fuori condizione, ma tornare subito al gol fu una medicina. Ne segnò, ne segnammo, di straordinari”.

Per chi non lo ricordasse: gli avversari che la Samp si lasciò alle spalle nel favoloso 90-91 erano il Milan di Sacchi bi-campione d’Europa in carica, l’Inter di Trapattoni e Matthäus, il Genoa di Skuhravy e Aguilera che l’anno dopo avrebbe sbancato Liverpool, il Torino di Mondonico e Lentini che 12 mesi più tardi avrebbe giocato la finale di Coppa Uefa con l’Ajax perdendola con due pareggi. E La bella stagione fu anche quella che incamminò la Samp verso la finale di Coppa dei Campioni 91-92 persa a Wembley contro il Barcellona per un gol su punizione di Koeman nel 2° tempo supplementare. “Si parla sempre di quella finale – ricorda Vialli – ma nel girone a 4 che ci mandò a Wembley battemmo 3-1 a Sofia, in campo neutro, nella partita decisiva la Stella Rossa di Belgrado che era campione in carica ed era andata in vantaggio con Mihajlovic. Fu una delle partite più entusiasmanti che giocammo, giocata in un clima di guerra, tra fumogeni e tensioni di ogni tipo, che però alla fine ci caricarono. Grandioso”.

La bella stagione dei ragazzi terribili di mister Boskov. Non serve essere stati tifosi della Samp per averli amati. E oggi ancora.

“Denunciai la casta sarda, me la fanno pagare ancora oggi”

Grazie a lei l’Italia nel 2005 ha scoperto centinaia di consiglieri regionali che depredavano le pubbliche casse, pescando a piene mani nei rimborsi dei gruppi consiliari. Un fiume di denaro che per anni, da nord a sud, defluiva sistematicamente nelle tasche degli eletti senza che nessuno avesse mai detto “beh”. Poi è arrivata lei, Ornella Piredda, all’epoca funzionario del Consiglio regionale della Sardegna, che “beh”, invece, l’ha detto. E ha scoperchiato il vaso di Pandora. Ha portato alla luce quanto accadeva alla Regione Sardegna, dove i consiglieri, non solo non rendicontavano alcuna spesa, ma ricevevano anche 2.700 euro mensili a testa a copertura delle spese extra. Una sorta di secondo stipendio che andava ad affiancarsi ai 15 mila euro mensili che già percepivano. Una prassi che Ornella ha denunciato, facendo partire le indagini della Procura di Cagliari, prima, e di quelle di mezza Italia, poi. Vennero così alla luce sottrazioni per centinaia di milioni in tutto il Paese. Solo in Sardegna sono 120 i consiglieri finiti sotto indagine. Alcuni sono già stati condannati, altri sono impantanati tra i vari gradi di giudizio di un iter che non è andato certo spedito, considerando che i fatti risalgono alla 13ª legislatura (2004- 2008) e alla 14ª (2009- 2014) della Sardegna. La prima tranche dell’inchiesta ha comunque portato alla recente condanna di una ventina di ex-consiglieri, con pene tra i due e i sei anni. Un processo il cui cardine è stata la testimonianza di Ornella.

Un atto di coraggio civile che la funzionaria ha pagato carissimo: prima il mobbing, poi il demansionamento, infine l’ostracismo. “Le istituzioni mi hanno dimenticato, come la magistratura dopo il processo. Le forze politiche invece non mi hanno mai appoggiato”, racconta al Fatto. Oggi vive grazie a una pensione strappata con un prepensionamento per inabilità totale e permanente – la maculopatia l’ha resa quasi completamente cieca –, ottenuta mentre Regione Sardegna tentava di licenziarla per le troppe malattie inanellate e “grazie all’aiuto di cittadini, amici e sconosciuti, che mi sostengono”.

Ornella, alla luce della sua condizione attuale, rifarebbe quelle denunce?

Sì, ma non perché sia convinta che qualcosa possa cambiare. Ma per la mia indole e la mia educazione. Se vedi un bambino che annega, ti tuffi. Anche se i prezzi pagati sono stati tanti e mi sento logorata.

Cosa l’ha ferita di più?

Vedere la persona che più mi ha vessato quando ero in Regione, che mi ha maltrattato e che poi è stata giudicata colpevole di peculato nei tre gradi di giudizio, che gira libera per strada. E che non ha mai pagato per quanto ha fatto.

A un certo punto è stata una bandiera del M5S, la whistleblower per antonomasia, poi?

Sono stata masticata e sputata dal M5S. Un movimento al quale credevo e che avevo abbracciato dal 2009. Alcuni parlamentari hanno deciso che facevo loro ombra, hanno temuto la mia involontaria visibilità.

Recentemente è stata anche condannata per diffamazione nei confronti di una ex europarlamentare M5S, Giulia Goi. Una condanna in sede civile piuttosto pesante.

Sì, per un post su Facebook sono stata condannata a risarcirle 6 mila euro (8 mila con le spese) per danno d’immagine… È la sesta causa che perdo in Sardegna, diciamo che con la magistratura non ho un buon rapporto, adesso. La prima sentenza penale ha portato alle condanne per il peculato, ma non ha riconosciuto i maltrattamenti nei miei confronti. Ora il “mostro” me la sta facendo pagare, tanto che ho dovuto vendere la casa perché non riuscivo a pagare il mutuo.

E oggi come vive?

Con una pensione contributiva e con l’aiuto di amici e sconosciuti indignati che mi dicono: ‘non è giusto che tu debba vivere in queste condizioni’.

Ma nel “palazzo” non l’ha appoggiata nessuno?

Nessuno. Anzi, prima che esplodesse l’inchiesta penale, quando chiedevo spiegazioni sul posto di lavoro ai miei capi – perché sono una gran rompicoglioni –, mi hanno prima tolto lo stipendio, poi demansionata, quindi mobbizzata. Mi hanno messa la scrivania in uno sgabuzzino, senza telefono… Poi mi hanno trasferita. Infine, hanno tentato di licenziarmi per i troppi giorni di malattia accumulati. Per fortuna sono riuscita ad andare in pensione.

Sorpresa, ora al-Sisi è “uomo di pace”

A parole, lavorano entrambi per la pace o almeno per una tregua. Di fatto, lavorano l’uno in sordina e l’altro battendo la grancassa, per il loro tornaconto: l’egiziano al-Sisi spera di riguadagnare punti agli occhi della comunità internazionale; il turco Erdogan vuole essere più influente nella regione. E intanto il conflitto entra nella seconda settimana e rischia di scivolare nell’indifferenza dei media e delle opinioni pubbliche: i bollettini di guerra diventano routine. Erdogan è subito salito sulla passerella della diplomazia muscolare: ha sentito l’iraniano Rohani e s’è rivolto ai Paesi islamici (“Inaccettabile l’immobilismo del Consiglio di Sicurezza dell’Onu”, sancito dalla riunione senza esito di domenica); e ha scritto al Papa, “Fermiamo il massacro”. Al-Sisi s’è mosso con più discrezione, ma l’Egitto, con Giordania e Qatar, è stato fra i più attivi: convogli di aiuti sono stati inviati nella Striscia di Gaza, attraverso il valico di Rafah nel Sinai; e domenica il Cairo ha aperto il confine a feriti palestinesi da curare in ospedali egiziani. Da Parigi, dove partecipa a una conferenza sul Sudan e dove ha ieri visto il presidente francese Emmanuel Macron, al-Sisi dice ad Al Arabiya di sperare in un “atto comune” che riporti la pace: “L’Egitto sta compiendo sforzi in questo senso e la speranza risiede in un atto comune che ponga fine alla violenza”. Insieme, Macron e al-Sisi hanno condiviso “la necessità assoluta” di cessare le ostilità tra Israele e Hamas, “le forti preoccupazioni” per l’escalation della violenza e il cordoglio per le vittime civili. Macron ha inoltre ribadito il sostegno francese alla mediazione egiziana, dandole un grosso avallo. L’Egitto, che ha rapporti con Israele dal 1979, s’è sempre profilato come mediatore fra palestinesi e israeliani.

Anche gli Usa hanno una sponda nell’Egitto. Jake Sullivan, consigliere per la Sicurezza nazionale ha parlato con i suoi omologhi israeliano ed egiziano: “Gli Usa – fa dire – sono impegnati in una diplomazia silenziosa e intensa, i nostri sforzi continueranno”. Questa è stata la scusa addotta da Washington per opporsi domenica a una dichiarazione comune del Consiglio di Sicurezza dell’Onu: i diplomatici statunitensi sostengono che un’iniziativa del Consiglio di Sicurezza possa compromettere gli sforzi di pace in atto dietro le quinte, e che non hanno finora prodotto risultati, anche perché, per motivi diversi, la tensione è funzionale, sul piano della politica interna, sia ai leader israeliani che a quelli palestinesi. Così, dopo una riunione fiume, dal Palazzo di Vetro non è uscita una posizione comune. Cina, Tunisia e Norvegia, all’origine della riunione, hanno pubblicato un loro testo, dicendosi “molto preoccupati” per la situazione a Gaza e a Gerusalemme Est e per “l’aumento delle vittime civili. Acqua fresca, che non tutti hanno accettato. Non andranno molto oltre i ministri degli Esteri dei Paesi dell’Ue, che hanno oggi un consulto virtuale straordinario. Per Biden, il dossier è ulteriormente complicato perché gli israeliani a Gaza hanno anche colpito interessi americani, abbattendo la torre che ospitava gli uffici di vari media, fra cui l’Ap. Ieri sera Biden ha confermato che sentirà il premier israeliano: “Parlerò ancora con Netanyahu”.

Israele uccide capo Jihad, Hamas minaccia Tel Aviv

Non c’è una “tregua in vista”, aveva dichiarato il premier israeliano uscente Benjamin Netanyahu domenica sera per poi ribadirlo ieri aggiungendo di avere il supporto del presidente americano Joe Biden. E infatti, fin dalle prime luci dell’alba di ieri – ottavo giorno dall’inizio dell’operazione “Guardiani delle mura” – i jet militari di Israele hanno continuato a bersagliare molti edifici della Striscia di Gaza, alcuni attraverso la cosiddetta tecnica di “bussare sul tetto”, ovvero lanciare un primo avvertimento leggero, se così si può definire, affinchè i civili che si trovano nell’edificio-bersaglio possano tentare di mettersi in salvo. Come in passato, viene usato il termine “operazione” per definire i bombardamenti dell’aviazione militare israeliana contro la Striscia di Gaza da dove sono partiti 3.000 razzi finora lanciati contro Tel Aviv e le località del sud di Israele, a ridosso della “barriera di separazione”, dai membri di Hamas e del gruppo Jihad Islamica.

Proprio durante l’alba di ieri, gli aerei israeliani sono riusciti a centrare, senza avvertimento, il luogo dove si nascondeva Hisam Abu Harbid, il comandante del gruppo estremista islamico che in questo ennesimo conflitto fa fronte comune con Hamas che controlla dal 2007 la Striscia. A lungo osteggiata da Hamas, ora il gruppo estremista religioso è diventato utile per compiere in tandem la prima vera dimostrazione di forza militare contro Israele. A confermare il decesso di Abu Harbid è stato l’esercito israeliano che attraverso una nota ha spiegato come avesse condotto attacchi verso Israele per anni oltre ad essere responsabile del lancio dei missili anticarro della scorsa settimana che provocarono il ferimento di alcuni civili israeliani. I media palestinesi hanno riferito che il raid aereo è stato lanciato su Jabaliya. Abu Harbid aveva preso il posto di Baha Abu al-Ata al comando del battaglione dopo l’uccisione di quest’ultimo nel novembre del 2019, quando ci fu un breve ma sanguinoso confronto militare. Le bombe israeliane, mentre scriviamo, piovono ancora sulla Striscia per completare la distruzione della rete di tunnel sotterranei chiamata “Metro” scavata grazie ai finanziamenti dell’Iran, Qatar e Turchia per permettere alle armi, soprattutto iraniane, al materiale di costruzione e ai viveri di entrare nella Striscia sigillata da Israele. Sarebbero finora 220 i morti di questa settimana “di aggressione israeliana” a detta del ministero del sanità dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) , citato dall’agenzia Wafa, 10 le vittime nello Stato Ebraico. La cifra di 220 unisce le vittime di Gaza con quelle degli altri territori palestinesi occupati: Cisgiordania e Gerusalemme Est, secondo il diritto internazionale. A Gaza le vittime sono 198, di cui 58 minori “al di sotto dei 18 anni” oltre a 1.300 feriti. La stessa fonte parla di “3.728 feriti in Cisgiordania”. Per quanto riguarda i danni inflitti a Israele dai nuovi razzi in dotazione ad Hamas (nella notte tra domenica e lunedi ne sono stati sparati 130) alcuni ieri sono riusciti ad arrivare fin dentro il deserto del Negev, vicino alla città universitaria di Beer Sheva, senza fare danni mentre ad Ashkelon – una delle città più bersagliate negli ultimi giorni insieme ad Ashdod – hanno centrato alcuni veicoli e gli edifici vicini.

Nella zona orientale di Gerusalemme, l’epicentro da cui si è originato questo nuovo conflitto, alcuni israeliani sono stati invece travolti da un’automobile guidata da un palestinese nel rione di Sheikh Jarrah. È il quartiere, con Silwan, dove nelle ultime settimane ci sono stati violenti scontri con la polizia per lo sfratto e la confisca delle casa di alcune famiglie palestinesi da parte dei coloni ebrei. Secondo i media l’aggressore palestinese è stato “neutralizzato”, ma ci sono comunque almeno sei feriti. Nel frattempo a Gaza le squadre di soccorso sono ancora impegnate ad estrarre i corpi delle vittime del bombardamento della scorsa notte nella via al-Wahda di Gaza City. Tra le vittime di ieri a Gaza, dove gli ospedali sono al collasso e non c’è più elettricità né acqua potabile e viveri, ci sono due famosi chirurghi. In Israele ieri si è registrata una vittima: un ebreo di 56 anni, Igal Yehoshua, morto oggi in ospedale dopo essere stato linciato da un gruppo di palestinesi di nazionalità israeliana. nella città a popolazione mista di Lod, nei pressi di Tel Aviv.

Cile, la Costituzione non è di Piñera

Pensare che tutto è iniziato dalle massicce proteste per l’aumento del biglietto della metro, nel novembre del 2019 ed è finita con una tripla vittoria del variegato movimento di opposizione al sistema in Cile. L’ultima proprio ieri: a riformare la Costituzione del 1980 del dittatore Augusto Pinochet sarà un’Assemblea costituente formata a maggioranza da partiti indipendenti, segnata dalla diversità e nella quale scarso peso avranno i partiti tradizionali delle grandi coalizioni.

Di 155 seggi disponibili per i Costituenti, infatti, i cileni, nel voto storico di sabato e domenica ne hanno assegnati 48 ai candidati indipendenti, mentre alla sinistra di Comunisti e Frente Amplio riuniti nella lista Apruebo Dignidad sono andati 28 seggi e 25 all’altra coalizione di centrosinistra che ha governato il Cile dal 1990 al 2010, Apruebo. A questi si devono aggiungere i 17 scranni riservati ai popoli indigeni.

Il grande sconfitto è stato Vamos Chile, la lista unica della “destra officialista” appoggiata dal presidente Sebastián Piñera, che ha ottenuto solo 39 seggi, allontanandosi così dal poter essere incisivo sul contenuto della nuova Costituzione cilena. Uno scacco al sistema, ma soprattutto al capo dello Stato che dopo un anno di proteste, aveva accettato di indire il referendum costituzionale come unico modo per canalizzare in maniera istituzionale le istanze sociali esplose l’anno prima. Il sì alla nuova Carta aveva sbancato il no con l’80% dei voti, alle urne del 25 ottobre 2020, preludio al risultato di domenica. “I cittadini hanno voluto mandare un messaggio forte e chiaro, sia al governo che alle forze politiche tradizionali: non siamo sintonizzati in maniera adeguata con le loro richieste e le loro aspirazioni”, ha commentato il presidente Piñera dal palazzo de La Moneda, circondato dal suo esecutivo.

La destra, inoltre, va detto, ha subito una sconfitta doppia nelle due giornate elettorali in cui 14,9 milioni di cileni erano chiamati a rinnovare anche i sindaci di città importanti, perdendo Maipù, Estación Central e Viña del Mar, mentre il Partito Comunista ha preso Santiago. Vittoria movimentista a parte, però, a preoccupare, oltre alla non alta affluenza alle urne, (40% contro il 51% al referendum di ottobre), è anche la capacità di questa compagine così diversificata di arrivare a punti di accordo nella stesura della Costituzione. Quanto al primo timore, a incidere sull’astensionismo, oltre al contesto pandemico con i 37.617 casi di Covid totali e una crisi economica che ha impedito anche gli spostamenti, pur in un Paese con il 49,1% della popolazione vaccinata con due dosi, è stata certamente l’eliminazione dell’obbligo di voto nel 2012. Da allora, infatti, la partecipazione alle urne in Cile ha segnato un trend al ribasso in cui non ha fatto eccezione neanche il voto di sabato e domenica, seppur nella sua portata storica.

Rispetto alla preoccupazione dell’eterogeneità dell’Assemblea, i cui lavori si apriranno a giugno, in effetti, questa potrebbe non essere peregrina, dato che si tratta di un organo chiamato a riscrivere temi fondamentali per il Paese: dal regime politico e il sistema di governo – una delle ragioni del malcontento e delle proteste del 2019 è stata proprio il deterioramento del “presidenzialismo alla cilena” che ha mostrato in diverse occasioni tutti i suoi limiti – alla decentralizzazione e regionalizzazione, in uno Stato unitario e fortemente centralizzato e appiattito sulla capitale. Altri temi delicati su cui si gioca anche la convivenza tra il popolo Mapuche e cileno i cui scontri sono ora la ragione di una nuova escalation di violenza nella regione di Araucanía, sono quelli relativi ai popoli originari e al loro esplicito riconoscimento nella Costituzione, così come l’idea di plurinazionalità.

A questi si aggiunge la decisione riguardante il modello di sviluppo economico a cui la Costituzione dovrà darà un’impronta, l’autonomia della Banca centrale o il futuro del Tribunale costituzionale: il modello di Stato, i diritti economici e sociali sono stati al centro non solo del dibattito degli ultimi anni in Cile, ma anche delle proteste che hanno portato alla riscrittura della Carta. A unire scarsa partecipazione e mancanza di accordo sociale potrebbe essere un dato fondamentale venuto fuori anch’esso da queste ultime urne: a non essere attratti dal voto sono stati per lo più gli abitanti delle zone più povere e popolari del Paese. Segno questo che la nuova Costituzione potrebbe non rispecchiare pienamente tutte le istanze della popolazione cilena, rendendo così ancora più difficile quel necessario e tanto richiesto nuovo patto sociale.

Elon Musk fa e disfa il mercato dei Bitcoin: ora lo manda a picco

Elon Musk si muove e i mercati delle criptovalute lo seguono. Accade quando fa esplodere i prezzi, ma anche quando li fa crollare. La notte di ieri è stata molto intensa per la comunità dei Bitcoin, crollato del 10 per cento a 43mila dollari, culmine di una settimana di sorprese. Prima Musk ha fatto sapere, con uno stringato comunicato, che non si potranno più acquistare auto elettriche della sua Tesla utilizzando le criptovalute, poi ha motivato la scelta (sempre tramite Twitter) sostenendo che la produzione di criptomonete consuma troppa energia sporca, poco green, e che nonostante creda al progetto non ritiene sia sostenibile per il pianeta in assenza di fonti energetiche pulite (d’altronde la sua Tesla produce, appunto, auto elettriche).

Infine, ieri sera, ha iniziato a serpeggiare lo spettro della vendita da parte di Tesla di quel miliardo e mezzo di Bitcoin che aveva acquistato il mese scorso e che aveva gonfiato il mercato facendogli sfondare il tetto dei 50mila dollari. Per ore, chi aveva gli asset in portafoglio ha venduto, terrorizzato da questa possibilità mai davvero espressa, ma solo ipotizzata in una stringatissima risposta di Musk (“Indeed”, “Infatti”) al tweet di un profilo specializzato che annunciava questo scenario. Solo in mattinata Musk è intervenuto nel caos: “Per chiarire la speculazione, Tesla non ha venduto alcun Bitcoin”. Precisazione che, però, non esclude che lo possa fare da un momento all’altro.

Sempre su Twitter, la settimana scorsa Musk ha infatti chiesto agli utenti se vorrebbero pagare Tesla in Dogecoin e ha annunciato di volersi impegnare attivamente per sviluppare quest’altra moneta virtuale il cui valore, in pochi mesi, è aumentato del 17mila%. Anche in questo caso, la quotazione della cripto ha seguito le comunicazioni di Musk. È ironico, se si considera che Dogecoin nasce come una sorta di parodia e ha come mascotte uno dei cani meme più famosi del web e come principale obiettivo raccogliere soldi per cause filantropiche. Le ipotesi sono due: o Elon Musk ha in mente un piano per ripulire Bitcoin una volta per tutte (ieri ha anche risposto, a tutti i bitcoiner che protestavano, che la cripto è tutt’altro che decentralizzata e che, anzi, sarebbe nelle mani di pochi possidenti di miniere di carbone) oppure ne ha uno per continuare a essere la banderuola di quegli speculatori che non ha mai stimato, assicurandosi di fargli male. Di certo, lui continuerà a guadagnare.

I sequestri ai tempi di Internet: rapiti i dati di oleodotti e sanità

Piccola profezia distruttiva: quando l’opinione pubblica si accorgerà dell’effettiva rilevanza di alcuni eventi, sarà troppo tardi perché vorrà dire che ne saremo direttamente coinvolti. Gli attacchi cybernetici stanno aumentando e, soprattutto, stanno alzando il tiro sugli obiettivi sensibili. È il nuovo terrorismo online: servizi critici ed essenziali di interi Paesi vengono tenuti sotto scacco da gang di cybercriminali che ricattano e chiedono riscatti ormai milionari. Spesso le aziende sono impreparate e proprio come accade per i rapimenti e gli ostaggi, sono costretti a scendere a patti e a pagare. Di fatto, però, alimentando un sistema criminale.

L’ultimo attacco, in ordine di tempo, ha interessato il Sistema sanitario irlandese. Giovedì e venerdì scorsi sono entrati in azione due ransomware nelle reti che gestiscono le prenotazioni negli ospedali. I sistemi sono andati in tilt, l’apparato ha dovuto sospendere tutto per ore (con il rischio di mandare all’aria anche la campagna vaccinale) per verificare a quanto ammontasse il danno e i cittadini sono stati avvisati che nei prossimi giorni potrebbero esserci altri disservizi. Il ramsonware è un programma informatico malevolo che, se scaricato, “cripta” tutti i dati rendendoli illeggibili e inutilizzabili. Il riscatto consiste nel chiedere soldi in cambio della chiave che sblocca i dati. Nel caso irlandese sono stati richiesti 20 milioni di euro che però il governo si è rifiutato di pagare. “Ci vorrà del tempo per ripulire i dati pezzo per pezzo e proteggerne il maggior numero”, ha detto il ministro della Salute, Stephen Donnelly.

L’attacco irlandese arriva pochi giorni dopo quello a uno dei maggiori oleodotti statunitensi, il Colonial Pipeline. Sempre un ransomware, ha messo fuori uso una rete di 8.850 chilometri di condutture che garantisce quasi metà degli approvvigionamenti di carburanti della costa Est degli Usa. È stata stimata una paralisi di forniture per 2,5 milioni di barili al giorno di prodotti petroliferi: per diversi giorni il costo della benzina ha superato i 4 dollari al gallone (non accadeva dal 2014) e sono stati a rischio anche gli approvvigionamenti dell’aeroporto di Atlanta. Si è parlato di uno dei più gravi attacchi cybernetici mai realizzati da un gruppo di cybercriminali denominato Dark Side. L’epilogo non è stato proprio virtuoso: dopo giorni, Colonial Pipeline ha ripreso a funzionare normalmente, ma sia Bloomberg che il Wall Street Journal hanno riferito che il riscatto di 5 milioni di dollari è stato pagato. Pare, oltretutto, anche abbastanza inutilmente: sempre secondo Bloomberg, lo strumento per la decriptazione sarebbe stato poco efficace e lento, costringendo l’azienda a fare da sé attraverso gli strumenti di backup. Di stampo minore l’aggressione dello stesso gruppo criminale all’azienda giapponese Toshiba, in particolare verso la divisione che produce fotocopiatrici e sistemi di pagamento pos. L’azienda ha specificato che non pagherà e che i dati resi inutilizzabili sono “esigui”. Dark Side ha però fatto sapere che si tratta di 740 gigabite. Bloccati, dunque, ma anche rubati.

Nell’ultimo anno, e su questo le analisi e le stime di tutti i rapporti e gli studi collimano, il costo per il ripristino dell’attività di business a seguito di un attacco ransomware è raddoppiato passando da una media di circa 750mila dollari a 1,8 milioni (The State of Ransomwar e 2021 di Sophos). Il riscatto medio pagato è di 170mila dollari e ciononostante solo l’8% delle aziende è riuscito a recuperare tutti i dati, il 29% meno della metà. In Italia, nel 2020 il 31% delle aziende che hanno partecipato al sondaggio è stato vittima di un attacco ransomware, solo il 14% dichiara di aver recuperato i propri dati dopo aver pagato un riscatto, il 52%di averli recuperati grazie a i propri backup.

In generale (dati Clusit – Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica) sono cresciuti gli attacchi informatici nel mondo: nel 2020 ce ne sono stati 1.871 gravi (conosciuti), in media 156 al mese (erano 139 nel 2019). Più di uno su dieci riguarda il comparto sanitario, mentre aumentano quelli indirizzati alle strutture critiche nazionali. L’elemento più allarmante è che la metà delle aziende ritiene di non avere all’interno delle aziende le risorse e competenze adeguate a fronteggiare attacchi ransomware che sono sempre più complessi e aggressivi. Oggi qualche prenotazione e un oleodotto: e se domani saltasse la rete dei vaccini o quella dell’energia elettrica?

In 12 mesi il tempo passato in riunioni online su del 148%

Il Covid19 ha cambiato in modo duraturo il mondo del lavoro, specie sul fronte digitale. Il ricorso su larga scala al lavoro a distanza ha portato a un enorme sovraccarico cognitivo che ha stremato molti lavoratori, sottoposti a un tour de force di mansioni complesse per mantenere invariata la produttività con costi umani elevatissimi. Tra l’inizio della pandemia, a febbraio 2020, e lo stesso mese di quest’anno l’intensità digitale delle giornate dei lavoratori è aumentata notevolmente, con il numero medio di riunioni e chat in costante crescita. Il tempo trascorso nelle riunioni di Microsoft Teams è più che raddoppiato (148%) nel mondo e continua a salire, con la durata media dei meeting passata da 35 a 45 minuti. Ogni settimana l’utente medio di Teams ha partecipato al 45% in più di chat, il 42% delle quali fuori dell’orario. Le e-mail di lavoro o di studio a febbraio scorso erano aumentate di 40,6 miliardi in un anno, gli utenti che lavorano su documenti digitali erano cresciuti del 66%. Il 62% delle chiamate e delle riunioni non erano state programmate. Nonostante il sovraccarico di riunioni e chat, il 50% degli utenti ha risposto alle chat di Teams entro cinque minuti o meno, un tempo di reazione invariato che testimonia l’aumento di intensità delle giornate lavorative.

Dopo un anno di lavoro da casa, il 42% dei dipendenti dichiara di non disporre di elementi essenziali per l’ufficio e uno su 10 non dispone di una connessione Internet adeguata per svolgere il proprio lavoro. Eppure solo il 46% dei lavoratori afferma che il proprio datore di lavoro li aiuta con le spese di lavoro a distanza. D’altronde un intervistato su cinque nel mondo afferma che al proprio datore di lavoro non interessa l’equilibrio tra vita privata e occupazione: il 54% si sente oberato, il 39% esausto. Tutti indizi di un “esaurimento digitale” planetario. Lo racconta l’analisi di miliardi di indicatori di produttività che Microsoft ha raccolto sulle sue piattaforme digitali online per esaminare l’impatto del lavoro a distanza e il passaggio al modello misto, dove alcuni dipendenti torneranno in azienda mentre altri continueranno a lavorare da casa. Il sondaggio Work Trend Index è stato condotto tra il 12 gennaio 2021 e il 25 gennaio 2021 da una società indipendente, Edelman Data x Intelligence, tra 31.092 lavoratori dipendenti o autonomi a tempo pieno in 31 Paesi, Italia compresa. In ciascun Paese le risposte sono state ponderate e campionate per rappresentare la forza lavoro a tempo pieno per età, sesso e regione, per ambiente di lavoro (remoto o non remoto, ufficio o non ufficio), settore, dimensioni aziendali, incarichi e livelli. Tra i più colpiti dall’esaurimento digitale ci sono le donne e i giovani nati da metà anni Novanta alla metà del decennio scorso, più esposti all’isolamento perché spesso single e a inizio carriera. L’esaurimento digitale non colpisce solo i lavoratori ma danneggia anche la creatività e riduce l’interazione tra i diversi team aziendali. A soffrirne è anche l’innovazione, limitata dal fatto che le aziende sono diventate più compartimentate rispetto a prima della pandemia. Ora la palla passa alle imprese: sostenere i loro dipendenti non è più un optional.

In nero o sottopagato: il lavoro in Italia prima e dopo il Covid

Più di un giovane su due negli ultimi anni ha accettato un lavoro in nero; oltre tre su cinque hanno avuto un impiego sottopagato, con imprese che spesso disonoravano gli accordi sui compensi. E c’è pure chi lo stipendio lo ha solo sognato, costretto a prestare servizio gratuito. Di fronte al muro dei dati si frantuma la retorica dei ragazzi “fannulloni” e “innamorati dei sussidi”. Il report realizzato dal Consiglio nazionale dei giovani, con l’istituto di ricerca Eures, è di segno opposto rispetto alla narrazione delle aziende, spesso scimmiottata dalla politica anche a sinistra. L’indagine sulle “Condizioni e prospettive occupazionali, retributive e contributive” dice, infatti, che le nuove generazioni sono disposte a subire il precariato, le irregolarità, le basse paghe, e che questo li demotiva e li tiene aggrappati alla famiglia di origine. Ma non li spinge a preferire i bonus.

Solo il 37,2% degli intervistati ha un lavoro stabile; il 26% è a termine mentre il 23,7% è disoccupato. I cinque anni dopo la fine degli studi, insomma, sono caratterizzati da grande discontinuità, perciò quasi il 60% guadagna meno di 10 mila euro all’’anno. Il 50,3% continua quindi a vivere con i genitori; appena il 12,4% vive in una casa di sua proprietà. Ferma al 10,8% la quota dei coraggiosi che si sono avventurati nella richiesta di un mutuo. Alla domanda su come ci si immagina la vita da pensionato, le risposte sono state un misto di paura, frustrazione e rassegnazione: solo uno su dieci ha parlato di serenità e ottimismo. Quasi tutti rivendicano un impegno dello Stato per una pensione dignitosa e chiedono di trovare le risorse dal recupero dell’evasione. Su questo è intervenuta la presidente della commissione Lavoro al Senato Susy Matrisciano, parlando della “necessità di una riforma previdenziale capace di assicurare pensioni dignitose a chi oggi lavora”.

Per l’Istituto Toniolo, i giovani rimasti a casa sono quattro su dieci, prevalentemente per mancanza di lavoro stabile e le troppe spese necessarie per una abitazione propria. Il futuro rischia di essere peggiore. Per la Svimez, associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno, 73.200 imprese – specie nei servizi – rischiano di essere espulse dal mercato. Con questi scenari, c’è chi continua con il ritornello per cui il lavoro ci sarebbe, ma sono i giovani a non volersi sporcare le mani. L’ultimo interprete è il presidente della Campania Vincenzo De Luca: “Per le attività stagionali non si trova più personale – ha affermato –. È uno dei risultati paradossali dell’introduzione del reddito di cittadinanza. Se tu mi dai 700 euro al mese e io mi vado a fare qualche doppio lavoro, io non ho interesse ad alzarmi la mattina alle 6 per andare a lavorare”. Un accostamento privo di fondamento: il sistema turistico faceva fatica a trovare addetti già da quando ancora non esisteva il sussidio voluto dal Movimento Cinque Stelle. Nel 2018, prima dell’approvazione, la difficoltà di reperimento per il settore, calcolata da Unioncamere e Anpal, si aggirava attorno al 20% nel periodo estivo. Il lavoro stagionale era già diventato poco appetibile per altre ragioni. Le attività di alloggio e ristorazione occupano gli ultimi posti nella classifica delle retribuzioni e i primi in quella del lavoro nero (tasso di irregolarità quasi al 19% secondo l’Istat). Se un beneficiario del Reddito di cittadinanza accettasse un posto in quel settore, rischierebbe – oltre che di restare povero – di dover operare almeno in parte senza contratto e subire le pesanti sanzioni previste. Inoltre, mentre in estate c’è un’alta richiesta, in autunno questa si dimezza.

A giugno 2019 – prima della pandemia – le imprese prevedevano 100 mila assunzioni, mentre a ottobre dello stesso anno si sono fermate a 47 mila. A fine stagione, in tanti si ritrovano senza lavoro e il sussidio di disoccupazione dura solo metà dei (pochissimi) mesi lavorati. Ecco perché si preferisce puntare su posti che garantiscono maggiori prospettive: lo dimostra il boom di iscrizioni nelle graduatorie del personale Ata delle scuole, che richiedono solo il diploma e hanno ricevuto richiesta da 2,2 milioni di persone.