Fininvest esce da Mediobanca: ceduto il 2%

Fininvest esce da Mediobanca. La società ha ceduto l’intera partecipazione detenuta in Mediobanca – pari a 17.713.785 azioni corrispondenti a circa il 2% del capitale sociale dell’istituto – per un controvalore di circa 174 milioni di euro. L’operazione, si legge in una nota della società della famiglia Berlusconi, “rientra in una logica di razionalizzazione e di ribilanciamento del proprio portafoglio di investimenti finanziari”. Il 2% della quota Mediobanca ceduta da Fininvest, a quanto si apprende, è stata acquisita da Unicredit che ha svolto un ruolo di broker nell’operazione a blocchi. Ora la domanda è se il gruppo di Piazza Gae Aulenti ha già un compratore a cui girare il 2% di Piazzetta Cuccia. Una delle strade ipotizzate porta a Leonardo Del Vecchio, che di Unicredit è socio e che di Piazzetta Cuccia, dove è entrato in parallelo con l’uscita dal capitale della banca oggi guidata da Andrea Orcel , è già il primo azionista con il sì della Bce ad arrivare al 20%.

Trojan Rcs nel mirino dei pm: 4 indagati. Così molte inchieste rischiano di saltare

Caso trojan Rcs: gli indagati delle Procure di Napoli e Firenze salgono a quattro e al reato iniziale – frode nelle pubbliche forniture – si aggiunge quello di acceso abusivo a un sistema informatico. L’inchiesta congiunta di Napoli e Firenze può avere ripercussioni devastanti: se dovesse essere provato che le procure italiane alle quali Rcs ha affidato il proprio servizio sono incorse nella violazione dell’articolo 268 del codice di procedura penale – le intercettazioni possono essere disposte ed effettuate solo attraverso impianti installati nelle procure altrimenti è necessario un provvedimento motivato del pm – rischierebbe di saltare l’utilizzabilità delle intercettazioni effettuate con i trojan in decine di processi. Incluso quello che riguarda Luca Palamara accusato di corruzione a Perugia.

Le procure di Napoli e Firenze – l’inchiesta fiorentina, coordinata dal procuratore aggiunto Luca Turco nasce proprio da un esposto presentato dall’avvocato Luigi Panella per conto del parlamentare di Iv Cosimo Ferri sulle famose intercettazioni all’hotel Champagne con Palamara e il collega del Pd Luca Lotti – il 14 maggio scorso hanno disposto un’ispezione dei server di Rcs presenti nella procura di Napoli. E proprio a Napoli è presente un server – in totale sono tre quelli operativi – sul quale alla procura non erano state fornite informazioni corrette: “Il 22 gennaio 2020 – si legge negli atti – Rcs forniva alla Procura di Napoli un documento descrittivo dell’architettura di sistema dei server e degli standard adottati, che appaiono tuttavia difformi rispetto a quelli emersi dalle indagini fin qui svolte. Sulla base degli accertamenti svolti e dei documenti acquisiti – si legge ancora nel decreto di ispezione – non risultano effettuate comunicazioni da parte di Rcs alla procura di Napoli, né in merito alle attività di ricollocazione degli impianti né in ordine all’effettiva architettura dei sistemi né, infine, quanto alle concrete modalità di funzionamento dei sistemi, in particolare in merito alla trasmissione e memorizzazione dei dati dei captatori”. In sostanza nel maggio 2021 “vi sarebbe stato anche uno spostamento di una parte degli apparati che componevano il sistema Rcs dall’isola E/7 del centro direzionale ai locali dell’isola E/5” ma del “trasloco” gli inquirenti hanno saputo soltanto grazie agli accertamenti investigativi.

Coppa Italia, il lasciapassare “notturno” fatto solo per il calcio

Giovedì scorso il tennista azzurro Sonego ha festeggiato da solo la storica vittoria contro Thiem agli Internazionali di Roma: era scattato il coprifuoco, gli organizzatori sono stati costretti a cacciare il pubblico a metà partita. Spiace, ma le regole sono regole. Non proprio per tutti: domani i tifosi di Juventus e Atalanta potranno trattenersi allo stadio per la finale di Coppa Italia ben oltre le fatidiche 22, e pure le 23, nuovo limite che comunque non sarebbe bastato per la partita.

Mentre il governo discute sul coprifuoco, in Italia c’è un’oasi felice dove è già superato. Mapei Stadium, Reggio Emilia: 4mila tifosi (20% della capienza) e nessun obbligo di rientro. I grandi eventi hanno accelerato le riaperture sportive. Gli Europei a giugno, subito in scia la Coppa Italia. Ma prima c’erano gli Internazionali di tennis, a metà maggio. Molto presto, e per strappare un po’ di pubblico gli organizzatori hanno dovuto superare le resistenze del Cts. Trattandosi già di una deroga, non hanno tirato la corda sul coprifuoco.

Poi è arrivato il calcio. Che invece ha chiesto e ottenuto di ignorare il coprifuoco. Con il match alle 21, impensabile ammettere gli spettatori per mandarli via a fine primo tempo. Certo, anche la Lega avrebbe potuto anticipare. Ma non ha voluto farlo, troppi interessi. Quelli economici, con i diritti tv già assegnati per una prima serata da 10 milioni di spettatori, le pubblicità già vendute. E pure quelli politici, della Regione Emilia-Romagna di Bonaccini, che ha sborsato circa un milione per portare la finale a Reggio Emilia, non certo per una partita senza pubblico, o a metà pomeriggio. Così da tutte le parti, Lega calcio, Figc, Regione (il Comitato provinciale di ordine pubblico ha firmato la richiesta) è partito il pressing. La deroga è in un provvedimento ad hoc del governo, il coprifuoco è svanito: esiste per chi esce da un ristorante, un cinema, ma non da uno stadio di calcio.

Salvini battuto, stavolta si piega: “Troppo poco”

Stavolta lo strappo del 21 aprile, quando la Lega si era astenuta sul decreto sulle riaperture, non c’è stato. I voti in cabina di regia e in Consiglio dei ministri dicono che ieri il centrodestra ha deciso di non rompere. Epperò alle 18, quando Matteo Salvini decide di prendere in ostaggio i suoi ministri e sottosegretari per avere delucidazioni sulla cabina di regia appena conclusa, più di un leghista storce la bocca leggendo le indiscrezioni: “È troppo poco”. Tant’è che poco dopo dai vertici della Lega filtra “soddisfazione per le riaperture” ma “su alcuni fronti serve più coraggio, dalle piscine al chiuso ai matrimoni alle discoteche”. Nel Carroccio parlano di “resistenze di qualcuno” mettendo ancora una volta nel mirino il ministro della Salute Roberto Speranza. Sì, perché delle battaglie leghiste per riaprire tutto e subito, il governo ne ha accolte ben poche.

La Lega chiedeva di allungare il coprifuoco almeno alle 24 o abolirlo fin da subito ma ha ottenuto, per volontà di Draghi, solo le 23 e l’abolizione totale solo dal 21 giugno. Tra un mese. In compenso, il contentino rivendicato dal Carroccio è che entro il 7 giugno sei Regioni (tutte di centrodestra) andranno in zona bianca e quindi per quelle il coprifuoco non ci sarà. Eppure i leghisti, su richiesta di Salvini, hanno provato a opporsi al “lodo Draghi” sul coprifuoco: in cabina di regia il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha proposto, seppur senza lottare troppo, l’allungamento alle 24 e l’abolizione dall’1 giugno (“i dati lo consentono”), richiesta poi ripetuta in Cdm. Niente da fare, a dire no è stato Draghi in persona. Lega e Forza Italia inoltre chiedevano di riaprire subito anche i ristoranti al chiuso ma la data resterà quella dell’1 giugno, anche se anche a cena e non solo fino alle 18. I leghisti rimangono scottati anche dalla riapertura delle piscine al chiuso (non prima dell’1 luglio), del settore dei matrimoni (dal 15 giugno) e delle discoteche (rimarranno chiuse, per ora). Su tutto questo il Carroccio chiedeva di riaprire già dal prossimo fine settimana. Alla fine ottiene l’anticipazione a questo fine settimana dei centri commerciali – proposta su cui però c’era l’unanimità – e le palestre al chiuso dal 24 maggio (erano previste dall’1 giugno). Che il leader della Lega non poteva dirsi soddisfatto lo si era capito a metà pomeriggio quando le proposte “graduali” del premier Draghi andavano a sbattere con la richiesta fatta da Salvini ai ministri nella videoconferenza mattutina: “Bisogna riaprire tutto già da lunedì”. Tant’è che, intorno al tavolo di Palazzo Chigi, Giorgetti mette a verbale il disappunto per conto terzi: “Non siamo soddisfatti ma votiamo il decreto”.

E di fronte alle dichiarazioni entusiaste di Enrico Letta, Roberto Speranza e Stefano Patuanelli, Salvini tace: nessuna dichiarazione ufficiale dopo il Cdm. In Forza Italia il capogruppo Roberto Occhiuto ammette che “abbiamo ottenuto meno di quello che chiedevamo” mentre dall’opposizione Giorgia Meloni punge ancora: “C’è ben poco da gioire, il coprifuoco è inutile e va abolito”. E in serata su piscine e discoteche la Lega annuncia battaglia: “Così non va, il decreto va cambiato”.

“Grande attenzione nei luoghi al chiuso, non è ancora finita”

“Sarà necessario continuare a sorvegliare con grande attenzione le attività che più espongono al rischio”. Giorgio Palù, microbiologo, presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, componente del Comitato tecnico-scientifico di supporto al governo, tira un sospiro di sollievo: “Non è finita, ma abbiamo cominciato a sconfiggere questo coronavirus”.

Le riaperture sono premature?

Non lo sono se si procede con prudenza, gradualità e continuando la sorveglianza. Penso a tamponi e controlli non estensivi, certo, ma random. Quindi garantire salute e sopravvivenza economica, tenendo in considerazione le attività che più espongono al rischio.

Faccia un esempio.

I grandi assembramenti al chiuso. Penso a eventi di spettacolo, alle discoteche, alla ristorazione, settore già in ginocchio per la pandemia. Si potrà riaprire anche nei locali al chiuso, ma stabilendo un numero massimo di persone, evitando il ricircolo dell’aria e praticando un controllo attraverso le green card: clienti già guariti dal Covid, vaccinati o con tampone negativo nelle 48 ore precedenti. La velocità con cui procede la copertura vaccinale, popolazione vaccinata ormai al 30% con la prima dose, ci fa ben sperare.

I vaccini proteggono già dopo una dose?

Sì, l’impatto della vaccinazione comincia ad essere importante anche dopo una dose singola; una serie di studi stabiliscono che l’evento malattia grave viene scongiurato. E ora alla nostra latitudine da maggio a settembre abbiamo una radiazione ultravioletta se non perpendicolare quasi. Mancano le caratteristiche indispensabili a un virus respiratorio per diffondersi: umidità, temperatura bassa, scarsa circolazione dell’aria. Un anno fa successe la stessa cosa.

Appunto, poi a ottobre ci siamo ritrovati nei guai. Ricapiterà?

Non siamo in grado di predire come evolverà questa pandemia perché SarsCov2 è un coronavirus nuovo. Rispetto alle pandemie del passato il pianeta è molto cambiato, siamo più che raddoppiati negli ultimi 50 anni come popolazione sulla Terra. SarsCov2 è arrivato anche in Antartide e si è diffuso in modo asincrono sul pianeta. Quel che da noi è un fenomeno in fase ora declinante in altri Paesi può essere in fase incrementale. Non si può pensare all’immunità di gregge se non in termini globali. Ma i vaccini sono stati un vero successo non solo per scongiurare la malattia ma anche per proteggerci dall’infezione virale e limitarne l’evoluzione genetica: le varianti.

Quindi cosa ci aspetta adesso?

L’evento più probabile è che SarsCov2 diventi endogeno, adattandosi alla nostra specie. Ricordiamo che la letalità di questo coronavirus è dello 0,2/0,4% ben inferiore a quella di altri virus quali Ebola, Nipah, Hendra, Mers. È possibile che SarsCov2, come il virus dell’influenza, tenderà a convivere con l’uomo. Dovremo prevenire l’insorgere di nuove pandemie causate da virus che possono fare il salto di specie studiando la virosfera all’interfaccia uomo-animale-ambiente. Nuovi patogeni si manifesteranno finchè continueremo a violare la natura ed intere nicchie biologiche dove vivono animali selvaggi e virus finora sconosciuti.

Ci dovremo vaccinare ogni anno?

È probabile. Entro due anni avremo un armamentario molto potente per combattere SarsCov2, oltre ai vaccini e agli anticorpi monoclonali anche degli antivirali ora in trial clinici. Bisognerà rafforzare la sanità pubblica e la medicina di base sul territorio con una riforma apposita, per fare in modo che in ospedale per questo tipo di virus non si debba più arrivare.

Riaperture: in un mese liberi tutti. Coprifuoco alle 23 da domani

Si riapre per gradi e per Regioni: Friuli-Venezia Giulia, Molise e Sardegna saranno zona bianca dal 1° giugno perché, se tutto va bene, saranno da tre settimane sotto i 50 nuovi casi ogni 100 mila abitanti in sette giorni, quindi si libereranno subito del coprifuoco notturno (ma non delle mascherine e del distanziamento). Dal 7 giugno, sempre se tutto va per il verso giusto, le seguiranno Abruzzo, Liguria e Veneto. È la principale novità della cabina di regia e del consiglio dei ministri di ieri, l’unico passo verso la Lega e chi chiedeva di “riaprire tutto e subito”. Per le Regioni in zona gialla il divieto di circolare di notte rimane fino al 21 giugno, però da domani slitterà dalle 22 alle 23 e dal 7 giugno alle 24. Durerà sempre fino alle 5 del mattino.

Così ha deciso Mario Draghi, il principio resta quello della “gradualità” concordato con il ministro della Salute Roberto Speranza. Si riapre quasi tutto ma “con la testa”. Lunedì 24 maggio anziché il 1° giugno toccherà finalmente alle palestre; da sabato 22 si potrà andare nei centri commerciali anche nel weekend e sugli impianti di risalita in montagna. Per il resto è tutto come era già previsto, ovviamente nel rispetto delle linee guida e dei protocolli validati dal Comitato tecnico scientifico: dal 1° giugno bar e ristoranti anche al chiuso ma solo fino alle 18, la sera invece si potrà stare all’aperto nei limiti del coprifuoco dove ci sarà ancora; sempre dal 1° giugno impianti sportivi aperti fino al 25% della capienza e comunque non oltre mille persone all’aperto sempre dal 1° giugno, dal 1° luglio anche al chiuso col limite di 500; dal 15 giugno ripartono le feste di matrimonio ma con il pass vaccinale o il tampone negativo da non più di 48 ore; dal 1° luglio via libera parchi tematici, centri culturali e sale giochi. Non c’è una data per le discoteche.

Speranza ha illustrato il calendario dopo aver spiegato che l’Italia viaggia su una media mobile di seimila contagi nell’ultima settimana contro i 14 mila della Francia e i 10 mila della Germania. È il risultato delle chiusure dei mesi scorsi e delle vaccinazioni, per le quali siamo leggermente avanti sulla Francia e un po’ indietro sulla Germania. I casi sono scesi di quasi il 30% negli ultimi 7 giorni (ieri eravamo a 78 su centomila abitanti negli ultimi sette giorni), i morti del 20% (da 228 a 180 la media settimanale), la situazione negli ospedali è sotto controllo, le vaccinazioni corrono. Alla cabina di regia l’hanno spiegato i professori Franco Locatelli e Silvio Brusaferro, coordinatore e portavoce di un Cts ormai molto ridimensionato. Ci sono 8,7 milioni di persone vaccinate con due dosi e oltre 18 milioni con una; quasi il 90% degli over 80 e quasi il 70% dei 70/79enni hanno ricevuto almeno un’iniezione. Se si considerano circa 12 milioni di persone che hanno avuto il Covid (il triplo, dicono gli esperti, dei 4,1 milioni di contagi rilevati), ma in parte anche il vaccino, gli immunizzati si avvicinano alla metà della popolazione. Il leghista Giancarlo Giorgetti ha chiesto “più coraggio”, ha insistito un po’ per togliere coprifuoco, per consentire fin da subito almeno il rientro a casa alle 24. Gli è andata in soccorso Elena Bonetti di Italia Viva che ha proposto di differenziare giorni feriali e weekend. Ma Draghi ha detto no. La riunione è andata avanti tranquillamente, stavolta nessun voto contrario. Dal ministro M5S Stefano Patuanelli a Enrico Letta e Francesco Boccia del Pd, sono tutti contenti. Patuanelli ha rilanciato la proposta del sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri di allungare a un anno, dagli attuali sei mesi, la durata del green pass dei vaccinati..

Col nuovo decreto cambiano i parametri per le fasce di rischio e i colori. Conterà di più l’incidenza, cioè i nuovi casi per 100 mila abitanti in 7 giorni, come volevano i presidenti di Regione. Sotto i 50 per tre settimane zona bianca; da 50 a 150 zona gialla, ma anche se si arriva a 250 senza che i pazienti Covid occupino il 20% delle terapie intensive o il 30% dei reparti ordinari; zona arancione tra 150 e 250 a meno che non si superino le soglie di cui sopra negli ospedali; rossa oltre i 250 casi settimanali per 100 mila o con il 30% e il 40% di malati Covid nelle rianimazioni e nei reparti ordinari. Saltano i parametri sul tracciamento, da 21 (16 obbligatori) si scende a 12. Rt sarà comunque monitorato ai fini della valutazione del rischio, ma senza automatismi.

Ego me absolvo

Racconta Alessandro Barbero che nel luglio 799 Carlo non ancora Magno, re dei Franchi, è accampato in Sassonia. E si vede arrivare papa Leone III, miracolosamente fuggito a una rivolta di patrizi romani che – dice lui – gli hanno cavato gli occhi, mozzato il naso e la lingua. Il sovrano obietta che gli occhi, il naso e la lingua li ha ancora. Il Pontefice risponde che la Provvidenza glieli ha fatti ricrescere. Carlo finge di credergli. Purtroppo due nobili nostalgici del penultimo papa Adriano I, Pascale e Campolo, accusano l’attuale con prove piuttosto dettagliate di illegittimità, inadeguatezza e dissolutezza. Ma ormai il papa è lui e Carlo, protettore della Chiesa occidentale, deve difenderlo. Così s’impegna a reissarlo sul trono di San Pietro dopo un processo che finirà con l’assoluzione. E invia a Roma una commissione d’inchiesta mentre i suoi messi arrestano Pascale e Campolo e distruggono le prove. Pensa di convocare 10 testimoni pronti a giurare che Leone non farebbe mai ciò di cui è accusato. Ma poi si rende conto che non basterebbe. Scende a Roma e il 1° dicembre riunisce un’assemblea-concilio di nobili e vescovi, che sentenzia: nessuno può giudicare il Papa se non Dio. Così però un’aura di sospetto resterà comunque. Allora Leone si autoassolve nella basilica di San Pietro il 23 dicembre, giurando la propria innocenza sul Vangelo. Pascale e Campolo vengono condannati a morte coi loro seguaci (pena poi commutata in esilio). Due giorni dopo, sempre in San Pietro, Leone incorona Carlo imperatore. E tutti i salmi finiscono in gloria.

La storia si sta ripetendo nei talk show sulle accuse dell’avvocato Amara al giudice Ardita, membro del Csm come Di Matteo (che lo ha informato delle accuse e lo difende a spada tratta insieme ai conduttori) e com’era fino a un anno fa Davigo (che ha informato dei verbali ai vertici del Csm senz’avvertire l’interessato per non commettere un favoreggiamento personale). Stiamo parlando di tre magistrati specchiati (fino a prova contraria), messi due contro uno (o viceversa) dal diabolico Amara e dalle manine spargi-dossier. L’accusa ad Ardita è di far parte della “loggia Ungheria” con giudici, avvocati, politici, imprenditori e faccendieri. Cinque Procure indagano per capire se c’è qualcosa di vero. Se c’è, procederanno contro gli affiliati. Se non c’è, contro il calunniatore. Ardita ha tutto il diritto di proclamarsi innocente. Ma nessuno può dire che basta leggere i verbali, con alcune date sbagliate sui suoi incarichi, per capire che è tutto falso: questo lo stabiliranno, speriamo presto, i pm. I tempi in cui bastava il giuramento del Papa o dei suoi amici per assolverlo sono passati da un pezzo.

Quel “maglione rosso” tra Pavese e Sturani

“Durante una riunione del mercoledì della casa editrice Einaudi, di cui non esiste il verbale negli archivi”, e datata verosimilmente fra il 1949 e gli inizi del 1950, “Cesare Pavese smontò e sbeffeggiò il libro di mio padre davanti a lui. Gli disse, in presenza di altri redattori, che stesse contento dell’allegra felicità delle sue pitture e ceramiche, delle divertenti avventure parigine, e che non venisse adesso a moraleggiare, rompendo con la vergogna per la spensieratezza di un tempo, con la presa di coscienza e con l’arte come impegno civile. Mio padre se ne ritornò a casa avvilito”.

Così Enrico Sturani, qualche anno fa, mi raccontava come Cesare Pavese avesse rifiutato senza mezze parole di far pubblicare Il maglione rosso. Era il romanzo che suo padre Mario Sturani (1906-1978), artista di rilievo della Torino del Novecento, pittore ed entomologo, direttore artistico della Lenci, partigiano e marito della figlia di Augusto Monti, aveva terminato di scrivere nel 1948, rievocando un soggiorno a Parigi negli anni Trenta. Sturani, soprattutto, era stato uno dei compagni di gioventù più cari dell’autore de La luna e i falò. Cesare e Mario erano diventati amici al liceo classico torinese Massimo d’Azeglio, dove insegnava Augusto Monti, narratore e professore antifascista, collaboratore di Piero Gobetti, e dove sedevano nei banchi allievi come Norberto Bobbio, Giulio Einaudi, Leone Ginzburg, Massimo Mila e molti altri che divennero famosi.

Dopo quella umiliazione subita per voce di un amico alla riunione allora mitica dell’Einaudi, rammentava sempre Enrico Sturani, “il romanzo di mio padre finì in fondo al cassetto di una scrivania. Quanto a lui e a Pavese, penso che si rividero soltanto raramente e per caso, a casa di qualcuno”.

Eppure dopo il suicidio di Pavese, avvenuto il 27 agosto del 1950, a casa della sorella dello scrittore venne trovato un biglietto. Cesare aveva lasciato scritto che a Mario Sturani e a Massimo Mila affidava il compito di mettere ordine nelle sue carte. Qualcosa dell’antico legame fra Mario e Cesare non era scomparso, evidentemente, e la morte l’aveva riannodato.

Il maglione rosso, in ogni caso, non piacque a Pavese, forse per ragioni tutt’altro che letterarie. Certo è che in Il mestiere di vivere, l’8 gennaio del ’49, annotava con stizza: “Sentito della cocciuta convinzione che il suo libro sia importante. Ne parlano lui e la moglie come del nostro libro. (…) Ti viene da dire quel che Rosita – 18 dic. 48 – diceva del Diav. in collina: non piacerà né ai prol. né ai borgh” (né ai proletari, insomma, né ai borghesi). A distanza di tanto tempo, grazie all’ostinazione di Enrico Sturani, classe 1940, autore di manuali di geografia e gran collezionista di cartoline, finalmente Il maglione rosso è stato pubblicato per la prima volta. È uscito in una raffinata collana dell’editore Nino Aragno (pagg. 246, euro 15), con una introduzione di Gino Ruozzi e una ricca postfazione di Enrico Sturani.

Storia autobiografica e picaresca di quel periodo parigino, con molti riferimenti ad amici e maestri come Pavese, Leone Ginzburg (a lui è dedicato il capitolo fondamentale intitolato “Il barbuto lion dei Monti Urali”), Monti e Lionello Venturi, Il maglione rosso è una sorta di romanzo di formazione. Narra la presa di coscienza umana, culturale, politica, di un giovane cresciuto in quegli anni di consenso al regime fascista. Un consenso con poche eccezioni: come quelle di Augusto Monti e di Ginzburg, che avrebbero pagato di persona la loro opposizione: il professore con il carcere; Leone con la vita. Il libro si chiude con il ritorno a Torino del protagonista, e con l’arresto, da parte della polizia, di Monti, del quale Sturani sposò nel 1935 la figlia Luisa, cioè la mamma di Enrico.

Pavese e Sturani erano stati amici fraterni. Poi vissero in maniera diversa il periodo della lotta contro il nazifascismo. “A differenza di Pavese – diceva Enrico Sturani – mio padre aveva preso parte alla Resistenza. In seguito si era impegnato con mia madre nel Pci. Così aveva voluto narrare le memorie parigine, che pure erano restituite in rapide sequenze nell’allegra, anarcoide vita di allora, alla luce della sua maturazione e delle sue scelte politiche. La reazione che ebbe Pavese era prevedibile. Lui non si era ‘maturato’. E dai propri scacchi, dai rimorsi, dal fatto di essere stato alla finestra durante la guerra partigiana, aveva tratto linfa per i suoi romanzi più sofferti”.

Un Pavese, oltretutto, che era fatto davvero a modo suo. Diceva Enrico Sturani: “Mia madre mi raccontava che una volta, quando era incinta, lei e mio padre lo invitarono a pranzo. Lui rifiutò, dicendo di non sopportare la vista delle donne con il pancione”. In epigrafe a La luna e i falò Pavese scrisse che la “maturità è tutto”. La inseguì, forse senza raggiungerla.

La “Resistenza” in discarica e il neofascismo sdoganato

Leopoldo Boscherini, Ebrei a Castiglion Fiorentino. Guerra, internamenti, deportazioni 1940-1944. E ancora: Ivo Biagianti, Dal fascismo alla democrazia: Castiglion Fiorentino negli anni della Seconda Guerra mondiale. Sono solo due delle centinaia di libri che sono stati scaricati, lungo gli scorsi mesi, all’isola ecologica del comune di Castiglion Fiorentino, nella Valdichiana aretina. La notizia clamorosa è che a gettarli via non era stato un privato: era la Biblioteca Comunale. Che si spogliava, così barbaramente, di parte del suo pubblico patrimonio.

Gli almeno sette viaggi del motocarro comunale “Ape 50” carico di volumi mandati al macero hanno richiamato l’attenzione, e quindi l’indignazione, di alcuni cittadini e di consiglieri comunali di opposizione: ed è scoppiato lo scandalo. Si è così appreso che molti volumi provenivano dall’importante biblioteca lasciata al Comune (con precisi vincoli sulla sua destinazione) da monsignor Angelo Tafi, notissimo erudito autore di rilevanti studi storici sul territorio.

In una sorta di suicidio culturale, poi, la Biblioteca ha gettato via anche interi scatoloni contenenti la collana dei suoi Quaderni, assai pregevoli pubblicazioni storiche realizzate con un (sacrosanto) investimento di denaro pubblico. La lista di opposizione guidata da Rossano Gallorini ha presentato una interrogazione per sapere se “il disfarsi di testi facenti parti di un fondo donato alla Biblioteca sia stata una decisione presa dal suo presidente o dall’intero consiglio, se almeno il sindaco e l’assessore alla cultura ne fossero stati a conoscenza e per quale motivo, nel caso, abbiano concesso l’autorizzazione”. Da parte loro, il sindaco Mario Agnelli e l’assessore alla Cultura Massimiliano Lachi si sono detti all’oscuro di tutto, annunciando la presentazione di una denuncia alla Procura.

Un piccolo episodio della provincia italiana, certo. Ma la natura di non poche fra le pubblicazioni gettate nella spazzatura (come le due citate in apertura) e la natura politica della giunta (l’assessore alla Cultura, per dire, ha presenziato in veste ufficiale all’inaugurazione della sede di Casa Pound in città…) obbligano a chiedersi se la nera ignoranza di chi distrugge libri non sia “nera” solo nel senso di profonda, ma anche nel senso di fascista. Non ci sarebbe da stupirsi: i roghi di libri sono stati sempre praticati con entusiasmo dai fascisti italiani.

Si rammenti, per non citare che un solo esempio clamoroso, quello dei volumi del fiorentino Circolo di Cultura di Piero Calamandrei, Nello Rosselli, Gaetano Salvemini, avvenuto il 31 dicembre 1924. Conoscendo questa storia, fa amaramente sorridere la campagna di Fratelli d’Italia contro la cosiddetta “censura” al libro di Giorgia Meloni pubblicato da Rizzoli.

Tutto perché Alessandra Laterza, una libraia romana conscia dell’esistenza di una Costituzione antifascista, si è rifiutata di venderlo. Apriti cielo: financo Enrico Letta si è sentito in dovere di dichiarare che avrebbe acquistato e letto con interesse quel volume. Che ovviamente non è un libro come quelli distrutti a Castiglion Fiorentino, ma solo uno spesso volantino da ufficio stampa di partito. Nell’intervista di lancio del libro, Aldo Cazzullo si è ben guardato dal pronunciare la parola “fascismo”: anche solo per chiedere alla madre cristiana e italiana se si senta, o no, anche “fascista”.

Ma come per fortuna non si stanca di ricordarci Paolo Berizzi (unico giornalista europeo ad essere sotto scorta per le minacce dei neofascisti) “FdI, e quindi la stessa presidente Giorgia Meloni, faticano a prendere le distanze dalla destra neofascista, quella che discrimina, odia, scende in piazza con i saluti romani e inneggia addirittura a ufficiali nazisti”. Gli episodi sono innumerevoli. Tra di essi, la cena commemorativa della marcia su Roma organizzata da Fratelli d’Italia in provincia di Ascoli Piceno: con settanta invitati tra cui l’attuale governatore delle Marche, Francesco Acquaroli, pupillo di Giorgia Meloni e il sindaco di Ascoli Piceno, Marco Fioravanti, anche lui di FdI.

Sembriamo aver dimenticato che per i fascisti – e solo per i fascisti – non valgono tutte le garanzie costituzionali: per esempio, non valgono la libertà di associazione e di espressione.

Rifiutarsi di vendere un libro della leader di un partito così compromesso col fascismo non solo è lecito, ma encomiabile e ormai necessario. Gettare via libri di storia di una biblioteca pubblica che riguardano il fascismo e le persecuzioni razziali è invece un fatto gravissimo, su cui andrà fatta piena luce.

Come ha scritto il costituzionalista Paolo Barile (allievo di Calamandrei), la Costituzione stessa spoglia “l’ideologia fascista della garanzia costituzionale delle libertà”, imponendo misure preventive e repressive di ogni attività ispirata al fascismo. Per una ragione molto semplice: perché se i fascisti vincessero di nuovo, sarebbe la libertà a sparire.

La sai l’ultima?

Norvegia Il beluga-spia di Putin è diventato l’idolo dei turisti ma adesso rischia la pelle

Titolo immaginifico sul Corriere della Sera: “Il beluga-spia Hvaldimir (forse addestrato dai russi) cerca una riserva tra i fiordi”. Intrigo geopolitico di natura cetacea: c’è un bel beluga bianco che è diventato l’idolo dei turisti a Tromso, tra le acque norvegesi. Sul mammifero grava un sospetto: si ritiene possa essere una delle “balene spia” addestrate in Russia in una delle maniacali traduzioni del potere di Putin. Da cui discende il suo nome, una crasi tra “hval” (balena in norvegese) e “Vladimir”. Il problema di Hvaldimir è la solitudine, si è abituato agli uomini ma è l’unico beluga di Tromso. Si avvicina alle barche e rischia la pelle. “Lui, animale sociale ma lontano dai suoi consimili, segue le navi, ‘saluta’ con colpetti del capo, restituisce oggetti caduti in acqua – scrive il Corriere -. Comportamenti che lo mettono in pericolo e che derivano forse da un addestramento”. Gli animalisti sono in fibrillazione: hanno chiesto al governo di creare una rieserva marina tra i fiordi per salvare la vita al delfino-spia.

 

Milano Pazza Inter amala: un tifoso in città per lo scudetto perde il treno, va con una prostituta e si fa accoltellare

Vida loca di un tifoso interista: scudetto, prostitute e una coltellata al fianco. Un sostenitore della beneamata domenica scorsa ha preso il treno da Torino per festeggiare la vittoria del campionato a Milano. Scelta da cui è scaturita una serie di spiacevoli imprevisti. Dopo una giornata di celebrazioni covid free – immaginiamo ad alta gradazione alcolica – l’eroe nerazzurro ha perso l’ultimo treno per tornare a casa. Come i veri ottimisti, che trovano opportunità anche nelle situazioni avverse, il genio non s’è scoraggiato e ha tentato di consolarsi con una prostituta. Non è andata bene nemmeno con lei: è finita con una lite selvaggia, chiusa da una coltellata della professionista all’addome del tifoso. “Scappato in strada, è stato soccorso poco dopo – scrive la Stampa -: ha concluso la serata all’ospedale Niguarda, dove è stato trasportato in ambulanza con una parziale eviscerazione e una microperforazione intestinale”. Il campione d’Italia era in prognosi riservata ma fuori pericolo.

 

Roma/1 Fermato in monopattino con 300 pasticche di ecstasy, prova la fuga e poi morde un poliziotto

Il crimine non dorme e si muove a velocità vertiginose: a Roma uno spacciatore si è fatto beccare con 300 pasticche di ecstasy mentre scorrazzava sul monopattino. Lo raccontano le pagine locali di Repubblica: “Fermato dagli agenti della Polizia mentre si muoveva in monopattino e con una busta in mano, un 25enne gambiano ha subito consegnato di sua volontà la busta agli agenti con il suo contenuto: un recipiente con la scritta ‘Yogurt Ice Box’ pieno di pasticche di ecstasy di vari colori: 127 a forma di bomba a mano di colore grigio, 82 con la scritta ‘Audi’ di colore rosa e 94 a forma esagonale con l’effigie di un teschio da un lato e con una doppia P dall’altro”. Il ragazzo non si è consegnato al suo destino, ma ha combattuto con coraggio e lealtà: “Quando il giovane si è accorto che gli agenti avevano scoperto tutto, ha provato a scappare e poi ha avviato una colluttazione coi poliziotti mordendo la mano a uno di loro”. È stato arrestato per spaccio di droga e resistenza e lesioni a pubblico ufficiale.

 

Roma/2 Donna rapinata davanti a un supermercato: una famiglia di cinghiali le ruba i sacchetti della spesa

L’eccellente titolo di Today ruba l’occhio: “Donna rapinata da una famiglia di cinghiali davanti al supermercato”. La notizia è meglio specificata nelle due righe di catenaccio: “Presa di mira da un gruppo di ungulati, la signora è stata costretta a lasciare i sacchetti a terra”. Forse non si può parlare propriamente di “rapina” ma la scena descritta è ormai molto familiare ai romani, sempre più rassegnati alle scorribande degli irsuti e non sempre socievoli suini selvatici. “L’episodio, avvenuto in un parcheggio delle Rughe, zona commerciale a nord della Capitale, è stato immortalato in un video condiviso sulla pagina Instagram di Welcome to Favelas. La donna era appena uscita da un supermercato quando è stata presa di mira dagli ungulati, evidentemente interessati alla sua spesa. La malcapitata ha provato a resistere, ma di fronte all’insistenza del ‘gruppetto’ – formato da quattro esemplari adulti e due cuccioli – non ha potuto far altro che lasciar cadere la busta a terra”.

 

Usa Il parsimonioso Jeff Bezos si regala un modesto yacht da 500 milioni di dollari. Il Washington Post gli costò la metà

La vita piena di stenti di Jeff Bezos è stata addolcita dall’acquisto di uno yacht lungo 127 metri da 500 milioni di dollari. Se vi sembrano tanti soldi, è utile ricordare che il fondatore di Amazon può guadagnare anche di 13 miliardi in un solo giorno, come gli è successo lo scorso luglio. Ci informa la Bbc che nel prezzo non è compreso un altro yacht più piccolo, “di supporto”. Sul modesto yacht “di supporto” c’è una pista di atterraggio per elicotteri, gentile omaggio alla fidanzata di Bezos, Lauren Sanchez, conduttrice tv ma anche pilota di velivoli. D’altra parte gli elicotteri non possono atterrare direttamente sullo yacht principale – che supponiamo abbia le dimensioni di una metropoli – perché gli spazi per le piste sono occupati dai tre mastodontici alberi delle vele. Per il resto sullo yacht di mr. Amazon, che sarà consegnato entro un mese, c’è gran riserbo. Nel 2013 Bezos ha comprato il Washington Post per 250 milioni di dollari: uno dei giornali più autorevoli del mondo gli è costato metà della barca. Già ne avevamo il sospetto, abbiamo sbagliato mestiere.

 

Foggia “Mia moglie non lava e non cucina”. Il marito le dà la colpa del divorzio, ma viene condannato dal giudice civile

Il dibattito pubblico si accende sulla scelta di Rula Jebreal, che diserta Propaganda Live per protesta contro la sottorappresentazione degli ospiti femminili. Poi ci sono notizie come questa, che ci riportano sulla terra, alla realtà dei rapporti sociali e familiari. Titola Next Quotidiano: “‘Non lava e non cucina’: lui chiede la separazione e il giudice gli dà torto”. Succede a Foggia: “Un uomo porta la moglie in tribunale per addossarle la colpa della fine del loro matrimonio, perché lei non gli preparava pasti caldi e non gli lavava gli indumenti. Un giudice civile lo condanna a versarle la somma di 1.500 euro al mese come mantenimento”. Siamo qualche passo indietro rispetto ai discorsi sulle quote rosa, più in zona “Wilma, dammi la clava”. “L’uomo che ha portato in tribunale la moglie voleva dimostrare che lei fosse venuta meno ai doveri coniugali, che secondo l’ex marito consistevano nell’assolvere compiti domestici come cucinare e lavare panni”. La fuga verso il Medioevo è stata interrotta dal tribunale civile.

 

Genova Torna a casa ubriaco, sviene, poi chiama la polizia: “Credevo ci fosse un ladro ma era soltanto l’appendiabiti”

Preziose testimonianze di degrado alcolico sull’Ansa. La notizia arriva da Genova: “È tornato a casa ubriaco e sotto effetti di barbiturici e dopo essere caduto e avere perso i sensi ha scambiato l’attaccapanni per un ladro. L’uomo, 45 anni, ha chiamato le volanti dicendo di essere stato derubato”. Della sua dignità, senza alcun dubbio. “Gli investigatori del commissariato San Fruttuoso – prosegue l’Ansa – hanno però ricostruito come è realmente andata la vicenda e hanno denunciato l’uomo per procurato allarme”. Questa la dolente presa di coscienza dell’uomo, condotto in commissariato: “Lì per lì credevo fosse un ladro ma ora ho capito che ho fatto confusione e si trattava dell’appendiabiti”. In un primo momento era stato anche ipotizzato un furto di una certa entità: “Nello stato confusionale in cui si trovava, l’uomo aveva detto che gli sarebbero stati rubati due anelli ma anche in questo caso ha poi corretto il tiro spiegando di non saper bene da quanto tempo non trova i preziosi”.