Da “Olindo” a “bersaniano!”. Amori e insulti di Feltri & C.

Feltri-Sallusti-Belpietro. Belpietro-Sallusti-Feltri. E ora anche Pietro Senaldi. Il gran ballo dei direttori di destra, continui giri di valzer che proseguono da oltre 25 anni, negli ultimi giorni ha visto scriversi un ultimo importante capitolo. Con Alessandro Sallusti che, con un colpo di teatro, ha lasciato la direzione del Giornale per approdare a quella di Libero, dove sarà direttore responsabile, prendendo così le redini del quotidiano al posto di Senaldi, ma comunque sempre sotto Vittorio Feltri, direttore editoriale. Mentre al Giornale ora si cerca con ansia una nuova guida (dai piani alti è partita anche una telefonata a Marcello Foa, ancora per poco presidente della Rai).

Il balletto degli avanti e indietro comincia all’inizio degli anni 90, quando Feltri conosce Belpietro a Bergamo Oggi e lo nomina suo vice. “Era tutto precisino, indossava pulloverini coi colorini, quasi sempre grigio orfanotrofio, ma ci sapeva fare…”, raccontò poi lo stesso Feltri, che se lo terrà stretto anche quando, nel 1992, farà il grande salto all’Indipendente, che porterà da 2 mila a 120 copie (“piglia o’ giurnale e riempilo emmerd’”, il consiglio che gli diede la grande firma del Corsera Gaetano Afeltra per rendere quel foglio esangue più appetibile).

La coppia Feltri-Belpietro funziona talmente bene che poi traslocheranno insieme al Giornale, quando Berlusconi caccia Indro Montanelli (1994). Poi Feltri trasloca di nuovo, lasciando il timone del Giornale a Belpietro: l’eterno numero due diventa numero uno. Dopo qualche altro passaggio, Feltri nel 2000 fonda la sua creatura giornalistica: Libero. Dove chiamerà con sé, come numero due, proprio Sallusti: “Feltri mi offrì il lavoro davanti a un piatto di salamelle”.

Il nuovo quotidiano arriverà a superare le 130 mila copie, ma nel 2009 Feltri e Sallusti lasciarono la redazione di stucco passando armi e bagagli al Giornale allo scopo, mai nascosto, di “uccidere” Libero, dove invece arriverà, salvandolo, Belpietro, insieme a Mario Sechi. Il Giornale, intanto, va a gonfie vele, azzeccando la campagna contro Gianfranco Fini e la casa di Montecarlo. Gli screzi iniziano col caso Boffo, con Feltri che, interrogato in procura, accusa Sallusti di avergli passato una polpetta avvelenata. “Erano informazioni veicolate da Tarcisio Bertone a Bisignani e Santanchè”, disse Feltri. “Tutto falso”, replicò Sallusti, che all’epoca faceva coppia con Santanchè (“Rosa e Olindo”, copyright Feltri). Il sospetto era che la deputata, amica di Berlusconi, tramasse per sponsorizzare Sallusti alla guida del Giornale, cosa che poi avvenne davvero quando, nel dicembre 2010, Feltri tornò a Libero (debutto così: “il Giornale già mi sta sui coglioni…”), scontentando però Belpietro. “Mi ha dato una stanza in amministrazione e non valorizza i miei articoli”, si lamentava Feltri. Così, dopo mesi di grande freddo e dispettucci vari, nel giugno 2011 Feltri torna al Giornale, dove però al comando c’era ormai “Olindo”: gli venne lasciato l’onore di occupare la stanza di Montanelli, ma per il resto contava poco.

Tra Feltri e Sallusti, però, è sempre stato odio e amore. Quando il secondo, nel 2012, sta per finire in galera dopo una condanna per diffamazione, Feltri lo difende a spada tratta. E quando quest’ultimo dice addio all’ordine dei giornalisti, ha la totale solidarietà dell’altro. La vendetta su Belpietro, da parte feltriana, arriva nel maggio 2016, quando gli Angelucci lo richiamano a Libero per sostituirlo: “Davo fastidio a Renzi, qualcun altro evidentemente no…”, disse il giubilato. “Io Renzi l’ho visto solo in tv, mentre so per certo che tu sei andato due volte a Palazzo Chigi per incontrarlo…”, la risposta.

Nel settembre 2016, però, Belpietro fonda La Verità, portando via diversi cronisti a Libero, che poi riuscirà a superare (di poco) in copie. I due, negli ultimi anni, si sono rinfacciati di tutto. “Feltri è nervoso perché Libero perde copie e noi guadagniamo…”, dice spesso Belpietro. Che, va da sé, non ha mai amato Sallusti, con cui ebbe un solo epico scontro, nel 2011, a La7. “Sei un bersaniano, anzi un dipietrista!”, disse Sallusti a Belpietro. Che replicò dandogli del “tremontiano”. Ora un altro capitolo, in attesa degli altri.

Sul sito del Fatto il questionario sul virus e prime cure: partecipa!

Sono passati 15 mesi da quando abbiamo scoperto che la nostra vita non sarebbe più stata come prima. Il Covid, come un treno, ha tranciato famiglie, vite. Ha spezzato i nostri ospedali, i nostri sistemi sanitari territoriali. Ora che sembra poter finalmente iniziare una tregua, abbiamo deciso di lanciare un’indagine a partire da voi lettori sull’assistenza ricevuta dai tanti che hanno contratto il virus. Ecco perché da oggi pubblichiamo sul sito del Fatto – e per una settimana – un questionario a cui vi chiediamo di rispondere (www.ilfattoquotidiano.it/questionarioCovid19).

Le vostre risposte, che registreremo in forma totalmente anonima, saranno la base del lavoro di inchiesta – che leggerete sul nostro giornale e sul nostro sito – su Covid-19 e prime cure.

Quali le indicazioni ricevute dai medici di base, se il sistema di telemonitoraggio sanitario regionale abbia funzionato o meno, i farmaci prescritti, l’assistenza domiciliare: sono solo alcune delle domande del questionario. Ancora oggi, dopo tutti questi mesi, riceviamo quotidianamente decine e decine di lettere di denuncia – dal Nord al Sud Italia, senza distinzioni – sull’abbandono e sul senso di solitudine che hanno provato, e continuano a provare, le persone che si sono ammalate di Covid-19. La malattia resta ancora largamente sconosciuta, ma dopo 15 mesi è significativo che il nostro Paese non abbia un protocollo nazionale per le cure domiciliari del Covid (le linee guida sono state solo di recente aggiornate, e restano oggetto di svariate dispute all’interno della comunità scientifica come pure tra medici, Tar e ministero della Salute).

Cercheremo di raccontarvi, come in tutti questi mesi, cosa è stato fatto, ma soprattutto cosa non è stato fatto. Qualcosa che, forse, avrebbe potuto salvare molte vite. Rispondete al questionario del Fatto!

Colori, basteranno 10 parametri

Abolizione immediata del coprifuoco, ormai un classico, e riapertura dei locali al chiuso al 50% della capienza, una novità. A 48 ore dalla Cabina di regia (convocata domani) Matteo Salvini raduna i suoi ministri e presidenti di regione per illustrare quali saranno le richieste leghiste al tavolo di Palazzo Chigi. Ma sono strepiti che difficilmente verranno recepiti. La road map prevede Cabina di regia domani, Consiglio dei ministri mercoledì ed eventuali riaperture lunedì 24 maggio, tre giorni dopo il monitoraggio del 21, il primo a tener compiutamente conto degli effetti delle riaperture del 26 aprile.

L’Rt calcolato sui sintomatici, intanto, resterà tra gli indicatori di riduzione del rischio, ma non rappresenterà più un automatismo per determinare l’assegnazione dei colori alle regioni. L’automatismo, come già annunciato, riguarderà esclusivamente l’incidenza dei contagi sulla popolazione e il tasso di ospedalizzazione (Rt ospedaliero). In generale, gli indicatori passeranno da 21 a 10 o 12.

Nel confronto tra il ministero, l’Iss e le Regioni, uno dei punti di caduta per un eventuale accordo era rappresentato proprio dalla permanenza dell’Rt calcolato sui sintomatici purché non rappresentasse un automatismo, visto che in precedenza i governatori ne avevano proposto l’eliminazione. Tra i 21 indicatori che invece potrebbero essere eliminati, ci sarebbe il parametro sul numero di persone dedicate al contact tracing in ogni regione. È anche previsto per la zona bianca, gialla e arancione, un innalzamento della soglia minima di tamponi da effettuare).

Iss: “Decessi a meno 95% 35 gg dopo la prima dose”

Alcuni studi su quote ristrette di popolazione lo avevano anticipato, ma ora c’è il timbro dell’Istituto Superiore di Sanità: i vaccini funzionano, tutti, fin dalla prima dose e per tutte le fasce di età. Il primo report sull’impatto della vaccinazione in Italia dell’Iss analizza i dati relativi a 13,7 milioni di cittadini italiani vaccinati tra il 27 dicembre 2020 e il 3 maggio 2021. Già 35 giorni dopo la somministrazione della prima dose si nota una riduzione dell’80% dei contagi, del 90% dei ricoveri e del 95% dei decessi. Nelle persone vaccinate, poi, il rischio di infezione, di ricovero e di morte diminuisce progressivamente dopo le prime due settimane. Quindi, passati un mese e 5 giorni, si hanno gli effetti più evidenti: si osserva una riduzione simile sia negli uomini che nelle donne e in persone di diverse fasce di età. I buoni risultati – come detto – riguardano tutti i tipi di vaccini finora utilizzati (il 61% ha avuto Pfizer, il 7% Moderna, il 31% AstraZeneca, l’1% il monodose di Johnson&Johnson) e tutte le fasce di età.

“L’incidenza di diagnosi di Covid-19 nelle due settimane successive alla prima dose di qualsiasi vaccino – si legge nel report – è stata di 2,90 ogni 10 mila persone, che si riduce a 1,33 nel periodo superiore a 15 giorni dalla prima dose. L’incidenza di ricovero passa da 0,44 a 0,18 per 10 mila, quella dei decessi da 0,18 a 0,04 per 10 mila. L’età mediana delle persone vaccinate con una diagnosi – conclude il report – è di 57 anni, con un ricovero successivo alla diagnosi è di 84 anni e delle persone decedute è di 87 anni”.

Si parla molto, intanto, di un’idea non affatto male: partire per le ferie, magari a centinaia di km da casa e vaccinarsi comodamente – che sia la prima oppure la seconda dose – nel luogo dove si è scelto di trascorrere le vacanze. I classici due piccioni con una fava: salvare la salute e salvare la stagione turistica. Dall’entourage del commissario all’emergenza assicurano che l’argomento è seriamente oggetto di valutazione. E lo stesso filtra dalla Conferenza delle Regioni e dalle dichiarazioni di alcuni presidenti, tra cui il lombardo Fontana (“Potremmo organizzare anche un progetto di questo genere” dice) e di molti sindaci di località turistiche che si dicono “pronti”.

Ottima idea dunque, ma di assai difficile realizzazione, come in fondo aveva già ammesso in un’intervista a La Stampa il ministro per il Turismo, Massimo Garavaglia: “Sarebbe molto positivo, ma sono consapevole che è complicato”. Al di là delle questioni organizzative che vedono la struttura commissariale gettare la palla alle Regioni (prima si devono mettere d’accordo loro e qualora si decidesse di vaccinare i vacanzieri bisogna fare affidamento sulle risorse proprie) e le Regioni che la ributtano indietro (noi siamo d’accordo, ma senza il sostegno del commissario e del ministero non andiamo da nessuna parte) il problema è principalmente di tracciabilità. Come mettere in comunicazione le Regioni che per la campagna vaccinale si affidano alla piattaforma di Poste Italiane con quelle che hanno scelto la chiamata diretta o la gestione tramite numero verde per creare a breve un’anagrafe vaccinale che consenta – appunto – la vaccinazione dei non residenti?

Al momento nessuno sembra avere la risposta ed è verosimile che sia questo il principale ostacolo. Esiste per la verità una circolare del generale Figliuolo del 27 marzo consente alle Regioni di vaccinare i non residenti domiciliati per ragioni di lavoro (o altro) nel proprio territorio, ma la stessa circolare prevede una rinuncia temporanea al medico di base e la scelta di un altro medico della regione di riferimento per evidenti esigenze di tracciabilità.

Il “caso D’Alema” divide i socialisti in Portogallo

La polemicasullo stipendio europeo di Massimo D’Alema rimbalza fino in Portogallo. E suscita qualche critica anche all’interno del Partito socialista, guidato dall’attuale primo ministro António Costa. In un articolo intitolato Progressistas e tiros no pé (I progressisti si sparano nei piedi), il sociologo João de Almeida Santos, già preside della Facoltà di Scienze Sociali all’Università Lusófona di Lisbona, interviene sulla vicenda chiamando in causa l’attuale presidente della Feps (Fondazione per gli studi progressisti europei), la connazionale Maria João Rodrigues, ex eurodeputata.

Massimo D’Alema, com’è noto, ha presieduto la Fondazione per sette anni, dal 2010 al 2017. Nei primi tre, ancora parlamentare italiano, non ha percepito alcun compenso. Nei 4 successivi, non essendo più deputato, ha ottenuto in esclusiva un contratto di 120mila euro lordi all’anno (5mila netti al mese), sottoscritto dal segretario generale della Feps, il tedesco Ernst Stetter. Perciò la Fondazione ha citato in tribunale l’ex premier italiano chiedendo la restituzione di mezzo milione.

Almeida Santos critica l’iniziativa giudiziaria promossa dalla presidente portoghese. “La crisi dei partiti socialisti e delle loro Fondazioni è grave e richiede un enorme sforzo di tutti per superarla. Ma ora l’unica notizia che arriva dalla Fondazione è un processo in tribunale contro D’Alema. (…) Questa storia non è edificante”.

Almeida Santos afferma che “in tutta la confusione che seguì a Tangentopoli, non ho memoria di D’Alema coinvolto in casi di corruzione”. E aggiunge: “La remunerazione che concordò con il segretario generale della Feps, non mi sembra nemmeno immorale o ingiustificata”. In quel periodo, conclude il sociologo, con una punta velenosa nei confronti della sua connazionale, “D’Alema non ha svolto incarichi in nessuna istituzione europea a Bruxelles, come certamente sarà il caso della ‘Doutora’ Maria João Rodrigues”.

La campagna di Salvini per Draghi al Quirinale

L’intenzione di Matteo Salvini, come invece vorrebbe Enrico Letta e parte del Pd che sogna la maggioranza Ursula con Forza Italia, al momento non è quella di staccare la spina al governo. Ma sostenerlo, seppur facendo il “pierino” dall’interno, per arrivare all’elezione del presidente della Repubblica nel 2022. Non oltre perché, come sottolinea un leghista vicino al segretario, “Salvini non reggerebbe un altro anno di legislatura rischiando il sorpasso della Meloni”. Tant’è che tra le condizioni per sostenere il governo Draghi, il leader della Lega aveva posto proprio l’elezione del banchiere al Quirinale. E così ieri, in una doppia intervista a Corriere e Repubblica dopo il proscioglimento a Catania, Salvini ha rilanciato la corsa al Colle del premier: “Se Draghi dovesse ritenere, la Lega lo sosterrà per il Quirinale con convinzione – ha detto al quotidiano di via Solferino – per noi, se fosse d’accordo, il prossimo Capo dello Stato sarà Mario Draghi. Certo, il problema è il Pd che di candidati pullula…”. Salvini fa riferimento al fatto che molti, tra i dem, ora stiano pensando di lasciare Draghi a Palazzo Chigi per non arrivare a elezioni anticipate e mandare uno dei propri al Colle. Ma il leghista spinge forte per Draghi anche perché è convinto che, dopo averlo sostenuto, Draghi non avrebbe problemi a dargli l’incarico di formare il governo.

Del Quirinale ieri hanno parlato anche esponenti di peso di Forza Italia. Il ministro della P.A Renato Brunetta al Foglio ha detto sì all’elezione di Draghi al Colle, mentre per Antonio Tajani è “presto per parlarne”. Da FI sono convinti, così va letta la posizione di Brunetta, che Salvini staccherà la spina a inizio 2022 e quindi l’elezione di Draghi al Quirinale garantirebbe quel “pilota automatico” nella gestione del Recovery, nell’attuazione delle riforme e nei rapporti internazionali. “Sette anni di Draghi al Quirinale più un governo scelto da Draghi fino a fine legislatura – ha detto Brunetta – possono essere un modo per mettere a terra le riforme”.

Restano 2 settimane per salvare 1.400 sindaci dal dissesto

“Evitare il dissesto dei Comuni è un compito primario cui lo Stato deve assolvere”, ma “continuare a fare debiti sulle spese correnti non è possibile e non è democratico che i sindaci scarichino sui sindaci futuri debiti che possono essere anche il frutto di una politica interessata”. Così il presidente Giancarlo Coraggio ha spiegato il principio su cui si è basata la sentenza della Consulta che sta seminando il panico in 1.400 Comuni, ormai prossimi al crac finanziario, e anche nei partiti che in molte di quelle città a ottobre si presenteranno alle elezioni: per il M5S è questione vitale, Luigi Di Maio lo ha detto pubblicamente e Roberto Fico lo avrebbe persino posto come condizione per una sua corsa a Napoli.

La Corte costituzionale ha infatti abrogato la norma che fin qui aveva regolato la restituzione delle anticipazioni di liquidità degli enti locali spalmandole in 30 anni: il risultato è che per allinearsi alla sentenza 950 municipi già in disavanzo nel 2019 sarebbero costretti a ripianare il proprio debito in 3-5 anni e altri 450, oggi in lieve avanzo di bilancio ma con quote di anticipazione rilevanti, si ritroverebbero assai in affanno.

All’Anci, l’associazione che rappresenta i 7.904 Comuni italiani, è scattata la mobilitazione generale e al Tesoro si cerca di correre ai ripari per non dover trovare a breve i 2,5 miliardi necessari per ripianare il buco. Venerdì, in un tavolo tecnico al ministero dell’Economia (su cui si è particolarmente spesa la viceministra Laura Castelli), si è profilata la possibilità di un artificio contabile che riporterebbe l’orologio al 2015, anno di entrata in vigore della contabilità armonizzata e con esso alla possibilità di ripianare ancora il debito in un trentennio. Lo Stato dovrebbe comunque ristorare i bilanci dei Comuni che non ne potessero usufruire. Il punto ora è il tempo. La dead line è vicinissima: il 31 maggio vanno approvati i bilanci a preventivo e consuntivo. È dunque indispensabile una norma-ponte che li traghetti oltre la scadenza: va inserita nel dl Sostegni bis che arriverà in Cdm probabilmente martedì.

Va detto che servizi sociali, scuole, trasporti, nettezza urbana e illuminazione pubblica non rischiano tagli orizzontali nei futuri bilanci solo per le sentenza della Consulta. “Le entrate fiscali sono crollate per il Covid e i trasferimenti statali non arrivano, come succede regolarmente: siamo come un cittadino al quale ogni variazione negativa crea problemi se l’equilibrio è già precario e non hai i mezzi per affrontarla”. Massimo Castelli è il sindaco di Cerignale, un paesino immerso nei boschi dell’appennino piacentino: “Amministro cento abitanti e un milione di alberi”, dice. I piccoli comuni, da coordinatore nazionale dell’Anci, li rappresenta tutti lui: Tari, Imu, occupazione spazi pubblici, sono imposte ultimamente neanche più incassate; l’Irpef e perfino le multe sono di fatto scomparse dal radar.

“I trasferimenti statali tengono conto del numero degli abitanti e non dello spazio su cui sono distribuiti: noi amministriamo meno di un terzo della popolazione nazionale, ma sparso sul 54% del territorio, in aree spesso marginali e interne del paese”, spiega Castelli. Succede così che le casse di molti comuni montani si siano dissanguate in inverno solo per far spalare quantità enormi di neve per liberare case e strade pubbliche e che frane e alluvioni sempre più frequenti si portino via anche una bella fetta delle finanze locali. Lo spopolamento delle aree interne verso i centri più grandi ha fatto il resto. Solo dal 2011 a oggi hanno trasferito la loro residenza da un comune a un altro, per lo più della stessa regione, oltre 13 milioni di persone, quasi tutti giovani.

Divisi alle Comunali: il patto giallorosa rinviato alle Politiche

Il presente non è quello che volevano, anzi è quasi l’opposto. Però il futuro si può ancora costruire, si può ancora aggiustare per i giallorosa che oggi sono alleati occasionali. Così il rifondatore del M5S Giuseppe Conte giura che non si è abbattuto: “Nessuna sfiducia e nessuna rassegnazione”. Ma invoca: “Dobbiamo darci un orizzonte di senso”. Mentre il segretario dem Enrico Letta, che già sente rumore di nemici dalle sue parti, deve per forza fargli l’eco: “Sono assolutamente in linea con Conte e il suo approccio di realismo: dobbiamo fare delle Amministrative una tappa di convergenza verso le elezioni politiche”. Meglio guardare avanti, già oltre ottobre, cioè oltre quelle Comunali dove l’alleanza giallorosa darà solo episodico segno di sé, almeno al primo turno. Probabilmente a Napoli, dove l’ex ministro Gaetano Manfredi, ormai favoritissimo su Roberto Fico, dovrebbe sciogliere la riserva entro domani. E a Bologna, se le primarie gireranno nel segno del candidato dem, Matteo Lepore.

Non dovrebbero riuscire a combinare più di questo i due leader Conte e Letta, che in un sabato mattina si ritrovano in via telematica all’assemblea di Articolo 1 con l’aria di chi ha passato una settimana un po’ così. Il pasticcio di Roma, con la candidatura del dem Nicola Zingaretti saltata all’ultimo minuto, ha lasciato cicatrici soprattutto nel campo dem. Mentre i 5Stelle ruminano malumore per Torino, dove il Pd si è rinchiuso nelle sue primarie, tanto che ora Conte e Luigi Di Maio pensano di sparigliare ricandidando Chiara Appendino, e la sindaca è tentata dall’accettare. Per questo l’ex premier, giacca blu e camicia bianca senza cravatta, appare meno professorale e molto pragmatico: “Chi pensava che il nostro dialogo dovesse così, subito, fruttare delle coalizioni sempre congiunte in tutte le realtà territoriali non conosce la politica”. Nel dettaglio, “ci sono realtà in cui c’è intesa per il secondo turno” ricorda ma soprattutto si augura Conte (a Trieste l’intesa è chiusa da tempo, ma sull’accordo al ballottaggio a Roma non scommette nessuno). E poi c’è il nodo principale, “ossia altre città dove dobbiamo prendere atto che ci sono situazioni in cui non possiamo intervenire ora”. Per adesso non ce la fanno, il capo che verrà (Conte) e quello appena arrivato (Letta) a vincere le resistenze dei capibastone e certi rancori sedimentati da anni. Però bisogna insistere, monita l’ex premier, “perché solo con il dialogo si va avanti” e “il rapporto che si è creato tra Pd, M5S e Leu è una esperienza che non può essere accantonata, perché c’è stima reciproca”.

Stima che l’avvocato manifesta volentieri a Roberto Speranza, segretario di Articolo 1 e ministro della Salute. Di fatto, l’unico nome “contiano” sopravvissuto alle purghe di Mario Draghi.

E proprio Speranza nel suo intervento s’improvvisa pontiere tra Pd e Movimento: “Sulle Amministrative c’è ancora un margine per lavorare insieme da subito, e dobbiamo assumere un impegno a scatola vuota, dicendo che dove non riusciremo a fare un accordo al primo turno lavoreremo assieme per sostenere il candidato che è arrivato al secondo turno”. Perché va bene il futuro, fa capire, ma serve maggiore sforzo già ora, per dare corpo “al campo progressista”. Letta, in camicia e auricolari, fa professione di fede: “Noi staremo insieme alle prossime Politiche, saremo parte di una proposta comune, ne sono convinto”. Nell’attesa, gli preme indicare – ancora – il nemico, quel Salvini che vorrebbe buttare fuori dal governo Draghi. “Se dice che non si fanno le riforme Salvini tragga le conseguenze ed esca da questo governo, perché questo governo è qui per fare le riforme” scandisce.

Però le rogne il segretario dem ce le ha innanzitutto sulla propria scrivania. Così si torna alla legge elettorale, che lui da buon prodiano vorrebbe maggioritaria, ma i 5Stelle no, avevano in testa il proporzionale, e ora anche tanti dem tornano a dirsi proporzionalisti, “perché è meglio andare alle urne ognuno per conto proprio”: poi si faranno i conti. “La democrazia italiana è malata, servirebbe una nuova legge elettorale se è possibile farla…” ci riprova comunque Letta. E usa il condizionale. Mentre il presente giallorosa resta ciò che è.

Lo 007 deluso da Conte e le sponde coi due Matteo

Nello strano caso di Marco Mancini, il dirigente dei servizi segreti che ambiva a una promozione nell’ultimo giro di nomine, c’è per il momento un punto fermo: nel periodo più buio per il governo Conte-2, quello a cavallo tra dicembre 2020 e gennaio 2021, Mancini ha incontrato Matteo Renzi e Matteo Salvini, come rivelato in due diverte inchieste di Report.

Il contenuto di quei colloqui non è chiaro, nonostante Renzi abbia giurato di aver visto lo 007 all’autogrill di Fiano Romano – era il 23 dicembre 2020 – per un semplice scambio di auguri (e degli ormai famosi babbi di cioccolato). La faccenda non può però essere sminuita, come dimostra il fatto che nei giorni scorsi il governo sia corso ai ripari con una direttiva che imporrà un’autorizzazione preventiva per gli incontri “politici” dei funzionari dei servizi. Ma cosa sappiamo finora sulle trame intorno a Mancini?

L’agente, salvato in Cassazione dalle accuse sul sequestro di Abu Omar, nel 2014 torna operativo nel Dipartimento informazioni per la sicurezza (Dis, una delle tre agenzie dell’intelligence), quando a Palazzo Chigi c’è Matteo Renzi e la delega ai Servizi è in mano a Marco Minniti. Passa qualche anno e il suo nome torna di moda all’epoca del primo governo Conte. Nel novembre del 2018 l’avvocato sceglie Gennaro Vecchione come capo del Dis, mentre manda Luciano Carta all’Aise (i Servizi per la sicurezza esterna). Nel maggio del 2019 – al governo ci sono ancora la Lega e il Movimento 5 Stelle – Repubblica riporta le prime voci che vorrebbero Mancini coinvolto nel giro di poltrone delle vicedirezioni delle Agenzie. Secondo il quotidiano, lo 007 “si accredita coi 5 Stelle attraverso il sottosegretario Angelo Tofalo” ma “si offre anche a Matteo Salvini, il padrone della nuova maggioranza in cerca di fedeltà all’interno degli apparati”. E qui tornano in mente le parole di Salvini a Report, con il leghista che ammette di aver incontrato “più volte” Mancini quando era ministro dell’Interno: “L’ho incontrato in ufficio, l’ho incontrato al ministero”. E forse pure a Cervia e persino in autogrill, come confermano a Report fonti autorevoli e come non smentisce Salvini.

In ogni caso, Mancini rimane al suo posto e il Papeete travolge il Conte-1. Di Mancini si torna a parlare dunque a settembre 2020, quando l’agente ambisce a una vicedirezione approfittando anche della scandenza di alcuni incarichi. Diversi giornali lo indicano come uomo di Conte, che starebbe facendo di tutto per promuoverlo. Altre testate raccontano i 5 Stelle come i suoi principali sponsor. In realtà Mancini non è amatissimo all’Aise e all’Aisi (i Servizi interni), anche per il rigore che dal Dis ha imposto alle finanze e alle procedure delle due Agenzie.

A novembre 2020 Conte conferma Vecchione a capo del Dis, ma Mancini capisce che per lui non è aria: difficilmente rientrerà nel giro di nomine. E allora inizia a cercare sponde che possano tornargli utili, viste anche le nuvole all’orizzonte del governo giallorosa. E qui arriviamo all’autogrill e ai nuovi incontri con i due Matteo, con cui i rapporti – abbiamo visto – sono più che oliati da anni di conoscenza, come peraltro ammesso dai due leader politici. Tanto è vero che non serve alcuna intermediazione del pm Nicola Gratteri, due giorni fa indicato da Repubblica come collegamento tra il leader di Italia Viva e Mancini, prima che lo stesso magistrato smentisse con forza sulle colonne del Fatto.

Sono i giorni in cui Renzi insiste col premier affinché non tenga per sé la delega ai Servizi, minacciando di continuo la caduta dell’esecutivo. Che infatti arriva un mese più tardi, appena dopo la nomina dei nuovi vicedirettori delle Agenzie da parte di Conte: è il 22 gennaio e il nome di Mancini, tra i promossi, non c’è.

“Conosco Mancini da 40 anni, ma io non c’entro nulla”

Giuliano Tavaroli, ex capo della Security di Pirelli-Telecom (ha patteggiato 4 anni e mezzo per i dossieraggi illegali dei primi anni 2000), è stato indicato nelle ultime settimane come coinvolto in manovre di destabilizzazione dei vertici dei Servizi segreti italiani, che sarebbero state realizzate da un gruppo che comprende personaggi come Cecilia Marogna (collaboratrice di monsignor Angelo Becciu), Francesca Chaouqui (ex collaboratrice del Vaticano), Gianmario Ferramonti (ex faccendiere della Lega), Francesco Pazienza (informalmente ai vertici del servizio segreto negli anni della P2). E Marco Mancini, dirigente del Dis (l’agenzia che coordina i servizi Aisi e Aise) e amico di Tavaroli fin dai tempi in cui i due lavoravano insieme nell’antiterrorismo di Dalla Chiesa.

Tavaroli, è ripresa la stagione dei dossieraggi?

Non esiste alcun gruppo, non esiste alcun fatto di destabilizzazione in cui io sia coinvolto. Ho un antico rapporto di amicizia con Mancini, che non ha nulla a che fare con le attività istituzionali di Mancini. Esistono solo delle suggestioni, costruite dalla signora Marogna, che dovrà rispondere delle sue affermazioni davanti a un giudice.

Come sono andati i fatti?

Tre anni fa ho ricevuto una telefonata di Ferramonti che mi chiedeva di ricevere la signora Marogna che aveva bisogno di consigli professionali. L’ho incontrata, mi ha detto che voleva lavorare nel settore della geopolitica e dell’intelligence privata, le ho risposto che non ero in grado di aiutarla. Non mi pareva avesse grandi competenze e poi, in Italia, questo settore non offre grandi possibilità. La vicenda si riapre quando a chiamarmi è Francesco Pazienza, che ho conosciuto solo qualche anno fa, ben dopo tutte le sue vicende giudiziarie, che mi chiede anch’egli di incontrare la signora Marogna.

Marogna racconta che lei, Tavaroli, e successivamente Luca Fazzo del Giornale, avreste chiesto le chat di Marogna con il generale Luciano Carta, fino al 18 maggio 2020 direttore dell’Aise, l’agenzia per la sicurezza esterna: questa è una manovra di destabilizzazione.

È falso e lo prova la data in cui io ho incontrato la signora Marogna: il 29 settembre 2020, quando Carta non era più a capo del servizio ed era già presidente di Leonardo. Proprio per questo Marogna viene da me: perché, dopo aver lavorato con Carta, non ha più rapporti con i Servizi e vorrebbe che io la mettessi in contatto con Mancini. Le rispondo che io non posso farlo, che non ho rapporti con quel mondo, e che comunque Mancini ha solo ruoli amministrativi. Le consiglio invece di riprendere i contatti con il Vaticano, con cui aveva lavorato. Me lo conferma Francesca Chaouqui, che chiamo: insiste perché Marogna torni a relazionarsi con il Vaticano. Mi fornisce un indirizzo email di monsignor Pietro Parolin che io ai primi di ottobre giro a Marogna, chiedendole di fissare un appuntamento con la Segreteria di Stato vaticana. Ripeto: tutto ciò avviene dopo che Carta non era più ai servizi e monsignor Becciu era già stato rimosso. Stop.

Non l’ha più risentita?

Mi chiama lei la sera del 13 ottobre 2020, da una caserma della Guardia di finanza. Era appena stata arrestata. Mi chiede di consigliarle un avvocato. Io chiamo Fabio Federico, dello studio di Massimo Dinoia.

Poi c’è l’intervista a Report in cui la coinvolge.

Quando leggo le anticipazioni, mando subito un messaggio al suo nuovo “coordinatore del collegio di difesa”, Riccardo Sindoca, amico di Ferramonti, che subentra dopo che Dinoia e Federico rimettono il mandato difensivo. Lui mi smentisce che Marogna mi abbia coinvolto e mi assicura che ha mandato una smentita anche a Report, in cui sostiene che la sua intervista è stata montata per farle dire ciò che non aveva detto. Cosa palesemente incredibile. A questo punto il mio difensore, Marisa Sciscio, deciderà come procedere con le querele.

Da osservatore esperto, non vede manovre destabilizzanti nei Servizi, e magari nella caduta dal governo Conte?

Non so, è un mondo che non frequento. Di Mancini sono amico da 40 anni, sono colpevole del solo reato di amicizia e so che è un fedele servitore dello Stato. Le manovre e gli scontri sono a un livello ben superiore: il nuovo quadro geopolitico, la nuova Amministrazione Usa, il contenimento della Cina, il ruolo della Turchia… Altro che la visione dal buco della serratura della Marogna.