“Chi ha un ruolo, un compito politico, è giusto che renda sempre conto del suo operato”. Giuseppe Conte, ex presidente del Consiglio, risponde così a Report (in onda stasera) che gli chiede la propria impressione sugli incontri dello 007 Marco Mancini con Matteo Salvini e Matteo Renzi. Con il leader di Italia Viva Mancini si vide il 23 dicembre scorso in un autogrill di Fiano Romano. Pure Conte ha incontrato Mancini, ma, come spiega, non in un autogrill: “L’ho incontrato in occasioni ufficiali e una volta anche – dice Conte –, sempre in sede istituzionale, a Chigi.. l’ho incontrato in una cerimonia ufficiale. Sempre incontri istituzionali in sedi istituzionali”. Durante il governo Conte, Mancini aspirava alla vicedirezione dell’Aise o in subordine a quella del Dis. Conte a Report non conferma né smentisce che queste richieste siano arrivate sul suo tavolo: “Non entro in queste valutazioni perché ho esercitato questo ruolo con responsabilità istituzionale. Non commento aspirazioni di singoli”.
“Riforme impossibili, a decidere. Solo Draghi e i tecnici”
Per lo storico e sociologo Marco Revelli “era tutto prevedibile, dal primo giorno: questa maggioranza è un pasticciaccio che mette insieme il diavolo con l’acqua santa. Era prevedibile che sarebbe stata completamente paralizzata”.
Salvini dice che questo governo e questo Parlamento non faranno le riforme. Cosa ne pensa?
Penso che, purtroppo, abbia ragione. Come si può fare la riforma della Giustizia penale mettendo insieme il M5S e il centrodestra? E quella del Fisco mettendo insieme chi propone la Flat Tax e chi la tassazione progressiva? Questa è una maggioranza che non riesce nemmeno ad accordarsi su un’ora in più o in meno sul coprifuoco e pensiamo che riesca a riformare la pubblica amministrazione? Ma dai. Però lepremesse di questa paralisi sono evidenti…
Cioè?
L’appello del Presidente Mattarella a sostenere un governo non politico era segnato da molta ingenuità se pensava che forze così diverse fossero disponibili a deporre i propri interessi di partito in nome dell’interesse collettivo. Bastava ascoltare Salvini quando decise di sostenere Draghi per capirlo: il leader della Lega voleva solo capitalizzare sul suo ruolo di governo. Non riesco a spiegarmi come una figura come Mattarella non abbia previsto in che vicolo cieco si stava infilando.
Oggi qual è il risultato?
La paralisi del Parlamento e la supplenza totale del governo, proprio quello che si diceva di voler evitare nel passaggio dal Conte-2 al governo Draghi. Conte è stato messo in croce perché si diceva che le Camere venivano marginalizzate, il governo Draghi ha fatto peggio: sa quanto i parlamentari hanno discusso il Recovery Plan?
Due giorni.
Ecco, appunto, due giorni. Se l’avesse fatto Conte lo avrebbero mandato al rogo.
Ora che i nodi arrivano al pettine la maggioranza rischia di spaccarsi?
Certo, quasi nessuna delle questioni sospese – dal ddl Zan alla riforma della Giustizia – può essere risolta con una scelta unanime. E se una legge venisse approvata con il voto contrario di una componente della maggioranza questo sancirebbe la fine della maggioranza.
E allora quale sarà la soluzione?
Purtroppo il governo esautorerà il Parlamento nelle riforme e, di fronte ai “no” dei partiti, dirà: “O mangiate questa minestra o saltate dalla finestra”. Perché il refrain già visto con il ministro Cartabia è che se non si fanno le riforme si perdono i soldi del Recovery. E il problema è che, essendo un governo a trazione conservatrice, le riforme saranno in gran parte conservatrici. Basta analizzare il contenuto del Pnrr – che spalma 200 miliardi su un modello che è quello precedente alla pandemia – per capirlo: e Confindustria festeggia.
Lei faceva riferimento al governo Conte: per mesi lo hanno attaccato perché governava a colpi di dpcm.
Quelle contro Conte erano accuse strumentali, basti pensare all’attacco sulle cabine di regia, sui consulenti, sui dpcm. Oggi Draghi si comporta nello stesso modo ma nessuno dice più niente. Quando il governo Conte ha ottenuto i fondi Ue è partito l’assalto alla diligenza dei grandi poteri – industriali, finanziari, immobiliari – che volevano buttarlo giù. Renzi è stato solo l’esecutore.
Coprifuoco agli sgoccioli e a luglio via tutti i paletti
Il superamento del coprifuoco: c’è questo in gioco oggi prima di tutto nella cabina di regia a Palazzo Chigi prevista per l’allentamento delle misure anti Covid. A chiederlo sarà non solo la Lega ma anche i Cinque Stelle (ieri tutto il Movimento, a partire da Luigi Di Maio, ha auspicato il superamento della misura). Una posizione comunque sdoganata anche da Roberto Speranza, che però continua a chiedere prudenza. Anche oggi, dunque, ci sarà tensione tra chi è per un allentamento e chi per il superamento. Una gradualità dovrebbe esserci, però, come confermano da Palazzo Chigi. I dati sui contagi fanno spingere verso una maggiore accelerazione per l’allentamento delle misure: sono 5.753 i nuovi casi di coronavirus a fronte di 202.573 tamponi processati tra antigenici e molecolari e 93 le vittime nelle ultime 24 ore in Italia. Il numero delle vittime è il più basso da ottobre.
L’indice di positività sale al 2,8% dal 2,2%. Sono invece 9.603 le persone guarite. Calano i ricoveri: 26 in meno nelle terapie intensive (1.779 in rianimazione), 359 in meno nei reparti ordinari (12.134 i ricoverati con sintomi).
Oggi ci sarà la cabina di regia con il premier, Mario Draghi, i ministri, Speranza (Salute), Dario Franceschini (Cultura), Mariastella Gelmini (Affari regionali), Patuanelli (Agricoltura), Giancarlo Giorgetti (Mise), Elena Bonetti (Famiglia). E, in posizione defilata, il ministro dell’Economia, Daniele Franco, che in realtà ha ben più da fare per trovare la quadra del decreto Sostegni (approdo previsto in Cdm domani). Sul tavolo della riunione, oltre al coprifuoco, altre riaperture. Il Cdm è previsto mercoledì e il tagliando al decreto in vigore dovrebbe portare ad un nuovo provvedimento che sarà operativo dal 24 maggio e che riscriverà tutta una serie di regole. La prima è, appunto, quella che riguarda il coprifuoco: l’indicazione era di posticiparlo alle 23 ma non è escluso che possa essere portato fino a mezzanotte visto il pressing del centrodestra e delle regioni. Un nuovo check dovrebbe poi essere fatto all’inizio di giugno e potrebbe essere quella l’occasione per cancellarlo definitivamente. Ieri Speranza è andato agli Internazionali di tennis proprio per dare un segnale di ottimismo. “È bello rivedere il pubblico in sicurezza ad una manifestazione sportiva. Possiamo proseguire con ragionata fiducia verso le graduali riaperture delle altre attività, mantenendo la necessaria prudenza”. Secondo la Fondazione Gimbe, ma anche secondo il coordinatore del Cts, Franco Locatelli, potremmo iniziare a vedere tra una settimana gli effetti delle riaperture del 26 aprile. Dunque, serve un’altra settimana per dare un quadro più compiutamente definito della situazione. Matteo Salvini ha convocato per stamattina una riunione del Carroccio in videoconferenza prima del vertice. L’“aperturismo” resta uno dei cavalli di battaglia della Lega, soprattutto in un momento di passaggio, in cui le divisioni politiche sul tema sono meno feroci, in attesa di entrare in una fase più complessa da gestire per la maggioranza.
Ancora non sono pronti il decreto sulla governance del Pnrr e sulle Semplificazioni (non arriveranno prima della settimana prossima), mentre sulle riforme tra Lega e Pd è guerra aperta. Ed entra nel vivo pure quella sulle nomine nelle società partecipate pubbliche.
Nel frattempo, si staglia all’orizzonte una data per una riapertura complessiva: il primo luglio. Il governo dovrebbe decidere anche la riapertura dei centri commerciali nei fine settimana (il 22 o il 29 maggio), quella delle piscine al chiuso (il 1 giugno assieme alle palestre), e la ripresa del settore dei matrimoni (15 giugno o primo luglio)
I ristoranti al chiuso potranno riaprire a partire dal 1 giugno, ma è possibile che l’attività sia consentita anche la sera mentre al momento il decreto fissa l’apertura dalle 5 alle 18. Non dovrebbe essere modificata la data per la ripartenza delle fiere (15 giugno), dei congressi e dei parchi tematici (1 luglio). A giugno, invece, dovrebbero riaprire anche convegni e congressi.
Dal Piano Ue ai decreti il Parlamento ormai s’è ridotto a passacarte
Mercoledì 12 maggio, interno Senato. Di fronte alle due mozioni di Lega e Forza Italia in cui si chiedeva di “abolire il coprifuoco”, il ministro dei Rapporti col Parlamento Federico D’Incà è costretto a riunire i capigruppo di maggioranza per evitare la spaccatura in Aula. Il centrodestra vorrebbe eliminare subito il coprifuoco e riaprire tutti i locali al chiuso, ma Pd e M5S si oppongono. E così inizia una lunga trattativa sull’ordine del giorno di maggioranza da presentare il giorno successivo. Il capogruppo leghista Massimiliano Romeo vorrebbe usare la parola “abolizione” in riferimento al coprifuoco ma è troppo, il fronte rigorista spinge per “allungamento”. Alla fine, dopo una buona mezz’ora di litigi, arriva la mediazione: “Superamento progressivo”. E così via: su ogni singola virgola, una trattativa. E raccontano che questo copione si ripeta sempre più spesso nella maggioranza del governo Draghi. Risultato: il Parlamento è immobile da mesi. “L’iniziativa legislativa delle Camere ormai è ferma – racconta un ministro – e ne vedremo delle belle quando in Parlamento arriveranno le riforme legate al Recovery”. E non è un caso che sabato Matteo Salvini lo abbia detto senza tanti giri di parole: “Questo governo non farà le riforme”.
D’altronde basta seguire i lavori parlamentari per farsi un’idea. Il Parlamento, da quando si è insediato il governo Draghi, ha solo fatto da passacarte all’esecutivo: dal 13 febbraio le Camere hanno approvato 9 leggi, escludendo le 4 ratifiche, di cui 8 conversioni di decreti approvati dal governo (4 di questi risalgono al Conte-2). Una media di 3 leggi al mese, molto più bassa, secondo i dati di OpenPolis, della media di 4,9 dall’inizio della legislatura. L’unica legge di iniziativa parlamentare approvata è stata quella che ha istituito la giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid, il 18 marzo.
Di fronte all’immobilismo delle Camere, è stato il governo a sostituire di fatto il potere legislativo. Nei primi 90 giorni, l’esecutivo ha approvato 10 decreti legge e 5 decreti legislativi. Per quanto riguarda i decreti legge, se già il Conte-2 ne aveva fatto largo uso per rispondere all’emergenza pandemica, il governo Draghi non si è fatto problemi: ha una media di 3,3 al mese. La più alta degli ultimi 10 anni, secondo i dati OpenPolis: il governo giallorosa aveva una media di 3 decreti al mese, quello di Enrico Letta di 2,78 e di Mario Monti di 2,41. Senza considerare che questa settimana ne arriveranno altri due: il nuovo dl sulle riaperture e il Sostegni bis.
Che i parlamentari ormai siano diventati solo degli “schiaccia bottoni” lo dimostra anche l’iter delle conversioni dei decreti. Le Camere sono talmente ingolfate che non c’è mai il tempo per il doppio passaggio parlamentare – almeno uno alla Camera e uno al Senato – e quindi, visti i tempi contingentati (entro 60 giorni un decreto decade), ognuno degli 8 dl convertiti è stato veramente discusso in una sola delle due Camere prima di arrivare blindato nell’altra. Senza alcuna discussione. Con l’effetto tragicomico che, per quanto riguarda i decreti Covid, quando vengono convertiti risultano già superati da un decreto successivo: il Parlamento deve ancora approvare quello del 31 marzo e del 21 aprile.
L’immobilismo del Parlamento è dovuto anche dalle divisioni di una maggioranza così ampia. E così ci sono progetti di legge che non vedono mai la luce. Il caso più noto è il ddl Zan che fa litigare Lega e Pd-M5S: è fermo in Senato da 192 giorni. Ma non è nemmeno quello che da più mesi giace nei cassetti delle commissioni. La legge sul conflitto d’interessi è ferma da 220 giorni, il voto ai 18enni per il Senato da 247 e la legge elettorale “Brescellum” da 246. Per non parlare del ddl sul processo penale su cui si è posato uno strato di polvere: per arrivare alla presentazione degli emendamenti ci sono voluti 420 giorni. In Parlamento ora sono arrivati anche il ddl sullo Ius Soli e sul fine vita. Ma, vista la malaparata, se ne riparla dalla prossima legislatura.
Ma mi faccia il piacere
Il terzo tragico Fantozzi. “Sono contento di tornare a lavorare con Sallusti che mi riportò a Libero proprio dal Giornale e ringrazio l’editore per la voglia di continuare a scommettere su Libero“ (Pietro Senaldi, appena retrocesso da direttore a condirettore di Libero, Adnkronos, 14.5). Com’è umano, lei.
Bruciante attualità. “Le telefonate segrete del Duce. Dalle conversazioni con Hitler alle chiacchierate con Claretta: oggi iniziamo la pubblicazione delle carte riservate di Mussolini” (Libero, 16.5). Seguiranno i dialoghi di Cesare e Cleopatra e i barriti degli elefanti di Annibale.
L’insuccesso dà alla testa. “I sondaggi ci danno sempre per morti. Però nel 2018 abbiamo impedito il governo Di Maio, nel 2019 il governo Salvini, nel 2021 il governo Conte ter. Lasciamo pure che gli amanti dei reality si trastullino coi sondaggi, noi facciamo politica. E i risultati arrivano” (Matteo Renzi, segretario Iv, Corriere della sera, 10.5). Ultimo sondaggio di Repubblica: 2 per cento. E i risultati arrivano.
Fonti purissime. “Sull’incontro dell’autogrill (tra Renzi e lo 007 Mancini, ndr) abbiamo consultato fonti parlamentari di alto livello, a cominciare da quelle di Italia Viva” (Tommaso Ciriaco, Repubblica, 15.5). Ah beh allora.
Chi l’avrebbe mai detto. “Cade il velo sulla sfida di Salvini a Draghi. Il leader della Lega precipita il governo in un limbo pericoloso. La vicenda del Papeete non gli ha portato consiglio” (Stefano Capellini, Repubblica, 16.5). Viva costernazione a Repubblica: puntavano tutto sull’affidabilità di Salvini.
Il Ponte del Merlo. “(Il Ponte sullo Stretto, ndr) questo vecchio sogno della sinistra meridionalista…” (Francesco
Merlo, Repubblica, 16.5). Uahahahahahah.
Le mele con le patate. “Che D’Alema, dopo aver dato del principe dei corrotti a Craxi, e avere detto, sempre parlando di Craxi, che la politica non è un mestiere con cui arricchirsi, ecco, sarebbe un finale troppo perfetto anche per lui, se D’Alema chiudesse siffatta carriera fischiandosi i soldi dei socialisti” (Mattia Feltri, Stampa, 14.5). Qualcuno prima o poi spiegherà a questo genio la differenza tra una tangente e uno stipendio.
Prescrizione brutta. “Vergogna Bergamin. Il killer terrorista mai stato in cella ora l’ha fatta franca. Il leader dei Pac salvato dalla prescrizione” (Giornale, 12.5). Vi ricorda mica qualcuno?
Foglio d’ordini. “Per SuperMario la ‘luna di miele’ con gli italiani si sta consumando… Su Draghi si erano concentrate aspettative smisurate: compatibili forse con la statura del personaggio, ma non con la natura anomala del suo governo e la struttura fragile del Paese… I nostalgici che si ostinano a osservare il presente con gli occhiali del passato, e a ripetere ogni volta ‘quando c’era Conte’, dovrebbero mettersi l’anima in pace. L’era gialloverde è morta, quella giallorossa è moribonda e anche l’Avvocato del Popolo non si sente più tanto bene (vedi il collasso dei 5Stelle)… Draghi ascolta tutti, poi decide da solo… La scelta di Elisabetta Belloni è stata esemplare: un Consiglio dei Ministri convocato 15 minuti prima, senza ordine del giorno, e poi il blitzkrieg che ha liquidato Vecchione in un amen. Draghi è ‘metodo’… È ‘totus politicus’… Per il modo in cui mette il sub-governo dei partiti di fronte al fatto compiuto… Ha dato una chiara assertività al riposizionamento atlantico del Paese e ai rapporti con l’America di Biden… Questi sono fatti, non opinioni. E anche in questo caso, gli orfani di Conte se ne dovrebbero compiacere, invece che rammaricarsene… Sabotare la Pax Draghiana è peggio che un delitto” (Massimo Giannini, Stampa, 16.5). “Belloni cambia il volto dei Servizi”, “Dai rapporti con Erdogan all’omicidio Regeni: le sfide dell’ambasciatrice”, “C’è il via libera ai test salivari” (Stampa, 16.5). Ah ecco cos’erano: i test salivari alla Stampa.
Metodi. “Renzi: col metodo Davigo addio Csm” (Riformista, 14.5). Lui preferiva il metodo Lotti-Ferri-Palamara.
Il titolo della settimana/1. “Si chiude il lodo su via Solferino. Il palazzo valeva 33 milioni in più. Gli arbitri: non c’è stata lite temeraria da parte di Rcs. Ma non ci sarà un risarcimento” (Corriere della sera, 15.5). È il modo del giornale di Cairo di comunicarci che Cairo ha perso il contenzioso con Blackstone. Cari colleghi, vi siamo vicini nel momento della prova.
Il titolo della settimana/2. “Di Matteo ‘gela’ Davigo: ‘Chiunque avrebbe capito che le accuse ad Ardita in quei verbali erano false’” (Dubbio, 15.5). Ottimo sistema per sveltire i processi: anziché fare le indagini, si chiama il primo che passa a dare un’occhiata.
Il titolo della settimana/3. “Assegno unico per tutti dal 2022. Draghi: ‘Riforma epocale’” (Sole 24 ore, 15.5). È il modo del giornale confindustriale di comunicarci che l’assegno per le famiglie con figli, promesso per il 2021, slitta al 2022.
Il titolo della settimana/4. “Se Travaglio ti bacia sei già bell’e morto” (Paolo Guzzanti, Riformista, 13.5). Strano: eppure non ricordavo di aver baciato Paolo Guzzanti.
“A Brescia siamo rimasti tutti artigiani”: il cantautorato vintage di Franzoni e Zamboni
“Se chiudo gli occhi rivedo la scena”. 30 settembre 2001, un signore non giovanissimo corre minaccioso sotto la curva degli avversari, brandendo i pugni. “Ero allo stadio con mio padre, ci guardammo increduli. Ma fieri. Il nostro Brescia aveva pareggiato il derby con l’Atalanta. Tre gol di Baggio. E Mazzone che sfida in quel modo gli ultrà bergamaschi che lo insultavano. Sente ancora i brividi, Marco Franzoni, ripensando a Roby e Carletto, a modo loro due magnifici loser.
“Quel tipo di calcio, dove vinci poco e niente ma una partita può bastare, è una narrazione che si va perdendo. Figure di umanissimi, meravigliosi perdenti, così diversi da quelli di oggi, le presunte star dei social e del successo a tutti i costi”. Anche Franzoni si è smarcato, con grazia, dai diktat di certo mercato discografico ultrapop e patinato. Con Manuele Zamboni (suo antico compagno di avventure nella band Noverose) si è lasciato convincere a pubblicare un album che è un gioiello cantautorale nascosto, La Signora Marron: cose scritte “alla vecchia”, che necessitano di un tempo d’attenzione diverso dai nevrotici skip della generazione digitale. Canzoni dalla luce oscura, che odorano di Texas così come della Via Padana Superiore, per citare l’amico Omar Pedrini, il primo a convincersi della qualità del disco.
“Avevamo lasciato queste cose in archivio, dopo averle pensate per vent’anni e messe a punto qualche estate fa”, spiega Franzoni. “Il lockdown ci ha dato l’opportunità di rimetterle al centro dei nostri pensieri. Omar ci ha detto: ‘Ma siete matti a non farle uscire?’. Così gli abbiamo dato retta, senza impazzire dietro ai doveri della promozione. È un primo sassolino che io e Manuele ci siamo tolti dalle scarpe, non sarà l’ultimo”.
Pedrini si è anche prestato per un cameo nella preziosa cover di Vincenzina e la fabbrica del buon Jannacci. Franzoni sogghigna raccontando che “Pedrini, anche lui tifosissimo del Brescia, si è lasciato mettere addosso la sciarpa del Milan: il protagonista del pezzo si lamenta che il suo Rivera non è più quello di una volta. Ecco, quelle atmosfere e quei personaggi non ci sono più: Gianni Brera, Beppe Viola, Mario Monicelli che Vincenzina e la fabbrica l’aveva usata nella colonna sonora di Romanzo Popolare. Darei non so cosa per una partita a carte con questi signori. O per duettare con Jannacci. Quando morì sentii l’esigenza di andarlo a salutare alla camera ardente. Non l’avevo mai conosciuto. E dire che non vado neanche ai funerali dei parenti”.
Perché le affinità elettive vanno omaggiate: le stesse che legano Franzoni e Zamboni a Bob Dylan, Nick Cave, i Calexico, o quel genio dimenticato di cantautore loser che era stato Townes Van Zandt. “In fondo a Brescia siamo tutti rimasti un po’ artigiani, campagnoli, malgrado le industrie. Anche nella musica: la scena indie è stata fertile. E con un’anima, come nella grande provincia americana. Siamo lontanissimi dal potere discografico di Milano. A noi basta un amico che ci spinga ad aprire un cassetto”.
“Di notte sogno Augusto: noi, più longevi degli Stones”
“Era il 1967. Noi in questa sala d’incisione a Milano, la Basilica, ricavata in una chiesa sconsacrata. Stavamo registrando Dio è morto di Guccini. Arriva Mogol. Con lui un ragazzo timido, che non sorrideva mai. Battisti. Lucio prende la chitarra e ci fa sentire Non è Francesca. Mogol dice: ‘Bella vero? Adesso fate un album con questa e tutte le sue canzoni’. E noi: ‘Spiacenti, si va avanti con Guccini’. Ad averne, oggi, di alternative così!”.
Ride, Beppe Carletti, che dei Nomadi è il nume tutelare, più che il leader: 75 anni, di cui “58 sul palco. Ho calcolato di aver percorso quattro milioni e mezzo di chilometri in auto. Più gli aerei”. Con quel colpo d’occhio mirabolante della Rambla dell’Avana, Cuba ’94. “Un mare di gente. Tutti felici, e non eravamo così conosciuti. I primi a suonare lì. Ben prima dei Rolling Stones! Se loro smettono battiamo il record di longevità”. Un’epopea iniziata dietro casa, in primavera, “la balera all’aperto Pian delle Stelle, sopra il teatro del mio paese. Avevo 9 anni, mi incoraggiarono a mettere le dita su uno strumento: la fisarmonica. Mai vista prima, in casa avevamo solo il pane, la musica non entrava. Di strumenti conoscevo solo quelli della banda, i sassofoni e i clarinetti che suonavano per il 25 aprile, il Primo Maggio, i funerali. Non sapevo cosa fosse un violino, figurarsi una tastiera”.
Non ci volle molto perché Beppe scoprisse che quello era il suo destino. “Con il complesso, a Trecenta di Rovigo. Il mio chitarrista mi dice di questo cameriere di Novellara, eravamo tutti ragazzini, ma il cantante di anni ne aveva 35, un vecchio. Invece Augusto era nostro coetaneo: quella sera sale sul palco per fare il Blues del Mandriano. La gente impazzisce. L’impresario mi fa: se lo prendete con voi vi ingaggio per una sera ogni mese. Noi: ‘Augusto è già dei nostri!’. Da quel giorno fino all’ultimo. Mai un litigio. Ci sentivamo fratelli”.
La voce di Carletti s’incrina: mai elaborato lo strappo del lutto. Tant’è che nel nuovo album dei Nomadi, Solo esseri umani, compare per la prima volta un brano dedicato a Daolio, Il tocco del fuoriclasse. “Qualche notte fa l’ho sognato. Non era mai morto. E io ero felice. Il mio pensiero era: ‘Ora come faccio a dirlo agli altri che l’hanno sostituito?’.” Facile: nessuno dei frontmen successivi (oggi Yuri Cilloni) si è mai azzardato a competere con Augusto. “A ogni tappa dei tour scoprivamo l’Italia nascosta. In certe piccole città del Sud lui, al mattino, andava in perlustrazione per conoscere la storia locale, poi la sera saliva sul palco e ne parlava tra una canzone e l’altra. Suonavamo anche tre ore e mezzo, la piazza si svuotava ma ad Augusto non importava. L’amore della musica era tutto”.
Pure con Guccini, che sodalizio. “Un rapporto sempre onesto. Ancora oggi proponiamo le canzoni del Maestrone. Ai tempi ruggenti registrammo insieme un disco live. Alchimia totale. Ma ci restai male perché, lì per lì, il suo manager, il povero Renzo Fantini, non credette a un tour negli stadi dei Nomadi con Francesco. ‘Non regge mica quest’idea!’, disse. Poco dopo ci ripensò, chiedendoci quanto volessimo per un solo concerto con Guccini, a Torino. Declinammo l’invito: ‘O si fa un bel giro completo o niente’”.
Rimpianti, ma neanche troppi. C’è sempre un amico, attorno ai Nomadi. “Enzo Iacchetti venne a Novellara a uno dei nostri raduni in omaggio a Daolio. Cantò Io Vagabondo e si mise a piangere. L’abbiamo invitato in questo nuovo album. È stato naturale e divertente, come portare un’oca a bere!”. Carletti non vede l’ora di tornare sulla strada: “Le prenotazioni dei biglietti vanno alla grande, vediamo come ripartire in sicurezza”. In attesa di nuovi assembramenti a Novellara, appena possibile: “La sindaca è mia figlia Elena. Io le dico sempre: ‘Chi te lo fa fare, hai un bambino, non sei mai a casa!’. E lei: ‘Parli proprio tu?’ Ne ridiamo con il mio grande amico Enrico Letta. Noi siamo democratici”.
I miei 70 anni da libidine
Gli eroi sono tutti giovani e belli, canta Guccini. Jerry Calà è prossimo ai 70, manca poco più di un mese, e “non sono bello, piaccio” è il suo mantra da una vita; eppure per migliaia e migliaia di persone è una sorta di eroe, di trasposizione dei desiderata più comuni, è la congiunzione tra una serie di stereotipi di leggerezza e divertimento concentrati in un unico corpo.
Jerry Calà è la Sardegna, anzi la Costa Smeralda.
È Cortina vista con l’occhio del suo personaggio, Billo, e di chi sa vivere tra le maglie della ricchezza altrui.
È la Versilia, la Capannina.
È gli anni Ottanta.
È lo Yuppie vanziniano.
È il seduttore spesso sedotto.
A lui quasi nessuno dà del lei: “Qualcuno ci prova, ma poco dopo cedono al ‘tu’”.
Jerry Calà è un brand. È uno dei pochi che ha retto al frazionamento dei social. “Grazie, mi fa piacere; (ci pensa) la mia fortuna è quella di avere un figlio 18enne che mi ha svecchiato, e spesso ripenso alla canzone di Bertoli quando canta ‘vivo con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro’”.
Suo figlio cosa le chiede della sua storia?
Non ha grandi curiosità perché sin da piccolo ha partecipato alle riunioni di “famiglia”, quelle con Oppini, Smaila, Salerno e Abatantuono, quindi ci ha sentiti raccontare di tutto, ridere, le battute. Sa bene chi è suo padre.
Non gli nasconde nulla?
(Prende tempo) Sono abbastanza un libro aperto, poi ognuno ha i suoi segreti.
Come lei chiuso nel bagagliaio di una Volvo?
Questa arriva da Nini Salerno.
È vero.
(Sorride) Va bene, ma erano gli anni Settanta, c’era il terrorismo, spesso si incrociavano i posti di blocco; noi avevamo finito una serata, ero stravolto e avevo bevuto qualche bicchiere, così per dormire, mi sono piazzato lì dentro, fino a quando la polizia ci ha fermato con il mitra, e i miei amici, stronzi, non hanno avvertito della mia presenza. Hanno aperto il portellone e mi sono trovato davanti ai mitra. Sono solo riuscito a urlare: “Non sparate!”.
È nato in Sicilia, ma è milanese, è veronese, quasi cittadino onorario sardo e di Cortina. È apolide.
Mi chiamo Calogero, un nome che mi ha creato qualche problemino nella Milano anni Cinquanta; a scuola, quando era il momento dell’appello nel cortile, non rispondevo mai presente, altrimenti avrebbero riso tutti.
Lo ricorda in un suo film.
In Un ragazzo e una ragazza non rivelo mai il mio nome a Marina Suma; dopo un bacio mi chiede: “Come cavolo ti chiami?”. “Calogero”. “Scusa”. È una battuta liberatoria.
Quando la consapevolezza del suo valore?
Poco a poco; negli anni Sessanta, a 16 anni, suonavo la chitarra in un complessino di Verona, ero il più grande, e già allora ho capito la potenza della strizzatina d’occhio dal palco; poi quella strizzatina è stata affinata nella fase con I Gatti e ha svelato le mie capacità comiche; (ci pensa) la mia Accademia d’arte è stata direttamente il palcoscenico.
Come il Derby…
Abbiamo debuttato nel 1971, vivevamo nell’albergo sopra il locale: il pomeriggio scendevamo per le prove e la notte lavoravamo.
L’albergo serviva pure alle prostitute.
(Ride) Qualche coppietta entrava.
Secondo Mauro Di Francesco all’epoca era facile perdersi.
Vabbè, non esageriamo.
Lo racconta anche Paolo Rossi, parla di celebri criminali…
Diciamo che la platea era molto variopinta, il foyer lo frequentavano persone di diversa estrazione; io avevo vent’anni, arrivavo da Verona, non capivo proprio tutto.
Ha rischiato di perdersi?
No, perché non ero da solo, ed è stata la mia fortuna; eravamo un gruppo, ci difendevamo e forse dei quattro ero il più scapestrato: se esageravo, gli altri mi richiamavano all’ordine.
Più scapestrato lei o Abatantuono?
Bella coppietta: quando uscivamo di notte sembravamo i protagonisti di Attenti a quei due; in quegli anni Diego curava le luci del nostro spettacolo, anche se in realtà era un faro solo, e seguirci forse gli ha trasmesso qualcosa; poi a quel tempo il Derby esprimeva il top: Cochi e Renato, Paolo Villaggio ed Enzo Jannacci.
Chi la intimoriva?
Jannacci, quando parlava non lo capivo (lo imita benissimo); Enzo era anche direttore artistico, così ce lo ritrovavamo alle prove, e se dava consigli andavamo nel panico per tradurli.
Nella vita da cosa è sfuggito?
Per tanti anni al matrimonio: mentre i miei amici, a partire da Smaila, cadevano uno dopo l’altro, rappresentavo l’ultimo baluardo della scapolaggine; a un certo punto, quando alle serate tutti hanno iniziato ad arrivare con le donne, è finita l’epoca di noi stretti in una macchina pronti all’avventura.
Da amarezza.
Mi dicevano: “Se ci sono le mogli, non farti vedere mentre vai in giro a broccolare, altrimenti pensano male di noi”. Da lì è partita la decadenza del gruppo.
Le donne sono la costante…
Mi sono dato da fare.
Dario Cassini ha raccontato al Fatto del sesso durante le riprese de “I ragazzi della notte”
(È un po’ infastidito) Ero il regista, cercavo di tenerli a bada, puntavo al risultato, ma capivo che c’era movimento.
Ansia da prestazione professionale?
Sempre, è fondamentale, ancora oggi prima del sipario penso “ma chi me lo fa fare?”; poi inizia lo spettacolo ed è la magia; l’ansia mi assale pure quando firmo la regia.
In 50 anni di carriera le critiche non sono mancate.
Mi hanno detto qualsiasi cosa, però quando sono andato al Festival di Berlino con il film di Marco Ferreri (Diario di un vizio), una sera entro in un ristorante e lì il Gotha della critica italiana si è alzata per applaudirmi: “Abbiamo capito che sei un bravo attore”.
Già lo sapeva?
L’avevo intuito grazie a Sapore di mare: quando ho rivisto il film, sul finale, mi sono stupito del mio sguardo malinconico rivolto alla Suma; (ci ripensa) a Berlino i complimenti non sono arrivati solo dalla critica…
E da chi altro?
Da Herzog; durante la proiezione ero in ultima fila, a un certo punto un signore mi rivolge la parola: “Hai figli?”. “No”. “Mi raccomando, quando li avrai mostragli questo film: ne devi essere orgoglioso”. Era lui.
In che lingua avete interagito?
(Momento di orgoglio) Ho studiato al Classico, sono un grande latinista e parlo il tedesco.
Tra poco sono 70 anni.
Minchia ragazzi (ripete più volte e con differenti intonazioni sospira: “Sono 70”).
A 40 come immaginava i 70?
Da ragazzo ritenevo anziani i 45enni, quindi nella mia testa il 70enne era un vecchietto; (cambia tono) anche quando è arrivato mio figlio mi sono preoccupato per l’età: avevo 52 anni e temevo di non vederlo a lungo. E invece sono qui e non sono male, ho ancora un palco e un pubblico.
Quanto le è costato il Covid?
130/140 serate, ma la questione è più psicologica: mi ero abituato a stare i weekend fuori, a girare l’Italia con il mio gruppo. Il rischio è stata la depressione.
La depressione l’ha mai conosciuta veramente?
No, neanche dopo l’incidente (nel 1994 ha rischiato di morire in uno scontro tra auto): sono stato sei mesi in carrozzina, ma ero talmente felice di averla scampata da rifiutare l’invito di mia madre.
Quale?
Voleva che andassi da lei; inizialmente avevo accettato, ma poi ho preso una suite al piano terra di un albergo romano, ho trovato un ragazzo che mi dava una mano, e mi sono divertito come poche altre volte: tutti volevano venire da me, tutte a curarmi.
Parafrasando Guido Nicheli, i suoi 70 anni sembrano un giro di Rolex.
Non lo nego, sono una persona fortunata, soprattutto da quando ho eliminato l’angoscia del lavoro: prima dell’incidente, quando usciva un mio film, alle 11 di sera chiamavo non so quante cassiere dei cinema per sapere com’era andato al botteghino. Oramai conoscevo i loro nomi. Ed ero insopportabile.
Un rimpianto.
Quando ho chiuso il rapporto con De Laurentiis e non ho continuato a girare le “Vacanze di Natale” con i miei amici; però è anche vero che se avessi continuato non sarebbe arrivata l’occasione di Ferreri.
Com’era Ferreri?
Un uomo dolcissimo, gentile; la nostra prima telefonata è stata surreale: Nicoletta Ercole mi aveva avvertito che mi cercava, ma non le credevo, poi mi squilla il cellulare e sento: “Jerry Calà? Sono Ferreri. Come sei da attore drammatico?”. “Bravissimo, maestro”. “Bene, allora girerai con me”. E attaccò.
La notte porta segreti.
Vuol sottintendere che ho visto cose che voi umani…?
Un po’. Quanto è importante tacere?
Fondamentale, anche nei confronti di chi ti ha mostrato un lato nascosto, senza volerlo; è questo che permette alle amicizie di durare e genera rispetto nei tuoi confronti; (cambia tono) non sopporto chi mi ferma e sornione aggiunge “ti ricordi quella volta, ti ho visto…”, penso sempre: “Ma fatti i cazzi tuoi!”.
La Venier narra che non vi facevate i fatti vostri con i fidanzati della figlia…
Cavolo, Mara li terrorizzava: quando venivano a prendere Eli, gli spiegava che se non la riportava a casa uguale com’era, gli avrebbe tagliato tutto.
A cosa ha rinunciato?
(Sospirone, ci deve pensare a lungo) Forse alla vita di un normale ventenne e al rapporto con la mia fidanzata dell’epoca. Ragazza bellissima. La portai a Milano e si spaventò dall’ambiente dal Derby, fino a quando mi pose davanti al bivio tra una vita classica e quella che si prospettava con me. Soffrii molto.
Se si guarda indietro, cosa le viene subito in mente?
Io e mio padre a Verona, davanti al cinema, mentre da buon siciliano mi porta a vedere Franco e Ciccio; mentre guardo il manifesto del film, penso: “Chissà se un giorno vedrò il mio nome scritto così”.
Papà orgoglioso di lei?
All’inizio no, mi voleva ingegnere o medico, invece abbandonai l’università dopo un anno: una sera venne Umberto (Smaila) a casa nostra, mi chiese se avevo voglia di unirmi al gruppo e partire e, invece di rispondergli a voce, gli saltai addosso come un bambino. Ed è iniziata la storia di Jerry Calà.
Chi è lei?
Io sono Billo!
(Billo in “Vacanze di Natale” cantava: “Maracaibo, mare forza nove. Fuggire sì, ma dove Za za…”)
L’Accordo di Trump è già sepolto dalle bombe
Salutato da una gragnola di razzi palestinesi su Tel Aviv e da attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza, l’inviato degli Usa per il Medio Oriente, Hady Amr, è giunto a Gerusalemme nel momento in cui i peggiori scontri degli ultimi sette anni tra israeliani e palestinesi toccavano il loro culmine, aggravando un bilancio di centinaia di vittime.
La missione di Amr è cercare di mediare un cessate-il-fuoco fra le due parti, con incontri separati con responsabili israeliani e palestinesi a Gerusalemme e in Cisgiordania: evitare ulteriori escalation e congelare la fase di conflitto. L’ambasciata degli Usa a Gerusalemme indica che il vice-assistente segretario di Stato per gli affari israeliani e palestinesi intende “fare leva sulla necessità di lavorare per una calma sostenibile, partendo dal riconoscimento del diritto di Israele all’autodifesa. Israeliani e palestinesi – si aggiunge in un tweet – meritano eguale libertà, sicurezza, dignità e benessere”. I contatti di Amr coincidono con l’ammorbidimento della posizione degli Usa all’Onu: il Consiglio di Sicurezza si riunisce oggi – le 10 locali, le 16 italiane –, col segretario generale Antonio Guterres e il coordinatore speciale dell’Onu per il processo di pace in Medio Oriente, Tor Wennesland. Washington aveva finora bloccato una richiesta in tal senso della Cina e di altri Paesi, con la scusa di non compromettere gli sforzi diplomatici. IN serata poi arriva una lunga telefonata tra il presidente Biden e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu. Quest’ultimo ha spiegato a Biden che Israele starebbe facendo il possibile per evitare la morte dei civili ringraziandolo per il sostegno all’auto-difesa.
Pure l’Europa, appelli alla fine delle violenze a parte, è finora rimasta a guardare, anche se ora, su iniziativa dell’Italia, si prepara una riunione dei ministri degli Esteri dei 27. È difficile che il Consiglio di Sicurezza inneschi una svolta nel conflitto, anche se il presidente Usa Joe Biden starebbe vagliando verso Israele una svolta analoga a quella fatta con l’Arabia Saudita – sempre alleati, ma in modo meno incondizionato –. I sussulti di guerra tra israeliani e palestinesi testimoniano, del resto, la fragilità dell’Accordo del Secolo per la pace in Medio Oriente lanciato e propagandato dall’Amministrazione Trump senza un coinvolgimento dei palestinesi. Ne erano scaturiti, l’anno scorso, i cosiddetti ‘accordi di Abramo’ tra Israele ed Emirati Arabi Uniti e poi con Bahrein, Oman, Sudan e Marocco: intese tutte diverse l’una dall’altra, che ora l’Amministrazione Biden preferisce chiamare, meno enfaticamente, “accordi di normalizzazione” delle relazioni tra Israele e alcuni Paesi arabi. Donald Trump credeva di avere aperto la via alla pace tra Arabia Saudita e Israele, ma violenze e vittime di queste ore riavvicinano alla causa palestinese anche alleati degli Usa nella Regione, come la Giordania.
Londra sfila pacifica. Parigi, corteo negato pro-Palestina: scontri
A Parigi il corteo pro-palestinese sarebbe dovuto partire alle 15 da Barbès, quartiere con un’importante comunità musulmana, in direzione della Bastille, passando per il Marais, lo storico quartiere ebraico della città. Un percorso considerato troppo rischioso dal ministro dell’Interno, Gérard Darmanin, che ha deciso di vietarlo: “Non ci possono essere manifestazioni di odio in Francia”, ha detto. Parigi teme di “importare il conflitto” israelo-palestinese in casa. Né vuole che si ripetano i fatti del luglio 2014, quando una manifestazione pro-palestinese è degenerata in violenza a Parigi e in banlieue, con sinagoghe prese d’assalto, negozi kosher saccheggiati e slogan come “Morte agli ebrei”. Il risvegliarsi del conflitto in Medio Oriente allunga l’ombra dell’antisemitismo sulla Francia, il paese europeo con la più vasta comunità ebraica, di recente scesa in piazza contro la decisione dei giudici di non processare il killer di Sarah Halimi, uccisa nel 2017 da un giovane musulmano sotto l’effetto di droghe. Uno studio recente ha confermato che gli atti contro gli ebrei sono in aumento in Francia: 687 nel 2019, +27% rispetto al 2018. Malgrado il divieto, l’Associazione dei palestinesi dell’Ile de France ha mantenuto la mobilitazione, che in un primo tempo avrebbe dovuto commemorare la Nakba, l’esodo palestinese del ‘48: “Rifiutiamo di tacere la nostra solidarietà ai palestinesi”, hanno fatto sapere. 4.200 poliziotti li aspettavano nelle strade barricate di Barbès. La polizia ha usato da subito i cannoni ad acqua per disperdere i giovani, a diverse centinaia, con le bandiere della Palestina. Alcuni gruppi sono confluiti verso nord nella calma. Altri, giovani e incappucciati, hanno sfidato per ore i poliziotti, montato barricate, dato fuoco a cassonetti e gettato bottiglie contro gli agenti. Il boulevard Ornano è stato invaso dai gas lacrimogeni. I fermi sono stati 44 e un poliziotto è stato ferito. Si è aperta la polemica, in pieno clima pre-elettorale, se sia stato bene vietare il corteo. A Lione, Marsiglia o Strasburgo, dove i cortei erano autorizzati, non si sono verificati disordini. Sono 22mila a sfilare in Francia “solo “paese democratico” a vietare i cortei pro-Palestina, hanno protestato le associazioni. A Londra migliaia di persone si sono mosse da Marble Arc verso dell’ambasciata d’Israele con lo slogan “Free Palestine”.
In migliaia sono scesi nelle strade anche in Germania. Nel quartiere popolare di Neukölln, a Berlino, i manifestanti hanno agitato bandiere palestinesi e turche e striscioni con la scritta “Palestinian live matter” o “boicotta Israele”. È tutta l’Europa a temere lo spettro dell’antisemitismo dopo che nei giorni scorsi delle bandiere di Israele sono state date alle fiamme davanti alle sinagoghe di Bonn, Düsseldorf e Münster. A Bonn l’ingresso della sinagoga è stato preso a sassate: 16 i fermati. Steffen Seibert, portavoce di Angela Merkel, ha condannato questi “attacchi ai simboli ebraici”, segno di un “odio verso la religione” e non di una critica alla politica di Israele. I servizi segreti tedeschi, in un documento interno reso noto dallo Spiegel, temono che i raid su Gaza possano moltiplicare gli attacchi alle sedi consolari e all’ambasciata d’Israele. A Vienna si indaga sul corteo filo palestinese di mercoledì sfociato in accenti antisemiti. Il cancelliere Sebastian Kurz ha issato la bandiera con la stella di David sul tetto del Bundeskanzleramt. Un gesto di sostegno a Israele che l’Iran non ha apprezzato, al punto da annullare il viaggio a Vienna del ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, previsto ieri, per discutere dell’accordo sul nucleare. Tre giorni fa, su una sinagoga di Ceuta, enclave spagnola in Marocco, è comparsa la scritta “Free Palestina” a firma “Auak”, “Allahu Akbar”.