Niente bilancio o rifiuti: il vero problema sono solo i cinghiali

I cinghiali. Tutte le mattine, a Roma, Virginia Raggi si sveglia e sa che deve correre più dei cinghiali o verrà uccisa dai nemici della sua ricandidatura. Nemici a cui non interessano i conti in rosso, il traffico, le periferie, i rifiuti, i mezzi pubblici. No, sono ossessionati dai cinghiali.

Sembra, peraltro, che topi e gabbiani siano piuttosto sdegnati dal repentino oblio a cui li ha condannati l’opposizione. Niente più foto di pennuti arroganti, con il ventre gonfio di frittura di paranza, sui cofani delle Smart a Ponte Milvio. Niente più video di pantegana da sei etti con testimonianze choc dei testimoni: “È rientrata nel tombino e si è richiusa la grata da sola, fissandola con due viti a muro”.

Tutto finito. È tempo di cinghiali. Sul web e i giornali foto di famiglie di cinghiali che si scattano selfie ai Fori Imperiali, foto di cinghiali in fila al casello sul raccordo, cinghiali che fanno shopping in via del Corso, perfino cinghiali che rubano la spesa a Formello , che voglio dire, Formello non c’entra una mazza con Roma, però se la Raggi non fosse egoista ed erogasse i buoni spesa anche ai cinghiali forestieri, quelli i Pan di Stelle se li andrebbero a comprare da soli, senza bisogno di delinquere. Inutile provare a spiegare che con la pandemia gli animali si sono avvicinati maggiormente ai centri urbani, che intorno alla Capitale ci sono parchi naturali, che finché sono nel ragù delle pappardelle vanno bene a tutti ma se provi a toccarli ti si scatenano contro tutti gli enti in difesa degli animali, che non li può uccidere la Raggi a mani nude, che si potrebbe organizzare la cinghialomachìa nel Colosseo così si eliminano tra di loro, ma Malagò dice che è una competizione tvoppo volgave.

No, i cinghiali sono colpa della Raggi e basta. Mi chiedo dunque perché al posto di Calenda e Gualtieri – due con la faccia di chi scappa se vede un toporagno, figuriamoci un cinghiale – contro la Raggi non si siano candidati degli esperti nella gestione della fauna selvatica, dei domatori di fiere. A ’ sto punto, se il problema di Roma sono gli animali scontrosi, meglio un nipote di Nando Orfei che il figlio della Comencini. Figlio della Comencini che, al massimo, litiga via Zoom con Er Faina. Anche perché, diciamolo: se vede una faina vera lo trovano abbracciato alla punta dell’obelisco.

Letta snobba i lavoratori non garantiti

Non ha sicuramente torto il sociologo Luca Ricolfi quando rimprovera alla sinistra “l’iper-tutela della sua base elettorale, ossia dei garantiti, e il cinico abbandono dei non garantiti, come se questa non fosse la diseguaglianza fondamentale dell’Italia di oggi” (intervista a La Verità). Infatti, continua a fare rumore il silenzio del Pd, e del suo segretario, Enrico Letta, dopo che le conseguenze di 15 mesi di pandemia e lockdown hanno reso quasi incolmabile il fossato tra chi ha potuto contare su un salario comunque garantito (dipendenti pubblici e impiegati di aziende medio grandi) e il complesso del lavoro autonomo (commercianti, artigiani, partite Iva) dal reddito massacrato.

Stupisce che la sinistra dell’equità sociale non sembri granché interessata alla tutela di un mondo di almeno cinque milioni di persone (senza contare le famiglie) – la spina dorsale dell’economia nazionale, soprattutto al Nord – e che abbia preferito lasciarne la rappresentanza politica alla destra di Lega, FdI, Forza Italia. Anche se per il Pd il blocco dei non garantiti costituisse una causa persa dal punto di vista elettorale, come può disinteressarsene il partito cha affonda le radici nelle idee di progresso e nei valori del cattolicesimo sociale? Forse da Enrico Letta sarebbe lecito aspettarsi una spiegazione sul perché, nella non facile coabitazione di governo con il Carroccio, il Pd sia impegnato a polemizzare con Matteo Salvini quasi esclusivamente sul tema dei diritti (contro l’omofobia e a favore dello ius soli). E si tralasci, per esempio, di intervenire sul davvero poco che l’esecutivo Draghi (in linea con l’esecutivo Conte) riesce a produrre nel sostegno al lavoro non garantito. Un rimprovero che non può essere mosso al M5S: senza il reddito di cittadinanza (contestatissimo dall’establishment Ztl) gli ultimi e i penultimi di questo Paese sarebbero letteralmente alla fame. Forse però a parlare bene dei 5stelle si fa peccato.

Ps. Il direttore de La Verità assai si duole per il mio articolo di domenica dedicato al piagnisteo della destra sulla legge Zan. Ha ragione: avrei dovuto avvertirlo che lo scritto (sul vittimismo della sinistra che la destra adesso imita) era autoironico. Purtroppo, la carta stampata non consente segnalazioni come quelle televisive: per esempio, il cartello a protezione dei bambini per immagini che non capiscono o che potrebbero turbarli. O come le faccine su WhatsApp.

Donazioni record: i grandi industriali spingono Calenda

L’ultimo big a mettere mano al portafoglio è stato Maurizio Tamagnini, ex capo di Merrill Lynch in Italia, oggi presidente del consiglio di Sorveglianza di STMicroelectronics e amministratore delegato di Fsi, il Fondo strategico italiano partecipato da Cassa depositi e prestiti. L’8 marzo del 2021 Tamagnini ha donato 10 mila euro ad Azione, il partito di Carlo Calenda, unendosi alla lunga lista di manager e imprenditori che stanno scommettendo denari sul candidato sindaco di Roma.

Sebbene continui a essere considerato un partito piccolo – l’ultimo sondaggio, realizzato da Swg il 10 maggio, lo dà al 3,7 per cento – Azione è anche uno dei movimenti più ricchi d’Italia, almeno in termini di donazioni. Gli ultimi dati pubblici a disposizione raccontano che, solo tra gennaio e marzo di quest’anno, il movimento che dice di ispirarsi ai valori “del liberalismo sociale e del popolarismo di Sturzo” ha ricevuto in regalo 92 mila euro. Sommando tutte le donazioni incassate nell’ultimo anno, il totale fa 370mila euro. Non male per un partito che nell’ultimo bilancio pubblicato dichiara un solo dipendente. Ciò che colpisce di più, però, è che i soldi incassati da Azione provengono quasi esclusivamente da imprenditori. Un caso abbastanza unico tra i partiti italiani, che invece si finanziano soprattutto con le donazioni dei propri eletti. D’altra parte, di parlamentari Azione ne ha ben pochi: quattro in tutto, fra Camera e Senato, cui si aggiunge Calenda stesso, eletto all’Europarlamento. Nessuno di loro ha mai versato un euro al partito.

Tra gli sponsor di Azione ci sono nomi noti dell’economia e della finanza italiana. Ai 10 mila euro versati da Tamagnini si aggiungono i 5 mila euro donati nel febbraio scorso da Davide Serra. Il finanziere con base a Londra, fondatore e amministratore delegato del fondo Algebris, nell’ultimo anno ha regalato in tutto 19 mila euro al partito di Calenda. Altri 10 mila euro sono stati bonificati a febbraio da Alessandro Riello, presidente di Aermec, gruppo veneto da 700 dipendenti specializzato nella produzione di climatizzatori. Poi c’è la Finregg spa della famiglia Storchi (il presidente, Fabio Storchi, guida Unindustria Reggio Emilia) , che a fine 2020 ha scucito ben 25 mila euro per sostenere il leader di Azione.

Ha scommesso una fiche da 5 mila euro anche Rubinetterie Bresciane Spa, azienda che produce valvole, parte del gruppo Bonomi, 600 persone alle dipendenze dei fratelli Carlo e Aldo Bonomi, quest’ultimo già vice presidente di Confindustria.

D’altronde il legame tra Calenda e gli imprenditori italiani non nasce oggi. Prima di fare il ministro dello Sviluppo economico nei governi guidati da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, il candidato sindaco di Roma ha lavorato per Confindustria, prima come assistente personale dell’allora presidente, Luca Cordero di Montezemolo, poi come direttore dell’area strategica affari internazionali. E infatti uno dei maggiori sponsor di Azione fin dalla nascita, nel 2019, è stato Gianfelice Rocca, patron della multinazionale dell’acciaio Techint, membro di vari Consigli di amministrazione (Allianz, Brembo, Buzzi Unicem), già vice di Montezemolo a Viale dell’Astronomia e oggi consigliere speciale di Confindustria per le scienze biologiche. Solo nell’ultimo anno Rocca ha donato al partito di Calenda 20 mila euro, cui si aggiungono i 5 mila euro versati da Maurizio Marchesini, attuale vice presidente di Confindustria con delega alle filiere e alle medie imprese.

I bonifici più pesanti sono arrivati però da due imprenditori della moda, la cui fama va ben oltre i confini nazionali. Da quando Calenda ha annunciato la sua candidatura a primo cittadino della Capitale, nell’ottobre scorso, Pier Luigi Loro Piana e Patrizio Bertelli (marito della stilista Miuccia Prada e amministratore delegato dell’omonimo gruppo) hanno donato 50 mila euro a testa al partito di Calenda. Segno che il mondo degli affari ha già scelto il suo sindaco ideale per Roma.

Pd, l’assalto alla diligenza di Gualtieri

Chiusa la partita per il candidato, scatta l’assalto alla diligenza. Nemmeno la quadra (obbligata) su Roberto Gualtieri ha sedato le continue fibrillazioni nelle correnti del Partito democratico a Roma. Anzi. La spasmodica attesa per conoscere il nome dell’aspirante sindaco del centrosinistra ha lasciato spazio a una battaglia serrata per intestarsi l’influenza politica sul futuro – sperano i dem capitolini – inquilino del Campidoglio.

Fuori lady Franceschini

A farne le spese per adesso è AreaDem, la corrente moderata guidata da Dario Franceschini, di cui è esponente di spicco anche la moglie del ministro dei Beni culturali, Michela Di Biase. Dalle ore immediatamente successive alla discesa in campo dell’ex ministro dell’Economia, il Nazareno è alla ricerca di un vicesindaco donna da proporre in ticket con Gualtieri. I franceschiniani, che esprimono il segretario del Lazio, Bruno Astorre, e quello romano, Andrea Casu, avevano già dato per scontato che Di Biase fosse la vice in pectore. Le veline suggerite nei giorni scorsi alle cronache locali dei giornali ne sono un indizio importante, anche se il suo entourage smentisce che l’attuale consigliera regionale fosse interessata a qualsiasi ruolo di questo tipo. Lady Franceschini era stata indicata prima come possibile responsabile del comitato elettorale e poi addirittura individuata come la “Kamala Harris di Gualtieri”. Ma alla fine il diretto interessato, che nel frattempo si è spinto nelle braccia dei colonnelli zingarettiani, ha gentilmente declinato.

La rabbia di “Zinga”

Il motivo non è un pregiudizio personale nei confronti di Di Biase (che, va ricordato, si è affermata sulla scena politica romana molti anni prima di iniziare il suo rapporto personale con l’attuale ministro). Bensì la rabbia di Nicola Zingaretti sulla gestione della sua, fallita, candidatura in Campidoglio. Un “papocchio” di cui ritiene i principali responsabili il suo successore alla segreteria nazionale, Enrico Letta, e lo stesso Franceschini. Fino a pochi mesi fa, l’ex segretario non aveva alcuna intenzione di scendere in campo nella Capitale. Anzi, si era sempre tenuto ben lontano da Palazzo Senatorio. Tirato per la giacchetta, visti gli sconfortanti sondaggi iniziali su Gualtieri, aveva chiesto garanzie e un “campo largo” nel centrosinistra che prevedesse un passo di lato di Virginia Raggi e Carlo Calenda, di cui tra l’altro era il primo a dubitare.

Il finale è noto: all’ultimo giorno utile, Giuseppe Conte dice che non ha intenzione di mollare Raggi e mezz’ora dopo il Pd torna sul candidato “di riserva”. Zingaretti ha vissuto la vicenda romana come una “figuraccia”, ma subito dopo è corso a offrire il suo sostegno a Gualtieri, che proprio l’ex segretario aveva individuato già a ottobre come candidato sindaco (dopo i no di David Sassoli, Paolo Gentiloni e dello stesso Letta), già dotato di paracadute grazie alla facile elezione a deputato nelle suppletive del collegio Roma 1.

In buoni rapporti con tutti, l’unico vero sponsor politico di Gualtieri nel Pd era il deputato Claudio Mancini, uno dei tanti capibastone romani, aggrappato agli ex dalemiani vicini ai Giovani Turchi fino a poco tempo fa guidati da Matteo Orfini. Mancini si è dimesso l’8 maggio dalla carica di tesoriere del Pd Roma dopo che era tornata a girare in Rete un’inchiesta giornalistica dell’Espresso sui suoi presunti affari in Tunisia. Il parlamentare ha percepito quell’episodio come un “avvertimento” e ha preferito farsi da parte per non danneggiare l’amico candidato. E Mancini, guarda caso, aveva in piedi un asse neanche troppo nascosto con il segretario regionale Astorre.

L’ipotesi di un ticket

Gualtieri, risulta al Fatto, ha così iniziato una serrata collaborazione con Massimiliano Valeriani, assessore regionale primo luogotenente (insieme a Marco Miccoli) degli zingarettiani su Roma. Insieme stanno cercando la donna da affiancargli in campagna elettorale e, poi, da vice al colle capitolino. L’identikit principale tratteggia il profilo di una persona con esperienza e cattolica, un modello che ricalchi quello che rappresentò Maria Pia Garavaglia – storica presidente della Croce Rossa – ai tempi di Walter Veltroni. Fra le proposte, in questo senso, emerge quella di saldare l’alleanza con Base Riformista e proporre Patrizia Prestipino, moglie dell’ex rutelliano Riccardo Milana, fra i più forti oppositori all’asse in Regione con il M5S. Nelle ultime ore, tuttavia, sono iniziate a circolare anche altre proposte, che però caratterizzerebbero molto a sinistra l’eventuale giunta Gualtieri, su tutte quella di Marta Bonafoni, ex Sel oggi zingarettiana di ferro. Comunque vada, l’appoggio zingarettiano frutterà a Gualtieri il soccorso di molti dei politici romani attualmente impegnati in Regione Lazio, fra cui Eugenio Patané e Maurizio Veloccia.

Faida tra le varie Anime

E AreaDem? La corrente franceschiniana, come detto, è in rotta con Zingaretti. O meglio, è l’ex segretario ad aver tagliato i rapporti con loro. Almeno per il momento. Le frizioni più forti sono con Astorre, attuale leader del Pd Lazio, inaspritesi all’indomani delle dimissioni ordinate al presidente del Consiglio regionale del Lazio, Mauro Buschini, sull’onda dello scandalo Concorsopoli (nato da un’inchiesta del Fatto). La tensione è cresciuta in quel contesto anche con Daniele Leodori, suo vice in Regione e di fatto reggente nei mesi del Nazareno. Diverse le vicende che hanno contribuito a incrinare il rapporto tra i due: gli incontri del vicepresidente – a oggi senza alcun fondamento investigativo – con i referenti della presunta cellulare romana legata alla ’ndrangheta trentina; l’acquisto fallito delle mascherine dalla Cina con il mancato recupero di oltre 10 milioni di euro pagati in anticipo a fornitori e presunti truffatori; le polemiche per le assunzioni a tempo indeterminato di militanti e collaboratori dem in Consiglio regionale, queste ultime arrivate anche grazie al voto in Consiglio di presidenza anche di Di Biase. A farne le spese proprio Lady Franceschini, che di quella corrente è la referente su Roma. Di Biase ora sta provando a ricucire con Gualtieri, che ha tenuto la sua prima uscita da candidato nel quartiere romano di Centocelle, dove la consigliera regionale ha lo zoccolo duro del suo elettorato: la corsa a mettere il cappello sulla testa dell’ex ministro è appena iniziata.

 

Audio del giudice, il “Giornale” subito in soccorso dell’ex premier

L’ex presidente del collegio della Cassazione che ha condannato Silvio Berlusconi, Antonio Esposito, ieri ha dato mandato ai suoi legali di reiterare la richiesta alla Cedu, di partecipare al giudizio, presentando pure memorie, entro il 15 settembre, quando il governo italiano, a seguito dell’esposto presentato dai difensori dell’ex premier, dovrà rispondere ad alcune domande del tipo “Ha avuto diritto a un processo equo?”. Scontata la risposta del governo italiano, non essendoci state irregolarità. Il Giornale di famiglia intanto scrive che il Fatto “alza le barricate” dopo che la Procura di Roma, a cui il gip ha dato ragione, ha stabilito la regolarità del collegio che ad agosto 2013 confermò la condanna per frode fiscale a “Mister B.”. Evidentemente il quotidiano confonde le barricate con i fatti, documenti alla mano, pubblicati da noi e che smentiscono la bufala del complotto politico. Ma secondo Il Giornale pure la Procura di Roma “non riesce ad andare oltre” al fatto che quella del giudice Amedeo Franco, relatore del collegio, non fu una confessione a Berlusconi, quando gli disse che lui non lo avrebbe condannato. In realtà, la Procura spiega che Franco è inattendibile proprio alla luce di quanto dice a Berlusconi, registrato. Scrivono il procuratore aggiunto Paolo Ielo e le pm Luigia Spinelli ed Elena Neri: “Le esternazioni del Franco si erano sempre concretizzate in allusioni, riferimenti generici ai ‘poteri forti’, a ‘sentenze ingiuste’, a ‘plotoni di esecuzione’, senza mai concretizzarsi in indicazioni reali, a fatti o accadimenti che lo avessero interessato, tali da poter costituire elementi, anche solo indiziari, di illecita interferenza esterna nell’esercizio della propria funzione”.

La procura prosegue circostanziando le sue conclusioni sull’inattendibilità della “crisi di coscienza” di Franco: “Deve osservarsi come la cosiddetta ‘confessione’ del giudice Franco sia infarcita di frasi spezzate che si interrompono proprio di fronte alle richieste più dirette del suo interlocutore: ‘Ma perché lei ha firmato se non era d’accordo?’, ‘Chi l’ha costretta?’, ‘Chi tirava i fili dall’alto?’, domande alle quali Franco si sottraeva, fornendo risposte generiche e allusive, divagando, senza fornire spiegazioni comprensibili e plausibili in colloqui completamente privi di reali contenuti’”. Più chiaro di così…

B. e le 10 domande della Cedu. Ecco come risponderà l’Italia

Milano

Andare a Strasburgo per arrivare a Brescia. Nella speranza di incenerire la condanna definitiva per frode fiscale. I difensori di Silvio Berlusconi puntano alla revisione (a Brescia) del processo di Milano in cui è stato condannato e per cui ha perso il seggio di senatore. Per ottenere la revisione, sarebbe utile avere una sentenza favorevole (a Strasburgo) presso la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu). Strada impervia e lunghissima, ma il cammino è iniziato. Il governo italiano ha tempo fino al 15 settembre per rispondere alle dieci domande poste dalla Cedu sulla condanna del 2013. È un passo obbligato della procedura innescata dall’ex presidente del Consiglio che nel 2014 ha fatto ricorso contro l’Italia, per la sentenza che lo ha condannato a 4 anni per frode fiscale, nel 2012 in primo grado, nel 2013 in appello e nell’agosto dello stesso anno, infine, definitivamente in Cassazione.

Il ricorso presso i giudici di Strasburgo non potrà ribaltare la sentenza italiana, che ha definitivamente accertato i fatti: Berlusconi, con un gioco di specchi realizzato attraverso società estere, ha nascosto al fisco italiano (e agli azionisti di minoranza di Mediaset) 368 milioni di dollari, di cui 7,3 sopravvissuti alla prescrizione e sufficienti a farlo condannare a 4 anni. Ma se la Cedu dovesse accogliere qualcuna delle doglianze (o tutte) che i suoi difensori hanno lamentato, potrebbe condannare lo Stato italiano e questo sarebbe un buon motivo per ottenere un nuovo processo (già chiesto) presso la Corte d’appello di Brescia. Con la speranza che – questo sì – ribalti la sentenza di condanna.

Il gruppo dei difensori di Berlusconi (Niccolò Ghedini, Andrea Saccucci, Franco Coppi, Bruno Nascimbene, Keir Starmer, Steven Powles) hanno portato a Strasburgo 18 punti di critica al processo sui diritti Mediaset, sostenendo che Berlusconi non abbia avuto un giusto processo. Ne è nato il procedimento numero 8683/14, “Berlusconi contro Italia”. Dopo sette anni, i giudici Cedu hanno ritenuto ammissibile il ricorso e hanno chiesto al governo italiano – come previsto dalla procedura – di rispondere alle questioni poste dalle difese di Berlusconi, condensate in dieci punti, per verificare se il condannato ha avuto un giudizio regolare.

Alle dieci domande risponderà ora l’avvocatura dello Stato, che di norma difende le scelte dell’Italia, dunque dei giudici italiani, contro i ricorrenti. Sono questioni forse nuove per i giudici di Strasburgo, ma già mille volte affrontate, discusse e risolte nel dibattito processuale, giuridico, politico e giornalistico in Italia. Eccole.

1. Berlusconi “ha beneficiato di una procedura dinanzi a un tribunale indipendente e imparziale e costituito per legge?”. Era regolare l’assegnazione alla sezione feriale della Cassazione? Tutto regolare, hanno già risposto i magistrati di Roma.

2. “È stato giudicato da un tribunale imparziale”, visto che il presidente del collegio di Cassazione, Antonio Esposito, rese dichiarazioni alla stampa “poco tempo dopo la lettura del dispositivo e prima del deposito in cancelleria delle motivazioni della sentenza che confermava la sua condanna per frode fiscale?”. Esternazione già oggetto di procedimento disclinare, concluso con la più ampia assoluzione.

3. Berlusconi aveva modo in Italia di “sollevare la doglianza relativa alla violazione del diritto a un tribunale imparziale?”.

4. “Il rigetto di cinque richieste di rinvio dell’udienza per legittimo impedimento e per ragioni di salute ha privato il ricorrente del diritto di partecipare al suo processo?”. L’eterna strategia di fuga dal processo.

5. “Il rigetto della richiesta di traduzione di alcuni documenti del fascicolo ha privato il ricorrente del suo diritto di essere informato, in una lingua a lui comprensibile, della natura e dei motivi dell’accusa formulata a suo carico?”. Qualcuno degli avvocati glieli avrà tradotti?

6. “Il ricorrente ha avuto il tempo necessario alla preparazione della sua difesa?”. Molti anni.

7. “Il ricorrente ha avuto un processo equo”, con la possibilità di far interrogare testimoni di difesa e d’accusa?

8. “L’azione per la quale il ricorrente è stato condannato costituiva reato secondo il diritto nazionale al momento in cui è stata commessa?”. Sì.

9. “Il ricorrente si è visto infliggere una pena più grave rispetto a quella che era applicabile al momento in cui la violazione è stata commessa, in ragione della mancata applicazione delle circostanze attenuanti?”.

10. “Il ricorrente è stato processato due volte per lo stesso reato” (processo Mediaset e processo Mediatrade), per fatti che “a suo dire, erano sostanzialmente identici?”. Erano fatti diversi.

Basta la lettura delle dieci domande per capire che sarà facile per l’Avvocatura dello Stato respingere le richieste di Berlusconi. Poi saranno i giudici di Strasburgo a decidere. E quelli di Brescia (chissà) a rifiutare la revisione o a ricominciare da capo.

Inizio 2020, Mancini da Di Maio

A inizio 2020, Luigi Di Maio, già ministro degli Affari esteri, ha incontrato Marco Mancini, lo 007 di nuovo agli onori della cronaca dopo gli incontri avvenuti con il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, e poi con il segretario della Lega, Matteo Salvini. Lo ha rivelato Domani: erano i primi mesi del 2020, Di Maio doveva incontrare Nicola Gratteri, il capo della Procura di Catanzaro, che si era presentato alla Farnesina con Mancini.

A Domani Gratteri ha spiegato: “È vero, ci siamo incontrati alla Farnesina a inizio 2020, ma per motivi squisitamente istituzionali”. E ha aggiunto: “La presenza di Mancini non era prevista: mi aveva chiamato per farmi un saluto, e io risposi che stavo andando al ministero degli Esteri per un incontro con Di Maio. Mancini così mi chiese se poteva venire anche lui. Tra lui e il ministro c’è stato solo uno scambio veloce, tipo ‘piacere, piacere’, sarà durato un minuto. Durante la riunione istituzionale tra me e il ministro, invece, Mancini non c’era. E naturalmente non chiesi niente per nessuno”. L’incontro con Di Maio avviene in circostanze molto diverse da quelle dell’appuntamento con Matteo Renzi. Il ministro degli Affari esteri aveva un ruolo istituzionale e vede infatti Mancini alla Farnesina, in un momento in cui ancora non si discute delle nomine dei Servizi. Il vertice dell’Aise (i servizi segreti per l’estero) verrà rinnovato solo nel maggio successivo. I due poi non si vedono in un autogrill, come quello di Fiano Romano dove Mancini incontra Renzi il 23 dicembre 2020, ripreso da un’insegnante e mandato in onda da Report.

E ancora. L’incontro con Renzi avviene in un momento diverso: in quel momento Mancini, direttore di divisione al Dis (l’agenzia che coordina i due servizi per l’interno e gli esteri, Aisi e Aise), puntava a diventare vicedirettore di una delle tre agenzie di intelligence. Per alcune settimane, lo 007 ha avuto anche buone possibilità di riuscirci, con il sostegno di Gennaro Vecchione (ex direttore del Dis) e con la non ostilità dei Cinquestelle. Consigliati – come ha rivelato Il Fatto ormai il 3 maggio scorso – anche dal magistrato antimafia Nicola Gratteri, che però ha puntualizzato: soltanto nell’ambito di interlocuzioni e rapporti istituzionali. Ed è dunque nell’ambito di queste interlocuzioni istituzionali che rientra il veloce incontro con il ministro Di Maio.

Oltre a Matteo Renzi, lo 007 – che ha alle spalle una condanna a 9 anni per il sequestro dell’imam Abu Omar (rapito a Milano dalla Cia), poi annullata dalla Cassazione dopo una pronuncia della Corte costituzionale che interviene allargando i confini del segreto di Stato – ha visto anche Matteo Salvini. A Report il leader della Lega ha confermato di aver incontrato Mancini “più volte, da ministro”.

Israele, giustizia e Salvini: tutti i silenzi di Draghi

Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno detto la loro sulla nuova escalation in Israele già venerdì. Ieri il presidente francese ha incontrato il presidente egiziano Al Sisi: entrambi si sono espressi per la fine delle ostilità. Mentre la Cancelliera ha sentito al telefono il premier israeliano, Netanyahu, assicurandogli “il completo sostegno alla protezione di Israele”. Mario Draghi sul tema non ha proferito una sola sillaba pubblica. Neanche dopo la sollecitazione diretta di Enrico Letta e quella indiretta di Giuseppe Conte. L’Europa procede divisa, mentre Joe Biden lascia trapelare qualche ambiguità: la posizione americana è sempre stata filo israeliana, in questo momento alcuni pesi massimi dei Democratici (come la Ocasio-Cortez e Sanders) lo stanno spingendo a differenziarsi da Trump. Con il suo silenzio, il premier si schiaccia sulla posizione – indefinita – degli States. Non si esprime neanche per smarcarsi dalla nettezza della posizione tedesca, che non può essere condivisa dall’Italia. È lo stile della casa, ma sottolinea qualche difficoltà: se gli Usa sono ambigui, diventa ambigua pure l’Italia.

Draghi senza una posizione forte, va per sottrazione. Una scelta che però – spesso – può coincidere con l’elusione. Si moltiplicano i dossier sui quali il capo del governo preferisce tacere. Derubricato a poco più di rumore di fondo l’affaire Durigon (ovvero il leghista che si è fatto intercettare mentre sosteneva che il generale della Finanza che indaga sui fondi del Carroccio “ce l’abbiamo messo noi”), Draghi sa pure che – come salviniano di ferro – il sottosegretario all’Economia è intoccabile. Meglio non entrare nella questione, tanto più che il M5S ha presentato la richiesta di togliergli le deleghe. Nessun commento sulla sostituzione di Gennaro Vecchione (uomo di Conte) con Elisabetta Belloni al Dis. I Servizi sono segreti per definizione, ma vista la guerra tra bande che si sta consumando ai vertici della nostra intelligence, la questione avrebbe forse meritato qualche spiegazione.

L’annuncio del ministro della Giustizia, Marta Cartabia, di voler tornare alla prescrizione e di abolire la possibilità di richiedere l’appello per i pm ha provocato già un’alzata di scudi dei 5S. Dicono a Palazzo Chigi che come la vede il premier c’è scritto nero su bianco nel Pnnr: bisogna ridurre del 40% i tempi del processo civile e del 25% quelli del penale. Dunque, i partiti erano avvisati. E però, mentre Letta e Salvini si azzuffano tutti i giorni, il premier si guarda bene dall’intervenire. Temi troppo divisivi. Anche perché il pericolo che non si riesca poi a trovare un bandolo della matassa a Palazzo Chigi lo vedono forte e chiaro: i partiti sono percepiti troppo deboli per sostenere un momento di cambiamento strutturale come questo. C’è un di più di distacco esibito: Draghi preferisce snobbarla una certa politica, piuttosto che sferzarla. La cosa produce qualche effetto collaterale. Esistono due principali scenari per il suo futuro: l’elezione al Colle nel 2022 o la fine della legislatura, magari con il treno del Quirinale passato per sempre. Raccontano che il premier in realtà punti a un ruolo europeo. Ma forse più che una scelta, è un ripiego, visto che la politica mostra segni di insofferenza nei suoi confronti. Sulla sua salita al Quirinale c’è già una guerra, con Salvini che la caldeggia, per poter chiudere questa legislatura e Letta che la osteggia, mentre gli chiede un progetto complessivo. Anche su questo, lui resta una sfinge. E se è vero che non è mai accaduto che un “quirinabile” ammettesse di esserlo, il fatto che non lo escluda rende poco chiare le regole d’ingaggio del suo incarico e la durata del suo governo.

Arnone finito in carcere per “diffamazione”. La lettera a Cartabia: “Sciopero della fame”

“In Italia si mettono in carcere i condannati per diffamazione a mezzo stampa”. Una lunga lettera, riciclando alcuni fogli dell’ordinanza d’arresto, inviata al ministro della Giustizia, Marta Cartabia, e firmata dal politico agrigentino Giuseppe Arnone, che dal 10 maggio è detenuto in carcere. Nella missiva, Arnone annuncia lo sciopero della fame, finché un parlamentare non presenterà un’interrogazione sul suo caso e su “come una parte della magistratura calpesta la Costituzione” per “colpire un personaggio molto scomodo”.

Arnone è una controversa figura del panorama agrigentino. Avvocato e consigliere comunale, per anni ha condotto battaglie al fianco di Legambiente, e denunciato il presunto malaffare di alcuni avversari politici. Lo scorso febbraio è stato cancellato dall’albo di Agrigento, e al tribunale di sorveglianza di Palermo c’era un’istanza per la grazia e una per la semilibertà, in virtù di un cumulo di quattro condanne per calunnie e diffamazione pari a 4 anni e 3 mesi. Al politico erano state imposte diverse prescrizioni, che vietavano l’uso del web e dei social network, anche nell’invio di email, a eccezione di quelle che riguardano la sfera professionale. Arnone nella lettera alla Guardasigilli spiega di essere stato sottoposto “a pesantissime limitazioni” come “il divieto assoluto di manifestare pubblicamente il mio pensiero”, e cita la “sentenza Cedu Sallusti”, facendo un parallelo tra il “giornalista che per diffamazione non va in carcere”, mentre a lui come politico “la reclusione si applica pienamente”. Nell’atto firmato dai giudici palermitani, che hanno revocato la semilibertà, si legge del “concreto pericolo di recidiva” di Arnone, e delle sue “dodici condanne per diffamazione, calunnia e altro (alcune già passare in giudicato)” e gli “innumerevoli procedimenti” ancora in corso. Ma anche le “continue violazioni e tentativi di aggiramento e elusione” delle prescrizioni fino agli ultimi due casi recenti. Ad ottobre, Arnone ha inviato al capo dello Stato, Sergio Mattarella, una email allegando un testo in cui si faceva riferimento a “reati documentali dei magistrati” agrigentini. Poi ad aprile, una mail indirizzata a diversi pm di Agrigento, con un file sulle “malefatte” di “numerosi magistrati in servizio ad Agrigento e Caltanissetta” che avrebbero “insabbiato le sue denunce e perseguitato ingiustamente”, etichettandoli con “toni gravemente e reiteratamente offensivi”.

Il dibattito di Rep. sulla diversità? Tre uomini bianchi

Nel mondo progressista sono ancora calde le ceneri dell’ennesima polemica sulla sottorappresentazione femminile nel dibattito pubblico, dopo il no di Rula Jebreal a Propaganda Live. Ma per fortuna c’è Repubblica. Per la giornata mondiale contro l’omotransfobia, ieri, il giornale dei democratici italiani ha organizzato un dibattito sulla legge Zan. Rep Tv è addobbata con i colori del pride, sul led alle spalle degli oratori c’è un grande arcobaleno; la sensibilità sui diritti civili sprizza da ogni poro digitale. E il dibattito sulla diversità a chi è affidato? A tre uomini bianchi di mezza età, eterosessuali, rappresentanti omogenei del proprio gruppo sociale, i tre direttori del Gruppo Gedi: Maurizio Molinari (Repubblica), Massimo Giannini (Stampa) e Marco Damilano (Espresso). Nell’ora scarsa di dibattito c’è qualche minuto per i rappresentanti del mondo Lgbt e persino alcune donne, ma la rappresentazione plastica del potere nell’informazione è salva. La testatina del sito è arcobaleno, il resto è tutto maschio e bianco.