Freccero: “Caro Luttazzi, su Rai e censura ti sbagli”

Se dovessimo prendere alla lettera le affermazioni di Luttazzi, dovremmo concludere che, chiunque non abbia la possibilità di allestire un suo programma in Rai, pagato secondo le sue aspettative, sia un censurato.

È come se Luttazzi fosse impermeabile allo scorrere del tempo. Il suo universo si è cristallizzato in un anno, il 2001, in cui è stato oggetto di processi che anch’io ho subito. Avrei voluto dargli una possibilità. Si è riproposto scrive lui, con le stesse tariffe di 12 anni prima e chiedendo assoluta libertà di espressione. Nel frattempo il mondo era cambiato e oggi lo è molto di più. In quanto alla valutazione dei compensi direi che sono stati svalutati. Il meccanismo dell’austerity ha prodotto, invece della svalutazione della moneta, una svalutazione feroce dei salari. Oggi l’Italia è un Paese di poveri.

Oggi potersi esprimere liberamente è già di per sé un privilegio. E chi ha qualcosa da dire lavora su internet gratis o, al massimo, col contributo economico dei suoi ascoltatori.

Io stesso ho accettato di dirigere la Rai senza compenso. Non solo, ho dovuto pure pagare le tasse sulle trasferte per servizio.

Anche Fedez, comunque si vogliano valutare le sue affermazioni, quando ha denunciato la censura, ha potuto comunque dichiarare di non avere ricevuto compenso per il suo intervento.

Luttazzi chiedeva un compenso di base di 100 mila euro a puntata come conduttore/autore a cui doveva essere aggiunto il compenso per altre voci, per un totale che, anche se non venne mai negoziato direttamente, era in ogni caso troppo al di fuori della possibilità della rete. Per questo non vi furono ulteriori trattative, che tra l’altro non competevano a me, ma al settore amministrativo.

E veniamo al secondo argomento che Luttazzi sembra non comprendere: la compatibilità della singola trasmissione con la linea editoriale della rete è il raggiungimento dell’audience preventivata. Una volta la Rai aveva funzioni di servizio pubblico, sostenute dal canone. Oggi deve fare quadrare i suoi bilanci e questo implica due conseguenze: il ridimensionamento dei compensi e la ricerca dell’audience per ottenere pubblicità.

Oggi il problema principale della Rai è il problema di qualsiasi azienda che deve essere produttiva. Può pagare compensi elevati solo in presenza di un ritorno economico. In ogni caso deve rispettare una linea editoriale e un’audience concordata con i pubblicitari. All’interno di un’azienda industriale, come oggi di fatto è la Rai, non c’è censura, ma ricerca del profitto. Nessuna azienda acquisterebbe un prodotto da vendere al pubblico senza prima prenderne visione. Dal mio punto di vista non potevo prendere Luttazzi a scatola chiusa senza sapere quanto il prodotto che mi proponeva fosse compatibile con la Rai2 del 2019. Dopo 20 anni non conoscevo la sua nuova produzione, ma sapevo che la vecchia non era compatibile con la Rai di oggi. La Rai2 del 2001 era tutta basata sulla satira, la Rai2 del 2019 non aveva spazio per performance solitarie, ma solo per un lavoro di gruppo.

Quella che Luttazzi legge come censura è semplicemente ricerca dell’audience. Luttazzi sembra non capire che le sue performance del 2001 sarebbero “politicamente scorrette” e quindi prive di audience. E questa stessa censura, qualora l’avesse applicata a Luttazzi prima di tutto l’avrei applicata a me stesso.

Io avevo accettato l’incarico di Direttore di Rai2 gratuitamente per potere fare finalmente un’informazione libera. Per informazione libera intendo l’altra faccia della medaglia, le informazioni che non arrivano sul mainstream, ma rimangono su Internet. Purtroppo proprio l’informazione è stata penalizzata dall’audience e quindi non ho potuto svilupparla come avrei voluto. Il pubblico non era interessato a notizie che non appartenessero già all’agenda dei media e al gossip conseguente.

Io stesso quindi ho dovuto sacrificare le mie ambizioni all’audience complessiva della rete, perché non tutti gli argomenti sono compatibili con le richieste del pubblico in quel momento.

Non so se tutti conoscano il meccanismo della finestra di Overton. Secondo Overton, sociologo e attivista statunitense, morto nel 2003, in ogni epoca, in ogni momento, esiste una “finestra” che inquadra ciò che può essere detto su un determinato argomento. Se si vuol promuovere un argomento impopolare, bisogna passare attraverso una serie di tappe successive. L’argomento viene prima presentato come intollerabile, poi viene discusso aprendo alcune possibilità, infine lo si sdogana e diventa popolare. Le tappe sono le seguenti: inconcepibile, estrema, accettabile, ragionevole, diffusa, legalizzata.

È facile capire come l’audience corrisponda perfettamente alla finestra in atto. Naturalmente la finestra potrebbe essere spostata e con essa l’audience, ma ciò richiederebbe tempi lunghi. In ogni caso non sarebbe possibile saltare tappe. Il rapporto mainstream/audience è automatico. La notizia accettabile non è la notizia vera, ma la notizia verosimile e compatibile con lo spirito del tempo.

Non so se anche l’audience sia una forma di censura. In effetti lo è, ma è motivata non dall’ideologia, ma dal bilancio. A suo tempo io avevo fortemente dissentito dalla trasformazione del servizio pubblico in azienda industriale. Ma come professionista ho dovuto adeguarmi a scelte che non sono mie e che neppure condivido.

Luttazzi sembra non capire tutto ciò. Critica Pio e Amedeo che hanno audience molto importanti. Rivendica un diritto che allora spetterebbe a tutti i cittadini italiani: andare in televisione, dire quello che si vuole, portare a casa un lauto compenso.

 

La nostra economia si sta emancipando dall’energia fossile

In Italia – La perturbazione del 10-11 maggio ha finalmente allontanato la siccità dal bacino padano. Al Nord-Ovest sono piovuti fino a 250 mm d’acqua sull’alto Piemonte, causando alcuni dissesti e interruzioni stradali. Lungo il Po invece non si è andati oltre 10-30 mm ma gli affluenti alpini hanno comunque normalizzato la portata del fiume. Nelle stesse ore il libeccio portava un caldo quasi estivo dal Nord-Est al Centro-Sud (30 °C a Bari), poi la settimana è proseguita variabile tra correnti da Ponente e temporali, forti venerdì in Sardegna e con grandine nel Torinese e Trevigiano. All’asciutto invece il Meridione e molte località adriatiche soggette ai secchi venti di caduta dall’Appennino. Il Cnr-Isac segnala un aprile 2021 freddo specie al Settentrione (1 °C sotto media), normale al Sud, con bilancio nazionale di -0,7 °C rispetto alla norma. Buone notizie dall’Ispra, l’economia italiana è meno dipendente dai combustibili fossili grazie a efficienza energetica e fonti rinnovabili che nel 2019 hanno generato il 39 per cento dell’elettricità prodotta nel Paese. Ma la strada per una vera sostenibilità è ancora lunga e non bisogna fermare la transizione.

Nel mondo – Dopo settimane di freddo tardivo un’effimera vampata di caldo ha attraversato l’Europa portando i primi 30 °C dell’anno lunedì scorso a Monaco di Baviera, Berlino e Salisburgo, poi perfino 28 °C in Finlandia – i più precoci in mezzo secolo – e 29 °C ad Arcangelo, Russia, a 64° di latitudine Nord in riva al Mar (sempre meno) Bianco. Tuttavia nel complesso la primavera europea ha ancora zoppicato nella prima metà di maggio con temperature da 1 a 4 °C sotto media, distinguendosi anche con un diluvio di stampo autunnale lunedì nel Sud-Est della Francia: 106 mm a Lione, mai così tanta pioggia in un giorno in 133 anni di misure. Non si placa invece la calura straordinaria in Nord Africa e Medioriente (punte di 45 °C) e tepori eccessivi continuano pure nell’Artico canadese, dove peraltro con 5 °C sopra norma l’inverno 2020-21 è stato il secondo più mite in un settantennio dopo il caso del 2009-10, comunica Environment Canada. Le agenzie Nasa e Noaa confermano che malgrado il freddo europeo aprile 2021 nel mondo è stato ancora troppo caldo (nono dal 1880), di 0,8 °C rispetto alla media del Novecento e in linea con l’ultimo trentennio di accelerato riscaldamento. Con “Andres” al largo del Messico, nel Pacifico orientale la stagione delle tempeste tropicali è iniziata, mai così presto in cinquant’anni. Tra i molti Paesi funestati da alluvioni, dalla Romania all’Indonesia, si sono tristemente distinti con 14 vittime il Tagikistan e l’Afghanistan. Il margine di azione per evitare un pericoloso riscaldamento globale di oltre 1,5 °C in questo secolo, come richiede l’Accordo di Parigi, è sempre più risicato. Secondo l’articolo All options, not silver bullets, needed to limit global warming to 1.5 °C, su Environmental Research Letters, i pochi scenari che realisticamente permetterebbero ancora di raggiungere l’obiettivo implicano uno “sforzo erculeo” per dimezzare ogni decennio e con tutti i mezzi possibili le emissioni di gas serra (tra cui il metano, come dice il Global Methane Assessment dell’Unep, il programma ambientale Onu), abbandono dei combustibili fossili, una rivoluzione nei comportamenti individuali e nella dieta a basso consumo di carne, efficienza e sobrietà nei consumi, rigenerazione di foreste e ambienti umidi per la cattura del carbonio atmosferico. E – aggiungo – nessuno spazio per nuove grandi opere inutili ed energivore. Come ha dichiarato il presidente della prossima Cop26 di Glasgow, il politico britannico Alok Sharma, la grande conferenza di novembre sarà l’ultima occasione per imboccare questa strada e “scegliere il pianeta”.

 

L’Italia è un Paese simile a un cartone animato

Non siamo caduti all’improvviso e di colpo, come il Ponte Morandi. Però chi ha dato le picconate e i colpi di mazza sulle mura del Paese Italia (un tempo era uno dei cinque più importanti Paesi del mondo) ha calcolato bene tre cose: il fascismo era morto, ma non sepolto, e dunque poteva ingombrare con le sue macerie molti passaggi verso il dopo. L’orgoglio nazionale era spinto indietro da un passato che non smetteva di pretendere spazio e rispetto nonostante paurosi delitti (la caccia e, quando possibile, lo sterminio degli italiani ebrei, il collaborazionismo fedele all’occupante straniero). I cittadini di ritorno dalla Resistenza hanno trovato ad accoglierli partiti e ideologie. Aspettavano un Paese che si identifica con la sua Resistenza e la sua vittoria. C’è stata, sì, una lunga euforia di libertà (che ha portato a una operosità creativa unica: tutti in Europa erano fieri della vittoria, ma senza la nostra esaltazione per la liberazione e la abolizione del fascismo). Persino la grandezza, a volte geniale dell’opera di ricostruzione, non ci ha liberati dagli incubi del passato italiano. Qualcuno, “scarpe grosse e cervel fino”, un certo Bossi, ha visto presto che nel Paese Italia c’era molta ricchezza e poco orgoglio di cittadini, e che si poteva tentare il colpo di portarsi via la ricchezza con l’espediente della secessione. Bossi, primo capo della Lega, ha avuto un’idea: prova a dire ai tuoi concittadini di gettare il tricolore nel cesso. Bossi ha vinto la prova. Nessuno ha avuto niente da dire, autorità incluse, tranne una signora che ha messo la bandiera italiana, da sola, sul suo balcone. Ma, nel gruppo Lega, c’era chi intanto aveva notato un altro percorso per vandalizzare il Paese: dare fuoco, di notte, ai giacigli dei poveri sotto i ponti del fiume Dora a Torino. Qui la trovata era che i poveri erano “stranieri” cioè neri. Due grandi ideali: spaccare il Paese come chi disprezza la patria, ma anche difendere le sacre frontiere come chi per la Patria darebbe la vita. Il doppio gioco ci mette tempo (e governi, da Berlusconi ai cinquestelle) per provocare tutto il danno che poteva provocare, e che ha provocato: crollo della credibilità, del rispetto, declassamento dell’Italia nella serie B dei Paesi sovranisti, ostili alla cultura e rigorosamente razzisti. Ma il tempo è passato a loro favore, con la trovata di occupare sempre la carica di ministro dell’Interno e di gestirla indisturbati. La carica è stata gestita con disinvoltura, come se avesse già una sua radice nella burocrazia e nello Stato. Maroni (posso testimoniarlo di persona dopo la mia prima visita a Lampedusa) ha distrutto le strutture di accoglienza costruite dall’ultimo centrosinistra. Salvini ha fermato in mare per giorni e giorni di caldo torrido d’agosto e di gelo notturno, 131 persone salvate da una nave militare italiana (la Gregoretti) e tenuta in mare dal ministro degli Interni italiano “per proteggere le sacre frontiere della nostra Patria”.

Proprio mentre scrivo, un giudice di Palermo ha dichiarato “il non luogo a procedere” a favore di Salvini (che vuol dire “in questa azione non c’è niente di male”), accettando dunque sia il pericolo per l’Italia, di una nave militare italiana (che, certo, batte il tricolore da gettare nel cesso) sia la legalità della decisione di impedire lo sbarco. Non cercate partiti o politici che abbiano fatto obiezione, allora o adesso, e non domandatevi come si formi una simile decisione giudiziaria nel Paese retto dalla Costituzione italiana. La caduta dell’Italia, un Paese diventato come un cartone animato, che prende continuamente la forma di chi ha più capacità di mentire, è diventato un fatto compiuto in una serie di successivi governi in cui la Lega, da Berlusconi a Zingaretti, da Conte a Draghi, governa comunque, per potere o ricatto, togliendo ogni reputazione all’ex Paese della Resistenza, della Liberazione, della Costituzione.

La debolezza italiana, però, è ancora più profonda. Nei giorni scorsi si poteva leggere su un quotidiano nazionale italiano: “La ministra Lamorgese (ministra dell’Interno del governo Draghi, ndr) vola a Tripoli, oltre che per il controllo delle frontiere, per cercare di fermare i flussi di migranti nel Mediterraneo. Ma il governo libico, anche questa volta, è pronto a battere cassa, Chiede ancora sostegno economico. addestramento delle forze militari, mezzi” (Repubblica, 19 aprile). Tenete conto della data. Prima del giorno indicato, la Guardia costiera libica aveva fatto fuoco su una flottiglia di pescherecci italiani. Dopo c’è stata una visita di cortesia del presidente Draghi che ha ringraziato i libici per “i salvataggi”. E negli ultimi giorni, un’altra unità libica ha ferito il comandante di un’altra flottiglia italiana alla pesca dei granchi. Tutto è avvenuto con armi e navi donate dall’Italia. No, non siamo più il quinto Paese del mondo.

 

Ddl Zan, quanti piagnistei a destra

 

“La Consulta tifa legge bavaglio”.

“La Verità”

 

Uno dei fenomeni più straordinari (e umoristici) del presente momento è che la destra adopera le stesse parole della sinistra. Accidenti, di legge bavaglio parlavamo ai tempi dell’impero Berlusconi noi comunisti (mi considero tale per avere diretto “l’Unità”), con tutto il martirologio delle leggi ad personam, editti bulgari, conflitti d’interessi eccetera. Allora la destra faceva la destra e soprattutto diceva cose di destra: dio, patria, famiglia, ordine, onore e disciplina, campi di rieducazione per i debosciati, vogliamo i colonnelli, e cose del genere. A quei tempi abolire la libertà d’opinione (e possibilmente qualsiasi libertà) era la loro missione nella vita. Tifavano appassionatamente per la censura e se la censura esitava a togliere di mezzo i film “sporcaccioni” ci pensavano i camerati a inscenare gazzarre (e a mollare ceffoni) nei cinema che proiettavano Pasolini. La linea di demarcazione era netta e inequivocabile: si viveva in modi contrapposti, si parlavano due lingue. Non come adesso dove basta una legge Zan e ti ritrovi la destra a frignare sul diritto d’opinione calpestato e la libertà d’espressione signora mia conculcata. Non ha torto quel genio di Zerocalcare quando dice che “i nazisti so’ i più grossi piagnoni contemporanei” (non vi perdete su “Internazionale” la superstriscia sulla cancel culture). Davvero non si capisce più niente. “La Verità” che insorge contro “i diritti costituzionali calpestati” perché il presidente della Corte costituzionale, Giancarlo Coraggio, si dice pronto a difendere i diritti delle minoranze, contro le minacce omofobe. Con il direttore che arriva addirittura a dare ragione allo stalinista Palmiro Togliatti che definiva “organismo pericoloso” la Consulta. Insomma, un guazzabuglio. “La Bestia ora fa la vittima”, scrive Selvaggia Lucarelli. Cari Belpietro, Meloni, Salvini, con i vostri piagnistei volete per caso rubarci il lavoro?

 

Alla corte di re Artù tra donne, cavalieri e filtri di Mago Merlino

Dalle cronache apocrife di Holinshed. Dopo che re Artù ebbe stabilita la sua corte a Camelot, il suo irrequieto nipote, Gawain, partì in cerca di una sposa. Galoppò per mesi da una contea all’altra, ospite dei signori del luogo, finché una sera, sorpreso dalla pioggia, dovette riparare nelle rovine di un castello. Dormiva su un cumulo di paglia nella stalla diroccata, quando venne svegliato da un bagliore. Rabbrividì: dinanzi a lui, diafano di una luce lunare, c’era lo spettro di Hudibras, l’antico re dei Britanni, che si nutriva delle anime dei cavalieri erranti, per via di una maledizione. Gawain implorò lo spettro di avere salva la vita: in cambio, sarebbe tornato con la soluzione dell’enigma che l’imprigionava nel suo odioso limbo senza tempo. Hudibras parlò: “Come sai dell’enigma?”. Gawain: “Ne cantano gli aedi da secoli, Sire. Un giorno la Dama del Lago, che voi avevate tradito con una damigella di corte, vi domandò: ‘Quale donna conosce meglio un uomo?’. Non sapeste rispondere, e la fata confinò la vostra anima nella prigione sovrannaturale in cui si trova, impedendovi i Campi Elisi”. Gli giurò sul suo onore che sarebbe tornato; e se non avesse avuto con sé la soluzione, allora Hudibras avrebbe potuto consumare l’orrido pasto. Rientrato a Camelot, Gawain interpellò Merlino, il quale purtroppo ignorava lo scioglimento. “L’unica che potrebbe saperlo” suggerì il mago “è la Vecchia in Cremisi che vive nel bosco perduto di Heligan, in Cornovaglia”. “Devo trovarla!”. “Ti preparo la pozione che ti permetterà di vedere il bosco, e di entrare nel suo folto. La Vecchia ti metterà alla prova. Prega di essere in grado di superarla: finora nessun giovane intrepido ha mai fatto ritorno”. Gawain trascorse nel bosco di Heligan quasi un anno, in cerca della Vecchia in Cremisi; e stava quasi per rinunciare, sconfitto, quando una mattina, finalmente, la vide! Accovacciata presso un laghetto, stava mingendo. Nell’avvicinarsi, Gawain calpestò un ramo. La Vecchia si voltò verso di lui: per un attimo, Gawain si sentì mancare. “Un altro coraggioso cavaliere che inorridisce davanti alla mia beltà! Ah ah ah ah ah!” rise con malagrazia la Vecchia sdentata. “Vieni avanti. È lebbra secca: non è contagiosa. Perché sei qui?”. “Cerco una risposta, orrifica Signora”. “Se te la do, tu che mi dai in cambio?”. “Tutto ciò che possiedo”. “Devi essere davvero disperato. Parla, dunque. Cosa vuoi sapere?”. “Quale donna conosce meglio un uomo?”. In cambio, la Vecchia volle averlo come amante, e Gawain non potè rifiutarsi; ma, nel penetrare le sue carni pustolose, riuscì a stento a nascondere il proprio disgusto. “Perché sospiri, e non mi guardi, cavaliere?” Gawain, in tutta onestà, le disse che era per la sua bruttezza e per il suo olezzo. Al che la Vecchia gli prese il volto e lo girò verso di sé. Gawain cercò di opporre resistenza, ma quando alfine posò gli occhi su di lei restò allibito: sotto di lui non c’era più la Vecchia ripugnante, ma una damigella assai graziosa e dal buon profumo, le cui labbra avevano il rosso delle ciliegie mature, e la cui pelle vellutata, candida come neve, mostrava sul volto un rosa pudibondo. Deliziato, Gawain la accarezzò. Alice, questo era il suo nome, gli raccontò l’antefatto: un tempo era una giovane nobildonna, amante del re; gelosa, la Dama del Lago la trasmutò in una megera. Solo la spada di un cavaliere valoroso avrebbe potuto rompere l’incantesimo, trapassandola: e così era successo. Gawain tornò a Camelot e presentò Alice, la sua futura sposa, a re Artù, che se ne rallegrò con la corte, dando disposizioni per una grande festa. Il giorno dopo, Gawain si recò da re Hudibras con la soluzione dell’enigma: “Quale donna conosce meglio un uomo? La donna che ha smesso di amarlo”.

 

Da Israele al gruppo Gedi. La sinistra la fa Di Battista

Togliamo preliminarmente la terra sotto ai piedi a troll e hater: da Alessandro Di Battista ci dividono oceani (soprattutto sull’etnografia e i reportage: effetto dell’aver leggiucchiato in gioventù Malinowski e Margaret Mead), ma l’altra sera a Otto a mezzo ha detto cose non solo assolutamente condivisibili, ma le uniche condivisibili sentite in Tv da mesi da chiunque abbia varcato i cancelli catodici.

La prima: “Oggi prendo posizione netta a favore del popolo palestinese”. La seconda, suppergiù: i politici sono diventati opinionisti e intervengono solo su inezie, facezie, polemichette, evitandosi di prendere posizioni politiche nette in onore a una placida quanto mortifera pax draghiana.

Nelle ore in cui nessuno si scandalizza per la partecipazione del segretario del Pd Letta alla manifestazione bipartisan al portico di Ottavia in solidarietà allo Stato di Israele, fianco a fianco con Salvini, Scafarotto, Boschi, Tajani e altro destrume, Di Battista è stato l’unico (ex?) esponente di un movimento politico (oltre a Fratoianni di Sinistra Italiana) ad aver espresso solidarietà al popolo palestinese, “perché quando c’è un’occupazione da parte di Israele dei territori palestinesi l’equidistanza non è una cosa sana”. Intanto, nel bel pomeriggio romano, Letta, a ruota di Salvini: “Noi oggi siamo a soccorrere quei bambini, quei civili, quei soldati (sic) colpiti dal terrorismo”; poi, la mano sul cuore, ricorda quando visitò il ghetto “mano nella mano col primo ministro israeliano Bibi Netanyahu”. Non è poco, in un momento in cui la sinistra è presente in diluizione omeopatica (Leu) nel Governo dei Migliori e i media dell’establishment stilano resoconti tutti appiattiti sui comunicati ufficiali israeliani vendendoli per informazione.

Sulla seconda questione, quella dei politici opinionisti, Di Battista ha ragione. E a tal proposito si rileva l’atteggiamento prevalente dei media nei suoi confronti, che perdura nonostante egli sia uscito dal Movimento, un atteggiamento che potremmo chiamare “sorrisetto razzista”. Così egli è “Dibba”, “il Che Guevara di Roma nord”, “lo scappato di casa”, autore di libri stupidamente idealisti, colpevole di fare politica senza autorizzazioni dall’alto, cosa che peraltro la Costituzione consente a “tutti i cittadini”, non solo ai migliori e ai meritevoli. I quali migliori e meritevoli, poi, sono tutti i non 5Stelle, con preferenza per i furbi, gli scaltri, i Renzi, i Calenda, che sfornano libri pieni di pensierini in basic Italian di desolante povertà politica e intellettuale o di auto-celebrazioni quando non di bugie ai danni degli elettori. Così, dalle fumosità un po’ da autogestione dei primi tempi, Di Battista – oggi lontano pure da Di Maio – ha maturato una specie di disinteressata schiettezza, e alla domanda di Gruber: “E quali sarebbero questi poteri forti?” sottinteso: che volevano far cadere Conte a favore di Draghi, ha risposto: “Beh, i gruppi industriali e editoriali, ad esempio il gruppo Gedi, e Confindustria” (sorrisetto razzista: non è una cosa personale, è collettiva: disprezzano in Di Battista il popolo da cui viene).

Non sappiamo se Di Battista si farà un partito suo, e francamente le vicende dei 5Stelle e dei loro complicati arzigogoli su Rousseau, il doppio mandato etc. non ci avvincono; ma tra tanti bolliti, rovesciafrittatisti e difensori dei forti l’altra sera ha mostrato di avere coraggio, sensibilità e volontà di parteggiare per gli ultimi, che, ci pare di ricordare, era una missione della defunta sinistra.

Silvio agli atti: “I miei avvocati vollero registrare quei colloqui”

Furono gli avvocati di Silvio Berlusconi, che gli suggerirono di non incontrarlo, a consigliargli “quantomeno” di registrare i colloqui con il giudice Amedeo Franco. E fu la segreteria di Berlusconi a predisporre la registrazione a Palazzo Grazioli. “Di due ho certamente conservato e prodotto le registrazioni. Del terzo o degli altri due non credo vi siano registrazioni anche se sto verificando tramite la mia segreteria”.

Lo dichiara Berlusconi in una memoria datata 1 febbraio 2021 e firmata da Valbonne, la residenza francese della figlia Marina. Il documento è agli atti dell’indagine di Roma nata da un esposto del giudice Antonio Esposito, presidente del collegio feriale di Cassazione che il 1 agosto 2013 rese definitiva la condanna di Berlusconi a 4 anni per frode fiscale.

Di quel collegio faceva parte il giudice Franco, che pochi mesi dopo chiese all’allora sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri di informare B. che vuole parlargli. “La notizia mi lasciò assai scosso” scrive B. precisando che prima di dare una risposta volle consultarsi coi suoi legali. “Mi sconsigliarono di incontrarlo ritenendo la richiesta assai anomala. Nonostante ciò ritenni di volerlo ascoltare ugualmente”. Col registratore acceso.

B. riassume così il primo colloquio: “(Franco) era oggettivamente distrutto dal rimorso per aver partecipato a una decisione che riteneva scandalosa e inaccettabile e voleva in qualche modo, anche se non sapeva come, rimediare”. B. ha dubbi sull’esistenza di un terzo e quarto audio perché, spiega, con Franco era nata una certa simpatia e non riteneva opportuno proseguire le registrazioni. E spiega anche perché gli audio sono usciti solo diversi anni dopo: “Non me la sentii di mettere in ulteriore imbarazzo una persona che si era mostrata così provata e distrutta. Solo dopo la sua morte ho ceduto alle reiterate insistenze dei miei difensori”.

Ferri: “Franco disse a B.: ‘Io contrario a quella sentenza’”

Persino Cosimo Ferri, l’accompagnatore di Amedeo Franco a casa di Silvio Berlusconi, riconosce davanti ai pm romani che il giudice di Cassazione, oltre 7 anni fa, gli diede delle risposte “improbabili” dopo aver “confessato” all’ex premier che lui non lo avrebbe voluto condannare. Deputato renziano, magistrato in aspettativa e leader storico di Magistratura Indipendente, Ferri è tra i testimoni sentiti dalla Procura di Roma, compresi accusa e giudici del collegio Mediaset della sezione feriale della Cassazione, che condannò l’ex premier, nell’agosto 2013, per frode fiscale. Ferri, come si legge dai verbali che Il Fatto ha visionato, viene sentito il 6 agosto 2020. La prima domanda è sui suoi rapporti con Berlusconi: “Sono generati dalla comune militanza di mio padre, magistrato” entrato in politica prima nel Psdi e poi in FI. Lo porta due volte, “tra ottobre 2013 e gli inizi del 2014” nonostante sia solo un suo conoscente: “Mi sembrava una brava persona, molto tormentata” dal processo Berlusconi. Ma Franco, chiedono i pm, aveva “rappresentato l’esistenza di minacce e pressioni per quell’esito processuale?”. “No, se così fosse stato sarei andato a sporgere denuncia. Successivamente fui io a chiedere perché aveva firmato la sentenza e non aveva espresso il suo dissenso, ma non mi ha mai dato una plausibile risposta”.

Lo stesso giorno viene sentito Ercole Aprile, giudice del processo a Berlusconi, ex consigliere del Csm. Come il presidente Antonio Esposito e gli altri giudici del collegio, Claudio D’Isa e Giuseppe De Marzo, testimonia del tentativo di Franco di registrare la camera di consiglio. Non lo denunciarono perché non c’erano prove che il registratore nascosto nel bagno fosse suo e il nastro era vuoto. “A un certo punto Franco mise le mani in tasca e subito dopo si sentì un gracchiare di voci, tipico delle registrazioni. A quel punto – prosegue Aprile – visibilmente agitato, si alzò, disse che stava male e che aveva bisogno di andare in bagno. Al suo ritorno il presidente Esposito gli chiese esplicitamente se aveva effettuato una registrazione. Egli, visibilmente in imbarazzo negò e si offrì di farci analizzare i suoi telefonini, cosa che non facemmo perché ci sembrava davvero improprio”. De Marzo non crede a Franco e va in bagno. Quando rientra “si avvicinò al Presidente Esposito e confabulò con lui. Poco dopo, io mi avvicinai al De Marzo e gli chiesi cosa fosse accaduto ed egli mi disse che aveva rinvenuto un registratore, che era vuoto, che lo aveva consegnato al presidente Esposito”. E veniamo alla nomina di Franco a presidente di sezione della Cassazione, dopo che andò da Berlusconi. Secondo Aprile fu sponsorizzato dalla presidente del Senato Elisabetta Casellati, ex consigliera laica del Csm, di FI: “Nel 2015”, tra gli altri, “vi era in lizza Franco, la cui nomina era caldeggiata in modo molto netto dalla consigliera Casellati. Anticipai in Commissione” che sulla sua nomina “io mi sarei astenuto in plenum”. E così fece: “L’esperienza” con Franco “mi aveva lasciato delle perplessità sulla sua idoneità”, spiega Aprile ai pm. Il 9 settembre testimonia il presidente Antonio Esposito che racconta un fatto significativo, che la difesa Berlusconi, la quale continua ancora oggi a parlare di collegio orchestrato, se avesse voluto, avrebbe potuto provare ad averne un altro: “Circa 3 o 4 giorni prima dell’udienza ebbi un incontro con il prof. Coppi, avvocato di Berlusconi. Mi disse che la prescrizione maturava il 13 settembre e che avrebbe valutato l’opportunità di presentare istanza di rinvio”. Non fu avanzata: “Le difese fecero le loro valutazioni sulle composizioni dei collegi, in essi mancava Franco e il presidente di quel periodo era il collega Marasca”. Il 5 ottobre testimonia Antonio Mura, procuratore generale di Roma, nel 2013 rappresentò l’accusa. I pm gli chiedono se sia mai stato avvicinato, lui risponde: “Assolutamente no. È falso che io sia stato avvicinato da alcuno; è falso che alcuno abbia scritto la requisitoria per mio conto nel processo”. Fu Mura a chiedere di condannare Berlusconi.

“La condanna di Berlusconi: non ci furono irregolarità”

Quella del- l’audio di Amedeo Franco, uno dei giudici del collegio della Corte di Cassazione che nel 2013 condannò Silvio Berlusconi, resterà una vicenda in parte inesplorata. Ci sono alcuni aspetti che non potranno essere chiariti: Franco è venuto a mancare a maggio del 2019 e quindi non si saprà mai il reale motivo che lo spinse, il 6 febbraio 2014, a presentarsi – accompagnato dall’ex sottosegretario Cosimo Ferri – alla corte di Berlusconi. I pm romani non credono a un cosiddetto “travaglio interiore” del giudice, non è “autentico”, scrivono. Piuttosto ritengono quei colloqui un “tentativo di compiacere il proprio interlocutore”, ossia Berlusconi, anche se “non si comprende a quali fini”. E se da una parte sono ancora molti gli interrogativi che ruotano attorno a questa vicenda, dall’altra esistono aspetti sui quali la Procura di Roma ha svolto accertamenti, giungendo ad alcune conclusioni. “Gli approfondimenti svolti – scrivono i pm – hanno consentito di smentire totalmente quanto affermato dal giudice Franco con riguardo a presunte irregolarità nell’assegnazione del processo alla sezione feriale e con riguardo a presunte pressioni subìte dai componenti del collegio giudicante…” .

Lo scrivono il procuratore aggiunto Paolo Ielo e i pm Luigia Spinelli ed Elena Neri, in una richiesta di archiviazione (accolta dal Gip il 22 marzo) nell’ambito di un procedimento che vedeva indagato il direttore del Riformista Piero Sansonetti. Ed è in questo atto che i magistrati ripercorrono tutta la vicenda.

 

“Plotone di esecuzione”. Il racconto all’ex premier

Tutto parte dall’audio di Amedeo Franco, che davanti a Berlusconi parla di un “plotone di esecuzione” e di “pressioni”. Il giudice dice anche che era stata fatta “una porcheria” nell’assegnazione del processo alla sezione feriale. Era il 6 febbraio del 2014 e quella registrazione sarà depositata nel 2016 dalla difesa dell’ex presidente del Consiglio nel ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Nel 2020 la vicenda ritorna alla ribalta sui quotidiani e in alcune trasmissioni televisive. Il 6 luglio 2020 Sansonetti è ospite di Quarta Repubblica, dove – ricostruiscono i pm – parla della trattazione del processo alla feriale e definisce Antonio Esposito (presidente di quel collegio che condannò Berlusconi) “un giudice sicuramente sospettabile se non altro per essere editorialista del Fatto Quotidiano”. Circostanza vera, Esposito a volte scrive per questo giornale, per i magistrati però – come hanno ricostruito nel corso delle indagini – non ci furono anomalie nell’assegnazione alla feriale. Dopo la trasmissione Esposito presenta un esposto contro Sansonetti. La Procura di Roma indaga per vilipendio Sansonetti (posizione poi archiviata) e svolge anche una serie di altri accertamenti.

 

Sulla genesi dell’incontro “poca chiarezza”

Per arrivare a Berlusconi, Franco si rivolge all’attuale deputato di Italia Viva, Cosimo Ferri. Per i pm vi è “poca chiarezza” “in ordine alla ‘genesi’ degli stessi incontri, con particolare riferimento al ruolo svolto da Ferri”. E spiegano il perchè: “Lo stesso ha affermato di non avere avuto con il Franco alcuna pregressa frequentazione o rapporto di amicizia, se non una conoscenza occasionale, sicché deve ritenersi quantomeno singolare che quest’ultimo si fosse rivolto proprio al Ferri per chiedergli di accompagnarlo e presenziare ad un appuntamento dal contenuto così delicato e sensibile…”. Una volta davanti all’ex premier parte ciò che i pm definiscono una sorta di “travaglio interiore”: “I colloqui del giudice Franco – è scritto nella richiesta di archiviazione – con Berlusconi dunque, lungi dall’apparire un reale e serio tentativo di ‘riparare a un danno fatto’ per porre fine a un autentico tormento interiore, vanno interpretati come un tentativo di compiacere il proprio interlocutore (non si comprende a quali fini), esonerandosi parimenti dalle responsabilità del proprio operato”.

 

Feriale: “Illazioni su attribuzione ad hoc”

Altra questione affrontata dai pm romani nella richiesta di archiviazione è l’assegnazione alla feriale e quindi al collegio presieduto dal giudice Esposito. Su questo la Procura scrive: “Nessuna censura o distorsione di sorta appare configurabile in ordine all’attribuzione alla sezione feriale del procedimento in questione, atteso che il periodo feriale indicato nel decreto del Presidente era fissato dal 22 luglio al 14 settembre e che la prescrizione del reato sarebbe maturata il primo agosto, periodo certamente ricadente in quello indicato. Peraltro, anche ove la prescrizione fosse maturata il 14 settembre (così come rettificato dalla Corte di Appello di Milano con successiva comunicazione…) il procedimento sarebbe stato comunque assegnato alla sezione feriale, così come normativamente imposto”. I magistrati poi aggiungono: “Appaiono fuorvianti, illogiche e prive di fondamento le illazioni relative a una ‘attribuzione ad hoc’ alla sezione feriale, cui il procedimento sarebbe stato assegnato sia nel caso in cui la prescrizione fosse maturata al primo agosto 2013, sia nel caso in cui la prescrizione fosse maturata al 14 settembre 2013”. Per questo, secondo i pm, le affermazioni di Franco a Berlusconi (“in effetti là hanno fatto una porcheria, perchè che senso ha mandarla alla feriale?”) costituivano “un tentativo di imbonire il proprio interlocutore, prospettando come elementi di ‘porcheria’ scelte imposte dall’ordinamento”.

Per i pm non ci fu neanche “una forzatura per l’assegnazione del processo alla feriale e più specificatamente al collegio presieduto da Esposito”. E poi aggiungono: “Se è vero che il Presidente Esposito in data 11 luglio 2013 era a conoscenza della diversa data di prescrizione (14 settembre 2013) e che, revocando i provvedimenti in precedenza adottati, avrebbe potuto (non dovuto) individuare altra udienza che consentisse 30 giorni liberi, è vero anche che tale circostanza era patrimonio certo di conoscenza della difesa che sul punto ha interloquito con Esposito”. Infine in un altro passaggio della richiesta di archiviazione, la constatazione dei pm: “La morte del Franco, il tempo trascorso e la connessa prescrizione precludono indagini su eventuali reati intervenuti nel corso dei menzionati incontri”. Qui torniamo, secondo i magistrati, nel campo delle circostanze che non potranno essere verificate. E intanto i legali di Berlusconi hanno depositato a Brescia istanza di revisione di quella condanna definitiva.

Perché ora Cairo può perdere il “Corriere”

Il paradosso di Urbano Cairo è questo. Cinque anni fa ha preso un’azienda editoriale abbastanza malmessa e peggio guidata – la Rcs che edita tra l’altro il Corriere della Sera – e l’ha sostanzialmente risanata a colpi di tagli: ad esempio il 2020, nonostante un crollo del fatturato attorno al 20% (soprattutto causa Covid), si è chiuso in utile e con meno debiti. Ora, però, una maldestra – e si dice malconsigliata – iniziativa legale potrebbe costargli il controllo dell’azienda.

Serve un breve riassunto della situazione per capire perché il quotidiano che fu un tempo della buona borghesia lombarda – ed è da sempre al centro di battaglie furiose in quello stagno che è il capitalismo italiano – potrebbe passare di mano nei prossimi mesi. Tutto inizia nel 2013 quando Rcs – allora governato dal “salotto buono” degli Agnelli, di Mediobanca, Pirelli e compagnia cantante – decise di vendere il palazzo di via Solferino, storica sede del CorSera, al fondo Usa Blackstone per 120 milioni, firmando al contempo un contratto d’affitto dello stabile da 10,3 milioni l’anno. Un pessimo affare finalizzato con la consulenza del gruppo Intesa, all’epoca azionista e tra i maggiori creditori di Rcs.

Nel 2016 poi, all’esito di una complicata scalata favorita sempre da Banca Intesa, il controllo dell’azienda passò al parvenu Urbano Cairo, che tre anni prima s’era opposto – insieme a Diego Della Valle, al notaio Piergaetano Marchetti e pochi altri – alla vendita di via Solferino. Nel 2018 la scelta che ora sta mettendo nei guai il piccolo Berlusconi: la causa intentata con l’ausilio dello studio Bonelli Erede a Blackstone, accusata in sostanza di usura per essersi approfittata dello stato di bisogno di Rcs. Il lodo arbitrale seguito a quella causa, venerdì, ha visto vincitore il fondo Usa: Rcs ha venduto per motivi “gestionali”, dicono gli arbitri, non perché fosse costretta “a ogni costo” e ha venduto agli americani perché le consentivano di incassare subito. Non solo tutte le richieste di risarcimento di Rcs sono state respinte, ma ora per l’azienda potrebbero arrivare i danni veri.

La situazione è questa. Quanto a Rcs, archiviata recentemente anche l’inchiesta penale per usura, le resta solo l’impervia strada di un ricorso contro l’arbitrato. Nel frattempo, però, a New York ripartirà la causa per danni presentata da Blackstone (sempre nel 2018 il contenzioso le ha impedito di vendere il palazzo ad Allianz per 250 milioni): il fondo chiede 300 milioni a Rcs e 300 milioni a Cairo in persona, che però ha ottenuto la manleva totale dal cda dell’azienda che lui controlla col suo 65%. Cifre che la ex Rizzoli è lontanissima dal potersi permettere: capitalizza 400 milioni e non ha appostato neanche un euro al fondo rischi.

Una soluzione, la più razionale, sarebbe un accordo tra le parti, ma difficilmente Blackstone vorrà arrivarci con chi li ha definiti usurai. Per questo a Milano e tra gli altri azionisti forti di Rcs – che non hanno mai amato l’uomo che li aveva messi in mutande nel 2016 – si ricomincia a parlare di una nuova proprietà: Del Vecchio, i Pesenti o chissà chi altro. Una soluzione che non dispiacerebbe neanche a Intesa, che da advisor sarebbe stata – secondo l’accusa – oggettivamente complice dei “cravattari”. Brutte giornate per Cairo, che ha perso l’arbitrato e si trova pure col suo Torino in lotta per non retrocedere in Serie B e una mezza rivolta dei tifosi: potrebbe mai reggere se non fosse più il padrone di Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport?