Telefonia. Stop a extra-costi in caso di disdetta anticipata (forse)

Negli scorsi giorni è arrivato un uno-due a WindTre da parte dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) che ha inflitto alla compagnia telefonica due sanzione per un totale di 1,3 milioni di euro. Una discreta somma, ma pochi se ne sono accorti: le delibere non sono state accompagnate da nessun comunicato stampa. Un peccato visto che le ordinanze hanno come oggetto due tra le peggiori imposizioni che da anni i clienti sono costretti a subire: l’applicazione delle penali per chi recede dai contratti e l’impossibilità di avere il modem libero. Vediamo cosa ha contestato l’Autorità a WindTre e se cambierà qualcosa per il consumatore. Con la delibera 120, con cui l’Agcom ha sanzionato la compagnia per 896 mila euro, è stato stabilito che i gestori non possono addebitare i costi di attivazione agli utenti che recedono in anticipo dal contratto (prima di 24 mesi). Diritto sancito dalla legge Bersani che dal 2007 ha impedito l’applicazione di questi balzelli che, tuttavia, sono stati sempre reinseriti con altri nomi. Ora l’Agcom ricorda che non possono essere imputate agli utenti “spese non giustificate da costi degli operatori” e che “le spese di recesso devono essere commisurate al valore del contratto e ai costi sopportati dall’azienda”. Resta, quindi, esclusa la possibilità di un recupero dello sconto: si tratta di somme che la compagnia non avrebbe comunque mai riavuto neanche al termine della naturale scadenza.

Con la delibera 121 l’Agcom ha, invece, sanzionato WindTre per 480 mila euro per aver violato la regolamentazione a garanzia della libera scelta del modem. Al di là del singolo operatore, il richiamo è importante perché dovrebbe garantire una maggiore tutela dei diritti derivanti dal regolamento Ue che ha imposto dal 2015 di scegliere liberamente quali apparecchi usare per la connessione. Ma in Italia il diritto è stato sancito dall’Agcom solo nel 2019 e, nella prassi, l’effettiva attuazione della normativa ha fatto un’enorme fatica a farsi strada. Gli operatori hanno negato per anni ai nuovi clienti la possibilità di utilizzare un modem non fornito da loro. Un costo nascosto che WindTre ha continuato ad applicare per la clientela business. Circa un anno fa, ha proposto due offerte Ftth con e senza modem. Ma la maggior parte degli utenti che ha provato a sottoscrivere l’offerta senza modem, contattando un numero verde, ha scoperto che avrebbe dovuto necessariamente attivare l’offerta con il modem.

 

Bonus ristorazione. La misura flop di Bellanova: 1 imprenditore su 4 non ha preso un centesimo

A nove mesi dall’entrata in vigore del decreto Agosto, che conteneva il bonus Bellanova per l’acquisto di prodotti agricoli locali, i contributi alle aziende sono ancora fermi al palo. Dei 307.603.269,35 euro di euro richiesti da 42.673 imprese che hanno fatto domanda (sono state dichiarate non ammissibili poco più di 4.200 domande), solo 223.531.895,99 di euro sono stati effettivamente erogati al 12 maggio. E, cosa più grave, il 25% delle aziende non ha ancora ricevuto un centesimo: oltre 11.500 domande sono infatti bloccate, mentre l’allora ministra dell’Agricoltura, la renziana Teresa Bellanova, aveva garantito ai ristoratori che entro la fine di gennaio 2021 sarebbe stato eseguito a tutti il pagamento dell’acconto del 90% sugli acquisti dei prodotti.

Riavvolgiamo il nastro. La misura viene presentata da Bellanova la scorsa estate per “dare una risposta concreta ed immediata a una categoria in ginocchio”. Il meccanismo è chiaro: il ristoratore acquista materie prime italiane per una spesa che va da mille a 10 mila euro e presenta la fattura al ministero per chiedere un iniziale rimborso del 90%. Poi il restante 10% arriva dopo la dimostrazione dell’effettivo pagamento. Lo stanziamento promesso è di 600 milioni.

Peccato che il testo, così come era scritto, avrebbe tagliato fuori dai contributi a fondo perduto la maggior parte dei ristoranti italiani. Così la norma viene riscritta e il decreto, approvato il 14 agosto, diventa attuativo solo il 27 ottobre. Il ministero è, però, anche costretto a prorogare la scadenza della presentazione della domanda dal 28 novembre al 15 dicembre a causa della complessità delle procedure per richiedere il bonus. Intanto il fondo stanziato si ferma a 307 milioni, la metà di quanti erano stati promessi dalla ministra.

Un flop conclamato anche per il ritardo con cui Poste sta gestendo le oltre 14.600 domande arrivate dai ristoratori (sul totale di 42.673). Di queste, 8.500 non hanno ancora ricevuto un centesimo, un po’ più di 6 mila hanno preso il 90% e solo un ristoratore ha preso il 100%. Come denunciano numerosi ristoratori al Fatto, “a tutt’oggi non c’è possibilità di parlare con un operatore di Poste, si alternano la palla tra un contatto del ministero e la fantomatica mail di Poste per avere chiarimenti, ma è tutto vano in quanto non danno risposte concrete. Ci sentiamo presi in giro”. Va meglio a chi ha inoltrato la domanda via web (28mila richiedenti): il 43% ha preso il 100%, il 45,9% il 90% e il 10% non ha ancora ricevuto nulla.

È inconcepibile che un provvedimento sacrosanto, emanato e finanziato per far fronte a una situazione di emergenza, rimanga bloccato dai ritardi burocratici”, commenta Aldo Cursano, vicepresidente di Fipe-Confcommercio. Che aggiunge: “Il ministero delle Politiche agricole e Poste Italiane devono velocizzare immediatamente le erogazioni agli imprenditori che hanno acquistato materiali agroalimentari e che hanno diritto ai contributi promessi. Migliaia di pubblici esercizi in questo momento stanno rialzando la testa ma si trovano ancora in bilico tra la ripresa e il fallimento”.

L’inflazione al 4,2% negli Usa? Molto rumore per molto poco

Il dato diffuso mercoledì scorso sull’inflazione degli Stati Uniti ha superato ampiamente le aspettative. Ci si attendeva un valore al 3,6% ma il risultato è stato oltre il 4. L’impatto sui mercati si è fatto sentire, con il Dow Jones che è sceso di 2 punti in un giorno. Non c’è giornale economico internazionale che non affronti ormai apertamente la possibilità che il periodo di bassa inflazione degli anni 10 possa essere alle spalle. La parola inflation è diventata super ricercata su Google. Alcuni commentatori parlano addirittura di un ritorno a scenari di stagflazione (stagnazione e inflazione) stile anni Settanta. Un’attenta lettura dei dati diffusi fornisce però una realtà che è ancora lontana da conclusioni di questo tipo.

Innanzitutto perché il 4,2% di inflazione in aprile sconta quello che viene definito “effetto di base”, relativo all’andamento fortemente depresso dei prezzi nello scorso anno. Ad aprile 2020 il petrolio era solo leggermente risalito dal prezzo negativo registrato il mese prima, l’inflazione di fondo era scesa di 0,4 punti, il calo più elevato dal 1953, ed il suo valore era al minimo dal 2011. L’istituto di analisi Oxford Economics ha stimato che in assenza dell’effetto di base l’inflazione sarebbe salita solo dell’1,8%. A questi si è poi aggiunta la crescita dei prezzi all’importazione di vari prodotti, dalle materie prime ai prodotti finiti e semilavorati, che scontano la ricostruzione delle catene internazionali di approvvigionamento, in parte chiuse o sospese con l’arrivo della pandemia. Quando la domanda di nuove forniture riparte ma l’offerta non è stata ancora pienamente ricostituita, possono formarsi colli di bottiglia (come nei microchip per le autovetture o nei container per il trasporto internazionale) che si scaricano inevitabilmente sui prezzi.

C’è poi un ultimo aspetto, determinante sul dato di aprile, legato alle ultime riaperture. Alcune voci del settore dei servizi: vendita di auto usate, noleggio di auto e camion, pernottamento fuori da casa e trasporto aereo; che contano meno del 5% dell’indice generale, hanno contribuito per circa la metà della crescita mensile dei prezzi. La lettura dei dati ci fornisce così un contesto legato soprattutto a fenomeni transitori. Con il passare del tempo l’effetto di base 2020 sarà eliminato e verranno probabilmente superati gran parte dei colli di bottiglia legati alla riapertura. Questo è anche quello che si aspetta la Federal Reserve Usa. Secondo il vicepresidente Richard Clarida si tratta di fenomeni una tantum e l’inflazione resterà poco sopra il 2% nel 2022 e 2023. La preoccupazione principale per la Fed rimane quella di riportare l’economia americana verso la massima occupazione possibile. I posti di lavoro creati in aprile sono stati ben sotto le attese e l’obiettivo di riportare gli Usa al pieno impiego per fine anno appare più complicato. Fino ad allora è difficile aspettarsi rialzi di tassi o restrizioni della politica monetaria, anche perché l’obiettivo di inflazione annunciato a settembre permette alla banca centrale americana di tollerare periodi di inflazione ben sopra il target. D’altronde le aspettative di inflazione, sia quelle di mercato che quelle degli analisti, si aggirano ancora, nell’orizzonte a 10 anni, tra il 2 ed il 2,5%, al livello che avevano avuto fino al 2018.

Insomma, è ancora presto per ipotizzare scenari stagflattivi da anni settanta perché l’inflazione che continueremo a vedere nei prossimi trimestri è legata a fenomeni che andranno via via riducendosi. Stesse considerazioni valgono anche per l’area dell’euro e per l’Italia in particolare. Con l’inizio delle riaperture del settore dei servizi e un effetto di base molto pronunciato anche in eurozona è assolutamente logico aspettarsi che l’inflazione continui nel suo trend di crescita. Solo quando questi effetti si saranno esauriti si potrà verificare se lo stimolo fiscale messo in campo avrà impattato sui consumi, sulla crescita economica e sull’occupazione in modo da sostenere la crescita dei salari e quindi dei prezzi. Se così fosse, se cioè l’economia americana ed europea avessero recuperato un livello di crescita economica e di occupazione tale da contrastare le pressioni deflattive strutturali emerse dalla grande crisi finanziaria del 2008, non potremmo che rallegrarci del risultato raggiunto.

Per ipotizzare che, dopo avere ottenuto un livello di inflazione in grado di autosostenersi intorno la media del 2%, si possa giungere a una deriva inflazionistica, occorre credere che il sistema economico occidentale oggi sia tale da provocare spirali salari/prezzi fuori controllo o che le banche centrali non abbiano più credibilità per contrastare aspettative al rialzo. Tutto, al momento, poco probabile.

Gli under 13 sono il nuovo problema del business social

Ogni bambino oggi è un potenziale utente profilabile nei social network di domani. È per questo che i big delle piattaforme non possono permettersi di perderne neanche uno. Il rischio che accada è dietro l’angolo. Le norme sulla privacy si fanno più stringenti in tutto il mondo, imponendo di non trattare dati dei minori che abbiano meno di 13 anni. Le prospettive sono due: o mettono in conto di pagare multe salate per non aver fatto abbastanza a tutela dei giovanissimi o si arrendono all’idea di perderli, soppiantati dalla prossima nuova piattaforma di tendenza. Sarebbe una grossa perdita economica. Come ormai sappiamo bene, gli utenti son considerati il prezzo per avere social network gratuiti.

Per evitare entrambi gli scenari, Mark Zuckerberg, proprietario di Facebook, sta lavorando a una versione della sua app fotografica Instagram riservata ai più piccoli. A nulla è servito il richiamo di 44 procuratori generali statunitensi che la scorsa settimana lo hanno invitato ad abbandonare il progetto. Pesa la concorrenza, ma anche un nuovo spiraglio di possibilità: in questi anni i teenager si sono riversati su nuove piattaforme competitor come Twitch e Tik Tok proprio per evitare i cosiddetti “boomer”. Tik Tok, però, sta preparando una campagna per attrarre gli adulti. Il motivo? Il pressing che sta subendo proprio per la presenza di under 13.

Nei giorni scorsi, Facebook ha dunque fatto sapere di essere andato avanti col piano e di voler collaborare con tutti i legislatori per rispondere alle loro preoccupazioni. “Come ogni genitore sa, i bambini sono sempre online, che gli adulti lo vogliano o no – ha spiegato –. Vogliamo migliorare questa situazione offrendo esperienze che diano ai genitori visibilità e controllo su ciò che fanno i loro figli”. Secondo Bloomberg, questa nuova versione della app è internamente nota come “Instagram Youth” e risolverebbe il problema principale dei social oggi: riuscire a distinguere – per scartarle – nella raccolta di dati e nella profilazione degli utenti le informazioni che arrivano dagli under 13 e che per legge non possono essere elaborate senza l’autorizzazione dei genitori. Targhettizzandoli involontariamente, infatti, i giovanissimi rischiano di essere esposti a contenuti tossici o predatori o semplicemente commerciali, incapaci di interpretarli e districarsene. Nella loro lettera, i procuratori hanno sottolineato che non tutte le migliori intenzioni approdano a buone soluzioni. Messenger for Kids di Facebook, lanciata nel 2017, aveva infatti presto mostrato un “difetto di progettazione significativo” (poi sanato) che permetteva ai bambini di partecipare a chat di gruppo con estranei senza l’approvazione dei genitori. Facebook oggi sostiene che creare una versione a misura di bambino delle sue app proteggerebbe meglio i giovani che oggi, spesso, mentono sull’età per iscriversi alle piattaforme. Inoltre ha ribadito che non prevederà annunci pubblicitari.

Sulla carta si tratta di un piano condivisibile, sostenuto pure da molta stampa internazionale. Ma sarebbe naif trascurare che sia anche una strategia per fidelizzare milioni di futuri potenziali utenti profilabili.

I social stanno infatti alacremente lavorando su sistemi automatizzati che impediscano agli under 13 di iscriversi. Alla luce di queste operazioni, “ghettizzarli” è meglio che perderli. Secondo un rapporto diffuso proprio in questi giorni a favor di social, quasi il 50 per cento dei ragazzini che hanno meno di 13 anni sono già presenti sulle piattaforme. Con la app specifica potrebbero addirittura aumentare.

“Facebook afferma che la creazione di un Instagram per i bambini li aiuterà a tenerli al sicuro sulla piattaforma – scriveva nei giorni scorsi Kathryn Montgomery, senior strategist del gruppo statunitense per i diritti digitali Center for Digital Democracy – Ma il vero obiettivo dell’azienda è di espandere il suo franchise Instagram altamente redditizio a un gruppo demografico ancora giovane, introducendo i bambini a un potente ambiente di social media commercializzato che pone serie minacce alla loro privacy, salute e benessere”.

Secondo un’analisi dell’agenzia di monitoraggio digitale Sprout Social, un post su Instagram su tre è una pubblicità. E anche senza advertising, il rischio degli spot è dietro l’angolo. YouTube for Kids, che non mostra pubblicità, è stato recentemente criticato per “contrabbando” di marketing e pubblicità attraverso l’inserimento occulto di prodotti commerciali. E solo tre anni fa il gigante di Moutain View ha pagato una multa di oltre 150 milioni di dollari per chiudere il procedimento aperto dalla Ftc contro YouTube per aver infranto le norme sulla privacy dei bambini con pubblicità mirata.

Troppa finanza, poco Stato. Riconversione modello Ue

Dall’inizio degli Anni 90 la riduzione delle emissioni di gas serra è divenuta una questione sempre più centrale per i Paesi Ue. Siccome eravamo nella fase orgasmica del neoliberismo, l’Unione ha tradotto questa sensibilità nell’unico linguaggio che riusciva a parlare, quello del mercato. Da un lato ha promosso la liberalizzazione (privatizzazione) del settore energetico, dall’elettricità al gas naturale, puntando sulla diminuzione dei prezzi per i consumatori (il che ha ovviamente contribuito ben poco a ridurre le emissioni), dall’altro ha introdotto standard per le emissioni dei veicoli più inquinanti e dato vita al Sistema per lo scambio della quote di emissione (Ets). L’idea di base è semplice: si attribuiscono quote di emissioni ai settori più inquinanti (dalle industrie energetiche alle acciaierie) per abbassare di volta in volta il tetto delle emissioni totali, confidando nell’aumento del prezzo delle emissioni come incentivo ad emettere meno.

Dopo la Conferenza sul clima di Parigi del 2015, ancor di più dopo aver fissato ambiziosi obiettivi di riduzione delle emissioni di C02 del 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, è divenuto essenziale aggredire il nemico con ogni arma a disposizione: incentivi in bolletta alle rinnovabili, tassazione del carbonio, finanziamenti in ricerca e sviluppo, incentivi all’efficienza energetica e all’acquisto di auto elettriche, sovvenzioni per tecnologie non inquinanti come l’idrogeno. La filosofia della battaglia europea contro il carbonio è quella di ribaltare come un pedalino il sistema energetico ancora fondato sulle fossili, senza intaccare però il modello di “economia sociale di mercato altamente competitiva” dell’Unione europea.

In questo schema il mercato delle emissioni è centrale. Lo ricaviamo da una riflessione dello storico e grande osservatore dell’economia contemporanea Adam Tooze che, a sua volta, riprende un recente studio di McKinsey, secondo cui i Paesi Ue dovranno investire nella decarbonizzazione 28 trilioni di euro (il 5,8% di Pil l’anno) tra il 2020 e il 2050, specialmente in settori già maturi come l’elettrificazione dei veicoli e l’energia solare. Da questo punto di vista il Next Generation Eu e le spese dei singoli governi sarebbero attualmente molto al di sotto della soglia necessaria. Niente paura: 4/5 di questi nuovi investimenti sostituiranno quelli, già in atto, nelle fossili e solo un quinto sarebbero nuovi esborsi. Ulteriore problema: molti degli investimenti da fare entro il 2030 non risponderebbero a criteri commerciali, e dunque solo un mercato del carbonio in salute sarebbe in grado di garantire profitti e scongiurare l’erogazione di 4,9 trilioni di euro di sussidi pubblici. In altre parole: il mercato Ets sarebbe un tassello fondamentale per una transizioni energetica che non gravi sui bilanci degli Stati.

Tooze è moderatamente ottimista su una transizione energetica europea senza scossoni insostenibili: solo un’area compresa tra l’1.5 e il 3% del territorio europeo dovrà essere ricoperto di pannelli e pale eoliche, mentre gli sconvolgimenti sociali saranno meno rilevanti di quelli prodotti dalle economia di guerra o dall’epocale spopolamento della campagne. Mi permetto di essere più pessimista del grande storico britannico. In primo luogo il carbonio è già soggetto a tasse (le accise sulla benzina) che in media sostentano i governi Ue per il 6% delle loro entrate fiscali.

Ammesso, e non concesso, che si possa transitare alle rinnovabili senza ulteriori aggravi per i bilanci, mancheranno comunque all’appello il 6% delle entrate: se saranno sostituite tassando in altro modo il consumo di energia, la previsione di McKinsey di bollette meno care dal 2030 sarà ancor meno credibile di quanto non lo sia già oggi. In secondo luogo l’enorme espansione del settore delle rinnovabili è un esercizio di futurologia che scosta con cura lo sguardo dai temporali che si addensano a causa dell’instabilità nella fornitura di minerali strategici per le rinnovabili, nonché della possibile reazione degli esportatori di fonti fossili. In terzo luogo la futurologia dell’ottimismo non tiene adeguatamente conto del fatto che è necessaria una decarbonizzazione a livello mondiale, non regionale. Cina e India raggiungeranno il picco delle emissioni solo più avanti, altri Paesi più poveri le aumenteranno: dunque Ue e Usa dovranno non solo ridurre fino ad azzerare le loro emissioni nette, ma compensarne l’aumento in altre parti del mondo con finanziamenti e trasferimenti di tecnologia o, in assenza di questo, raggiungere emissioni nette negative attraverso un radicale cambiamento degli stili di vita che riduca in modo drastico i consumi individuali di energia.

 

I prezzi della C02 alle stelle: pericoli per famiglie e imprese

“Pochi se ne sono accorti, ma presto lo faranno: il mercato europeo dell’energia elettrica oggi è caratterizzato da un tale squilibrio da rendere inevitabile un amaro rincaro della bolletta”. A lanciare l’allarme è il manager di un consorzio del Nord Italia che, in un colloquio con il Fatto Quotidiano, non nasconde la sua preoccupazione su come reagiranno imprese e consumatori nei mesi a venire, “quando si dovrà fare i conti con un aumento dei prezzi di fornitura dell’energia elettrica. Parliamo di aumenti di almeno il 10%”.

Ma qual è il problema? O meglio: qual è l’elemento che sta creando disordine in un mercato altamente regolato dove operano solitamente utilities, trader e consumatori industriali? È la corsa dei prezzi delle emissioni di anidride carbonica, che in soli 6 mesi hanno segnato un aumento del 100%, passando da 25 euro a 55 euro la tonnellata. “Il mercato delle emissioni di CO2 è letteralmente impazzito”, spiega il dirigente, e questa dinamica “avrà un impatto anche sui costi di produzione dell’elettricità. Ad oggi non c’è ancora consapevolezza del rischio rincaro in bolletta perché vigono i contratti di fornitura chiusi a fine 2020. Ma a partire da giugno, quando ci avvicineremo al periodo delle negoziazioni coi fornitori, l’allarme – prima delle imprese e poi dei consumatori – si farà sempre più forte. Fino a pochi mesi fa erano in pochi a seguirne le dinamiche, oggi trascorriamo la giornata davanti al monitor”.

Breve riassunto. Al fine di rispettare i sempre più stringenti obiettivi sulla riduzione dell’inquinamento, l’Ue nel 2005 ha creato il sistema europeo per lo scambio delle quote di emissione (EU ETS). Come spiega la stessa Commissione, EU ETS è uno strumento finalizzato a contrastare i cambiamenti climatici e dunque ridurre le emissioni di gas a effetto serra. Come funziona nel concreto? La Ue ogni anno fissa un tetto alla quantità totale di alcuni gas serra che possono essere emessi dagli impianti che rientrano nel sistema. Entro questo limite, gli impianti acquistano o ricevono quote di emissione che, se necessario, possono scambiare. Alla fine di ogni anno occorre restituire un numero di quote sufficiente a coprire interamente le loro emissioni, pena pesanti multe. Tradotto: se un impianto riduce le proprie emissioni, può mantenere le quote inutilizzate per coprire il fabbisogno futuro o venderle a un altro che ne sia a corto. Ma se il consumo supera la quota concessa, allora bisogna colmare il gap, comprando emissioni sul mercato.

E qui arriviamo al punto dolente, perché recentemente la Commissione ambiente dell’Europarlamento ha approvato l’accordo sulla legge Ue per il clima che rende legalmente vincolanti gli obiettivi del taglio del 55% delle emissioni entro il 2030 e della neutralità climatica entro il 2050. Una decisione, questa, generalmente salutata con favore. D’altronde chi non vorrebbe un mondo più pulito? Il problema è che la continua aspettativa di un calo dell’offerta di emissioni sta provocando un notevole aumento del prezzo, al punto da attirare anche il mondo della finanza, alimentando così la spirale rialzista. “Il nuovo target di riduzione delle emissioni è stato il vero catalizzatore che ha dato il là al processo di finanziarizzazione del mercato – spiega al Fatto un trader di Ginevra – Forse non tutti infatti sanno che parallelamente al mercato fisico ne esiste uno finanziario, l’Ice di Londra, dove vengono scambiati i future, ossia i contratti a termine, sulle emissioni che, a partire da fine 2020, ha assistito a un forte afflusso di liquidità da player non certo industriali”.

Insomma, a compromettere il fine certamente nobile della riduzione dell’inquinamento ci sta pensando proprio l’eccesso di zelo di cui sembra ammantarsi l’Ue nella corsa al verde. Non solo. Evidentemente non soddisfatti dei già ambiziosi target di riduzione delle emissioni, vari esponenti comunitari negli ultimi mesi hanno regolarmente alzato l’asticella degli obiettivi di riduzione di CO2, amplificando il rialzo del prezzo.

È il caso, tanto per citare l’esempio più clamoroso, delle dichiarazioni del vicepresidente della Commissione Frans Timmermans secondo cui quello della CO2 “è un mercato e dobbiamo stare molto, molto attenti a non intervenire perché questo creerebbe un prezzo non di mercato e minerebbe drasticamente la credibilità del sistema emission trading”. Un invito a nozze per la finanza, che ha aumentato l’esposizione su un mercato che sembra andare verso una sola direzione: quella al rialzo. “I fondi speculativi detengono attualmente posizioni al rialzo sui certificati – confida il trader svizzero – non c’è giorno in cui non arrivi una dichiarazione o uno studio ad alimentare il panico da carenza di offerta”.

Il riferimento è all’ultimo studio diffuso dalla società di ricerca Oeko, secondo cui il prezzo minimo delle emissioni dovrebbe già attestarsi a 50 euro per poi salire a 65 euro entro il 2030 per garantire un veloce processo di decarbonizzazione. Sia chiaro: l’intento dietro la moral suasion per alzare costantemente i prezzi delle emissioni è certamente mosso dalla crescente richiesta di decarbonizzazione che giunge anche dalla società civile. Tuttavia la foga con cui si sta cavalcando la corsa al green rischia di mettere in seria difficoltà le imprese, aggravandone i costi già peraltro sotto pressione per il rincaro delle materie prime degli ultimi 12 mesi.

Prendiamo ad esempio le acciaierie, responsabili del 20% delle emissioni globali, a cui viene garantita un’allocazione gratuita di certificati per la loro natura “energivora”: secondo alcune prime stime l’impennata dei prezzi dei certificati inciderebbe per il 10% sui prezzi. E ancora: secondo uno studio di Société Générale, l’impegno rilanciato dall’Ue a ridurre del 30% le emissioni rappresenterà un “rischio finanziario significativo”. Un timore, quello dei produttori di acciaio, che spiega perché il settore, pur vantando un eccesso di certificati in portafoglio (determinato dal calo di fatturato dal 2008 al 2020), si oppone a venderli: conosce il bisogno che ne avrà nei prossimi anni, ma così contribuisce alla spinta al rialzo dei prezzi. Il problema più pressante ce l’hanno quelle aziende i cui impianti si ritrovano in deficit di emissioni e sono dunque costrette a comprarle sul mercato (ma anche la Carbon border tax, in discussione in ambito comunitario, sta mettendo in agitazione il mondo delle imprese).

L’impetuoso aumento dei prezzi dei certificati e dell’energia elettrica, insomma, poggia su basi simili a quello delle altre materie prime come metalli, acciai e petrolio: la restrizione dell’offerta legata ai piani di contenimento delle emissioni i cui effetti inflazionistici verranno però presto sentiti dal consumatore finale.

La Ue, tuttavia, inebriata dalla ideologia della transizione ecologia, forse anche in ragione della crescente influenza dei Verdi in Germania nonché alle pressioni che giungono dal settore dell’auto, guarda a scenari di lungo termine, senza rendersi conto del muro su cui imprese e famiglie rischiano di andare a sbattere. Sarebbe un classico esempio di eterogenesi dei fini.

Il tranello del cavallo e il mistero di un regalo “Perché ho ricevuto un porta-carta igienica?”

Il mio amato professore del liceo amava spesso citare questa espressione latina: “Timeo Danaos et dona ferentes. Temo i Greci anche se portano doni”, come disse Laocoonte ai Troiani, nel tentativo di convincerli che il cavallo di legno lasciato dai Greci non era un dono votivo a Minerva, ma un tranello escogitato dal diabolico Ulisse.

Il vecchio Laocoonte, che era vecchio, ma non scemo, aveva capito che nel ventre del cavallo potevano nascondersi dei soldati, ma i Troiani non gli credettero, fecero entrare il cavallo dentro la città e così, puntualmente, i Greci di notte uscirono allo scoperto e misero a ferro e fuoco uomini e cose. Morale della favola: diffidare dei regali, specie di quelli che sembrano disinteressati. Da allora ogni volta che mi fanno un regalo mi viene l’ansia. Perché mi hanno regalato questa cosa e non un’altra, che vorrà dire? Se mi regalano un profumo io sospetto subito che alla base della scelta ci sia una ragione nascosta, oppure un preciso avvertimento: “… meglio che ti profumi perché non hai un buon odore!”. Naturalmente io so di non puzzare, ma il sospetto, si sa, è peggio della verità, e il dubbio non ne parliamo. A Natale mi hanno regalato un phon professionale, forse qualcuno pensa che io non abbia abbastanza cura dei miei capelli? Mi chiamo anche Boccoli!

Il massimo però è stato quando mi hanno regalato un portacartaigienica elettronico, tra me e me ho pensato: “Mai più senza!”. La cosa più grave era che sulla carta igienica non erano stampati fiorellini o farfalline svolazzanti, bensì giochi enigmistici, rebus, parole crociate, etc., utili secondo loro a ingannare il tempo nell’attesa della “ispirazione”. Lascio a voi il giudizio.

Il vecchio Laocoonte aveva ragione, dietro ogni regalo c’è sempre un pensiero occulto. L’importante che non mi si regali un cavallo di legno. Non voglio Greci antichi per casa!

 

Casa Bajani. Benvenuti nel mondo impossibile delle quattro (straordinarie) mura domestiche

Andrea Bajani, autore del Libro delle case (Feltrinelli), ti coglie di sorpresa, per lo stato d’animo tranquillo e la cauta gentilezza con cui propone, fingendo sia una prova, un modo completamente diverso di raccontare.

Il suo è un rigoroso gioco a scacchi: è cambiata la scacchiera, modificate le regole, ma lui (che vede benissimo il mutamento e anzi lo crea) continua a giocare senza fare una piega. Ciò non disorienta né irrita il lettore. Anzi, ne fa un mite compagno di viaggio che resta a bordo nonostante l’assurdo, perché qui nessuno cambia la realtà. Semplicemente, garbatamente, cambia il punto di vista, o l’inquadratura della ripresa. Dovresti dire che , nel mondo di Andrea Bajani, sei nell’altrove assoluto: un prima che non c’era, un dopo che illumina a sorpresa ma si spegne subito. Dove siamo? Chi parla? E perché tendi a credere subito a belle narrazioni senza senso? Se in questa narrazione c’è una traccia che porta al passato, non va né verso la tradizione classica del narrare, né verso qualche forma di avanguardia e di sperimentazione.

Piuttosto c’è una traccia di narrazione yiddish, dove non sono la verosimiglianza o il realismo a sostenere il racconto, ma una sorta di persuasione un po’ misteriosa, con un accenno di magia. Non chiedete a Bajani di essere credibile. Chiedetegli di riprendere a narrare, in un altro capitolo-racconto, con un altro espediente. L’espediente sono le case, contenitori sempre diversi in cui, allo stesso modo, regna la normalità e l’incredibile. Un “incredibile” pacatamente narrato, come una semplice variazione delle tante cose possibili, anzi normali.

Ti devi chiedere perché non fai fatica a visitare (capitolo dopo capitolo) case inesistenti e vere; a vedere e sentire persone e animali disposti dentro e fuori dalle case, credibili e sospesi nel vuoto, di cui non puoi dire che non siano immaginati ma sei sicuro che esistano, almeno nel rapporto fra te e l’autore.

L’accenno alla narrativa yiddish (quella a puntate sui giornali yiddish della remota periferia newyorkese di un secolo fa) e di I. B. Singer, poi ritradotta e diventata parte importante della letteratura americana, ha un senso (e anzi se ne trova facilmente la prova) nella distanza (in ogni capitolo) fra fatto vero (o possibilmente vero) e totale invenzione. Che però non è mai visione o sogno, non è mai sopra o sotto la vita del lettore, ma solo una protesi accettabile di fatti non veri ma possibili.

Tutto ciò crea un strano rapporto affettivo fra l’autore e i suoi lettori, che induce, credo, a fare quello che ho fatto io. Arrivo, alla fine, a Casa dei ricordi fuori usciti, ultimo racconto, e devo leggerlo, come se fosse l’indispensabile fine di un romanzo. Il fatto che sia “Io”, in terza persona, a raccontare, conta moltissimo. Cambia, spiazza, attrae e distrae, come nello strano varietà della narrazione di una grande storia raccontata in piccole storie.

 

Il libro delle case – Andrea Bajani, Pagine: 256, Prezzo: 17, Editore: Feltrinelli

Gerusalemme Un’altra disputa: botte tra monaci etiopi ed egiziani

Mentre la polizia si scontrava con i residenti palestinesi a Sheikh Jarrah e più in generale a Gerusalemme est, un’altra crisi si consumava all’interno delle Mura della Città vecchia, uno scontro – nel quale si è venuti anche alle mani – fra i monaci etiopi e quelli della Chiesa egizia che ha richiesto l’arrivo della polizia israeliana per sedare gli animi. Ciascuno dei due schieramenti disposto a difendere bastone in mano i propri diritti su Deir al Sultan, il monastero che è uno dei più importanti luoghi sacri arabi nel quartiere cristiano della Città Vecchia, vicino alla chiesa ortodossa copta della regina Elena e al corridoio che conduce alla chiesa del Santo Sepolcro. Il caso è arrivato al Parlamento egiziano dove deputati hanno chiesto al ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry come l’Egitto intenda reagire “alle continue provocazioni dei monaci etiopi e come intende difendere i diritti dei monaci egiziani a Deir al-Sultan. La crisi del monastero nella Città Vecchia di Gerusalemme si è riaperta quando alla fine di aprile i monaci etiopi hanno eretto una tenda e innalzato la bandiera del loro paese all’interno del monastero. Il gesto che ha fatto seriamente arrabbiare i monaci egiziani – proprietari dell’immobile – che hanno interpretato la vicenda come un’appropriazione. Di conseguenza, i monaci egiziani si sono riuniti nel monastero per rimuovere la tenda e la bandiera etiope, fatto che ha causato lo scontro una con i monaci etiopi. La polizia israeliana è dovuta accorrere per calmare la situazione. I monaci egiziani ed etiopi si combattono da molti anni per il controllo di Deir al-Sultan. Il portavoce dei media per il Consiglio delle chiese egiziano, padre Rafiq Griesh, afferma che esiste una lunga storia di disaccordo legale e storico riguardo alla proprietà del monastero, “sebbene la Chiesa copta ortodossa egiziana ne sia stata la proprietaria. dall’era Saladino nel XII secolo”. Un caso che negli anni è stato esaminato da diversi tribunali prima di finire davanti alla Corte Suprema israeliana, che si pronunciò a favore dei monaci egiziani nel marzo 1971, ma la sentenza – per i più svariati motivi – non è mai stata attuata e i monaci etiopi restano fra le mura del convento.

 

Dall’invidia del pene all’invidia del culo: liberté, egalité, Nudité

Hollywood party. Bufera sui Golden Globes, prestigiosi premi del cinema secondi solo agli Oscar. Li conferisce la Hfpa (Hollywood foreign oress association) fondata nel lontano 1943, non ha membri rappresentanti delle minoranze etniche tra gli 87 componenti della giuria (scelti, pare, in gran segreto). Contro i Globes si sono schierati diversi attori: ultimo in ordine cronologico Tom Cruise che di premi ne ha restituiti ben tre. La notizia era uscita a febbraio, dopo un’inchiesta del “Los Angeles Times” ma ha fatto il giro del mondo dopo l’intervento di Scarlett Johansson che ha chiesto una “profonda riforma” del premio. All’attrice si è unito il collega Avenger Mark Ruffalo. È una battaglia giusta e non c’entra nulla con il politicamente corretto. Ha a che fare con la rappresentanza della società: come è possibile che su quasi 90 giurati non ci sia un ispanico o un afroamericano?

Checco d’oro. Luca Medici, ovvero Re Mida. Dopo la genialata del video con Helen Mirren, ha vinto un David di Donatello con una canzone intelligente e scorretta, colonna sonora di “Tolo tolo” (“Chi ha lasciato il porto spalancato? Immigrato/ma non t’avevano rimpatriato?”). Brano immediatamente tacciato di razzismo dalla banda dei cretini. Discorso del premiato: “Io sono timido nella vita, mi sono preparato delle parole. Posso leggerle? La solita cricca di sinistra che premia i soliti… no, aspetta. Questo era se perdevo. Voglio ringraziare l’Accademia che con metodo meritocratico mi ha voluto riconoscere questo premio che dedico alla mia famiglia che dorme, ai miei amici Antonio e Giuseppe, all’immigrato Maurizio che ci sta seguendo”.

Verità sinistre. A nostro modesto avviso Giuseppe Culicchia ha messo la parola fine al minuetto del primo Maggio (in un’intervista al Giornale): “Che il Primo Maggio si parli di omotransfobia anziché del dramma di un Paese che ha visto non solo la perdita di 900mila posti di lavoro ma anche l’azzeramento di ogni progetto di futuro per intere generazioni che all’indomani dell’introduzione delle leggi sul precariato possono sperare al più in uno stage da 600 euro al mese, per tacere di chi si riduce a lavorare gratis pur di aggiungere una qualche esperienza al suo curriculum, è emblematico. Del resto le politiche liberiste sono state abbracciate proprio dal maggior partito di quella che un tempo era la sinistra, quindi perché stupirsi? Diritti civili, migranti, antifascismo danno l’impressione di essere altrettante foglie di fico per chi di fatto ha introdotto il precariato in Italia con il pacchetto Treu, nel 1997, quando al governo c’era Romano Prodi. E poi ci si scandalizza perché i corrieri di Amazon non possono neppure andare in bagno”.

Un bikini e una maglietta. Una foto di Wanda Nara su Instagram è stata rimossa dagli amministratori del social network. Censurata perché troppo sexy o perché segnalata dalle follower invidiose? Se lo è chiesta lei in un successivo post, dopo aver ri-condiviso l’immagine con una stellina sul culo (sì, sì: è più elegante “lato b”, ma non rende bene la questione che ha proprio a che vedere con il pezzo di carne). “Questa foto è stata censurata. I motivi non li conosco, chi è stato? Le stesse che lottano per i nostri diritti come libertà e uguaglianza? Il mio no? E quello delle altre perché sì? Siamo nel 2021 oppure nel 1810… un bikini con una maglietta è da censura”. Dall’invidia del pene all’invidia del culo (e già Freud non c’aveva capito molto). Forse Wandissima sa cose che noi non sappiamo, ma il fatto che abbia declinato al femminile i possibili delatori dice moltissime cose. Tra cui i motivi che la spingono a continue ostensioni del suo corpo e la considerazione che ha delle donne. Resta da capire se mostrare il culo in mondovisione sia una dichiarazione di uguaglianza: Liberté, egalité, nudité. “Le jour de gloire est arrivé”.