Feltri-Sallusti-Belpietro. Belpietro-Sallusti-Feltri. E ora anche Pietro Senaldi. Il gran ballo dei direttori di destra, continui giri di valzer che proseguono da oltre 25 anni, negli ultimi giorni ha visto scriversi un ultimo importante capitolo. Con Alessandro Sallusti che, con un colpo di teatro, ha lasciato la direzione del Giornale per approdare a quella di Libero, dove sarà direttore responsabile, prendendo così le redini del quotidiano al posto di Senaldi, ma comunque sempre sotto Vittorio Feltri, direttore editoriale. Mentre al Giornale ora si cerca con ansia una nuova guida (dai piani alti è partita anche una telefonata a Marcello Foa, ancora per poco presidente della Rai).
Il balletto degli avanti e indietro comincia all’inizio degli anni 90, quando Feltri conosce Belpietro a Bergamo Oggi e lo nomina suo vice. “Era tutto precisino, indossava pulloverini coi colorini, quasi sempre grigio orfanotrofio, ma ci sapeva fare…”, raccontò poi lo stesso Feltri, che se lo terrà stretto anche quando, nel 1992, farà il grande salto all’Indipendente, che porterà da 2 mila a 120 copie (“piglia o’ giurnale e riempilo emmerd’”, il consiglio che gli diede la grande firma del Corsera Gaetano Afeltra per rendere quel foglio esangue più appetibile).
La coppia Feltri-Belpietro funziona talmente bene che poi traslocheranno insieme al Giornale, quando Berlusconi caccia Indro Montanelli (1994). Poi Feltri trasloca di nuovo, lasciando il timone del Giornale a Belpietro: l’eterno numero due diventa numero uno. Dopo qualche altro passaggio, Feltri nel 2000 fonda la sua creatura giornalistica: Libero. Dove chiamerà con sé, come numero due, proprio Sallusti: “Feltri mi offrì il lavoro davanti a un piatto di salamelle”.
Il nuovo quotidiano arriverà a superare le 130 mila copie, ma nel 2009 Feltri e Sallusti lasciarono la redazione di stucco passando armi e bagagli al Giornale allo scopo, mai nascosto, di “uccidere” Libero, dove invece arriverà, salvandolo, Belpietro, insieme a Mario Sechi. Il Giornale, intanto, va a gonfie vele, azzeccando la campagna contro Gianfranco Fini e la casa di Montecarlo. Gli screzi iniziano col caso Boffo, con Feltri che, interrogato in procura, accusa Sallusti di avergli passato una polpetta avvelenata. “Erano informazioni veicolate da Tarcisio Bertone a Bisignani e Santanchè”, disse Feltri. “Tutto falso”, replicò Sallusti, che all’epoca faceva coppia con Santanchè (“Rosa e Olindo”, copyright Feltri). Il sospetto era che la deputata, amica di Berlusconi, tramasse per sponsorizzare Sallusti alla guida del Giornale, cosa che poi avvenne davvero quando, nel dicembre 2010, Feltri tornò a Libero (debutto così: “il Giornale già mi sta sui coglioni…”), scontentando però Belpietro. “Mi ha dato una stanza in amministrazione e non valorizza i miei articoli”, si lamentava Feltri. Così, dopo mesi di grande freddo e dispettucci vari, nel giugno 2011 Feltri torna al Giornale, dove però al comando c’era ormai “Olindo”: gli venne lasciato l’onore di occupare la stanza di Montanelli, ma per il resto contava poco.
Tra Feltri e Sallusti, però, è sempre stato odio e amore. Quando il secondo, nel 2012, sta per finire in galera dopo una condanna per diffamazione, Feltri lo difende a spada tratta. E quando quest’ultimo dice addio all’ordine dei giornalisti, ha la totale solidarietà dell’altro. La vendetta su Belpietro, da parte feltriana, arriva nel maggio 2016, quando gli Angelucci lo richiamano a Libero per sostituirlo: “Davo fastidio a Renzi, qualcun altro evidentemente no…”, disse il giubilato. “Io Renzi l’ho visto solo in tv, mentre so per certo che tu sei andato due volte a Palazzo Chigi per incontrarlo…”, la risposta.
Nel settembre 2016, però, Belpietro fonda La Verità, portando via diversi cronisti a Libero, che poi riuscirà a superare (di poco) in copie. I due, negli ultimi anni, si sono rinfacciati di tutto. “Feltri è nervoso perché Libero perde copie e noi guadagniamo…”, dice spesso Belpietro. Che, va da sé, non ha mai amato Sallusti, con cui ebbe un solo epico scontro, nel 2011, a La7. “Sei un bersaniano, anzi un dipietrista!”, disse Sallusti a Belpietro. Che replicò dandogli del “tremontiano”. Ora un altro capitolo, in attesa degli altri.