Che Matthew McConaughey non sia l’uguale e banale superstar di Hollywood lo si intende già a pagina dieci della sua (non) autobiografia, Greenlights (Baldini+Castoldi). Il pericolo, invero, è sensibile, perché il campionario di partenza è il solito: abusi sessuali (“A diciotto anni sono stato molestato da un uomo mentre ero svenuto nel retro di un furgone”), abuso di sostanze (“Ho preso il peyote a Real de Catorce, Messico, in una gabbia con un puma”), infortuni (“Un veterinario mi ha dato settantotto punti sulla fronte”; “Ho subìto quattro traumi cranici per essere caduto quattro volte da quattro alberi diversi, in tre casi c’era la luna piena”), trasgressioni (“Ho suonato il bongo nudo finché dei poliziotti non mi hanno arrestato”; “Ho opposto resistenza all’arresto”), marchesismodelgrillo (“Ho fatto richiesta di ammissione a Duke, UT Austin, Southern Methodist e Grambling. Tre su quattro sono state accettate”).
Fin qui tutto male, senonché un’imprevista rasoiata lacera lo spirito del tempo (e straccia Bianco di Bret Easton Ellis): lo spaccone texano, l’adone delle romcom, il già sex symbol e già premio Oscar Matthew McConaughey la butta lì, “non mi sono mai sentito una vittima”. Se oggi vittima non solo è sinonimo, ma sostituto di eroe, abbiamo un problema, quantomeno di cazzimma: ci fa o ci è, il buono, bello e bravo Matthew? Anche il dubbio, invero, è sensibile.
La sua scala dell’allenamento prescrive di fare la cacca, “il movimento intestinale mattutino ti rimette a posto la schiena e rende i tuoi occhi più azzurri, cosa vuoi di più?”; masturbarsi, “anche questo è lavoro manuale, ripulisce le tubature e schiarisce la mente”; fare sesso, “l’allenamento originario”; fare figli, “non ti siedi mai, stai sempre a correre, soprattutto se ne fai due o più”. Viene insomma il sospetto che a McC non gliene freghi un cazzo o giù di lì – e che abbracciando prossimamente la carriera politica possa non collocarsi a sinistra, ammesso i Democratici lo siano. Se a sinistra non ha il cuore, nemmeno a destra il portafogli: gli offrono cinque milioni, otto milioni, quattordici milioni e mezzo per due mesi di lavoro, e declina.
È il luglio del 2005, conosce la sua futura moglie Camila Alves, scopre la vita formato famiglia, si stanca dei ruoli che l’hanno reso ricco e famoso, dei successi copiosi di un decennio scarso, da Prima o poi mi sposo (2001) a Come farsi lasciare in 10 giorni (2003), da A casa con i suoi (2006) a La rivolta delle ex (2009). Lo dice al suo agente, “no more romcoms”, e aspetta. Non è facile, né la decisione né l’attesa, perché “mi piaceva recitare nelle commedie romantiche e con quello che guadagnavo potevo permettermi le case sulle spiagge in cui andavo a correre a petto nudo”. Fa la cosa giusta, McC, e chi ha visto i titoli dell’autoribattezzata McConaissance non potrà che convenire: The Lincoln Lawyer, Bernie e soprattutto Killer Joe nel 2011, quindi Mud e Magic Mike l’anno seguente, fino all’escalation Dallas Buyers Club, che gli vale il triplete Oscar, Golden Globe e Sag Award, e The Wolf of Wall Street nel 2013 e la serie True Detective e Interstellar nel 2014.
La successione avrebbe chiarito come le prime parole che affida al grande schermo, nell’indimenticato La vita è un sogno (Dazed and Confused, 1993) di Richard Linklater, non fossero battuta, ma profezia: “Alright, alright, alright”. Gli va tutto bene a McC, ma come vuole il sottotitolo italiano di Greenlights ci vuole arte anche per correre in discesa. E per fregarsene del politicamente corretto, o solo dell’educatamente corretto: “Mi telefonò Martin Scorsese per offrirmi il ruolo del broker Mark Hanna, mentore di Leonardo DiCaprio/Jordan Belfort in The Wolf of Wall Street… Non appena lessi la sceneggiatura e vidi che il segreto del successo di Mark erano cocaina e troie, spiccai il volo. Delirante o no, chiunque sia convinto di una cosa del genere dovrebbe avere un’enciclopedia su di lui. E cominciai a scriverla io”.
Scrivere, del resto, l’ha sempre fatto, ha tenuto diari per trentacinque anni, che ora catalizzano questi semafori verdi, ovvero le sparute sconfitte e i ripetuti – quarantatré volte nel memoir – “successi”. Case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale, come vuole Tiziano Ferro, ma con un’aggiunta di peso: “Ho sempre amato gli adesivi da paraurti. Anzi, li amo così tanto che ho appiccicato le due parole insieme e le scrivo come se fossero una sola: adesividaparaurti. Sono versi di canzoni, battute, freddure, preferenze personali che la gente esprime pubblicamente ma con discrezione. Sono economici e divertenti. Non devono essere politically correct perché, be’, sono solo adesividaparaurti”. Le elezioni del governatore del Texas sono l’anno prossimo, siete pronti per attaccare al parafango “Vota Matthew McConaughey”?