“Avvertì l’ex dg veneto che era intercettato” Agente dei servizi segreti indagato a Padova

Nel 2020 il capocentro di Padova dell’Aisi, Massimo Stellato, colonnello della Finanza, aveva incontrato l’ex dg della sanità veneta, Domenico Mantoan, a Brendola, il paesino ai piedi dei Colli Berici, in provincia di Vicenza, dove il manager pubblico è nato. Che cosa devono dirsi l’uomo dei servizi segreti e il braccio destro di Luca Zaia, poco lontano dal “golf club”? Lo 007 lo avrebbe informato di un’attività di intercettazione in corso che lo riguardava, nell’ambito di un’indagine della Procura su Azienda Zero. Quest’ultima è il potente braccio operativo della Regione nella sanità, che amministra appalti, assunzioni, forniture, e che nel 2020 ha fatturato un miliardo 435 milioni, con un utile d’esercizio di 359 milioni. Il colonnello Stellato, in possesso di notizie coperte dal segreto istruttorio, alla vigilia di Ferragosto, stando alle ipotesi d’accusa, sarebbe andato a spifferarle a Mantoan, il quale invece non è indagato, come conferma Piero Longo, il suo avvocato. “La vicenda non riguarda il dottor Mantoan”. Gli accertamenti sono stati ordinati prima dalla Procura di Padova, poi da quella di Vicenza, cui è arrivato il fascicolo per diffusione di notizie coperte dal segreto istruttorio. La scoperta sul conto di Stellato deriverebbe da una confidenza che Mantoan avrebbe fatto al telefono. Gli investigatori si sono così messi alla ricerca della “talpa”, trovando numerosi contatti tra l’ufficiale dell’Aisi e il manager che, andato in pensione dalla Regione Veneto, è diventato nell’autunno 2020 direttore di Agenas, l’Agenzia per i servizi sanitari regionali.

Si cerca però anche un’altra “talpa”, che avrebbe passato le informazioni di un’istruttoria all’uomo dei servizi. I carabinieri hanno effettuato perquisizioni sia a casa che nell’ufficio di Stellato. Durante quegli accessi è scaturito un braccio di ferro con Aisi, che su alcuni fascicoli ha apposto il segreto di Stato. Il nome di Stellato era finito nel 2007 nell’inchiesta sulla “Loggia di San Marino” scoperta dall’allora pm Luigi De Magistris nel procedimento “Why not”, che per l’ufficiale si concluse con l’archiviazione. Nell’estate 2020 il pm Sergio Dini aveva indagato su un incidente mortale causato da un’auto blu della Regione nel 2016 sulla quale c’era Mantoan. L’anatomopatologo Massimo Montisci aveva accertato che uno scooterista travolto sarebbe morto per infarto e non per l’impatto. Per questo è finito a processo e la magistratura stava cercando di capire l’eventuale ruolo di Mantoan, che non fu indagato, nella vicenda.

Conte leader M5s, il giudice di Napoli rinvia la decisione

L’attesa. Non si sa se il giudice civile di Napoli Francesco Paolo Feo deciderà sulla revoca della sospensione dello statuto M5S, e la conseguente presidenza di Giuseppe Conte, prima o dopo il 10 e l’11 marzo, le date in cui l’ex premier ha riconvocato l’assemblea degli iscritti per rivotare le modifiche statutarie. Una conferma della sospensiva prima del 10 darebbe un argomento in più ai ricorrenti per impugnare anche questo voto.

Il giudice ieri ha ascoltato le parti per due ore, poi si è riservato la decisione, e i relativi tempi. Da una parte i ricorrenti, tre attivisti rappresentati dall’avvocato Lorenzo Borrè. Dall’altra i tre legali del Movimento, i professori Claudio Consolo, Francesco Cardarelli e Francesco Astone, che hanno proposto l’istanza di revoca della sospensiva che, se accolta, restituirebbe immediatamente a Conte i pieni poteri in attesa del giudizio di merito sul ricorso. La sospensiva fu concessa in sede di reclamo per la presunta illegittimità dell’esclusione dal voto degli iscritti da meno di sei mesi “in assenza di un regolamento adottato dal Comitato di garanzia su proposta del Comitato direttivo”, come da vecchio statuto. Secondo i legali di Conte, uno scambio di mail del 2018 tra Di Maio e Crimi proverebbe l’esistenza di un regolamento in vigore. Secondo Borrè il vizio è insanabile per gli iscritti dopo il 17 febbraio 2021, quando fu votata la nuova governance collegiale. E pende l’ipotesi che Napoli si dichiari incompetente e trasferisca la disputa a Roma. Doveva essere affrontata ieri, è stata rinviata.

Spara nel negozio e uccide la sua ex Arrestato 40enne

Anna Borsa, parrucchiera di 30 anni, è stata uccisa a colpi di arma da fuoco nel comune salernitano di Pontecagnano Faiano, tra le mura del salone in cui lavorava. Ferito il suo fidanzato, che non è in pericolo di vita. Secondo i Carabinieri, a sparare sarebbe stato Alfredo Erra, ex compagno 40enne della donna, bloccato alcune ore dopo nei pressi di una stazione di servizio sull’Autostrada A2. Una pattuglia della Polizia stradale di Eboli lo ha individuato in stato confusionale, dando l’input all’intervento dei Carabinieri, che hanno provveduto a fermarlo. Il profilo Facebook di Erra, con cui la vittima aveva chiuso una lunga reazione otto mesi fa, è gremito di post pieni di livore: “Abbiamo camminato insieme dall’adolescenza, ma volevi farmi lo sgambetto. Ma nel fosso ci vai tu, credimi”, scriveva pochi giorni fa in dialetto. “Anna – ha raccontato Simona Cataldo, amica della vittima – aveva paura, era pensierosa. Non voleva più andare a lavorare e mi aveva confidato di voler andare via da Salerno”. Il sindaco di Pontecagnano ha indetto il lutto cittadino.

Pittelli ci ricasca: rilascia intervista dai domiciliari

L’avvocato ed ex senatore di Forza Italia Giancarlo Pittelli non ci sa proprio stare ai domiciliari senza comunicare con l’esterno. Dopo la vicenda della lettera al ministro Mara Carfagna con cui, secondo i magistrati, aveva violato le prescrizioni imposte dal Tribunale, Pittelli ci ricasca. Stavolta lo fa quasi indiretta con un’intervista, rilasciata al massmediologo Klaus Davi e alla sua troupe, e andata in onda il 22 febbraio su “Italia 1”.

Pochi giorni prima, la Procura di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri aveva presentato appello contro i domiciliari concessi allegale imputato in “Rinascita-Scott” per concorso esterno con la ‘ndrangheta. Dopo averlo “perdonato”, il Tribunale aveva imposto per la seconda volta a Pittelli il divieto di “comunicare con persone diverse da quelle che con lui coabitano o che lo assistono”. L’avvocato non ha ottemperato e la Dda ha acquisito l’intervista convocando venerdì in Procura Davi come persona informata sui fatti. Filmato e interrogatorio potrebbero finire al Riesame che dovrà decidere se ripristinare il carcere per Pittelli.

Affari al Metropol, la Russia continua a coprire i leghisti

La Russia di Vladimir Putin, nonostante la guerra e ben altri problemi internazionali sul tavolo, continua a tutelare gli uomini vicini alla Lega, protagonisti del caso giudiziario “Moscopoli”, facendo melina, prendendo tempo e, dopo una chiara rogatoria, rimandando la palla ai magistrati milanesi con una improbabile richiesta di supplemento di informazioni.

Al centro dell’indagine della Procura di Milano, come noto, c’è un incontro all’hotel moscovita Metropol avvenuto il 18 ottobre 2018. A far da narratore un audio registrato di nascosto dal quale emerge il progetto dei “political guys” della Lega di intascarsi una stecca da 65 milioni di dollari per finanziare le elezioni europee del partito di Salvini che si terranno il 25 maggio 2019. Stecca che nella ricostruzione dei pm doveva saltare fuori da una compravendita di petrolio messa in piedi tra la società di Stato russa Rosneft e Eni, attraverso la presunta mediazione di una banca d’affari anglo-tedesca. Al caffè mattutino, quel 18 ottobre 2018, sono presenti il leghista Gianluca Savoini, l’avvocato Gianluca Meranda e il broker finanziario Francesco Vannucci, indagati per corruzione internazionale.

Con loro tre russi vicini all’entourage di Putin. Attraverso di loro, secondo i pm, alcuni pubblici ufficiali avrebbero intascato una stecca pari a circa il 9% della compravendita del valore totale di 1,5 miliardi di dollari. Compravendita che non andò mai in porto e in cui Eni oggi risulta parte offesa. Questo però cambia poco per l’accusa. Che già mesi fa, come scritto dal Fatto, ha inviato una richiesta rogatoriale al governo russo. Richiesta sempre disattesa, tanto che solo poche settimane fa in Procura a Milano si ragionava di chiedere l’archiviazione. Dopodiché, il fatto che la rogatoria sia stata mandata dentro i termini delle indagini, oggi scaduti almeno da dicembre, ha spinto i pm a rilanciare la richiesta. Rilancio che è andato a buon fine. Tanto che i magistrati italiani sono riusciti a individuare l’interlocutore con cui interfacciarsi. L’ipotesi dell’accusa è quella di interrogare i tre russi presenti al tavolo del Metropol e alcuni dirigenti apicali di Rosneft. Questo il contenuto della rogatoria che pare difficilmente equivocabile. Eppure i russi per tutta risposta hanno chiesto ai pm milanesi di specificare meglio il contenuto delle loro richieste. Insomma, il governo di Putin rimanda la palla dall’altra parte della rete, allontanando la possibilità di chiarire il quadro e contemporaneamente dando una grossa mano agli intermediari italiani vicini al partito di Matteo Salvini. Già, ma chi sono i russi? Al Metropol erano in tre e tutti in qualche modo collegati ad ambienti governativi. Il primo è Andrey Kharchenko, presunta spia del governo di Mosca. Il secondo è Ilya Yakunin, uomo di fiducia di Vladimir Pligin, molto vicino al ministro dell’Energia Dmitry Kozak. Nell’ufficio di Pligin poche ore prima dell’incontro del Metropol si terrà un vertice tra Matteo Salvini e lo stesso Kozak. Incontro mai annotato nell’agenda dell’allora ministro dell’Interno durante la sua trasferta russa per incontrare gli imprenditori italiani. Il terzo è Yury Burundukov, vicino al magnate ultranazionalista Konstantin Malofeev. I tre si trovano al Metropol per trattare l’affare, così si comprende dall’audio.

Su chi siano i presunti beneficiari pubblici, la Procura rimanda all’audio tra i tre italiani: “L’attuale presidente che è uno (…) satollo (…) ha fatto i suoi margini, lo mettiamo lì a contratto, sta lì, gli diamo 20mila (…) al mese ma va benissimo, dopodiché (…). La banca serve su altre enne questioni…”. Eppure fin dall’inizio dell’indagine, aperta nell’estate del 2019, ancora i pm non hanno trovato la prova che indichi i tre russi come pubblici ufficiali. E dunque ecco il motivo di interrogarli. Per capire chi fossero i loro referenti pubblici ai quali doveva finire parte della presunta maxi-tangente. Certamente sono pubblici ufficiali i manager dell’azienda di Stato ai quali i pm avrebbero voluto rivolgere alcune domande. Tutto, dunque, resta sospeso. La Russia liberatasi della palla attende una seconda risposta italiana, dopodiché farà sapere le sue decisioni. Tempi lunghi che non escludono un ritorno all’idea di chiedere l’archiviazione. Scelta che però non chiuderebbe del tutto i giochi visto che, come rivelato dal Fatto, i pm hanno in mano una nuova pista sulla quale stanno lavorando e che per questo al momento resta top secret.

Armi in Colombia, D’Alema assicurava: “L’Italia è pronta”

“La parte italiana è quasi pronta, abbiamo preparato le offerte e abbiamo ottenuto la copertura assicurativa per il piano finanziario”. Così parlava Massimo D’Alema a inizio febbraio per garantire al suo interlocutore colombiano che l’opportunità di “business” era reale e concreta. Il business (come anticipato da Sassate.it) era la vendita al governo di Bogotà di quattro corvette e due sommergibili prodotte da Fincantieri e di alcuni aerei M346 di Leonardo, entrambe partecipate dal governo italiano. E così D’Alema ora sembra darsi all’intermediazione di armamenti. Ma l’affare, tentato attraverso due broker italiani e uno studio legale di Miami, a un certo punto salta. “In realtà è ancora in piedi”, dice al Fatto il sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulè.

L’affare dunque sembra entrare nel vivo a febbraio scorso, quando avviene una call alla quale partecipa D’Alema, il contatto colombiano dei due broker e un’interprete. L’audio di quell’incontro virtuale è stato anticipato ieri da La Verità. Il Fatto ha recuperato l’integrale. Qui si sente D’Alema che risponde piccato ai broker che lamentano una mancata provvigione: “Io non ho ricevuto nessun euro”. E poi aggiunge: “Stiamo lavorando perché siamo stupidi? Perché siamo convinti che alla fine riceveremo tutti noi 80 milioni di euro (…) L’obiettivo non è quello di avere 10mila euro per pagare un viaggio adesso, ma alla fine di avere un premio di 80 milioni di euro, questa è la posta in gioco (…) Non appena noi avremo questi contratti, divideremo tutto, questo non è un problema (…) Il contratto tra le società italiane e il governo colombiano, quello è il premio importante, non il rimborso spese”.

La trattativa, nelle intenzioni del lider Maximo, doveva essere segreta. D’Alema lo dice al colombiano spiegando il ruolo dell’avvocato Umberto Bonavita dello studio Robert Allen Law di Miami: “È molto importante che la parte colombiana sia rappresentata da uno studio legale. Per due ragioni: innanzitutto il contratto tra Robert Allen e la parte colombiana sarà sottoposto al controllo delle autorità degli Stati Uniti. La legge americana protegge l’attività legale, il rapporto tra il legale e il suo cliente con il segreto. Se invece è un contratto commerciale, non c’è segreto (…) È molto importante che questo contratto sia fatto con un soggetto colombiano che sia trasparente e accettabile per le autorità degli Stati Uniti”. Nella conversazione D’Alema non nasconde di avere una certa fretta. Perché – spiega – potrebbero cambiare i vertici delle società italiane, ossia Leonardo e Fincantieri, e perché a maggio in Colombia ci saranno le elezioni presidenziali: “Se vogliamo essere sicuri del risultato, bisogna concludere prima di queste date”. Le trattative portano a un memorandum of understanding tra due militari colombiani e Fincantieri, firmato a Bogotà a fine gennaio dal direttore generale Navi Militari Giuseppe Giordo e il direttore commerciale Achille Furfaro. Per Leonardo si svolge a Bogotà una riunione con Carlo Bassani. D’Alema inoltra ai due broker un’email ricevuta dagli uffici con allegato materiale informativo su una torre di controllo remota e dei radar. Alla domanda se Leonardo abbia in essere contratti con D’Alema o lo studio Robert Allen Law, da Leonardo rispondono con un “no comment”. Da Fincantieri fanno sapere che “nelle trattative commerciali internazionali abbiamo interlocuzioni solo con le istituzioni preposte”.

Il Fatto ha contattato D’Alema, che oggi svolge “una normale attività di consulenza con una società e in collaborazione con Ernst&Young”: “Sono venuti da me due consiglieri del ministero degli Esteri della Colombia – racconta – e mi hanno chiesto di essere messi in contatto con le società offrendosi di fare un lavoro di promozione”. Questa volta però la sua attività non è per conto di Leonardo né di Fincantieri, anche se con quest’ultima dice di aver “lavorato in passato”. Per quanto riguarda i colombiani D’Alema dice: “Insistevano perché volevano dei riconoscimenti, dei soldi, e gli ho spiegato che le società quotate fanno dei contratti”. L’affare ammontava “a 5 miliardi”, dunque la provvigione da 80 milioni “è normale” ma, specifica D’Alema, “io non ho fatto alcuna mediazione”. Però ha suggerito di mettere sotto contratto lo studio Allen: “Ho detto a queste persone che la via doveva essere una via professionale, le società italiane non fanno contratto così, a singoli (…) Ho suggerito di rivolgersi a una società di questo tipo”.

Il negoziato con i colombiani l’ha seguito per conto del governo italiano Giorgio Mulè, il quale spiega che dell’accordo tra Stati si parlava già da fine 2021. Per D’Alema non è così: “Mulè non ha potuto vedermi – dice l’ex premier – così ho incontrato una persona che è andata da lui e gli ha raccontato tutto (…) Ma non c’era neanche una trattativa di governo… c’erano stati dei contatti di questo tipo”. Diversa la versione di Mulè: “L’ambasciatrice colombiana mi ha chiamato a metà febbraio e mi ha detto che era andato da lei D’Alema, che si era presentato come rappresentante di Leonardo. Per me l’interessamento di D’Alema è irrituale, anche perché è stata proprio Leonardo, a fine 2021, ad avvisare la Difesa chiedendo il supporto alla sua attività in Colombia”. “In ogni modo – conclude Mulè – ho chiamato il presidente di Leonardo per chiedere chiarimenti su questa storia di D’Alema: sto ancora aspettando la risposta”.

Tim e Open Fiber, vicina l’intesa sulla rete unica

A volte ritornano e stavolta era fatale che lo facessero: Tim e Open Fiber, secondo quanto raccontato (non smentita) da Repubblica, sono assai vicine alla firma di un Memorandum of understanding (Mou) che le porterà in 18-24 mesi alla società unica della rete, bloccata da quando – era l’agosto 2020 – fu firmato dalle due società un altro Mou sul tema. Il progetto ora sarebbe un po’ diverso e, sperano i proponenti, meno indigesto all’Antitrust Ue di quello di un anno e mezzo fa, con la nuova società integrata verticalmente dentro Tim, contemporaneamente proprietaria della rete e concorrente di chi quella rete avrebbe usato.

La rete unica, però, ha una sua razionalità e per diversi motivi: il primo è che la diffusione della fibra procede a rilento; il secondo è che la partecipata statale Cassa depositi e prestiti si trova a essere azionista di controllo di Open Fiber col 60% e azionista di peso dentro Tim col suo 10% circa, impensabile che continuasse a farsi la guerra da sola.

Lo stallo durato 18 mesi, oltre ai seri motivi antitrust di cui sopra, è dovuto anche al fatto che il governo Draghi (subentrato a febbraio 2021) non ha mai chiarito cosa volesse fare del progetto di rete unica: non un particolare secondario visto che Cdp è controllata dal Tesoro. Le cose erano andate avanti anche da sole, attraverso accordi commerciali in corso di definizione tra Tim e Open Fiber (il diritto d’uso sulle infrastrutture esistenti), ma ora la situazione dentro l’ex monopolista telefonico è tale che la via è quasi obbligata: i risultati poco brillanti – che hanno portato alla defenestrazione dell’ex amministratore delegato Luigi Gubitosi da parte del primo azionista (Vivendi col 24% circa) e al connesso tentativo di scalata del fondo statunitense Kkr – hanno accelerato un cambio di rotta nella società.

Oggi, intanto, si riunisce il cda per approvare i conti 2021 e il piano industriale del nuovo Ad scelto dai francesi, Pietro Labriola, propedeutico alla futura società unica della rete: prevede infatti di scindere i servizi (ServiceCo) dalla rete (NetCo). In quest’ultima dovrebbero confluire Fibercop, la società creata ai tempi del primo Mou con Fastweb e gli americani di Kkr che ha dentro la rete secondaria di Tim (dagli armadi in strada fin dentro casa), la rete primaria (dalle centrali agli armadi in strada) e i preziosi cavi sottomarini di Sparkle. Al momento della fusione con Open Fiber, poi, Cassa depositi e prestiti diverrebbe azionista di controllo della società unica della rete, che si dedicherà ad affittare la rete agli operatori tlc con tariffe regolate sul modello di Terna (rete elettrica) e Snam (gas). Una società wholesale, che dovrebbe aggirare i timori antitrust della dg Competition della Commissione europea.

Resta da dirimere un punto non piccolo. L’infrastruttura garantisce a bilancio il mega-debito di Tim (18 miliardi di euro netti secondo l’ultimo dato utile): la futura società dovrà caricarsi un bel pezzo di quel passivo e la maggior parte dei dipendenti (42mila in tutto, 36mila in Italia, ventimila nella rete) altrimenti l’ex monopolista va gambe all’aria.

Stellantis, ecco i piani faraonici. Ma per l’Italia zero garanzie

Osare, andare avanti, verso il 2030: “Dare forward 2030”. È un po’ futurista e marinettiano, quasi combattente (in questi giorni di guerra vera), lo slogan che Carlo Tavares, Ad di Stellantis (nata dall’inclusione di Fca in Peugeot-Psa), indica come sintesi ed emblema del piano industriale che ha presentato ieri nei dintorni di Amsterdam. In realtà, a leggerlo bene, andrebbe ribattezzato solo come un grande, ambiziosissimo piano finanziario con nessuna garanzia su che cosa accadrà negli stabilimenti italiani della ex Fiat. “Stellantis intende raddoppiare il fatturato entro il 2030, portandolo a 300 miliardi di euro, dai 152 miliardi del 2021 – ha rivendicato Tavares –. Questo è un piano molto sfidante, ci saranno ostacoli, ma noi ci adatteremo e spingeremo avanti, il più possibile nel futuro”.

Le tappe di questa frenetica corsa verso il mondo dell’auto che verrà sono anch’esse segnate, nelle intenzioni dell’ad, da rapide salite del fatturato: 200 miliardi di euro nel 2024 e 250 miliardi nel 2027. Sempre sul fronte finanziario, Stellantis intende mantenere, nello stesso periodo, investimenti pari all’8% dei ricavi, mentre il risultato operativo dovrà attestarsi sopra il 10% per tutto il resto del decennio, per scavalcare il 12% nel 2030. Un 10% che in Europa, per adesso, sembra essere garantito solo alle case che producono vetture di lusso. Un “volere la luna” sul quale Tavares si è lanciato a valanga (“I nostri obiettivi sono degli impegni, pochi altri sono in grado di lanciare simili sfide”), impostando tutto su quella svolta elettrica messa in discussione e rallentata invece, appena un mese fa, in un’intervista al Corriere della Sera. Quando bisognava fare pressioni per gli incentivi a sostegno di un mercato in profonda crisi. Ora però, dopo che il governo italiano li ha varati, la “fede elettrica” di Tavares non ha più limiti. L’Ad ha spiegato che entro la fine di questo decennio, e ben 5 anni prima della soglia europea, il 10% dei veicoli venduti in Europa da Stellantis saranno elettrici, mentre negli Usa raggiungeranno il 50%. Una scadenza che vedrà Stellantis lanciare 75 nuovi modelli elettrici, 45 dei quali entro il 2024: le zero emissioni a livello globale arriveranno così entro il 2038.

Uno scenario eccitante, che però tace sull’Italia. Anzi, come era già accaduto con il Corriere, il franco-portoghese Tavares ha tirato in ballo la ghigliottina del mercato: “Tutto dipende dalle sue dimensioni. Noi non siamo in una posizione di difesa, abbiamo una quota del 23%: ci mettiamo tecnologia, brand, modelli, perché la trasformazione elettrica è divertente ed eccitante. Prima del Covid in Europa si vendevano 18 milioni di auto, oggi 15. La domanda che va posta alle istituzioni è se hanno intenzione di proteggere la libertà di movimento dei cittadini. Ma se il mercato continua a diminuire, il problema non è di Stellantis: è di tutti”.

Una proporzione, quella tra il 23% del mercato e il calo da 18 a 15 milioni di vetture vendute, che, trasferita in Italia, è la possibile “quota pericolosa” per i 7 stabilimenti italiani ancora attivi con 600 mila vetture in meno: l’equivalente di quasi tre impianti produttivi. Con i dati più recenti per nulla incoraggianti (Stellantis ha immatricolato a febbraio in Italia 41.859 auto, il 29,2% in meno dello stesso mese del 2021) e ricadute immediate sul fronte della componentistica e dell’indotto. E segnali positivi, al di là dell’annuncio definitivo della terza gigafactory per le batterie a Termoli (ma se ne parlerà solo nel 2027), non sono venuti neppure dalla presentazione dell’unico dei nuovi 75 modelli elettrici annunciati: Tavares ha mostrato le immagini del primo suv Jeep 100% elettrico. La sua produzione era un tempo destinata all’ex Fiat di Melfi, sulla piattaforma della Panda, ora approda in Polonia, utilizzando la piattaforma della Peugeot 2008.

Il messaggio che da Amsterdam arriva all’Italia riguarda ancora una volta il nostro governo: si deciderà a pretendere da Tavares notizie certe sugli stabilimenti italiani e sulle loro produzioni? Qualcosa che la Fiom Cgil ha già sottolineato: “Dare Forward 2030 non contiene nessuna garanzia per i metalmeccanici italiani. Proclamiamo lo stato di agitazione per l’occupazione in tutti gli stabilimenti fino all’incontro convocato dal Mise per il 10 marzo”.

Bernie Sanders: “Quanta ipocrisia nella retorica di Nato e States”

Riportiamo un estratto dell’editoriale sulla crisi ucraina di Bernie Sanders, senatore e già candidato alle primarie democratiche per la Casa Bianca, pubblicato sul Guardian l’8 febbraio.

Sono estremamente preoccupato quando sento i familiari tamburi a Washington, la retorica bellicosa che viene amplificata prima di ogni guerra. (…) È bello conoscere un po’ di storia. Quando l’Ucraina è diventata indipendente dopo il crollo dell’Unione sovietica nel 1991, i leader russi hanno chiarito le loro preoccupazioni sulla prospettiva che gli ex Stati sovietici entrassero a far parte della Nato e posizionassero forze militari ostili lungo il confine della Russia. I leader statunitensi hanno riconosciuto queste preoccupazioni come legittime all’epoca. Sono ancora preoccupazioni legittime. (…) È anche importante riconoscere che la Finlandia, uno dei paesi più sviluppati e democratici del mondo, confina con la Russia e ha scelto di non essere membro della Nato. Putin può essere un bugiardo e un demagogo, ma è ipocrita che gli Stati Uniti insistano sul fatto che non accettiamo il principio delle “sfere di influenza”. Negli ultimi 200 anni il nostro paese ha operato secondo la Dottrina Monroe, (…) il diritto di intervenire contro qualsiasi paese che possa minacciare i nostri presunti interessi. Secondo questa dottrina abbiamo minato e rovesciato almeno una dozzina di governi. (…) Per dirla semplicemente, anche se non fosse governata da un leader autoritario corrotto come Vladimir Putin, la Russia (…) avrebbe comunque interesse per le politiche di sicurezza dei suoi vicini. Qualcuno crede davvero che gli Stati Uniti non avrebbero qualcosa da dire se, ad esempio, il Messico dovesse formare un’alleanza militare con un loro avversario?

I giornalisti Rai difendono Innaro, accusato di sovranismo

In Rai si alzano gli scudi per difendere il corrispondente da Mosca Marc Innaro, accusato di essere filo-Putin solo per aver fatto un ragionamento più complesso sulla situazione della crisi Ucraina. Con addirittura un’interrogazione in Vigilanza del Pd, che chiede “una rotazione dei corrispondenti delle sedi estere”. Quasi una fatwa che, fa notare qualcuno, ricorda la campagna che la destra avviò contro Giovanna Botteri accusandola, quando era negli Usa, di essere troppo “anti-trumpiana”. Botteri poi fu spostata in Cina. Qualcuno pensa di fare lo stesso con Innaro? Intanto il giornalista viene difeso dal sindacato Usigrai: “Contro di lui accuse pretestuose e infondate. L’azienda difenda i propri cronisti”. Qualche fibrillazione c’è anche sugli inviati. Sul campo ce ne sono 12, ma si è notato, per esempio, che il Tg1 di Monica Maggioni non ha cronisti a Kiev, tanto da utilizzare un giornalista esterno, Valerio Nicolosi di Micromega. La testata principale presa in contropiede. Qualche polemica pure per la mancanza di un coordinamento tra le diverse testate, in modo da utilizzare al meglio gli inviati: adesso ognuno fa un po’ come gli pare, prestandosi gli inviati all’occorrenza.