L’orizzonte tra Israele e la Striscia di Gaza al termine del sesto giorno di combattimenti – anniversario della Nakba, l’esodo di centinaia di migliaia abitanti della Palestina, cacciati via o fuggiti dalla loro terra ne ’48 – continua a mostrare nuvole nere di fumo e i lampi delle esplosioni. La tregua che alcuni media israeliani avevano ventilato ieri mattina per ora non ci sarà. Il debole e screditato premier uscente Bibi Netanyahu ha tutto il vantaggio a usare i 2.300 razzi inviati finora da Hamas contro Israele per ergersi a unico insostituibile guardiano delle mura di Gerusalemme, la Città Santa perno di questa ennesima offensiva israeliana denominata, per l’appunto, “guardiani delle mura”. La vita dei palestinesi di Gaza e quella degli israeliani residenti soprattutto lungo e a ridosso della barriera di separazione (non si può usare il termine “confine” non esistendo uno Stato Palestinese sovrano) con la Striscia è dunque ancora a rischio. Nonostante non si possa paragonare la qualità di vita dei cittadini comuni di Gaza con quella degli israeliani, anche ieri entrambi sono stati accomunati dalla paura di perdere la vita sotto i bombardamenti.
Per fortuna nessuno era presente nella torre dei media di Gaza City quando i jet di Israele l’hanno ridotta a un cumulo di macerie. L’assenza di vittime è stata dovuta all’avvertimento lanciato dalle forze di Difesa israeliane prima di tempestare di bombe la sede dell’emittente qatarina Al-Jazeera e di altre agenzie internazionali ritenuta un nascondiglio di membri di spicco di Hamas. Ma di vittime ce ne sono state comunque sia nella Striscia sia in Israele. Come sempre, come in tutte le cosiddette “operazioni” israeliane contro il movimento islamico Hamas – che controlla dal 2007 la Striscia – l’ultima nel 2014, il numero dei morti palestinesi è di gran lunga superiore a quello delle vittime israeliane. Il terrore che inizia a diffondersi nelle vene di chiunque senta suonare le sirene che avvisano dell’imminente arrivo di un missile o di una bomba è tuttavia uguale in ogni essere umano.
Ieri le sirene si sono sentite ancora a Tel Aviv e nei sobborghi limitrofi come Ramat Gan dove un cinquantenne è morto per le schegge di un razzo lanciato dalla Striscia assieme a molti altri che hanno colpito alcune abitazioni nei villaggi di Ashdot, Eskelon e frazioni a ridosso della barriera senza fare, per fortuna, altre vittime. In questi sei giorni il numero degli israeliani uccisi è arrivato a 10, tra questi un ragazzino mentre i morti a Gaza sono stati 139 di cui 39 bambini. Gli attacchi aerei e il lancio di razzi era durato tutta la notte per poi riprendere nella tarda mattinata. Dall’inizio del conflitto, da Gaza sono stati lanciati circa 2.300 razzi verso Israele. Di questi – ha detto l’esercito – 1.000 sono stati intercettati dal sistema di difesa antimissili Iron Dome. Secondo la stessa fonte circa 380 sono ricaduti all’interno del territorio di Gaza. Il ministero della Sanità di Hamas ieri pomeriggio ha aggiornato anche il numero dei feriti che sarebbero saliti a 1.000 in seguito al bombardamento aereo contro il campo profughi di Shati.
L’ala militare di Hamas ha rivendicato la paternità dell’attacco missilistico sferrato contro l’intera area urbana attorno a Tel Aviv definendolo una risposta proprio all’offensiva contro l’area dove ancora vivono in miseria dentro a baracche e cubi di cemento centinaia di palestinesi profughi del ‘48. Israele ha effettuato centinaia di attacchi aerei e diversi attacchi di terra a Gaza, ma le truppe dell’Idf non sono entrate a Gaza come parte di un’invasione di terra perché i rischi sono considerati troppo alti vista l’alta concentrazione di missili e artiglieria nemica in un’area molto ristretta e densamente popolata. La notte non porterà consiglio.