L’interesse di Salvini a “blindare” i Servizi

Nella Lega il servizio di Report che andrà in onda domani sera sugli incontri tra Matteo Salvini e il capo reparto del Dis, Marco Mancini, preoccupa molti. Tant’è che l’ordine di scuderia arrivato da via Bellerio è quello di non commentare per non accostare il nome del leader della Lega al dirigente dei Servizi che già il 23 dicembre aveva incontrato Matteo Renzi in piena crisi di governo: se esplodesse il caso politico, come per Renzi, infatti, Salvini difficilmente riuscirebbe a sfuggire da una convocazione del Copasir. I leghisti non sono solo preoccupati dall’ammissione del segretario sui suoi incontri con Mancini, ma anche da quello emergerà dalla puntata. Ovvero l’attenzione di Salvini per il tema dei Servizi.

Nell’inchiesta di Walter Molino, infatti, si parla della guerra sulla presidenza del Copasir, oggi occupata dal leghista Raffaele Volpi, che per legge spetterebbe a Fratelli d’Italia ma che la Lega non ha mai voluto lasciare. Il perché non si è ancora capito. Il caso però sembrava sciolto in partenza perché, come scritto dal Fatto il 21 febbraio e come confermato a Report dal vicepresidente del Senato Ignazio La Russa, Volpi era in pole per fare il sottosegretario alla Difesa. Al cronista di Report, La Russa spiega: “Volpi poteva fare il sottosegretario. Fino al giorno prima”. La notizia l’aveva avuta dal “capogruppo o dal vicecapogruppo della Lega in Senato”: “Mi ha detto guarda che il problema (del Copasir, ndr) forse si risolve perché mi pare sia in pole position per fare il sottosegretario”. Poi non andò così: “Il giorno dopo è uscita la lista dei sottosegretari e non c’era Volpi – continua La Russa – Lui era, questo lo so, sicuro di andare a fare il sottosegretario”. Perché il presidente del Copasir non ha ottenuto la poltrona di sottogoverno?

La vulgata è che Salvini, dopo lo smacco dei ministri vicini a Giancarlo Giorgetti, avesse chiesto tutti sottosegretari a lui fedeli (Volpi è vicino a Giorgetti). Ma forse il motivo è più recondito. E ad adombrarlo a Report è proprio La Russa. Secondo il senatore di FdI non è stato Volpi a non voler mollare la poltrona (“Volpi è una brava persona, è un soldato”): “L’unica cosa che tutti hanno capito è che il problema non è Volpi” conclude La Russa. Potrebbe allora essere stato lo stesso Salvini a chiedere a Volpi di restare alla presidenza del Copasir? Volpi smentisce: “Assolutamente no”. Il sospetto – in queste ore in cui sono emersi gli incontri Salvini-Mancini, non sappiamo quanto retrodatati nel tempo – che quella poltrona possa essere particolarmente cara al leader della Lega è venuto a molti, però. D’altronde il presidente del Copasir ha accesso a molte informazioni riservate e viene informato preventivamente da Palazzo Chigi sulle nomine. E alla vigilia delle scelte sui nuovi vertici di Dis e Aisi avere un amico a San Macuto poteva tornare comodo.

E forse non è un caso che ieri sul Corriere sia uscito un articolo in cui si raccontavano i timori del numero due della Lega Giorgetti che evocava una guerra di dossier che coinvolge il mondo dei Servizi. “Si prospettano mesi d’inferno” ha preconizzato Giorgetti, più preoccupato di questo che dei vaccini o del Recovery. Il titolare del Mise ipotizza che dopo gli incontri tra Renzi e Salvini con Mancini usciranno altri dossier preoccupanti, per la guerra che sarebbe in corso tra 007.

Sarà anche per questo che la Lega ora si muove come i renziani: provare a delegittimare Report. Il capogruppo in Vigilanza Massimiliano Capitanio e il deputato Fabrizio Cecchetti attaccano la trasmissione su un servizio del 26 ottobre scorso sulla Regione Lombardia e la gestione dei test sierologici: “Per attaccare la Lega, Report si è affidato a un falso medico”. Peccato che sia falso, come ha spiegato Sigfrido Ranucci: per quel servizio Report non ha mai “né intervistato né menzionato” il medico oggi indagato per abuso di professione.

Carta straccia

Il giornalismo fantasy ci ha già dato molte soddisfazioni negli ultimi mesi del governo Conte, raccontando che il problema erano il Recovery Plan, la Ue, il Mes, la cybersecurity, i bonus a pioggia, i banchi a rotelle, le Regioni a colori, la prescrizione, l’“anima” e altre minchiate assortite. Ora però si supera con le fantacronache del cambio della guardia al Dis, il Dipartimento di Palazzo Chigi che coordina le due agenzie operative d’intelligence Aisi (sicurezza interna) e Aise (sicurezza esterna). C’è nientemeno che la telefonata virgolettata tra Draghi e Conte sull’avvicendamento Vecchione-Belloni: conversazione che conoscono solo i due protagonisti, non certo avvezzi a raccontare ai giornali quel che si dicono. E ci sono i “retroscena” del ribaltone che, in barba al dovere di trasparenza, il governo non spiega (così come per la cacciata di Arcuri, di Borrelli e di 14 membri del Cts su 26). Anziché motivare quelle legittime scelte al Parlamento e all’opinione pubblica, si fanno filtrare sui giornali amici veline più esilaranti di una barzelletta. Prima si dice che Vecchione paga la ripresa degli sbarchi dalla Libia: ma non attacca, perché il Dis non è operativo e il dossier Libia è esclusiva dell’Aise, il cui capo però resta al suo posto. Allora si fanno uscire spezzoni apocrifi dell’audizione di Vecchione al Copasir (in “seduta segreta” ah ah ah) per dipingerlo come un mezzo scemo solo perché non sa nulla dell’incontro fra il caporeparto Mancini e Renzi all’autogrill: come se la responsabilità fosse sua. Forse, per saperne di più, bisognerebbe convocare i due interessati.

Vecchione arriva al Dis nel 2018, quando Mancini è lì da tre anni, e lì lo lascia a far le pulci alle spese di Aisi e Aise, scontentando un sacco di gente e risparmiando un sacco di soldi. Mancini però vuol tornare operativo e punta, in forza dell’anzianità, alla vicedirezione Aise nel giro di nomine di fine 2020. Ma all’Aise non lo vogliono: il suo passato con Pollari e Tavaroli pesa ancora. Così Conte, a dispetto del pressing renziano, non lo promuove. Intanto Mancini cerca sponde dai due Matteo. Purtroppo un’insegnante lo riprende all’autogrill e informa Report. Ora i fantasisti di Rep sposano la tesi renziana del complotto (l’insegnante è un’emissaria di Mancini o forse di un suo nemico: massì, abbondiamo!). E tirano in ballo Gratteri, che avrebbe chiamato Renzi perché ricevesse Mancini. Come se i due – in rapporti amichevoli da quando il primo era premier, cioè da sei anni – per parlarsi avessero bisogno di Gratteri. Il quale comunque, tabulati telefonici alla mano, sfida Rep a dimostrare una sua telefonata a Renzi. Ingenuo com’è, pensa ancora che tutto ciò che si stampa su carta sia un giornale.

Il ’68 di Taibo: Jane Fonda, il Che e il 2 ottobre di Tlatelolco che spezza il cuore

Esce nel momento giusto il memoir sul ’68 di Paco Ignacio Taibo II. Pubblicato per la prima volta nel 1991, questa è la prima edizione italiana e, oltre al gusto per la scrittura di uno degli scrittori più amati sulla scena mondiale, restituisce profumi e amarezze dell’anno che ha squarciato il secondo Novecento.

Taibo II racconta il ’68 messicano, il suo movimento, attraverso quadretti fulminei e densi, come fotografie scattate al momento con un’immagine tutt’altro che sgranata. Alla fine restituisce un volto double face, gioioso e tumefatto, di quell’anno severo che si snoda tra i 300 mila in piazza, le giornate del 26 luglio che diedero vita alla rivolta, “giornate di gloria che duravano 14 ore”, fino all’eccidio del 2 ottobre, Tlatelolco, 200, 400 studenti uccisi dall’esercito, una ferita non rimarginabile, uno sparo nel cielo che contribuisce a replicare un copione ricorrente, il sangue dopo la rivolta, stragi contro voglia di libertà.

Se nei primi giorni dell’agosto del ’68, nella cucina della mensa di Scienze politiche si trovano “una maoista, una democristiana di sinistra, un trotzkysta, due guevariste in minigonna. Da bere: tè di ibisco; da mangiare: brodo di pollo, patate bollite e salate, e per dolce una banana”, due mesi più tardi, il 2 ottobre tutto questo è spazzato via dalla “tremenda forza dei nostri quattrocento morti, molti dei loro cadaveri anonimi, gettati da aerei militari nel Golfo del Messico” il ricordo “del sangue sul suolo bagnato”.

Il ’68 è dunque un fantasma che non scompare, che “gode ancora di buona salute” scrive Taibo, “San Francesco d’Assisi dei nostri dubbi, san Che Guevara delle nostre emozioni, santa Jane Fonda delle nostre ansie”. Figure e immagini di un tempo che è stato, da ricordare sempre per non lasciarsi imbrigliare dalla narrazione mefitica degli “anni di piombo” che oltre al piombo conobbero però anche i vent’anni dei suoi protagonisti.

 

 

“Il Cechov del ceto medio americano”

“Per conoscere il Ray scrittore basta conoscere i suoi racconti, ma per conoscerlo in quanto uomo, come essere umano, per conoscere il suo cuore e le sue emozioni come fosse seduto davanti a voi, il Carver intimo, se preferite, dovete leggere la sua poesia”. Così scrive Tess Gallagher, poetessa e vedova di Raymond Carver nella sua introduzione ai due volumi di Tutte le poesie dello scrittore americano editi da Minimum fax.

I suoi versi hanno “la patina graffiata di parole buttate giù alla bell’e meglio, qualcosa di pescato a fatica dal torrente, impiegando soltanto il linguaggio che veniva alla penna con facilità, persino accidentalmente”. Una questione di stile che paga il suo tributo alle distrazioni quotidiane e che si risolve nella misura breve perché, come ammesso dallo stesso Carver, “le poesie e i racconti mi sembravano il tipo di cose che potevo portare a termine in un breve lasso di tempo”.

Se la sua vita è stata una rincorsa finita troppo presto – lo scrittore muore nel 1988 vinto dal cancro a soli cinquant’anni – è altrettanto vero che la sua vita è il romanzo che non ha mai scritto. Figlio di un operaio e di una cameriera, Carver è un bambino infelice e bullizzato per il suo sovrappeso. Poco più che maggiorenne ha già una moglie e due figli, costretto a dividere il suo tempo tra corsi di scrittura che non può permettersi a lavori modesti di ogni tipo: dal lavare auto in una stazione di servizio a cambiare lenzuola sporche in un ospedale. Senza una fissa dimora, cambia diverse città in cerca di fortuna e per tutti gli anni 50 e 60 la sua traccia nella letteratura americana è limitata a qualche racconto pubblicato su riviste indipendenti.

Dopo un ricovero per disintossicarsi dall’alcol, il suo matrimonio va in crisi e nella sua vita fa la comparsa Tess Gallagher, compagna che gli sarà accanto fino all’ultimo. A dispetto di un percorso di studi irregolare, una cronica mancanza di quattrini e stravizi che minano la sua salute, Carver riesce a vincere le resistenze del destino e a trasformare la sua vocazione (battezzata dalla lettura formativa di Hemingway) in una parabola di successo a partire dal 1976, anno del suo esordio in libreria. In pochi anni licenzia tre raccolte che lo consegnano all’immortalità: Vuoi star zitta, per favore?, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore e Cattedrale. Il racconto omonimo, Cattedrale, è forse la sublimazione del suo talento. Un uomo costretto a intrattenere un amico non vedente della moglie prova a raccontargli, persuaso del suo tentativo vano, come sono le cattedrali medievali che scorrono in un documentario alla tv per poi comprendere che il vero limite è nella sua mente e non nella cecità dell’uomo.

Il “Cechov del ceto medio americano” con i suoi racconti si intrufola nei sobborghi, spia le esistenze anonime di mariti violenti e mogli annoiate, risale la fatica e la disperazione di chi non riesce a mantenersi con dignità, accoglie come nel magistrale Una cosa piccola ma buona il dolore di due genitori per il loro figlioletto investito da un’auto nel giorno del suo compleanno mentre il pasticciere a cui hanno ordinato una torta ne reclama la consegna. È l’America profonda, quella che resta in ombra dietro il liberismo reaganiano e gli yuppies degli anni 80 (il regista Robert Altman porterà gli alienati carveriani sul grande schermo nel suo America oggi, premiato con il Leone d’oro nel 1993).

Nessuna retorica, nessuna astrazione. La scrittura non indugia, è ridotta all’essenziale, fedele a una consegna: “Se puoi dire una cosa in quindici parole, anziché in venti o in trenta, allora dilla in quindici”. La fama di padre del minimalismo, capace di influenzare generazioni di autori, è favorita da Gordon Lish, suo leggendario editor, che prende a colpi di accetta i testi di Carver: cancella frasi, taglia interi brani, modifica i finali. Un’adulterazione che se da una parte ha trasfigurato le pagine di Carver, dall’altra ne ha determinato la fortuna. Del resto, pur vivendo appena mezzo secolo, nella sua poesia finale Ultimo frammento il bilancio non è corrotto dal rimpianto: “E hai ottenuto quello che/ volevi da questa vita, nonostante tutto?/ Sì. / E cos’è che volevi?/ Potermi dire amato, sentirmi/ amato sulla terra”.

Cadaveri a piedi nudi nella Monaco anni 60: indaga l’ispettrice Zeisig

La signorina Zeisig si chiama Elke ed è un giovanissima ispettrice della polizia femminile di Monaco. Una vera rarità. Siamo infatti nella Germania ovest dell’inizio degli anni sessanta e fare la poliziotta è un lavoro scomodo e umiliante. Di fatto è vietato sposarsi ché un matrimonio richiede orari certi per una donna, senza dimenticare che c’è “la complicazione” di eventuali gravidanze. Umiliante, poi, perché le donne non possono svolgere indagini, al massimo fare interrogatori di bambini o donne.

Consapevole di tutte queste barriere, l’ispettrice Zeisig viene chiamata dal commissario capo Manschreck per il caso di una bambina trovata morta in un prato, adagiata su una sdraio. Johanna, appena sei anni. Soffocata. La pista dell’omicidio sembra la più probabile. Il corpicino è senza scarpe. Così come a piedi nudi viene scoperto poco dopo il cadavere di una ragazza, Regine. A Monaco nel frattempo uno dei quartieri più trendy della città, con locali dove si suona e si balla, è l’epicentro di una rivolta giovanile contro il bacchettonismo borghese. La polizia interviene e sono scontri e feriti. Siamo a giugno e notte dopo notte il bilancio degli incidenti è sempre più grave. Tra i feriti c’è anche il fratello di Elke, il meno che ventenne Volker, che poi viene sedotto da una misteriosa trentenne dal passato doloroso. In questo romanzo giallo di Kerstin Cantz i destini personali dei protagonisti incrociano un Paese inquieto e strabico. Un occhio è rivolto all’ansia di libertà delle giovani generazioni che contestano l’ordine costituito della polizia definendola come Gestapo. L’altro, invece, che guarda al recente passato nazista e sconta una pena quotidiana, tra omertà e paura, per una colpa immane.

 

 

Quel che resta dell’amicizia tra umani e robot

Klara è animata da una strabiliante curiosità e capacità di cogliere e immagazzinare tutto quello che vede intorno a sé. Nota dettagli che, agli occhi di chi non sa più catturare la bellezza, o il dolore, dell’estemporaneo, sfuggono: l’incontro tra due innamorati che non si vedono da tempo, un mendicante che crolla insieme al suo cane, lo sconforto sul volto di un bambino che passa di sfuggita, il sorgere e tramontare del sole, che con le sue gradazioni di giallo e le sue variazioni d’intensità diviene elemento simbolico. Tesa a potenziare l’abilità di riconoscere e decifrare le emozioni altrui, pur senza poterle sperimentare per davvero, si domanda se, qualora le venisse chiesto, riuscirebbe a far diventare il cuore di un altro “casa sua”. E se quel cuore fosse quello della bambina potenziata, cioè geneticamente modificata, a cui è stata assegnata e che rischia di morire? Farebbe tutto quel che può, è progettata anche per questo.

Af (artificial friend) Klara – anima di Klara e il sole, ottavo romanzo del premio Nobel Kazuo Ishiguro, giapponese naturalizzato britannico, mondialmente noto per Quel che resta del giorno (Booker prize, 1989) e Non lasciarmi, entrambi trasposti cinematograficamente con successo – è una androide con le sembianze di una ragazzina: un taccuino intonso tutto da scrivere. Dopo aver soggiornato a lungo in un negozio, tra la vetrina e gli scaffali, spesso scartata perché non è un ultimo modello, viene infine acquistata da Josie, teenager upper class ammalata (di che cosa esattamente non si sa) che studia a casa, inquadrata come molti suoi coetanei in uno schema che, grazie all’editing del genoma, una frontiera sempre più vicina, li ottimizza per avere successo. Il compito di Klara è non farla sentire mai sola, sedarne eventuali tristezze, eseguire gli ordini senza porre domande, esserle amica.

L’unico strumento che ha per stabilire un legame con Josie è l’esperienza. L’esperienza passa dall’osservazione e diventa gradualmente apprendimento. Nel suo caso si tratta di un’osservazione acuta, delicata, sensibile nonostante la sua artificialità, di come funzionano emotivamente e socialmente gli umani. Attraversata da una fede quasi pagana verso il Sole, che è nutrimento senza cui s’indebolirebbe fino a spegnersi come tutti gli Af, Klara si appella spesso (e la interpella) alla stella madre del sistema solare con purezza, fiducia e quella speranza che per chi è sopraffatto dal timore della morte, sempre più rimossa dall’immaginario collettivo, e dall’angoscia del fallimento, è defunta.

Come la Kathy di Non lasciarmi, che sta accanto ai suoi amici mentre si avvicinano alla morte man mano che donano i propri organi, anche Klara resta vicina a Josie, pronta a sacrificare se stessa e pronta anche ad accettare di essere abbandonata, quando sarà il momento, in un luogo atto a raccogliere quegli oggetti che hanno smesso di servire, di essere utili. Tanto siamo tutti destinati a dissolverci, pare dirci Ishiguro, che nel confermarsi narratore raffinato, sempre sospeso tra sogno e realtà, speme e malinconia, invita a domandarsi che cosa significhi, in un mondo sempre più “meccanico”, essere umani e come fare per provare a rimanerlo.

 

“Tenebre e Ossa”, l’eterna guerra tra Bene e Male nella Russia zarista

Fantasy e ancora fantasy. Con mescolanze di horror, war movie, love story e con una tendenza ormai acclarata: il punto di vista femminile. Nessuna eccezione si riscontra dunque davanti a Tenebre e Ossa, la cui eroina Alina Starkov (la giovane attrice sino-britannica Jessie Mei Li) dotata di particolarissimi superpoteri lotta per il trionfo del Bene sul Male.

L’ispirazione della serie ideata da Eric Heisserer (sceneggiatore del cult di fantascienza Arrival di Denis Villeneuve) e targata Netflix, che la trasmette da fine aprile, arriva dai romanzi di Leigh Bardugo, nome di grido per gli appassionati del filone, e racconta una guerra fuori dal tempo ma ambientata in un territorio simil-Russia zarista chiamato Regno di Ravka.

Qui si contrappongono l’oscuro comandante della stirpe dei grisha Aleksander Kirigan (la star della serie Le cronache di Narnia, Ben Barnes) e l’orfana Alina con alcuni amici-alleati, già ivi arruolati ma ben presto consapevoli che la Luce deve sconfiggere le Tenebre per la sopravvivenza di tutti.

Ossessionato dal potere di “evocare la luce” di Alina, con il quale potrebbe distruggere la Faglia, una gigantesca coltre oscura, che divide il regno in due parti, Kirigan la sequestra e fonde in lei, insieme alle proprie, le ossa del Cervo sacro, da cui il titolo Tenebre e Ossa.

Dotata di stile e linguaggio militareschi, con chiare evocazioni da eccellenze del genere (la Faglia assomiglia non poco alla Barriera del Trono di Spade) e con non poco retrogusto geo-politico (gli intrighi russi consumati fra la steppa e il sontuoso Piccolo Palazzo molto assonante al Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo), la prima stagione della serie in 8 episodi si distingue dalla patina delle sue simili per un maggior realismo ambientale (hanno giovato le riprese nei cuori di Canada e d’Ungheria).

E per qualche minima capacità di depistaggio rispetto agli sviluppi narrativi.

 

Party, alcool e droga: Halston va di “moda”

L’ascesa negli anni Sessanta, il successo mondiale nei Settanta e il declino negli Ottanta. Halston ripercorre in cinque episodi la parabola di Roy Halston Frowick, il fashion designer che ridefinì la moda statunitense e per primo vestì le star sulla passerella degli Oscar. Secondo Karl Lagerfeld, Halston fu “il primo della nuova generazione di stilisti a creare il vero stile americano”. La miniserie, disponibile da ieri su Netflix, è prodotta da Ryan Murphy e vede nei panni del protagonista Ewan McGregor.

Dopo un breve flashback sulla sua infanzia difficile, il racconto comincia dal momento in cui la vita professionale di Halston prende una svolta. È il 20 gennaio del 1961 e durante la cerimonia di insediamento del nuovo presidente John Fitzgerald Kennedy la moglie Jackie indossa un pillbox hat celeste disegnato dallo stilista. È così che Halston, all’epoca capo modista dei grandi magazzini Bergdorf Goodman a New York, si affaccia sulla scena nazionale.

Si sa: le mode vanno e vengono. A distanza di qualche anno nessuno indossa più i cappelli e Halston, che ormai ci ha preso gusto, ne approfitta per ampliare gli orizzonti. Vuole creare una linea di abiti tutta sua e grazie al finanziamento di una ricca signora texana riesce ad aprire una boutique in Madison Avenue. Il suo stile minimalista è già tutto lì. Tessuti morbidi e fluidi che si avvolgono attorno al corpo femminile per valorizzare le sue forme; niente bottoni, zip o lacci inutili. Halston riesce a fondere funzionalità ed eleganza anche grazie all’Ultrasuede, un tessuto di sua invenzione. I modelli prêt-à-porter che disegna vanno a ruba e le dive, dalla grande amica Liza Minnelli a Babe Paley, fanno la fila per indossarli.

Nel 1973 la Battaglia di Versailles, una sfilata benefica a cui partecipano i più grandi fashion designer francesi e americani, da Yves Saint Laurent a Oscar de la Renta, proietta Halston nel gotha della moda mondiale.

Il bambino che disegnava cappelli per la madre si è trasformato in una star, e come una star si comporta. Pretende di lavorare circondato di orchidee. Tratta collaboratori e fidanzati, fra cui l’artista venezuelano Victor Hugo Rojas, come oggetti. Tra egocentrismo, capricci e manie di controllo, party, alcool e droga, Halston è vittima del suo successo. L’apice della fama segna anche l’inizio del suo declino, che lo porterà a perdere il controllo sul marchio che porta il suo nome (morirà poi nel 1990 a causa di un tumore legato all’Aids).

Creata da Sharr White e diretta da Daniel Minahan, la miniserie è tratta dal libro Simply Halston di Steven Gaines. Si tratta della quarta produzione di Ryan Murphy per Netflix dopo The Politician, Hollywood e Ratched, la sua seconda serie tv dedicata a un grande personaggio della moda dopo L’assassinio di Gianni Versace. Come la famiglia Versace, anche quella di Halston non ha risparmiato le critiche: gli eredi dello stilista hanno definito la serie “inaccurata, romanzata e sensazionalista”.

Le critiche non hanno risparmiato nemmeno il casting, soprattutto per la scelta di un interprete eterosessuale, Ewan McGregor, per un personaggio omosessuale. L’attore britannico di Trainspotting e Guerre Stellari, pur ammettendo di non conoscere molto della storia di Halston (“Non sapevo che fosse così famoso”), è riuscito però a calarsi bene nella parte e a rappresentare in maniera molto credibile le luci e le ombre dello stilista. “Il suo non era un carattere semplice ma dietro a tutto c’era una fortissima spinta creativa, il desiderio di essere grandioso” ha detto: “Ciò ce faceva doveva essere il meglio”.

Nella miniserie di Netflix c’è anche un po’ di Italia: dalla modella e designer Elsa Peretti, la musa di Halston, interpretata qui da Rebecca Dayan, alle canzoni italiane inserite nella colonna sonora. Allo stilista è dedicato anche un documentario presentato al Tribeca Film Festival nel 2019. Realizzato da Frédéric Tcheng, l’autore di Dior and I, il lungometraggio s’intitola Halston come la serie.

 

 

Pieraccioni torna sul set insieme a Fonte e alla Ferilli

Alessandro Gassmann, Valerio Mastandrea e Lino Musella sono i papabili interpreti principali de Il pataffio, un racconto comico diretto da Francesco Lagi ambientato nel Medioevo dove la protagonista principale è la fame. Le rocambolesche e farsesche vicende tratte dall’omonimo irriverente romanzo di Luigi Malerba verranno filmate dai primi giorni di giugno in provincia di Frosinone grazie a una coproduzione italo-belga tra Vivo Film, Maze Pictures e Rai Cinema.

A giugno verrà girata nel Lazio anche Astolfo, una commedia sentimentale di Gianni Di Gregorio prodotta da Bibi Film e Le Pacte con Rai Cinema di cui il regista e scrittore rivelato da Pranzo di Ferragosto sarà anche il protagonista con Stefania Sandrelli. Il 71enne autore romano ha scritto questo suo quinto film con Marco Pettenello analogamente al recente Lontano lontano, recente vincitore del David di Donatello per la migliore sceneggiatura non originale.

Inizieranno tra un mese in Toscana le riprese de Il sesso degli angeli, una nuova commedia brillante targata Levante Film e Rai Cinema scritta, diretta e interpretata da Leonardo Pieraccioni, affiancato da Sabrina Ferilli e Marcello Fonte.

Budget astronomico da 250 milioni di dollari per Canterbury Glass, una produzione ambientata negli anni 30 diretta in questi giorni a Los Angeles da David O. Russell a sei anni dal suo Joy che ruota intorno a un medico e un avvocato che danno vita a un improbabile sodalizio. Il cast schiera superstar del momento di mezza Hollywood come John David Washington, Christian Bale, Margot Robbie (in scena con inediti capelli neri), Anya Taylor-Joy (La regina degli scacchi), Zoe Saldana, Robert De Niro, Mike Myers, Rami Malek, Michael Shannon, Chris Rock, Matthias Schoenaerts e Alessandro Nivola.

Con “The Father” si entra nella testa di Mr. Hopkins

Saper guardare oltre le pareti per ritrovare l’immaginazione perduta. Da mesi, ormai, il segreto visionario è proprietà della pandemia, che ha confinato aspirazioni e ispirazioni nell’antica recita del far “di necessità virtù”. Ma la sfida non è per tutti. Nelle restrizioni si esalta il talento, con la memoria ai nostri “neorealistici” padri che ancora tanto insegnano. Similmente spazio e tempo hanno obbedito ai lockdown, e il Kammerspiel ha partorito un fratello di genere per il cinema, il Kammerfilm.

La curiosità del “film da camera” The Father – Nulla è come sembra – nelle sale dal 20 maggio – sta nel suo precedere l’esplosione epidemica (ha avuto la premiere al Sundance, gennaio 2020), anticipando una “costrizione spaziale” presto obbligatoria: per questo è plausibile assurgerlo a esemplare modello per chi si è poi trovato nelle condizioni di cui sopra.

Il giovane drammaturgo parigino Florian Zeller partiva avvantaggiato: la sua pièce Le père (Il padre) del 2012 aveva esaltato pubblico e critica a livello mondiale, con il Time ad acclamarlo quale “il più eccitante drammaturgo dei nostri tempi”. Al centro è il personaggio di Anthony, 81enne inglese autonomo e irascibile che rifiuta aiuti e badanti, e soprattutto di lasciare il suo appartamento londinese, nonostante l’annunciato trasloco parigino della figlia Anne. Ma la lucidità dell’anziano è pura apparenza: nel corso del film la dimensione spazio-temporale perde oggettività per rivestire la soggettività di un protagonista imprigionato nel labirinto della propria mente, confusa e smarrita.

Il valore dell’opera, peraltro esordio dietro la macchina da presa di Zeller, risiede nella strategia narrativa adottata capace di far entrare lo spettatore nella psiche di Anthony, di vedere, sentire e patire il mondo dal suo interno. Sintetizzando, si può dire che The Father sia uno straordinario esempio di cinema in soggettiva percettiva.

Aiutato in scrittura dall’esperto collega drammaturgo e sceneggiatore Christopher Hampton, Zeller ha esaltato al meglio i codici del cinema portandolo sui propri territori ideali: superare la fisica a vantaggio della metafisica, mescolare il presente alla memoria del passato, ma soprattutto rendere visibile l’invisibile.

L’impatto emotivo è diamantino. Lo spettatore esperisce la condizione universale dello straniamento cognitivo, partecipando alla sofferenza dell’invecchiamento, stato del corpo e dell’anima da cui non si sfugge, verso una commozione condivisa che nasce dallo sguardo sui padri, sulle madri, su chiunque si trovi ad abitare quella valle oscura che la “lucida” via era smarrita.

C’è (ma non solo) Amour di Haneke nell’ispirata compassione di Zeller, ma soprattutto c’è Anthony Hopkins. L’immenso interprete gallese è diventato il suo personaggio, con il secondo premio Oscar da protagonista recentemente meritato accanto alla statuetta che il film si è guadagnato per la sceneggiatura adattata.