Israele: “Nessuna tregua”. Abbattuta la torre dei media

L’orizzonte tra Israele e la Striscia di Gaza al termine del sesto giorno di combattimenti – anniversario della Nakba, l’esodo di centinaia di migliaia abitanti della Palestina, cacciati via o fuggiti dalla loro terra ne ’48 – continua a mostrare nuvole nere di fumo e i lampi delle esplosioni. La tregua che alcuni media israeliani avevano ventilato ieri mattina per ora non ci sarà. Il debole e screditato premier uscente Bibi Netanyahu ha tutto il vantaggio a usare i 2.300 razzi inviati finora da Hamas contro Israele per ergersi a unico insostituibile guardiano delle mura di Gerusalemme, la Città Santa perno di questa ennesima offensiva israeliana denominata, per l’appunto, “guardiani delle mura”. La vita dei palestinesi di Gaza e quella degli israeliani residenti soprattutto lungo e a ridosso della barriera di separazione (non si può usare il termine “confine” non esistendo uno Stato Palestinese sovrano) con la Striscia è dunque ancora a rischio. Nonostante non si possa paragonare la qualità di vita dei cittadini comuni di Gaza con quella degli israeliani, anche ieri entrambi sono stati accomunati dalla paura di perdere la vita sotto i bombardamenti.

Per fortuna nessuno era presente nella torre dei media di Gaza City quando i jet di Israele l’hanno ridotta a un cumulo di macerie. L’assenza di vittime è stata dovuta all’avvertimento lanciato dalle forze di Difesa israeliane prima di tempestare di bombe la sede dell’emittente qatarina Al-Jazeera e di altre agenzie internazionali ritenuta un nascondiglio di membri di spicco di Hamas. Ma di vittime ce ne sono state comunque sia nella Striscia sia in Israele. Come sempre, come in tutte le cosiddette “operazioni” israeliane contro il movimento islamico Hamas – che controlla dal 2007 la Striscia – l’ultima nel 2014, il numero dei morti palestinesi è di gran lunga superiore a quello delle vittime israeliane. Il terrore che inizia a diffondersi nelle vene di chiunque senta suonare le sirene che avvisano dell’imminente arrivo di un missile o di una bomba è tuttavia uguale in ogni essere umano.

Ieri le sirene si sono sentite ancora a Tel Aviv e nei sobborghi limitrofi come Ramat Gan dove un cinquantenne è morto per le schegge di un razzo lanciato dalla Striscia assieme a molti altri che hanno colpito alcune abitazioni nei villaggi di Ashdot, Eskelon e frazioni a ridosso della barriera senza fare, per fortuna, altre vittime. In questi sei giorni il numero degli israeliani uccisi è arrivato a 10, tra questi un ragazzino mentre i morti a Gaza sono stati 139 di cui 39 bambini. Gli attacchi aerei e il lancio di razzi era durato tutta la notte per poi riprendere nella tarda mattinata. Dall’inizio del conflitto, da Gaza sono stati lanciati circa 2.300 razzi verso Israele. Di questi – ha detto l’esercito – 1.000 sono stati intercettati dal sistema di difesa antimissili Iron Dome. Secondo la stessa fonte circa 380 sono ricaduti all’interno del territorio di Gaza. Il ministero della Sanità di Hamas ieri pomeriggio ha aggiornato anche il numero dei feriti che sarebbero saliti a 1.000 in seguito al bombardamento aereo contro il campo profughi di Shati.

L’ala militare di Hamas ha rivendicato la paternità dell’attacco missilistico sferrato contro l’intera area urbana attorno a Tel Aviv definendolo una risposta proprio all’offensiva contro l’area dove ancora vivono in miseria dentro a baracche e cubi di cemento centinaia di palestinesi profughi del ‘48. Israele ha effettuato centinaia di attacchi aerei e diversi attacchi di terra a Gaza, ma le truppe dell’Idf non sono entrate a Gaza come parte di un’invasione di terra perché i rischi sono considerati troppo alti vista l’alta concentrazione di missili e artiglieria nemica in un’area molto ristretta e densamente popolata. La notte non porterà consiglio.

Un tigre nel motore, facce da dimenticare e mariti da cremare

“Questo lo capirebbe anche un bambino di 5 anni. Andate a prendere un bambino di 5 anni” (Groucho Marx)

Quando interpretiamo una gag (linguistica, iconica, plastica, musicale, filmica, &c.) cerchiamo di ri-creare il suo senso: la volta scorsa abbiamo visto i momenti di questo processo, che è un’esplorazione dinamica, durante la quale generiamo nella nostra testolina un campo isotopico e lo modifichiamo continuamente, iscrivendovi tutte le unità espressive (unità semiotiche) che incontriamo.

Ogni unità semiotica , in qualunque opera, è poli-isotopica, cioè contiene diversi percorsi di senso possibili: tende però a essere letta secondo le isotopie che abbiamo già riconosciuto, poiché ogni unità semiotica condiziona il significato delle altre, proiettando restrizioni ed equivalenze semantiche, come fa lo slogan “Metti un tigre nel motore”, che proietta l’equivalenza “destinatario = domatore”. Ci sono, dunque, due tipi di unità semiotiche: 1) unità date: permettono di passare dal tropo alla poli-isotopia, assumendo un ruolo connettivo (per esempio, tigre –> isotopia animale); 2) unità proiettate: le unità rilette secondo una nuova isotopia (correzione retrospettiva) permettono di passare dalla poli-isotopia alla formazione di nuovi tropi (per esempio: isotopia animale –> destinatario = domatore). Riusciamo a individuare un’isotopia e la sua allotopia grazie ad alcune variabili (indicatori semiologici): ci sono variabili interne (significati ricorrenti, organizzazione sintagmatica); e variabili esterne (isotopia pre-testuale) quali i frame (Qc #50); le servitù del contesto e della sociocultura; e i codici che impongono una lettura poli-isotopica (per esempio, i messaggi di Radio Londra, dove un enunciato neutro era indice di un enunciato segreto; la dottrina psicanalitica; la Cabala; la Smorfia). Per parodiare il frame “pubblicità Esso”, la rivista Mad ne mantiene alcuni indicatori iconici (tigre, font, layout, colori), modificando quelli linguistici in modo da sabotare la mediazione icono-linguistica originaria. Nel testo, inoltre, quella parodia comica sbeffeggia l’abuso della tigre in pubblicità coeve (cornflakes, pneumatici, lozione per capelli). Allo stesso modo, anni dopo, l’organizzazione animalista Peta parodierà lo slogan della Esso per denunciarne la sponsorizzazione di una crudele corsa dei cani da slitta in Alaska (parodia satirica).

Imbattersi in una allotopia provoca nel lettore/spettatore/ascoltatore quattro tentativi di integrazione:

1) correzione dell’allotopia: il significato del campo isotopico è aggiunto all’allotopia, mentre i significati non pertinenti di questa sono eliminati;

2) correzione del campo isotopico: il significato del nuovo elemento è aggiunto al campo isotopico (rivalutazione retrospettiva);

3) riconoscimento della non pertinenza, senza rivalutazione: aggiunta di un altro campo isotopico. Se questa soluzione è determinata dalla connotazione stilistica, è un’isotopia di connotazione, di cui è un esempio il monologo interiore in Joyce;

4) riconoscimento della non-pertinenza, con rivalutazione: aggiunta di un altro ethos, per esempio quello divertente, come nelle gag. In Amami stanotte, tre dame concitate scendono le scale, doppiate dal latrato di tre cani (shorturl.at/gwFKX, a 1h19’25”): è una gag sonoro-iconica.

Interpretando un testo, passiamo all’ipotesi 2 se la 1 non è soddisfacente; alla 3 se non è soddisfacente la 2; e alla 4 se non è soddisfacente la 3 (Gruppo di Liegi, 1977): il tutto rapidamente, a giudicare dalla risata immediata dopo una gag. “Mio marito vuole essere cremato. Gli ho detto che spargerò le sue ceneri da Bloomingdale’s, così andrò a fargli visita ogni giorno.” (Joan Rivers)

La mediazione è la struttura semantica di ogni testo poli-isotopico. Attraverso mediazioni espressive si crea una connessione semantica fra le isotopie antagoniste (Qc #54). La mediazione varia in base alla specificità dei sistemi semiotici: quello linguistico permette la successione, quelli visivo e sonoro anche la simultaneità.

LE POETICHE NON MEDIATRICI

Se le relazioni fra significanti hanno la priorità sulle combinazioni semantiche (come nel Dada, nel surrealismo, nel cut-up), la mediazione è, secondo i casi, rifiutata, superflua, casuale, mediata, fallita. Questo può accadere in ogni testo semiotico, linguistico e non linguistico; e ci interessa poiché è la non mediazione a conferire al testo un ethos divertente. Fra le strategie linguistiche delle poetiche non mediatrici distinguiamo la mediazione rifiutata (come nella tautologia); la mediazione superflua, già realizzata (come nel linguaggio dei Puffi, che usano puffare al posto di ogni verbo, come noi a volte usiamo “cosare”, tanto il contesto disambigua il senso); la mediazione casuale (l’assurdo, le tecniche aleatorie come la collazione di frasi udite, il collage, il cut-up, e la strategia oulipiana S+7, che sostituisce ogni sostantivo di un testo con il settimo che lo segue nel dizionario); la mediazione mediata (gioco di parole, parole-valigia, allitterazioni, paronomasie, anagrammi, antistrofi, calligrammi, poesia concreta); e la mediazione fallita (le gag, non solo linguistiche). “Non dimentico mai una faccia, ma nel suo caso sarò lieto di fare un’eccezione.” (Groucho Marx)

(55. Continua)

La sinistra da tv solidale con il vip contro la “pazza” pagata in nero

Breve storia triste dal mondo alla rovescia. Il primo mestiere di Roberto Angelini è il cantautore. Il secondo è il chitarrista televisivo: è uno dei musicisti di Propaganda Live, la trasmissione cult di Diego Bianchi su La7. Il terzo mestiere di Angelini è il ristoratore. L’ha fatto sapere lui stesso con un selfie in lacrime pubblicato su Instagram, in cui racconta di essere stato denunciato da una sua “amica” cui aveva concesso il privilegio di lavorare in nero nel periodo buio della pandemia. La Guardia di Finanza è andata a trovarlo nel suo sushi-bar di Roma, quartiere San Lorenzo, portando in dote una multa da 15mila euro.

Sotto alla foto piangente, Angelini definisce la sua ex lavoratrice “una pazza incattivita” e non riesce proprio a capacitarsi di come le sue buone intenzioni siano state fraintese: “Mi sembrava pure di fare del bene. Pensa te”. Finisse qui, sarebbe solo lo sfogo molto sopra le righe di un imprenditore – persino comprensibile in questo periodo tremendo – che confonde il diritto con il favore. Ma lo spettacolo davvero deprimente comincia dopo. Tra i commenti al post in lacrime di Angelini inizia una sfilata di solidarietà di vip, cantautori e personaggi dello spettacolo più o meno famosi. Cuoricini, incoraggiamenti, abbracci virtuali: Jovanotti, Elio, Elodie, Ambra, Max Gazzè. Tutti artisti che hanno familiarità con il palco del Primo maggio e consolano l’imprenditore multato, amico loro. Il musicista Leo Pari ci mette il carico: “La gente a volte è orrenda”. Ce l’ha con la lavoratrice in nero, ovviamente. La “pazza incattivita”.

La breve storia triste si traduce quindi in trattatello sociologico, purtroppo scadente, sulla sinistra da propaganda televisiva. Che mette alcuni diritti in scaletta ma poi se li scorda dietro le quinte. Che scrive di lavoro e vive d’impresa. “Credo di notare una leggera flessione del senso sociale”, diceva Gazzè in una vecchia canzone: “Ma andate a cagare voi e le vostre bugie”.

Militari intercettati dopo le botte: “Fatto di peggio”

“Abbiamo fatto cose peggiori”. Questa l’affermazione di uno dei tre giovani militari accusati di aver picchiato un venditore ambulante bengalese a Venezia, conversazione captata dagli inquirenti, come scrive Il Corriere del Veneto, grazie all’ausilio di un trojan inserito nel suo cellulare. I fatti risalgono al 23 dicembre 2019: secondo quanto denunciato dalla vittima (un venditore abusivo di stivali di plastica contro l’acqua alta), i tre (lagunari dell’operazione “Strade sicure”) avrebbero picchiato e derubato l’uomo nel corso di un controllo nei giardini Papadopoli, nei pressi di piazzale Roma. L’ambulante aveva denunciato immediatamente l’accaduto in Questura e le sue accuse sembrano suffragate dal referto ospedaliero, che aveva riscontrato lesioni derivanti da sberle e pugni, per una prognosi di 8 giorni, e dal successivo ritrovamento della merce distrutta in cespugli vicini al luogo indicato. Ora le intercettazioni disposte dal pm di Venezia e dalla gip, sembrerebbero aggravare la posizione degli indagati. “Loro sanno solo di quello… Sapessero anche degli altri… Abbiamo fatto cose peggiori… Pugni nei reni…”, le parole di uno dei tre, intercettate durante una conversazione con un amico al bar. Secondo l’accusa, dai rilievi così effettuati, non sarebbe emerso nessun segno di stupore per quanto contestato; la preoccupazione dei tre sarebbe stata, anzi, quella di concordare una versione comune dei fatti da raccontare in sede di interrogatorio. “Non c’è stata alcuna rapina o forma di violenza”, ha affermato l’avvocato del militare intercettato, “le frasi dette vanno contestualizzate”. In attesa del ricorso, il gip ha disposto l’interdizione dal servizio per un anno per i tre accusati. L’utilizzo del trojan, che trasforma di fatto il cellulare di un indagato in dispositivo di ascolto per gli inquirenti, è stato possibile perché i tre militari sono accusati di rapina, ipotesi di reato che prevede questa possibilità.

Calabria, il generale Cotticelli si sentiva accerchiato: “Fatto fuori dalla massoneria”

Davanti alle telecamere della trasmissione Titolo V, su Rai3, aveva detto di non sapere che il piano Covid in Calabria l’avrebbe dovuto predisporre lui. Dimessosi da commissario alla sanità calabrese, poi a Non è l’Arena, su La7, ha spiegato che non era in sé mentre parlava davanti alle telecamere: “Non so cosa mi è accaduto – erano state le sue parole – Sto cercando di capire con un medico cosa mi è successo. Ero in uno stato confusionale su cui sto indagando”. Chissà se le “indagini” del generale dei carabinieri Saverio Cotticelli sui suoi detrattori siano state concluse. Così sembrerebbe, leggendo le intercettazioni finite nel fascicolo dell’inchiesta “Sistema Cosenza”, dove Cotticelli è indagato per falsità ideologica, in relazione al bilancio 2017 dell’azienda sanitaria locale.

Agli atti dell’indagine cosentina, però, sono finite alcune conversazioni registrate dalla Guardia di finanza. Il 6 aprile scorso, Cotticelli parla al telefono con Maria, “verosimilmente la sorella”. A lei Cotticelli spiega il perché, dopo le polemiche, oggi si ritrova indagato: “È tutta una manovra della massoneria… la massoneria deviata che io ho combattuto e che ho danneggiato in maniera pesante, si è vendicata”. Due giorni più tardi, è al telefono con una dipendente della Regione Calabria: “Mi hanno incriminato per un reato che non ho commesso – dice –. Il nemico vero ero io… il nemico da abbattere in tutti i modi… Mi hanno fatto una porcata… ’sti figli di puttana e quindi si inserisce, questa storia, nel complotto che noi sappiamo. Hanno cercato di uccidermi questi bastardi, uccidermi per via giudiziaria e per via dei mass-media”. Il 15 marzo, sempre con la stessa donna, il generale è più esplicito: “Mi auguro che Gratteri riesca a trovare le prove di questo complotto che è disumano, fatto sulla pelle dei calabresi”. Al posto di Cotticelli, oggi c’è il prefetto Guido Longo. “Mo’ lo devono fare fuori, il discorso lo sai qual è? Far fuori tutti i commissari per riportare la sanità alla politica e quindi continuare a fare le porcate che hanno fatto in tanti anni, è semplice”. Che la sanità in Calabria sia un campo minato lo conferma la confidenza fatta dalla dipendente regionale a Cotticelli: “Ho avuto un colloquio con una persona in Regione che mi ha detto che Longo è funzionale al sistema e lo attaccheranno solo quando andrà a toccare i privati”. Gli stessi privati che, dalle carte della Guardia di finanza, “sguazzano finché non fai i bilanci”. Lo dimostra l’intercettazione di un altro indagato: “Abbiamo pagato cose che non dovevano essere pagate, controlli non fatti, certificati (anti, ndr) mafia non richiesti, extra budget… perché erano utili al sistema”.

Casaleggio chiede (ancora) soldi agli eletti. Dal Movimento: “Così ha violato la diffida”

Davide Casaleggio torna a battere cassa, e i Cinque Stelle gridano all’errore. Quattro giorni fa il patron della piattaforma Rousseau ha per l’ennesima volta chiesto via email ai parlamentari M5S i versamenti arretrati, o meglio “il contributo per il mantenimento delle piattaforme tecnologiche che supportano l’attività dei gruppi e dei singoli parlamentari”, com’è scritto nel messaggio, in cui si ricorda che “il contributo dovrà essere versato entro il 10 di ogni mese”. Nelle stesse ore però il reggente del Movimento, Vito Crimi, aveva inviato a Casaleggio (e al Garante della Privacy) una diffida, in cui veniva intimato al patron di Rousseau di “astenersi da qualsiasi trattamento dei dati degli iscritti, che non sia finalizzato alla consegna dei medesimi dati al M5S entro 5 giorni”. Per questo, ora fonti qualificate del Movimento sostengono che l’email con cui Casaleggio ha chiesto denaro agli eletti, ovviamente tutti iscritti alla piattaforma, rappresenti una violazione. La nuova tappa di una guerra che da politica si è fatta legale.

La Resurrezione. Cristo buca silenzi e paure con un bonario rimprovero

I discepoli di Gesù, dopo la morte in croce del Maestro, erano timorosi o disillusi. Le speranze erano infrante, la delusione cocente, la morte pungente. Il colore è scuro, la luce è quella del tramonto che si spegne. Ma Gesù – come leggiamo nell’appendice al Vangelo di Marco –, appare prima a Maria di Magdala, poi a due discepoli che si allontanavano da Gerusalemme camminando verso la campagna. Tutti e tre subito ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero. Il contrasto è forte: il bianco della resurrezione sul nero della morte; il bianco dell’apparizione improvvisa e luminosa sul nero dell’incredulità desolata.

Ma che cosa era accaduto nel frattempo? A saperlo erano solamente alcune donne che al levar del sole il primo giorno dopo il sabato erano andate al sepolcro per imbalsamare il corpo di Gesù con oli aromatici. Arrivate a destinazione, vedono che il masso davanti al sepolcro era rotolato via. Un angelo dice loro che Gesù era risorto e aveva chiesto di dirlo ai discepoli. Ma le donne sono sconvolte e fuggono via, rimanendo in silenzio per paura. Non dicono nulla ai discepoli. Silenzio. Paura. Sconvolgimento. La luce resta nascosta come una parola non pronunciata.

Il contrasto è forte: le trombe della resurrezione squillano sul silenzio del sepolcro ormai vuoto e sul mutismo delle donne impaurite. Bisogna spezzare questo cortocircuito tra gioia e timore incredulo. Ma come? Lo fa Gesù, che appare agli undici discepoli mentre stavano a mensa insieme. E che cosa fa? Li rimprovera per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto.

I contrasti continuano a essere forti e accesi: Cristo risorto buca il silenzio e la paura, ma lo fa non con toni di gioia, ma con accenti di rimprovero. È il rimprovero qui il vero canto della resurrezione, che con severità amorosa si fa burla della testardaggine che ci spinge in basso e ci invita a non credere alla speranza e alla vita. La resurrezione fa rotolare via massi inamovibili e rimprovera vite intorpidite: è un terremoto, non una serenata. Ed è questo scuotimento che sostiene l’appello: Andate in tutto il mondo, dice Gesù. Il perimetro della tomba esplode e apre tutte le direzioni della rosa dei venti: proclamate il Vangelo a ogni creatura, chiede il risorto. E lo chiede proprio a coloro che aveva rimproverato per la loro incredulità. I segni rivelano il valore di questa buona notizia. Sono forti: i credenti nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno. In pochi tratti è descritto un mondo nuovo, o meglio: un modo nuovo di vivere il mondo: la paura scompare, il male fugge, il danno non è mai irreparabile, il veleno non uccide, la malattia guarisce. Ed ecco che il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo.

Gesù che ascende è una potentissima immagine di discontinuità. Ma è anche una immagine rivoluzionaria rispetto a un ordine costituito dalla logica dello scarto e della morte. Infatti, se il morto –che sta in basso nella sua sepoltura –ascende, allora significa che lo scartato riacquista voce; che il malato guarisce; che il disprezzato acquista dignità. Nella vita del credente c’è sempre qualcosa che sboccia. Non può ripiegarsi su se stessa: non tollera le tombe, né la durezza del cuore impaurito né il fallimento certificato e irreversibile. Perché è “presa su” (alla lettera) da una forza che orienta verso l’alto, cioè verso il suo vero destino.

*Direttore de “La Civiltà Cattolica”

 

I democratici e il coraggio di criticare Israele da amici

Osserviamo costernati le manifestazioni in cui viene bruciata la bandiera israeliana e anche tanti giovani immigrati di seconda generazione gridano in arabo “yahoud kalabna”, “gli ebrei sono i nostri cani”. A loro la memoria della Shoah dice poco o nulla, al cospetto delle sofferenze dei palestinesi. Anche a causa di quelle immagini la paura di criticare Israele ci paralizza, soprattutto mentre piovono razzi sulle sue città. Ma dobbiamo pur dircelo: del nostro imbarazzato tacere stanno approfittando i fanatici che si promettono morte fra vicini di casa. Come la notte del 22 aprile scorso, quando squadristi dell’estrema destra a Gerusalemme assalivano per strada i loro concittadini palestinesi al grido “mavet laaravim”, “morte agli arabi”, provocando 105 feriti, per vendicarsi della diffusione di un video in cui un ebreo ortodosso veniva sopraffatto e umiliato. Oggi che la guerra infuria non solo ai confini d’Israele ma nel cuore delle città-miste, rendendole invivibili, la minoranza che laggiù si sforza di praticare l’alternativa di una pace fra uguali viene accusata di tradimento. Gli estremisti che chiedono l’“ebraicizzazione” e perfino l’esodo forzato degli arabi, hanno già i numeri per condizionare gli equilibri di governo. E gettano benzina sul fuoco per contare sempre di più. Ormai mi sono abituato a sopportare questa accusa di tradimento, estesa peraltro a tanti israeliani che la pensano come me. Ma credo sia giunto il momento che i democratici italiani, proprio perché preoccupati per la sicurezza presente e futura dello Stato d’Israele, imparino a esprimergli a voce alta le critiche sussurrate lontano dai riflettori. Da veri amici. Si facciano promotori di manifestazioni contro i guerrafondai in cui possano sfilare una accanto all’altra le bandiere d’Israele e della Palestina. Senza pericolo di venir bruciate.

La propaganda di Rula Jebreal

Rula Jebreal. L’argomento è scivoloso e sento che alla fine di queste righe qualcuno dirà che ho pestato – come dire – una boassa. Rula ha una regola. E lo ha spiegato molto bene. “Come scelta professionale non partecipo a nessun evento che non implementa la parità e l’inclusione”, ha spiegato. E quindi ha declinato l’invito di Diego Bianchi a partecipare a Propaganda Live. Come darle torto? Ognuno è libero di andare dove vuole. E se sceglie come norma un comportamento che aiuti la gente a capire che è necessario non fare discriminazioni non possiamo che applaudire. Ovviamente bisogna stare attenti a usare il buon senso. Se in un talk show che abbia come tema la politica economica vengono invitate dieci persone e una sola è una donna è ovvio che siamo in presenza di un comportamento discriminatorio. E spesso ciò è successo. Ma anche Rula non può non essere d’accordo con me che il principio non va applicato con rigida determinazione. Per esempio all’evento Roma–Lazio, tutti hanno visto che sono scesi in campo calciatori. Tutti uomini. D’accordo è una provocazione. Ma mica tanto. Può capitare che in una trasmissione io debba invitare quattro persone. Una che racconti la vita delle suore di clausura. Una che spieghi che cosa spinge alcune ragazze verso la prostituzione. Una terza che ci ricordi la dura esistenza delle mondine. Una quarta che racconti la tremenda avventura di una ragazza stuprata. Ecco, Rula, come la mettiamo? Invitiamo quattro donne senza paura di essere accusati di aver discriminato gli uomini? Un caso estremo? Allora la faccio più facile ancora. Se Rula avesse detto: a La7 la somma totale degli invitati è nettamente a favore degli uomini, allora la sua posizione sarebbe stata più comprensibile. Alla trasmissione di Zoro volevano ricordare Mattia Torre attraverso le parole del suo migliore amico e hanno invitato Valerio Aprea. Che cosa avrebbero dovuto fare per non scontentare Rula? Insomma, buon senso. Non sarò io a dire che è finito il tempo di lottare duramente. Ma ci vuole buon senso perché il buon senso è di sinistra. O almeno lo era.

PS: Propaganda Live ha postato un ultimo tweet per sottolineare che il parterre prevedeva come sempre anche altre presenze femminili: “Saranno con noi, come ogni settimana, anche Constanze Reuscher, Francesca Schianchi, Marco Damilano e Paolo Celata”. Era una battuta?

Le nostre guerre ai mulini a vento

Don Chisciotte: “Ho letto millanta storie di cavalieri erranti, di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza. Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia, ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia. Proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto… ma un rifiuto non l’accetto, forza sellami il cavallo. Tu sarai il mio scudiero, la mia ombra confortante, e con questo cuore puro, col mio scudo e Ronzinante, colpirò con la mia lancia l’ingiustizia giorno e notte, com’è vero nella Mancha che mi chiamo DON CHISCIOTTE!”.

Sancho Panza: “Questo folle non sta bene, ha bisogno di un dottore, contraddirlo non conviene, non è mai di buon umore. È la più triste figura che sia apparsa sulla terra, Cavalier senza paura di una solitaria guerra… E così da giorni abbiamo solo cazzi nel sedere, non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere. E questo pazzo scatenato, che è il più ingenuo dei bambini, proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini”. Don Chisciotte: “Salta in piedi, Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora, solo i cinici e i codardi non si svegliano all’aurora… ma dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa il nemico si fa d’ombra e s’ingarbuglia la matassa”. Sancho: “A proposito di questo farsi d’ombra delle cose, l’altro giorno quando ha visto quelle pecore indifese le ha attaccate come fossero un esercito di Mori… Era chiaro come il giorno, non è vero, mio Signore? Io sarò un codardo e dormo, ma non sono un traditore, credo solo in quel che vedo e la realtà per me rimane il solo metro che possiedo, com’è vero che ora ho fame!”. Don Chisciotte: “Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch’io un realista, ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista, l’apparenza delle cose come vedi non m’inganna…”. Sancho: “Mio Signore, io purtroppo sono un povero ignorante e del suo discorso astratto ci ho capito poco o niente, ma anche ammesso che il coraggio mi cancelli la pigrizia, riusciremo noi da soli a riportare la giustizia in un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre, dove regna il capitale, oggi più spietatamente, riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero al potere dare scacco e salvare il MONDO INTERO?”. Don Chisciotte: “Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro perché il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro? Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità, farmi umile e accettare che sia questa la realtà?”. (A due voci) “Il Potere è l’immondizia della storia degli umani e anche se siamo soltanto due romantici rottami, sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte, siamo i Grandi della Mancha: SANCHO PANZA E DON CHISCIOTTE!”. Don Chisciotte, Francesco Guccini.

Straordinaria è anche la figura di Sancho Panza, almeno nell’interpretazione che ne dà Guccini: Sancho è un realista ma per amore del suo Signore alla fine si fa coinvolgere in un’impresa in cui non crede. Questa si chiama fedeltà.

Quando era in auge, Guccini lo frequentavo poco, troppo cupa sembrandomi la sua poetica. Ma un giorno, era il ’76, sentii uscire da un jukebox “Io anarchico, io fascista” (L’Avvelenata). Nel sinistrume di allora, che coinvolgeva tutti i giornali e gli intellettuali, sempre pronti ad appecoronarsi al conformismo del momento, quella frase suonava come una bestemmia in Chiesa. Naturalmente Guccini non ha niente a che vedere col fascismo, né storico né come forma mentis, è un anarchico e un libertario. E nella vita ha fatto onore al suo Don Chisciotte. Certo ha avuto successo, ma, uomo schivo come pochi, cosa rara nell’ambiente narcisistico dello spettacolo, ha fatto di tutto per inimicarsi quello che avrebbe dovuto essere il suo mondo: cantautori, uomini di spettacolo, conduttori di talk-show. Prendiamo il Cirano, 1996 : “Venite pure avanti inutili cantanti di giorni sciagurati, buffoni che campate di versi senza forza, avrete soldi e gloria, ma non avete scorza. Godetevi il successo, godete finché dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura, e andate chissà dove per non pagar le tasse… Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna. Gli orpelli? L’arrivismo? All’amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco. Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti, venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false che avete spesso fatto del qualunquismo un’arte, coraggio liberisti, buttate giù le carte. Non me ne frega niente se anch’io sono sbagliato. Spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato. Coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco”.

Anche oggi ci chiediamo, come allora Guccini, dove sono finiti i cavalieri erranti, i cavalieri senza macchia e senza paura, i chevalier seul. Non si vedono nel mondo né tanto meno in Italia. Dove sono i Che Guevara? In Italia io conosco, e riconosco, un solo chevalier seul, Daniele Luttazzi, l’unica, vera vittima dell’ “editto bulgaro” di Berlusconi. Oggi Luttazzi ha trovato rifugio al Fatto, ma è un uomo di spettacolo, lo scrivere lo riguarda meno.

Io, perdonate la superbia, sono sempre stato un Don Chisciotte. Fin da subito. Mio padre mi chiamava “l’avvocato delle cause perse” e forse avrebbe dovuto cercare di correggere un po’ questa mia tendenza. A differenza però del Don Chisciotte di Cervantes e di quello di Guccini io non mi sono battuto contro i mulini a vento, ma contro i poteri, forti e fortissimi. Da quando, agli inizi degli anni Settanta, ho fatto il giornalista, ho ingaggiato una battaglia solitaria contro la partitocrazia. Non ho cavato un ragno dal buco, come ognuno può vedere, ma questa mia battaglia carsica è servita poi ad altri, come una volta mi ha ammesso lo stesso Travaglio. Mi sono battuto contro il craxismo (nella sua seconda fase, quella dei “nani e ballerine”). Non sono così ubriaco di me stesso da pensare di aver abbattuto Craxi, è stata Mani Pulite, cioè quel formidabile pool di magistrati milanesi che, ora che un’altra magistratura è nella tempesta, conviene ricordare. Mi sono battuto a favore dell’indipendentismo talebano-afghano contro gli occupanti americani. Quella guerra è stata vinta grazie al coraggio e al fortissimo senso di appartenenza nazionale degli afghani, talebani o non talebani che fossero. Però, essendo stato l’unico, proprio l’unico in Occidente a difendere la causa talebana, mi sento di poter dire che quella vittoria appartiene anche a me. Per una volta Don Chisciotte ha vinto.

Però essere contro lo strapotere dei partiti, essere contro un Craxi dominante, essere contro gli americani, mi è costato l’esclusione da tutto. Nella prefazione al mio libro Il Conformista, 1990, Montanelli scriveva: “Ha le mani pulite, ed è questo che dà tanta forza alla sua frusta e insieme lo rende così inviso alla intellighenzia. Non ne rispetta le regole. Non sta al gioco… Gliela faranno pagare calando su di lui una coltre di silenzio: da quando i roghi non usano più, è la sorte che attende i conformisti che non si conformano”. E così è stato.

Ma nonostante tutto, come canta Vasco, “eh già, sono ancora qua”. Pronto, con la mia spada che ha perso parecchio del suo filo, a ingaggiare duelli. “E al fin della licenza io non perdono e tocco”. Come sanno, fra gli altri, Silvio Berlusconi e Alessandro Sallusti.