“Dopo il peyote, i figli”. Confessioni di McConaughey

Che Matthew McConaughey non sia l’uguale e banale superstar di Hollywood lo si intende già a pagina dieci della sua (non) autobiografia, Greenlights (Baldini+Castoldi). Il pericolo, invero, è sensibile, perché il campionario di partenza è il solito: abusi sessuali (“A diciotto anni sono stato molestato da un uomo mentre ero svenuto nel retro di un furgone”), abuso di sostanze (“Ho preso il peyote a Real de Catorce, Messico, in una gabbia con un puma”), infortuni (“Un veterinario mi ha dato settantotto punti sulla fronte”; “Ho subìto quattro traumi cranici per essere caduto quattro volte da quattro alberi diversi, in tre casi c’era la luna piena”), trasgressioni (“Ho suonato il bongo nudo finché dei poliziotti non mi hanno arrestato”; “Ho opposto resistenza all’arresto”), marchesismodelgrillo (“Ho fatto richiesta di ammissione a Duke, UT Austin, Southern Methodist e Grambling. Tre su quattro sono state accettate”).

Fin qui tutto male, senonché un’imprevista rasoiata lacera lo spirito del tempo (e straccia Bianco di Bret Easton Ellis): lo spaccone texano, l’adone delle romcom, il già sex symbol e già premio Oscar Matthew McConaughey la butta lì, “non mi sono mai sentito una vittima”. Se oggi vittima non solo è sinonimo, ma sostituto di eroe, abbiamo un problema, quantomeno di cazzimma: ci fa o ci è, il buono, bello e bravo Matthew? Anche il dubbio, invero, è sensibile.

La sua scala dell’allenamento prescrive di fare la cacca, “il movimento intestinale mattutino ti rimette a posto la schiena e rende i tuoi occhi più azzurri, cosa vuoi di più?”; masturbarsi, “anche questo è lavoro manuale, ripulisce le tubature e schiarisce la mente”; fare sesso, “l’allenamento originario”; fare figli, “non ti siedi mai, stai sempre a correre, soprattutto se ne fai due o più”. Viene insomma il sospetto che a McC non gliene freghi un cazzo o giù di lì – e che abbracciando prossimamente la carriera politica possa non collocarsi a sinistra, ammesso i Democratici lo siano. Se a sinistra non ha il cuore, nemmeno a destra il portafogli: gli offrono cinque milioni, otto milioni, quattordici milioni e mezzo per due mesi di lavoro, e declina.

È il luglio del 2005, conosce la sua futura moglie Camila Alves, scopre la vita formato famiglia, si stanca dei ruoli che l’hanno reso ricco e famoso, dei successi copiosi di un decennio scarso, da Prima o poi mi sposo (2001) a Come farsi lasciare in 10 giorni (2003), da A casa con i suoi (2006) a La rivolta delle ex (2009). Lo dice al suo agente, “no more romcoms”, e aspetta. Non è facile, né la decisione né l’attesa, perché “mi piaceva recitare nelle commedie romantiche e con quello che guadagnavo potevo permettermi le case sulle spiagge in cui andavo a correre a petto nudo”. Fa la cosa giusta, McC, e chi ha visto i titoli dell’autoribattezzata McConaissance non potrà che convenire: The Lincoln Lawyer, Bernie e soprattutto Killer Joe nel 2011, quindi Mud e Magic Mike l’anno seguente, fino all’escalation Dallas Buyers Club, che gli vale il triplete Oscar, Golden Globe e Sag Award, e The Wolf of Wall Street nel 2013 e la serie True Detective e Interstellar nel 2014.

La successione avrebbe chiarito come le prime parole che affida al grande schermo, nell’indimenticato La vita è un sogno (Dazed and Confused, 1993) di Richard Linklater, non fossero battuta, ma profezia: “Alright, alright, alright”. Gli va tutto bene a McC, ma come vuole il sottotitolo italiano di Greenlights ci vuole arte anche per correre in discesa. E per fregarsene del politicamente corretto, o solo dell’educatamente corretto: “Mi telefonò Martin Scorsese per offrirmi il ruolo del broker Mark Hanna, mentore di Leonardo DiCaprio/Jordan Belfort in The Wolf of Wall Street… Non appena lessi la sceneggiatura e vidi che il segreto del successo di Mark erano cocaina e troie, spiccai il volo. Delirante o no, chiunque sia convinto di una cosa del genere dovrebbe avere un’enciclopedia su di lui. E cominciai a scriverla io”.

Scrivere, del resto, l’ha sempre fatto, ha tenuto diari per trentacinque anni, che ora catalizzano questi semafori verdi, ovvero le sparute sconfitte e i ripetuti – quarantatré volte nel memoir – “successi”. Case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale, come vuole Tiziano Ferro, ma con un’aggiunta di peso: “Ho sempre amato gli adesivi da paraurti. Anzi, li amo così tanto che ho appiccicato le due parole insieme e le scrivo come se fossero una sola: adesividaparaurti. Sono versi di canzoni, battute, freddure, preferenze personali che la gente esprime pubblicamente ma con discrezione. Sono economici e divertenti. Non devono essere politically correct perché, be’, sono solo adesividaparaurti”. Le elezioni del governatore del Texas sono l’anno prossimo, siete pronti per attaccare al parafango “Vota Matthew McConaughey”?

 

Il miglior attacco è piangere: la Bestia ora fa la vittima

Vi ricordate la destra cattiva, quella delle ruspe, delle minorenni sbattute sulla pagina fb, della Meloni che urla indemoniata, delle foto segnaletiche dei nemici, dei migranti fotografati sulle panchine, delle liti con direttori di musei egizi, dei rom da censire e delle bambole gonfiabili? Tutto finito. Non ci sono più i cattivi di una volta. Giorgia Meloni e Matteo Salvini negli ultimi mesi hanno invertito la rotta della loro comunicazione: la Bestia è stata narcotizzata come una tigre malata, l’immagine della Meloni è in fase greenwashing, ovvero grandi sforzi reputazionali per dare l’idea di una destra sostenibile, apparentemente più umana ed empatica.

Ed è così che l’operazione da “cattivisti” a “nuovi martiri” ci sta regalando delle perle sorprendenti. Perle che mirano, in sostanza, a invertire la narrazione ricorrente e a proporne una inedita: la destra è quella che subisce l’odio, la sinistra è la fabbrica dell’odio.

Partiamo dalla Meloni. Da qualche tempo, gli insulti che le vengono rivolti, anche se pronunciati da personaggi certo non di spicco e tramite canali locali, sono strategicamente amplificati da tutti i canali social delle stessa e di Fratelli d’Italia, con sollecitazioni intimidatorie alla sinistra perché esprima “solidarietà” (“Se insultano la Meloni i sinistroidi tutti zitti eh?”). Naturalmente, a Fratelli d’Italia, della solidarietà di Zingaretti o dei partigiani frega meno di zero, quello che conta è cosa rappresenta per la destra quella solidarietà virale, ovvero il coming out tanto agognato, l’ammissione tanto desiderata: “Noi di sinistra siamo odiatori”. Che tradotto è: la Meloni è la nuova Boldrini. Una narrazione che ad acrobazie potrebbe gareggiare con i primi skateborder al mondo, ma siccome la sinistra è tonta e crede che la superiorità morale, anche di fronte al bluff dell’avversario, paghi, ci casca con tutte le scarpe. E non solo: da un po’ va avanti l’improbabile litania “la Meloni è vittima di sessismo”, come se non fosse il leader di un partito che propone un modello di famiglia tradizionale, di maternità tradizionale, di genitorialità tradizionale, in cui la donna è imprigionata in uno schema vetusto e anti-femminista. Come se non fosse lì con lo scopo conservativo di un modello femminile reazionario, tra l’altro giocando proprio sulla forza ambigua di essere una donna e come tale un leader a cui difficilmente si può imputare di non essere dalla parte delle donne.

Tempo fa è bastato che scrivessi che la Meloni aveva un ombretto anni 80 per essere investita da uno shitstorm organizzato dai sostenitori del suo partito a colpi di “sessista” e bodyshaming! L’evidente assurdità delle accuse (da quando gli ombretti anni 80 sono un elemento insultante?) ha reso evidente uno degli innumerevoli tentativi di dipingere la Meloni come oppressa e perseguitata dalla sinistra manganellatrice.

Il suo ultimo libro Io sono Giorgia ne è un altro esempio sfolgorante. Accompagnato da una promozione emozionale con lacrime dalla Toffanin e titoli sui giornali su sue paure, sul padre anaffettivo, sulle cattiverie degli hater, sul bullismo patito e su tragedie assortite, ha un incipit che è lo svelamento perfetto dell’operazione: sua madre era incinta di lei, voleva abortire perché in crisi col compagno, va a fare le analisi pre-operazione, lì ci ripensa e dice: “No, mia figlia avrà una sorella!”. Una narrazione epica. Giorgia che nasce da uno slancio femminista che sa di coraggio, eroismo e riscatto. Un futuro segnato. Una predestinata. Come la Madonna. Come Harry Potter. Peccato che nel 1976, quando Giorgia è stata concepita, l’aborto non terapeutico fosse illegale, che le analisi in laboratorio fossero un sogno visto che si abortiva clandestinamente e che “mia figlia avrà una sorella” era una certezza che doveva derivare al massimo dall’esito di un giro di Tarocchi, perché il sesso del nascituro si conosce tra il quarto e il quinto mese di gestazione (e l’aborto si fa entro i primi tre). Per non parlare del passaggio del libro sul povero Willy che a Colleferro sarebbe stato pestato a sangue da gente che ha il culto di Gomorra e altri miti cari ai comunisti col Rolex. Insomma, Willy è stato ammazzato da Fedez e Saviano. Dalla sinistra, dai cattivi.

E qui arriviamo a Salvini. Salvini che dopo aver trascorso un’esistenza a far riempire di insulti dai suoi seguaci avversarie politiche e ragazzine minorenni, ora è tutto un fiorire di “le donne non si toccano”, “facciamo educazione digitale nelle scuole” (speriamo si sieda al primo banco), “le donne sono migliori di noi”. Ancora un po’ e annuncia di aver intrapreso il percorso di transizione. Per non parlare della sua reazione quando un avversario gli lancia il guanto di sfida: prima ci sarebbe passato sopra con la ruspa, ora lo restituisce lavato e improfumato, proponendo “andiamo a prenderci un caffè” a tutti e la chiusa “pace e bene”. Almeno s’è capito perché vuole l’abolizione del coprifuoco: quando finisce di pagare i caffè a tutti, s’è fatta l’alba. E poi pubblica gli insulti che riceve, dimenticando di buttare un occhio su quello che succede tra i commenti sulla sua pagina, da qualche anno a questa parte. Due giorni fa, addirittura, individuava gli odiatori sul web “nei ragazzini di 14, 15, 16 anni delle cosiddette prime e seconde generazioni di quelle integrate”. Insomma, è finita che i cattivi sono sinistroidi e minorenni. Salvini e la Meloni sono missionari comboniani del cuore di Gesù. E con la Bestia lasciata momentaneamente in giardino a mangiare croccantini, in parecchi ci stanno perfino credendo. Sveglia.

Netanyahu, il suo intento è arrivare alla 5ª elezione

La “coalizione per il cambiamento” dei partiti determinati a porre fine ai 12 anni di regno di Benjamin Netanyahu come primo ministro è crollata al quarto giorno della guerra di Gaza. È crollata quando il leader di Yamina, Naftali Bennett, ha detto ai suoi colleghi di partito che credeva che l’opzione di un tale governo non fosse più praticabile. Secondo Bennett, un governo del genere non sarebbe in grado di affrontare i violenti scontri in corso tra ebrei e arabi in gran parte del Paese e non sarebbe nemmeno certo di poter fare affidamento sul sostegno del leader del partito islamista Ra’am, Mansour Abbas, i cui 4 seggi alla Knesset erano la chiave per il “governo del cambiamento”. Il partito Likud ha offerto a Bennett di entrare a far parte di un governo sotto il primo ministro Netanyahu in cui avrebbe servito come ministro della Difesa e Ayelet Shaked – numero 2 di Yamina – sarebbe diventata ministro degli Esteri. L’offerta è subordinata al fatto che Bennett sostenga di annullare le modifiche apportate da Netanyahu per dare ai suoi attuali partner di Blue & White pari potere nel governo. Se Bennett fosse d’accordo, il leader di Blu e Bianco, Benny Gantz, verrebbe immediatamente licenziato come ministro della Difesa e il suo collega di partito Gabi Ashkenazi verrebbe licenziato come ministro degli Esteri. Ma dal momento che i sette seggi di Yamina alla Knesset lascerebbero comunque Netanyahu al di sotto dei 61 seggi di cui ha bisogno per il governo di maggioranza, Israele si avvia verso le sue quinte elezioni dall’aprile 2019. A Bennett e Shaked sarebbero stati promessi posti sicuri nella lista del Likud per le elezioni. Secondo le persone a lui vicine, Bennett era davvero a favore di un governo di unità nazionale, ma non credeva che sarebbe stato possibile in questo momento. Il leader di Yesh Atid, Yair Lapid, critica la scelta di Bennett e continuerà a provare a formare un nuovo governo.

La lanterna accesa alla finestra per scacciare la disperazione

Ieri ho dormito. Nessun allarme durante la notte. Una notte senza sogni. Poi una rapida doccia per non trovarmi con lo shampoo in testa al prossimo razzo. Mia figlia e la sua famiglia non hanno dormito. Abitano a due passi dall’aeroporto Ben Gurion. E iniziano le telefonate, i whatsapp. I messaggi.

Mi chiama un amico da Ramallah. Come va da voi? Mi chiede. Lo sai bene come va. Rispondo. “Meglio di quanto tu possa credere, dice lui. Dal tetto di casa mia vedo Ben Gurion e i razzi nella direzione. Speriamo che qui almeno rimanga tranquillo”. Un abitante di Gaza racconta invece che suo figlio non mangia da giorni, che sa riconoscere la differenza tra una bomba e un razzo, che ha tanta paura. È un incubo., dice. Dopo la pesantissima offensiva di ieri tra poco a Gaza prima o poi verrà a mancare anche l’elettricità, commenta la mia amica Carmela Menashe, giornalista della radio israeliana che conosco bene dai “bei” tempi della guerra del Libano.

A Yad Mordechay, kibbutz della zona limitrofa a Gaza, vive da vent’anni la migliore amica di mia figlia, Michelle. Come a Gaza, anche al kibbutz non hanno proprio chiuso occhio “un rumore infernale” dice. E si interrompe per tornare nella stanza sicura dove hanno passato tutta la notte e fino a cinque minuti fa, anche il giorno. Sono stanchi. Tutti così stanchi, di qua e di là. Siamo al quinto giorno di guerra e mi sembra siano passati mesi. Solo una settimana fa qui ancora si parlava della tragedia di Meron in cui hanno trovato la morte 48 “haredim” e si cercavano i responsabili e i colpevoli. Solo quindici giorni fa si parlava ancora del vaccino e se fossimo arrivati alla immunità di gregge (probabilmente sì, di certo nell’esercito) e della burocrazia legata ai viaggi all’estero. Quando riusciremo a tornare in Italia? A rivedere i nostri amici di una vita? Quando ripartiranno i voli diretti? Ci chiedevamo.

Solo pochi giorni fa mi lamentavo perché per le strade di Tel Aviv non si riusciva neanche a camminare, tra i lavori per la metropolitana e l’euforia dei giovani, finalmente liberi di tornare ai ristoranti e ai bar in grandi numeri. Adesso alle 19 il ristoratore di Dizengoff che fa pitte meravigliose ripiene di Kebab o di pollo speziato aveva già abbassato la saracinesca con la faccia triste di chi aveva appena aperto il suo chiosco, poco dopo la fine della pandemia. Adesso invece non si parla che di vetri. Vetri rotti dalla guerriglia urbana nelle città miste, vetri spezzati da un razzo che hanno ucciso un bambino di cinque anni che qui è diventato il simbolo di questa guerra. Solo un mese fa, anzi, solo ieri, speravo ancora fosse possibile cambiare il governo e sognavo una politica più moderata, più onesta, più intelligente e creativa, senza Netanyahu e il suo processo per corruzione.

Speravo. Anzi mi illudevo. La guerra ha distrutto anche quel sogno.

Ma non mi illudo nel credere che riusciremo a ricucire gli strappi tra ebrei e musulmani di questo paese. Sono già iniziate moltissime iniziative e dimostrazioni in questo senso. Una, particolarmente, mi ha colpito, “scacciare il buio “dice.

Alle 20 e 30, appena finito il sabato, affacciamoci tutti alle finestre con una lanterna accesa per dare luce e scacciare l’oscuro.

Lo farò.

Gli ordini da Beirut per Hamas e Jihad: è l’Iran che li manda

Da anni il regime degli ayatollah iraniani ha ripreso a finanziare il movimento islamico Hamas, che governa Gaza dal 2007, e ha propiziato la crescita del gruppo Jihad islamica per operare il sempre utile divide et impera nella Striscia in modo da poterla controllare in chiave anti israeliana. Non è un caso che le due formazioni islamiche radicali sponsorizzate da Teheran stiano agendo assieme dal giorno in cui sono partiti i primi missili contro Israele. Sarebbe infatti l’Iran, secondo fonti di intelligence, ad aver orchestrato il più grande attacco missilistico finora mai realizzato dalla Striscia contro Israele iniziato questa settimana dopo una serie di sfratti nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est. Il fatto è che di questi sfratti illegali perpetrati dai coloni ebrei estremisti ai danni dei palestinesi residenti nella Città Santa, ce ne sono già stati a centinaia nel corso degli anni, ma mai si era assistito a una simile reazione degli islamisti della Striscia.

Un’altra prova dello “zampino” della teocrazia iraniana ritenuta evidente dagli analisti è la potenza di fuoco e il decisivo miglioramento in termini di efficienza e qualità dell’arsenale dispiegato da Hamas e Jihad islamica nonostante fosse andato in gran parte distrutto dai bombardamenti israeliani nell’ultimo conflitto. Il motivo per cui l’Iran avrebbe ordinato questa inaspettata reazione agli sfratti è la volontà di approfittare dell’impasse in cui si trova Israele, che dopo la quarta elezione negli ultimi due anni non riesce a formare un governo, per destabilizzarlo. Del resto è difficile credere che non ci sia una potenza regionale armata fino ai denti come l’Iran dietro le minacce del portavoce del braccio militare di Hamas, Abu Obeida, e il leader della Jihad, Ziyad Nahala. Entrambi si sono spinti a dare un ultimatum a Israele “per l’aggressione a Gerusalemme”. Il sito vicino all’intelligence israeliana, Debkafile, ha rivelato che l’Iran sta gestendo la crisi attraverso propri emissari arrivati a Beirut dove ha sede il partito armato Hezbollah, longa manus degli ayatollah nel Mediterraneo. Teheran avrebbe addirittura allestito presso il quartier generale del partito armato sciita che di fatto governa il Libano una cabina di regia, presidiata dai Pasdaran (le Guardie rivoluzionarie iraniane), non solo con Hezbollah ma anche con Hamas, il Fronte popolare palestinese e Jihad islamica. Gli intensi sforzi compiuti da Egitto, Giordania e Qatar per negoziare un cessate il fuoco si sarebbero schiantati contro questo muro alzato dalla compagine. Hamas questa volta mostra inoltre di aver imparato la lezione in seguito alla guerra del 2014 stivando le nuove armi inviate da Teheran in bunker e depositi sotterranei. L’emittente israeliana Canale 12 ha rivelato che la Repubblica teocratica islamica dell’Iran darà ogni mese 30 milioni di dollari ad Hamas in cambio di informazioni sulle capacità e posizioni missilistiche di Israele. Al netto della propaganda israeliana, si tratta di una somma congrua per l’Iran che, seppur soffocato dalle sanzioni economiche, non intende lesinare alcuno sforzo per indebolire Israele. Il rapporto diffuso dal canale afferma che l’accordo è stato raggiunto due settimane fa in un incontro tra nove membri anziani di Hamas e il leader supremo dell’Iran Ali Khamenei, a Teheran. L’Iran, che il 18 giugno andrà alle urne, sta giocando una partita molto rischiosa anche sulla pelle degli iraniani impoveriti dall’embargo internazionale. Ma la “teocrazia” non ha problemi finanziari.

Israele, shabbat e lutti. Gaza, la città spianata

Uo Shabbat sotto i razzi, dopo una chiusura di Ramadan nel sangue, quella che vivrà oggi Israele. E si susseguono ore caotiche, fra tattiche di guerra e messaggi smentiti come quello su whatsapp inviato ai media stranieri che seguono il conflitto in Medio Oriente giovedì, poco prima di mezzanotte, con l’annuncio di un imminente attacco di terra a Gaza da parte dell’esercito israeliano. La conferma dell’ingresso delle truppe dell’Idf alle 12 circa, ora di Tel Aviv. La confusione sulle agenzie con i media israeliani che negano l’attacco. Poi la smentita. “Deve esserci stato un errore di comunicazione”, scrive il tenente colonnello israeliano Jonathan Conricus, portavoce internazionale delle forze armate in un briefing telefonico con i corrispondenti stranieri.

La versione dell’accaduto la darà Haaretz: “Abbiamo visionato il testo, non c’è stato nessun errore”, scrive il quotidiano israeliano. In mezzo, l’Idf bombarda i tunnel di Hamas nella Striscia, la rete costruita nel 2014 per gli attacchi contro Israele. Dentro, secondo le forze armate israeliane c’erano i massimi leader di Hamas, rifugiatisi lì per scampare all’attacco annunciato via terra. Il bilancio delle vittime nonché la loro identificazione si potrà fare solo a macerie sgomberate. È iniziato così, con l’operazione più grande dell’Idf a Gaza degli ultimi anni e 160 jet che per 40 minuti hanno colpito i tunnel, il quinto giorno di combattimenti. Nel pomeriggio i caccia israeliani hanno raso al suolo un edificio che ospitava una banca affiliata ad Hamas a Gaza City: è la terza colpita. Nella Striscia di Gaza l’Idf fa sapere di aver bombardato anche la produzione di armi di Hamas e i siti navali, mentre il gruppo palestinese ha diffuso il video di un attacco di droni contro un impianto chimico israeliano nel sud di Israele. Da Gaza i razzi lanciati sono più di 140. In Cisgiordania esplodono gli scontri: il bilancio è di nove palestinesi morti nel corpo a corpo con le forze di difesa israeliane, secondo l’Anp. Per l’Idf, i palestinesi hanno lanciato pietre, molotov e sparato fuochi d’artificio, da lì la risposta dei soldati israeliani con mezzi di dispersione antisommossa e fuoco vivo. A lodare gli scontri è Hamas: “Accogliamo con favore la vostra rivoluzione”, ha commentato Abu Obiada, portavoce delle Brigate al-Qassam, che ha incitato gli “eroi” a “incendiare il terreno sotto i piedi dell’occupante”. Lo Shin Bet ha arrestato il n.2 del Movimento Islamista, Kamal Khatib, sospettato di aver avuto un ruolo nella organizzazione dei disordini nelle città miste di Israele dei giorni scorsi. Il bilancio delle vittime si aggrava di ora in ora: 122 morti palestinesi e 900 feriti tra cui 31 bambini da lunedì, otto gli israeliani uccisi, mentre Oxfam lancia l’allarme sulle conseguenze devastanti “della morte e della violenza di questi ultimi giorni sulle giovani generazioni palestinesi”. L’appello è alla Comunità internazionale, perché imponga la tregua. Solidarietà in forma di manifestazioni di sostegno ai palestinesi sono arrivate anche dalle città giordane di confine. In Libano dove in due giorni al confine con Israele si sono verificai scontri, dopo il lancio di razzi verso Israele di giovedì, ieri, secondo l’Idf, “carri armati hanno sparato colpi di avvertimento in direzione di alcuni dimostranti provenienti dal territorio libanese che erano entrati in territorio israeliano, danneggiando i reticolati e appiccando il fuoco”. Un libanese è morto e due sono stati feriti da quelle che secondo l’Idf erano pallottole di gomma, mentre per Al Jazeera erano colpi di grosso calibro. Fuori dai confini, continua l’eco delle violenze. L’Egitto chiede a Israele di fermare i bombardamenti su Gaza per evacuare i feriti e far entrare assistenza medica, mentre Turchia e Russia proseguono con le provocazioni contro Israele. Ieri il presidente russo Vladimir Putin ha persino teorizzato un “interesse nazionale” del suo Paese per l’escalation in Medio Oriente.

Comunicare male fa male ai vaccini

Come se non bastasse quanto è stato detto, a confondere le idee in tema vaccini, con gravi ripercussioni anche sulla campagna vaccinale, arriva la dichiarazione della direttrice medico di Pfizer e, ancor peggio, l’ulteriore precisazione. Prima dichiarazione: “Pfizer non ha mai fatto affermazioni su un range di seconda somministrazione più ampio. Ha fatto una sottomissione alle autorità regolatorie per una somministrazione e per una seconda a 21 giorni: è quanto approvato da Fda, Ema e Aifa. Sull’allungamento della somministrazione, dal punto di vista della risposta immunitaria, noi non abbiamo dati in merito”.

Seconda dichiarazione: “…questo non può escludere che le autorità sanitarie possano raccomandare dei dosaggi alternativi per principi di salute pubblica”.

Se lo scopo era quello di rassicurare, è fallito in pieno. Il problema non è aver detto falsità, ma di essersi espressi in modo che definirei “nocivo”.

Nei corsi di public speaking, purtroppo seguiti raramente da chi è addetto alla divulgazione scientifica, raccomandano: prima di rivolgersi a un pubblico bisogna conoscere da chi è composto (conoscenza del target) e immaginare e tener conto della reazione che potranno avere le tue parole.

Son sempre stata per la libertà di stampa e di comunicazione ma credo che, davanti alle gravi conseguenze che certe dichiarazioni stanno provocando (vedansi i frigoriferi pieni di vaccini Astrazeneca che, dal recente rapporto Aifa ha avuto un numero inferiore di effetti avversi del Pfizer, reputato invece l’unico sicuro), sia necessario intervenire. Non auspico si zittisca nessuno, ma che istituzionalmente ci sia indicazione di una voce autorevole e con solida preparazione scientifica che possa esser riconosciuta portavoce cui fare riferimento.

 

Cercando un altro vincolo esterno…

Sui mercatista succedendo una cosa che non pare trovare spazio sui grandi media: da inizio marzo il rendimento del debito italiano non fa che salire. Ieri, ad esempio, il Btp decennale navigava attorno a quota 1,07%, il doppio rispetto a febbraio e sui livelli dell’estate scorsa: basti dire, quanto all’onestà del dibattito pubblico in Italia, che oggi non si sente una voce invocare i mitici 36 miliardi del Mes, che parevano così necessari quando l’interesse pagato dai nostri Btp era allo 0,6-0,7%. Questo silenzio, però, non è tutto uguale: ci sono – in discreto numero, spesso giornalisti – gli idioti che non sanno neanche bene cos’è il Mes e s’erano solo uniti alla corrente; c’è chi lo chiedeva per far cadere Conte e chi, invece, lo voleva per rendere più stringente il “vincolo esterno” sulla finanza pubblica. Dei primi due gruppi non merita parlare, ma il silenzio del terzo è indicativo: molti sperano che il lavoro del Mes possa farlo il Piano di ripresa e resilienza col suo corredo di riforme (“48 riforme, 9 entro giugno”, Il Sole 24 Ore di ieri) prese dalla chincaglieria anni 90 a base di concorrenza, liberalizzazioni, etc… Non così l’ex ministro tedesco, oggi presidente della Camera, Wolfgang Schäuble, che ci spiega in un inquietante intervento per Project Syndicate (ripreso dal Sole) quale sarà il dibattito di qui al 2023. Riassumendo: c’è stata la pandemia, tutti abbiamo dovuto far debito, vi abbiamo dato il Recovery, e mo’ basta! Per l’Ue è il “momento Hamilton” (il Segretario del Tesoro che, a fine Settecento, mutualizzò il debito Usa), che il nostro declina così: gli Stati “dovevano depositare buone garanzie, praticare la disciplina di bilancio e ridurre i loro debiti. I ‘peccatori’ ostinati del deficit furono messi in ‘un’insolvenza strutturata’ per prevenire l’azzardo morale a scapito degli Stati più frugali. Quel vincolo esterno alla politica fiscale – e non la mutualizzazione dei debiti – è stato il punto cruciale”. Questo perché “senza pressioni esterne, è impossibile realizzare bilanci equilibrati nei Paesi ad alto debito”: “Ho parlato spesso di tale pericolo morale con Mario Draghi”. Come punire i “peccatori del deficit”, cioè quale vincolo esterno, è il dibattito oggi: il farraginoso Pnrr non è neanche partito ed è già stato archiviato.

Mail box

 

Vaccini, ci sono ancora troppi problemi regionali

Ho 77 anni e vivo a Castiglione del Lago (Pg), sono stato inserito nella lista delle “persone fragili” e prenotazione per il vaccino il 20 maggio p.v. Questa mattina sentendo e leggendo le solite notizie mi sono sentito uno “straccetto abbandonato”… mi sono chiesto, ma non siamo tutti uguali? Le regioni non hanno tutte gli stessi diritti? Sento e leggo del Lazio, della Lombardia, della possibile prenotazione per i 40enni… secondo voi non c’è qualcosa che non va? Pensate, mia moglie ha 5 anni meno di me, sta bene e ha fatto il vaccino 7 giorni fa!

Federico Dante Roberto

 

DIRITTO DI REPLICA

Caro Direttore, ormai la prima pagina del Fatto Quotidiano è per me un punto di onore, oltreché un riferimento quotidiano. E di questo non posso che esserne contento. Ieri nel suo giornale, sia in prima sia nelle pagine interne, si alludeva in modo denigratorio alla rielezione del presidente del Coni Giovanni Malagò come a un “regalo” che gli avrebbe fatto il sottoscritto grazie a una riforma di Legge approvata in Parlamento tre anni fa. Ci tengo a dire subito che la riforma è stata raccontata in modo a dir poco bislacco. Perché i fatti, non le parole, ci dicono che quella riforma ha riorganizzato lo sport italiano, per quanto riguarda le Federazioni e il Coni. Per capirsi, quel provvedimento ha messo per la prima volta un limite ai mandati dei presidenti. Un limite che proprio il vostro giornale aveva tante volte auspicato. Certo, in passato qualcuno ha scritto che “finalmente il limite viene messo dal governo giallo-verde”, ma credo che anche lei Direttore sappia bene che non è stato affatto così. Il limite ai mandati è stato introdotto con la legge 11 del gennaio 2018 e prevede – lo voglio ribadire – per la prima volta nella storia dello sport italiano il limite dei tre mandati per i presidenti delle Federazioni. Nel 2018 c’era il governo Gentiloni. Il ministro per lo Sport se lo ricorda? Non importa. Ciò che conta è dire la verità dei fatti e quindi che quella riforma conteneva una storica riorganizzazione per consentire, da una parte, il ricambio di una classe dirigente nel mondo sportivo e, dall’altra, l’allineamento del nostro Paese a tutti gli altri Comitati olimpici internazionali. I tre mandati si spiegano così, e solo così! Peraltro, con quella Legge è stato introdotto (anche qui per la prima volta) il principio della pari opportunità tra le donne e gli uomini negli organi di governo delle istituzioni sportive. Capisco bene che per ragioni commerciali per voi sia più redditizio raccontare che i tre mandati sono “un regalo di Lotti a Malagò”. Ma è falso. Per di più le faccio notare che Malagò anche stavolta è stato votato, da 55 presidenti e aventi diritti al voto. Se non vado errato questa si chiama democrazia. Approfitto infine della sua cortese pazienza per un altro aspetto. Il suo giornale scrive che Giorgetti e Spadafora hanno provato a cambiare quel provvedimento. Le svelo un segreto: sarebbe bastata una parola semplice: “abrogazione del…”. Giorgetti e Spadafora, in carica per un anno e mezzo ciascuno, hanno avuto in abbondanza tutto il tempo necessario e sufficiente per scrivere quel “abrogazione del…”. Eppure ciò non è avvenuto. Allora non prendiamoci in giro e diciamo la verità: non lo hanno fatto non per mancanza di tempo e non certo perché non sono bravi. A mio modo di vedere non lo hanno fatto perché concordavano con i principi introdotti con quella legge.

Luca Lotti

 

Nell’articolo “Stop all’ex Ilva, Consiglio di Stato prende tempo” di Francesco Casula, pubblicato sul Fatto di ieri, si scrive che il ministero della Transizione ecologica “in una memoria ha definito il provvedimento frutto di valutazioni ideologiche e non giuridiche” in riferimento a un provvedimento del Tar. Il ministero precisa che quelle frasi e quelle posizioni non sono mai state né pronunciate dal ministro Cingolani, né riportate in alcun documento scritto o prodotto da questo ministero. Proprio in riferimento a tali posizioni, era peraltro già stata pubblicata una smentita sulle agenzie di stampa il 19 aprile.

Ufficio stampa ministero della Transizione ecologica

Le parole contenute nel documento sono scritte dall’avvocatura per conto del ministero che si è costituito in giudizio chiedendo l’annullamento della sentenza.

F. C.

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’articolo pubblicato ieri a pagina 4 dal titolo “Il Copasir ora vuole indagare sull’incontro tra Renzi e Mancini” abbiamo erroneamente indicato Giuliano Tavaroli come un ex appartenente al Sismi. In realtà Tavaroli è stato capo della Security di Telecom-Pirelli.

Valeria Pacelli

Ponte sullo Stretto Inutile e costoso come altre Grandi opere (al Nord)

“Premesso che leggo solo il Fatto Quotidiano, giorni fa Marco Ponti ha sfoggiato un articolo antimeridionale sul Ponte sullo Stretto. Faccio notare che la Sicilia con i suoi 4 milioni e passa di abitanti e una economia agroalimentare ai vertici europei è l’unica isola al mondo – con questi numeri e così vicina alla terra ferma – a non avere un collegamento stabile. L’alta velocità che con il Ponte si potrebbe estendere fino a Catania e Palermo, non sarà certo un treno con pochi passeggeri, visto che calabresi e siciliani sono tra gli italiani che viaggiano di più. Lo stesso esempio di costi-benefici e quantità di traffico passeggeri perché Ponti non lo fa con l’Av Cremona-Verona o con la Genova-Milano o con la tratta Torino-Lione? Vorrei ricordare che, ad esempio, la Cina e la Spagna hanno portato l’Av nelle zone più disagiate proprio per aumentare le comunicazioni e avvicinare quei territori ai centri economici finanziari, a costi inferiori di due o tre volte a quelli dell’Av in Italia (leggi: mazzette). L’Av, dove arriva, porta quasi un punto di Pil. Per quanto riguarda l’aereo, poi, vorrei chiedere a Ponti di acquistare un biglietto aereo Palermo-Milano per vedere i costi: non lo faccia sotto le feste natalizie o in estate, spende meno se vuole andare a New York o alle Canarie. Ogni volta che si prova a spendere nel Sud bisogna giustificare, per il resto d’Italia, invece, si decide a prescindere.

Gianfranco Taranto

 

Gentile Gianfranco, chiariamo subito il punto dell’antimeridionalismo: il “Fatto”, che lei legge in esclusiva, ha argomentato con molta più violenza contro le Grandi opere al Nord che non al Sud. Il Tav ma non solo: l’Av Milano-Genova (il “terzo valico”), quella tra Brescia e Padova, e infine quella tra il valico del Brennero e Verona, costosissima. È il modello di sviluppo che va contestato, caro a Berlusconi (che ha imperniato una sua campagna elettorale sulle “Grandi opere”). I 5S erano gli unici ad avere dubbi, ma poi hanno ceduto a logiche di consenso elettorale. Cosa c’è di meglio infatti di una Grande opera con costi sociali molto superiori ai benefici? I costruttori sono MOLTO contenti, nel settore c’è poca concorrenza, e vogliono diminuirla per “accelerare”; i politici locali e centrali la presentano come un loro “regalo”; per i sindacati è comunque lavoro (Landini la pensava diversamente, ma la carne è debole); le ferrovie, anche le più inutili, sono presentate come essenziali per l’ambiente (non è affatto vero); gli utenti, anche se del tutto insufficienti a giustificare l’opera, sono comunque contenti di averla. Chi paga non lo saprà mai: sono i contribuenti e quelli che non avranno servizi adeguati perché i soldi sono andati altrove. Cita la Spagna: metà della rete Av ha generato danni netti all’ambiente, ha scassato i conti pubblici del Paese ed è semideserta. Certo, era stata presentata in origine in termini trionfali, come stiamo facendo noi.

Per crescere il Sud ha bisogno di tecnologia e di occupazione stabile, non di cemento, che occupa poca gente per euro speso.

Marco Ponti