Cronaca da “soap opera” la saga di astrazeneca e le primarie di plastica

Epopea vaccinale. “Ho 52 anni e ancora per due giorni non potrò prenotarmi, ma già so che nella mia regione c’è disponibilità solo di Astrazeneca, che il Cts mi sconsiglia, fino a fine mese. Ok, non mi lamento. Ma mi indigna una comunicazione disorientante e ansiogena su una faccenda così seria”: prendiamo spunto da questo incontestabile tweet di Chiara Geloni per fare il punto sulla questione vaccinale. Partendo dal presupposto che ogni vaccino è benedetto, e che, come ha dichiarato l’Ema, anche per i due vaccini più discussi, quelli di Astrazeneca e Johnson&Johnson, i benefici superano i rischi, una riflessione sulla comunicazione suicida portata avanti dall’Ema, dall’Aifa e a seguire dal Cts è doverosa. Ripercorrendo la storia di Astrazeneca ci si rende conto di come in soli tre mesi le vicende del siero anglo-svedese possano competere con la trama di “Beautiful”: in una manciata di giorni, da vaccino agile ed economico è diventato il vaccino ripudiato; dapprima consigliato a tutti quelli sotto i 55 anni, per poi essere somministrato a quelli sopra i 55 anni. Mentre alcuni Paesi europei si avvantaggiavano sospendendolo del tutto (ed altri si affannavano nel sostenerne l’assoluta sicurezza) la Commissione europea nel dubbio ha trascinato Astrazeneca in tribunale per le mancate consegne (lasciando intendere di non voler rinnovare il contratto). Hai voglia, il commissario Breton, a specificare che “la qualità non c’entra” e che si tratta di una questione di affidabilità nella fornitura: cosa deve dedurre un cittadino da una scelta del genere che arriva dopo un’infinità di accelerazioni, dubbi e retromarce? Se aggiungiamo le incertezze degli esperti sull’efficacia di questo vaccino contro le varianti, il danno è completo. Va bene la buonafede e la disponibilità, ma dopo uno stillicidio così, anche al cittadino più paziente del mondo saltano i nervi…

4 per Ema-Aifa-Cts (7 a Chiara Geloni)

Contro chi? Le primarie del Pd sono da sempre tema di discussione nel partito: l’apertura a tutti, anche ai non iscritti, spesso ha suscitato perplessità sulla corrispondenza del candidato eletto con il volere della comunità dem. Proprio in questi giorni, nella scelta del candidato sindaco di Roma, sono palesi tutte le contraddizioni di un partito che vuole fregiarsi di un nome incoronato dalle primarie, ma che allo stesso tempo non ha il coraggio di affrontare una competizione aperta senza indirizzarne l’esito, a partire dal ritiro di Monica Cirinnà fino ad arrivare all’endorsment preventivo di Letta nei confronti di Roberto Gualtieri. Lo dice bene Massimiliano Smeriglio, europarlamentare indipendente eletto nelle liste dem ed ex vicesegretario della Regione Lazio: “Le primarie finte non sono inutili, ma possono essere dannose. Un flop di partecipazione può farci male, diventare un boomerang. Se nelle prossime ore non emergeranno altri nomi in grado di sfidare realmente Roberto Gualtieri, di aprire il campo con altri attori e altre sensibilità, allora saranno primarie che non servono. E al Pd dico: fermiano le macchine. Ragioniamo”. Se le cose si fanno, si fanno bene, altrimenti meglio non farle proprio.

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Effetto Superlega. Real, Juve e Barça fuori dall’Europa? Chiedete al Milan e agli inglesi

Dicono: è impossibile che l’Uefa escluda dalle Coppe, addirittura per 2 stagioni, Real Madrid, Barcellona e Juventus nei confronti dei quali ha ufficialmente aperto un’inchiesta dopo il loro rifiuto di abiurare il progetto, abortito, della Superlega; poichè si tratta di club di prima grandezza, non è pensabile che l’ente organizzatore possa privarsi della loro partecipazione. Beh, non è così.

Non tutti lo ricordano, ma nel 1985, dopo la tragica finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool all’Heysel di Bruxelles (39 tifosi morti di cui 32 italiani), l’Uefa bandì per 5 anni i club inglesi dalle sue tre competizioni: Coppa dei Campioni, Coppa Uefa e Coppa delle Coppe. E quando nell’estate del ’90 scattò la riammissione, il Liverpool, che da campione d’Inghilterra avrebbe dovuto rientrare in Coppa dei Campioni, venne escluso un anno in più per ulteriore prudenza essendo stati i suoi hooligans i responsabili della strage. Direte: okay, ma forse i club inglesi non erano così importanti come lo sono oggi Real, Barça e Juve. Sicuri? Per darvi un’idea, negli 8 anni che precedettero la finale dell’Heysel il calcio inglese aveva vinto la Coppa dei Campioni 7 volte: 4 con il Liverpool, 2 con il Nottingham Forest e 1 con l’Aston Villa (unica eccezione: l’Amburgo che nell’83 battè la Juve 1-0). Ebbene, anche se i club inglesi erano gli indiscussi dominatori della scena europea, l’Uefa non scese a patti e andò avanti facendo a meno di loro per 5 stagioni senza farsene un problema. A risentire dello strappo, anzi, fu proprio il calcio inglese: che per tornare a vincere una Coppa dei Campioni dovette attendere qualcosa come 15 anni (’99, Manchester United-Bayern 2-1) e addirittura 21 per festeggiarne una seconda (2005, Liverpool-Milan 6-5 ai rigori). Le tv non si lamentarono, gli stadi si riempirono come sempre e della loro assenza non si accorse nessuno se non gli inglesi stessi, visto che quell’esclusione, sportivamente e economicamente, fu un colpo durissimo.

E chi non ricorda il Milan di Sacchi campione d’Europa nell’89 (4-0 allo Steaua) e nel ’90 (1-0 al Benfica)? Era la squadra più forte del mondo ma non per questo l’Uefa si dimostrò clemente quando, nel ’90-’91, i rossoneri si macchiarono di un’azione altamente antisportiva: ritirarsi dal campo nei minuti finali di Marsiglia-Milan (1-0, gol di Waddle, quarti di finale) perché un malfunzionamento dell’impianto di illuminazione al Velodrome aveva portato alla sospensione della partita per 20 minuti. All’andata il risultato era stato di 1-1, l’1-0 avrebbe qualificato i francesi; e fu così che l’ad Galliani abbandonò la tribuna, si palesò in campo e ordinò ai rossoneri di tornare negli spogliatoi confidando nella ripetizione del match. Arrivò invece la sconfitta a tavolino per 3-0 e in aggiunta la sanzione dell’esclusione dalle coppe per la stagione successiva. Secondo in campionato alle spalle della Sampdoria, il Milan venne sostituito in Coppa Uefa dal Parma, 6º, che si aggiunse a Inter, Genoa e Torino. Il danno e la beffa, ma nulla in confronto alla figuraccia mondiale rimediata.

Concludendo: se Andrea Agnelli, Florentino Perez e Joan Laporta pensano che il movimento del calcio, le tv e gli sportivi non possano fare a meno del blasone dei loro club, forse si sbagliano. E tuttavia, se le porte della Champions gli si chiuderanno in faccia, un bel triangolare a Dubai non glielo negherà nessuno. Chiedendo il permesso, s’intende.

 

Milano. Pensare da boss nel rione borghese. Gli adulti “bullizzano” gli studenti antimafia

Saranno stati dei mafiosi? E di che tipo, caso mai? È la domanda a cui potrete rispondere in fondo a questa puntata di Storie italiane. Tutto avviene al liceo Beccaria di Milano, scuola della borghesia cittadina che da anni sta dimostrando una certa vivacità studentesca in tema di mafia. Il 9 maggio, come tanti in Italia, gli studenti hanno voluto ricordare l’assassinio di Peppino Impastato, l’eroe dei Cento Passi, irridente fustigatore pubblico di don Tano Badalamenti, il potente boss di Cosa nostra. Il nascente presidio di Libera ha deciso di celebrare quella data del 1978 affiggendo lungo la cancellata davanti alla scuola manifesti che ricordano Peppino, con tanti volantini a simboleggiare i cento passi “che ognuno deve fare verso il suo progetto di libertà”. Tutto con nastrini colorati, senza imbrattare nulla.

Ragazze e ragazzi si sono sentiti contenti e orgogliosi di dare il loro contributo alla sensibilizzazione della società civile. Solo che il giorno dopo hanno trovato tutti i manifesti e i volantini stracciati e gettati nei cestini dei rifiuti.

Vandali? Bulli? Gli studenti non si sono rassegnati e hanno rifatto manifesti e volantini. Ma di nuovo tutto è diventato carta straccia. Non si sono persi d’animo e hanno rifatto ancora tutto, capendo di essere finiti dentro una sfida con ignoti. Finché viene allo scoperto una specie di spedizione punitiva. E stavolta qualcuno vede. Perché non è notte. Un gruppetto di adulti sotto la guida di un energumeno porta a compimento, nel centro di Milano, l’operazione di pulizia culturale dall’antimafia, mentre uno di loro sorveglia la strada. Alcune signore consolano le studentesse.

Racconta un giornalista, genitore di una studentessa del liceo: “A un certo punto un signore che abita di fronte si è avvicinato a Luisa (nome di fantasia) e le ha chiesto perché appendono quei cartelli che sporcano e rovinano la cancellata. Ho provato a seguirlo per chiedergli cosa volesse, si è intrufolato nel cancello di casa; ho chiesto a dei signori che uscivano e mi hanno risposto di sparire e di farmi gli affari miei. Ho chiesto se potevo fare loro un’intervista, esibendo il tesserino della stampa. Mi hanno risposto ‘chiamiamo il 113’. Ho detto ‘benissimo, io sono qui’ e se ne sono andati. Ho chiesto come mai chiamano il 113 e vanno via, e cosa devo dire a quelli del 113 quando arrivano e mi hanno detto di farmi i fatti miei. Ho risposto che me li sto facendo, in quanto cittadino, perché staccare i cartelli appesi dagli allievi di una scuola è un atto di vandalismo”.

Venerdì scorso dopo le lezioni gli studenti hanno così organizzato una manifestazione di protesta, ricordando pubblicamente davanti alla scuola la figura di Peppino. Con la preside si sono mobilitati genitori, insegnanti, Libera, il presidente della commissione antimafia del Comune. Una studentessa, Anna (nome di fantasia), mascherina azzurra, lunghi capelli castani e giacca jeans, ha spiegato che loro andranno avanti. Anche se a qualcuno non piace.

Chissà che cos’hanno pensato dalla casa di fronte. Ora vi dico che cosa penso io.

Dico che un boss di rango queste azioni non le fa, ha altro a cui pensare. Uno che “pensa da boss” invece le fa. E sfidare il pubblico strappando manifesti in ricordo di una vittima di mafia ha certo qualcosa che distingue radicalmente dagli indifferenti e dai malmostosi. Uno che a richiesta di un giornalista risponde di farsi i fatti propri quando visibilmente lui non se li fa, denota una certa tendenza all’intimidazione, e di nuovo una certa affinità culturale con i nemici di Peppino. Se poi ha a sua volta dei vicini che intimidiscono chi fa domande sul suo conto, io, benché convinto che nella casa di fronte ci siano tanti bravi inquilini, se fossi autorità pubblica (visto che via e numero civico sono noti) ci darei un’occhiata. Perché, ambiente permettendo, boss si diventa.

 

Rientro in aula. Dopo la Dad, verifiche a raffica. E i ragazzi più fragili finiscono dallo psicologo

 

“Mia figlia, dopo i brutti voti, è in cura e vuole lasciare la scuola”

Cara Selvaggia, siamo due genitori e le scriviamo con il cuore in mano, il cuore di una mamma e un papà che vedono la loro figlia quindicenne soffrire e star malissimo. Vorremmo chiederle se può dedicare un articolo alle sofferenze degli studenti adolescenti; ma anche ai ministri, presidi e professori che fingono di non vedere. Lei ha un figlio adolescente e sa di cosa parliamo. Abbiamo lottato tanto per far tornare i ragazzi a scuola, in presenza, superando i problemi materiali: autobus, tamponi, tracciamento, distanze, entrate scaglionate. Eppure, nessuno ha pensato al loro stato d’animo. Parliamo con tanti genitori, e tutti i ragazzi hanno avuto il terrore di tornare in classe. Non per il covid, ma per ciò che li aspettava: una raffica di verifiche, interrogazioni come se non ci fosse un domani!

Mia figlia frequenta il primo anno di un liceo a Bologna, è tornata in presenza al 100% perché in classe c’è un ragazzo con Bes (Bisogni educativi speciali). Ma dal rientro in aula, zero momenti di confronto o dialogo, nessuna discussione con i professori. Non una parola su come stanno i ragazzi, come si sentono, cosa fanno. Una media di 3-4 verifiche a settimana , ogni settimana, perché i professori vogliono i voti “reali” mica verifiche “a distanza” (malgrado il ministro suggerisca di tenerne conto). Molti professori minacciano gli studenti di rimandarli o bocciarli. Parlo di mia figlia, ma la sua è una storia esemplare. È sempre stata studiosa: alle medie è uscita con il massimo dei voti, al liceo si è subito trovata bene (a pagella del primo trimestre annunciava la media del 7,5). Poi è caduta in un abisso per problemi di salute: una forma aggressiva e recidiva di mononucleosi con mal di testa, nausee lunghe intere mattinate, debolezza da inchiodarla a letto. Si è operata, ha perso tanti giorni di studio ed è rimasta indietro. Ma sta cercando di recuperare con grande affanno.

Come non bastasse, noi genitori a marzo (per un mese circa) ci siamo ammalati di Covid (mio marito con una polmonite) e barricati in camera. Così, mia figlia ha preso il posto degli adulti dentro casa, aiutando la sorellina (più piccola di 9 anni) dalla mattina alla sera. Lascio immaginare le conseguenze emotive, su una bimba e una ragazza terrorizzate all’idea di restare sole, coi genitori ammalati e il rischio che peggiorassero. In quei giorni nostra figlia ha affrontato verifiche e interrogazioni, non tutte sono andate bene. E ora deve far fronte ai frequenti, forti mal di testa che ancora la tormentano (chissà, forse per via dello stress). Aggiungo che mia figlia già da qualche tempo aveva manifestato un certo disagio personale. Le insicurezze tipiche dell’età probabilmente si sono sommate alle paure per la pandemia e alle “fatiche” scolastiche. Il risultato è che la sua autostima è andata a via via calando, di pari passo ai risultati scolastici. Ci ha confessato di aver bisogno di aiuto per parlare, sfogarsi e per stare meglio. Così ora è seguita regolarmente (una volta a settimana) da una psicoterapeuta e psicologa: è un appuntamento a cui lei va molto volentieri.

La settimana scorsa ci ha chiamati proprio la psicologa, perché nell’ultimo incontro ha visto nostra figlia molto, molto scoraggiata. Gli “insuccessi” scolastici l’hanno abbattuta, più del solito, e la dottoressa ci ha esortato a starle ancora più vicini. Altro problema: negli ultimi giorni la ragazza sta mangiando pochissimo perché è molto nervosa. La psicologa suggerisce di attivare un percorso di monitoraggio con la Neuropsichiatria infantile. Noi siamo preoccupatissimi e spaventati, tanto da perdere il sonno e la serenità. Non ci capacitiamo di quanto le stia succedendo: ha solo 15 anni e abbiamo paura che non riesca a sostenere il peso di questa situazione (in un momento di grande sconforto ha persino detto che “forse è meglio abbandonare la scuola”!). Non esce quasi più da casa, torna da scuola per mangiare e mettersi subito a studiare, chiusa nella sua stanzetta la sentiamo piangere. Abbiamo provato a iscrivere nostra figlia in un’altra scuola, ma nell’anno del Covid il trasferimento è impossibile. Ci chiediamo fino a che punto il voto, le verifiche, il terminare a tutti i costi il programma ministeriale, sia più importante della salute fisica e mentale degli studenti.

Alcuni ragazzi sono più fragili di altri, per tanti diversi motivi, e perfino un insuccesso scolastico potrebbe avere gravi ripercussioni, in questo particolare momento della vita. Può un’istituzione fondamentale come la Scuola essere così cieca? Invece di tendere la mano a questi ragazzi, li affossa.

Grazie per la comprensione.

Eli e Marco

 

Cari Eli e Marco, ho la sensazione che in questa vicenda ci sia un po’ di confusione. Intanto mi pare di capire che vostra figlia avesse dei disagi pregressi, quindi non è detto che non si sarebbero manifestati comunque, o che la pandemia non sia stata un semplice amplificatore. Leggo poi una forte ansia (vostra) anche tra le righe di questo messaggio e mi auguro che non sia la stessa che trasmettete a lei. È una ragazzina che viveva già l’adolescenza con disagio, si è ritrovata con i genitori ammalati, lei ammalata, scarsa socialità e la scuola – come per tutti – in uno stato di panico generale tra verifiche e professori in difficoltà. Forse – e dico forse – più che agitarvi perché non ha più la media del sette e mezzo, dovreste tranquillizzarla sul fatto che anche se quest’anno avrà un rendimento basso, ci sarà tempo per recuperare in futuro. Senza ansia, senza cercare un colpevole in classe o in una pandemia. In bocca al lupo.

Selvaggia Lucarelli

Reliquia. La camicia col sangue del beato Livatino e l’appello a non chiamarlo più “giudice ragazzino”

Solitamente, per santi e beati, ci sono delle reliquie da venerare. Nel caso di Rosario Livatino, beatificato una settimana fa, ce n’è una sola e simboleggia il suo martirio “in odio alla fede”.

Nella solenne celebrazione di domenica 9 maggio nel duomo di Agrigento è stato infatti esposto un reliquario d’argento e di forma rettangolare che contiene una camicia del magistrato ucciso dalla mafia il 21 settembre del 1990. È la camicia che indossava il giorno dell’agguato, avvenuto sulla statale che va da Canicattì, dove Livatino abitava, ad Agrigento. Lui era a bordo della sua Ford escort rossa. Da solo. Senza scorta. Tentò la fuga in un prato e venne finito a colpi di pistola. La camicia era azzurra e ora ha un colore porpora sbiadito. Il suo sangue. È un reperto del processo contro i suoi killer e per la proclamazione a beato è stato dato dalla Corte d’Assise di Caltanissetta “in affidamento temporaneo” all’arcidiocesi di Agrigento.

È una reliquia che a vederla suscita una forte emozione, che va ben oltre le parole pronunciate una settimana fa da esponenti della Chiesa e della magistratura. Un’ostensione che stride con la valanga di veleni, corvi, accuse e sospetti provocata dall’affaire Amara della loggia Ungheria. Chissà: se qualcuno dei protagonisti si inginocchiasse davanti a questa camicia insanguinata, avverrebbe pure un miracolo. Del resto per diventare beati ne servono almeno due e durante la causa portata avanti dalla Chiesa è stato provato che Livatino ha fatto guarire due donne da malattie incurabili. In particolare, un’insegnante di Pavia colpita nel 1993 dal linfoma di Hodgkin. Le apparve in sogno un giovane vestito da sacerdote. Due anni dopo, prima di entrare in ospedale per fare degli accertamenti, vide la foto di Livatino su un quotidiano e riconobbe il volto del giovane sognato. Le restava poco da vivere ma il 20 settembre del 1996, alla vigilia dell’anniversario della morte del magistrato, fu stilato il certificato di remissione della malattia. Scomparsa.

Rosario Livatino aveva quasi 38 anni ed era alto un metro e sessanta. Mesi dopo il suo omicidio, l’allora capo dello Stato Francesco Cossiga se la prese in modo sprezzante coi giudici ragazzini che venivano mandati in terra di mafia. Anche per questo chi conobbe Livatino ha detto che sarebbe ora di non chiamarlo più “giudice ragazzino”. Basta. Il magistrato era fin troppo consapevole dei rischi che correva. Ogni giorno cominciava la sua agendina con il motto “STD”. Sub Tutela Dei. E diceva: “Alla fine della vita, non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili”.

Purtoppo, non è mancato chi ha piegato la sua figura agli interessi di parte. È il caso di Alfredo Mantovano, a sua volta giudice e già sottosegretario all’Interno dei governi di Berlusconi. Oggi è vicepresidente del Centro Studi Livatino (sic!) e ha attualizzato a modo suo il pensiero del beato: “Se oggi fosse in servizio – la data di nascita glielo avrebbe permesso ancora per un anno e mezzo –, per un verso sarebbe estraneo a chat tipo quelle animate da non pochi magistrati, (…), per altro verso osteggerebbe il sacrificio della giustizia sull’altare dell’ideologia o di presunte supremazie etiche”.

 

Ucraina: quei soldati come desaparecidos nel cuore dell’Europa

Aveva 27 anni anni e stava per diventare padre, Serhiy Vatamanyuk, della 80esima Brigata da sbarco, quando scomparve dopo un’imboscata delle forze russe il 5 dicembre 2014, nella regione di Lugansk, vicino ai villagi Vesela Hora e Tsvitni Pisky. In quella battaglia furono 45 i militari ucraini morti e spariti. Era nato il 13 febbraio del 1987, faceva il saldatore e l’operaio, si era sposato poco prima di partire. Un mese dopo la scomparsa nacque suo figlio, che lui non ha mai conosciuto. Sua madre, Lyudmyla Vatamaniuk non ha mai smesso di aspettarlo. La sua è una storia di dolore, ricerca della verità, dubbi, speranza. “All’inizio, Serhiy era segnalato tra i prigionieri, poi il suo stato fu ufficialmente cambiato in ‘persona sparita’. Ma nessuno ci aveva mai detto nulla: era stata mia nuora a scoprire della sua prigionia, su internet”. Lyudmyla negli anni le ha provate tutte per avere certezze sul destino di suo figlio, contattando volontari, organizzazioni, istituzioni. Racconta di aver fatto più volte il test del Dna (nel 2014, nel 2016, nel 2019): Serhiy non risultò mai tra i militari morti non ancora identificati. “Non so che cosa faccia esattamente lo Stato per gli scomparsi. Promettono che i nomi dei nostri figli vengono inclusi in una lista di scambio prigionieri. Ma io non ci credo davvero. Tutto dipende da noi. Per me è di grande sollievo comunicare con le altre madri, condividere il nostro dolore. Per non dimenticare i nostri figli”.

La storia di Lyudmyla e di Serhiy racconta una tragedia nella tragedia: il conflitto in Donbass, territorio al confine tra Ucraina e Russia, che va avanti nel cuore dell’Europa dal 2014, si porta dietro il mistero di decine e decine di soldati scomparsi. Un problema che il mondo ha conosciuto ai tempi dei desaparecidos delle dittature militari sudamericane, ma stavolta è ai confini dell’Unione europea. Capita, viaggiando sui treni che partono da Kiev, di incontrare i soldati. Una sorta di epifania, quasi la materializzazione del rimosso. La guerra in Donbass, per una società in perenne evoluzione, dal punto di vista sociale, ma anche da quello politico e geopolitico, è una via di mezzo tra una sorta di rimozione collettiva e una ferita aperta. Solo due anni fa è stato eletto presidente Volodymyr Zelens’kyj, un passato da protagonista della serie tv più popolare del Paese (Servitore del Popolo). Personaggio che molti vogliono manovrato dagli oligarchi, dall’inizio ha mantenuto rapporti sia con la Russia che con l’Europa. E adesso ha definitivamente rotto gli indugi, chiedendo l’ingresso dell’Ucraina nella Nato.

Ci sono madri a cui è toccata in sorte una vicenda anche più drammatica di quella di Lyudmila. Molte sono state costrette a riconoscere i propri figli dispersi o morti, nonostante le testimonianze secondo le quali si troverebbero in prigione in Russa o in Cecenia. Yaroslav Dunchyk, un soldato della 93esima Brigata Meccanizzata, sparì il 29 agosto 2014, mentre scappava da Ilovaisk. All’epoca dei fatti aveva 19 anni. Sua madre, Inna Dumchyk, parlò con lui al telefono l’ultima volta, il 26 agosto del 2014. Tempo dopo, quando fece il test del Dna le dissero che c’era una corrispondenza: ma nella descrizione del corpo – attributo a suo figlio – Inna lesse che si trattava di un uomo di 30-40 anni, alto 1 metro e 70 (Yaroslav misurava 1 e 80). Ancora, racconta che a dicembre, qualche mese dopo, ricevette una telefonata di Yaroslav da Sverdlova, nella Regione del Lushank. E due testimoni le confermarono di aver visto 6 ragazzi ucraini portati in quella città e in base a una foto sostennero che uno era suo figlio. Un altro testimone affermò di aver visto Yaroslav tra il 6 e il 7 ottobre in prigionia a Snizhne, nel Donetsk (autoproclamatosi Repubblica popolare nel 2014). “Per questo non riconobbi il corpo, con cui c’era la coincidenza del Dna: troppe persone dissero di aver visto Yaroslav vivo in prigionia. Per questo, risultava ufficialmente sparito”. Nella sua ricerca di verità Inna si rivolse a tutti, dalla Croce Rossa all’Osce. Inutilmente. Nel 2016, in un cimitero dedicato alle vittime del Donbass, vide una tomba con la lapide “Yaroslav Dumchyk”. E più tardi scoprì una sua foto nel memoriale sul Dnieper. “Mi ribolliva il sangue”.

Fu a quel punto che lei e le altre madri chiesero che le foto e i nomi dei loro figli venissero rimossi, nella convinzione che fossero prigionieri e non deceduti.

Le madri si sono associate e hanno creato una pagina in rete (https://nadiyemos.com). “La parola nadija significa ‘speranza’, quindi la denominazione del sito è traducibile con speriamo.com”, spiega Salvatore Del Gaudio, professore universitario a Kiev, che si è fatto carico della prima mediazione con la stampa internazionale. Perché le madri vorrebbero portare la vicenda all’attenzione del Parlamento europeo. Resta, infatti, l’opacità del governo ucraino sulla questione: secondo il ministero della Difesa, sono 258 i cittadini a essere considerati dispersi nei territori del Donbass non controllati dall’Ucraina (dati di aprile), ma secondo la Croce Rossa in realtà sono molti di più: 750 persone sono scomparse durante la guerra in Donbass (dati del dicembre 2020). La differenza dei numeri pragmaticamente si giustifica con il fatto che non esiste un registro unico delle persone sparite. Formalmente, la commissione speciale che dovrebbe dare l’impulso alla creazione del registro è stata costituita nella primavera del 2019, ma ancora non ha iniziato a lavorare. “Quello delle persone sparite è un problema doloroso. Molti genitori impiegano anni per cercare i propri figli indipendentemente, per scoprire se sono vivi, o, alla fine, per trovare le loro tombe. Le famiglie sono state lasciate con i loro problemi”, dice Oleksandra Matviychuk, Presidente del Centro per le Libertà civili.

La guerra continua, nel frattempo. Solo un mese fa la Russia ammassava truppe al confine con l’Ucraina, minacciando nuove escalation del conflitto. Tante le componenti geopolitiche. Ma si è trattato anche di una prova di forza con la nuova amministrazione di Joe Biden negli States. Tanto è vero che il 23 aprile è stato avviato il ritiro delle truppe: la prova di forza è apparsa riuscita. Almeno secondo quanto ha dichiarato Serghei Shoigu, ministro della Difesa russo: “Le truppe si sono dimostrate in grado di garantire la difesa del Paese. L’obiettivo è stato completamente raggiunto”. Resta in programma un incontro tra Putin e Biden che dovrebbe affrontare anche questa questione. Nel frattempo, le madri continuano ad aspettare.

 

Francia, il vero Mitterrand: il cambiamento storico del 1983

Impossibile ricordare il 1981 senza pensare al 1983, anno della famosa “svolta verso il rigore”. Se i socialisti mantennero molte delle loro promesse una volta saliti al potere, l’abbandono delle iniziali ambizioni sul piano economico e sociale segnò in modo spettacolare il primo mandato di François Mitterrand. Invece di lottare contro l’austerità e la disoccupazione, prevalsero gli obiettivi contabili di rispetto dei “grandi equilibri”. Per chi sperava in una società nuova, la questione dell’ineluttabilità di questa inversione di tendenza è cruciale. Da un lato, l’ineluttabilità economica della “svolta del rigore” appare illusoria. Il “vincolo esterno” era reale fino a un certo punto e si sarebbe potuto affrontare facendo scelte diverse.

L’evocazione del “vincolo esterno” si è inscritta nella narrazione catastrofica dell’esperienza socialista, per poter giustificare meglio una politica dettata dall’aumento della disoccupazione di massa, dalla deindustrializzazione del paese e dal deterioramento del lavoro salariato rispetto al capitale, ovvero l’esatto contrario delle aspettative create dalla campagna elettorale. La pista di una ineluttabilità politica appare più promettente. Partiamo dal presupposto che il 25 marzo 1983 costituisce uno dei principali atti fondatori del neoliberismo francese. Non è stato il primo momento della caduta neoliberalista francese (c’era già stato il “plan Barre” del 1976). Né la svolta fu improvvisa, ma era stata preparata da aggiustamenti precoci, iniziati dopo pochi mesi di “potere socialista”. Ma il marzo 1983 resta il momento in cui la politica accettò e rivendicò la sua impotenza di fronte a una realtà economica esterna. Da quel momento in poi, lo Stato ha dovuto “adattarsi” e sostenere il capitale. Da qui l’apertura dei mercati finanziari nel 1984-85 e il rullo compressore neoliberista del 1986-1996. “Il marzo 83 è l’episodio più commentato – conferma il politologo Antony Burlaud –, ma le decisioni più neoliberali, in materia industriale e finanziaria, furono prese l’anno dopo, con il governo di Laurent Fabius”. Da quel momento in poi si disegna una via neoliberalista francese, più moderata di altre, poiché le riforme sociali del 1981 furono mantenute. Ma il contesto era cambiato.

Contrariamente a quanto spesso si crede, la ripresa economica legata alla politica mitterrandiana non fu massiccia. Rappresentò l’1,7% del Pil. Si tradusse principalmente in un aumento del salario minimo dell’8% e dei minimi sociali del 25%, oltre che nell’assunzione di 170.000 dipendenti pubblici. Il debito pubblico si degradò, ma non a livelli disastrosi (circa il 20% del Pil, mentre, a titolo di esempio, il debito britannico, nello stesso periodo, era quasi il 40% del Pil). L’aumento dei tassi di interesse, conseguenza delle politiche statunitensi e tedesche di lotta contro l’inflazione, fu importante, ma relativamente moderata, e i tassi francesi restarono inferiori rispetto a quelli statunitensi e britannici. È quindi principalmente per motivi politici che altre opzioni economiche furono abbandonate. Eppure, l’ultimo congresso prima dell’arrivo al potere, quello di Metz del 1979, era stato l’occasione per una retorica radicale, dal momento che i mitterrandiani avevano reintegrato nella loro maggioranza la turbolenta ala di sinistra di Jean-Pierre Chevènement. Il cui scopo consisteva tuttavia a relegare a destra Pierre Mauroy e soprattutto Michel Rocard e le sue ambizioni presidenziali. Quando vennero elaborate le 110 proposte del candidato Mitterrand, ricorda Mathieu Fulla, ricercatore a Sciences-Po, “si constatò un allontanamento dal progetto socialista del 1980 elaborato da Chevènement. Si dava la caccia agli eccessi, vi era presente un certo volontarismo – in particolare nell’idea di una “riconquista del mercato interno” -, ma senza affermare l’uscita dal capitalismo”. Confrontando il progetto del 1980 e il programma del 1981, Fabien Éloire e Thomas Dallery notano in particolare l’abbandono di una politica monetaria offensiva. Le ambiguità su una dimensione così cruciale della politica economica erano state sapientemente calcolate per perseguire due scopi: da un lato, allentare i timori sollevati dall’Union de la gauche, dando garanzie di credibilità economica; dall’altra, mobilitare i frustrati delle politiche restrittive di Raymond Barre e il “popolo di sinistra”, in parte comunista, che da tempo aspettava il suo momento.

La fine delle ambiguità implicherà poi l’abbandono delle ambizioni più trasformatrici sul piano economico e sociale. Si tradusse anche, sin dal 1981, in una scelta significativa di personalità per l’esecutivo. Pierre Mauroy divenne premier.

Il portafoglio dell’Economia fu affidato all’ex sindacalista cristiano Jacques Delors, che scelse come capo di gabinetto l’ispettore delle finanze Philippe Lagayette e nominò al Tesoro Michel Camdessus, futuro presidente del Fmi. Mitterrand si affiancò di consiglieri come Alain Boublil, che difendeva un socialismo industriale, e i più conformisti François-Xavier Stasse e Élisabeth Guigou. “Alla direzione della politica economica, non troviamo persone con un programma neoliberale costituito, ma dei moderati, piuttosto ortodossi, che aderiscono spontaneamente alle categorie ordinarie dell’amministrazione economica – osserva il ricercatore Antony Burlaud –. Sostenitori dell’economia keynesiana prima di arrivare al governo, una volta al potere ritengono che il “pragmatismo” implica di aggrapparsi al mercato e all’Europa. Sono del resto spesso staccati da ogni forma di militantismo”. Anche prima del drammatico momento del marzo 1983, quando si doveva decidere la questione dell’appartenenza allo Sme (Sistema Monetario Europeo), la politica di rilancio era svincolata da qualsiasi strategia globale e offensiva. Nell’ottobre 1981 fu infatti annunciato un primo piano economico da 15 miliardi di franchi, poi un secondo nel giugno 1982 accompagnato da una misura radicale: la fine dell’indicizzazione dei salari sui prezzi (la famosa “scala mobile”). Una misura diretta contro il potere d’acquisto, con il conseguente aumento della domanda di prodotti importati a basso costo. A partire da questo momento, ogni alternativa all’austerità è, di fatto, abbandonata. Se aggiungiamo l’impossibile ricostruzione dello strumento industriale, le svalutazioni tardive e l’assenza di una politica di investimenti pubblici massiccia e coerente, anche se le nazionalizzazioni vengono portate a termine, ci troviamo di fronte ad un quadro confuso che non si può definire una politica. Ci sono i grandi assenti, come il Pcf, atono, incapace di mobilitare sulle questioni industriali. La presenza di ministri comunisti al governo frena le contestazioni dei sindacati. Tutto ciò permette di capire perché le difficoltà degli anni 1981-83 non hanno portato né ad una radicalizzazione socialista né al mantenimento di una politica di rilancio più autonoma. Per questo, mancano alleati internazionali. Con Margaret Thatcher a Londra e Ronald Reagan alla Casa Bianca, le destre britanniche e statunitensi si sono convertite al neoliberismo duro. “I socialdemocratici britannici e tedeschi erano all’opposizione. Per quanto riguarda i socialisti dell’Europa meridionale – osserva lo storico Gilles Vergnon, docente a Sciences-Po Lyon –, la loro principale ambizione era di proteggere la nascente democrazia dei loro paesi aderendo al club europeo e atlantista. Ciò non impedirà una certa delusione nei confronti della normalizzazione francese”. Se la svolta del 1983 è stata ineluttabile, è perché, in un contesto avverso, gli attori chiave della politica economica, e il primo dei decisori, il capo dello Stato, non erano pronti a addossarsi tutte le conseguenze dell’ambizione “modernizzatrice” dei socialisti. Le nazionalizzazioni, il controllo del credito e gli investimenti pubblici avrebbero potuto essere una risposta adeguata alla natura strutturale della crisi del capitalismo, servendo al tempo stesso gli interessi della maggioranza sociale. Ma questo avrebbe necessitato un disegno chiaro per affrontare degli interessi potenti, e di essere sostenuti da forze politiche e sociali con un alto livello di consapevolezza della posta in gioco.

 

Siamo così simili, colpiti dagli stessi razzi

Sabato. 13 e 30. Allarmi a Tel Aviv mentre ci preparavamo a scendere in spiaggia (abitiamo a dieci minuti dal mare). Scendiamo nel rifugio del palazzo vicino. Risaliamo a casa dopo dieci minuti. Niente mare per oggi. Non lontano da qui, a Ramat Gan, c’è stato un morto. Un signore che viveva da solo in un mini appartamento sprovvisto di rifugio o stanza sicura. E al giardino zoologico locale è stata ferita e operata una povera scimmietta.

La notte ero persino riuscita a sognare. Ho sognato che la nostra palazzina era diventata bianca dalle infiltrazioni di acqua penetrata nei muri. Cosa facciamo? mi chiede un vicino nel sogno. Facciamo venire gli operai, rispondo. E la mia amica Batsheva a cui lo racconto ride e dice che come al solito cerco di decifrare i sogni mentre ancora sto sognando, giusto per non perdere tempo. Sogno anche che sono nella bella sinagoga di Padova che nel 43 fu messa a fuoco dai fascisti.

Evidentemente mi hanno molto colpito nell’inconscio quelle sei sinagoghe messe a fuoco da piccoli delinquenti facinorosi in questi giorni a Lod. Nella realtà di oggi c’è anche un bambino ustionato a Jaffa per una molatov. Forse da arabi, forse no. Errore di identità? Come si fa del resto a distinguere un israeliano ebreo da uno arabo? Siamo troppo simili, sempre più simili. Respiriamo la stessa aria e beviamo la stessa acqua. Il mare è lo stesso mare. Mangiamo lo stesso cibo. Ci hanno vaccinato dello stesso vaccino. Veniamo colpiti dagli stessi razzi.

Hamas annuncia verso le 20 che fino a mezzanotte possiamo andare a far la spesa(?), o uscire di casa, poi a mezzanotte partirà la sua offensiva verso Tel Aviv. Alle 23 e 30 alcuni, pochi, bar sono ancora aperti nella città che non dorme mai. E pensare che ai tempi del Covid abbiamo sofferto tanto, abbiamo vissuto a lungo la lontananza dalle persone amate, l’isolamento, la solitudine pur di salvare vite umane. E ora le nostre vite e quelle dei nostri figli e nipoti sono nelle mani del caso, del fato. Dell’odio. Della vicinanza a un rifugio. Se questa non è follia. Mezzanotte. Mi preparo le ciabattine accanto alla porta. Prima però una chiacchierata con il mio amico di Gaza. “Come va?” Chiedo. “Fisicamente stiamo bene ma sono molto traumatizzato dalla situazione, e da voi?’” “Lo stesso”. Hai visto la registrazione della conversazione tra il proprietario del palazzo Al Jala e l’esercito? Assurda vero?

(Nella conversazione in tempo reale un signore coi capelli grigi parla al telefono in arabo con un soldato israeliano e gli chiede di aspettare ancora 10 minuti prima di far esplodere il palazzo. Il soldato risponde che no non può aspettare e che stia attento a non fare entrare nessuno adesso che il palazzo è stato completamente evacuato. Poco dopo l’esplosione)

Ci conosciamo da tanti anni. Lui da una parte. Io dall’altra. Ridiamo insieme della conversazione surreale. Anche lui sogna. Sogna di andare in vacanza in un luogo bellissimo. A mezzanotte e 10 sono arrivati gli allarmi, e i razzi. Nessun morto o ferito. Adesso vado a dormire, con un golfino accanto alle ciabattine vicino alla porta, da buttarmi sulle spalle perché la sera fa ancora fresco e voglio essere pronta quando suonerà il prossimo allarme. E mi sveglio domenica mattina, ancora un po’ stordita. Questa sera inizia la festa di Shavuot, durante la quale si leggono i dieci comandamenti. Il sesto comandamento è “non uccidere”

Gaza, Israele non si ferma: “La tregua ancora lontana”

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres e la diplomazia internazionale puntano ad un “cessate il fuoco” immediato tra israeliani e palestinesi, ma la tregua non è vicina. Il premier d’Israele Benjamin Netanyahu avverte l’Onu e l’inviato speciale degli Usa Hady Amr che l’operazione in corso a Gaza “richiederà ancora tempo”. “Continueremo fin quando sarà necessario per riportare la calma”, dice: ringrazia, quasi con sarcasmo, l’Amministrazione Biden, che gli dà una pallida eco dell’incondizionato appoggio di quella Trump, e nega pressioni, che invece ci sono, per allentare la stretta su Gaza.

Di giorno in giorno, si aggrava il bilancio delle vittime, da entrambe le parti: sarebbero una decina gli israeliani uccisi dai razzi palestinesi; e, secondo fonti ufficiali palestinesi, nel pomeriggio di ieri erano 192 i palestinesi uccisi da missili e bombe israeliani – anche 58 bambini e 34 donne – e 1.235 i feriti, con persone ancora da estrarre da sotto le macerie degli edifici bombardati e distrutti specie nella via al-Wahda di Gaza, teatro l’altra notte di violenti bombardamenti. Alcuni media locali riferiscono di 42 palestinesi uccisi tra sabato e domenica: sono state le 24 ore più cruente dall’inizio delle ostilità. I bombardamenti e i crolli hanno fatto migliaia di sfollati – una stima ufficiosa – ospitati in rifugi d’emergenza.

Nella cronaca della giornata, il lancio di razzi da Gaza sul sud di Israele: non solo sulle comunità attorno alla Striscia, ma anche su Beer Sheva all’inizio del Negev. Un razzo ha centrato un veicolo ad Ashkelon – una delle città più bersagliate negli ultimi giorni, insieme ad Ashdod – causando danni agli edifici tutto intorno. A Gerusalemme Est, nel rione di Sheikh Jarrah, almeno sei israeliani sono stati travolti da un’automobile guidata da un palestinese, poi “neutralizzato”. È il quartiere dove nelle ultime settimane c’erano stati violenti scontri con la polizia dopo lo sfratto di alcune famiglie palestinesi, causa scatenante di questa nuova fase di Intifada.

L’appello di ieri del Papa, “Basta scontri in Terra Santa, troviamo la via del dialogo e della pace”, pare destinato a cadere nel vuoto. I rabbini, per la festa di Shavuot, consigliano ai fedeli di non recarsi al Muro del Pianto – resta loro chiusa pure la Spianata delle Moschee – Due ortodossi sono morti e decine sono rimasti feriti ieri nel crollo di una tribuna nel quartiere di Givat Zeev, durante una celebrazione di Shavuot. L’Ue prepara una sua offensiva diplomatica, probabilmente più sterile di quella Usa: domani ci sarà una riunione dei ministri degli Esteri dei 27. Luigi Di Maio, che ha sollecitato l’incontro, scrive su Facebook: “Troppi innocenti muoiono, cessino violenze e attacchi”.

La riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, slittata fino a ieri per le cautele statunitensi, è stata aperta da un rapporto del coordinatore per il processo di pace in Medio Oriente, Tor Wennesland: “L’escalation tra Israele e Gaza è la più grave che abbiamo visto da anni (…) Ha già prodotto risultati tragici, un’ulteriore intensificazione avrebbe conseguenze devastanti”. Per Guterres, “Questo ciclo di violenza perpetua i cicli di morte, distruzione e disperazione e spinge più lontano ogni speranza di coesistenza e pace (…) Le ostilità sono assolutamente spaventose e devono immediatamente fermarsi. Mi appello a tutte le parti perché ascoltino questa richiesta”.

L’Onu punta a tornare ai negoziati con l’obiettivo di due Stati: “I combattimenti possono trascinare israeliani e palestinesi in una spirale di violenza, con conseguenze devastanti per entrambe le comunità e l’intera regione, creando potenzialmente un nuovo luogo di pericolosa instabilità”. Se Israele accusa Hamas di avere premeditato violenze e attacchi, i palestinesi denunciano Israele per crimini di guerra e contro l’umanità. “Quanti morti servono per una condanna?”, si chiede Riad al Malki, ministro degli Esteri palestinese: “Non ci sono parole che possano descrivere gli orrori che stiamo sopportando. Israele sta commettendo crimini di guerra e crimini contro l’umanità: alcuni non vogliono usare queste parole, ma sanno che sono vere”.

Intanto, Iran e Turchia sollecitano misure comuni contro Israele e si propongono come protagonisti nella regione: in un colloquio telefonico, i presidenti iraniano Rohani e il turco Erdogan hanno chiesto alla comunità internazionale azioni concrete contro gli attacchi israeliani a Gaza.

“Matteo si gioca il partito Silvio tutta l’eredità e Renzi la sua poltrona”

Le vecchie glorie in campo. Alessandra Ghisleri, sondaggista di vaglia, spiega che gli italiani ora cercano in politica “un meccanico affidabile” che sappia aggiustare le cose senza l’ambizione di cambiare il motore del Paese. Intanto che lo trovano, o lo ritrovano, altre novità di non poco rilievo ci aspettano da qui alle prossime elezioni.

Silvio Berlusconi è la vecchia gloria per antonomasia.

Quando lui lascerà si potrà dire compiuta la parabola di Forza Italia.

Sta dicendo che dopo Arcore le trasmissioni cesseranno?

Il dato curioso è che l’elettorato storico resterebbe fedele al principio e al simbolo. Invece è alto il rischio che gli eletti abbiano altre suggestioni, altri orizzonti, altri lidi cui approdare.

Se la daranno a gambe?

La forza di Berlusconi, la sua identità, il carisma sono caratteristiche uniche al punto da non avergli consigliato di definire una successione. Lo “sciogliete le righe” è una eventualità da qualcuno accreditata come certa. Aspettiamo e vediamo.

Matteo Salvini ha fretta di chiudere la stagione di Mario Draghi e soprattutto ha fretta di votare. Ha il fiato sul collo di Giorgia Meloni.

La Meloni è in una fase ascendente. Di certo l’ipotesi di un sorpasso non è solo una fantasticheria da ultras.

Se Giorgia gli facesse le scarpe, perderemmo Matteo per strada?

Se Salvini raccogliesse consensi inferiori al venti per cento sarebbero guai anche per la sua leadership.

C’è Giorgetti che aspetta in anticamera.

La realtà oggi è comunque diversa. Salvini è l’inimitabile front man della Lega, l’uomo immagine, il volto e il sarto del partito. Che però al suo interno ha altre energie e certo, se l’insuccesso leghista divenisse marcato, qualcun altro potrebbe proporsi.

C’è un secondo Matteo al confine col burrone, che è Renzi. Gli italiani lo rivogliono in Parlamento?

Ad oggi, stando a quel che rileviamo, no. Però c’è da dire che è un no provvisorio, soggetto alle fortune (o sfortune) che offrirà ai partiti la nuova legge elettorale e soprattutto alla capacità delle forze centriste di coalizzarsi. Sono condizioni imprescindibili per valutare il suo futuro.

Lei dice che gli italiani hanno bisogno di bravi e collaudati meccanici.

La stagione giovanilista e movimentista cede il passo, anche in ragione della pandemia, ad altre attese. La passione, quella voglia di cambiare comunque e dovunque, la richiesta di una sorta di palingenesi di cui ha goduto il movimento di Grillo ora ritorna in panchina. Dopo la grande fiammata optiamo per la fiaccola duratura. L’esperienza è tornata un valore assoluto. Subentra l’urgenza di trovare gente collaudata, meccanici che sappiano dove mettere le mani e i nomi che sbucano per Milano, Roma e Napoli, cioè politici attempati e navigati, confermano l’indicazione di fondo.

Quindi, appunto, il ritorno delle vecchie glorie. La grande stagione del riflusso, la politica sale e pepe.

Vuol sapere? Anche i Cinquestelle innalzeranno la bandiera della competenza, selezioneranno l’esperienza, tuteleranno le personalità che hanno sostenuto la prova del governo.

I Cinquestelle sono dati per morti, eppure i sondaggi li tengono fermi a una cifra tutto sommato rispettabile.

Vivono la stagione della stanchezza, ma hanno un proprio elettorato fedele. Nella forchetta che va dal 16 al 18 per cento loro si trovano sempre. Sono lì e credo che lì resteranno.

E Virginia Raggi? È la sindaca più contestata ma anche il nome ancora in testa ai sondaggi romani.

La Capitale è una città difficilissima da amministrare e non possiedo indagini approfondite e recenti. Aspettiamo i candidati per giudicare i rispettivi pesi. Di un fatto sono certa: ha contro una cospicua e diffusa opinione critica, molto radicata, non suscettibile di ripensamento.

Cinque anni fa sarebbe stato impossibile solo affacciare l’ipotesi che, per esempio, Pierferdinando Casini potesse essere candidabile per il Quirinale.

La pandemia ha prodotto i suoi effetti.

Catastrofici.

Questo lo dice lei.