Guai a dimenticare gli altri vaccini

Dal 24 al 30 aprile è stata celebrata la Settimana mondiale delle Vaccinazioni. Si è ricordato come queste siano un patrimonio dell’umanità, messo a disposizione dalla ricerca e che va accolto e custodito come il più valido passaporto per la salute globale. Grazie alle vaccinazioni si è sconfitta la mortalità dovuta a numerose infezioni, alcune delle quali, come il vaiolo, scomparse del tutto. La pandemia, che sta affidando la sua risoluzione alla più vasta campagna vaccinale mai condotta al mondo, sta incredibilmente mettendo a rischio le vaccinazioni non anti-Covid. Infatti, durante questo periodo, non solo si è assistito all’interruzione di tanti servizi sanitari, ma anche di oltre 60 campagne vaccinali salvavita in 50 Paesi, mettendo a rischio di malattie come morbillo, febbre gialla e polio, circa 228 milioni di persone, principalmente bambini. In particolare si registrano ben 23 campagne vaccinali anti-morbillo interrotte, lasciando a rischio infezione circa 140 milioni di persone. Il fenomeno è molto grave e rischia di trasformarsi in un rischio globale dai connotati imprevedibili. L’attenzione è soprattutto verso il morbillo, capace di provocare epidemie con letalità fino al 30%. Purtroppo in Paesi come la Repubblica Democratica del Congo, il Pakistan e lo Yemen, sono già stati segnalati importanti focolai di morbillo che suscitano non poche preoccupazioni. Teniamo in considerazione che i vaccini, più di ogni altro farmaco, potrebbero risparmiare tra due e tre milioni di morti. È assolutamente necessario che i Paesi abbiano consapevolezza della gravità e, anche se non coinvolti direttamente, collaborino affinché le campagne vaccinali nel mondo vengano riprese. Il rischio che da questo problema nasca una nuova pandemia è concreto.

 

Gli incubi di Jung, e Kafka a letto con la tubercolosi

Sand. Nel 1838 la scrittrice francese George Sand portò il suo amante Frédéric Chopin, malato di tubercolosi, sull’isola spagnola di Maiorca, sperando che il clima mediterraneo alleviasse i dolori del suo “povero angelo malinconico”. Non si aspettava che guarisse – nella sua mente la tubercolosi era incurabile –, e nemmeno immaginava che lui potesse contagiarla. Quando la coppia arrivò a Palma scoprì che gli abitanti non volevano avere niente a che fare con loro. Come scrisse George Sand infuriata a un amico, fu chiesto loro di andarsene, perché la tubercolosi “è estremamente rara a quelle latitudini e, per di più, è considerata contagiosa!”.

Oggi sappiamo che la tubercolosi è causata dal Mycobacterium tuberculosis, ma che la suscettibilità a questo batterio è ereditaria. Qualcosa di simile vale anche per l’influenza, una malattia che cent’anni fa si pensava fosse batterica. Per quanto ne sappiamo, l’influenza è causata da un virus, ma dipende anche parzialmente dai geni umani. Capirlo ci ha aiutato a dare un senso all’estrema variabilità delle sue manifestazioni, che era stata così sconcertante nel 1918. Se allora non si riusciva a vedere quel che accadeva sotto la superficie, oggi possiamo farlo.

Jung. Jung, nel 1918, di anni 43. Dirige un campo di ufficiali britannici nel villaggio di Châteaud’Œx. La moglie di uno di questi ufficiali gli racconta d’aver sognato un grosso serpente marino e gli spiega: “Significa malattia”. Infatti, dopo qualche giorno, si diffonde nel campo la spagnola e nella testa di Jung la convinzione che i sogni siano effettivamente premonitori.

Massine. Altro sogno a Londra, 5 settembre 1918. Léonide Massine, che al Coliseum Theatre deve mettere in scena con i Balletti russi la Cleopatra, si vede nel sonno tutto nudo, a parte un perizoma. È morto, sta sdraiato sul palcoscenico, un freddo da brividi gli penetra piano nelle ossa. Si sveglia e non ha niente, e non avrà mai niente, ma il giorno dopo gli riferiscono che il poliziotto di guardia davanti al teatro – un omone grande e grosso – è stato portato via dalla spagnola.

Kafka. Kafka tubercolotico, ricoverato a Praga da cittadino austroungarico e dimesso alla fine da cittadino della libera Repubblica ceca. Reiner Stach: “Il primissimo mattino di malattia, la famiglia di Kafka fu svegliata da rumori insoliti, dal clangore delle armi e da ordini gridati ad alta voce. Quando aprirono le tende, videro qualcosa di allarmante: interi plotoni marciavano lungo le buie stradine laterali per isolare l’Altstädter Ring”. L’esercito era stato mobilitato per sedare la minaccia concreta di una rivoluzione, vista la disastrosa situazione alimentare, e fermare il sempre più forte movimento che si batteva per l’indipendenza ceca. “Fu di sicuro angosciante, ma di certo anche un po’ comico”.

Gandhi. Gandhi a digiuno nell’estate del 1918 a causa di un attacco di dissenteria. E però un giorno cede alla tentazione e mangia una ciotola di porridge di grano dolce preparata dalla moglie Kasturba. “Bastò per attirare su di me l’attenzione dell’angelo della morte: entro un’ora la dissenteria ricomparve in forma acuta”. Non era dissenteria, ma influenza spagnola, variante gastrica.

Schiele. Ne La famiglia dell’austriaco Egon Schiele sono ritratti lui, la moglie Edith e il figlioletto. Famiglia in realtà mai esistita. Edith morì nell’ottobre 1918, incinta di sei mesi. Schiele se ne andò tre giorni dopo, mentre dipingeva questa tela. Aveva ventotto anni.

(4. fine)

Notizie tratte da: Laura Spinney, “1918 – L’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo”, Marsilio, pagine 348, € euro 12,00

 

La guerra, il lato migliore di noi

Guerra. Una parola che di per sé suscita emozioni che spaziano dall’orrore all’ammirazione. C’è chi cerca di allontanarne il pensiero come se il solo fatto di ricordare e ripensare alla guerra la rendesse in qualche modo più vicina. Altri ne sono incantati e riescono a intravedervi un misto di fascino ed eccitazione. Da storica quale sono, credo fermamente che includere la guerra nello studio della storia dell’uomo sia indispensabile a comprendere il passato.

La guerra ha avuto conseguenze tali che non prenderla in considerazione equivarrebbe a ignorare una delle principali forze che, insieme alla geografia, alle risorse naturali, all’economia, alle idee e ai mutamenti sociali e politici, hanno plasmato lo sviluppo umano e cambiato la storia. Se i persiani avessero sconfitto le città-Stato greche nel V secolo a.C.; se gli inca avessero annientato le spedizioni di Pizarro nel XVI secolo; se Hitler avesse vinto la Seconda guerra mondiale, il mondo non sarebbe forse stato diverso? Sappiamo bene che lo sarebbe stato, ma fino a che punto possiamo solo immaginarlo. E le supposizioni non sono che una parte del dilemma. La guerra solleva domande fondamentali su cosa significhi essere umani e sulla natura della società dell’uomo. La guerra fa emergere il lato bestiale della natura umana o la sua parte migliore? Come accade per molti altri aspetti della guerra, le risposte a molti quesiti sono diverse e discordanti tra loro. Essa è parte indelebile della società, indissolubile come una sorta di peccato originale perpetrato dai nostri antenati nel momento in cui questi hanno cominciato a organizzarsi in gruppi sociali? Il nostro marchio di Caino, una maledizione che ci condanna al conflitto perpetuo? Oppure una simile visione non è altro che una rischiosa profezia che si autoadempie? Sono i cambiamenti della società a dar vita a nuove tipologie di guerra o è la guerra a generare mutamenti nella società? O forse, più che cercare una causa primaria, dovremmo considerare guerra e società come partner, ingabbiate in una relazione tanto pericolosa quanto produttiva? Può la guerra, per quanto devastante, crudele e dispendiosa, arrecare beneficio?(…) A ogni modo, di una cosa spero di persuadervi. La guerra non è un’aberrazione, un evento da dimenticare il più in fretta possibile. Né è semplicemente assenza di pace, ossia di normalità. Se non capiamo quanto profondamente guerra e società sono interconnesse – e lo sono a tal punto che è impossibile determinare quale tra le due causi l’altra o predomini su di essa – perdiamo una dimensione importante della storia. Se vogliamo capire il mondo in cui viviamo e come siamo arrivati al momento presente, non possiamo ignorare la guerra e quanto essa abbia influito sullo sviluppo della società.

Nelle ultime decadi le società occidentali hanno avuto fortuna, poiché dalla fine della Seconda guerra mondiale non hanno sperimentato la guerra sulla propria pelle. Certo, l’Occidente ha inviato i propri eserciti a combattere in tutto il mondo – in Asia, in Corea e Vietnam, in Afghanistan, nel Medio Oriente, e anche in Africa – ma solo una scarsissima minoranza di civili occidentali è stata coinvolta direttamente in tali conflitti. Milioni di persone nelle suddette regioni hanno avuto esperienze molto diverse tra loro e, a partire dal 1945, non c’è stato anno in cui, da qualche parte nel mondo, non si sia combattuto. Per chi di noi ha goduto della cosiddetta “lunga pace” è fin troppo semplice considerare la guerra come un atto perpetrato da altri e non da noi, magari perché questi “altri” sono a uno stadio di sviluppo diverso. Noi occidentali, ci diciamo compiaciuti, siamo più pacifici. Alcuni scrittori, per esempio lo psicologo evoluzionista Steven Pinker, hanno diffuso l’idea che nel corso degli ultimi due secoli le società occidentali siano diventate meno violente e che, più in generale, in tutto il mondo si sia registrato un calo dei decessi dovuti alla guerra. Così, mentre una volta all’anno piangiamo ufficialmente i nostri caduti, sempre più consideriamo la guerra come un evento che si innesca quando la pace – il normale andamento delle cose – viene meno. Allo stesso tempo siamo affascinati dai soldati, che consideriamo eroi, e dalle battaglie del passato; proviamo ammirazione per le storie di uomini coraggiosi e le imprese belliche più audaci; i testi sulla storia militare affollano gli scaffali di librerie e biblioteche; i produttori di cinema e televisione sanno bene che la guerra è un tema di successo. Il pubblico non ne ha mai abbastanza delle campagne di Napoleone, di Dunkerque, del D-Day né di storie fantascientifiche e fantastiche come Star Wars e Il signore degli anelli. In parte queste ci piacciono perché si svolgono a distanza di sicurezza; siamo convinti che non dovremo mai partecipare di persona a una guerra. Il risultato è che non prendiamo la guerra abbastanza sul serio. Preferiamo distogliere lo sguardo da un tema spesso tetro e deprimente, ma è un errore. Le guerre hanno modificato a più riprese il corso della storia, spalancando porte sul futuro e chiudendone altre. (…) Ricordo che anni fa, nel primo dipartimento di storia in cui ho lavorato, ricevemmo un consulente scolastico che avrebbe dovuto aiutarci a rendere i nostri corsi più interessanti per gli studenti. Quando gli dissi che avevo in programma di tenere un corso su “Guerra e società”, questi sembrò sgomento. Sarebbe meglio, si affrettò a dire, se il corso si chiamasse “Storia della pace”. Si tratta di un atteggiamento di rifiuto alquanto strano, giacché viviamo in un mondo plasmato dalla guerra, anche se non sempre ce ne rendiamo conto. Tante persone si sono spostate o sono fuggite all’estero, qualcuno è letteralmente scomparso o è stato cancellato dalla storia a causa della guerra. Innumerevoli confini sono stati tracciati dai conflitti, nel corso dei quali sono sorti e caduti Stati e governi. Shakespeare lo sapeva bene: nei suoi testi teatrali è spesso la guerra a innescare il meccanismo che porta all’incoronazione e alla de tronizzazione dei re, mentre i comuni cittadini chinano il capo pregando di uscire indenni dalla tempesta.

© Margaret MacMillan – War. Come la guerra ha plasmato gli uomini pubblicato per Rizzoli Libri Margaret MacMillan

Quel vinello che un tempo faceva concorrenza… Sì, ma all’acqua

Là dove un tempo c’erano viti adesso ci sono perlopiù ulivi: non è il plagio di una famosa canzone di Celentano. Una constatazione piuttosto che balza all’occhio dando uno sguardo alle campagne delle mie parti, campi grazie ai quali molte famiglie sbarcavano il lunario. Viti in quegli anni, e lo posso testimoniare perché ho più di una vendemmia sulle spalle al pari di tanti della mia generazione. In quell’epoca, ciascun proprietario di terra le coltivava e produceva vino, anche in gran quantità. La domanda: cosa se ne facevano, a parte berlo in parte? Lo vendevano a privati ma anche, forse soprattutto, a una delle tante osterie che si aprivano tanto in paese quanto nelle numerose frazioni. Sennonché. Il vino in questione non era propriamente corposo, vinello di pochi gradi anzi, talvolta anche un po’ acidulo, non tale da soddisfare il palato di tutti i bevitori, in ispecie quelli più robusti. Così era invalso l’uso di aumentarne il carattere con l’aggiunta di analoghi prodotti più decisi, quali erano i vini meridionali. Nacque così il leggendario “manduria rinforzato”, nome sul quale si potrebbe sollevare più di un dubbio poiché semmai era il vinello nostrano a essere trasfuso per sollevarne la gradazione. Ma tant’è, sulle leggende o dicerie non fa conto discutere troppo. Ciò che conta è che la suddetta miscela godeva della massima considerazione e, pari a una prima visita al casino, era stata elevata a bevanda che sanciva l’ingresso nel mondo degli adulti. Quando, con gesti da cerimoniere, l’oste si chinava per prendere da sotto il bancone la bottiglia con lo scuro liquido del “manduria rinforzato” per operare quel rito di iniziazione, la comunità maschile presente plaudiva, o almeno così mi piace immaginare, all’ingresso nel mondo degli uomini veri di colui che fino a un attimo prima era stato un semplice ganivèl (alias marmocchio, secondo il dizionario Milanese-Italiano curato da Cletto Arrighi, Hoepli editore, Milano 1896). Di quel vinello bisognoso di rinforzi oggi non c’è più traccia. Ma anche se ce ne fosse ancora posso affermare, pure fornendo testimoni, che stante la leggerezza scamperebbe alla recente direttiva UE di diluirlo. Sarebbe fare un torto: all’acqua però, savasandir.

Mail box

 

Covid, i contagi calano, ma occhio agli animali

Nonostante i numeri ufficiali della pandemia da SARS-CoV-2 ci dicano che l’indice Rt sarebbe in progressivo calo in Italia da almeno 6 settimane a questa parte, il numero dei decessi permane ancora troppo alto! In un siffatto contesto, sarebbe “cosa buona e giusta” chiedersi quali “traiettorie” caratterizzeranno, nei mesi a venire, il lungo viaggio di un virus la cui culla d’origine s’identificherebbe, con ogni probabilità, in un serbatoio animale “primario” (pipistrelli del genere Rinolophus) e, forse, anche in uno “secondario” (non ancora identificato a tutt’oggi). Fra le numerose specie di mammiferi domestici e selvatici rivelatesi suscettibili nei confronti dell’infezione da SARS-CoV-2, il visone meriterebbe una speciale attenzione. Tale specie si è infatti dimostrata capace (in molti allevamenti intensivi olandesi e danesi) sia di acquisire l’infezione dall’uomo (“spillover”) sia di restituire allo stesso (“spillback”) il virus in forma mutata (“cluster 5”). In proposito, se è vero che la tanto agognata “immunità di gregge” inibirà in modo significativo la capacità di acquisire ulteriori mutazioni da parte del virus, tale fenomeno andrà opportunamente valutato anche negli animali, con particolare riferimento alle diverse specie di mammiferi domestici e selvatici già dimostratesi sensibili nei riguardi dell’infezione. Su queste spicca in particolar modo appunto il visone.

Giovanni Di Guardo
Già Prof. di Patologia generale e fisiopatologia veterinaria all’Università di Teramo

 

Scontro M5S-Rousseau: si dia la parola agli iscritti

Nella bagarre ormai stucchevole fra M5S e Rousseau per i dati degli iscritti, c’è un illustre assente: l’iscritto. I suoi dati vengono trattati come ostaggi da scambiare, e lo si fa in nome di prerogative e diritti di tutti tranne che suoi. Avevo inteso che la piattaforma Rousseau nascesse per promuovere processi decisionali orizzontali, ma qui si assiste solo alla faida tra un vertice politico e un vertice tecnocratico, senza che la base sia presa in minima considerazione. In particolare, il vertice di una piattaforma (già una contraddizione in termini) che nasce esplicitamente per permettere ai cittadini di esprimere la propria voce, impedisce a quegli stessi cittadini di dire la loro appellandosi a cavilli da leguleio. O peggio ancora li usa come merce di scambio per regolare rapporti economici con una controparte. Questo quadro qualche problema di democrazia lo solleva. Intanto la restaurazione che si dice di voler contrastare procede con agio e, con il Pnrr disegna il futuro del Paese. Si chieda agli iscritti cosa vogliono che si faccia dei loro dati. Credo che, per consultarli, una piattaforma esista già.

V. C.

 

Le colpe di Israele nella guerra in corso

Condivido l’articolo di Cannavò su palestinesi e israeliani. I palestinesi controllavano il 95 per cento del loro territorio nel 1948, oggi il 5 per cento! Ho molti amici ebrei che sono per Due popoli e Due Stati… possibile che non si possa fare niente contro quel pazzo di Netanyahu? I palestinesi mi sembrano i vietnamiti nel 1968: attaccati a casa loro da un esercito potentissimo e protetto dalla comunità internazionale…

Andrea Pellizzari

 

I vergognosi attacchi di Rete 4 ad Arcuri

Ho seguito lo “Scandal show” di Rete 4 di martedì 11.5: vomitevole, ed è un complimento! Il conduttore, tale M. G., abbracciava la sagoma di Arcuri chiedendogli degli 89 mln di euro finanziati per il vaccino Reithera. Peccato che non abbracci mai la sagoma del trio lombardo e chieda loro dei 25 mln per il portale Aria destinato alle vaccinazioni. Soldi buttati al vento. Almeno Reithera poteva o potrebbe essere l’unico vaccino italiano. I 4 giornali della destra si sono ben guardati dal parlarne, come lo stesso gli altri scandal show di Rete 4. Scandaloso.

Giancarlo Di Girolamo

 

Un refuso da correggere nel fondo del 13 maggio

Nell’editoriale “Acqua sporca” del direttore Travaglio del 13 maggio, c’è un refuso minuscolo che tuttavia inverte il senso del periodo dove si legge: “Dice la Corte che pure gli ergastolani possono uscire anzitempo dal carcere anche se hanno commesso stragi e collaborano con la giustizia”. L’aggiunta dell’avverbio “non” ripristina il senso: “… anche se hanno commesso stragi e non collaborano con la giustizia”.

Paolo Scarantino

 

Ha ragione: errore mio.

M. Trav.

 

Lettera da un pensionato che non crede ai Migliori

Sono un pensionato e ogni giorno ho per compagnia il Fatto Quotidiano, l’unico che mi dà ancora un po’ di speranza per le sorti del Paese. L’articolo, “Via loro o via voi” lo considero da incorniciare. Il conflitto di interessi è una realtà inconfutabile, e non è possibile condividere Repubblica o La Stampa come qualcuno sostiene (forse non sanno di chi è la proprietà) pur ritenendosi di sinistra. Questo governo non è rassicurante avendo messo maldestramente ai posti di comando persone palesemente in conflitto di interesse, i quali vogliono cancellare le poche ma migliorative riforme della giustizia fatte dal governo giallorosa. Vogliono far crescere questo Paese e metterlo al passo con l’Europa o lasciarlo in mano ai soliti noti i quali hanno tutte le risorse per arrivare alla prescrizione? No, voglio credere che 5 Stelle, Pd, e Leu tengano la barra dritta per difendere ciò che è stato fatto.

Roberto Mascherini

 

Travaglio al “Giornale”… se fa un’ammissione

Caro Marco, a febbraio non mi avevi risposto se volevi prendere il posto di Sallusti… Pare che il Caimano sia indeciso fra te e il pentito Santoro… se ammetti finalmente che Ruby è la nipote di Mubarak il posto sarà tuo!

Claudio Trevisan

 

Secondo me è la nipote di Sallusti.

M. Trav.

 

I NOSTRI ERRORI 

Nell’articolo su Fq Millennium in edicola ho scritto che “il Csm accusa Davigo di aver prodotto atti e informazioni in modo non ricevibile”. Si tratta di un refuso, poiché, come è noto, Piercamillo Davigo non ha ricevuto alcuna contestazione dal Csm. In realtà, intendevo scrivere che nel Csm c’è chi lo accusa – nel senso che glielo contesta – di non aver rispettato le formalità previste dai regolamenti nel trasmettere gli atti sulla presunta loggia Ungheria al Comitato di presidenza. Me ne scuso con Davigo e con i lettori.

Antonio Massari

“Libri e quadri: i miei alleati di ‘guerra’ contro la pandemia”

“Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera”: così recita l’incipit del capolavoro di Marcel Proust Alla ricerca del tempo perduto. In queste sere di coprifuoco ho spesso preso tra le mani un libro. La lettura non è un passatempo, infatti non sono riuscito a leggere molto, ma ho realizzato che i libri e qualche opera d’arte appesa alle pareti sono stati gli unici orizzonti del nostro sguardo da reclusi. E come noi, anche questi oggetti: nati spesso come atti di resistenza e libertà, combattono e si agitano contro il morire del tempo. E allora, quando lo sconforto, l’apatia e il peso dell’esistenza ci assaliva, incontrare con lo sguardo libri e quadri, disposti come un esercito schierato che aspetta un cenno dal proprio generale, ci faceva capire quanto fosse disonorevole abdicare.

Giovanni Negri

Conte leader dei 5S: otto nodi ancora da capire e sciogliere

Che combina Conte col Movimento 5 Stelle? La scorsa settimana, sul Fatto Quotidiano, Domenico De Masi ha parlato con efficacia di “divergenze parallele” a proposito della difficile alleanza tra Pd e M5S. Proviamo a elencare quelle che a oggi sembrano essere le maggiori problematiche del leader in pectore dei 5 Stelle.

1. Il rapporto con Casaleggio. Che palle! Non frega niente a nessuno se domani i 5 Stelle voteranno sulla piattaforma Rousseau o sul portale Fava. Se qualcuno è affascinato da tale dibattito, ha perversioni davvero esecrabili.

2. Limite dei due mandati. Un altro dibattito dannatamente palloso. Questo dogma del “no” ai due mandati è sempre stato un mantra assai liso dei 5 Stelle, non meno dell’“uno vale uno” (cazzata tra le più grandi della galassia). È del tutto ovvio che nel M5S non ci sarà il limite dei due mandati, per il semplice fatto che – se ci fosse – Conte andrebbe a votare nel 2022 (o 2023) senza classe dirigente. Quindi, nel dubbio tra ricandidare i Di Maio e Patuanelli e l’affidarsi ai primi babbei esordienti che passano, Conte opterà per la prima opzione.

3. Ecco il problema principale: essere alleati col Pd, ma al contempo alternativi al Pd. Conte sembra avere in testa una cosa tipo Verdi Europei in salsa italica, e va benissimo (almeno credo). Ciò colloca però a pieno titolo i 5 Stelle nell’alveo del centrosinistra (anche se non si può dire, e poi ci arrivo). Il punto è: perché dovrei votare il M5S se è una sorta di Pd 2? Tanto varrebbe votare il Pd originale, no? Conte dovrà trovare un’identità tutta sua al M5S, senza che esso paia – o addirittura sia – soltanto una versione più accettabile e cazzuta (?) del Partito democratico.

4. Conte sta provando a normalizzare il M5S: auguri. È un’operazione difficilissima, che nel secolo scorso è riuscita giusto a De Gasperi con la Dc e a Togliatti col Pci (boom!). Entrambi riuscirono a fondere, e addirittura a far convivere, pulsioni massimaliste e riformiste. Togliatti tenne dentro Pajetta e De Gasperi tenne dentro La Pira. Facendo le debite e dovute proporzioni, pure Conte dovrà tenere dentro i Di Maio e i Di Battista. Appunto: auguri.

5. Di Battista è dirimente, non tanto in quanto leader pasionario ma più che altro come exemplum di un’anima forse troppo talebana e testarda, ma certo coerente e sincera. Senza Di Battista non si perdono solo voti: si perde anche ragion d’essere.

6. Conte non dice fino in fondo che i suoi 5 Stelle saranno di sinistra, perché se lo dice quelli di destra non lo votano più. Okay. Ma quasi tutti hanno già smesso di votare il M5S, se di destra, andando o tornando da Salvini e Meloni. Conte dovrà restare trasversale, prendendo voti al centro e a destra, “fingendo” di non essere ormai a tutti gli effetti il leader di una forza che – se anche non ha scritto “sinistra” nello statuto – è a tutti gli effetti dentro il centrosinistra. Più che un’operazione politica, un abracadabra.

7. Conte si sta rivelando assai equilibrista sul Ponte sullo Stretto. Un dietrofront anche su un totem simile sarebbe imbarazzante, come lo è vedere tanti ballerini grillini di seconda e terza fila improvvisarsi geologi e di colpo pro-Ponte. Uno spettacolo patetico e francamente vomitevole.

8. Conte ha stupito tutti, disonesti intellettuali a parte, per le sue capacità politiche. È stato un ottimo presidente del Consiglio e può essere un buon leader di partito (sì, partito). Non è però una metamorfosi scontata. Il Conte leader è un mistero tutto da scoprire. Nel bene e nel male.

 

Cari giudici di Strasburgo, su B. non avete capito un granché

Grazie! Grazie signori giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo! Sono stato critico con voi nel caso Contrada e per l’ergastolo ostativo spalancato ai mafiosi. Ma ora no. Avete regalato alla malandata giustizia italiana una boccata d’ossigeno, provvidenziale per sopravvivere ai miasmi delle vicende Palamara e Amara. Perché se voi ci avete messo quasi otto anni per leggere un ricorso, i tempi biblici della giustizia italiana non sono più uno scandalo di cui vergognarsi. E poi, signori della Corte, mi avete ricordato una faglia del nostro sistema, quella che – a volte inconsapevolmente – può portare ad avere più riguardo per i “galantuomini”, cioè le persone considerate perbene a prescindere, in ragione della posizione sociale ed economica che consente loro di garantirsi costose e agguerrite difese di primissimo livello. Proprio come quella dei magnifici sei (nomi che lasciano basito un povero magistrato in pensione come me) che compongono il collegio difensivo di Silvio Berlusconi. È di lui, infatti, che stiamo parlando, della sua condanna per frode fiscale di quasi otto anni fa, della quale oggi voi, signori Giudici, chiedete all’Italia conto e ragione, formulando una raffica di quesiti che al di là delle vostre intenzioni servono principalmente a seminare dubbi dove non ce ne possono più essere. Dubbi sintetizzabili nella domanda se il ricorrente Cavaliere abbia avuto un processo equo a opera di un giudice imparziale, indipendente e costituito per legge. Complimenti! Ancora un grazie, ma questa volta a nome di tutti i condannati di questo mondo, posto che non ce n’è quasi nessuno che non sia straconvinto di essere stato vittima di un processo iniquo.

Gira e rigira, i quesiti riesumano la tesi insostenibile del complotto giudiziario contro Berlusconi, evocato per anni con lo studiato sistema di trasformare in verità – a forza di ripeterli – anche i falsi grossolani. Ma un minimo di conoscenza della realtà consente di affermare che soltanto in Italia il fondato e motivato esercizio dell’azione penale nei confronti del capo del governo ha determinato la contestazione in radice del processo, da parte dello stesso leader e della sua maggioranza; con la delegittimazione pregiudiziale dei giudici (indicati tout court come avversari politici). Questo è ciò a cui si è assistito nel nostro Paese, in un crescendo che ha visto, oltre all’attacco quotidiano a pubblici ministeri e giudici, l’approvazione di varie leggi ad personam . Tra cui la legge Cirami e il lodo Schifani, utilizzabili rispettivamente per sottrarre il processo al giudice naturale e allontanare indefinitamente nel tempo la celebrazione di un dibattimento. Guarda caso, due punti oggetto dei quesiti Cedu.

A stupire, in particolare, è il quesito se l’imputato abbia potuto disporre del tempo necessario a preparare la sua difesa. Non solo perché la pattuglia di avvocati italiani che lo assisteva non era certo di livello inferiore a quella europea. Soprattutto perché di tempo ne è trascorso così tanto che tre dei reati contestati sono caduti in prescrizione! In ogni caso, tutti i quesiti Cedu riguardano questioni già valutate e respinte da tutti i giudici italiani (di merito e di legittimità). Per cui non riesco proprio a vedere come il governo italiano (chiamato dalla Cedu a presentare la “giustificazione”, neanche fossimo a scuola…) possa affermare cose diverse. Sarebbe un oltraggio al principio della separazione dei poteri. Vero è che la maggioranza dell’attuale governo ha ripescato, anche tra i suoi componenti, il partito di Berlusconi. Ma a tutto c’è un limite…

 

Il matrimonio tra il Pd e i 5Stelle s’ha da fare

Da molti mesi, inesorabili e concordi, tutti i sondaggi danno il centrodestra, per la precisione Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, in chiaro e sicuro vantaggio nelle intenzioni di voto degli italiani. Altrettanto sicuramente danno per dimezzato il Movimento 5 Stelle rispetto all’esito del 2018 mentre il Partito democratico rimane mestamente attestato appena sopra-sotto il 20 per cento.

L’effetto Enrico Letta non c’è stato, ma in verità nel partito praticamente nessuno se l’aspettava. Una volta tornati a essere ministri, i capi correnti del Pd sono lieti che la patata lessa (non bollente) del partito sia nelle mani caute di Letta, e ça suffit. Molti italiani, cerco di interpretare il pensiero di almeno quelli del centrosinistra, si aspetterebbero che, invece di combattere fra loro, i pentastellati guardassero avanti. Vero è che, se si andrà votare con una legge proporzionale, meglio il tipo che abbia una sana soglia del 5 per cento per l’accesso al Parlamento, vi entrerebbero tanto la variante Conte-Di Maio quanto la variante Casaleggio-Di Battista: un grande fatto per loro, una certificata vittoria per il centrodestra. Giusto, quindi, che si moltiplichino gli sforzi per rimettere insieme le troppo sparse membra di quello che fu, remember?, un arrembante schieramento del 33 per cento. Il Movimento avrebbe moltissimo da recuperare fra espulsioni affrettate ed emorragie poco motivate se non dalla mancanza di una cultura politica condivisa. In qualche modo, anche il Partito democratico potrebbe porsi l’obiettivo di ricomporsi con coloro che se ne sono andati: LeU e, persino, Italia Viva. Con i primi gli spazi di condivisione sono molto ampli; con i secondi è in corso una assurda lotta nelle primarie prossime venture che dovrebbero essere meglio utilizzate non per una sterile resa dei conti, ma per scegliere quella candidatura a sindaco di Bologna che allarghi il consenso per il centrosinistra. Certo, per Letta discutere in maniera serena con Renzi non potrà essere né una passeggiata né un pic-nic. Quei voti, però, anche se non sono molti, servirebbero/serviranno. Comunque, non basterà ricomporre il Movimento 5 Stelle e mettere in sesto il Pd. Sono essenziali grandi cambiamenti che conducano a un accordo di fondo fra loro e che si traducano in capacità attrattiva.

Ho sempre avuto riserve sulle alleanze organiche e strutturali. La politica delle coalizioni europee ha sostanzialmente mandato un insegnamento chiaro: le alleanze elettorali, politiche, governative si costruiscono e si ripropongono di volta in volta a seconda della posta in gioco e delle preferenze dei leader, degli iscritti e degli elettori. La ri-costruzione di ciascuna alleanza è resa più o meno difficile dalle precedenti esperienze. Gli inglesi sostengono, giustamente, che success breeds success. Per dare vita a una coalizione elettorale di successo, dunque, mi parrebbe opportuno cominciare subito da qualche esperimento locale reso più agevole dalle preferenze dei dirigenti e degli attivisti, mirando ad alcuni punti programmatici particolarmente significativi. Le elezioni nei Comuni al disopra dei 15 mila abitanti offrono la grande opportunità del ballottaggio per l’elezione del sindaco. Consentono, quindi, di valutare come e quanto i due elettorati, pentastellato e democratico, reagiscono rispetto alla necessità/imperativo della confluenza sulla candidatura arrivata al ballottaggio. Ma c’è di più. Consentono di vedere e di misurare sia la capacità di attrarre nuovi elettori sia di motivare parte degli astensionisti, quelli che definisco “di opinione”, cioè che per andare alle urne valutano effettivamente le proposte di nomi e di idee che vengono (loro) fatte.

Questo non è in nessun modo un ragionamento ingegneristico. Tutte le ricerche elettorali dell’ultimo decennio hanno concordemente rilevato che: 1. All’incirca un terzo o poco più degli elettori italiani, molti di quelli che vengono indicati come “indecisi” nei sondaggi, sono disponibili a cambiare opzione di voto da un’elezione all’altra, e lo hanno davvero fatto; 2. All’incirca o poco più di quel 30 per cento sono abbastanza o molto insoddisfatti di come funziona il governo/la democrazia italiana. Certo, spesso i cambiamenti di voto avvengono non da un’area all’altra, ma all’interno di ciascuna area, come potrebbe essere fra Lega e Fratelli d’Italia. Rimane, però, un 10-15 per cento di elettorato che è, userò una parola evocata dai Democratici, contendibile. Per raggiungerlo, però, sarebbe necessaria una coalizione che, partendo da Pd più Cinque Stelle, vada alla ricerca dei “contendibili” con l’offerta di qualcosa di più mobilitante che l’esclusione di Salvini dal governo. Ripiegati sui loro più o meno gravi problemi, pentastellati e democratici sembrano affidare il loro destino al successo di Draghi. Non basterà.

 

Carlo Freccero, la Rai, la censura e l’offerta che non c’è mai stata

Sulla replica sdrucciolevole di Carlo Freccero. Venerdì scorso ho ricordato cosa accadde nei due incontri con Freccero che seguirono al suo annuncio di volermi riportare in Rai (per maggiori dettagli: https://bit.ly/3tJzLQ8): Freccero espresse la sua esigenza di “controllo editoriale”; poiché controllare la satira è censura, proposi una soluzione che tutelava la Rai e me: avrei consegnato la registrazione della puntata del mio talk-show il giorno prima della messa in onda, Freccero avrebbe potuto decidere quali parti tagliare, e al loro posto avrei messo un riquadro nero con la scritta “materiale satirico giudicato non idoneo alla messa in onda” (la censura deve essere vista, quando c’è: è questo che non vogliono farvi vedere); chiesi infine quale proposta economica mi facesse la Rai, e Freccero mi disse che non era competenza loro, c’era un ufficio preposto. Dopodiché, sparirono. A luglio, presentando il palinsesto, Freccero dichiarava a Repubblica che le trattative con me si erano interrotte per tre motivi: 1) “Il poco tempo a disposizione, in quattro-cinque mesi non si possono fare miracoli”. Miracoli? A maggio già si poteva concludere l’accordo, se davvero avessero voluto. 2) “La richiesta economica elevata”. Non c’era stata alcuna trattativa economica con la Rai. 3) “La satira di Luttazzi si basa su potere e sesso, che mi stanno bene, e sulla religione: in questa epoca pre-moderna ho ritenuto che quest’ultimo fosse un tema troppo difficile da affrontare”. E in ogni epoca, anche pre-moderna, questa si chiama censura. Domenica, non potendo smentire questi fatti, Freccero si è profuso in acrobazie verbali di una disonestà intellettuale che ha sgomentato parecchi. L’incipit è tutto un programma. Scrive Freccero: “Se dovessimo prendere alla lettera le affermazioni di Luttazzi, dovremmo concludere che chiunque non abbia la possibilità di allestire un suo programma in Rai, pagato secondo le sue aspettative, sia un censurato”. No, è censurato chi, convocato da un direttore di rete Rai per un talk-show satirico, non riesce a farlo perché al direttore di rete Rai non sta bene la sua satira antireligiosa. Quanto alle mie aspettative economiche, chiesi a loro di farmi una proposta; Freccero rispose che non era sua competenza, ma di un ufficio preposto, da cui però non si fece vivo nessuno. Usare l’argomento economico per giustificare la sua decisione di non fare il programma è pura malafede: non ci fu alcuna trattativa perché la Rai è semplicemente scomparsa. “Avrei voluto dargli una possibilità”. Quanto è buono lei. Ma ci ripensò per via della mia satira antireligiosa. Sei mesi prima, quando si bullò di riportarmi in Rai, gli era forse ignota la mia satira antireligiosa? “Si è riproposto, scrive lui, con le stesse tariffe di 12 anni prima e chiedendo l’assoluta libertà di espressione”. Non ho scritto affatto di essermi riproposto con le tariffe di 12 anni prima, ma che chiesi a loro di farmi una proposta economica: sparirono. L’indicazione di quanto prendevo a Decameron nel 2007 era contenuta in una email inviata all’avvocato di un’altra produzione, del cui contenuto Freccero e i suoi hanno voluto prendere visione l’8 maggio durante l’ultima riunione avuta con loro: non ci fu nessuna trattativa economica su nessuna cifra. E non chiesi affatto l’assoluta libertà di espressione: Freccero poteva tagliare quello che voleva. “Oggi l’Italia è un Paese di poveri. Oggi potersi esprimere liberamente di per sé è un privilegio. E chi ha qualcosa da dire lavora su Internet gratis”. Anche Fabiofazio fa il suo talk-show gratis, infatti. “Io stesso ho accettato di dirigere la Rai senza compenso”. Non fare Gandhi: non potevi percepire un compenso in quanto pensionato Rai. (1. Continua)